Un’efficace prevenzione del riciclaggio di denaro è ostacolata da un deficit generale nell’applicazione della normativa in tutta l’Unione europea


Il 2018 non sembra essere un anno positivo per la lotta contro il riciclaggio di denaro. Gli Stati Baltici sono in prima pagina a causa di una serie di scandali bancari sul riciclaggio di denaro. In passato, le banche lettoni sono state ripetutamente sospettate di ricevere e trasferire fondi da fonti illegali. La terza banca dell’epoca, ABLV, è stata l’ultima a essere presa di mira dalle autorità finanziarie statunitensi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel febbraio 2018 per riciclaggio di denaro. Nel frattempo, la sua licenza è stata revocata. L’ABLV non è un caso isolato. Secondo l’autorità di vigilanza finanziaria lettone, all’inizio di marzo 2018 vi erano più di 26000 società di comodo registrate come clienti nelle banche dello Stato baltico che non svolgevano nessuna attività nel paese. Queste società spesso servono a nascondere il vero proprietario del conto o l’origine delle attività.

Nell’aprile 2018 è stata la volta della vicina Estonia, con il caso della Versobank. Anche per quanto riguarda questa banca, la licenza è stata revocata. Si tratta di una filiale estone della più grande banca danese, la Danske Bank. È accusata di aver riciclato più di 8 miliardi di euro; per questo, alcuni dirigenti del Danske si sono dimessi, le sorti della banca si sono aggravate e il governo danese ha annunciato l’intenzione di confiscare i proventi delle operazioni di riciclaggio del denaro. I fatti non sono ancora del tutto chiari; le relazioni intermedie indicano che il volume dei fondi riciclati è ancora più elevato di quanto si sapesse all’inizio. Si dice che un informatore abbia richiamato l’attenzione della sede centrale sulla situazione già nel 2013. Ma non è successo nulla.

Nel luglio 2018, l’Autorità Bancaria dell’UE (EBA)1 ha accusato Malta di non aver attuato la direttiva UE sul riciclaggio dei proventi di attività illecite. L’applicazione delle norme UE presentava “carenze generali e sistematiche”. L’ABE ha riesaminato l’approccio della FIFAG (Autorità investigativa maltese sul riciclaggio di denaro) per le indagini sulle circostanze sospette presso la Pilatus Bank. La giornalista Caruana Galizia, assassinata nell’ottobre 2017, aveva scoperto uno scandalo di corruzione alla Pilatus Bank e accusato l’istituto di riciclaggio di denaro. Secondo la relazione, il Primo Ministro maltese Joseph Muscat avrebbe raccolto tangenti, tra gli altri, dall’Azerbaigian. I depositi presso la Pilatus Bank sono attualmente congelati.

Le autorità maltesi non hanno adottato alcuna misura contro la Pilatus Bank fino all’inizio del 2018, sebbene nel 2016 fossero già stati sollevati sospetti nei suoi confronti per riciclaggio di denaro. La vigilanza a Malta è intervenuta nei confronti della Pilatus Bank solo dopo che il proprietario della banca era stato sanzionato negli Stati Uniti. Come nel caso della Lettonia, l’autorità di vigilanza nazionale è diventata attiva solo quando le autorità statunitensi – simili all’ABLV in Lettonia – hanno assunto il ruolo di “autorità di vigilanza sostitutive” a livello mondiale. Tali incidenti gettano una cattiva luce sulla reputazione dell’Unione bancaria europea e delle sue istituzioni.

Tutti i casi elencati hanno una causa comune: dimostrano l’inadeguato monitoraggio dell’attuazione della direttiva UE sul riciclaggio di denaro e delle normative UE da parte delle autorità competenti nei singoli Stati membri dell’UE. Non è mai stato un segreto che Malta e gli Stati Baltici abbiano enormi problemi con il riciclaggio di denaro sporco. Le strutture di vigilanza esistenti, che sono di natura puramente nazionale, presentano evidenti lacune di controllo, che possono anche diventare pericolose per gli Stati membri, per le istituzioni e le imprese in cui l’attuazione e la vigilanza funzionano, se le autorità non sono in grado o non sono disposte a svolgere i loro compiti.

La direttiva UE sul riciclaggio di denaro non si concentra sui requisiti relativi al contenuto, alla qualità e alla profondità della vigilanza sul riciclaggio di denaro.

Dall’adozione della prima direttiva sul riciclaggio di denaro, l’obbligo di cautela contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo è diventato sempre più preciso e denso per le istituzioni e le imprese coinvolte. I requisiti previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro, come quelli che devono essere soddisfatti a seguito della quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro attuata dagli Stati membri lo scorso anno e della (quinta) direttiva UE sul riciclaggio di denaro adottata nel giugno 2018, sono stati continuamente adattati ai maggiori rischi.

Tuttavia, vi è una crescente discrepanza tra questi requisiti regolamentari e l’effettiva attuazione da parte delle istituzioni o il monitoraggio dell’attuazione da parte delle autorità nazionali di vigilanza. La Commissione europea è consapevole di questo problema. Ritiene inoltre necessario intervenire a causa dell’applicazione incoerente degli obblighi esistenti in materia di assistenza alla clientela basati sul rischio nei singoli Stati membri e delle conseguenti differenze nel livello di attuazione. Non vi può essere alcun dubbio sulla parità di condizioni nell’attuazione. Questa accusa riguarda non solo i destinatari delle norme antiriciclaggio, vale a dire gli istituti e le società, ma in particolare anche le autorità nazionali di vigilanza del settore finanziario e altre imprese commerciali.

Sebbene la Direttiva UE sul riciclaggio di denaro abbia continuamente rafforzato e ampliato l’obbligo di cooperazione tra tutte le parti coinvolte, le parti obbligate e le autorità attraverso lo scambio di informazioni e di esperienze. Il fatto è, tuttavia, che le modalità di controllo del diritto del riciclaggio, la selezione e l’organizzazione dell’autorità competente, nonché la qualità e la densità delle misure di controllo dei tempi non sono prescritte agli Stati membri. In linea di principio, essa è lasciata agli Stati membri. La clausola generale di cui all’articolo 48, paragrafo 1, della direttiva prevede semplicemente che le autorità competenti “esercitano una vigilanza effettiva e prendono le misure necessarie per garantire il rispetto della presente direttiva”. Il presente regolamento è stato integrato solo da orientamenti dell’ABE. Gli orientamenti comuni definiscono quelle che l’EBA considera pratiche di vigilanza appropriate nell’ambito del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria o le modalità di applicazione del diritto dell’Unione in un determinato settore. Le autorità competenti dovrebbero integrare in modo appropriato gli orientamenti comuni ad esse applicabili nelle loro pratiche di vigilanza (ad esempio modificando il loro quadro giuridico o le loro procedure di vigilanza), compresi gli orientamenti comuni che si rivolgono principalmente agli enti.

Come si può risolvere il problema?

Alla luce del palese fallimento delle autorità nazionali di vigilanza in alcuni paesi dell’Unione europea, il problema non può più essere rinviato. I membri del Parlamento europeo, la Commissione europea e anche la Banca centrale europea sono d’accordo su questo punto. Il Parlamento europeo invita la Banca centrale europea (BCE) a trasferire in misura maggiore i poteri di vigilanza previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro nell’ambito del meccanismo unico di vigilanza (MES). Secondo l’SSM, dal 2014 la Banca centrale europea (BCE) è direttamente responsabile della vigilanza bancaria di banche (gruppi) importanti. Una banca (o un gruppo bancario) è significativa se il suo totale di bilancio è pari ad almeno 30 miliardi di euro (o al 20% del prodotto interno lordo nazionale) ed è uno dei tre maggiori istituti di credito del paese partecipante. Tuttavia, ciò non si applica alla vigilanza sul riciclaggio di denaro, per la quale la BCE non si riteneva sufficientemente competente al momento della creazione del MES nel 2014, in quanto la lotta contro il riciclaggio di denaro era una questione multidisciplinare per le autorità di vigilanza e investigative. Pertanto, non le sono stati conferiti poteri di questo tipo nel quadro del MES. Questa posizione negativa della BCE non è cambiata.

La vigilanza e l’applicazione delle norme europee in materia di riciclaggio di denaro nei confronti delle banche sono attualmente formalmente di competenza esclusiva delle autorità di vigilanza degli Stati membri e della Commissione europea. Tuttavia, la BCE ha anche il dovere di controllare i dirigenti bancari e gli organi di vigilanza in relazione ai reati finanziari, di richiedere alle banche capitale aggiuntivo in caso di rischi latenti e di ritirare la propria autorizzazione in caso di gravi reati di riciclaggio di denaro. Per questo motivo la BCE non può sottrarsi facilmente agli attuali scandali nel settore bancario e fare riferimento unicamente alla competenza delle autorità nazionali di vigilanza in tale settore. È pertanto necessario migliorare la cooperazione e ottimizzare lo scambio di informazioni tra le autorità di vigilanza nazionali e la BCE.

Tuttavia, un completo trasferimento di competenze alla BCE nel settore della prevenzione del riciclaggio di denaro non sarebbe sufficiente. La BCE non ha poteri al di fuori del settore bancario, né per altri enti del settore finanziario, come le compagnie di assicurazione o le imprese di investimento, né per altre persone soggette agli obblighi di riciclaggio, come le imprese commerciali o le libere professioni, la cui vigilanza è ancora più difficile che nel settore finanziario, nonostante gli attuali rischi di riciclaggio dei proventi di attività illecite.

La Commissione europea deve pertanto svolgere un ruolo più incisivo nella lotta contro il riciclaggio di denaro e disporre di maggiori informazioni e di maggiori diritti in materia di revisione contabile, anche sul campo, per poter seguire da vicino le autorità nazionali di vigilanza. A tal fine, in collaborazione con l’ABE e le altre istituzioni, occorre istituire un meccanismo di audit corrispondente della Commissione dell’UE. Se i risultati della revisione indicano che le autorità nazionali degli Stati membri non rispettano i loro obblighi in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro nel settore finanziario o in quello non finanziario, dovrebbero essere avviati procedimenti di infrazione. L’attuale task force della Commissione per la prevenzione del riciclaggio di denaro e della criminalità finanziaria deve disporre di personale notevolmente più numeroso e di risorse adeguate. Ciò che è già possibile nella lotta contro il terrorismo, sia in termini di personale che di risorse materiali, deve essere possibile anche nella lotta contro il riciclaggio di denaro.

1L’Autorità bancaria europea (ABE), in quanto parte del meccanismo europeo di vigilanza, mira a garantire una regolamentazione e una vigilanza efficaci nel settore bancario europeo per garantire la stabilità finanziaria nell’UE e tutelare l’integrità, l’efficienza e il corretto funzionamento del settore bancario.

L’ABE fa parte del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (ESFS), che comprende tre autorità di vigilanza: l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (AESFEM), l’Autorità bancaria europea (ABE) e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (AEAP). L’ABE è indipendente ma risponde del suo operato al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e alla Commissione europea.

Mentre le autorità nazionali di vigilanza e la Banca centrale europea sono responsabili della vigilanza dei singoli istituti finanziari, l’EBA ha la responsabilità primaria di contribuire all’elaborazione del quadro unico europeo per il settore finanziario adottando standard e orientamenti tecnici vincolanti. L’Autorità svolge inoltre un ruolo cruciale nel promuovere l’armonizzazione delle pratiche di vigilanza al fine di garantire un’applicazione armonizzata delle norme. Inoltre, l’ABE ha il compito di valutare i rischi e le debolezze del settore bancario dell’UE, in particolare mediante relazioni periodiche di valutazione dei rischi e prove di stress a livello europeo.

Tra gli altri compiti dell’ABE figurano l’indagine sull’inadeguata applicazione del diritto dell’UE da parte dell’autorità nazionali, i poteri decisionali in situazioni di crisi, la risoluzione delle controversie tra autorità competenti nei casi transfrontalieri e la prestazione di consulenza indipendente al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione.

Michael Findeisen

La legge sul riciclaggio di denaro: aggiornamenti


Ci sono novità in Europa nel contrasto al riciclaggio di denaro: il 19 giugno nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea è stata pubblicata la “V Direttiva Antiriciclaggio 2018/843” del 30 maggio 2018, che prevede l’aumento dei poteri delle Unità di informazione finanziaria dell’Unione europea e che ha come obiettivi la protezione del sistema finanziario tramite la prevenzione, l’individuazione e l’indagine del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo; il monitoraggio dell’anonimato delle valute virtuali e la limitazione dei rapporti d’affari o delle operazioni che implicano i paesi terzi ad alto rischio.

È stato inoltre aumentato il numero dei soggetti obbligati a rispettare le regole sul riciclaggio: sono stati inclusi i prestatori di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali, i prestatori di servizi di portafoglio digitale, i galleristi e i gestori di case d’asta.

Ma a che punto è la Germania nell’affrontare la questione?

Quando si tratta di riciclaggio di denaro, è noto che il settore immobiliare sia uno dei più a rischio: soprattutto in questo periodo di forte espansione del mercato immobiliare tedesco, molte attività di riciclaggio di denaro vengono svolte mediante investimenti in beni immobili; nel 2016 di 563 casi di criminalità organizzata registrati, il 7% concerneva casi di riciclaggio di denaro. I dati dell’Ufficio federale di polizia criminale riportano che ogni anno il riciclaggio di denaro sporco riguarda complessivamente 25 miliardi di euro e avviene tramite l’acquisto di beni immobili e terreni; è ancora quindi troppo facile nascondere l’origine dei ricavati di un’attività.

C’è quindi ancora molto da fare in Germania per contrastare il problema: come ha dichiarato il ministro delle finanze al WirtschaftsWoche, i Länder devono adoperarsi per migliorare il controllo del rispetto della legge sul riciclaggio dei capitali. Un anno fa è stata apportata una modifica legislativa per far fronte al problema (legge del 26 giugno 2017 sul riciclaggio di denaro), la quale permette alle autorità di confiscare i beni se suppone che la provenienza sia criminale e anche se a questa supposizione non seguono delle vere e proprie prove.

José Andrés Asensio Pagan, capo dell’ufficio centrale della Procura della Repubblica di Hamm, ha recentemente riferito che grazie a questa legge molti beni in possesso di criminali sono stati confiscati: un episodio recente è stato la confisca all’aeroporto di Düsseldorf di beni con un valore di circa 8 milioni di euro.

Permangono comunque le difficoltà da parte dello Stato di raccogliere e aggiornare le informazioni sul numero di casi sospetti e sul volume del riciclaggio di denaro nel settore immobiliare in Germania: è per questo che l’appello del ministro Scholz è rivolto in modo particolare ai Länder, i quali devono però fare fronte alla carenza di personale. I Verdi hanno criticato questa dichiarazione, nello specifico Lisa Paus ha rimarcato i rapporti tra riciclaggio ed espansione del mercato immobiliare, riconducendoli in buona parte alla debolezza dei controlli statali e alla conseguente necessità di far approvare ulteriori riforme.

Con la legge dello scorso anno è stato introdotto, anche come effetto dei Panama Papers, il registro per la trasparenza: non è ancora utilizzato da tutte le autorità fiscali, sono state iscritte finora 55504 imprese operanti in Germania; nel registro sono inseriti tutti i partecipanti a società, cooperative e fondazioni che detengono più del 25% del capitale o delle azioni con diritto di voto di una società o impresa.

Tuttavia anche il registro per la trasparenza presenta degli aspetti da rivedere e da migliorare, come quello dell’accessibilità al pubblico e della visibilità di tutti i registri nazionali: l’esperta finanziaria Marina Popzov di Transparency International ritiene che sarebbe importante divulgare gli aventi diritto economici di società, fondazioni e trust, anche con una quota del 10%. Di altro parere è il presidente dell’Unione fiscale tedesca, Thomas Eigenthaler, secondo cui si è già arrivati a un buon risultato potendo identificare con più facilità coloro che danno vita a un’impresa.

Nell’accordo della Große Koalition è stato delineato come prioritario l’impegno contro il riciclaggio di denaro, insieme a quello contro l’evasione fiscale, l’elusione e la concorrenza fiscale sleale: SPD e CDU sono concordi nel gestire questi problemi a partire dalla tassazione dell’economia digitale.

Per approfondire

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Il fascino degli strumenti di pagamento virtuali


Quando parliamo di riciclaggio, non possiamo non tener conto della recente e straordinaria diffusione della criptovaluta virtuale[1] e le sue implicazioni. La domanda che sorge spontanea è: questo strumento danneggia la lotta al riciclaggio di denaro e alla criminalità organizzata? I bitcoin [2]non sono né emessi né garantiti da una banca centrale come avviene nel caso del denaro tradizionale: proprio questa struttura decentralizzata e le transazioni preudoanonime della criptovaluta la rendono attrattiva, quindi, non solo per fruitori legittimi ma anche per gruppi criminali. Il ‘denaro virtuale’ ha un valore concordato tra le parti, sulla base della legge della domanda e dell’offerta, ed è scambiato direttamente tra un utente e l’altro. Il venir meno del bisogno di intermediari, primi tra tutti le banche tradizionali, ha posto il problema di chi oggi ha il compito di segnalare alle autorità competenti le attività o transazioni sospette. Sia diversi istituti internazionali che si occupano di misure antiriciclaggio, sia le autorità europee parlano della necessità di una strategia di prevenzione per contrastarne l’abuso. A tale proposito, sono state proposte una serie di modifiche della quarta Direttiva europea antiriciclaggio, pubblicata nel maggio 2015 e avente come quadro di riferimento il rafforzamento della lotta contro il finanziamento del terrorismo. Tra le modifiche proposte dalla Commissione europea c’è quella di far rientrare nel campo d’applicazione della direttiva antiriciclaggio almeno le piattaforme di scambio di valute virtuali (gli organismi di exchange) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale (custodian wallet provider).

Lo scopo è quello di identificare, perseguire, ma soprattutto prevenire reati finanziari che implicano l’uso di criptovalute virtuali. La sfida in questo senso è implementare una pratica normativa che rimanga favorevole all’innovazione, nel rispetto dei diritti fondamenti dei singoli – compresa la protezione dei dati e le libertà economiche -, che non si riveli quindi una regolamentazione restrittiva tout court. A tale proposito, secondo le raccomandazioni stilate ad inizio 2017 al termine del progetto di ricerca BITCRIME, finanziato dal Ministero tedesco dell’educazione e della ricerca (BMBF), l’integrazione di criptovalute virtuali nel metodo classico di prevenzione del riciclaggio di denaro è considerato inadeguato, oltre che impattare negativamente sugli utenti legittimi. È auspicabile pertanto una regolamentazione obbligatoria ad hoc, ad esempio basata su liste nere delle transizioni, finalizzata a prevenire lo scambio di criptovalute della lista nera in valute reali o beni e servizi reali. Tale regolamentazione deve essere uniforme a livello europeo ma dovrebbe puntare fin da subito ad una più ampia e condivisa cooperazione internazionale; questo per due motivi: il primo, per evitare strategie di elusione, il secondo per ovviare ad effetti di spostamento dal mercato europeo. Sempre tra gli obiettivi a breve termine, rimane quello di uniformare la punibilità dei reati connessi alla criminalità informatica.

Sebbene i flussi finanziari complessivi in criptovaluta risultino ancora modesti rispetto a quelli globali, l’evoluzione di questa tecnologia (cosiddetta del blockchain) sta aprendo scenari inediti, offrendo sia nuove opportunità che rischi. Le criptovalute permettono di pagare da qualsiasi parte del globo in tempi ridotti, in modo sicuro e senza lo scambio di informazioni sensibili, oltre al fatto che per aprire un conto in criptovaluta, il cosiddetto ‘wallet’ bastano pochi minuti. La necessità di capirne la natura tecnica e limitarne, quindi, le implicazioni criminali non deve essere percepita come contrario all’utilizzo di criptovalute virtuali in sè (lo stesso discorso vale per l’utilizzo del web, in questo caso del dark web, che ha influenzato pesantemente il mondo criminale ma non per questo si nega la natura rivoluzionaria di internet), anche se c’è il rischio di  ostacolare lo sviluppo di questo strumento in nome della lotta all’uso criminale della criptovaluta. La nascita e diffusione del bitcoin, infatti, rappresenta una sfida al sistema bancario tradizionale, in particolare critica alla base la politica monetaria attuata dalle Banche Centrali, e mette al centro l’intera community degli utilizzatori.

Come sottolineato da più voci, il futuro della criptomoneta virtuale (NB: non la sua esistenza) varierà a seconda dello sviluppo legislativo in materia da parte degli stati e degli organi internazionali/sovranazionali. Per ora ogni paese inquadra la criptovaluta virtuale nel proprio ordinamento in modo differente (si veda il caso della Cina e della Corea del Sud che hanno dichiarato di volerne limitare pesantemente l’utilizzo) e le norme in materia sono in continua evoluzione. In particolare, le misure adottate e quelle che verranno proposte per prevenire e contrastare il rischio concreto di usi illeciti (compravendita di materiale illecito, cybercrime ed evasione fiscale), money dirtying e riciclaggio mediante criptovalute impatteranno sul futuro della criptovaluta stessa. Quello che è certo è che, mentre sulla materia aleggia ancora una forte incertezza giuridica e molti sono ancora gli ostacoli nello scambio informativo tra le forze dell’ordine e investigatori tra i diversi paesi, la criminalità organizzata si sta servendo delle più moderne tecnologie informatiche.

[1] Attualmente le criptovalute virtuali in circolazione sono più di 500; le principali dopo il Bitcoin, sono Litecoin, Ethereum, Ripple, Dash Digital Cash e Monero.

[2] Esempio di criptovaluta virtuale più conosciuta; dominio apparso per la prima volta nel 2008; solo nel 2017 ha registrato una crescita del 1000 per cento.

Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo rende più difficile scrivere di mafia


Nel 2008, la casa editrice Droemer Verlag di Monaco ha pubblicato un libro dell’autrice Petra Reski, diventato poi Bestseller: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Nel libro la scrittrice parla di un oste ancora attivo in Germania, il quale avrebbe numerosi collegamenti con la mafia. Gli atti degli investigatori sia italiani che tedeschi mostrano un quadro dettagliato degli ambienti mafiosi di alto livello vicini a questo uomo. Il gestore della trattoria si è difeso legalmente per anni allo scopo di dimostrare la propria estraneità a tali ambienti. Anche lo staff del film che aveva segnalato il caso è stato denunciato dall’uomo.

Quello che può apparire come una situazione assurda, ha come concausa l’incertezza della legge tedesca. La legislazione, infatti, non riconosce la sola appartenenza ad una associazione di stampo mafioso come proprietà criminale (in Italia invece il solo fatto di essere membro è reato). Allo stesso tempo, tacciare una persona come mafiosa comporta una denuncia di diffamazione dietro l’altra; lo dimostra l’oste che ha citato in giudizio Petra Reski per violazione del diritto della persona.

L’editore, d’altro canto, ha denunciato davanti alla Corte dei diritti dell’uomo la sentenza in quanto lesiva della libertà di stampa e della libertà di opinione. La Corte ha ora respinto questa obiezione.

La giornalista Petra Reski durante la sua ricerca si era basata su documenti interni che la Corte di giustizia europea non ha ritenuto sufficienti (opinione discutibile se si pensa come ulteriori ricerche in materia avrebbero destato l’attenzione degli interessati). Secondo la Corte, un giornalista può astenersi da ulteriori ricerche qualora si basasse su fonti ufficiali. Ma questo non può avvenire nel caso del ristoratore in esame, in quanto la legge tedesca non riconosce il reato di associazione mafiosa.

Prima della pubblicazione del libro, l’autrice avrebbe dovuto ottenere un parere dal ristoratore su tale affermazione, afferma la corte. Questo è un ulteriore esempio della mancanza di protezione per i giornalisti che toccano queste tematiche. Ci si auspicava invece che la Corte di giustizia suggerisse che anche alla luce di ulteriori ricerche, la conclusione dell’autrice sarebbe stata la stessa. E sarebbe stato importante farlo. I giudici probabilmente non sono consapevoli che così facendo hanno posto ulteriori ostacoli nel denunciare l’affiliazione di soggetti alla mafia in Germania. Il diritto in questo caso è stato utilizzato a servizio della mafia.

Come il diritto penale d‘impresa potrebbe aiutare nel contrasto alle mafie


In generale, si tendono ad associare le risorse finanziarie delle mafie con il pizzo. Ma le attività economiche della criminalità organizzata di tipo mafioso vanno molto oltre le estorsioni. I mafiosi entrano nel mercato libero come attori indipendenti (mafia imprenditoriale) o esercitano la loro influenza su imprese “normali”. Il consorzio italiano Confesercenti ha descritto la mafia come l’impresa più grande d’Italia. Anche se può sembrare un’affermazione semplicistica, in quanto pare che la mafia agisca come un’entità monolitica, illustra l’enorme potere, il puro potere di acquisto che è permesso ad un’organizzazione criminale in una società capitalistica. La mafia può infatti ,attraverso i suoi meccanismi criminali, ottenere dei vantaggi economici in un mercato concorrenziale per le imprese, in determinate circostanze. Il vantaggio imprenditoriale, ottenuto attraverso la costruzione di cartelli e collusioni con le mafie, va dunque naturalmente a svantaggio e a costo del consumatore. La stessa mafia ha d’altro canto ottenuto come azionista non solo le possibilità di influenzare l’economia, ma anche di ottenere profitti. Il metodo maggiormente diffuso è qui quello di interferire nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. I fenomeni appena descritti sono presenti ormai da anni soprattutto nel Nord Italia. Ma sempre più anche in Germania il collegamento tra l’economia legale e la mafia si sta stabilendo, in quanto i contatti personali sono qui altrettanto forti quanto l’economia.

Fino a qui, cattive notizie. È possibile allora almeno sul lato delle imprese sanzionare le infiltrazioni delle mafie, quando è già così complesso riuscire a ottenere la cattura di mafiosi e dei loro infiltrati? Qui in Germania si presenta ora una situazione particolare: non c’è ancora il diritto penale d’impresa. Perché possono essere considerati solo individui e non imprese come “corporate agents” responsabili penalmente quando fanno affari con la mafia? E inoltre, c’è ancora speranza che nel futuro questa situazione verrà risolta?

Il diritto penale in Germania è per tradizione guidato dal principio per il quale solo le azioni di individui razionali possono essere punite. Entità collettive non sono quindi punibili; societas delinquere non potest. Secondo questa argomentazione le imprese come persone giuridiche non possono decidersi per o contro un commercio legale, in quanto la rappresentazione pubblica di un gruppo è il risultato di un’aggregazione di diverse volontà e non è caratterizzata da decisioni visibili individualmente. La particolarità qui sta nel fatto che la Germania appare come un caso speciale a livello internazionale sul tema. Ciò è apparso chiaramente negli ultimi tempi nello scandalo del Dieselgate, quando la Volkswagen ha dovuto pagare grandi somme di compensazione in seguito alle accuse negli Stati Uniti, mentre la possibilità dei consumatori tedeschi di portarla a giudizio è stata notevolmente più laboriosa. Più di tutto deve stupire che le imprese nel mercato da un lato possono godere dei benefici propri di attori razionali (libertà contrattuali, entrata in Borsa, ecc.), d’altro canto non devono esercitare i loro doveri nella stessa misura nei casi di fallimento.

Accuse contro le imprese in Germania possono essere perseguite, secondo l’articolo 30 dell’OWiG, al massimo come illeciti amministrativi. Questo porta con se due svantaggi decisivi. In primo luogo, gli investigatori possono procedere secondo un “principio di opportunità” invece che di uno di legalità, in quanto non si tratta di diritto penale. Ciò significa che le autorità di controllo decidono a propria discrezione se perseguire o meno un sospetto. La conseguenza è che l’utilizzo delle misure a disposizione è molto eterogeneo. D’altra parte, il principio di legalità è caratteristica del diritto penale. Ciò ha anche elementi positivi, ma che riguardano solo la domanda del se una procedura già avviata debba interrompersi e non si occupano dell’avvio stesso di quest’ultima su un grave sospetto. Gli oneri amministrativi, che portano alla cessazione del procedimento, sono poi particolarmente alti. In secondo luogo, le sanzioni amministrative per le imprese sono limitate ad un massimo di 10 milioni di euro. Ciò che sembra essere molto è in realtà per non poche imprese “il male minore”, ed in confronto al loro fatturato è una somma di poco conto. Si possono comminare ammende contro le imprese come persone giuridiche, ma solo quando si prova un reato o illecito amministrativo del personale dirigente. Questa giurisdizione ha ormai quasi mezzo secolo. Da allora il mercato si è trasformato con ulteriori aperture e collegamenti globali. L’idea che un unico capo d’azienda sia attivo su ogni singola transazione e procedura non e’ più al passo con i tempi.

Adesso in Germania questa carenza dovrebbe essere sopperita e orientata agli standard europei. Ma adesso è comunque poco chiaro quale regolamento si voglia richiedere. La federazione tedesca dei giuristi d’impresa preferisce un regolamento che si basi su un trattamento favorevole in cambio di informazioni. In questo modo singoli lavoratori verrebbero nel futuro invogliati a scoprire pratiche illegali interne all’azienda, senza però dover incorrere in violazioni di privacy/fedeltà. Inoltre l’incentivo positivo per l’autodenuncia delle imprese con ammende “favorevoli”, fino ad arrivare ad una sorta di “libertà della sanzione”, dovrebbe portare ad una volontaria attività imprenditoriale “pulita”. Questa proposta richiederebbe solo una modifica del regolamento amministrativo e offrirebbe solo una prospettiva per un proseguimento futuro senza l’istituzione di un diritto penale d’impresa.

Di più ampio respiro è la proposta di legge del parlamento del Nordreno-Vestfalia. Essa prevede la creazione di un diritto penale d’impresa indipendente. Allora sarebbe possibile condannare le imprese della cosiddetta “irresponsabilità organizzata”. La condanna può avvenire anche se il fatto non è attribuibile a persone specifiche, ma se “l’associazione è organizzata in modo tale da essere carente nel fatto che un comportamento delinquente venga tollerato, favorito o addirittura provocato”. (Jahn, Matthias; Pietsch, Franziska. Der NRW-Entwurf für ein Verbandsstrafgesetzbuch, S. 1). Questi regolamenti hanno in comune il fatto che non abbiano l’obiettivo di portare imprese al fallimento, quanto piuttosto di dare incentivi validi per migliorare la “compliance” e l’onestà delle aziende.

Un altro strumento, supportato da tempo anche da Mafia? Nein, Danke! e.V., è il registro di trasparenza. Recentemente, il 24 giugno 2017, è stato istituito in risposta alle linee guida dell‘Unione Europea contro il riciclaggio, che richiede una lista pubblica dei proprietari effettivi (beneficial owners) dietro le persone giuridiche. Tuttavia il registro non è poi così pubblico – chi ci vuole accedere deve dimostrare un legittimo interesse – e l‘obbligo di registrazione è contrassegnato da una serie di deroghe – in tutto non cosí trasparente (per maggiori informazioni, rimandiamo al seguente articolo: clicca qui). 

A ciò il governo federale ha aggiunto nel maggio 2017 un “registro di concorrenza”, che comprende una lista di aziende macchiatesi di reati. Lo scopo del registro sarebbe quello di escludere aziende “criminose” dall’aggiudicazione di appalti, ma a livello pratico la soglia per l’entrata in questo speciale registro è tanto elevata da rischiare di far fallire l’obiettivo iniziale della prevenzione di reati imprenditoriali (per maggiori informazioni, si legga il seguente articolo: qui).

Nella sua piena efficacia questi due strumenti dovrebbero prevenire che le imprese penalmente opache possano trovare spazio nell’economia tedesca. Inoltre, avrebbero un effetto deterrente e le società avrebbero un’altra ragione per preoccuparsi della legalità dei loro business.

In definitiva, la compliance anticorruzione e antiriciclaggio dovrebbe essere coordinata, se non a livello globale, almeno a livello europeo – come promesso dalla direttiva UE. Sia gli imprenditori che gli avvocati hanno bisogno di chiarimenti. La situazione è complicata. Il reato può svolgersi per le società operanti a livello internazionale all’estero, ma le conseguenze di quest’ultimo possono solo aver effetto in Germania e viceversa. È solo con uno sforzo comune che i crimini economici dovranno essere affrontati. Le direttive UE sono un passo importante nel processo di cooperazione.

Ma tornando alla mafia: rimane la speranza che le proposte qui menzionate per la creazione di un diritto penale d’impresa, nel caso in cui diventassero legge, possano rendere più difficili le possibilità della mafia di influenzare e investire nel mercato. Se le imprese dovessero temere di venire sanzionate pesantemente per affari poco trasparenti e la creazione di cartelli, allora nel futuro saranno in grado di istituire migliori meccanismi di controllo e standard etici. Questo il calcolo: migliore la trasparenza e la compliance delle aziende, maggiore l’immunità verso influenze mafiose. Rimane problematico il fatto che le investigazioni sulla criminalità organizzata e quella sulla criminalità economica riguardano numerosi e diversi ambiti, nonostante esistano nel concreto sostanziali sovrapposizioni. Investigazioni congiunte potrebbero aiutare a contrastare il lato economico della mafia. Per il momento è necessario attendere fino a che punto, dopo le elezioni, la coalizione vincente ascolti le richieste per l’istituzione di un diritto penale d’impresa. Anche se non dovesse colpire la mafia in maniera diretta, ci sono ragioni per cauto ottimismo, che questo strumento possa almeno metterle i bastoni tra le ruote.

Siamo piacevolmente stupiti…


 

…dalla risposta alla nostra conferenza antimafia presso l’Ambasciata italiana: si sono accreditati più di 90 giornalisti ed erano in loco 12 troupe televisive che hanno prodotto numerosi comunicati e radiocronache!

Tutto è andato per il meglio, tutti gli ospiti sono stati in grado di venire (nonostante un volo cancellato all’ultimo) e uno dei nostri principali invitati, il ministro degli interni Thomas de Maiziere, non è venuto a mani vuote ma ha portato con sé due leggi entrate in vigore pochi giorni prima: in primo luogo, la legge di attuazione della decisione quadro sulla lotta alla criminalità organizzata dovrebbe portare alla criminalizzazione della partecipazione attiva in clan mafiosi, in quanto la legge dovrebbe riguardare e colpire proprio l’associazione a delinquere (la Germania attua così la decisione quadro europea sulla lotta alla criminalità organizzata del 2008). In secondo luogo, l’inversione dell’onere della prova, invocata e attesa da molti investigatori, (per la quale i criminali dovrebbero provare l’origine legale dei propri capitali) non esiste ancora in Germania, ma De Maizière ha ricordato l’attuazione di un onere della prova meno rigido, piuttosto “alleggerito”, in vigore dal 1 luglio 2017. Analizzeremo fino a che punto questo strumento sia compatibile con la lotta contro la criminalità organizzata.

Siamo rimasti stupiti anche dalle posizioni contrastanti ascoltate durante la conferenza. Un esempio: Peter Henzler, vicepresidente del BKA, ha constatato solo piccole lacune della legislazione antiriciclaggio tedesca; Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, invece, ha parlato di come l’ndrangheta non abbia bisogno di trasportare denaro in valigia verso la Germania per riciclarlo: le banche lo fanno.

Nelle prossime settimane pubblicheremo gli atti completi della Conferenza. Fino ad allora, troverete una sintesi della conferenza pubblicata dal nostro partner organizzativo il Movimento Europeo Germania sul loro sito (pagina disponibile unicamente in lingua tedesca). Inoltre, è disponibile il discorso integrale del ministro tedesco sul sito ufficiale del Ministero degli Interni (anch’esso in lingua tedesca).

Vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner nell’organizzazione di questa conferenza – l’Ambasciata Italiana a Berlino ed il Movimento Europeo Germania – così come i nostri sponsor, in particolare Barbera Caffè Germania, la quale ha offerto a noi ed ai nostri ospiti deliziosi caffè (espresso!!) e cappuccini, il bar ‘I cento Passi e il distributore di macchine per caffè espresso Caffè Sant Angelo.

Per un governo più trasparente: Transparency International pubblica 18 punti su cui lavorare


In vista delle elezioni tedesche previste per questo autunno, Transparency International ha pubblicato un dossier con il quale si propone di consigliare diciotto temi che il prossimo governo dovrebbe affrontare per combattere la corruzione. Quest’ultima infatti non causa soltanto dei danni materiali, ma mina alla base i fondamenti della democrazia – nelle parole di Transparency. Per rafforzare la democrazia, sopratutto in un periodo di grandi scandali finanziari e politici, la lotta alla corruzione dovrebbe occupare un posto sempre più centrale nella politica del prossimo governo. Per questo motivo, i punti che Transparency propone come programmatici acquistano un’importanza ancor più accentuata.

In particolar modo, Transparency si concentra sulla necessità da parte del governo di regolare il lobbismo, che spesso nasconde i reali interessi della politica. L’istituzione di un registro di lobby e la promozione di maggiore trasparenza nel finanziamento dei partiti, ad esempio, sarebbe un passo centrale. Allo stesso tempo, sarebbe importante supportare le imprese che agiscono secondo standard etici ed al contrario sanzionare le pecore nere. In Germania manca una legislazione penale per le imprese, così come degli standard minimi etici di compliance. Stabilire quindi standard, norme e portare avanti sanzioni per le aziende migliorerebbe notevolmente la trasparenza nell’economia e nel libero mercato.

Altro punto fondamentale del dossier di Transparency riguarda il fenomeno dei whistleblower e delle protezioni che dovrebbero essere loro accordate. I cosiddetti whistleblower sono assolutamente imprescindibili quando si tratta di scoprire casi di corruzione e reati in aziende e non solo. Problematico è quindi il fatto che in Germania non ci sia un sistema di protezione per queste persone, ma ancor più grave risulta il fatto che spesso questi lavoratori vengano poi accusati in giudizio per aver violato il segreto professionale. La Germania dovrebbe recepire il prima possibile la Direttiva EU sulla protezione dei whistleblowers (2016/943), che depenalizza la rivelazione dei segreti aziendali nel caso in cui si tratti di azioni penalmente rilevanti. Per questo motivo, Transparency chiede che venga istituito un sistema per gli informatori per ogni azienda e organizzazione, al fine di tutelare i diritti dei lavoratori e di garantire la legalità. Una legislazione che protegga i whistleblowers e che depenalizzi le rivelazioni di segreti aziendali è quindi fondamentale per garantire la trasparenza aziendale e non solo.

Altre due macro-aree possono essere identificate nel dosser di Transparency: la libertà di informazione, la quale legge non risponde agli standard internazionali (secondo il Centre for Law and Democracy – CLD la legislazione tedesca avrebbe un pessimo rating), e più trasparenza negli istituti bancari, soprattutto per quanto riguarda la loro integrità. Il dossier completo, nel quale è possibile leggere le raccomandazioni di Transparency integralmente, si trova cliccando qui.