Mafie: un problema europeo


Perché parlare di mafie al Parlamento Europeo? È con questa domanda che si è aperta la conferenza “Mafie: un problema europeo” lo scorso 5 febbraio a Bruxelles. Una domanda trasversale e provocatoria, a cui hanno provato a rispondere gli ospiti dell’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, la quale ha ricordato come, ancora troppo spesso, le mafie vengano percepite come un fenomeno solamente italiano, così come qualche tempo fa il problema veniva circoscritto soltanto come una questione del Sud Italia. L’autrice del libro “Le mafie sulle macerie del muro di Berlino” afferma come le organizzazioni criminali di stampo mafioso si insediano dove riescono a creare relazioni col territorio, anche e soprattutto in Europa dove dimostrano di riuscire a creare i legami giusti, infiltrandosi nell’economia e nelle istituzioni. Le mafie penetrano il tessuto economico europeo non attraverso la violenza, ciò alzerebbe il livello d’attenzione delle istituzioni europee, bensì grazie al denaro. Passano quindi inosservate, per loro è più semplice corrompere piuttosto che utilizzare la violenza. Il denaro, inoltre, permette loro di essere visti nei paesi in cui lo riciclano come dei benefattori. Ma questo denaro è sporco, in quanto deriva da attività criminali e traffici di sostanze stupefacenti. Viene quindi immesso nei mercati legali ed altera di fatto la libera concorrenza, danneggia le imprese pulite e inquina il sistema democratico. Per questo motivo, secondo l’On. Pignedoli, è fondamentale portare avanti un’opera di sensibilizzazione sul piano europeo, per arrivare ad una legislazione antimafia comunitaria. Così come a Palermo nel 2000 si è giunti ad una definizione di criminalità organizzata, ora è importante arrivare a produrre una definizione di criminalità organizzata di tipo mafioso, con le sue specificità. C’è poi la necessità di implementare la normativa sul sequestro dei patrimoni, in particolare quello preventivo, e di permettere alle forze investigative dei paesi europei di collaborare in maniera efficace.

Come accennato in precedenza, il gruppo di esperti chiamati a descrivere l’avanzata delle mafie in Europa era vasto ed eterogeneo: Federico Varese, professore di criminologia all’Università di Oxford, Alfonso Bonafede (in videoconferenza), Ministro della Giustizia, Filippo Spiezia, vicepresidente di Eurojust, Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg, Antonio Nicaso, professore alla Queen’s University of Kingston, Canada, Nicola Morra, Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Monika Hohlmeier, Europarlamentare e Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT) e Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento Europeo.

Federico Varese

In questo articolo ci concentreremo soprattutto sul fenomeno mafioso come un fenomeno europeo, e quindi analizzeremo quei fattori che hanno portato all’espansione della mafia in Europa e non solo – abbiamo inoltre elaborato due approfondimenti specifici: uno su Filippo Spiezia ed Eurojust e un altro su Uwe Mühlhoff e l’operazione Pollino. A questo proposito il Prof. Varese, autore del libro “Mafie in Movimento”, cerca di spiegare come si muovono le mafie al di fuori del loro territorio di origine, portando avanti la tesi secondo la quale “quello che avviene nei mercati illegali ha una sua corrispondenza nei mercati legali”. Se proviamo a fare ordine rispetto alle attività condotte dalla criminalità organizzata, si potranno ricavare le seguenti considerazioni: ci sono gruppi criminali che producono merci – cocaina, eroina, merci contraffatte – gli individui che producono queste merci sono diversi da quelli che poi conducono il traffico vero e proprio, e anche i loro guadagni sono estremamente diversi. Un chilogrammo di cocaina può costare qualche migliaio di dollari in Colombia, ma quando arriva nei porti europei può arrivare a costare anche 50.000 dollari. Ci sono quindi gruppi criminali che portano avanti le attività di traffico e spostamento di merci. Chi conduce queste attività avrà a sua volta un profilo diverso rispetto a chi si dedica, non solo alla produzione e al commercio, ma anche al vero e proprio governo del territorio. Il governo consiste nell’esercitare il potere sugli altri, nel permettere ad altri di produrre, commerciare ed esistere. La funzione di governo è propria delle mafie tradizionali, che svolgono questa funzione nei territori di origine: “si pensi ad esempio a organizzazioni come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra, mafia russa, Triadi cinesi ad Hong Kong, Yakuza, la mafia italo-americana. Queste organizzazioni effettuano tutte un’opera di governance sui mercati e sui territori di origine”. Ma cosa succede quando si spostano al di fuori dei territori tradizionali? “In alcuni casi governano, ma non è sempre facile”.  In altri casi fanno compravendita di merci illegali. Bisogna dunque distinguere tra il tentativo di commerciare e quello di governare. Anche se, chiaramente, un’attività può spingere verso l’altra. Una volta che si commercia potrebbero crearsi le condizioni per governare il territorio.

Quali sono dunque i meccanismi di trapianto fuori dai territori tradizionali? Come fanno le mafie a replicare la loro capacità di governo? Lo studio di questo fenomeno, spiega Varese, si è concentrato sugli esponenti mafiosi che si spostavano dai territori di origine. Si è notato che i territori di conquista sono spesso piccoli, non sono dunque direttamente le grandi capitali. Si prenda ad esempio Bardonecchia in Piemonte, primo comune sciolto per infiltrazioni al di fuori dei territori tradizionali (1995), dove la ‘ndrangheta è riuscita a trapiantarsi in maniera efficace. Il fattore cruciale è poi la presenza nei nuovi territori di mercati mal regolati. La mafia, producendo una domanda di governo illegale, entra in questi mercati legali e li governa. Spesso lo fa a favore degli imprenditori che già operano in quei mercati, riducendo la competizione, in modo che l’imprenditore già presente benefici di questo servizio. È impossibile capire le mafie se non si comprende che c’è sempre qualcuno al di fuori che ne trae vantaggio e beneficio.  Quindi, sostiene Varese, “La capacità di regolare i mercati mal-regolati dalle istituzioni ufficiali genera una domanda di mafia che può produrre un trapianto.

Sabrina Pignedoli

Uno studio quantitativo di Paolo Campana (2013) mostra come le mafie italiane in Europa investano in imprese legali (UK, Germania, Francia e Austria), siano presenti nel commercio della droga (Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio) e traffichino in merci contraffatte (est-Europa). È un contributo importante in quanto ci mostra che “le mafie nei vari paesi fanno cose diverse rispetto ai territori tradizionali e fanno cose diverse nei vari paesi in cui sono presenti”.

Infine, non solo ci sono mafie italiane che si spostano all’estero, ma ci sono casi in Europa di mafie autoctone, che spesso non vengono riconosciute dalle autorità locali. Si pensi ad esempio a Paul Massey di Salford, per la morte del quale si tennero dei funerali degni di quelli dei Casamonica a Roma. Massey, boss locale, si candidò a suo tempo alle elezioni comunali. Non prese molti voti, ma ottenne un risultato migliore rispetto ad alcuni partiti tradizionali inglesi. Anche nel Regno Unito, dunque, vi è un consenso sociale basato sulla violenza. Bisogna effettuare uno sforzo duplice: da una parte capire dove vanno le mafie italiane e dall’altro riuscire a riconoscere le mafie autoctone, che spesso presentano caratteristiche simili alle mafie tradizionali italiane.

Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sottolineato come “la criminalità, capace di agire su scala globale, richiede una risposta repressiva e preventiva da parte delle istituzioni” per questo la cooperazione giudiziaria penale e di polizia deve essere una priorità dell’Unione Europea, così come fu intuito inizialmente da Giovanni Falcone “che fu tra i primi a comprendere la necessità di condurre uno sforzo comune a livello internazionale contro le mafie”. Quell’intuizione è alla base della Convenzione di Palermo di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale. Il Ministro Bonafede sottolinea inoltre come la cooperazione di polizia sia un punto cardine per arginare l’avanzata delle organizzazioni mafiose, permettendo un più efficace scambio di informazioni e di dati tra i vari paesi. “Sempre sulla scorta della lezione di Giovanni Falcone”, conclude il Ministro, “occorre investire sugli strumenti di aggressione e confisca dei patrimoni illeciti delle organizzazioni criminali, ovunque essi siano”.

Antonio Nicaso

Un altro intervento proveniente dal mondo dell’Accademia è quello di Antonio Nicaso, che ricorda una differenza essenziale: “La criminalità mafiosa è diversa dalla criminalità organizzata. È più strutturata, più complessa, più articolata e non solo perché riesce a coniugare tradizione e innovazione, ma anche perché non potrebbe sopravvivere senza l’apporto significativo di quel capitale sociale, fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico. Le modalità operative delle mafie coinvolgono professionisti, imprenditori, dirigenti del settore pubblico e privato che facilitano, in vario modo, l’ingresso delle cellule mafiose nell’economia legale”. Quello delle mafie è un genoma che muta e si evolve nel tempo, come dimostra la propensione ad operare, soprattutto nei territori di espansione e colonizzazione, senza necessariamente ricorrere a condotte di natura violenta. La ‘ndrangheta si conferma come l’organizzazione criminale più potente e pericolosa, con articolazioni consolidate non solo in Calabria ma anche nel centro e nel Nord Italia, oltre che in diversi paesi europei ed extraeuropei. La forza è confermata dai numeri, soprattutto quelli relativi ai sequestri di beni: “su un totale di quasi 60 miliardi, quasi 13, pari al 21%, sono riconducibili alla ‘ndrangheta che continua ad essere anche quella meno esposta alle defezioni”. Il Prof. Nicaso sottolinea come la ‘ndrangheta possa contare su un fatturato di decine di miliardi di euro l’anno che investe nel settore dell’edilizia, dell’accoglienza, della sanità, dei servizi sociali, dell’energia alternativa e del gioco d’azzardo. “Manca purtroppo consapevolezza della pericolosità e della pervasività di questa organizzazione criminale di tipo mafioso. E manca anche la volontà politica a combattere fenomeni che per troppo tempo sono stati visti soprattutto all’estero come opportunità, piuttosto che come pericolo”. I soldi sporchi delle mafie sono diventati ossigeno dell’economia legale con una facilità impressionante “favoriti dalla mancanza di consapevolezza rispetto a un fenomeno che ancora oggi viene considerato esclusivamente come qualcosa riconducibile all’Italia, ma anche grazie al totale disinteresse di una classe politica che non ha mai individuato come priorità, né in Italia né all’estero, la lotta alle mafie e ai capitali mafiosi”. In ambito legislativo, secondo Nicaso, “ci si è bloccati con l’idea improbabile dell’armonizzazione delle leggi. Trovare una definizione comune è impresa ardua non soltanto a livello legislativo, ma anche a livello accademico”.

Cosa fare dunque? Il riconoscimento delle misure cautelari e patrimoniali per far fronte alle differenti legislazioni dei paesi in cui opera la ‘ndrangheta potrebbe essere un punto di partenza. La cooperazione internazionale, come auspicata recentemente dall’Interpol con il progetto I-CAN, potrebbe favorire e intensificare la cattura dei latitanti e lo scambio multilaterale di informazioni con relativa condivisione dei database. Bisognerebbe investire sullo studio dei cosiddetti “dati freddi” relativi a indagini già chiuse con l’obiettivo di individuare per tempo i segni premonitori e anticipare i rischi legati alla minaccia della ‘ndrangheta, attraverso l’uso di software di analisi predittiva e di business intelligence. Questo consentirebbe alle forze di polizia di arrivare prima e non quando un territorio è stato già infiltrato dalle cosche attraverso una colonizzazione che replica all’estero il modello strutturale radicato in Calabria. Un altro aspetto fondamentale è l’aggressione ai patrimoni criminali. I boss tollerano il carcere ma non sopportano gli accertamenti patrimoniali. L’impoverimento dei clan è l’unica strategia vincente nella lotta alla criminalità mafiosa. Infine, a una ‘ndrangheta globale bisogna rispondere con una lotta globale.

Purtroppo, finora, le mafie si sono globalizzate, ma l’azione di contrasto non riesce a fare altrettanto. L’Europa, oggi più che mai, non può permettersi l’esistenza di santuari come quelli che nel Medioevo garantivano l’impunità a chi cercava di sfuggire ai rigori della legge. L’Europa deve comprendere l’importanza della lotta alle mafie e alla corruzione. Un cambio di passo a livello europeo che potrebbe rappresentare un monito per tanti paesi. Non è possibile sacrificare altre vite umane, altri servitori dello Stato. “La lotta alle mafie passa dall’acquisizione di consapevolezza” conclude Nicaso, “l’essere consapevole significa avere cognizione, avere coscienza delle proprie responsabilità e agire con responsabilità significa comprendere che la lotta alle mafie non spetti solo alle forze dell’ordine e alla magistratura. Ma a tutti. Nessuno escluso. Il tempo delle parole è passato e le discolpe sono inutili”.

Nicola Morra

Il Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Nicola Morra, ha ricordato come oramai le vittime della guerra contro la criminalità organizzata non sono più soltanto cittadini italiani, ma riguardano tutta Europa, come dimostrano gli omicidi dei due giornalisti investigativi Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak. Ma non solo: ci sono paesi dei 27 stati membri – come Cipro, Malta e altri – che beneficiano dei capitali criminali che vengono riciclati nelle loro economie. Le mafie, attualmente la ‘ndrangheta, hanno la capacità di gestire capitali immensi, capitali che vengono volutamente sottratti alla tracciabilità evitando di passare attraverso i circuiti bancari e finanziari. Questi capitali alimentano l’economia in nero, e l’evasione fiscale. Si deve fare tanto a livello normativo, ma, aggiunge Morra “non possiamo pensare che la guerra si vinca solo attraverso un intervento ex-post repressivo, e questo spiega il motivo per cui è importante che si moltiplichino i momenti di dibattito pubblico su questi temi”. Il potere economico non si auto-perimetra, ma ricerca invece una sinergia con il potere politico, culturale e mediatico, per realizzare una capacità di manipolazione del mercato e delle coscienze dei cittadini, i quali vengono risospinti ad una condizione di sudditanza. Le organizzazioni mafiose conoscono tutto, perché conoscenza è potere. “Il primo intervento è da farsi in istruzione e cultura. Bisogna correggere prima la mentalità, che replica schemi e chiavi interpretative anche in terre lontane”.

Monika Hohlmeier

Monika Hohlmeier, Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT), chiude la conferenza con delle riflessioni molto importanti: in ambito internazionale si tende molto di più a parlare di terrorismo piuttosto che di criminalità organizzata, questo perché è un problema difficile e complesso da comprendere, soprattutto per coloro i quali non provengono dai territori di origine delle mafie, molti non comprendono che la criminalità organizzata si sta diffondendo in tutta Europa perché non tutti riescono a percepirla. Le autorità europee sono inoltre poco attrezzate per affrontarle. “La Commissione che presiedo” continua Hohlmeier, “ha lo scopo di favorire le misure che possano mitigare e bloccare le attività criminali”. In ambito europeo, la criminalità organizzata accede ai famosi fondi europei, partecipa, di fatto, a meccanismi decisionali che avvengono all’interno dell’Unione: “la criminalità organizzata è riuscita a utilizzare i fondi agricoli europei a scapito della popolazione locale”. I sistemi di controllo di difesa dell’Unione hanno parecchie lacune, mentre i criminali sono molto rapidi e agiscono subito: “noi stiamo sempre ad inseguire, ma bisogna riuscire a stare al loro passo”.

© mafianeindanke, 11 marzo 2020