Nel ricordo di Giovanni Falcone


Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne ucciso nella Strage di Capaci insieme a sua moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Circa 500kg di tritolo posizionati sul tratto di Autostrada A29 allo svincolo tra Isola delle Femmine e Capaci furono fatti esplodere al momento del passaggio della macchina del giudice e della sua scorta.  

Il terribile attentato fu diretto ad eliminare uno dei migliori servitori dello Stato, colui che aveva colpito duramente la mafia nel quadro del maxiprocesso di Palermo, e continuava a rappresentare un pericolo per via della sua capacità investigativa all’avanguardia e l’infaticabile determinazione nel contrasto del fenomeno mafioso.

In sede giudiziaria vennero accertate le responsabilità di Cosa Nostra con le condanne dei vertici e degli esecutori materiali dell’organizzazione criminale. Tuttavia, a 28 anni da quella strage rimangono ancora dei punti irrisolti. A portare all’eliminazione di Giovanni Falcone prima e di Paolo Borsellino poi fu difatti una convergenza di interessi di più ampia portata. Il professor Nando dalla Chiesa la chiamò una strage a due tempi, in quanto c’era un filo che collegava la strage di Capaci del 23 maggio 1992 e la strage di via d’Amelio del 19 luglio dello stesso anno.

I giudici erano sicuramente nel mirino di Cosa Nostra da tempo, visto il loro impegno investigativo nel pool antimafia che portò al maxiprocesso istituito nel 1986 e da loro fortemente voluto. In quell’occasione, anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si fu in grado di appurare la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, che Falcone aveva già intuito durante il processo a Rosario Spatola. Falcone stesso, nel libro-intervista Cose di Cosa Nostra realizzato da Marcelle Padovani, affermò che Buscetta era riuscito a dare loro una chiave di lettura fondamentale dell’organizzazione criminale. Il maxiprocesso si concluse in primo grado il 16 dicembre 1987 con un elenco interminabile di condanne: in totale furono 346 – tra cui 19 ergastoli – e 2665 anni di carcere complessivi. L’impianto accusatorio resse anche in secondo grado seppur con qualche alleggerimento.

La storia volle che quando il processo arrivò in Cassazione, Giovanni Falcone si trovasse al ministero di Grazia e di Giustizia nelle vesti di Direttore degli affari Penali, con compito di coordinamento a livello nazionale della lotta al crimine organizzato. Falcone sollecitò l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli affinché venisse introdotto il criterio di rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione per togliere spazio alle contaminazioni. La scelta dei giudici per il Maxiprocesso si fece a sorteggio, per evitare che ad occuparsene fosse come sempre il presidente della prima sezione Corrado Carnevale, anche noto come ‘’l’Ammazza-sentenze’’ e che nella sua carriera aveva disposto l’annullamento di numerose sentenze di mafia provocando la scarcerazione dei criminali mafiosi.

Il processo si concluse dunque il 20 gennaio del 1992 con una sentenza senza precedenti che confermò definitivamente le condanne e addirittura rimosse le attenuazioni sancite in appello.

La vendetta di Cosa Nostra non si sarebbe fatta attendere, ma a preoccupare la mafia e i mondi con cui questa intrecciava relazioni era anche e soprattutto ciò che Falcone prima e Borsellino poi avrebbero ancora potuto fare.

L’eredità di Falcone

Il giudice Falcone, nel suo periodo di permanenza al ministero di Grazia e Giustizia a partire dagli inizi del 1991 promosse la creazione di strutture che oggi risultano fondamentali nel contrasto della criminalità organizzata di stampo mafioso in Italia e che sono invidiate a livello internazionale. Fatto tesoro dell’esperienza del pool antimafia di Palermo ideato da Rocco Chinnici e poi messo in pratica da Antonino Caponnetto con lo scopo di centralizzare le indagini sulla mafia, Falcone ripropose l’idea di un centro di coordinamento delle indagini e scambio di informazioni sul fenomeno mafioso a livello nazionale.

Nacque così la Direzione Nazionale Antimafia (DNA), con il fine di coordinare in modo orizzontale le indagini e semplificare la comunicazione tra le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA). A questi organi venne affiancata la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), composta da forze dell’ordine e vero e proprio polo operativo preposto ad attività di investigazione giudiziaria.

La visione di Falcone andava oltre ai confini nazionali. Era convinto infatti che la lotta alla mafia andasse portata avanti con la cooperazione a livello globale. Fu promotore di una conferenza internazionale con lo scopo di costruire le fondamenta per un approccio di tipo multilaterale nella lotta alla criminalità organizzata. C’era bisogno di una legislazione adeguata al fenomeno che si andava a combattere e che ormai colpiva le istituzioni e società in tutte le parti del mondo. L’idea di Falcone andò poi a concretizzarsi con la conferenza mondiale di Napoli del 1994 e la successiva adozione della Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale nel 2000.   

A livello nazionale, però, le iniziative di Falcone come direttore degli Affari Penali vennero criticate anche all’interno della magistratura stessa, in quanto si temeva un eccessivo accentramento di poteri che in realtà venne smentito alla prova dei fatti. Fu introdotta la figura del Procuratore Nazionale Antimafia e ben presto Giovanni Falcone divenne il candidato ideale. Questa prospettiva infastidì molti, ma soprattutto la mafia e gli ambienti economici e istituzionali con cui essa intesseva rapporti. Ci si sarebbe ritrovati di fronte il magistrato più competente in tema di lotta alla mafia, e questa volta in veste di Superprocuratore in grado di agire non più solo dagli uffici di Palermo, bensì su scala nazionale. Questo spaventò non poco Cosa Nostra, così come li spaventò il fatto che dopo la Strage di Capaci potesse essere Paolo Borsellino, ‘’gemello’’ di Falcone, a ricoprire quella carica. E’ qui che va inquadrata quella convergenza di interessi che portò all’eliminazione dei due giudici nella cosiddetta ‘’strage a due tempi’’.

Durante il periodo al ministero, poi, Falcone aveva concepito una serie di strumenti di contrasto alla mafia che comprendevano oltre alla Superprocura anche una nuova norma sui collaboratori di giustizia, l’istituzione del carcere duro per i boss mafiosi – tra cui le strutture di Pianosa e dell’Asinara – e l’obbligo per banche e istituti finanziari di segnalare le operazioni sospette riguardanti il riciclaggio di denaro sporco.

Spesso si sente parlare del ‘’Metodo Falcone’’, per sottolineare le sue capacità d’indagine. Si ricorda infatti la sua intuizione secondo cui la chiave fosse seguire le tracce lasciate dal denaro (‘’Follow the money’’). Bisognava dunque seguire i flussi finanziari per comprendere le strategie di espansione economica della mafia in Italia e oltre confine, tramite le indagini giudiziarie e le investigazioni preventive. Falcone fu innovativo perché non rimase ancorato ai codici ma comprese la necessità di sviluppare anche un altro tipo di competenze.  

Ma il suo pensiero non si fermò qui. Per comprendere la mafia non è sufficiente seguire il denaro. Il magistrato palermitano fu anche colui che sottolineò che la mafia fosse un fenomeno di potere. La mafia si inserisce in un sistema sociale e fa affidamento su alleanze più o meno consapevoli. Controlla il territorio attraverso l’uso della violenza e compie attività illecite, alimentando questo sistema e rinforzandosi con il denaro che fa circolare nell’economia.

C’era chi sosteneva già negli anni ’80 che la mafia fosse oramai nei circuiti dell’alta finanza in centri internazionali come Londra, Zurigo e Francoforte – e Falcone rispondeva che la testa fosse a Palermo. Perché la mafia si evolve pur rimanendo sé stessa.

Fu Falcone poi a introdurre l’idea del concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato era profondamente convinto che senza la connivenza di tutta una serie di figure professionali e senza l’aiuto dei cosiddetti ‘’piccoli e grandi cantori’’, la mafia non riuscirebbe a realizzare i propri obiettivi. Questo concetto fu espresso anche dal Professor Nando dalla Chiesa, che sostenne già nel 1987 nel libro scritto con Pino Arlacchi La palude e la città che ‘’la forza della mafia sta fuori dalla mafia’’. Si sottolineò dunque la necessità di concentrarsi sugli aiuti esterni alla mafia, perché sono quelli che le permettono di essere vincente.

Per contrastare il fenomeno mafioso bisogna studiarlo attentamente, e Falcone capì che bisognava imparare a pensare e ragionare come loro, entrare nelle loro logiche d’azione e analizzarne i comportamenti.

Le critiche e le difficoltà

Mentre oggi è riconosciuto e ricordato come uno dei più alti simboli della lotta alla mafia, durante la sua vita Giovanni Falcone fu soggetto ad attacchi di ogni genere. C’era una parte della società, della stampa e anche della magistratura che lo criticava duramente. Tra i vari epiteti che gli vennero affibbiati c’era quello di ‘’giudice sceriffo’’; venne poi a seconda dell’occasione accusato di essere amico di questo o quel partito politico; e in seguito al fallito attentato dell’Addaura ai suoi danni si sostenne addirittura che lo avesse organizzato da solo per ottenere visibilità.

A colpirlo indirettamente fu anche la polemica nata dall’articolo di Leonardo Sciascia sui ‘’professionisti dell’Antimafia’’ dell’87, che aveva come obiettivo esplicito Paolo Borsellino e la sua nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala per merito invece che per il classico criterio di anzianità di servizio. Si polemizzava sul fatto che ‘’nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso’’. I denigratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non potevano sperare in occasione migliore e si sentirono ancora più legittimati nei propri attacchi ai giudici.

In quel clima di invidie, calunnie e screditamenti finì per essere colpita anche la carriera professionale di Giovanni Falcone. Quando Antonino Caponnetto si ritirò per motivi di salute, Falcone fu visto con il naturale successore a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, ma a lui il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) preferì Antonino Meli (14 voti per Meli, 10 per Falcone e 5 astenuti), collega più anziano ma senza la benché minima esperienza in processi di mafia. La conseguenza fu il progressivo smantellamento del pool antimafia.

Come ricordano la sua amica e collega Alessandra Camassa e il collega ai tempi del pool antimafia Leonardo Guarnotta nel documentario Uomini Soli del 2012, ogni volta che Falcone si candidò per un posto a cui aspirava – e per cui ovviamente era il miglior candidato possibile – venne sempre bocciato. Gli si poteva riconoscere quello che aveva dimostrato di saper fare nella lotta alla mafia e invece non fu mai promosso. Subito dopo la bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione gli venne preferito Domenico Sica come Alto Commissario per la lotta alla mafia e nel 1990 non ottenne il posto di consigliere al CSM. Falcone decise quindi di andare a Roma al ministero di Giustizia per fare ciò che non sentiva di riuscire più a fare a Palermo.

Le loro idee camminano sulle nostre gambe

Ad una conferenza in occasione del trentennale del maxiprocesso di Palermo, l’ex magistrato Leonardo Guarnotta sostenne che ciò che ci hanno lasciato Falcone e Borsellino è ‘’un patrimonio ricco di insegnamenti, gesti e parole, di comportamenti, di memoria’’. La testimonianza del loro sacrificio e del loro impegno ci infonde coraggio. Le loro vite sono state caratterizzate da importanti vittorie e da brucianti sconfitte ma loro non si sono arresi alle difficoltà e si sono sempre fatti promotori di cambiamento. Sono stati i più alti servitori dello Stato e l’hanno fatto per amore della legalità.

Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia va studiata, compresa e infine contrastata. C’è bisogno di rigore professionale. Non si può affrontare veri professionisti del crimine con i dilettanti. Le persone migliori e più competenti devono ricoprire i posti di responsabilità, altrimenti questa lotta non la si vincerà mai.

I loro insegnamenti riguardano tutti noi. L’eredità che ci hanno lasciato è nostro patrimonio culturale.