La prospettiva tedesca a 12 anni dalla strage di Duisburg


Esattamente 12 anni fa, il 15 agosto del 2007, la strage di Duisburg scuoteva la Germania e accendeva i riflettori sulla ‘ndrangheta, organizzazione criminale fino a quel momento particolarmente silenziosa al di fuori dei propri territori di origine.

La notte di ferragosto del 2007 a perdere la vita furono sei uomini dell’età compresa tra i 16 e i 39 anni, tutti originari della provincia di Reggio Calabria, eccezion fatta per Tommaso Venturi, originario di Corigliano Calabro e che proprio quel giorno compiva 18 anni. Le vittime furono colpite da due killer all’uscita dal ristorante italiano ‘’Da Bruno’’, dove avevano trascorso la serata per festeggiare il compleanno dell’amico. Il rinomato ristorante della cittadina situata nel Nordreno-Vestfalia era già noto alle forze dell’ordine italiane e tedesche come luogo di riciclaggio di denaro sporco. I killer, per accertarsi del successo dell’agguato, freddarono ciascuna delle proprie vittime con un colpo finale alla testa. Negli indumenti del festeggiato venne ritrovata l’immagine bruciata di San Michele Arcangelo, segno di una possibile affiliazione al clan celebrata proprio quella sera.

La strage di Duisburg, anche nota come strage di Ferragosto, è l’ultimo episodio della sanguinosa faida di San Luca iniziata nel 1991 e che ha visto i Nirta-Strangio opporsi ai Pelle-Vottari-Romeo. La faida, iniziata apparentemente per futili motivi, ha visto susseguirsi una serie di regolamenti di conti, spesso perpetrati in giorni significativi dal punto di vista simbolico e religioso. Colpire i propri nemici durante le festività ha come obiettivo quello di rendere il dolore dei familiari della vittima ancora più profondo, in modo tale che un giorno di festa si trasformi per sempre in un giorno di lutto.

Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio da Duisburg.

È in questo quadro che va ricondotta la decisione dei Nirta-Strangio di attaccare i propri rivali addirittura all’estero, in Germania, a più di 2000 km di distanza da San Luca (RC), correndo l’enorme rischio di attirare l’attenzione di forze dell’ordine e opinione pubblica su di sé, sconfessando inaspettatamente la strategia di mimetizzazione che aveva avuto un enorme successo, permettendo alla ‘ndrangheta di mettere le radici e riprodurre il proprio modello organizzativo anche all’estero. Dietro all’attacco di Duisburg, però, non c’era soltanto la sete di vendetta. C’era anche la volontà di riaffermare il proprio potere criminale e ottenere il controllo dei traffici illeciti nella regione. In particolare, il traffico di stupefacenti generava enormi profitti e la regione del Nordreno-Vestfalia era uno snodo strategico, vista la vicinanza al confine con l’Olanda, nei cui porti giungevano i carichi di droga provenienti dal Sudamerica. I clan calabresi hanno effettuato nel corso degli anni ad una vera e propria spartizione territoriale del Land tedesco. I Nirta-Strangio, ad esempio, controllano la zona di Kaarst, mentre i Pelle-Vottari-Romeo estendono il proprio dominio sulla zona di Duisburg. È il fiume Reno, in questo caso, a separare le rispettive zone d’influenza dei clan rivali.

La Germania è il paese europeo dove la ‘ndrangheta è riuscita a penetrare in maniera più efficace, nonostante l’apparente incompatibilità culturale. La strage di Ferragosto ha mostrato tutta la facilità di azione e la confidenza dell’organizzazione criminale di origine calabrese che sta, un passo alla volta, colonizzando il territorio tedesco. Questo episodio, però, ha rivelato a tutto il mondo la natura feroce e criminale della ‘ndrangheta. L’eccessiva esposizione ha indubbiamente avuto effetti negativi per l’organizzazione, quantomeno nell’immediato.

L’opinione pubblica tedesca, infatti, si è finalmente resa conto della sua esistenza. Le autorità investigative italiane e tedesche hanno sviluppato un proficuo rapporto di collaborazione che ha portato, nel periodo successivo alla strage, alla cattura e all’arresto di numerosi affiliati coinvolti nella faida di San Luca.

Da un lato, erano già parecchi i segnali che in passato avevano indicato una forte penetrazione della ‘ndrangheta in Germania. Dall’altro lato, però, questi furono a lungo sottovalutati e solo lo shock provocato dalla strage di Duisburg fece aprire gli occhi all’opinione pubblica e alle istituzioni. Tuttavia, lo stupore iniziale ha fatto ben presto spazio alla ‘rimozione’ da parte della società tedesca. L’immagine di Duisburg – e della Germania intera – non poteva essere inquinata dalla presenza della mafia. Bisognava cancellare l’immagine negativa e dimenticare l’episodio. Una volta che il processo per i fatti di Duisburg venne trasferito in Italia, per la Germania il caso era da considerarsi chiuso. La questione era ritenuta un affare tra calabresi, un problema dell’Italia. Questa rimozione agevolò notevolmente la ‘ndrangheta, che tornò nel silenzio e si pacificò internamente. Esporsi troppo era stato un errore e bisognava ora dare la precedenza agli affari piuttosto che alle dispute interne. Ciò che colpisce della ‘ndrangheta e che è possibile notare anche analizzando i fatti di Duisburg è la sua doppia natura: da un lato è un’organizzazione moderna, coglie le opportunità offerte dalla globalizzazione ed è orientata al guadagno; dall’altro lato, invece, mantiene salde le proprie usanze ancestrali, i legami con la madrepatria e la sua ritualità.

Oltre alla rimozione da parte della società, la ‘ndrangheta può sfruttare a proprio vantaggio anche le mancanze della legislazione tedesca, molto debole in tema di lotta alle mafie. In Germania, ad esempio, non esiste il reato di associazione mafiosa, come previsto invece all’interno dell’ordinamento giuridico italiano (416 bis). La normativa tedesca, infatti, specifica unicamente l’associazione a delinquere, tramite l’articolo 129 del Codice Penale. La legislazione è carente anche in materia di sequestro e confisca dei beni. In seguito alla seconda guerra mondiale, in netta contrapposizione con il regime totalitario del passato, la Germania ha adottato una legislazione fortemente improntata alla tutela dell’individuo. Per questo motivo, tutto ciò che riguarda la confisca dei beni e delle proprietà personali è molto difficile da attuare. L’ordinamento tedesco, pur prevedendo in alcuni casi la possibilità di sequestro e confisca dei beni, non permette che ciò avvenga in maniera preventiva e prevede che l’onere della prova sia a carico dell’accusa. Tutto ciò rappresenta un enorme limite nel contrasto delle mafie. Se ci fosse maggiore consapevolezza della gravità del rischio corso dalla società, questi ostacoli potrebbero essere superati.

La ‘ndrangheta è consapevole di questi limiti, sa che difficilmente la Germania si doterà di misure più efficaci in materia di confisca dei beni e quindi trasforma il paese in uno dei principali centri in cui riciclare i proventi dei traffici illeciti.

Anche parlare di mafia risulta difficile, in Germania. I giornalisti spesso si trovano a lottare contro una legislazione che, nell’ottica della già menzionata tutela estrema dell’individuo, non permette loro di scrivere liberamente dell’argomento. Talvolta, i giornalisti vengono silenziati attraverso la censura. È il caso, ad esempio, di Petra Reski, giornalista d’inchiesta tedesca che dopo aver ricevuto alcune querele è incorsa nell’annerimento del proprio libro ‘’Santa Mafia’’ da parte delle autorità. Data l’assenza del reato di associazione mafiosa in Germania non è possibile addebitare legami con la mafia a soggetti che non siano già stati condannati in Italia per 416 bis. Vi è inoltre il diritto alla riabilitazione sociale, per cui non si può nominare per intero (nome e cognome) persone condannate che abbiano già scontato la pena. Si può raccontare la loro storia, ma le persone possono essere nominate solo attraverso l’utilizzo di abbreviazioni. I mafiosi in Germania possono dunque fare ricorso con ampie possibilità di successo alla querela, strumento ben più comodo e meno rischioso rispetto alle minacce e all’intimidazione. Ad essere vittima di queste dinamiche è stato anche un documentario trasmesso dall’emittente televisiva MDR e che si focalizzava sulle attività economiche della ‘ndrangheta ad Erfurt, cittadina della Turinga che rappresenta un vero e proprio Eden per il riciclaggio di denaro sporco da parte dell’organizzazione criminale calabrese. Dopo aver subito una serie di querele, anche il documentario è stato censurato. La vita per i giornalisti d’inchiesta in Germania è dunque particolarmente difficile, si è disincentivati a scrivere di mafia e spesso gli stessi editori non sono disposti a correre il rischio di pubblicare notizie sull’argomento per evitare di incorrere in guai giudiziari.

A dodici anni di distanza dai fatti di Duisburg, la situazione relativa al contrasto delle mafie in Germania non è delle più rosee. Sono molte le questioni su cui bisognerebbe lavorare ed insistere. C’è bisogno innanzitutto di maggiore consapevolezza riguardo alla pericolosità del fenomeno mafioso e dei rischi che esso rappresenta per la società. In secondo luogo, nonostante la presenza di esperienze virtuose dedite alla sensibilizzazione sul tema, vi è la necessità di costruire reti più ampie, che si estendano anche a luoghi – come ad esempio la Germania dell’est – dove al momento non sono presenti realtà attive sul fronte antimafia. Si denota poi l’esigenza di offrire informazione più libera sul tema e di maggiore qualità, laddove la lotta agli stereotipi sulle mafie è un’altra questione rilevante. Infine, come visto all’interno dell’approfondimento, è fondamentale l’adozione di strumenti legislativi di contrasto adeguati rispetto alla portata del fenomeno che si intende combattere.