Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

L’uccisione di Jan Kuciak: un nuovo attacco alla libertà di stampa


Nell’ultimo periodo di campagna elettorale, in Italia si è preferito continuare a parlare di tutto fuorché del problema della criminalità organizzata sia nel territorio che all’estero. Eppure, come ha osservato il Procuratore Gratteri, anche dopo la strage di Duisburg dell’agosto 2007, la mafia calabrese ha continuato pressoché indisturbata con i suoi affari, spesso in una zona grigia tra legalità e illegalità.

Lo dimostra il retroscena del recente attacco durissimo alla libertà di stampa, che segue di pochi mesi l’uccisione di Daphne Caruana Galizia: domenica 25 febbraio il giornalista slovacco di ventisette anni Jan Kuciak e la fidanzata Martina Kusnirova sono stati trovati morti nella loro abitazione a Velka Makva (65 km da Bratislava). Come la giornalista maltese, Kuciak si era occupato dei Panama Papers.

In Slovacchia un evento del genere ha suscitato un notevole trauma, in particolare tra la società civile, perché nessun giornalista d’inchiesta finora era stato ucciso nel Paese. Fin dai giorni successivi al suo assassinio, la testata online Aktuality.sk presso cui lavorava pareva non avere dubbi sui legami tra l’uccisione del collega e la mafia: a tutt’oggi campeggia la scritta “ndrangheta” sulla home del sito internet e il titolo “mafia italiana in Slovacchia”.

Le indagini di Kuciak negli ultimi tempi miravano a fare luce sui rapporti tra la ‘ndrangheta, la politica slovacca e il mondo imprenditoriale: già un anno fa la tensione era avvertibile da più lati, sia per le minacce che il giornalista ha ricevuto da parte dell’imprenditore Marian Kocner – denunciate, ma senza alcun esito – sia per la richiesta di dimissioni che centinaia di manifestanti fecero al ministro degli Interni Robert Kalinak, considerato vicino al costruttore del Five Star Residence Ladislav Basternak. Sulla vicenda di questi appartamenti di lusso probabilmente finalizzati alla frode fiscale, Kuciak ha pubblicato un articolo non subito ma solo il 9 febbraio. Nonostante ciò, il suo lavoro d’inchiesta non si è mai fermato: il giornalista, infatti, è stato ucciso poco prima della pubblicazione di questo articolo, in cui era arrivato a completare la rete dei collegamenti tra la politica e gli attori delle truffe a danno dei fondi europei. Del resto, una delle attività tipiche della ‘ndrangheta all’estero è proprio il riciclaggio di denaro in attività a prima vista legali.

In particolare nell’Est Europa la mafia calabrese si è insediata nel tessuto economico a partire dalla caduta del Muro di Berlino, approfittando delle nuove possibilità di investimento: in Slovacchia intorno agli affari in campo agricolo ruotano le famiglie delle ‘ndrine emigrate da Bova Marina e da Africo Nuovo. L’ultimo articolo di Kuciak costituisce uno dei pochi tentativi di approfondimento di questo fatto e riguarda in parte l’utilizzo di fondi UE dei settori dell’agricoltura e del fotovoltaico: le suddette famiglie si sono appropriate di più di otto milioni di euro slovacchi solo nel 2015-16, sei milioni per le energie alternative e due miliardi UE per lo sviluppo rurale (2014-2020).

La politica slovacca è entrata in una vera e propria crisi a seguito di queste uccisioni e dell’emergere di una fitta rete di corruzione all’interno del partito al governo (Smer-SD). Non ultimo, la consigliera del premier in carica Fico, Maria Troskova, nel 2011 con la GIA Management è entrata in affari con Antonino Vadalà, imprenditore in ambito fotovoltaico di cui Kuciak nel suo ultimo articolo ha individuato i rapporti con la ‘ndrangheta. La ex modella si è dimessa a seguito dell’uccisione del giovane giornalista, allo stesso modo di Viliam Jasan, segretario del Consiglio di sicurezza. Quest’ultimo era stato titolare della Prodest – agenzia di sicurezza privata – nel 2016 proprio con il cugino di Vadalà Pietro Catroppa e fu lui a introdurre la Troskova in politica (era la sua assistente parlamentare) tramite una conoscenza in comune mai rivelata ma oggi piuttosto chiara. La crisi politica della Slovacchia non si è placata dopo le dimissioni di Troskova, di Jasan e del ministro della Cultura Marek Madaric: l’opposizione chiede anche le dimissioni di Kalinak e del presidente della polizia Tibor Gaspar.

Vadalà è stato arrestato insieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa, ai quali sono stati aggiunti altri quattro uomini noti come Sebastiano V., Diego R., Antonio R. e Pietro C. Tutti sono stati rilasciati dopo 48 ore, una volta scaduti i termini di custodia cautelare, dal momento che non sono state raggiunte prove sufficienti per confermare l’arresto.

L’uccisione di Jan Kruciak e della sua compagna pone in evidenza, oltre al problema in sé della ‘ndrangheta in Europa, la necessità di ulteriori strategie che dovrebbero essere intraprese a livello europeo. Il parlamentare europeo Sven Giegolg sostiene che una FBI europea potrebbe essere un passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata e alle altre forme di violazione dei diritti. Dal Parlamento europeo è stata inviata una delegazione a Bratislava, mentre una immediata reazione è venuta dalla società civile, che venerdì 2 marzo ha manifestato silenziosamente (circa 25000 i partecipanti) per le strade della città; al corteo sono intervenuti alcuni giornalisti e il Presidente della Repubblica Andrej Kiska, il quale nei giorni scorsi si è dimostrato a favore di elezioni anticipate nel caso in cui non vengano raggiunti accordi per un rimpasto di governo. Il premier Robert Fico ha minimizzato le forti critiche di coloro che sono scesi in piazza governo slovacco riconducendole a un presunto interesse del partito di opposizione a scardinare ulteriormente la credibilità del suo governo: possiamo dire che al momento il governo slovacco non sembra avere intenzione di rispondere all’appello di Kiska di reagire alla crisi di fiducia che si è aperta.

Il fascino degli strumenti di pagamento virtuali


Quando parliamo di riciclaggio, non possiamo non tener conto della recente e straordinaria diffusione della criptovaluta virtuale[1] e le sue implicazioni. La domanda che sorge spontanea è: questo strumento danneggia la lotta al riciclaggio di denaro e alla criminalità organizzata? I bitcoin [2]non sono né emessi né garantiti da una banca centrale come avviene nel caso del denaro tradizionale: proprio questa struttura decentralizzata e le transazioni preudoanonime della criptovaluta la rendono attrattiva, quindi, non solo per fruitori legittimi ma anche per gruppi criminali. Il ‘denaro virtuale’ ha un valore concordato tra le parti, sulla base della legge della domanda e dell’offerta, ed è scambiato direttamente tra un utente e l’altro. Il venir meno del bisogno di intermediari, primi tra tutti le banche tradizionali, ha posto il problema di chi oggi ha il compito di segnalare alle autorità competenti le attività o transazioni sospette. Sia diversi istituti internazionali che si occupano di misure antiriciclaggio, sia le autorità europee parlano della necessità di una strategia di prevenzione per contrastarne l’abuso. A tale proposito, sono state proposte una serie di modifiche della quarta Direttiva europea antiriciclaggio, pubblicata nel maggio 2015 e avente come quadro di riferimento il rafforzamento della lotta contro il finanziamento del terrorismo. Tra le modifiche proposte dalla Commissione europea c’è quella di far rientrare nel campo d’applicazione della direttiva antiriciclaggio almeno le piattaforme di scambio di valute virtuali (gli organismi di exchange) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale (custodian wallet provider).

Lo scopo è quello di identificare, perseguire, ma soprattutto prevenire reati finanziari che implicano l’uso di criptovalute virtuali. La sfida in questo senso è implementare una pratica normativa che rimanga favorevole all’innovazione, nel rispetto dei diritti fondamenti dei singoli – compresa la protezione dei dati e le libertà economiche -, che non si riveli quindi una regolamentazione restrittiva tout court. A tale proposito, secondo le raccomandazioni stilate ad inizio 2017 al termine del progetto di ricerca BITCRIME, finanziato dal Ministero tedesco dell’educazione e della ricerca (BMBF), l’integrazione di criptovalute virtuali nel metodo classico di prevenzione del riciclaggio di denaro è considerato inadeguato, oltre che impattare negativamente sugli utenti legittimi. È auspicabile pertanto una regolamentazione obbligatoria ad hoc, ad esempio basata su liste nere delle transizioni, finalizzata a prevenire lo scambio di criptovalute della lista nera in valute reali o beni e servizi reali. Tale regolamentazione deve essere uniforme a livello europeo ma dovrebbe puntare fin da subito ad una più ampia e condivisa cooperazione internazionale; questo per due motivi: il primo, per evitare strategie di elusione, il secondo per ovviare ad effetti di spostamento dal mercato europeo. Sempre tra gli obiettivi a breve termine, rimane quello di uniformare la punibilità dei reati connessi alla criminalità informatica.

Sebbene i flussi finanziari complessivi in criptovaluta risultino ancora modesti rispetto a quelli globali, l’evoluzione di questa tecnologia (cosiddetta del blockchain) sta aprendo scenari inediti, offrendo sia nuove opportunità che rischi. Le criptovalute permettono di pagare da qualsiasi parte del globo in tempi ridotti, in modo sicuro e senza lo scambio di informazioni sensibili, oltre al fatto che per aprire un conto in criptovaluta, il cosiddetto ‘wallet’ bastano pochi minuti. La necessità di capirne la natura tecnica e limitarne, quindi, le implicazioni criminali non deve essere percepita come contrario all’utilizzo di criptovalute virtuali in sè (lo stesso discorso vale per l’utilizzo del web, in questo caso del dark web, che ha influenzato pesantemente il mondo criminale ma non per questo si nega la natura rivoluzionaria di internet), anche se c’è il rischio di  ostacolare lo sviluppo di questo strumento in nome della lotta all’uso criminale della criptovaluta. La nascita e diffusione del bitcoin, infatti, rappresenta una sfida al sistema bancario tradizionale, in particolare critica alla base la politica monetaria attuata dalle Banche Centrali, e mette al centro l’intera community degli utilizzatori.

Come sottolineato da più voci, il futuro della criptomoneta virtuale (NB: non la sua esistenza) varierà a seconda dello sviluppo legislativo in materia da parte degli stati e degli organi internazionali/sovranazionali. Per ora ogni paese inquadra la criptovaluta virtuale nel proprio ordinamento in modo differente (si veda il caso della Cina e della Corea del Sud che hanno dichiarato di volerne limitare pesantemente l’utilizzo) e le norme in materia sono in continua evoluzione. In particolare, le misure adottate e quelle che verranno proposte per prevenire e contrastare il rischio concreto di usi illeciti (compravendita di materiale illecito, cybercrime ed evasione fiscale), money dirtying e riciclaggio mediante criptovalute impatteranno sul futuro della criptovaluta stessa. Quello che è certo è che, mentre sulla materia aleggia ancora una forte incertezza giuridica e molti sono ancora gli ostacoli nello scambio informativo tra le forze dell’ordine e investigatori tra i diversi paesi, la criminalità organizzata si sta servendo delle più moderne tecnologie informatiche.

[1] Attualmente le criptovalute virtuali in circolazione sono più di 500; le principali dopo il Bitcoin, sono Litecoin, Ethereum, Ripple, Dash Digital Cash e Monero.

[2] Esempio di criptovaluta virtuale più conosciuta; dominio apparso per la prima volta nel 2008; solo nel 2017 ha registrato una crescita del 1000 per cento.

Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.

Come il diritto penale d‘impresa potrebbe aiutare nel contrasto alle mafie


In generale, si tendono ad associare le risorse finanziarie delle mafie con il pizzo. Ma le attività economiche della criminalità organizzata di tipo mafioso vanno molto oltre le estorsioni. I mafiosi entrano nel mercato libero come attori indipendenti (mafia imprenditoriale) o esercitano la loro influenza su imprese “normali”. Il consorzio italiano Confesercenti ha descritto la mafia come l’impresa più grande d’Italia. Anche se può sembrare un’affermazione semplicistica, in quanto pare che la mafia agisca come un’entità monolitica, illustra l’enorme potere, il puro potere di acquisto che è permesso ad un’organizzazione criminale in una società capitalistica. La mafia può infatti ,attraverso i suoi meccanismi criminali, ottenere dei vantaggi economici in un mercato concorrenziale per le imprese, in determinate circostanze. Il vantaggio imprenditoriale, ottenuto attraverso la costruzione di cartelli e collusioni con le mafie, va dunque naturalmente a svantaggio e a costo del consumatore. La stessa mafia ha d’altro canto ottenuto come azionista non solo le possibilità di influenzare l’economia, ma anche di ottenere profitti. Il metodo maggiormente diffuso è qui quello di interferire nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. I fenomeni appena descritti sono presenti ormai da anni soprattutto nel Nord Italia. Ma sempre più anche in Germania il collegamento tra l’economia legale e la mafia si sta stabilendo, in quanto i contatti personali sono qui altrettanto forti quanto l’economia.

Fino a qui, cattive notizie. È possibile allora almeno sul lato delle imprese sanzionare le infiltrazioni delle mafie, quando è già così complesso riuscire a ottenere la cattura di mafiosi e dei loro infiltrati? Qui in Germania si presenta ora una situazione particolare: non c’è ancora il diritto penale d’impresa. Perché possono essere considerati solo individui e non imprese come “corporate agents” responsabili penalmente quando fanno affari con la mafia? E inoltre, c’è ancora speranza che nel futuro questa situazione verrà risolta?

Il diritto penale in Germania è per tradizione guidato dal principio per il quale solo le azioni di individui razionali possono essere punite. Entità collettive non sono quindi punibili; societas delinquere non potest. Secondo questa argomentazione le imprese come persone giuridiche non possono decidersi per o contro un commercio legale, in quanto la rappresentazione pubblica di un gruppo è il risultato di un’aggregazione di diverse volontà e non è caratterizzata da decisioni visibili individualmente. La particolarità qui sta nel fatto che la Germania appare come un caso speciale a livello internazionale sul tema. Ciò è apparso chiaramente negli ultimi tempi nello scandalo del Dieselgate, quando la Volkswagen ha dovuto pagare grandi somme di compensazione in seguito alle accuse negli Stati Uniti, mentre la possibilità dei consumatori tedeschi di portarla a giudizio è stata notevolmente più laboriosa. Più di tutto deve stupire che le imprese nel mercato da un lato possono godere dei benefici propri di attori razionali (libertà contrattuali, entrata in Borsa, ecc.), d’altro canto non devono esercitare i loro doveri nella stessa misura nei casi di fallimento.

Accuse contro le imprese in Germania possono essere perseguite, secondo l’articolo 30 dell’OWiG, al massimo come illeciti amministrativi. Questo porta con se due svantaggi decisivi. In primo luogo, gli investigatori possono procedere secondo un “principio di opportunità” invece che di uno di legalità, in quanto non si tratta di diritto penale. Ciò significa che le autorità di controllo decidono a propria discrezione se perseguire o meno un sospetto. La conseguenza è che l’utilizzo delle misure a disposizione è molto eterogeneo. D’altra parte, il principio di legalità è caratteristica del diritto penale. Ciò ha anche elementi positivi, ma che riguardano solo la domanda del se una procedura già avviata debba interrompersi e non si occupano dell’avvio stesso di quest’ultima su un grave sospetto. Gli oneri amministrativi, che portano alla cessazione del procedimento, sono poi particolarmente alti. In secondo luogo, le sanzioni amministrative per le imprese sono limitate ad un massimo di 10 milioni di euro. Ciò che sembra essere molto è in realtà per non poche imprese “il male minore”, ed in confronto al loro fatturato è una somma di poco conto. Si possono comminare ammende contro le imprese come persone giuridiche, ma solo quando si prova un reato o illecito amministrativo del personale dirigente. Questa giurisdizione ha ormai quasi mezzo secolo. Da allora il mercato si è trasformato con ulteriori aperture e collegamenti globali. L’idea che un unico capo d’azienda sia attivo su ogni singola transazione e procedura non e’ più al passo con i tempi.

Adesso in Germania questa carenza dovrebbe essere sopperita e orientata agli standard europei. Ma adesso è comunque poco chiaro quale regolamento si voglia richiedere. La federazione tedesca dei giuristi d’impresa preferisce un regolamento che si basi su un trattamento favorevole in cambio di informazioni. In questo modo singoli lavoratori verrebbero nel futuro invogliati a scoprire pratiche illegali interne all’azienda, senza però dover incorrere in violazioni di privacy/fedeltà. Inoltre l’incentivo positivo per l’autodenuncia delle imprese con ammende “favorevoli”, fino ad arrivare ad una sorta di “libertà della sanzione”, dovrebbe portare ad una volontaria attività imprenditoriale “pulita”. Questa proposta richiederebbe solo una modifica del regolamento amministrativo e offrirebbe solo una prospettiva per un proseguimento futuro senza l’istituzione di un diritto penale d’impresa.

Di più ampio respiro è la proposta di legge del parlamento del Nordreno-Vestfalia. Essa prevede la creazione di un diritto penale d’impresa indipendente. Allora sarebbe possibile condannare le imprese della cosiddetta “irresponsabilità organizzata”. La condanna può avvenire anche se il fatto non è attribuibile a persone specifiche, ma se “l’associazione è organizzata in modo tale da essere carente nel fatto che un comportamento delinquente venga tollerato, favorito o addirittura provocato”. (Jahn, Matthias; Pietsch, Franziska. Der NRW-Entwurf für ein Verbandsstrafgesetzbuch, S. 1). Questi regolamenti hanno in comune il fatto che non abbiano l’obiettivo di portare imprese al fallimento, quanto piuttosto di dare incentivi validi per migliorare la “compliance” e l’onestà delle aziende.

Un altro strumento, supportato da tempo anche da Mafia? Nein, Danke! e.V., è il registro di trasparenza. Recentemente, il 24 giugno 2017, è stato istituito in risposta alle linee guida dell‘Unione Europea contro il riciclaggio, che richiede una lista pubblica dei proprietari effettivi (beneficial owners) dietro le persone giuridiche. Tuttavia il registro non è poi così pubblico – chi ci vuole accedere deve dimostrare un legittimo interesse – e l‘obbligo di registrazione è contrassegnato da una serie di deroghe – in tutto non cosí trasparente (per maggiori informazioni, rimandiamo al seguente articolo: clicca qui). 

A ciò il governo federale ha aggiunto nel maggio 2017 un “registro di concorrenza”, che comprende una lista di aziende macchiatesi di reati. Lo scopo del registro sarebbe quello di escludere aziende “criminose” dall’aggiudicazione di appalti, ma a livello pratico la soglia per l’entrata in questo speciale registro è tanto elevata da rischiare di far fallire l’obiettivo iniziale della prevenzione di reati imprenditoriali (per maggiori informazioni, si legga il seguente articolo: qui).

Nella sua piena efficacia questi due strumenti dovrebbero prevenire che le imprese penalmente opache possano trovare spazio nell’economia tedesca. Inoltre, avrebbero un effetto deterrente e le società avrebbero un’altra ragione per preoccuparsi della legalità dei loro business.

In definitiva, la compliance anticorruzione e antiriciclaggio dovrebbe essere coordinata, se non a livello globale, almeno a livello europeo – come promesso dalla direttiva UE. Sia gli imprenditori che gli avvocati hanno bisogno di chiarimenti. La situazione è complicata. Il reato può svolgersi per le società operanti a livello internazionale all’estero, ma le conseguenze di quest’ultimo possono solo aver effetto in Germania e viceversa. È solo con uno sforzo comune che i crimini economici dovranno essere affrontati. Le direttive UE sono un passo importante nel processo di cooperazione.

Ma tornando alla mafia: rimane la speranza che le proposte qui menzionate per la creazione di un diritto penale d’impresa, nel caso in cui diventassero legge, possano rendere più difficili le possibilità della mafia di influenzare e investire nel mercato. Se le imprese dovessero temere di venire sanzionate pesantemente per affari poco trasparenti e la creazione di cartelli, allora nel futuro saranno in grado di istituire migliori meccanismi di controllo e standard etici. Questo il calcolo: migliore la trasparenza e la compliance delle aziende, maggiore l’immunità verso influenze mafiose. Rimane problematico il fatto che le investigazioni sulla criminalità organizzata e quella sulla criminalità economica riguardano numerosi e diversi ambiti, nonostante esistano nel concreto sostanziali sovrapposizioni. Investigazioni congiunte potrebbero aiutare a contrastare il lato economico della mafia. Per il momento è necessario attendere fino a che punto, dopo le elezioni, la coalizione vincente ascolti le richieste per l’istituzione di un diritto penale d’impresa. Anche se non dovesse colpire la mafia in maniera diretta, ci sono ragioni per cauto ottimismo, che questo strumento possa almeno metterle i bastoni tra le ruote.

Siamo piacevolmente stupiti…


 

…dalla risposta alla nostra conferenza antimafia presso l’Ambasciata italiana: si sono accreditati più di 90 giornalisti ed erano in loco 12 troupe televisive che hanno prodotto numerosi comunicati e radiocronache!

Tutto è andato per il meglio, tutti gli ospiti sono stati in grado di venire (nonostante un volo cancellato all’ultimo) e uno dei nostri principali invitati, il ministro degli interni Thomas de Maiziere, non è venuto a mani vuote ma ha portato con sé due leggi entrate in vigore pochi giorni prima: in primo luogo, la legge di attuazione della decisione quadro sulla lotta alla criminalità organizzata dovrebbe portare alla criminalizzazione della partecipazione attiva in clan mafiosi, in quanto la legge dovrebbe riguardare e colpire proprio l’associazione a delinquere (la Germania attua così la decisione quadro europea sulla lotta alla criminalità organizzata del 2008). In secondo luogo, l’inversione dell’onere della prova, invocata e attesa da molti investigatori, (per la quale i criminali dovrebbero provare l’origine legale dei propri capitali) non esiste ancora in Germania, ma De Maizière ha ricordato l’attuazione di un onere della prova meno rigido, piuttosto “alleggerito”, in vigore dal 1 luglio 2017. Analizzeremo fino a che punto questo strumento sia compatibile con la lotta contro la criminalità organizzata.

Siamo rimasti stupiti anche dalle posizioni contrastanti ascoltate durante la conferenza. Un esempio: Peter Henzler, vicepresidente del BKA, ha constatato solo piccole lacune della legislazione antiriciclaggio tedesca; Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, invece, ha parlato di come l’ndrangheta non abbia bisogno di trasportare denaro in valigia verso la Germania per riciclarlo: le banche lo fanno.

Nelle prossime settimane pubblicheremo gli atti completi della Conferenza. Fino ad allora, troverete una sintesi della conferenza pubblicata dal nostro partner organizzativo il Movimento Europeo Germania sul loro sito (pagina disponibile unicamente in lingua tedesca). Inoltre, è disponibile il discorso integrale del ministro tedesco sul sito ufficiale del Ministero degli Interni (anch’esso in lingua tedesca).

Vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner nell’organizzazione di questa conferenza – l’Ambasciata Italiana a Berlino ed il Movimento Europeo Germania – così come i nostri sponsor, in particolare Barbera Caffè Germania, la quale ha offerto a noi ed ai nostri ospiti deliziosi caffè (espresso!!) e cappuccini, il bar ‘I cento Passi e il distributore di macchine per caffè espresso Caffè Sant Angelo.

Approvato il Transparenzregister dal Bundestag: un compromesso che soddisfa pochi


Il 18 maggio 2017 il Bundestag ha approvato la legge sul  “Registro di Trasparenza” (Transparenzregister) – il registro elettronico delle persone giuridiche volto a raccogliere i dati sui beneficiari effettivi (“beneficial owners”) di tali enti. Essi sono coloro che, indipendentemente dalla forma in cui sia stata intestata la proprietà dell’ente giuridico, ne godono dei benefici di proprietà.

La legge introduce nel sistema legislativo tedesco una parte della Quarta Direttiva Antiriciclaggio approvata dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nel giugno del 2015 (Directive EU 2015/849), atta a predisporre misure preventive nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (dello stesso “pacchetto” di provvedimenti fa parte il trasferimento della FIU – Financial Intelligence Unit dalla polizia criminale federale alla dogana). Il processo legislativo ha sicuramente subito un’accelerazione grazie allo scandalo dei Panama Papers, che hanno portato all’attenzione del grande pubblico – e quindi messo sotto pressione i policy makers – la questione delle società offshore, dei prestanome, delle strutture aziendali opache e a “scatole cinesi”, delle shell companies volte a nascondere l’identità della persona che detiene effettivamente il diritto sui proventi dell’ente in questione.

Il Registro, come approvato dal Bundestag, dovrà contenere i dati dei beneficial owners di tutte le entità giuridiche tedesche (imprese, fondazioni…), e sarà accessibile solo a chi – persona, autorità o altro ente – riuscirà a dimostrare un “interesse giustificato”.

Nonostante il dichiarato intento del governo federale di voler creare più trasparenza il risultato legislativo non sembra essere all’altezza di quanto promesso né di quanto richiesto dalla direttiva europea. Inutili sono state anche le sollecitazioni mosse da esperti e società civile, ultima delle quali l’intervento di Tax Justice Network, Netzwerk Steuergerechtigkeit e Transparency International all’audizione pubblica della legge presso la Commissione Finanziaria il 24 aprile 2017, a cui ha partecipato anche Mafia? Nein, danke!. L’approvazione della bozza di legge ha quindi sollevato reazioni critiche da parte delle organizzazioni promotrici della trasparenza, di alcuni schieramenti politici e da parte degli stessi Stati federali.

I punti particolarmente critici – al cui riguardo die Linke e die Gruene avevano proposto emendamenti poi non accolti – sono tre.

  1. L’accesso al registro, non libero ma arbitrariamente limitabile in quanto soggetto all’interpretazione della definizione di “interesse legittimo”. Inoltre, l’obbligo di dimostrare un interesse legittimo da parte di ONG e giornalisti potrebbe esporli al rischio di essere spiati nelle proprie attività.
  2. La definizione di beneficial owner (BO), che nella forma adottata permetterebbe di riuscire comunque a nascondere la vera identità del beneficiario effettivo e faciliterebbe l’utilizzo di strutture aziendali straniere per occultarlo.
  3. La portata stessa del Registro, che risulterebbe drasticamente limitata da alcune predisposizioni. Ad esempio, le entità giuridiche tedesche hanno l’obbligo di dichiarare il proprio BO solo quando i propri stakeholders sono controllati direttamente dal BO stesso. Nel caso di un controllo indiretto (tramite più livelli di persone giuridiche), l’obbligo di identificazione del BO decade, ed è il BO stesso ad essere sottoposto all’obbligo di auto-dichiarazione: una chiara scappatoia, che potrebbe persino violare l’ 30 della Quarta Direttiva Antiriciclaggio, che asserisce l’obbligo incondizionato di indentificare il BO.

Oltre alle voci dalla società civile, aspre critiche sono giunte dal portavoce della frazione Die Linke presso il Bundestag per le questioni di politica finanziaria Axel Troost, che in un comunicato stampa definisce il provvedimento un passo indietro rispetto agli standard europei nella lotta al riciclaggio, e in materia di legislazione antiriciclaggio colloca la Germania dietro persino la Gran Bretagna. Non solo, Trost ritiene che l’attuale configurazione del Registro possa andare a minare la stessa efficacia dell’intera legislazione antiriciclaggio tedesca.

Pare che le possibilità di un miglioramento della legge siano scarse: il compito spetterebbe al Bundesrat, ma data la situazione politica e le imminenti elezioni sembra un’ipotesi lontana.

La stessa legge modifica anche i provvedimenti riguardo l’obbligo di monitoraggio e denuncia di transazioni sospette. Il gruppo dei soggetti economici obbligati a controllare i movimenti finanziari a rischio di finanziamento del terrorismo e riciclaggio viene ampliato a coloro i quali gestiscono trasferimenti in contanti superiori a 10.000€ (la soglia precedente era di 15.000€). Il provvedimento interessa in particolare i gestori di giochi di fortuna.

Una procura europea


A marzo 2017, è stata firmata a Bruxelles una lettera di notifica al fine di chiedere l’avvio di una cooperazione rafforzata per la creazione di una Procura europea (EPPO – European Public Prosecutor’s Office). L’organo, già previsto dall’ Art. 86 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea TFUE, avrebbe lo scopo di rafforzare l’impegno degli Stati nella lotta contro i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione e tutelare così i contribuenti al bilancio dell’Unione.

Secondo la Commissione Europea (2016), ogni anno circa 50 miliardi di euro in entrate Iva vanno persi a causa di frodi internazionali (cross-border fraud). La criminalità transfrontaliera, oltre ad essere aumentata negli ultimi anni, è commessa da gruppi estremamente mobili che operano in molteplici giurisdizioni e settori.

L’EPPO, qualora fosse istituita, non sostituirebbe ma lavorerebbe a stretto contatto con l’OLAF – Ufficio europeo per la lotta antifrode – ed Eurojust – organo di cooperazione giudiziaria dell’UE. In particolare, l’OLAF oggi è l’unico ufficio abilitato a condurre indagini, seppure unicamente amministrative, a livello sovranazionale. Il valore aggiunto di una Procura europea sarebbe proprio quello di rafforzare la lotta ai reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione attraverso l’azione penale dinanzi agli organi giurisdizionali competenti degli Stati Membri.

La prima proposta della Commissione Europea per la creazione dell’Ufficio del Pubblico Ministero Europeo risale al luglio del 2013. Dopo quasi 4 anni, la scelta di proseguire attraverso la ‘cooperazione rafforzata’ (strumento previsto dai Trattati che prevede un minimo di 9 paesi) per la creazione di una Procura Europea è dovuta al fatto che i Paesi Membri non sono riusciti a trovare un accordo all’unanimità; tra i nodi, il valore oltre il quale un caso sospetto è trasmesso automaticamente al procuratore europeo.

Per alcuni quello firmato oggi si tratterrebbe di un progetto svuotato del suo contenuto innovativo iniziale, motivo per cui l’Italia non ha dato il proprio consenso, nonostante sia stata sin dall’inizio attiva sostenitrice dell’iniziativa, vedendo nella possibile Procura Europea un concreto alleato nella lotta alla criminalità organizzata. Proprio l’Italia auspica una riapertura dei negoziati al più presto per ridiscuterne gli strumenti, la struttura e la competenza; se infatti, la proposta avanzata a febbraio poteva essere giustificata dalla ricerca dell’unanimità, secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, in caso di ‘cooperazione rafforzata’, l’accordo diventerebbe ridicolo.

Per il momento i ministri della giustizia di 16 Stati Membri su 28 hanno formalmente comunicato alle tre istituzioni europee l’intenzione di dare vita alla ‘cooperazione rafforzata’, nello specifico Finlandia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Portogallo, Francia, Germania, Lussemburgo, Lituania, Spagna, Bulgaria, Romania, Grecia, Belgio, Croazia e Cipro. In caso di approvazione, un altro nodo da sciogliere sarà il finanziamento di questa nuova Procura Europea, alla luce del fatto che non tutti gli Stati Membri parteciperanno. A questo si aggiunge il problema di come verranno tutelati gli interessi finanziari dell’Unione da parte degli Stati Membri non partecipanti alla ‘cooperazione rafforzata’. Alcune soluzioni si stanno già delineando.

Alla luce di quanto descritto, sorgono spontanee le seguenti domande: siamo davanti ad una delle prime iniziative di una Unione Europea a più velocità? Constata l’assenza di unanimità in seno al Consiglio dell’Unione, l’istituzione della Procura Europea mediante ‘cooperazione rafforzata’ rappresenta l’unico rimedio possibile?

L’obbiettivo è di concludere il negoziato entro giugno, per poi passare all’approvazione del Parlamento Europeo, da tempo impegnato a ribadire la necessità di ridurre l’attuale frammentazione degli interventi nazionali di contrasto volti a proteggere il bilancio UE. A tal proposito, il Parlamento europeo ha sottolineato come la Procura Europea dovrebbe avere competenza prioritaria per i reati definiti nella proposta di direttiva relativa alla lotta contro la frode, che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale (direttiva PIF, proposta dalla Commissione Europea nel 2012), la quale dovrebbe comprendere anche l’IVA nel suo ambito di applicazione. Si attendono sviluppi anche in tal senso.

Per ora, la significativa differenza tra giurisdizioni, tradizioni giuridiche e sistemi giudiziari tra i vari Stati Membri, continua ad ostacolare e indebolire la lotta contro frodi e criminalità a danno dell’Unione, in un’era in cui sempre più reati presentano una dimensione transfrontaliera. Se l’urgenza quindi di una più efficace protezione degli interessi finanziari a livello europeo è colta da tutti gli Stati Membri, rimane per alcuni di loro il timore di un’eccessiva perdita di sovranità conseguente all’istituzione dell’organo.

Una “lista nera” federale per le imprese macchiatesi di reati economici


Il Ministero Federale dell’Economia tedesco vuole introdurre un nuovo strumento nella lotta alla criminalità economica: una „lista nera“ di imprese da escludere dagli appalti pubblici. Una mossa importante, in un Paese che ogni anno muove tra i 280 e i 300 miliardi di euro in commissioni pubbliche.

Finora queste liste sono esistite a livello regionale, mentre da adesso verrà istituita una banca dati centrale a livello federale. Al suo interno verranno raccolti i nomi delle imprese che sono state giudicate penalmente responsabili di svariati reati economici, dalla corruzione all’evasione fiscale. Per una lista completa dei reati rilevanti, si clicchi qui.

Per entrare a far parte della “lista nera” servirà quindi o una condanna penale, oppure una condanna a sanzione per un minimo di 2.500 euro. I committenti pubblici saranno tenuti a loro volta a consultare tale lista per appalti di valore superiore ai 30.000 euro, per decidere se escludere da appalti pubblici e commissioni le aziende registratevi. Infatti, a livello tecnico, l’esclusione di un’impresa dall’appalto non è conseguenza diretta della sua iscrizione al registro, anche se le intenzioni del Ministero dell’Economia vanno in questa direzione.

Una volta iscritta alla “lista nera”, un’impresa può uscirne dopo 3 o 5 anni, dipendendo dalle condizioni. Se l’azienda dovesse intraprendere azioni concrete volte al contrasto alla criminalità economica al proprio interno, la durata della permanenza nel registro può venire ridotta.

La proposta di legge è stata approvata il 29 marzo 2017 al gabinetto federale, e si trova al momento al vaglio del Parlamento.

Non sono mancate le critiche di Transparency International: sebbene l’introduzione di un registro a livello federato venga vista positivamente, il limite per essere registrati nella lista sembra troppo alto. Secondo l’organizzazione infatti, la condanna penale è un requisito troppo alto e l’iscrizione al registro dovrebbe accadere ben prima, ovvero quando non sussista più alcun dubbio sulla colpevolezza dell’impresa in questione. In questo modo si eviterebbe di dover aspettare la conclusione del processo, per la quale si può aspettare diversi anni.