La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Il narcotraffico e attori criminali sudamericani


Lucia Capuzzi, giornalista dell’Avvenire e grande esperta di Sud America, è intervenuta con un’interessante contributo in occasione della quarta edizione di “Contromafie” ad inizio febbraio 2018: il tema era incentrato sul narcotraffico e sui cartelli della droga messicani. L’intervento ci invita ad allargare lo sguardo anche ad altri attori criminali, che sono però in connessione con quelli europei e che con loro collaborano. E’ importante qui ricordare che l’ˋndrangheta è stata definita nell’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia egemone nel campo della cocaina e vicina ai narcotrafficanti sudamericani, con cui da tempo ha instaurato rapporti privilegiati e dove ha creato delle cellule strategiche per gestire al meglio il mercato degli stupefacenti.

L’America Latina è un continente solo formalmente in pace ma che in realtà nasconde tassi così alti di violenza pari quasi a una vera e propria epidemia: nel continente vive il 9% della popolazione mondiale ma è il territorio dove si concentrano , secondo le statistiche ufficiali, il 33% degli omicidi mondiali. Il 2017 ha battuto il record di violenza di sempre: in Messico si sono, registrati più di 25.000 omicidi, con una media di 80 uccisioni al giorno.

E’ questo il contesto in cui le organizzazioni criminali si muovono, sfruttando per i loro traffici illeciti il più grande mercato sommerso del continente, quello del narcotraffico. In Sud America si trovano infatti tre degli stati più importanti al mondo per produzione di cocaina: la Colombia, il Perù e la Bolivia. Inoltre, soprattutto in Messico, si producono oggi ingenti quantità di cannabis ed eroina, quest’ultima principale responsabile dell’attuale emergenza droga negli USA. I cartelli della droga messicani stanno sempre di più monopolizzando il mercato degli stupefacenti verso il Nord con gli Stati Uniti e stanno diventando attori importanti anche verso il Sud, gestendo i rapporti con i trafficanti colombiani; inoltre, i cartelli messicani hanno ampliato il proprio business verso l’Europa, il cui mercato è gestito principalmente dall’ˋndrangheta e da Cosa Nostra, con cui hanno instaurato rapporti di fiducia. I gruppi messicani sono entrati in contatto anche con Al Qaeda e Hezbollah attraverso lo smercio verso l’Africa e con le triadi cinesi per quanto riguarda la metanfetamina.

Il narcotraffico è l’attività principale dei cartelli messicani. Sul territorio i narcotrafficanti si muovono grazie a gruppi paramilitari che sono diventati il braccio violento dei cartelli; la droga viene poi esportata e consumata per la maggior parte in Europa e negli Stati Uniti, dove la domanda di stupefacenti non accenna a diminuire. I profitti derivanti dalla vendita di stupefacenti non servono più solo a corrompere e primeggiare, ma anche per accedere e sfruttare altri mercati, diversificando così i loro business. Uno tra quelli più redditizi al momento per l’America Latina è lo sfruttamento delle risorse naturali, in cui le organizzazioni criminali possono infiltrarsi. Non è un caso se in questo continente si conta il più grande numero di ambientalisti uccisi al mondo: occuparsi di questi temi e avvicinarsi a quest’ambito significa spesso opporsi ad interessi criminali milionari (secondo i dati riportati dall’ONG Global Witness sono 197 gli ambientalisti uccisi in Sudamerica solo nel 2017).

Perché quindi è importante porre lo sguardo anche sul narcotraffico in America Latina? La continua collaborazione con le mafie europee alimenta un circolo vizioso che permette ai gruppi criminali di sopravvivere e guadagnare grazie alla vendita di prodotti illegali. Con un enorme costo, per esempio, per la società civile messicana, che negli ultimi 10 anni si è trovata ad affrontare il triste fenomeno dei desaparecidos (35000 persone scomparse negli ultimi 10 anni in Messico). Il sequestro e la detenzione arbitraria di giovani da parte di gruppi criminali è un dramma che sta colpendo molte famiglie messicane; queste si ritrovano spesso inascoltate da parte delle istituzioni che avviano una vera e propria criminalizzazione della vittima al momento della denuncia da parte dei famigliari. L’identikit dei giovani scomparsi è sempre lo stesso: giovani uomini e donne, tra i 18 e i 32 anni. Le famiglie si sono quindi organizzate in associazioni per riuscire a ritrovare autonomamente i propri familiari e per chiedere in maniera corale una risposta da parte delle istituzioni: questo è ciò che fa l’associazione Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México (link), membro della rete internazionale di Libera, ALAS composta da diversi organizzazioni della società civile che si occupano di promuovere l’antimafia sociale lungo tutto il Centro e Sud America.

Flash news – 8,4 kili di cocaina trovati in un´automobile a Passau: alla guida, un italiano


Durante uno dei controlli giornalieri della polizia autostradale di Passau, nei pressi di Monaco di Baviera, é stato rinvenuto dagli agenti un ingente carico di cocaina in un´automobile diretta in Austria. Alla guida del mezzo, un italiano di 63 anni, le quali generalità non sono state rese note dalle forze dell`ordine. L´evento risale agli inizi di novembre.

La vettura si trovava nei pressi del parcheggio di Haammerbach dell´autostrada A3. L´uomo alla guida del mezzo di trova attualmente in arresto. Le indagini sono adesso in corso da parte della polizia di dogana (Zoll) di Monaco, dal gruppo investigativo antidroga dell´LKA Bavarese (GER) e dalla procura di Passau.

Blitz antimafia: 37 arresti tra Roma e Colonia


Dal maggio 2015 la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, con l’appoggio delle Procure di Karlsruhe e Colonia (due città della Germania occidentale), teneva sotto controllo le attività di Salvatore R., reggente del Clan di Gela, ramo di Cosa Nostra. L’intervento delle autorità locali competenti ha permesso di riscontrare, nel mese di gennaio 2016, l’operatività di una cellula criminale gestita dal boss, intenta a riattivare una rete di traffico di stupefacenti sull’asse Germania-Italia. Il nucleo esecutivo era composto da Ivano M., luogotenente del boss in Germania, e Paolo R., deputato all’organizzazione e alla gestione dei traffici. I due, a questo proposito, avevano tentato di stringere rapporti con Antonio Strangio, ora latitante ed ex-gestore del locale dove nel 2007 ebbe luogo la nota “strage di Duisburg”.

A seguito di indagini più approfondite, è emerso che Salvatore R. sarebbe entrato in possesso, proprio in Germania, di 3 kg di cocaina destinata alla vendita; coinvolti in questo affare anche Angelo e Calogero M., padre e figlio esponenti della Stidda, storicamente presente nelle città di Mannheim e Pforzheim, nel land tedesco di Baden-Württemberg, e Michele Laveneziana, pugliese domiciliato a Pforzheim. Nell’agosto 2015 la Polizia Tedesca ha effettuato una perquisizione nei confronti di quest’ultimo, rinvenendo due pistole semiautomatiche e un fucile a canne mozze.

Nei primi giorni di ottobre di quest’anno le DDA di Roma e Caltanissetta hanno disposto un’operazione antimafia denominata “Druso” – “Extrafines”, coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, proprio nei confronti del clan gelese. Le attività investigative hanno portato alla luce il grande interesse del boss di espandere la commercializzazione di prodotti ittici (settore dominato dalla famiglia Rinzivillo, grazie ad alleanze strette con mafiosi operanti nel settore su diverse province) all’estero e in particolare nel mercato tedesco. La cellula criminale si occupava anche di verificare la possibilità per il boss di infiltrarsi anche nell’economia legale tedesca. È noto che la rete di affari del clan di Gela sia caratterizzata da natura binaria: una parte imprenditoriale legata al territorio e una dedicata all’attività criminale, i cui proventi illeciti vengono riciclati nel settore alimentare e edilizio.

Dalle investigazioni parallele delle Direzioni Distrettuali Antimafia che hanno disposto l’operazione, è emerso anche come Rinzivillo avesse riunito attorno a sé un gran numero di uomini fidati, tra cui un pubblico ufficiale, Marco L., che manteneva per lui i contatti con il luogotenente M. e non di rado si prestava ad atti intimidatori ai danni della famiglia Berti di Roma, a cui il clan Rinzivillo ha estorto 180.000 euro. Assieme a lui sono stati arrestati il collega Cristiano P. e Giandomenico D’A., avvocato romano che, oltre ad informare Rinzivillo circa le indagini in corso, non esitava a sfruttare i “metodi mafiosi” del clan a suo favore.

Gli sforzi congiunti delle Autorità Giudiziarie italiane e delle Procure di Karlsruhe e Colonia, nonché l’intervento di circa 600 agenti delle Forze di Polizia, hanno portato all’arresto di 37 persone, di cui due a Sürth, un quartiere a sud di Colonia. Salvatore R. che, dalla scarcerazione nel 2013, gestiva il clan con il supporto dei fratelli Antonio e Crocifisso, detenuti in Italia a regime di “carcere duro”, è stato arrestato per intestazione fittizia di società, estorsione e traffico di droga tra Germania e Italia. Inoltre, la DDA di Caltanissetta ha ottenuto il sequestro di beni per un valore di 11 milioni di euro.

Nuovo pool antimafia nei Paesi Bassi: un passo avanti nel contrasto delle mafie all’estero


La vita dei mafiosi nei Paesi Bassi diventa lentamente sempre meno facile. Questo è almeno l’obiettivo delle autorità italiane ed olandesi, le quali hanno stipulato un accordo che vede la nascita di una nuova squadra speciale di polizia dedicata alla criminalità organizzata italiana. Il passo ricopre una certa importanza, soprattutto considerando la pervasività del fenomeno mafioso nel nord Europa ed in particolare in Germania ed in Olanda.

Pochi esempi bastano a segnalare quanto il paese dei tulipani sia stato infiltrato dalla ‘ndrangheta e non solo: si pensi all’arresto del boss ‘ndranghetista Francesco Nirta, protagonista della strage di Duisburg del 2007, avvenuto in un appartamento di lusso a Nieuwegein, nei pressi di Utrecht; il boss, che faceva parte dei dieci latitanti italiani più pericolosi, è stato trovato nell’appartamento con 40 chili di cocaina e migliaia di euro in contanti, nascosti nell’appartamento e nella sua auto. Si pensi ancora al coinvolgimento delle mafie nel mercato dei fiori olandesi di Aalsmeer: l’ndranghetista Vincenzo Crupi del paese calabrese di Siderno, arrestato a Roma nel 2016, aveva infatti iniziato un business di successo nella vendita di fiori come copertura per un traffico di droga internazionale e attività di riciclaggio nel paese. L’azienda, attiva in Olanda per oltre vent’anni, buy nfl jerseys black and white quiz by team “>ha destato ben pochi sospetti sulle sue reali attività.“Non avevano Ferrari o orologi di lusso. Guardandoli non si notava nulla di strano. Sembravano persone ordinarie, ma non lo erano”, queste le dichiarazioni della polizia olandese al momento dell’arresto. Il profilo basso è caratteristica fondamentale delle attività mafiose italiane all’estero, almeno negli ultimi decenni; attirare l’attenzione non conviene per gli affari.

Ancora, il ristorante Rocco’s Pizza all’Aia: quest’ultimo è stato gestito dall’ndranghetista Rocco Gasperoni, arrestato solo nel maggio 2016 dopo anni di indisturbate attività illecite in Olanda e dopo numerosi solleciti da parte delle autorità italiane, che lo conoscevano già dal 1997 come narcotrafficante. Le accuse nei suoi confronti sono traffico di droga, nello specifico importata tra jeans americani venduti poi nel suo negozio di abbigliamento, sempre all’Aia. In attesa del processo in Italia, Gasperoni è riuscito ad aprire ancora un ristorante, proprio il Rocco’s Pizza. Dopo la condanna, e’ rimasto in Olanda per altri nove lunghi anni in attesa dell’arresto della polizia olandese, su sollecito costante dall’Italia.

L’unità speciale antimafia è la risposta olandese alle numerose critiche ed esortazioni da parte delle autorità italiane che lamentavano la mancanza di strumenti efficaci per contrastare la criminalità organizzata italiana nei Paesi Bassi. La permanenza di mafiosi e delle loro attività illecite in Olanda, per periodi prolungati, sono un chiaro segno dell’assoluta necessità di agire su questo fronte. Numerosi sono gli interessi ed i business illegali delle mafie nei pressi di Amsterdam: la posizione geografica risulta infatti centrale nel traffico di stupefacenti, grazie alla vicinanza con i porti di Rotterdam e di Amburgo, centri prediletti per il narcotraffico dal Sud America.

In attesa di una procura europea anti criminalità che permetta anche alle forze dell’ordine di “diventare globali come le mafie”, il passo olandese è sicuramente significativo. La mossa viene accolta positivamente anche dalla polizia olandese. “Sappiamo quanto sono pericolose queste persone. Vogliamo avere un’idea più chiara della dimensione delle loro operazioni qui. Abbiamo parlato con un pentito e aveva informazioni molto interessanti per noi” ha dichiarato il capo della polizia investigativa Wilbert Paulissen al giornale olandese AD.

Con un’unità dedicata al contrasto alle mafie, si aspettano novità importanti sul fronte olandese.

Siamo piacevolmente stupiti…


 

…dalla risposta alla nostra conferenza antimafia presso l’Ambasciata italiana: si sono accreditati più di 90 giornalisti ed erano in loco 12 troupe televisive che hanno prodotto numerosi comunicati e radiocronache!

Tutto è andato per il meglio, tutti gli ospiti sono stati in grado di venire (nonostante un volo cancellato all’ultimo) e uno dei nostri principali invitati, il ministro degli interni Thomas de Maiziere, non è venuto a mani vuote ma ha portato con sé due leggi entrate in vigore pochi giorni prima: in primo luogo, la legge di attuazione della decisione quadro sulla lotta alla criminalità organizzata dovrebbe portare alla criminalizzazione della partecipazione attiva in clan mafiosi, in quanto la legge dovrebbe riguardare e colpire proprio l’associazione a delinquere (la Germania attua così la decisione quadro europea sulla lotta alla criminalità organizzata del 2008). In secondo luogo, l’inversione dell’onere della prova, invocata e attesa da molti investigatori, (per la quale i criminali dovrebbero provare l’origine legale dei propri capitali) non esiste ancora in Germania, ma De Maizière ha ricordato l’attuazione di un onere della prova meno rigido, piuttosto “alleggerito”, in vigore dal 1 luglio 2017. Analizzeremo fino a che punto questo strumento sia compatibile con la lotta contro la criminalità organizzata.

Siamo rimasti stupiti anche dalle posizioni contrastanti ascoltate durante la conferenza. Un esempio: Peter Henzler, vicepresidente del BKA, ha constatato solo piccole lacune della legislazione antiriciclaggio tedesca; Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, invece, ha parlato di come l’ndrangheta non abbia bisogno di trasportare denaro in valigia verso la Germania per riciclarlo: le banche lo fanno.

Nelle prossime settimane pubblicheremo gli atti completi della Conferenza. Fino ad allora, troverete una sintesi della conferenza pubblicata dal nostro partner organizzativo il Movimento Europeo Germania sul loro sito (pagina disponibile unicamente in lingua tedesca). Inoltre, è disponibile il discorso integrale del ministro tedesco sul sito ufficiale del Ministero degli Interni (anch’esso in lingua tedesca).

Vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner nell’organizzazione di questa conferenza – l’Ambasciata Italiana a Berlino ed il Movimento Europeo Germania – così come i nostri sponsor, in particolare Barbera Caffè Germania, la quale ha offerto a noi ed ai nostri ospiti deliziosi caffè (espresso!!) e cappuccini, il bar ‘I cento Passi e il distributore di macchine per caffè espresso Caffè Sant Angelo.

Come un mafioso che ha trafficato cocaina in tutto il mondo può nascondersi in Germania


 

Nel giugno del 2015, la polizia dello stato federale dell’Assia (in tedesco Hessen) ha riportato orgogliosamente della confisca di sette chili di cocaina e dell’arresto di due italiani, Agazio V. e Alfonso L.. “La squadra antidroga della Polizia è riuscita a trovare indizi, qui a Francoforte, che riconducono ad un italiano, che avrebbe trasportato regolarmente cocaina con una BMW X3 dai Paesi Bassi a Francoforte o in Italia”, si legge nel rapporto della polizia. Nei fatti però questo documento rappresenta l’ennesimo caso di cecità diffusa per quanto riguarda la presenza della mafia in Germania da parte delle forze dell’ordine tedesche. Infatti, dietro i due arresti, si nasconde un sistema consolidato di importazione e trasporto di ingenti quantità di cocaina gestito da un clan ‘ndranghetista altamente pericoloso e, non ultimo, da un oste dell’Assia.

Secondo le nostre informazioni, gli indizi sono pervenuti a seguito di una richiesta di supporto da parte delle autorità italiane; in particolare, il contributo della polizia tedesca è consistito nel localizzare i due italiani, che sono stati quindi arrestati. Mentre in Italia sono seguite poi misure di sicurezza, quali pedinamenti e intercettazioni, in Germania Francesco R. ed il suo gruppo non dovevano temere alcun fastidioso investigatore. In questo caso, la polizia si è coperta con le penne del pavone.

L’aspetto peggiore è il fatto che, nonostante qui si tratti di un traffico di cocaina in grande stile – si parla di almeno di qualche dozzina di chili -, il termine “mafia” o “‘ndrangheta” non appare nemmeno nei comunicati stampa tedeschi che trattano la vicenda. Ciò acquista contorni ancora più cupi considerando il fatto che entrambi gli italiani arrestati sono affiliati ad un gruppo altamente pericoloso e hanno avuto contatti con il livello dirigenziale della ‘ndrangheta calabrese.

Francesco R. è conosciuto da molti in qualità di oste e, almeno sulla carta, gestirebbe ancora oggi un locale a Dreieich, – se si vuol credere al sito web del ristorante, in realtà si trova attualmente in carcere in Italia. Un documento giudiziario italiano descrive le sue attività imprenditoriali in modo un po’ più preciso: Francesco R. sarebbe, infatti, membro del clan ‘ndranghetista Gallace; egli è stato il fondatore, capo ed organizzatore di un’organizzazione criminale che si occupava prevalentemente di traffico di droga in grandi quantità. R. ha gestito, infatti, l’intero traffico di cocaina dell’organizzazione e ha intrattenuto contatti diretti con i cartelli colombiani, così come con altri gruppi criminali. In particolare, i rappresentanti dei cartelli colombiani lo hanno descritto come il proprio referente per il traffico di cocaina in Italia. In questa veste, l’oste avrebbe ordinato ai suoi affiliati di trasportare grandi somme di denaro attraverso l’Europa, per poi consegnarle ai rappresentanti dei cartelli colombiani. Nei caso più eclatante si è trattato anche di 1 250 000 Euro, una volta di 490 000 Euro, che sono stati consegnati nell’agosto del 2016 a Barcellona, e un’altra volta di 360 000 Euro, passati ad altra mano nell’olandese Utrecht.

Per il trasporto di droga e denaro, il clan ha fatto costruire un doppio fondo nel portabagagli delle proprie auto, apribile solo con un telecomando. La cocaina è stata nascosta anche nelle tasche laterali di una BMW, come dimostra l’auto fermata a giugno nella città di Schwetzingen in Baden-Württemberg. Gli investigatori hanno cercato per quattro ore prima di trovare la droga nascosta. Altri membri del gruppo sono stati segnalati a casa di Francesco R.  sia ad Hofheim che a Dreieich.

Ad essere preoccupante non è solo il fatto che Francesco R. e altri suoi collaboratori fossero in Germania totalmente inosservati, ma anche che questo gruppo di mafiosi sia riuscito a costruire una vera e propria struttura per trasportare illecitamente cocaina nelle cabine di pilotaggio degli aerei. Risulta, infatti, che il clan abbia specificatamente assunto due tecnici aventi libero accesso a quest’area. Si tratta di un chiaro rischio per la sicurezza, soprattutto alla luce del fatto che le organizzazioni mafiose non lavorano solo per conto proprio, ma offrono i propri servizi anche ad altre parti interessate: come è noto, le organizzazioni mafiose hanno spesso contatti con altri ambienti criminali. Per quanto riguarda la Germania, ad esempio, gli ‘ndranghetisti sono sospettati di aver fornito armi a circoli di estremisti di destra, forse anche alla NSU (Nationalsozialistischer Untergrund, cellula terroristica tedesca di matrice neonazista).

La cellula vicina a Francesco R. aveva legami familiari molto vicini al clan Gallace di Guardavalle, in provincia di Catanzaro. Francesco R. ad esempio è il cugino del boss. Il potere di questo clan è dimostrato anche dal fatto che il boss Vincenzo Gallace nel 2008 avesse ordinato l’omicidio di Carmelo Novella, l’uomo della ‘ndrangheta più forte della Lombardia. Inoltre i Gallace sono alleati con i Farao, che hanno già messo radici da tempo in Baden-Württemberg e gestiscono lì il traffico di cocaina.

La più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’EU: il rapporto Europol 2017


È stato pubblicato recentemente l’ultimo rapporto dell’Europol sulla criminalità organizzata e terrorismo (European Union Serious and Organised Crime Threat Assessment – SOCTA 2017), che analizza in dettaglio gli ultimi sviluppi sulle minacce e sulle evoluzioni del crimine in Europa.

L’Europol, anche noto come l’Ufficio Europeo di Polizia, è stato istituito nel 1999 con sede a L’Aia ed è l’agenzia di contrasto al crimine dell’Unione Europea. Il suo mandato include sostenere le operazioni sul campo delle forze dell’ordine, fungere da centro di scambio di conoscenza e competenze sul contrasto alle attività criminali, e favorire lo scambio di informazioni tra gli Stati membri. L’obiettivo finale è quello di coordinare l’Unione Europea nel suo contrasto alla criminalità per favorirne la sicurezza e la cooperazione.

Per la stesura del presente rapporto, l’Europol ha condotto la più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’Unione Europea. I risultati del rapporto non sono confortanti: Europol individua più di 5000 gruppi di criminalità organizzata attivi in Europa nel 2017 e sotto investigazione dalle autorità. L’ultimo rapporto a riguardo – pubblicato nel 2013 – ne contava 3.600. L’aumento nel numero dei gruppi di criminalità organizzata segnalati dal rapporto non è però necessariamente da intendere come un aumento del dato reale, quanto piuttosto come un miglioramento del lavoro di intelligence e di coordinamento dell’Europol. Molti gruppi individuati sono inoltre gruppi di dimensioni piuttosto ridotte, soprattutto nell’ambiente del crimine informatico. Secondo il report, i partecipanti a tali gruppi sono di almeno 180 nazionalità diverse, di cui il 60% provenienti dall’Unione Europea, e la maggior parte dei clan operanti a livello internazionale conta membri di più di una nazionalità.

Il rapporto si concentra in particolare su cinque macro-aree, che si sono rivelate centrali nel crimine organizzato degli ultimi anni: i crimini informatici (cyber-crime); la produzione, il traffico e lo spaccio di droga; il traffico di migranti (migrants smuggling); la tratta di persone a scopo di sfruttamento (trafficking in human beings); i reati contro il patrimonio da parte della criminalità organizzata.

Molti clan della criminalità organizzata mostrano grandi capacità di adattamento ai cambiamenti della società, modificando il loro modus operandi in funzione del maggior profitto possibile. Molte attività criminose nell’ambito del cybercrime richiedono delle competenze tecniche ad alto livello, evidenziando come i criminali si stiano specializzando sempre di più. La tecnologia viene sfruttata dai gruppi di criminalità organizzata per rubare dati sensibili, diffondere e vendere materiale pedopornografico e attaccare interi networks attraverso malware e ransomware, che portano a grandi guadagni per il gruppo criminale. Tali guadagni, richiesti come riscatto per il network in Bitcoin, possono essere utilizzati per portare avanti operazioni criminali anche di altra natura. Il rapporto evidenzia infatti come il 45% dei gruppi criminali siano impegnati in più di una attività illegale: in linguaggio tecnico, vengono definiti come “poly-criminal groups”. Questi sono in particolare modo quelli che si occupano di vendita e traffico di beni illegali, dalla droga, a beni contraffatti fino al materiale pedopornografico.                                                                                                                                                                                 Più di un terzo dei gruppi criminali attivi nell’UE sono impegnati nella produzione, traffico o spaccio di droghe. Il mercato della droga rimane particolarmente redditizio, portando nelle casse dei criminali più di 24 miliardi di euro all’anno. Il rapporto ha anche evidenziato come il traffico di migranti (smuggling) e la tratta (trafficking) siano diventati dei business altrettanto remunerativi quanto il traffico di droghe: la crisi dei migranti degli ultimi anni ha fornito ai clan un’opportunità di lucrare sulla vita di persone a rischio, sia potenziali migranti nei loro paesi di origine che immigrati ancora irregolari, e quindi particolarmente vulnerabili.

L’Europol ha evidenziato come vi siano tre mezzi utilizzati dalle criminalità organizzate per facilitare la maggior parte delle loro attività illegali: il riciclaggio di denaro, la produzione e l’utilizzo di documenti falsi ed il traffico online di servizi e/o beni illegali. Questi tre elementi portano a facilitare notevolmente la commissione di crimini e sono presenti nella maggior parte delle attività illegali dei clan.

In particolare, secondo il rapporto, i gruppi di criminalità organizzata più pericolosi risultano essere quelli che hanno la capacità di riciclare i loro profitti, portandoli quindi nell’economia legale. Ciò garantisce loro vantaggi significativi, facilitando i loro business illeciti e garantendone la continuità e l’espansione. Si ritiene infatti che il riciclaggio di denaro sporco possa permettere anche ai gruppi terroristici di finanziare le loro attività. Proprio in Germania le mafie si sono contraddistinte soprattutto per attività di riciclaggio, attraverso l’apertura di ristoranti, casinò, e altri tipi di attività commerciali, proprio per introdurre il loro denaro sporco nei circuiti dell’economia legale. Il quadro legislativo tedesco risulta infatti carente, come si evince dalle parole del procuratore Roberto Scarpinato in un’intervista al quotidiano italiano La Repubblica In Germania, ad esempio, esistono gravi limiti in materia di intercettazioni. E regole probatorie che rendono difficili le indagini sul riciclaggio e la confisca. Se un magistrato tedesco trova un mafioso con una valigia piena di denaro, e questi dichiara di averlo vinto al gioco, è l’accusa a doverne dimostrare l’origine illecita. Mentre in Italia è il mafioso a dover giustificare quei quattrini”.

Il rapporto Europol evidenzia anche il connubio sempre più pericoloso tra terrorismo e criminalità organizzata. In particolare, si legge che “le investigazioni riguardanti gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles, rispettivamente del novembre 2015 e marzo 2016, hanno rivelato il coinvolgimento di alcuni degli aggressori in una serie di crimini in collaborazione con clan della malavita organizzata, tra cui il traffico di droga, così come contatti personali con gruppi criminali attivi nel traffico delle armi e nella produzione di documenti falsi”.

Sulla base delle analisi e della raccolta dati effettuate, le conclusioni del rapporto invitano quindi a concentrarsi proprio sulle cinque macro-aree di criminalità (cybercrime, il traffico di droga, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti ed i reati contro il patrimonio) e sui tre mezzi trasversali (il riciclaggio, la falsificazione di documenti ed il traffico/vendita di beni e servizi illegali) come delle priorità nell’attuale lotta contro la criminalità organizzata.

Per leggere l’intero rapporto, si visiti la pagina dell’Europol al seguente link: https://www.europol.europa.eu/publications-documents