Una procura europea


A marzo 2017, è stata firmata a Bruxelles una lettera di notifica al fine di chiedere l’avvio di una cooperazione rafforzata per la creazione di una Procura europea (EPPO – European Public Prosecutor’s Office). L’organo, già previsto dall’ Art. 86 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea TFUE, avrebbe lo scopo di rafforzare l’impegno degli Stati nella lotta contro i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione e tutelare così i contribuenti al bilancio dell’Unione.

Secondo la Commissione Europea (2016), ogni anno circa 50 miliardi di euro in entrate Iva vanno persi a causa di frodi internazionali (cross-border fraud). La criminalità transfrontaliera, oltre ad essere aumentata negli ultimi anni, è commessa da gruppi estremamente mobili che operano in molteplici giurisdizioni e settori.

L’EPPO, qualora fosse istituita, non sostituirebbe ma lavorerebbe a stretto contatto con l’OLAF – Ufficio europeo per la lotta antifrode – ed Eurojust – organo di cooperazione giudiziaria dell’UE. In particolare, l’OLAF oggi è l’unico ufficio abilitato a condurre indagini, seppure unicamente amministrative, a livello sovranazionale. Il valore aggiunto di una Procura europea sarebbe proprio quello di rafforzare la lotta ai reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione attraverso l’azione penale dinanzi agli organi giurisdizionali competenti degli Stati Membri.

La prima proposta della Commissione Europea per la creazione dell’Ufficio del Pubblico Ministero Europeo risale al luglio del 2013. Dopo quasi 4 anni, la scelta di proseguire attraverso la ‘cooperazione rafforzata’ (strumento previsto dai Trattati che prevede un minimo di 9 paesi) per la creazione di una Procura Europea è dovuta al fatto che i Paesi Membri non sono riusciti a trovare un accordo all’unanimità; tra i nodi, il valore oltre il quale un caso sospetto è trasmesso automaticamente al procuratore europeo.

Per alcuni quello firmato oggi si tratterrebbe di un progetto svuotato del suo contenuto innovativo iniziale, motivo per cui l’Italia non ha dato il proprio consenso, nonostante sia stata sin dall’inizio attiva sostenitrice dell’iniziativa, vedendo nella possibile Procura Europea un concreto alleato nella lotta alla criminalità organizzata. Proprio l’Italia auspica una riapertura dei negoziati al più presto per ridiscuterne gli strumenti, la struttura e la competenza; se infatti, la proposta avanzata a febbraio poteva essere giustificata dalla ricerca dell’unanimità, secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, in caso di ‘cooperazione rafforzata’, l’accordo diventerebbe ridicolo.

Per il momento i ministri della giustizia di 16 Stati Membri su 28 hanno formalmente comunicato alle tre istituzioni europee l’intenzione di dare vita alla ‘cooperazione rafforzata’, nello specifico Finlandia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Portogallo, Francia, Germania, Lussemburgo, Lituania, Spagna, Bulgaria, Romania, Grecia, Belgio, Croazia e Cipro. In caso di approvazione, un altro nodo da sciogliere sarà il finanziamento di questa nuova Procura Europea, alla luce del fatto che non tutti gli Stati Membri parteciperanno. A questo si aggiunge il problema di come verranno tutelati gli interessi finanziari dell’Unione da parte degli Stati Membri non partecipanti alla ‘cooperazione rafforzata’. Alcune soluzioni si stanno già delineando.

Alla luce di quanto descritto, sorgono spontanee le seguenti domande: siamo davanti ad una delle prime iniziative di una Unione Europea a più velocità? Constata l’assenza di unanimità in seno al Consiglio dell’Unione, l’istituzione della Procura Europea mediante ‘cooperazione rafforzata’ rappresenta l’unico rimedio possibile?

L’obbiettivo è di concludere il negoziato entro giugno, per poi passare all’approvazione del Parlamento Europeo, da tempo impegnato a ribadire la necessità di ridurre l’attuale frammentazione degli interventi nazionali di contrasto volti a proteggere il bilancio UE. A tal proposito, il Parlamento europeo ha sottolineato come la Procura Europea dovrebbe avere competenza prioritaria per i reati definiti nella proposta di direttiva relativa alla lotta contro la frode, che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale (direttiva PIF, proposta dalla Commissione Europea nel 2012), la quale dovrebbe comprendere anche l’IVA nel suo ambito di applicazione. Si attendono sviluppi anche in tal senso.

Per ora, la significativa differenza tra giurisdizioni, tradizioni giuridiche e sistemi giudiziari tra i vari Stati Membri, continua ad ostacolare e indebolire la lotta contro frodi e criminalità a danno dell’Unione, in un’era in cui sempre più reati presentano una dimensione transfrontaliera. Se l’urgenza quindi di una più efficace protezione degli interessi finanziari a livello europeo è colta da tutti gli Stati Membri, rimane per alcuni di loro il timore di un’eccessiva perdita di sovranità conseguente all’istituzione dell’organo.