“Bisogna seguire il denaro”


Uno dei più grandi processi di mafia in Germania si è appena concluso a Costanza. In un’intervista, il Procuratore Generale Joachim Speiermann spiega i retroscena del processo e perché la frase “Mafia? Non ci interessa” è stata ripetuta spesso.

Dott. Speiermann, lei ha recentemente concluso uno dei più grandi processi contro la mafia in Germania e – per dirla senza mezzi termini – quasi nessuno se n’è accorto. Come la fa sentire questo?

Naturalmente questo è dovuto anche al fatto che stiamo vivendo al tempo del Coronavirus. Ecco spiegato perché gli ultimi giorni del processo non sono stati così frequentati. In generale, dopo 100 giorni di procedimento, l’interesse diminuisce notevolmente.

Il presidente del tribunale ha parlato di un “processo mafioso che non era un processo mafioso” e ha anche detto che non gli interessava se qualcuno degli imputati potesse appartenere alla mafia perché secondo la legge tedesca non è rilevante. Questo significa che la giustizia tedesca è cieca nei confronti della questione mafiosa?

Non voglio dirlo in modo così diretto, ma sono stato anch’io un po’ sorpreso da questa affermazione. Il procedimento è iniziato grazie all’arrivo di un’informazione della “Drug Enforcement Administration”, l’agenzia americana antidroga, rivolta agli inquirenti italiani. Siamo stati informati dei fatti perché alcune persone coinvolte vivevano nel nostro distretto. Nel corso delle indagini, abbiamo ottenuto prove evidenti che questo procedimento aveva dei legami mafiosi. Ciò è stato poi confermato durante il processo anche dalle dichiarazioni dei testimoni. Certo, in Germania non possiamo determinare in dettaglio chi è un mafioso e chi no, ma un così grande traffico di sostante stupefacenti è possibile comprenderlo a fondo solo se si indagano anche le persone coinvolte. E mi ha deluso in una certa misura il fatto che questo non sia successo – non si può lavorare solo su una base puramente orientata al reato. A maggior ragione per la sentenza fa la differenza se sullo sfondo c’è un gruppo mafioso o meno. Questo il tribunale avrebbe dovuto metterlo in chiaro. Rivelatrice fu la frase pronunciata dal Presidente all’investigatore capo:  “Per favore, rimanga in superficie”, disse il giudice. Sembrava che il non volesse fargli fare un rapporto dettagliato.

Inoltre, durante il lungo dibattimento è stata purtroppo ripetuta più volte la frase “la mafia, non ci interessa”.

 Come se lo spiega?

Questa è in genere la tendenza dei tribunali. È più facile rimanere in superficie. È più semplice condannare solo chi confessa e solo quando ciò diventa difficile si va in profondità. Questo processo non è stato facile sin d’all’inizio, con circa 20 avvocati che attaccavano da tutte le parti. Mi sarebbe piaciuto vedere evidenziate le relazioni con l’Italia. Tuttavia, il tribunale ha preferito giudicare solo le operazioni di droga effettuate in Germania e non i reati commessi all’estero, come una rapina di una gioielleria che era prevista a Verona, impedita appunto per via delle indagini.

Purtroppo, nessun poliziotto italiano è stato convocato e sentito come testimone, nonostante anche in Italia le indagini fossero in corso.

Lei ha detto che le persone dietro questi traffici di droga in Italia provenivano dall’ambiente della mafia. Fa differenza per lei sapere di avere davanti a sé in tribunale persone con tali contatti?

Certo, per la sentenza c’è una differenza fondamentale. Che si tratti di un singolo delinquente, di atti spontanei o di criminalità organizzata. Se poi ci sono riferimenti alla ‘ndrangheta calabrese o a Cosa Nostra siciliana, allora questo è un punto cruciale.

E lei come la vive personalmente? Loro non sono delle persone per bene e sappiamo che le organizzazioni mafiose hanno sulla coscienza molti giudici e procuratori che hanno fatto il loro lavoro.

Quando  il gruppo in Germania era in difficoltà con le vendite e i guadagni, abbiamo ascoltato una conversazione telefonica durante il processo dove si diceva che avrebbero chiesto il parere della Cupola di Palermo, la centrale organizzativa di Cosa Nostra.

Ma non ha mai pensato a persone come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, assassinati a causa della loro lotta alla mafia?

No, questo no. Sicuramente sono consapevole di questi avvenimenti e ne sono impressionato. So quanto gli italiani rispettino questi colleghi. Chiunque lavori contro la mafia in Italia lavora in condizioni molto diverse da quelle che abbiamo qui, anche attualmente, dicono i colleghi italiani.

Come ha vissuto l’esperienza con la polizia tedesca? A volte si sente dire che non vogliano agire contro la mafia.

Al contrario, il team qui è stato probabilmente la chiave del successo. Avevamo un ottimo agente di polizia, un commissario capo che era il referente per la criminalità organizzata italiana presso la Landeskriminalamt (l’Ufficio della Polizia Criminale Locale)) e che aveva contatti incredibilmente buoni in Italia. Lo abbiamo portato a bordo e ha stabilito un contatto diretto con gli investigatori a Palermo. In questo modo sono entrato in contatto con il procuratore responsabile. È stato allora che ci siamo incontrati e abbiamo avuto modo di conoscerci. Solo così la procedura ha potuto funzionare bene. Abbiamo poi concordato uno scambio diretto di informazioni tra le forze di polizia in una fase iniziale. Questo ci ha risparmiato l’ingombrante percorso attraverso l’Interpol o il canale della polizia. L’utilizzo si è poi naturalmente svolto correttamente nell’ambito dell’assistenza giudiziaria. C’erano due procedure, le cosiddette procedure a specchio: la mia in Germania e quella del mio collega in Italia. I rispettivi risultati sono stati scambiati tempestivamente e c’è sempre stato un coordinamento.

Questo modo di procedere porta con sé anche problemi?

Questa procedura può già servire da modello. Tuttavia, richiede persone giuste e motivate da parte della polizia. Se ci sono obiezioni fin dall’inizio, allora non funziona. Qui abbiamo una sede della polizia relativamente piccola, quella di Rottweil, che però ha già portato avanti con successo alcuni procedimenti relativamente grandi. Non credo che ci siano stati procedimenti simili, almeno non qui nel Baden-Württemberg. Fondamentalmente, tali procedure dovrebbero essere localizzate presso la LKA. Al termine delle indagini, l’allora capo della sede centrale della polizia di Rottweil ha presentato il lavoro della sua squadra al Bundeskriminalamt (l’Ufficio Federale della Polizia Criminale) in una conferenza. Erano sorpresi, e il messaggio pervenuto era che al BKA non sarebbero stati in grado di farlo. Ma la stessa BKA non è mai stata coinvolta e neanche la LKA, ad eccezione di questo unico ufficiale di polizia. Le indagini si sono poi estese all’area di Stoccarda e Münster. In quest’ultimo caso il procedimento ha funzionato anche molto bene. A Münster abbiamo già avuto alcune condanne definitive. Il procedimento a Stoccarda, invece, è stato ripreso qualche tempo fa. Per quanto ne so, finora non sono state mosse accuse.

Ho letto che sono stati confiscati sei milioni di euro.

In Germania affrontiamo i procedimenti in modo diverso rispetto all’Italia. Naturalmente cerchiamo anche qui in Germania di confiscare i beni. Abbiamo fatto richieste di informazioni bancarie e tutto il resto, ma purtroppo non siamo stati in grado di identificare e confiscare tanti beni. Questo è anche un vantaggio di una procedura speculare tedesco-italiana: gli italiani hanno poi sequestrato provvisoriamente sei appartamenti e proprietà a titolo di sequestro preventivo.

Che cosa significa sequestro preventivo?

Se l’accusato non è in grado di spiegare la provenienza del capitale investito o la provenienza è dubbia, non comprensibile, allora in Italia i beni possono essere sequestrati. Se qualcuno paga pochissime tasse e possiede però dei beni, gli italiani sono relativamente veloci con il sequestro preventivo. L’imputato deve poi dimostrarne la vera origine. Se non può farlo, i beni possono essere confiscati. È stato così anche in questo caso. L’idea di fondo di questo procedimento è che il capitale possa poi essere utilizzato per altri reati.

E questo non è possibile secondo la legge tedesca?

Sì, questa idea sta cominciando a prendere piede anche nel diritto tedesco. Anche qui in questo caso, – anche se il procedimento viene archiviato o se qualcuno viene assolto – i beni sequestrati possono essere confiscati se si è convinti che non sono stati acquisiti legalmente. Ai sensi dell’articolo 76a del Codice penale tedesco, ciò è ora possibile. Si tratta di una questione di valutazione delle prove, e noi ora abbiamo lo strumento per farlo.

Quale lezione ha tratto da questo procedimento?

Il lato positivo per me e per la squadra, per la polizia, è che ho imparato che l’azione congiunta funziona anche al di là delle frontiere se sono coinvolte le persone giuste e se le persone sono motivate. Questa è stata la cosa gratificante. La lunga durata del procedimento logora; ci sono stati più di 100 giorni di procedimento, e la questione se in termini di costi ciò sia giustificato è oggetto di dibattito. In conclusione, però, devo dire che degli undici imputati, sono stati tutti condannati; questo mi rende felice. L’ammontare della pena è a discrezione del tribunale; non mi ha pienamente convinto. Ma è stato un successo.

In Germania siamo ben posizionati per affrontare il problema della criminalità organizzata transnazionale?

In primo luogo, abbiamo bisogno di agenti di polizia motivati e di procuratori motivati. Questa è la cosa più importante. Se si incomincia un procedimento con riserve, non si va molto lontano. A volte bisogna essere un po’ coraggiosi, provare nuovi approcci, e poi la cosa funziona. Non ho una visione d’insieme precisa del numero di procedimenti ma rimango pensieroso quando vedo l’esiguo numero di procedimenti che vengono condotti in questo settore in Germania. Soprattutto perché si dice sempre che in Germania ci sono diverse centinaia di mafiosi. E nel nostro caso non abbiamo nemmeno stabilito che si trattavano di mafiosi.

Come ha motivato i suoi agenti di polizia? La procura può contribuire a questo?

Certo. Ma abbiamo anche avuto due o tre casi importanti in passato. Siamo stati fortunati ad avere ufficiali davvero motivati a Rottweil.

Come ha vissuto gli imputati nel processo? Come uomini in abito nero e occhiali da sole come nei film di mafia?

No! Sono stati più rispettosi con me che con gli avvocati della difesa. Uno degli imputati era un po’ egocentrico, ma erano imputati normali, come li si vede sempre.

Crede che questa procedura verrà notata dall’altra parte? Si dice che tra il pubblico ci fosse un mafioso condannato.

Fino a che punto ci sia interesse, non lo posso giudicare, non lo so. Ma sono sicuro che saranno interessati all’esito del processo.

Si può presumere che questo processo faccia parte di quello, che viene dichiarato “War on Drugs”. Ma questa guerra alla droga non mi sembra molto efficace, stiamo assistendo a un’inondazione di cocaina in Europa.

Non penso alla liberalizzazione, semplicemente per motivi di salute. Si può vedere, soprattutto tra i giovani, quali conseguenze può avere anche la droga leggera come la marijuana. In alcuni casi, questa droga causa terribili psicosi. Ma ammetto che attualmente c’è sul mercato molta droga, questa è una lotta contro i mulini a vento.

Come si potrebbe rendere questa lotta più efficace?

Bisogna seguire la strada che stanno percorrendo gli italiani, bisogna seguire la strada del denaro. Questo non accade abbastanza in Germania. Nel 2017 alcune leggi sono state modificate, resta da vedere se saranno effettivamente attuate. Gli strumenti ci sono, ma dobbiamo anche usarli. E questo comporta un sacco di lavoro. C’è bisogno di procuratori motivati e ci vuole molto tempo. E anche noi della procura siamo misurati in base alle statistiche. Una procedura così di criminalità organizzata (CO) richiede molto tempo e personale. Nel mio processo, per esempio, solo il processo principale ha comportato 100 incontri con due persone del mio dipartimento. Purtroppo, non abbiamo avuto personale aggiuntivo per il procedimento. Secondo il sistema di calcolo del fabbisogno di personale (Pebb§y), tale procedura ci viene addebitata con 2000 minuti – ciò è ovviamente un valore medio! Molte procedure semplici come il furto in un negozio porta più personale e questo spiega forse anche le poche procedure nei confronti della criminalità organizzata.

E ora è finito tutto?

Abbiamo presentato ricorso contro le ultime due sentenze e siamo in attesa delle motivazioni scritte. La Camera ha ora circa 6 mesi di tempo per redigere le motivazioni del verdetto. Lo esamineremo poi in termini di diritto di appello per vedere se ci sono errori nella sentenza o nella valutazione delle prove.

Ci sono stati contatti tra lei e gli imputati in seguito?

In parte ho anche ricevuto un feedback positivo là dove non me lo sarei mai aspettato. Un imputato calabrese mi ha salutato personalmente. Mi ha ringraziato per la correttezza e mi ha detto che se dovessi fare una vacanza in Calabria, potrei andare a trovare la famiglia. Che naturalmente ho rifiutato. Gli imputati sono stati davvero più rispettosi che gli avvocati della difesa. Gli avvocati della difesa sono stati il problema maggiore del processo, è stata una delle loro strategie logorare il tribunale che è in parte riuscita.

Se si parla di avvocati difensori, c’era un avvocato difensore la cui prima frase nel processo poteva essere intesa fondamentalmente come una minaccia per i testimoni. Per riassumere, ha detto: “Chi tiene la bocca chiusa vivrà fino a 100 anni”.

Naturalmente questo può essere inteso in questo modo, nel caso di questo avvocato, non so se ha capito veramente quello che diceva. Forse voleva solo mettersi in mostra. Che fosse davvero una minaccia, devo lasciarlo in sospeso. Ma il fatto è che all’inizio c’era un silenzio di ferro.

Ha avuto la sensazione di avere abbastanza conoscenza della criminalità organizzata italiana?

Devo dire onestamente che ho imparato molto in questo processo. È stato il mio primo grande caso di narcotraffico legato alla mafia. No, ero relativamente nuovo al tema e ne sono stato coinvolto solo quando ho preso contatti in Italia e l’indagine riguardava l’argomento mafia.

Vede la necessità d’azione, ad esempio in termini politici? I procuratori devono essere formati?

Sì, soprattutto per l’aspetto transnazionale del lavoro. Siamo ora agli inizi con la procura europea e c’è Eurojust come organo europeo di coordinamento delle indagini. Ma un’adeguata formazione e conferenze sull’argomento sarebbero certamente utili, dove verrebbero inviati giovani colleghi. La procedura JIT (Justice Investigation Team) con squadre investigative in due o più paesi europei è uno strumento importante. Nel nostro ufficio ci sono stati anche due procedimenti di questo tipo. L’assistenza legale è a volte molto, molto formale e richiede molto tempo, il che scoraggia molti colleghi, i quali dicono: “Oh, l’assistenza legale è difficile”. Questo è il motivo principale per la paura verso i paesi stranieri tra i colleghi. Il JIT semplifica tutto questo.

Ho notato nei colloqui con i procuratori italiani che loro sanno molto di più sulle strutture criminali. Perché è così?

Fondamentalmente, in Germania è molto più facile arrestare un delinquente con 5 chili di droga che andare in profondità e identificare le strutture. Le indagini strutturali richiedono tempo e noi siamo giudicati in base al numero di casi. Per questo motivo in Germania sono troppo pochi gli sviluppi di questo tipo.

Quante volte si è dovuto recare in Italia per questa indagine?

Sono stato in Sicilia tre volte. L’ospitalità dei colleghi è stata un arricchimento personale. Considerando inoltre come lavorano i poliziotti italiani, in quali condizioni e per quanto poco denaro, i nostri poliziotti tedeschi lo hanno potuto constatare e vedere in confronto quanto bene stanno qui. Inoltre, impariamo l’uno dall’altro: gli investigatori italiani, ad esempio, guardano molto più da vicino i profitti del commercio criminale di quanto non facciamo noi in Germania. Nel nostro procedimento sono stati sequestrati sei milioni di euro, la maggior parte dei quali in Italia.

Qual è il fascino speciale delle indagini nel settore della droga e della mafia?

Si ha un contatto molto diretto con la polizia, il che salda insieme. Ed è emozionante, e si può vedere cosa succede grazie alle misure di sorveglianza delle telecomunicazioni. Questo è molto, molto interessante.

Ha ancora contatti con l’Italia?

Ora vado in pensione; quattro poliziotti volevano venire per la mia festa di addio. Ma a causa del Corona non è stato possibile. Sono ancora in contatto con loro e se una volta andrò in Sicilia, farò sicuramente visita ai colleghi.

Guarda ancora i film di mafia?

(ride) Raramente. Non guardo neanche  “Tatort” una serie poliziesca molto conosciuta in Germania. Questo ha poco a che fare con la realtà.

SULLA PERSONA

Il Dr. Joachim Speiermann è nato a Rendsburg (Schleswig-Holstein) e sposato, è entrato nella magistratura nel 1986 ed è stato giudice in diversi tribunali fino al 2002: il Tribunale locale, la Grande Camera Penale e alla corte dei periti laici di Costanza e Singen. Dal 1993 al 1996 è stato giudice aggiunto all’Università di Costanza. Nel 2002 è entrato a far parte della Procura di Costanza, prima come capo di un dipartimento generale e dal 2014 come vicecapo delle autorità e capo del dipartimento criminalità organizzata e narcotici.

Quest’articolo è stato pubblicato in una versione più breve su Cicero Online – Magazin für politische Kultur.
La foto mostra Il PM Joachim Speiermann (sulla destra) e i poliziotti Wolfgang Rahm, LKA Stuttgart e Thomas Flaig e Thomas Hechinger, Polizeidirektion Rottweil, a Palermo.

L’ufficio federale della polizia criminale tedesco e il ministro Seehofer presentano il rapporto sulla criminalità organizzata


Purtroppo, i dati pubblicati recentemente dall’ufficio federale BKA e dal Ministero federale dell’Interno Seehofer nel rapporto denominato „Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata“ („Bundesleitbild Organisierte Kriminalität“) hanno ben pochi lati positivi. Il numero di procedimenti contro la criminalità organizzata – che di per sé è un settore molto ampio e non comprende solo gruppi mafiosi con una struttura complessa – è sceso da 572 a 535, rispetto all’anno precedente.
Considerando che il tema della lotta alla criminalità organizzata ha ricevuto maggiore attenzione da quando è stata „scoperta“ la presenza delle organizzazioni criminali dei cosiddetti clan, questo declino è ancora più allarmante. Ma non è tutto. Le cifre dimostrano più volte che la lotta contro la criminalità organizzata in Germania non è una priorità.

1.Fino a 1000 membri della ‘ndrangheta in Germania ma indagini contro solo 124 persone

Grazie al gruppo parlamentare dei Verdi del Bundestag, il governo federale deve contare e monitorare i membri delle organizzazioni mafiose in Germania ogni anno. Nel maggio di quest’anno, il governo ha riferito che il “il numero effettivo di membri da attribuire alla ‘ndrangheta è stimato tra 800 e 1.000”.
Ora apprendiamo che l’anno scorso ci sono state in totale 13 indagini contro membri della criminalità organizzata italiana, cioè contro tutti i gruppi (oltre alla ‘ndrangheta anche la Cosa Nostra, la Camorra ed altri). Si tratta di un caso in meno rispetto all’anno scorso ed il fatto che 124 membri della ‘ndrangheta siano stati indagati parla da sé. In parole povere, questo significa che nove mafiosi su dieci rimangono indisturbati in Germania, nove membri su dieci di organizzazioni criminali possono fare i loro affari serenamente e con le altre organizzazioni (Camorra, Cosa Nostra eccetera) la situazione è la stessa. L’inadeguatezza dell’azione statale nel campo della criminalità organizzata è dimostrata anche dalla somma dei beni sottratti.

2. Miliardi di euro di entrate rimangono ai criminali

I danni causati da attività criminali in Germania sono stimati in 691 milioni di euro. I proventi da attività criminali sono stimati in 675 milioni di euro. È stato sequestrato un importo provvisorio di 72 milioni di euro. Dando queste cifre per scontate (anche se sono certamente troppo basse), ciò significa che più di 600 milioni di proventi di reato rimarranno ai gangster. Oppure, in altre parole, vale la pena essere un criminale in Germania!
Perché ci sono dubbi sul livello dei proventi di attività criminali? Se si calcola quali sarebbero stati i proventi se le droghe confiscate fossero state vendute, si devono ipotizzare miliardi di entrate e a questa cifra si aggiungono altre attività criminali. Poi c’è un altro punto che viene regolarmente dimenticato durante questa esposizione annuale dell’ordine di sicurezza della Repubblica Federale Tedesca: i gruppi della criminalità organizzata non sono attivi soltanto nell’illegalità, ma utilizzano anche il mercato legale della Repubblica federale per le loro attività, che dunque sono legali e che, per questo, è difficile stimare. Ignorarle completamente dimostra una visione poco lungimirante riguardo la criminalità organizzata.

3. Abbiamo finalmente bisogno di una nuova edizione del rapporto periodico di sicurezza

L’Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata si basa su indagini che sono state effettuate. È una dichiarazione banale, ma con conseguenze di vasta portata. Ciò che non compare in un procedimento di indagine o in cui il procedimento di indagine preliminare non viene trasformato in un procedimento di indagine formale, non si trova nel rapporto. Considerando la crescente pressione per indagini completate con successo e la diminuzione delle risorse per le indagini strutturali (in cui non si tratta di identificare i colpevoli, ma di chiarire le strutture criminali), nonché la frequente mancanza di personale nelle forze di polizia dei Länder, è ovvio che il rapporto sulla criminalità organizzata non può mostrare un quadro reale della situazione nel paese ma riflette solo le attività delle forze di polizia. Il rapporto non mostra qual è la situazione della criminalità organizzata in Germania. Mostra solo ciò che si sta facendo contro la criminalità organizzata. Questa è una grande differenza!
Mafianeindanke ha chiesto al ministro federale dell’Interno Seehofer all’inizio di giugno di commissionare finalmente il Rapporto periodico di sicurezza („Periodischer Sicherheitsbericht“), che spiega scientificamente lo stato di sicurezza della Germania ma non ha dato una data esatta. Inoltre un ulteriore elemento di debolezza del Periodischer Sicherheitsbericht sta nel fatto che la BKA non può basare le proprie analisi su dati ulteriori rispetto a quelli derivanti dalle indagini svolte, al contrario di semplici ricercatori scientifici che invece possono attingere da più e diverse fonti.

Nemmeno un salto dal balcone mezzo nudo salva Francesco R.


Qualche tempo fa abbiamo riportato qui la storia di un mafioso proprietario di ristoranti in Assia, che ha organizzato lo spaccio di droga in tutto il mondo, Francesco R… Quell’uomo era latitante, ma ora è stato catturato. I carabinieri italiani di Messina e Catanzaro in Sicilia lo avevano già individuato da qualche giorno. Ieri è stato arrestato. R. ha cercato di fuggire saltando dal balcone, ma il suo tentativo è stato invano. Ora è in custodia delle forze dell’ordine. Ciò che colpisce della storia di R. è che mentre in Germania si parlava sempre e solo di commercio di cocaina, R. è stato chiaramente riconosciuto in Italia come mafioso nei fascicoli di indagine. Questo è un altro esempio di come la mafia raramente appaia nelle statistiche criminali in Germania, principalmente a causa dell’assenza del reato di associazione mafiosa all’interno dell’ordinamento giuridico tedesco, secondo il quale la mafia non è di fatto punibile.

Sequestro record – L’Europa inondata di cocaina


Il 2 agosto 2019, la dogana di Amburgo ha annunciato la confisca di 4.500 kg di cocaina avvenuta nel porto della città. Questa è la più grande quantità che sia mai stata confiscata in Germania. La cocaina avrebbe prodotto sul mercato circa 1,4 miliardi di euro. Nella maggior parte dei casi, la sostanza fornita dal Sud America è molto pura, per cui viene allungata dalle tre alle quattro volte prima di venire messa sul mercato. Un grammo di cocaina tagliata costa circa 80 euro per strada.

Il materiale è arrivato in container con forniture di soia ed è stato imballato in borsoni sportivi. Questi contenitori contengono spesso serrature di riserva per i contenitori stessi. Anche prima che i contenitori arrivino “ufficialmente” nel porto, questi vengono aperti dai fornitori di servizi speciali per conto di criminali, le borse sportive vengono rimosse e i contenitori vengono nuovamente fissati con le serrature di ricambio, che sono esattamente duplicati delle serrature originali, in modo che la rimozione delle borse non sia tracciabile. Questa volta, per qualche motivo, la procedura non ha funzionato e la dogana ha scoperto e sequestrato questa immensa quantità di cocaina prima che i criminali potessero procurarsela. Dopo la confisca, la sostanza viene prelevata e solitamente bruciata sotto sorveglianza.

Questa consegna record intercettata dimostra ancora una volta che l’Europa sta vivendo una vera e propria invasione di cocaina. La domanda rimane elevata e l’attuale politica globale antidroga sembra essere inefficace. Ogni giorno il mercato della cocaina fa sì che miliardi di euro di denaro finiscano nelle mani di organizzazioni criminali. Per questo motivo è importante combattere efficacemente il riciclaggio di denaro sporco, perché non sono solo le droghe ad avere un effetto nocivo, ma anche il guadagno economico che queste generano. Al momento si parla di riciclaggio dal valore di miliardi nel settore immobiliare tedesco. È positivo che le misure contro questo fenomeno siano state rafforzate. In questo contesto, tuttavia, è estremamente discutibile il motivo per cui il pagamento di immobili in contanti è ancora consentito. Questo è un invito ai gangster di tutto il mondo ad investire in Germania. Tuttavia, è necessaria una lotta globale contro il riciclaggio di denaro sporco. È da escludere che a tale scopo possano essere utilizzati oggetti di valore come automobili usate e nuove, orologi, opere d’arte e gioielli. Vanno inoltre messi in evidenza i meccanismi complessi del riciclaggio di denaro, come la negoziazione di partecipazioni in società e gli investimenti in strumenti finanziari di protezione come i fondi chiusi e le costruzioni fiduciarie.

Un altro aspetto dell’eccesso di cocaina spesso trascurato è quello del consumatore. Anche i politici di alto livello consumano la sostanza. Tuttavia, le élite sociali non acquistano la droga al mercato di strada, ma in strutture come ristoranti di lusso e altri punti vendita adeguati. Questi contatti tra i narcotrafficanti e i consumatori non favoriscono il perseguimento delle strutture che riforniscono questi clienti. Anche per questo motivo, procuratori politicamente indipendenti in Germania rappresenterebbero un passo importante nella lotta alla criminalità organizzata.

Il motivo per cui un’impresa così immensa come quella di Amburgo è andata male può essere solo ipotizzato in questo momento. Nuovi giocatori stanno attualmente cercando di conquistare un punto d’appoggio nel commercio globale. Resta da vedere se questa circostanza ha qualcosa a che fare con il recente sequestro record. Sarà inoltre interessante scoprire quali sono i finanziatori oggetto di indagine. Perché’ una crisi isolata presa da sola non è molto significativa.

Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

11 arresti tra Italia e Germania: l’Operazione Extra Fines 2


Il 17 gennaio le procure antimafia di Roma e Caltanissetta hanno ordinato undici arresti che sono stati eseguiti da oltre cento operatori di polizia: l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è scattata in collaborazione con la polizia criminale e i reparti speciali tedeschi, attivati dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno e con il reparto del comando generale della Guardia di finanza: i territori coinvolti sono la Sicilia, l’Umbria, il Lazio, Colonia e Mannheim.

Queste sono le zone in cui il clan Rinzivillo si è espanso a partire dalla città di Gela da cui proviene. Quanto alla sua presenza in Germania, è emersa la presenza di una sua cellula soprattutto in Renania Settentrionale-Vestfalia. Già da due anni le procure italiane indagavano sui quattro arrestati della cellula tedesca: i fratelli Nicola e Salvatore G., Gabriele S. e Giuseppe C. Il territorio tedesco è fondamentale per il rifornimento di droga: ha costituito per il clan una base da cui venderla poi nel Lazio e in Sicilia.

Il nome “Extra Fines 2” deriva dal fatto che nell’ottobre del 2017 è già stata eseguita un’operazione Extra Fines, che portò all’arresto di 37 persone e al sequestro preventivo di beni per oltre 18 milioni di euro.

Il nome principale dietro a questi reati è ancora il boss Salvatore Rinzivillo che, arrestato due anni fa, è stato condannato nel marzo 2018 alla pena di 15 anni e 10 mesi di reclusione, con il riconoscimento quindi dell’aggravante del metodo mafioso.
Stavolta Rinzivillo avrebbe fatto affidamento su Ivano M., considerato il suo braccio destro. Entrambi sono stati agevolati nei loro affari da Marco L. e Cristiano P., i quali hanno cercato di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine in servizio presso alcuni aeroporti italiani: chiedevano che fosse chiuso un occhio nei controlli per esportare senza problemi ingenti somme di denaro in Russia; mediante l’aiuto delle mafie locali, questi soldi venivano reinvestiti in attività economiche.
L. e P. sono da tempo in carcere, accusati di concorso in fatti corruttivi: infatti hanno trasmesso a Rinzivillo e a M. delle notizie riservate contenute nella banca dati Sistema d’indagine (SDI).

In seguito all’operazione Extra Fines 2, Rinzivillo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un’altra figura da menzionare è Riccardo F., in carcere a Caltanissetta, il quale avrebbe avuto un ruolo strategico nella circolazione della droga: anche in questo caso naturalmente si è negato ogni coinvolgimento.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Il narcotraffico e attori criminali sudamericani


Lucia Capuzzi, giornalista dell’Avvenire e grande esperta di Sud America, è intervenuta con un’interessante contributo in occasione della quarta edizione di “Contromafie” ad inizio febbraio 2018: il tema era incentrato sul narcotraffico e sui cartelli della droga messicani. L’intervento ci invita ad allargare lo sguardo anche ad altri attori criminali, che sono però in connessione con quelli europei e che con loro collaborano. E’ importante qui ricordare che l’ˋndrangheta è stata definita nell’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia egemone nel campo della cocaina e vicina ai narcotrafficanti sudamericani, con cui da tempo ha instaurato rapporti privilegiati e dove ha creato delle cellule strategiche per gestire al meglio il mercato degli stupefacenti.

L’America Latina è un continente solo formalmente in pace ma che in realtà nasconde tassi così alti di violenza pari quasi a una vera e propria epidemia: nel continente vive il 9% della popolazione mondiale ma è il territorio dove si concentrano , secondo le statistiche ufficiali, il 33% degli omicidi mondiali. Il 2017 ha battuto il record di violenza di sempre: in Messico si sono, registrati più di 25.000 omicidi, con una media di 80 uccisioni al giorno.

E’ questo il contesto in cui le organizzazioni criminali si muovono, sfruttando per i loro traffici illeciti il più grande mercato sommerso del continente, quello del narcotraffico. In Sud America si trovano infatti tre degli stati più importanti al mondo per produzione di cocaina: la Colombia, il Perù e la Bolivia. Inoltre, soprattutto in Messico, si producono oggi ingenti quantità di cannabis ed eroina, quest’ultima principale responsabile dell’attuale emergenza droga negli USA. I cartelli della droga messicani stanno sempre di più monopolizzando il mercato degli stupefacenti verso il Nord con gli Stati Uniti e stanno diventando attori importanti anche verso il Sud, gestendo i rapporti con i trafficanti colombiani; inoltre, i cartelli messicani hanno ampliato il proprio business verso l’Europa, il cui mercato è gestito principalmente dall’ˋndrangheta e da Cosa Nostra, con cui hanno instaurato rapporti di fiducia. I gruppi messicani sono entrati in contatto anche con Al Qaeda e Hezbollah attraverso lo smercio verso l’Africa e con le triadi cinesi per quanto riguarda la metanfetamina.

Il narcotraffico è l’attività principale dei cartelli messicani. Sul territorio i narcotrafficanti si muovono grazie a gruppi paramilitari che sono diventati il braccio violento dei cartelli; la droga viene poi esportata e consumata per la maggior parte in Europa e negli Stati Uniti, dove la domanda di stupefacenti non accenna a diminuire. I profitti derivanti dalla vendita di stupefacenti non servono più solo a corrompere e primeggiare, ma anche per accedere e sfruttare altri mercati, diversificando così i loro business. Uno tra quelli più redditizi al momento per l’America Latina è lo sfruttamento delle risorse naturali, in cui le organizzazioni criminali possono infiltrarsi. Non è un caso se in questo continente si conta il più grande numero di ambientalisti uccisi al mondo: occuparsi di questi temi e avvicinarsi a quest’ambito significa spesso opporsi ad interessi criminali milionari (secondo i dati riportati dall’ONG Global Witness sono 197 gli ambientalisti uccisi in Sudamerica solo nel 2017).

Perché quindi è importante porre lo sguardo anche sul narcotraffico in America Latina? La continua collaborazione con le mafie europee alimenta un circolo vizioso che permette ai gruppi criminali di sopravvivere e guadagnare grazie alla vendita di prodotti illegali. Con un enorme costo, per esempio, per la società civile messicana, che negli ultimi 10 anni si è trovata ad affrontare il triste fenomeno dei desaparecidos (35000 persone scomparse negli ultimi 10 anni in Messico). Il sequestro e la detenzione arbitraria di giovani da parte di gruppi criminali è un dramma che sta colpendo molte famiglie messicane; queste si ritrovano spesso inascoltate da parte delle istituzioni che avviano una vera e propria criminalizzazione della vittima al momento della denuncia da parte dei famigliari. L’identikit dei giovani scomparsi è sempre lo stesso: giovani uomini e donne, tra i 18 e i 32 anni. Le famiglie si sono quindi organizzate in associazioni per riuscire a ritrovare autonomamente i propri familiari e per chiedere in maniera corale una risposta da parte delle istituzioni: questo è ciò che fa l’associazione Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México (link), membro della rete internazionale di Libera, ALAS composta da diversi organizzazioni della società civile che si occupano di promuovere l’antimafia sociale lungo tutto il Centro e Sud America.