Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

Perché la ‘ndrangheta è un problema anche per la Germania


Nel numero 31 del 1977 la rivista Der Spiegel si faceva beffa dell’Italia mettendo in copertina un piatto di spaghetti “conditi” con una pistola. Quasi 45 anni dopo il problema della criminalità organizzata è diventato globale ma molti tedeschi fanno ancora finta di non vedere. Ecco come la ‘ndrangheta ha conquistato la Germania.

“E tu ricordati una cosa. Il mondo si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà”.

In queste parole, tratte da un’intercettazione tra due affiliati di ‘ndrangheta, traspare la volontà di conquista dell’associazione di stampo mafioso attualmente più attiva e pericolosa in Europa. Una conquista lenta ma inesorabile, iniziata nel lontano secondo dopoguerra sfruttando gli strumenti legali di scambio di manodopera tra la Repubblica Federale Tedesca e l’Italia. La ‘ndrangheta ha di fatto avviato una conquista a “macchia di leopardo”, dettata in un primo momento dai flussi migratori e, solo in seguito, richiamata da interessi economici. L’espansione mafiosa in Germania ha pertanto una lunga storia che affonda le proprie radici nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Nonostante questo, però, l’attenzione dell’opinione pubblica e gli studi sul fenomeno sono molto più recenti. Le organizzazioni mafiose italiane all’estero tendono a muoversi con cautela, facendo il meno rumore possibile e restando lontane dagli occhi indiscreti del pubblico. Questo “mimetismo” rende alquanto complesso il lavoro di chi studia il fenomeno e ancora più difficile è sensibilizzare la società civile riguardo la presenza di un’organizzazione che viene da molti ritenuta inesistente e che di fatto è invisibile ai più, perché lavora nel buio e nel silenzio, sfruttando l’impreparazione dei paesi in cui si inserisce.

La caduta del muro: nuove opportunità per i mafiosi

Ad aprire un altro capitolo fondamentale nella storia dell’espansione delle organizzazioni mafiose italiane fu la caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. Questo evento, con la conseguente riunificazione della Germania Est alla Germania Ovest, aprì una nuova frontiera e dei nuovi spazi alla conquista per le mafie italiane in Europa. Le mafie ebbero un ruolo fondamentale nell’avvio di attività imprenditoriali nell’Est del paese, essenzialmente per un motivo: erano in possesso di molto denaro liquido ottenuto grazie ai traffici di sostanze stupefacenti e alle attività avviate nell’Ovest della Germania. In questo quadro di espansione è possibile notare una prima grande differenza rispetto al primo flusso che ha portato i mafiosi nelle regioni occidentali della Germania: l’associazione calabrese aveva già una base logistica nel paese, aveva attivato la sua egemonia sul traffico di stupefacenti grazie ad una fitta rete di avamposti ed era pronta ad investire il proprio denaro in un territorio ancora vergine. L’espansione casuale che aveva caratterizzato la prima parte della conquista mafiosa viene sostituita da una più oculata strategia di conquista.

Strutture e gerarchie: i dettami della “madrepatria”

“La ‘ndrangheta esiste, ed ha determinate caratteristiche, non perché i suoi appartenenti rispettano determinate regole, ma perché quei soggetti si riconoscono in un sistema mafioso, in cui il termine ‘ndrangheta diviene un brand criminale conosciuto nel mondo, in cui non sei libero di fare quello che vuoi: se non ti comporti da ‘ndranghetista c’è qualcuno che ti richiama all’ordine”.

Così il procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo durante una conferenza antimafia organizzata da mafianeindanke nel 2017 in collaborazione con l’ambasciata d’Italia a Berlino. Se Cosa nostra – associazione di stampo mafioso proveniente dalla Sicilia – all’estero tende a plasmarsi in base al territorio in cui si trova e a separarsi dalla regione d’origine, la ‘ndrangheta fa esattamente l’opposto: le famiglie all’estero sono e rimangono sempre parte integrante della famiglia in Calabria. Tutti gli spostamenti, gli investimenti e le azioni che vengono svolte nel paese estero vengono concordate con la madrepatria e da questa dipendono, come d’altronde dimostra la faida di San Luca che, generatasi in Calabria, vede la scia di sangue protrarsi anche in Germania con la “Strage di Duisburg”. Sono quindi due i principali obiettivi della ‘ndrangheta in Germania: il primo riguarda il traffico internazionale di stupefacenti lungo la “rotta atlantica”, che parte dai paesi del Sud America per poi arrivare in Europa attraverso i porti di Rotterdam, Anversa, Amsterdam e Amburgo; il secondo è il riciclaggio del denaro sporco attraverso investimenti principalmente nel settore della ristorazione, della distribuzione di alimentari e dell’edilizia. Il Pubblico Ministero Lombardo spiega:

“Ci sono alcune famiglie che hanno un peso criminale enormemente superiore a tutte le altre. Sono quelle di più alto rango le famiglie che decidono le strategie: non per questo possono banalmente essere considerate il vertice della ‘ndrangheta. Cioè la struttura criminale non dipende solo da loro, anche se è fortemente influenzata da esse” continua Lombardo: “la struttura verticale di tipo verticistico potrebbe far pensare che oggi la ‘ndrangheta ha una cellula di comando, un capo, che ne determina l’esistenza. Non è banalmente così. La ‘ndrangheta è dotata di una filiera di comando molto sofisticata. I mandamenti principali, quelli storici, da cui dipendono anche le articolazioni estere, sono tre: Ionico, quello di San Luca, la “mamma”; Tirrenico, quello di Palmi, Gioia Tauro e Rosarno; Centro, quello della città di Reggio Calabria. Immaginate queste tre zone della Calabria: è da qui che partono gli ordini che devono essere eseguiti dalle articolazioni di ‘ndrangheta nel mondo. Quindi, per quelle che sono le attuali conoscenze, il livello mandamentale è quello propriamente operativo”.

La Germania come terreno fertile

La ‘ndrangheta è nota più delle altre organizzazioni mafiose per la sua sete di conquista, che la porta prima nelle regioni del Nord Italia e poi in Germania. Utilizza gli stessi meccanismi di penetrazione e la stessa mentalità, non snaturando la propria indole di organizzazione familiare che si regge sui legami di sangue anche al di fuori della Calabria.

“Il problema vero ruota attorno alla conoscenza del fenomeno, il concetto di criminalità organizzata: dovremmo parlare di un linguaggio comune, soprattutto a livello europeo, ma così non è. Il fenomeno criminale di tipo mafioso nel sistema italiano è estremamente evoluto e complicato da spiegare, è un sistema che, purtroppo, ha affinato le sue strategie attraverso passaggi difficili e significativi legati a stragi, omicidi, attacchi di tipo militare che lo Stato italiano ha subito per molto tempo” spiega il PM Lombardo.

In Germania, come noto, non esiste il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. La ‘ndrangheta ha sfruttato le debolezze della legislazione tedesca, muovendosi indisturbata nel tessuto sociale ed economico tedesco. Se qualcosa non cambierà alla svelta, l’organizzazione calabrese potrà trarne grande beneficio ed espandersi ulteriormente. Inquietano anche le mancanze relative al sequestro e la confisca dei beni: se un mafioso riesce a convivere con la prospettiva del carcere o della latitanza, colpire la sua ricchezza e il suo potere significa renderlo inerme e questo indubbiamente lo spaventa.

Da Stige al JIT Pollino: prospettive per il futuro

“Bisogna dire con chiarezza che le mafie sono tali non solo quando commettono delitti eclatanti, quando acquisiscono la gestione ed il controllo di attività economiche; le mafie non sono solo quelle che realizzano profitti o vantaggi ingiusti. Oggi è mafioso ogni comportamento che interferisce in profondità sulla vita di ognuno di noi. La mafia del Terzo millennio è questa e non si riconosce sempre ad occhio nudo. Non tutto è mafia, ma quello che è mafia oggi noi, tutti insieme, in Italia ed all’estero, dobbiamo essere in grado di capirlo subito, senza fare inutili giri di parole”.

L’opinione di Lombardo apre a nuove considerazioni: l’attività investigativa antimafia in Europa e in Germania sta facendo degli importanti passi avanti. Vanno ricordate soprattutto l’Operazione Stige di fine 2016 che ha portato all’arresto di un gran numero di persone tra Italia e Germania e l’Operazione Pollino che ha visto per la prima volta la creazione di un “Joint Investigation Team”, una squadra investigativa comune tra le forze di polizia di Italia, Germania e Paesi Bassi (di cui via abbiamo raccontato qui). C’è inoltre l’esempio positivo di Berlino che sta cominciando a utilizzare lo strumento di sequestro dei beni nei confronti della Clan-Kriminalität (qui il nostro approfondimento).

Riconoscere le mafie, soprattutto per un tedesco, è molto difficile. È un fenomeno che è ancora circondato da un’aura di mistero dettata dal mito del “Padrino” e dal folklore. Questo fenomeno va studiato a fondo e conosciuto in Germania così come in tutta Europa: solo in questo modo riusciremo a contrastare con efficacia la criminalità organizzata.

Mafie: un problema europeo


Perché parlare di mafie al Parlamento Europeo? È con questa domanda che si è aperta la conferenza “Mafie: un problema europeo” lo scorso 5 febbraio a Bruxelles. Una domanda trasversale e provocatoria, a cui hanno provato a rispondere gli ospiti dell’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, la quale ha ricordato come, ancora troppo spesso, le mafie vengano percepite come un fenomeno solamente italiano, così come qualche tempo fa il problema veniva circoscritto soltanto come una questione del Sud Italia. L’autrice del libro “Le mafie sulle macerie del muro di Berlino” afferma come le organizzazioni criminali di stampo mafioso si insediano dove riescono a creare relazioni col territorio, anche e soprattutto in Europa dove dimostrano di riuscire a creare i legami giusti, infiltrandosi nell’economia e nelle istituzioni. Le mafie penetrano il tessuto economico europeo non attraverso la violenza, ciò alzerebbe il livello d’attenzione delle istituzioni europee, bensì grazie al denaro. Passano quindi inosservate, per loro è più semplice corrompere piuttosto che utilizzare la violenza. Il denaro, inoltre, permette loro di essere visti nei paesi in cui lo riciclano come dei benefattori. Ma questo denaro è sporco, in quanto deriva da attività criminali e traffici di sostanze stupefacenti. Viene quindi immesso nei mercati legali ed altera di fatto la libera concorrenza, danneggia le imprese pulite e inquina il sistema democratico. Per questo motivo, secondo l’On. Pignedoli, è fondamentale portare avanti un’opera di sensibilizzazione sul piano europeo, per arrivare ad una legislazione antimafia comunitaria. Così come a Palermo nel 2000 si è giunti ad una definizione di criminalità organizzata, ora è importante arrivare a produrre una definizione di criminalità organizzata di tipo mafioso, con le sue specificità. C’è poi la necessità di implementare la normativa sul sequestro dei patrimoni, in particolare quello preventivo, e di permettere alle forze investigative dei paesi europei di collaborare in maniera efficace.

Come accennato in precedenza, il gruppo di esperti chiamati a descrivere l’avanzata delle mafie in Europa era vasto ed eterogeneo: Federico Varese, professore di criminologia all’Università di Oxford, Alfonso Bonafede (in videoconferenza), Ministro della Giustizia, Filippo Spiezia, vicepresidente di Eurojust, Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg, Antonio Nicaso, professore alla Queen’s University of Kingston, Canada, Nicola Morra, Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Monika Hohlmeier, Europarlamentare e Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT) e Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento Europeo.

Federico Varese

In questo articolo ci concentreremo soprattutto sul fenomeno mafioso come un fenomeno europeo, e quindi analizzeremo quei fattori che hanno portato all’espansione della mafia in Europa e non solo – abbiamo inoltre elaborato due approfondimenti specifici: uno su Filippo Spiezia ed Eurojust e un altro su Uwe Mühlhoff e l’operazione Pollino. A questo proposito il Prof. Varese, autore del libro “Mafie in Movimento”, cerca di spiegare come si muovono le mafie al di fuori del loro territorio di origine, portando avanti la tesi secondo la quale “quello che avviene nei mercati illegali ha una sua corrispondenza nei mercati legali”. Se proviamo a fare ordine rispetto alle attività condotte dalla criminalità organizzata, si potranno ricavare le seguenti considerazioni: ci sono gruppi criminali che producono merci – cocaina, eroina, merci contraffatte – gli individui che producono queste merci sono diversi da quelli che poi conducono il traffico vero e proprio, e anche i loro guadagni sono estremamente diversi. Un chilogrammo di cocaina può costare qualche migliaio di dollari in Colombia, ma quando arriva nei porti europei può arrivare a costare anche 50.000 dollari. Ci sono quindi gruppi criminali che portano avanti le attività di traffico e spostamento di merci. Chi conduce queste attività avrà a sua volta un profilo diverso rispetto a chi si dedica, non solo alla produzione e al commercio, ma anche al vero e proprio governo del territorio. Il governo consiste nell’esercitare il potere sugli altri, nel permettere ad altri di produrre, commerciare ed esistere. La funzione di governo è propria delle mafie tradizionali, che svolgono questa funzione nei territori di origine: “si pensi ad esempio a organizzazioni come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra, mafia russa, Triadi cinesi ad Hong Kong, Yakuza, la mafia italo-americana. Queste organizzazioni effettuano tutte un’opera di governance sui mercati e sui territori di origine”. Ma cosa succede quando si spostano al di fuori dei territori tradizionali? “In alcuni casi governano, ma non è sempre facile”.  In altri casi fanno compravendita di merci illegali. Bisogna dunque distinguere tra il tentativo di commerciare e quello di governare. Anche se, chiaramente, un’attività può spingere verso l’altra. Una volta che si commercia potrebbero crearsi le condizioni per governare il territorio.

Quali sono dunque i meccanismi di trapianto fuori dai territori tradizionali? Come fanno le mafie a replicare la loro capacità di governo? Lo studio di questo fenomeno, spiega Varese, si è concentrato sugli esponenti mafiosi che si spostavano dai territori di origine. Si è notato che i territori di conquista sono spesso piccoli, non sono dunque direttamente le grandi capitali. Si prenda ad esempio Bardonecchia in Piemonte, primo comune sciolto per infiltrazioni al di fuori dei territori tradizionali (1995), dove la ‘ndrangheta è riuscita a trapiantarsi in maniera efficace. Il fattore cruciale è poi la presenza nei nuovi territori di mercati mal regolati. La mafia, producendo una domanda di governo illegale, entra in questi mercati legali e li governa. Spesso lo fa a favore degli imprenditori che già operano in quei mercati, riducendo la competizione, in modo che l’imprenditore già presente benefici di questo servizio. È impossibile capire le mafie se non si comprende che c’è sempre qualcuno al di fuori che ne trae vantaggio e beneficio.  Quindi, sostiene Varese, “La capacità di regolare i mercati mal-regolati dalle istituzioni ufficiali genera una domanda di mafia che può produrre un trapianto.

Sabrina Pignedoli

Uno studio quantitativo di Paolo Campana (2013) mostra come le mafie italiane in Europa investano in imprese legali (UK, Germania, Francia e Austria), siano presenti nel commercio della droga (Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio) e traffichino in merci contraffatte (est-Europa). È un contributo importante in quanto ci mostra che “le mafie nei vari paesi fanno cose diverse rispetto ai territori tradizionali e fanno cose diverse nei vari paesi in cui sono presenti”.

Infine, non solo ci sono mafie italiane che si spostano all’estero, ma ci sono casi in Europa di mafie autoctone, che spesso non vengono riconosciute dalle autorità locali. Si pensi ad esempio a Paul Massey di Salford, per la morte del quale si tennero dei funerali degni di quelli dei Casamonica a Roma. Massey, boss locale, si candidò a suo tempo alle elezioni comunali. Non prese molti voti, ma ottenne un risultato migliore rispetto ad alcuni partiti tradizionali inglesi. Anche nel Regno Unito, dunque, vi è un consenso sociale basato sulla violenza. Bisogna effettuare uno sforzo duplice: da una parte capire dove vanno le mafie italiane e dall’altro riuscire a riconoscere le mafie autoctone, che spesso presentano caratteristiche simili alle mafie tradizionali italiane.

Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sottolineato come “la criminalità, capace di agire su scala globale, richiede una risposta repressiva e preventiva da parte delle istituzioni” per questo la cooperazione giudiziaria penale e di polizia deve essere una priorità dell’Unione Europea, così come fu intuito inizialmente da Giovanni Falcone “che fu tra i primi a comprendere la necessità di condurre uno sforzo comune a livello internazionale contro le mafie”. Quell’intuizione è alla base della Convenzione di Palermo di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale. Il Ministro Bonafede sottolinea inoltre come la cooperazione di polizia sia un punto cardine per arginare l’avanzata delle organizzazioni mafiose, permettendo un più efficace scambio di informazioni e di dati tra i vari paesi. “Sempre sulla scorta della lezione di Giovanni Falcone”, conclude il Ministro, “occorre investire sugli strumenti di aggressione e confisca dei patrimoni illeciti delle organizzazioni criminali, ovunque essi siano”.

Antonio Nicaso

Un altro intervento proveniente dal mondo dell’Accademia è quello di Antonio Nicaso, che ricorda una differenza essenziale: “La criminalità mafiosa è diversa dalla criminalità organizzata. È più strutturata, più complessa, più articolata e non solo perché riesce a coniugare tradizione e innovazione, ma anche perché non potrebbe sopravvivere senza l’apporto significativo di quel capitale sociale, fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico. Le modalità operative delle mafie coinvolgono professionisti, imprenditori, dirigenti del settore pubblico e privato che facilitano, in vario modo, l’ingresso delle cellule mafiose nell’economia legale”. Quello delle mafie è un genoma che muta e si evolve nel tempo, come dimostra la propensione ad operare, soprattutto nei territori di espansione e colonizzazione, senza necessariamente ricorrere a condotte di natura violenta. La ‘ndrangheta si conferma come l’organizzazione criminale più potente e pericolosa, con articolazioni consolidate non solo in Calabria ma anche nel centro e nel Nord Italia, oltre che in diversi paesi europei ed extraeuropei. La forza è confermata dai numeri, soprattutto quelli relativi ai sequestri di beni: “su un totale di quasi 60 miliardi, quasi 13, pari al 21%, sono riconducibili alla ‘ndrangheta che continua ad essere anche quella meno esposta alle defezioni”. Il Prof. Nicaso sottolinea come la ‘ndrangheta possa contare su un fatturato di decine di miliardi di euro l’anno che investe nel settore dell’edilizia, dell’accoglienza, della sanità, dei servizi sociali, dell’energia alternativa e del gioco d’azzardo. “Manca purtroppo consapevolezza della pericolosità e della pervasività di questa organizzazione criminale di tipo mafioso. E manca anche la volontà politica a combattere fenomeni che per troppo tempo sono stati visti soprattutto all’estero come opportunità, piuttosto che come pericolo”. I soldi sporchi delle mafie sono diventati ossigeno dell’economia legale con una facilità impressionante “favoriti dalla mancanza di consapevolezza rispetto a un fenomeno che ancora oggi viene considerato esclusivamente come qualcosa riconducibile all’Italia, ma anche grazie al totale disinteresse di una classe politica che non ha mai individuato come priorità, né in Italia né all’estero, la lotta alle mafie e ai capitali mafiosi”. In ambito legislativo, secondo Nicaso, “ci si è bloccati con l’idea improbabile dell’armonizzazione delle leggi. Trovare una definizione comune è impresa ardua non soltanto a livello legislativo, ma anche a livello accademico”.

Cosa fare dunque? Il riconoscimento delle misure cautelari e patrimoniali per far fronte alle differenti legislazioni dei paesi in cui opera la ‘ndrangheta potrebbe essere un punto di partenza. La cooperazione internazionale, come auspicata recentemente dall’Interpol con il progetto I-CAN, potrebbe favorire e intensificare la cattura dei latitanti e lo scambio multilaterale di informazioni con relativa condivisione dei database. Bisognerebbe investire sullo studio dei cosiddetti “dati freddi” relativi a indagini già chiuse con l’obiettivo di individuare per tempo i segni premonitori e anticipare i rischi legati alla minaccia della ‘ndrangheta, attraverso l’uso di software di analisi predittiva e di business intelligence. Questo consentirebbe alle forze di polizia di arrivare prima e non quando un territorio è stato già infiltrato dalle cosche attraverso una colonizzazione che replica all’estero il modello strutturale radicato in Calabria. Un altro aspetto fondamentale è l’aggressione ai patrimoni criminali. I boss tollerano il carcere ma non sopportano gli accertamenti patrimoniali. L’impoverimento dei clan è l’unica strategia vincente nella lotta alla criminalità mafiosa. Infine, a una ‘ndrangheta globale bisogna rispondere con una lotta globale.

Purtroppo, finora, le mafie si sono globalizzate, ma l’azione di contrasto non riesce a fare altrettanto. L’Europa, oggi più che mai, non può permettersi l’esistenza di santuari come quelli che nel Medioevo garantivano l’impunità a chi cercava di sfuggire ai rigori della legge. L’Europa deve comprendere l’importanza della lotta alle mafie e alla corruzione. Un cambio di passo a livello europeo che potrebbe rappresentare un monito per tanti paesi. Non è possibile sacrificare altre vite umane, altri servitori dello Stato. “La lotta alle mafie passa dall’acquisizione di consapevolezza” conclude Nicaso, “l’essere consapevole significa avere cognizione, avere coscienza delle proprie responsabilità e agire con responsabilità significa comprendere che la lotta alle mafie non spetti solo alle forze dell’ordine e alla magistratura. Ma a tutti. Nessuno escluso. Il tempo delle parole è passato e le discolpe sono inutili”.

Nicola Morra

Il Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Nicola Morra, ha ricordato come oramai le vittime della guerra contro la criminalità organizzata non sono più soltanto cittadini italiani, ma riguardano tutta Europa, come dimostrano gli omicidi dei due giornalisti investigativi Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak. Ma non solo: ci sono paesi dei 27 stati membri – come Cipro, Malta e altri – che beneficiano dei capitali criminali che vengono riciclati nelle loro economie. Le mafie, attualmente la ‘ndrangheta, hanno la capacità di gestire capitali immensi, capitali che vengono volutamente sottratti alla tracciabilità evitando di passare attraverso i circuiti bancari e finanziari. Questi capitali alimentano l’economia in nero, e l’evasione fiscale. Si deve fare tanto a livello normativo, ma, aggiunge Morra “non possiamo pensare che la guerra si vinca solo attraverso un intervento ex-post repressivo, e questo spiega il motivo per cui è importante che si moltiplichino i momenti di dibattito pubblico su questi temi”. Il potere economico non si auto-perimetra, ma ricerca invece una sinergia con il potere politico, culturale e mediatico, per realizzare una capacità di manipolazione del mercato e delle coscienze dei cittadini, i quali vengono risospinti ad una condizione di sudditanza. Le organizzazioni mafiose conoscono tutto, perché conoscenza è potere. “Il primo intervento è da farsi in istruzione e cultura. Bisogna correggere prima la mentalità, che replica schemi e chiavi interpretative anche in terre lontane”.

Monika Hohlmeier

Monika Hohlmeier, Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT), chiude la conferenza con delle riflessioni molto importanti: in ambito internazionale si tende molto di più a parlare di terrorismo piuttosto che di criminalità organizzata, questo perché è un problema difficile e complesso da comprendere, soprattutto per coloro i quali non provengono dai territori di origine delle mafie, molti non comprendono che la criminalità organizzata si sta diffondendo in tutta Europa perché non tutti riescono a percepirla. Le autorità europee sono inoltre poco attrezzate per affrontarle. “La Commissione che presiedo” continua Hohlmeier, “ha lo scopo di favorire le misure che possano mitigare e bloccare le attività criminali”. In ambito europeo, la criminalità organizzata accede ai famosi fondi europei, partecipa, di fatto, a meccanismi decisionali che avvengono all’interno dell’Unione: “la criminalità organizzata è riuscita a utilizzare i fondi agricoli europei a scapito della popolazione locale”. I sistemi di controllo di difesa dell’Unione hanno parecchie lacune, mentre i criminali sono molto rapidi e agiscono subito: “noi stiamo sempre ad inseguire, ma bisogna riuscire a stare al loro passo”.

© mafianeindanke, 11 marzo 2020

Filippo Spiezia: ‘’La Commissione Europea vuole tagliare il bilancio operativo di Eurojust. È inaccettabile e contrario ai valori dell’UE’’


Il vicepresidente di Eurojust interviene alla conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, organizzata al Parlamento Europeo. Bruxelles, 5 febbraio 2020.

Il 5 febbraio si è tenuta a Bruxelles presso il Parlamento Europeo la conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, promossa dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli e che ha visto tra i relatori il vicepresidente di Eurojust Filippo Spiezia. Il suo intervento ha consegnato ai presenti alcuni spunti di riflessione importanti che vale la pena ripercorrere.

In apertura, Filippo Spiezia ha ricordato l’operazione investigativa Pollino, anche nota come ‘’European ‘ndrangheta Connection’’, che ha portato nel 2018 all’arresto di 90 persone e ha prodotto una delle più efficaci risposte sul piano giudiziario portate avanti a livello europeo contro organizzazioni mafiose. In particolare, ha elogiato l’operato del collega tedesco Uwe Mühlhoff, procuratore di Duisburg presente anch’egli alla conferenza in veste di relatore. Spiezia parla di un importante percorso professionale portato avanti insieme a Mühlhoff, di cui loda l’impegno e il coraggio, e grazie al quale si è concretizzato in un’asse operativo tra Italia e Germania di fondamentale importanza.

Il vicepresidente di Eurojust ha presentato in anteprima alcuni dati che sono il frutto del lavoro dell’agenzia per l’anno 2019, sottolineando l’importanza di farlo in una sede come quella del Parlamento Europeo, dove può rivolgersi direttamente al potere politico per fornire delle valutazioni ed indicare alcuni possibili percorsi da intraprendere. Spiezia, infatti, sostiene che sia necessario trovare nuove soluzioni per contrastare le mafie in Europa nel contesto di una rinnovata strategia. Nella sua analisi un valido punto di partenza rimane ‘’la nuova strategia dell’UE per il nuovo millennio contro il crimine organizzato’’ del maggio 2000 (C:2000:124:TOC), che presenta una straordinaria attualità ed efficacia, oltre ad alcuni punti programmatici importanti che non sono ancora stati attuati. Bisogna quindi ripartire da questo documento, che conteneva importanti capisaldi per il contrasto del crimine organizzato, e valutare le necessarie integrazioni.

Ma che cosa intendiamo, quando parliamo di criminalità organizzata e mafia? Al momento, specifica Spiezia, non abbiamo una definizione giuridicamente condivisa di cosa sia la criminalità organizzata, né abbiamo una definizione internazionalmente valida sul piano giuridico del concetto di mafie. È vero, la Convenzione di Palermo del 2000, art.2(a) definisce il gruppo criminale organizzato: ‘’gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati […] al fine di ottenere […] un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale’’. Ma questo è un concetto più frutto di dottrina che di definizione giuridica. L’associazione di tipo mafioso, invece, è un reato previsto dal legislatore italiano tramite la legge Rognoni-La Torre (art.416-bis del Codice penale) del 1982, e risponde ad una precisa connotazione.

‘’Il dato che ci riguarda è che non esiste una perfetta equivalenza tra criminalità organizzata e criminalità mafiosa. La mafia è una forma di criminalità organizzata, ma non tutta la criminalità organizzata è mafia’’, dichiara Spiezia.

Sul piano pratico, la maggiore differenza è data dalla stabilità del progetto criminale: le mafie sono caratterizzate dalla loro vocazione ad esercitare una forma di antistato all’interno dei territori e delle comunità sociali, per effetto della forza di intimidazione (che è parametro normativo del 416-bis). Sta qui la radice del problema: la vocazione delle organizzazioni mafiose a portare avanti un progetto criminale stabile nel tempo. Questo ha fatto sì che le organizzazioni mafiose conoscessero una loro evoluzione, a partire dai territori di origine per arrivare poi in altre regioni d’Italia e all’estero.

Spiezia passa dunque ad analizzare i dati Eurojust, e sottolinea come l’azione dell’agenzia sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Tra il 2018 e il 2019, in particolare, Eurojust ha aumentato la sua operatività del 17%, fornendo supporto in ben 8000 indagini per fatti di criminalità transnazionale (2019).

Osservando i dati giudiziari dell’organismo, però, si nota come il crimine organizzato di tipo mafioso non sia considerato nelle aree prioritarie di azione dell’Unione Europea. È indubbiamente presente nei dati giudiziari di Eurojust ma non è formalmente classificato tra le aree prioritarie perché non rientra nei parametri di classificazione considerati nei documenti ufficiali dell’Unione. Paradossalmente, dunque, il fenomeno mafioso non è considerato una priorità. Per quale motivo?

Innanzitutto, c’è un problema di inquadramento per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni di tipo mafioso al di fuori dei territori di origine. La Corte di cassazione italiana fornisce due inquadramenti differenti, apparentemente in contrasto. Il primo orientamento richiede la ‘’prova che quell’organizzazione abbia avuto la capacità di esercitare il controllo mafioso sul nuovo territorio di sviluppo. L’altro orientamento sostiene che non sia necessario provare la proiezione dell’intimidazione mafiosa sul nuovo territorio se c’è l’evidente collegamento con la madrepatria’’. Per dirimere il conflitto interpretativo, il 17 luglio del 2019, il Presidente della Cassazione di si è espresso in merito, sostenendo che il problema riguardasse unicamente la ‘’prova del metodo mafioso’’. Per le mafie di nuova creazione, che si costituiscono al di fuori dei centri originari di appartenenza, occorre che la nuova cellula sia in grado di manifestarsi ed esprimersi come cellula mafiosa, quindi va trovata sul territorio la proiezione della mafia. Al contrario, per gli aggregati che sono la manifestazione di cellule già esistenti in madrepatria non c’è bisogno di andare a provare che sul territorio di arrivo c’è una nuova cellula mafiosa.

Si veda ad esempio l’operazione Pollino: per i mafiosi che si recano a Duisburg – o più in generale per affari in Germania e in Olanda – non c’è la necessità di provare che si è formata una nuova cellula mafiosa. Basta sapere che il soggetto mafioso attivo a Duisburg è appartenente ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso – la ‘ndrangheta – che è già provato sia esistente in Calabria.

C’è, poi, un problema di emersione del fenomeno a livello europeo. Ciò, secondo Spiezia, dipende innanzitutto dall’approccio delle mafie operanti all’estero. Queste sono sempre più silenti, orientate agli affari e all’acquisizione dei mercati. Spesso non riproducono all’estero quelle forme di intimidazione e violenza che utilizzano nel contesto di origine. Portano, invece, ‘’un volto più spendibile’’. Quindi è difficile percepirle, a meno che non ci sia un contrasto con altri gruppi criminali attivi sul territorio che portano a situazioni in cui – si veda il caso di Duisburg – le mafie mostrano nuovamente il loro volto violento, perché c’è nuovamente in gioco il controllo e l’egemonia sul territorio.

L’emersione del fenomeno, poi, è bloccata anche dalle mancanze e disomogeneità del quadro legale a livello europeo. Oggi viene utilizzato uno schema normativo – la decisione quadro del 2008 relativa alla lotta alla criminalità organizzata (DQ 2008/841/GAI) – che è totalmente inadeguato. Non bisogna avere una fattispecie di mafia in ambito europeo, ma è necessario avere una normativa che rifletta il modello di business di queste organizzazioni criminali, che rispecchi quello che fanno oggi i gruppi criminali organizzati in ambito europeo. È fondamentale considerare il loro carattere transnazionale. Oggi, sottolinea energicamente il magistrato, è necessaria una normativa rilevante a livello europeo che consideri questa transnazionalità e che, su questa base, consenta di aggravare il trattamento sanzionatorio. È un vuoto normativo che va colmato, così come quello che riguarda i collaboratori di giustizia. Il vicedirettore di Eurojust sottolinea come spesso si ricorra a soluzioni creative perché non ci sono gli strumenti adeguati a svolgere il proprio lavoro efficacemente. C’è poi senz’altro bisogno di un organismo di gestione – in chiave europea e centralizzata – dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. Secondo i dati dell’UE solamente l’1% dei proventi è sottratto al crimine organizzato. Se vogliamo vincere la lotta alle mafie questa è una tendenza che va invertita.

La riflessione più accalorata e sentita, però, riguarda le condizioni di lavoro di Eurojust. Il prezioso lavoro dell’agenzia europea di coordinamento giudiziario è in pericolo a causa di importanti tagli di bilancio.

Spiezia, a tal proposito, lancia un vero e proprio appello alle istituzioni europee: ‘’si faccia attenzione a depotenziare la capacità operativa dell’organismo di coordinamento contro le organizzazioni mafiose (Eurojust n.d.r.). Noi stiamo combattendo il problema del multifinancial framework. Sapete che cos’è? Sono i tetti del bilancio che vengono stabiliti per determinare le allocazioni del bilancio per gli anni successivi. Noi abbiamo un bilancio operativo di Eurojust che per quest’anno è di 41 milioni di euro. La proposta della Commissione Europea per gli anni a venire è di 33 milioni di euro. Questo significa che, secondo le previsioni della Commissione Europea, noi possiamo chiudere le porte. Questo si chiama effetto ‘shutdown’, che io non posso accettare come magistrato e come rappresentante delle istituzioni. Il fatto che i rappresentanti della Commissione – che per la prima volta siedono al collegio di Eurojust – sostengano questa proposta non è rispettoso dei valori su cui è fondata l’istituzione europea’’.

Il magistrato italiano riafferma dunque il bisogno di rafforzare il coordinamento giudiziario a livello europeo e l’operatività di Eurojust. Critica la talvolta anomala scelta da parte delle istituzioni europee nell’allocazione delle risorse. Fa l’esempio di altre agenzie di law-enforcement che vengono rafforzate in maniera forse spropositata, come Frontex, che verrà potenziata tramite l’assunzione di 10000 persone nei prossimi anni, con lo scopo di creare una guardia costiera operativa e non solo più di supporto agli Stati membri. Sottolinea poi l’inevitabile complessità della macchina burocratica europea, dove c’è un problema rispetto alla coerente trasmissione di informazioni. Per quel che riguarda Eurojust, Spiezia ricorda che quando il commissario UE alla Giustizia ha scoperto della difficile situazione economica e finanziaria dell’agenzia non sapeva di cosa si stesse parlando, perché a conoscenza dei fatti era invece un’altra sezione dell’UE (DG HOME). L’UE deve dunque rivedere le proprie priorità, eliminando le disfunzioni e potenziando le azioni. Non basta distribuire le competenze, bisogna anche affiancarvi un adeguato supporto e risorse sufficienti.

Quindi – tramite l’introduzione di nuovi strumenti, il rafforzamento delle strutture operative e la revisione del quadro normativo – la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso va inclusa tra le priorità dell’UE alla luce di una nuova strategia.

In chiusura della conferenza, Spiezia esprime l’augurio che le autorità politiche presenti colgano le esigenze e le istanze presentate dai relatori per farsi poi promotori di un’iniziativa che raccolga consenso e porti ad una proposta di direttiva per una nuova normativa europea sulla criminalità organizzata.

Dusan Desnica © mafianeindanke, 20 febbraio 2020

Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg: “La ‘ndrangheta in Germania e in Europa non lavora da sola: collabora con tutti i gruppi criminali”


Durante una conferenza al Parlamento Europeo lo scorso 5 febbraio 2020, organizzata dall’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, il Procuratore di Duisburg Uwe Mühlhoff ha presentato i risultati dell’azione investigativa Pollino, che ha portato il 5 dicembre 2018 all’arresto di 90 soggetti in tutta Europa e in Sud America. L’operazione, conosciuta anche con il nome di “European ‘ndrangheta Connection” è il risultato di una collaborazione investigativa tra Italia, Germania e Paesi Bassi, formalmente uniti nel cosiddetto JIT (Joint Investigation Team).  

Il JIT Pollino iniziò a prendere forma già nel 2014 quando le autorità olandesi si resero conto di uno strano movimento di cittadini italiani di origini calabresi che si stavano raggruppando al confine tra Germania e Paesi Bassi aprendo bar e caffè. Così le autorità olandesi cominciarono a cercare collaborazione, prima in Germania e subito dopo in Italia. Il JIT venne formalmente istituito il 18 ottobre 2016, grazie al supporto fondamentale di Eurojust. La collaborazione risultò fin da subito fruttuosa, perché alcune delle famiglie attive sul territorio olandese e tedesco erano le stesse: le ormai famose famiglie di San Luca, cuore pulsante della ‘ndrangheta in Calabria.

Prima della creazione del JIT era impossibile portare avanti indagini trans-nazionali in modo produttivo, poiché non c’era nessun tipo di collaborazione tra le forze di polizia dei vari paesi europei. Ecco dove il JIT ha cambiato le cose: ha permesso a tutti i protagonisti in campo di ricevere le giuste informazioni e il giusto supporto, non senza difficoltà. Il procuratore Mühlhoff ricorda un fatto chiave: dopo la formazione del JIT arrivarono presso la procura di Duisburg due rogatorie da parte della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria. Ebbene queste rogatorie erano, in un primo momento, incomprensibili per gli investigatori tedeschi che mancavano di conoscenze pregresse e formazione: “c’erano così tanti nomi” dice il procuratore, “e tutti ci sembravano uguali: tutti questi Giorgi, Pelle, e le così tante allusioni a casi passati che non conoscevamo, non avevamo le informazioni di background e all’inizio ci siamo chiesti: ma di cosa stanno parlando?”. Il procuratore fa notare come il DNA di un imputato che fu trovato sulla scena del delitto della “Strage di Duisburg” coincideva con quello di un sospettato nell’indagine Pollino: è quindi chiaro che ci siano collegamenti rilevanti tra la mattanza di Ferragosto del 2007 e la più recente operazione. Il procuratore Mühlhoff ci tiene a specificare che “le famiglie coinvolte nella Strage di Duisburg sono ancora attive e presenti in quelle zone” curioso è il fatto che, a soli cinquanta metri dal Tribunale Locale di Duisburg, ci sia un bar gestito proprio da una di quelle famiglie, in cui tutti i giudici prendono regolarmente il caffè.

Un problema che viene sottolineato dal procuratore Mühlhoff è la mancanza di personale per quanto riguarda le inchieste sulla criminalità organizzata in Germania, in particolare di stampo mafioso: l’attenzione della polizia è molto alta, per esempio, contro il terrorismo, ma le squadre d’azione che si occupano di mafia sono molto poche. Nel caso specifico della procura di Duisburg ci sono dai 10 ai 15 agenti che lavorano nel gruppo che contrasta la criminalità organizzata, ma si occupano contemporaneamente anche di Bikers, Gang e Clan Arabi. In questo senso è stato fondamentale l’apporto della BKA, la polizia federale tedesca, che si è resa disponibile a lavorare sul caso.

La Procura di Duisburg ha aperto l’indagine nell’agosto del 2016 dispiegando inoltre agenti sotto copertura e SWAT, con un sistema speciale di intercettazioni, controllo delle auto e indagini finanziarie. “All’inizio pensavamo che la ‘ndrangheta lavorasse da sola” spiega Mühlhoff, “invece non è così: collabora con tutti i gruppi criminali – Turchi, Albanesi, Marocchini – i 58 imputati nell’indagine tedesca provengono da un totale di dieci differenti nazioni. Lavorano insieme: cooperano dovunque ci sia da guadagnare”. E le attività criminali non si limitavano solo al traffico di droga, ma anche al supporto di membri delle famiglie criminali e al riciclaggio di denaro sporco attraverso il settore della ristorazione

Una parte importante dell’indagine è stato il controllo di 195 numeri di telefono che hanno prodotto migliaia di pagine di intercettazioni, oltre che la decodifica di alcuni telefoni Blackberry ed EncroChat (applicazione di messaggistica istantanea che utilizza particolari protocolli di sicurezza). La polizia tedesca ha avuto anche la possibilità di sorvegliare delle auto ma – come denunciato da mafianeindanke quasi un anno fa – è stata scoperta dagli imputati, anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie: le auto di ultima generazione di Mercedes, BMW e Volkswagen inviano una notifica al telefono del proprietario nel momento in cui l’auto viene aperta, e le compagnie automobilistiche si sono rivelate restie a collaborare con la giustizia. La sorveglianza però si fermava qui, perché in Germania è praticamente impossibile ricevere l’autorizzazione a condurre intercettazioni ambientali all’interno di case private e uffici. Il dispiegamento di forze ha permesso comunque di avere agenti sotto copertura all’interno di gruppi turchi che facevano affari con la ‘ndrangheta e riuscendo anche a pedinare un imputato fino in Sud America dove stava chiudendo una partita di cocaina che sarebbe stata poi trasportata in Europa attraverso i porti di Gioia Tauro in Italia e quelli di Amsterdam, Rotterdam e Anversa nel Nord dell’Europa. Ma non solo i porti sono sotto il controllo dei clan: la loro influenza arriva anche agli aeroporti. È questo il caso di una partita di 25 kg di cocaina trasportati da Bogotà a Miami e da Miami all’aeroporto di Amsterdam attraverso un carico di rose. “La cosa importante in questo caso” continua Mühlhoff, “è che non sempre i clan di ‘ndrangheta hanno il controllo diretto sui porti e sugli aeroporti, ma entrano grazie ad altri gruppi criminali”.

Il procuratore fa notare, inoltre, come l’azione degli organi di giustizia sia sempre troppo lenta nei confronti dei clan: “appena arrestavamo un membro importante del clan, nel giro di qualche settimana c’era già qualcuno a sostituirlo, continuando le attività criminali”. Un altro dei problemi che la polizia tedesca riscontra è il fatto di non poter seguire i movimenti delle auto attraverso il numero di targa: in Germania è illegale entrare in possesso di questi dati. Un’altra questione posta dal procuratore di Duisburg è la mancanza di un database nazionale: essendo la Germania una Repubblica Federale, ogni Land ha le proprie regole e soprattutto la legge sulla protezione dei dati è molto restrittiva e non permette di conservare dei dati sensibili per più di sei mesi.

Sul lato operativo le difficoltà erano molteplici: può sembrare banale ma la traduzione dei documenti è uno di questi. Dall’Italia arrivavano ordinanze di custodia cautelare di oltre mille pagine in cui si descrivevano minuziosamente tutte le prove, questo ha significato uno stanziamento di oltre 1.25 milioni di euro da parte della Procura di Duisburg solo per le traduzioni. “È più importante avere un buon traduttore piuttosto che dieci investigatori” fa notare Mühlhoff che sottolinea inoltre come lo scambio di documenti tra le varie procure sia ancora troppo complesso e lento. Un’ulteriore riflessione fatta dal procuratore si concentra sulla questione delle diverse leggi che ogni paese ha adottato: ognuno fa quel che può con quello che ha, è quindi stato fondamentale il lavoro di mediazione da parte di Eurojust. Mühlhoff inoltre ricorda come in Italia, i procuratori che si occupano di queste cose, sono molto spesso minacciati e costretti alla scorta e ad una vita di privazioni: “mi sento fortunato a non averne bisogno” dice il procuratore. In Italia, per quanto riguarda la confisca dei beni, c’è l’inversione dell’onere della prova, in Germania invece sono ancora gli investigatori che devono provare che i beni derivino da attività criminali.

Un altro caso curioso testimoniato da Mühlhoff è stata la confisca di 3,5 tonnellate di cocaina ad Anversa: seguendo un imputato in Guyana la procura di Duisburg era riuscita a rintracciare un carico di cocaina diretto ad Anversa, fatto presente il caso alla polizia belga si è riusciti a confiscare la droga all’interno di un’imbarcazione. Le autorità di polizia, per cercare di incastrare chi aveva comprato quel carico di cocaina, hanno inviato la nave al porto di Anversa con della polvere bianca simile alla cocaina, ma la polizia belga non era sul posto quando il gruppo criminale è andato a ritirare la droga, perché? Perché era sabato, e non c’erano squadre disponibili nel weekend.

Un altro elemento importante per la buona riuscita dell’operazione Pollino è stata la possibilità, da parte della Procura di Duisburg, di poter interrogare un collaboratore di giustizia italiano che aveva informazioni sulla Germania. Ecco quindi che Mühlhoff conclude tracciando le linee guida per il futuro: “serve perseveranza, motivazione e la capacità di imparare e adattarsi ad ogni situazione: abbiamo imparato tanto da questa indagine e continueremo a farlo. Indagini trans-nazionali possono aiutare qualora ci siano dei deficit nazionali” continua, “le mafie come la ‘ndrangheta non lavorano da sole, sono un world wide web di organizzazioni criminali. Il puzzle può essere risolto solo lavorando insieme, magari non avremo tutti quanti i pezzi ma insieme possiamo avere abbastanza informazioni per capire. Nel futuro avremo bisogno di molta più collaborazione europea, non di meno”.

Simone Laviola © mafianeindanke, 20 febbraio 2020

CHANCE – una rete europea per la lotta contro la criminalità organizzata


La mafia non conosce limiti. Agisce a livello transnazionale. Non solo nel traffico di stupefacenti, nel traffico di generi alimentari contraffatto, nel riciclo di denaro, nella tratta di esseri umani ed in molti altri campi. Le frontiere statali e i confini delle organizzazioni non hanno alcuna importanza, sono anzi d’aiuto.

I suoi avversari hanno ancora molte difficoltà ad agire a livello internazionale e a cooperare al di là dei confini nazionali. L’operazione Pollino nel dicembre 2018 è stata la prima indagine europea non limitata alla semplice assistenza giudiziaria – cfr. i molti contenuti della newsletter di mafianeindanke. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Per esempio, ad oggi non esiste ancora un protocollo sistematico per gli interrogatori di testimoni al di là delle frontiere nazionali. In questo caso è necessaria un intervento politico e delle autorità competenti. Questa è una delle tante richieste di mafianeindanke.

Anche il settore civile ha molte difficoltà nell’organizzare un cooperazione sistematica a livello internazionale nella lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Il bisogno di una legislazione adeguata viene articolato generalmente solo a livello nazionale e le singole organizzazioni sono troppo deboli per essere ascoltate a livello europeo, dove hanno origine più di due terzi delle leggi nazionali, soprattutto se non si ha una buona rete di contatti come la fondatrice di mafianeindanke ed ex europarlamentare Laura Gavarini.

La situazione ora dovrebbe cambiare. Già avevamo annunciato a dicembre mafianeindanke fa parte di una rete di organizzazioni anti mafia, lanciata da Libera Internazionale. Durante l’ultimo fine settimana di febbraio attivisti di varie organizzazioni anti mafia da dieci paesi europei si sono incontrati a Bruxelles, per accordarsi su un programma politico comune e sul nome del progetto.
CHANCE – Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe
Già la prima operazione della nuova rete di coordinazione ed azione è di importanza non indifferente. Il 3. aprile CHANCE presenterà la sua agenda politica alla Commissione Europea e ad alcune persone chiave del parlamento europeo uscente. Il programma include 13 punti – da miglioramenti nella lotta al riciclaggio di denaro, la protezione di testimoni e giornalisti, la confisca di proprietà mafiose e il loro possibile utilizzo da parte dalla società civile fino ad un cambio di strategia nel traffico di droga. Una delle massime priorità di CHANCE riguarda la richiesta di istituire un “tavolo rotondo” o “conferenza permanente” per la collaborazione sistematica tra la società civile e le autorità competenti.

Quest’ampia agenda politica è stata elaborata duranti gli incontri dei membri della rete e finalizzata durante un incontro di tre giorni con consulenti professionali. Il primo giorno, un esperto nell’ambito “Home Affairs”– anche esperto nel campo negli affari interni della Commissione Europea, ha messo a disposizione il suo know-how. Il secondo giorno CHANCE ha avuto modo di consultare un ex pubblico ministero italiano, che è ben informato sullo stato attuale del discorso anche a livello europeo sulla legislatura anti mafia.

Maggiori dettagli sull’agenda politica di CHANCE e sull’incontro del 3. Aprile 2019 nella prossima newsletter.

La ‘ndrangheta in Baviera


L’Operazione Pollino del 5 dicembre scorso ha portato a 84 arresti tra Paesi Bassi, Belgio, Germania, Lussemburgo e Italia. In Germania si è concentrata sul Nordreno-Vestfalia, ma ci sono state anche perquisizioni anche in Baviera, anche se non hanno portato ad arresti. In particolare sono state effettuate presso la pizzeria Calabrone nel Riem-Arcaden, in due appartamenti a Riem e Daglfing e in tre edifici in Baviera.

Ogni anno in Baviera si svolge una media di 80 indagini riguardanti la criminalità organizzata e si stima che siano circa altrettante le persone affiliate alla ‘ndrangheta, anche se il numero è in aumento; il Ministero dell’Interno bavarese un anno fa ha constatato inoltre che la ‘ndrangheta in quel territorio ha dei legami con la mafia pugliese della Sacra Corona Unita.

Per fare un esempio concreto, solo nel periodo tra il 2008 e il 2011 sono stati sequestrati dalla polizia bavarese circa 320.000 euro di beni.
Del resto la mafia in Baviera è presente già dagli anni Settanta, concentrata non solo su Monaco di Baviera e l’Alta Baviera, ma anche
nelle zone di Augusta, Kempten, l’Allgäu e Norimberga.

Già nel dicembre 2017 la deputata dei Verdi Katharina Schulze aveva sottoposto il problema al parlamento. Nel corso del 2018 sono stati
effettuati principalmente due arresti: l’arresto di Alessandro G. nell’ambito dell’Operazione Stige del 9 gennaio 2018 e l’arresto il
13 febbraio di Vincenzo M.,ricercato dall’ottobre 2017 per tentata estorsione e affiliato al clan Gallico.
Quest’ultima azione da parte della polizia bavarese è stata svolta
con il coinvolgimento dei carabinieri della città calabrese di
Palmi, i quali avevano monitorato gli spostamenti dei membri della
famiglia del ricercato.

Un altro elemento del clan Gallico, Emanuele C., è stato arrestato a Saarbrücken, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria con l’aiuto della polizia tedesca.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.