Filippo Spiezia: ‘’La Commissione Europea vuole tagliare il bilancio operativo di Eurojust. È inaccettabile e contrario ai valori dell’UE’’


Il vicepresidente di Eurojust interviene alla conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, organizzata al Parlamento Europeo. Bruxelles, 5 febbraio 2020.

Il 5 febbraio si è tenuta a Bruxelles presso il Parlamento Europeo la conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, promossa dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli e che ha visto tra i relatori il vicepresidente di Eurojust Filippo Spiezia. Il suo intervento ha consegnato ai presenti alcuni spunti di riflessione importanti che vale la pena ripercorrere.

In apertura, Filippo Spiezia ha ricordato l’operazione investigativa Pollino, anche nota come ‘’European ‘ndrangheta Connection’’, che ha portato nel 2018 all’arresto di 90 persone e ha prodotto una delle più efficaci risposte sul piano giudiziario portate avanti a livello europeo contro organizzazioni mafiose. In particolare, ha elogiato l’operato del collega tedesco Uwe Mühlhoff, procuratore di Duisburg presente anch’egli alla conferenza in veste di relatore. Spiezia parla di un importante percorso professionale portato avanti insieme a Mühlhoff, di cui loda l’impegno e il coraggio, e grazie al quale si è concretizzato in un’asse operativo tra Italia e Germania di fondamentale importanza.

Il vicepresidente di Eurojust ha presentato in anteprima alcuni dati che sono il frutto del lavoro dell’agenzia per l’anno 2019, sottolineando l’importanza di farlo in una sede come quella del Parlamento Europeo, dove può rivolgersi direttamente al potere politico per fornire delle valutazioni ed indicare alcuni possibili percorsi da intraprendere. Spiezia, infatti, sostiene che sia necessario trovare nuove soluzioni per contrastare le mafie in Europa nel contesto di una rinnovata strategia. Nella sua analisi un valido punto di partenza rimane ‘’la nuova strategia dell’UE per il nuovo millennio contro il crimine organizzato’’ del maggio 2000 (C:2000:124:TOC), che presenta una straordinaria attualità ed efficacia, oltre ad alcuni punti programmatici importanti che non sono ancora stati attuati. Bisogna quindi ripartire da questo documento, che conteneva importanti capisaldi per il contrasto del crimine organizzato, e valutare le necessarie integrazioni.

Ma che cosa intendiamo, quando parliamo di criminalità organizzata e mafia? Al momento, specifica Spiezia, non abbiamo una definizione giuridicamente condivisa di cosa sia la criminalità organizzata, né abbiamo una definizione internazionalmente valida sul piano giuridico del concetto di mafie. È vero, la Convenzione di Palermo del 2000, art.2(a) definisce il gruppo criminale organizzato: ‘’gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati […] al fine di ottenere […] un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale’’. Ma questo è un concetto più frutto di dottrina che di definizione giuridica. L’associazione di tipo mafioso, invece, è un reato previsto dal legislatore italiano tramite la legge Rognoni-La Torre (art.416-bis del Codice penale) del 1982, e risponde ad una precisa connotazione.

‘’Il dato che ci riguarda è che non esiste una perfetta equivalenza tra criminalità organizzata e criminalità mafiosa. La mafia è una forma di criminalità organizzata, ma non tutta la criminalità organizzata è mafia’’, dichiara Spiezia.

Sul piano pratico, la maggiore differenza è data dalla stabilità del progetto criminale: le mafie sono caratterizzate dalla loro vocazione ad esercitare una forma di antistato all’interno dei territori e delle comunità sociali, per effetto della forza di intimidazione (che è parametro normativo del 416-bis). Sta qui la radice del problema: la vocazione delle organizzazioni mafiose a portare avanti un progetto criminale stabile nel tempo. Questo ha fatto sì che le organizzazioni mafiose conoscessero una loro evoluzione, a partire dai territori di origine per arrivare poi in altre regioni d’Italia e all’estero.

Spiezia passa dunque ad analizzare i dati Eurojust, e sottolinea come l’azione dell’agenzia sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Tra il 2018 e il 2019, in particolare, Eurojust ha aumentato la sua operatività del 17%, fornendo supporto in ben 8000 indagini per fatti di criminalità transnazionale (2019).

Osservando i dati giudiziari dell’organismo, però, si nota come il crimine organizzato di tipo mafioso non sia considerato nelle aree prioritarie di azione dell’Unione Europea. È indubbiamente presente nei dati giudiziari di Eurojust ma non è formalmente classificato tra le aree prioritarie perché non rientra nei parametri di classificazione considerati nei documenti ufficiali dell’Unione. Paradossalmente, dunque, il fenomeno mafioso non è considerato una priorità. Per quale motivo?

Innanzitutto, c’è un problema di inquadramento per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni di tipo mafioso al di fuori dei territori di origine. La Corte di cassazione italiana fornisce due inquadramenti differenti, apparentemente in contrasto. Il primo orientamento richiede la ‘’prova che quell’organizzazione abbia avuto la capacità di esercitare il controllo mafioso sul nuovo territorio di sviluppo. L’altro orientamento sostiene che non sia necessario provare la proiezione dell’intimidazione mafiosa sul nuovo territorio se c’è l’evidente collegamento con la madrepatria’’. Per dirimere il conflitto interpretativo, il 17 luglio del 2019, il Presidente della Cassazione di si è espresso in merito, sostenendo che il problema riguardasse unicamente la ‘’prova del metodo mafioso’’. Per le mafie di nuova creazione, che si costituiscono al di fuori dei centri originari di appartenenza, occorre che la nuova cellula sia in grado di manifestarsi ed esprimersi come cellula mafiosa, quindi va trovata sul territorio la proiezione della mafia. Al contrario, per gli aggregati che sono la manifestazione di cellule già esistenti in madrepatria non c’è bisogno di andare a provare che sul territorio di arrivo c’è una nuova cellula mafiosa.

Si veda ad esempio l’operazione Pollino: per i mafiosi che si recano a Duisburg – o più in generale per affari in Germania e in Olanda – non c’è la necessità di provare che si è formata una nuova cellula mafiosa. Basta sapere che il soggetto mafioso attivo a Duisburg è appartenente ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso – la ‘ndrangheta – che è già provato sia esistente in Calabria.

C’è, poi, un problema di emersione del fenomeno a livello europeo. Ciò, secondo Spiezia, dipende innanzitutto dall’approccio delle mafie operanti all’estero. Queste sono sempre più silenti, orientate agli affari e all’acquisizione dei mercati. Spesso non riproducono all’estero quelle forme di intimidazione e violenza che utilizzano nel contesto di origine. Portano, invece, ‘’un volto più spendibile’’. Quindi è difficile percepirle, a meno che non ci sia un contrasto con altri gruppi criminali attivi sul territorio che portano a situazioni in cui – si veda il caso di Duisburg – le mafie mostrano nuovamente il loro volto violento, perché c’è nuovamente in gioco il controllo e l’egemonia sul territorio.

L’emersione del fenomeno, poi, è bloccata anche dalle mancanze e disomogeneità del quadro legale a livello europeo. Oggi viene utilizzato uno schema normativo – la decisione quadro del 2008 relativa alla lotta alla criminalità organizzata (DQ 2008/841/GAI) – che è totalmente inadeguato. Non bisogna avere una fattispecie di mafia in ambito europeo, ma è necessario avere una normativa che rifletta il modello di business di queste organizzazioni criminali, che rispecchi quello che fanno oggi i gruppi criminali organizzati in ambito europeo. È fondamentale considerare il loro carattere transnazionale. Oggi, sottolinea energicamente il magistrato, è necessaria una normativa rilevante a livello europeo che consideri questa transnazionalità e che, su questa base, consenta di aggravare il trattamento sanzionatorio. È un vuoto normativo che va colmato, così come quello che riguarda i collaboratori di giustizia. Il vicedirettore di Eurojust sottolinea come spesso si ricorra a soluzioni creative perché non ci sono gli strumenti adeguati a svolgere il proprio lavoro efficacemente. C’è poi senz’altro bisogno di un organismo di gestione – in chiave europea e centralizzata – dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. Secondo i dati dell’UE solamente l’1% dei proventi è sottratto al crimine organizzato. Se vogliamo vincere la lotta alle mafie questa è una tendenza che va invertita.

La riflessione più accalorata e sentita, però, riguarda le condizioni di lavoro di Eurojust. Il prezioso lavoro dell’agenzia europea di coordinamento giudiziario è in pericolo a causa di importanti tagli di bilancio.

Spiezia, a tal proposito, lancia un vero e proprio appello alle istituzioni europee: ‘’si faccia attenzione a depotenziare la capacità operativa dell’organismo di coordinamento contro le organizzazioni mafiose (Eurojust n.d.r.). Noi stiamo combattendo il problema del multifinancial framework. Sapete che cos’è? Sono i tetti del bilancio che vengono stabiliti per determinare le allocazioni del bilancio per gli anni successivi. Noi abbiamo un bilancio operativo di Eurojust che per quest’anno è di 41 milioni di euro. La proposta della Commissione Europea per gli anni a venire è di 33 milioni di euro. Questo significa che, secondo le previsioni della Commissione Europea, noi possiamo chiudere le porte. Questo si chiama effetto ‘shutdown’, che io non posso accettare come magistrato e come rappresentante delle istituzioni. Il fatto che i rappresentanti della Commissione – che per la prima volta siedono al collegio di Eurojust – sostengano questa proposta non è rispettoso dei valori su cui è fondata l’istituzione europea’’.

Il magistrato italiano riafferma dunque il bisogno di rafforzare il coordinamento giudiziario a livello europeo e l’operatività di Eurojust. Critica la talvolta anomala scelta da parte delle istituzioni europee nell’allocazione delle risorse. Fa l’esempio di altre agenzie di law-enforcement che vengono rafforzate in maniera forse spropositata, come Frontex, che verrà potenziata tramite l’assunzione di 10000 persone nei prossimi anni, con lo scopo di creare una guardia costiera operativa e non solo più di supporto agli Stati membri. Sottolinea poi l’inevitabile complessità della macchina burocratica europea, dove c’è un problema rispetto alla coerente trasmissione di informazioni. Per quel che riguarda Eurojust, Spiezia ricorda che quando il commissario UE alla Giustizia ha scoperto della difficile situazione economica e finanziaria dell’agenzia non sapeva di cosa si stesse parlando, perché a conoscenza dei fatti era invece un’altra sezione dell’UE (DG HOME). L’UE deve dunque rivedere le proprie priorità, eliminando le disfunzioni e potenziando le azioni. Non basta distribuire le competenze, bisogna anche affiancarvi un adeguato supporto e risorse sufficienti.

Quindi – tramite l’introduzione di nuovi strumenti, il rafforzamento delle strutture operative e la revisione del quadro normativo – la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso va inclusa tra le priorità dell’UE alla luce di una nuova strategia.

In chiusura della conferenza, Spiezia esprime l’augurio che le autorità politiche presenti colgano le esigenze e le istanze presentate dai relatori per farsi poi promotori di un’iniziativa che raccolga consenso e porti ad una proposta di direttiva per una nuova normativa europea sulla criminalità organizzata.

Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg: “La ‘ndrangheta in Germania e in Europa non lavora da sola: collabora con tutti i gruppi criminali”


Durante una conferenza al Parlamento Europeo lo scorso 5 febbraio 2020, organizzata dall’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, il Procuratore di Duisburg Uwe Mühlhoff ha presentato i risultati dell’azione investigativa Pollino, che ha portato il 5 dicembre 2018 all’arresto di 90 soggetti in tutta Europa e in Sud America. L’operazione, conosciuta anche con il nome di “European ‘ndrangheta Connection” è il risultato di una collaborazione investigativa tra Italia, Germania e Paesi Bassi, formalmente uniti nel cosiddetto JIT (Joint Investigation Team).  

Il JIT Pollino iniziò a prendere forma già nel 2014 quando le autorità olandesi si resero conto di uno strano movimento di cittadini italiani di origini calabresi che si stavano raggruppando al confine tra Germania e Paesi Bassi aprendo bar e caffè. Così le autorità olandesi cominciarono a cercare collaborazione, prima in Germania e subito dopo in Italia. Il JIT venne formalmente istituito il 18 ottobre 2016, grazie al supporto fondamentale di Eurojust. La collaborazione risultò fin da subito fruttuosa, perché alcune delle famiglie attive sul territorio olandese e tedesco erano le stesse: le ormai famose famiglie di San Luca, cuore pulsante della ‘ndrangheta in Calabria.

Prima della creazione del JIT era impossibile portare avanti indagini trans-nazionali in modo produttivo, poiché non c’era nessun tipo di collaborazione tra le forze di polizia dei vari paesi europei. Ecco dove il JIT ha cambiato le cose: ha permesso a tutti i protagonisti in campo di ricevere le giuste informazioni e il giusto supporto, non senza difficoltà. Il procuratore Mühlhoff ricorda un fatto chiave: dopo la formazione del JIT arrivarono presso la procura di Duisburg due rogatorie da parte della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria. Ebbene queste rogatorie erano, in un primo momento, incomprensibili per gli investigatori tedeschi che mancavano di conoscenze pregresse e formazione: “c’erano così tanti nomi” dice il procuratore, “e tutti ci sembravano uguali: tutti questi Giorgi, Pelle, e le così tante allusioni a casi passati che non conoscevamo, non avevamo le informazioni di background e all’inizio ci siamo chiesti: ma di cosa stanno parlando?”. Il procuratore fa notare come il DNA di un imputato che fu trovato sulla scena del delitto della “Strage di Duisburg” coincideva con quello di un sospettato nell’indagine Pollino: è quindi chiaro che ci siano collegamenti rilevanti tra la mattanza di Ferragosto del 2007 e la più recente operazione. Il procuratore Mühlhoff ci tiene a specificare che “le famiglie coinvolte nella Strage di Duisburg sono ancora attive e presenti in quelle zone” curioso è il fatto che, a soli cinquanta metri dal Tribunale Locale di Duisburg, ci sia un bar gestito proprio da una di quelle famiglie, in cui tutti i giudici prendono regolarmente il caffè.

Un problema che viene sottolineato dal procuratore Mühlhoff è la mancanza di personale per quanto riguarda le inchieste sulla criminalità organizzata in Germania, in particolare di stampo mafioso: l’attenzione della polizia è molto alta, per esempio, contro il terrorismo, ma le squadre d’azione che si occupano di mafia sono molto poche. Nel caso specifico della procura di Duisburg ci sono dai 10 ai 15 agenti che lavorano nel gruppo che contrasta la criminalità organizzata, ma si occupano contemporaneamente anche di Bikers, Gang e Clan Arabi. In questo senso è stato fondamentale l’apporto della BKA, la polizia federale tedesca, che si è resa disponibile a lavorare sul caso.

La Procura di Duisburg ha aperto l’indagine nell’agosto del 2016 dispiegando inoltre agenti sotto copertura e SWAT, con un sistema speciale di intercettazioni, controllo delle auto e indagini finanziarie. “All’inizio pensavamo che la ‘ndrangheta lavorasse da sola” spiega Mühlhoff, “invece non è così: collabora con tutti i gruppi criminali – Turchi, Albanesi, Marocchini – i 58 imputati nell’indagine tedesca provengono da un totale di dieci differenti nazioni. Lavorano insieme: cooperano dovunque ci sia da guadagnare”. E le attività criminali non si limitavano solo al traffico di droga, ma anche al supporto di membri delle famiglie criminali e al riciclaggio di denaro sporco attraverso il settore della ristorazione

Una parte importante dell’indagine è stato il controllo di 195 numeri di telefono che hanno prodotto migliaia di pagine di intercettazioni, oltre che la decodifica di alcuni telefoni Blackberry ed EncroChat (applicazione di messaggistica istantanea che utilizza particolari protocolli di sicurezza). La polizia tedesca ha avuto anche la possibilità di sorvegliare delle auto ma – come denunciato da mafianeindanke quasi un anno fa – è stata scoperta dagli imputati, anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie: le auto di ultima generazione di Mercedes, BMW e Volkswagen inviano una notifica al telefono del proprietario nel momento in cui l’auto viene aperta, e le compagnie automobilistiche si sono rivelate restie a collaborare con la giustizia. La sorveglianza però si fermava qui, perché in Germania è praticamente impossibile ricevere l’autorizzazione a condurre intercettazioni ambientali all’interno di case private e uffici. Il dispiegamento di forze ha permesso comunque di avere agenti sotto copertura all’interno di gruppi turchi che facevano affari con la ‘ndrangheta e riuscendo anche a pedinare un imputato fino in Sud America dove stava chiudendo una partita di cocaina che sarebbe stata poi trasportata in Europa attraverso i porti di Gioia Tauro in Italia e quelli di Amsterdam, Rotterdam e Anversa nel Nord dell’Europa. Ma non solo i porti sono sotto il controllo dei clan: la loro influenza arriva anche agli aeroporti. È questo il caso di una partita di 25 kg di cocaina trasportati da Bogotà a Miami e da Miami all’aeroporto di Amsterdam attraverso un carico di rose. “La cosa importante in questo caso” continua Mühlhoff, “è che non sempre i clan di ‘ndrangheta hanno il controllo diretto sui porti e sugli aeroporti, ma entrano grazie ad altri gruppi criminali”.

Il procuratore fa notare, inoltre, come l’azione degli organi di giustizia sia sempre troppo lenta nei confronti dei clan: “appena arrestavamo un membro importante del clan, nel giro di qualche settimana c’era già qualcuno a sostituirlo, continuando le attività criminali”. Un altro dei problemi che la polizia tedesca riscontra è il fatto di non poter seguire i movimenti delle auto attraverso il numero di targa: in Germania è illegale entrare in possesso di questi dati. Un’altra questione posta dal procuratore di Duisburg è la mancanza di un database nazionale: essendo la Germania una Repubblica Federale, ogni Land ha le proprie regole e soprattutto la legge sulla protezione dei dati è molto restrittiva e non permette di conservare dei dati sensibili per più di sei mesi.

Sul lato operativo le difficoltà erano molteplici: può sembrare banale ma la traduzione dei documenti è uno di questi. Dall’Italia arrivavano ordinanze di custodia cautelare di oltre mille pagine in cui si descrivevano minuziosamente tutte le prove, questo ha significato uno stanziamento di oltre 1.25 milioni di euro da parte della Procura di Duisburg solo per le traduzioni. “È più importante avere un buon traduttore piuttosto che dieci investigatori” fa notare Mühlhoff che sottolinea inoltre come lo scambio di documenti tra le varie procure sia ancora troppo complesso e lento. Un’ulteriore riflessione fatta dal procuratore si concentra sulla questione delle diverse leggi che ogni paese ha adottato: ognuno fa quel che può con quello che ha, è quindi stato fondamentale il lavoro di mediazione da parte di Eurojust. Mühlhoff inoltre ricorda come in Italia, i procuratori che si occupano di queste cose, sono molto spesso minacciati e costretti alla scorta e ad una vita di privazioni: “mi sento fortunato a non averne bisogno” dice il procuratore. In Italia, per quanto riguarda la confisca dei beni, c’è l’inversione dell’onere della prova, in Germania invece sono ancora gli investigatori che devono provare che i beni derivino da attività criminali.

Un altro caso curioso testimoniato da Mühlhoff è stata la confisca di 3,5 tonnellate di cocaina ad Anversa: seguendo un imputato in Guyana la procura di Duisburg era riuscita a rintracciare un carico di cocaina diretto ad Anversa, fatto presente il caso alla polizia belga si è riusciti a confiscare la droga all’interno di un’imbarcazione. Le autorità di polizia, per cercare di incastrare chi aveva comprato quel carico di cocaina, hanno inviato la nave al porto di Anversa con della polvere bianca simile alla cocaina, ma la polizia belga non era sul posto quando il gruppo criminale è andato a ritirare la droga, perché? Perché era sabato, e non c’erano squadre disponibili nel weekend.

Un altro elemento importante per la buona riuscita dell’operazione Pollino è stata la possibilità, da parte della Procura di Duisburg, di poter interrogare un collaboratore di giustizia italiano che aveva informazioni sulla Germania. Ecco quindi che Mühlhoff conclude tracciando le linee guida per il futuro: “serve perseveranza, motivazione e la capacità di imparare e adattarsi ad ogni situazione: abbiamo imparato tanto da questa indagine e continueremo a farlo. Indagini trans-nazionali possono aiutare qualora ci siano dei deficit nazionali” continua, “le mafie come la ‘ndrangheta non lavorano da sole, sono un world wide web di organizzazioni criminali. Il puzzle può essere risolto solo lavorando insieme, magari non avremo tutti quanti i pezzi ma insieme possiamo avere abbastanza informazioni per capire. Nel futuro avremo bisogno di molta più collaborazione europea, non di meno”.

Le bombe arrivano più tardi – l’espansione della ”ndrangheta in una conferenza di Nando dalla Chiesa


Da oltre trent’anni il sociologo Nando dalla Chiesa studia la criminalità organizzata italiana. E’ stato quindi uno dei pionieri di questa materia, che in Italia è attualmente oggetto di ricerche scientifiche su scala relativamente ampia. In Germania, invece, l’analisi sistematica della criminalità organizzata è meno pronunciata. Anche per questo Dalla Chiesa si reca in Germania una volta all’anno e si prepara ad una vera e propria maratona di conferenze: Poi, nel giro di pochi giorni, riferisce dei suoi studi in diverse città. Quest’anno ha tenuto conferenze a Lipsia, Halle, Amburgo, Potsdam e Berlino e ha offerto al pubblico una sintesi, l’essenza del suo lavoro fino ad ora. Si fanno vive sempre di più le sue esperienze personali.
“Quando ero studente e scrivevo la mia tesi sulla mafia, la parola globalizzazione non esisteva ancora. Ma la mafia era già globale e rappresentata in Canada e negli Stati Uniti”, dice Dalla Chiesa. Tre domande sono state il tema centrale della sua conferenza: perché le organizzazioni mafiose italiane si stanno espandendo? Cosa li mette in condizione di farlo? E cosa significa questo per le aree che vengono “colonizzate”?
È abbastanza sorprendente che Dalla Chiesa usi il termine colonizzazione. Le immagini che mostra danno un’impressione diversa. Mostra i piccoli borghi della Calabria. Sinopoli, ad esempio, un piccolo nido, ai cui abitanti appartengono molte proprietà sulla magnifica Via Veneto a Roma. Poveri villaggi di montagna, a quanto pare. Villaggi come Platì o San Luca, per i quali nessun gallo canterebbe se non fosse cresciuta li un’organizzazione criminale mondiale. Un’organizzazione che, dice Dalla Chiesa, ha acquisito potere non solo come associazione di gangster, ma anche come antropologia speciale.
Quindi non è un caso che i clan non investano nella loro patria. Lo si vede quando si attraversa San Luca. Le case spesso fanno una cattiva impressione, i milioni, che rende ai loro abitanti il traffico di droga e altre attività criminali e legali, ovviamente non arrivano qui, almeno non in forma visibile. “La ‘Ndrangheta ha bisogno di una regione povera”, dice Dalla Chiesa. “Perché lì la gente non chiede diritti, ma favori. Dove c’è lavoro, le persone non sono dipendenti”. E questo limiterebbe gravemente il potere della ‘Ndrangheta. Così la ‘Ndrangheta investe il suo denaro anche per questo all’estero, non solo perché c’è molto meno rischio di confisca dei beni.
Dalla Chiesa ha studiato esattamente quali cambiamenti avvengono quando la ‘Ndrangheta si infiltra in nuove aree. Nell’Italia settentrionale, dove vive e lavora, ha potuto osservarlo davanti alla propria porta di casa: “Per molto tempo vi è stato detto che la mafia non è pericolosa. Hanno detto che stavano portando del denaro, non è pericoloso. Ma poi portano i loro metodi, poi le bombe”. Lui e i suoi colleghi hanno analizzato una comunità molto attentamente, Bresciello. I ricercatori hanno potuto dimostrare che la ‘Ndrangheta ha portato il suo metodo di silenzio, l’Omertà, nelle zone conquistate.
La Germania è un caso particolarmente interessante. In parole povere, l’espansione nella Germania dell’Ovest ha fornito lavoro e riparo ai membri della mafia, mentre la Germania dell’Est è diventata un obiettivo di investimento subito dopo la riunificazione. La reazione in tutta la Germania è stata simile, una “doppia negazione”. Prima la presenza dei clan è stata negata nell’opinione pubblica, poi ignorata nella legislazione. Dalla Chiesa ha una spiegazione per questo: se si ammette la presenza della mafia, la reputazione diminuisce e gli investimenti diminuiscono. Quindi si preferisce negarli il più a lungo possibile..
Nella Repubblica federale di Germania sono stati osservati anche alcuni casi particolari. Ad esempio, il clan Carelli era piuttosto insignificante in Italia quando si è spostato in Germania. Tuttavia, il gruppo ha intelligentemente usato la Germania come laboratorio e scuola. Qui potevano imparare e crescere, perché qui, a differenza della loro terra natale, dove la pressione competitiva era alta e lo spazio disponibile era piccolo, trovarono condizioni quasi ideali.
Un altro caso particolarmente interessante è Erfurt, tanto interessante che Dalla Chiesa attribuisce alla capitale dello stato della Turingia un carattere modello per la ‘Ndrangheta’. L’organizzazione criminale ha lì il monopolio dei ristoranti e delle pizzerie, il che significava che un centinaio di giovani della città di San Luca con i suoi 4000 abitanti arrivarono in città. La ‘Ndrangheta ha saputo come farsi ben volere dai cittadini della città appena conquistata: Ha fatto donazioni alla squadra di calcio, agli orfanotrofi e alle associazioni culturali.
Ciò che dice Dalla Chiesa dovrebbe essere un doppio avvertimento per noi. L’espansione della ‘Ndrangheta ha avuto una doppia radice: da un lato l’intensificarsi della repressione statale in Italia portò all’evasione in nuovi territori, dall’altro l’emergere di guerre interne. Che cosa significa questo per la Germania, lo abbiamo visto nel 2007 quando un clan ha sparato a sei rappresentanti di un altro clan a Duisburg davanti al ristorante mafioso “Da Bruno”. L’esempio dell’Italia dimostra che una maggiore repressione è urgentemente necessaria se si vuole frenare la ‘Ndrangheta nella sua spinta all’espansione. In Germania questo punto di vista non ha ancora prevalso.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

Boss della ‘ndrangheta arrestato


Il 6 aprile 2018 è stato arrestato dopo due anni di latitanza il boss della ndrangheta Giuseppe P., figlio di ‘Ntoni P. Gambazza: l’operazione si è svolta a Condufuri, vicino San Luca, e ha visto coinvolti 50 uomini della squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo (SCO), coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina. L’uomo viveva da qualche mese in una casa isolata dell’entroterra della Locride, in una zona impervia e difficilmente accessibile. Nel momento dell’arresto altre persone erano presenti con il boss, ma nessuno di loro ha opposto resistenza.

Giuseppe P. è considerato uno dei più importanti capi strategici dell’organizzazione criminale calabrese, appartiene alla “Provincia”, organo di vertice della ndrangheta. Il suo potere è inoltre aumentato grazie al matrimonio con Marianna B., figlia del boss ora all’ergastolo Francesco B. – u castanu – , capo della famiglia omonima di Platì. Nei suoi confronti era stata emessa nel luglio del 2017 un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, per tentata estorsione e illecita concorrenza aggravate dal metodo mafioso nell’ambito dell’inchiesta “Mandamento Ionico” che aveva già portato all’arresto di altre 115 persone e 200 indagati.

Secondo gli investigatori, Giuseppe P. gestiva non solo dei rapporti con la criminalità, spartendo affari e lavori pubblici tra i clan della zona, ma anche con la politica. Se ne ha notizia a proposito delle elezioni regionali in Sicilia del 2010, quando decine di candidati passarono da lui: uno di questi fu l’allora sindaco Santi Z., che risultò il primo eletto della provincia con gli 11000 voti ricevuti.

Utilizzò il suo potere anche per far entrare il nipote Antonio alla facoltà di Architettura di Reggio Calabria, ma i suoi contatti con l’Università non si sono limitati a questo caso, dato che garantì a una persona l’ammissione del figlio alla facoltà di Medicina tramite la conoscenza di un “amico”.