Nona conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale


A diciotto anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, altrimenti detta Convenzione di Palermo – a cui aderirono 189 su 193 Paesi – e a quindici anni dalla sua entrata in vigore, dal 15 al 19 ottobre si è tenuta a Vienna la nona sessione della Conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale promossa dalla United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC).

Più di ottocento soggetti (rappresentanti di governi, esperti in criminalità ed esponenti di organizzazioni della società civile) hanno partecipato alla discussione sulla revisione della Convenzione di Palermo che tenga presente il cambiamento del fenomeno mafioso in prospettiva globale. La risoluzione è stata sponsorizzata anche dall’Ue, dagli Usa, dalla Cina, dal Giappone e dalla Russia.

Per l’Italia ha partecipato una delegazione composta da Maria Falcone, sorella di Giovanni, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dal consigliere giuridico della Rappresentanza italiana Permanente nella sede dell’Onu a Vienna Antonio Balsamo e dal Prof. Nando Dalla Chiesa, docente alla facoltà di Scienze Politiche a Milano.

La prospettiva di una rete transnazionale unita nel contrasto alla criminalità organizzata rispecchia l’ideale di Giovanni Falcone di una lotta alle mafie fondata sulla sinergia tra Paesi. L’obiettivo di questa revisione è superare gli ostacoli che hanno impedito una completa concretizzazione di questo ideale mediante l’utilizzo di strumenti condivisi tra gli Stati: con ciò si intende il controllo sulle legislazioni degli Stati, sull’organizzazione giudiziaria, sulle attività di repressione e prevenzione e lo sviluppo di ulteriori tecniche investigative. Questi accorgimenti possono essere impiegati sia per l’incriminazione sia per portare avanti la prevenzione del fenomeno.

Alcuni reati che hanno da adesso una validità comune sono: l’associazione criminale, il riciclaggio, la corruzione, l’intralcio alla giustizia, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e i reati legati alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco.

Maria Falcone ha così commentato la revisione della Convenzione di Palermo: «Oggi si realizza il sogno di Giovanni di una piena cooperazione tra gli Stati nella lotta alla criminalità organizzata. Davanti a mafie globali che operano ben oltre i confini nazionali, dare piena attuazione e migliorare la Convenzione di Palermo del 2000 era fondamentale (…). Giovanni aveva intuito quanto fosse importante un’azione comune a tutti i Paesi contro la criminalità organizzata già negli anni ’80, quando, da pioniere, avviò la sua collaborazione con gli investigatori americani nell’inchiesta Pizza Connection. Il risultato raggiunto oggi è la realizzazione di una sua lungimirante visione».

Mafia e informazione in primo piano alla scuola estiva sulla criminalità organizzata


La discussione sulla criminalità organizzata in Italia è più estesa che in Germania, come lo dimostra il fatto che si tengano seminari sull’argomento durante le vacanze del semestre estivo. Mafia? Nein, danke? nel settembre di quest’anno ha partecipato alla Summer School on Organized Crime, organizzata dall’Università degli studi di Milano. Il tema di quest’anno è stato il rapporto tra i media e la mafia, argomento assai importante per il ruolo che il giornalismo riveste nel descrivere la realtà.

Il tema di quest’anno era il rapporto tra mafia e informazione e le persone intervenute – giornalisti, ma anche ricercatori e politici – sono state prevalentemente giornalisti che con le loro inchieste hanno sperimentato cosa significhino l’intimidazione e il rischio per la propria vita e per quella dei propri cari. Alcuni di loro sono stati minacciati, altri isolati, altri ancora hanno raccontato le vicende di loro colleghi che sono stati uccisi; il giornalista che oggi racconta di mafia rischia non tanto la vita, quanto la solitudine e l’emarginazione.

Nel corso della storia italiana la mafia ha ucciso undici giornalisti, di cui sei lavoravano a “L’Ora”, quotidiano con sede a Palermo, ed è proprio a “L’Ora” che nel 1958 un pool di giornalisti pubblica l’inchiesta sulla mafia dal titolo “Quest’uomo è pericoloso”: è la prima volta che il boss Luciano Liggio viene sbattuto in prima pagina e che la mafia ha un nome e cognome.

Studiare la mafia vuol dire studiare la storia d’Italia, e infatti la storia della repubblica italiana ha avuto inizio nel 1947 nello stesso anno in cui è avvenuta la strage di Portella della Ginestra, un chiaro tentativo di impedire l’evoluzione democratica del Paese. Quella strage esprimeva anche la volontà delle mafie di sovrapporsi alla Costituzione formale, che del resto sarebbe stata approvata pochi mesi dopo: in seguito continueranno a perseguire questo obiettivo cercando di modellare il consenso e creando una mitologia su se stesse.

Nel corso della Summer school si è molto riflettuto sull’attenzione posta dai media italiani in merito al tema della criminalità organizzata: se negli anni Sessanta c’era una grande attenzione per il reportage giornalistico e gli approfondimenti del TG1 venivano mandati in prima serata, oggi spesso l’orario della messa in onda è le 23.40.

Quella che i mafiosi interpretano come il superamento di un limite non è altro che la sete di conoscenza propria dei mestieri intellettuali, fondati sul dubbio e sulla ricerca: dopotutto, come è stato notato, la parola scoop significa testualmente “scavare col cucchiaio”. I giornali sono cambiati, da essere scritti per i lettori sono passati al compiacimento degli editori e quindi al conformismo e al silenzio sugli argomenti che potrebbero disturbare qualcuno; un primo cambiamento, un primo allontanamento della stampa dal tema della mafia, era già percepibile negli anni Ottanta, quando i movimenti giovanili antimafia furono prevalentemente sminuiti.

Le fiction suppliscono all’assenza di informazioni che la stampa dà sull’argomento, ma il rischio di banalizzare e di spettacolare la mafia è molto alto se chi guarda le serie televisive non può parallelamente disporre della sufficiente informazione sui temi. Come potrebbe essere altrimenti in un Paese in cui i media parlano così debolmente della trattativa Stato-mafia e del caso Montante*?

L’eccessiva semplificazione riguarda spesso anche i modi in cui si scrive di mafia, perché è facile leggere delle notizie che in realtà sono dei semplici copia e incolla: come è stato affermato con forza nel corso di questa Summer school, l’Italia è fatta di province e di territori ed è ripartendo da questi che può essere ritrovato il senso del mestiere di giornalista.

[*approfondiremo il caso Montante nella prossima Newsletter]

Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

Mafia Foggia – Arresti durante l’operazione di polizia internazionale


Il 16 ottobre 2018 si è svolta nella città italiana di Foggia un’importante operazione di polizia con la quale il giudice istruttore barese, su richiesta della Procura Antimafia, ha disposto la custodia cautelare nei confronti di Giovanni C.. È accusato di essere coinvolto nel quadruplo omicidio del 9 agosto 2017 nei dintorni di Apricenas, che ha causato la morte di un leader della criminalità organizzata locale, del suo autista e di due persone non coinvolte. Il caso ha anche una dimensione internazionale: un altro uomo sospettato di avere avuto un legame con l’omicidio è stato assassinato due mesi dopo ad Amsterdam.

Due mesi dopo l’episodio di Apricena veniva, infatti, ucciso nella capitale olandese Saverio T. che si sospettava potesse aver fatto parte all’omicidio nel foggiano; a confermare i sospetti sono stati le confessioni dell’assassino Carlo M. che ha raccontato nel corso degli interrogatori come l’uomo avesse ammesso più volte di essere coinvolto nel quadruplice omicidio. Visti i collegamenti tra i due, la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e il procuratore Volpe hanno richiesto alle autorità olandesi l’estradizione, e grazie anche alla collaborazione con Eurojust, l’uomo è stato consegnato alla magistratura italiana. Dalle indagini è emerso come l’episodio di agosto fosse avvenuto per ridefinire gli assetti di potere della criminalità organizzata nel Gargano.

La complessa operazione, coordinata tra il Comando Provinciale di Foggia e il Reparto del R.O.S. di Roma, assieme al Comando Provinciale di Bari e alla Compagnia Carabinieri di Barletta, ha un’importanza particolare per diversi motivi: il coordinamento internazionale da parte di Eurojust ha infatti svolto un ruolo chiave nell’organizzazione delle operazioni tra l’Olanda e l’Italia. Inoltre la denuncia da parte dell’uomo che ha ucciso il sospettato ad Amsterdam ha aperto una frattura nel muro di omertà che contraddistingue il territorio e che fa sperare, da parte delle autorità competenti, in un nuovo corso nella lotta alla criminalità organizzata locale.

mafianeindanke presenta misure contro la criminalità organizzata alla seduta della Commissione per gli affari interni, la sicurezza e l’ordine del Parlamento di Berlino


Dopo l’omicidio in un ambiente clan avvenuto ai margini di una zona berlinese di svago, l’ex aeroporto Tempelhof, la Commissione degli interni del Parlamento di Berlino si è occupata di criminalità organizzata. All’incontro mafianeindanke ha proposto degli approcci nuovi e innovativi, preventivamente efficaci. Anche l’ARD Tagesthemen ha riferito sulle proposte. Da allora, questi sono stati ampiamente discussi e Mafia? Nein, Danke! sta lavorando alla loro attuazione con l’obiettivo di ridurre il rischio di strutture claniche in futuro.

Invitata come rappresentate della società civile ed esperta sul tema della criminalità organizzata, l’associazione attraverso le parole del presidente Sandro Mattioli non ha potuto che confermare un peggioramento dello scenario del fenomeno nella capitale tedesca. Riducendo il tema al solo fattore criminale e dimenticando l’infiltrazione di queste organizzazioni a livello economico, sociale e culturale la lotta si limita ai singoli autori del reato senza approfondirne il contesto e capirne la vera realtà. In questo senso il ruolo fondamentale lo giocano le misure preventive, applicate in ogni campo con un approccio multidisciplinare. Mafia? Nein, Danke! a tal proposito ha proposto cinque progetti di misure preventive, in ambiti differenti, per ottenere dei risultati più efficaci nel contrasto al fenomeno.

Gli interventi sono stati molto attenti e interessati, su tanti aspetti del fenomeno e soprattutto su alcune delle proposte concrete presentate da Mafia? Nein, Danke!. Tra i tanti interventi, dal presidente della BDK (Bund Deutsch Kriminalbeamter) Daniel Kretzschmar sono emerse le difficoltà strutturali che non aiutano nel lavoro quotidiano della lotta alla criminalità organizzata: la mancanza e la continua rotazione del personale della polizia non aiutano e si necessita un bisogno di personale più specializzato con una formazione ad hoc nel settore. Kretzschmar ha, infatti, evidenziato come la polizia sia già in possesso di una quantità enorme di dati sul tema delle organizzazioni criminali, che però non sono mai stati elaborati: il problema non è quindi la mancanza d’informazioni al riguardo ma le capacità di studiarle.

Martin Hikel, sindaco di Neukölln, è intervenuto esponendo nel dettaglio la situazione attuale del suo quartiere: Hikel parla di otto grandi famiglie di clan arabi e di 1000 membri che ne fanno parte. Uno dei grandi problemi rilevati dal sindaco è quello dell’affiliazione giovanile alla criminalità organizzata: i primi contatti avverrebbero nei Shisha Bar, luogo dove tanti giovani si ritrovano per sfuggire da famiglie numerose in spazi esigui: qui però iniziano anche ad avvicinarsi alle strategie dei clan. La via criminale deve essere quindi resa meno attrattiva per giovani che vivono quotidianamente in queste realtà. Hikel ha aggiunto un ultimo appunto sulla possibilità che il sequestro di beni illegali sia reso più efficace di quanto sia tuttora.

La presidente della LKA di Berlino Barbara Slowik ha auspicato un rafforzamento nel campo informatico e delle indagini per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata ed ha espresso interesse ai progetti presentati da Mafia? Nein, Danke! soprattutto quelli riguardanti l’aiuto ai giovani e alle donne e alla possibilità di creare una hotline dedicata a chi vuole riportare la sua esperienza in queste realtà criminali.

Ciò che ha suscitato il maggiore interesse da parte dei parlamentari ha riguardato il progetto “Liberi di Scegliere” uno delle cinque proposte di mafianeindanke (qui il riassunto del progetto). Il protocollo implementato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria riguarda la possibilità dell’allontanamento dei minori dalle loro famiglie di origine criminale: attraverso questo percorso i ragazzi hanno l’occasione di scoprire e sperimentare una vita diversa da quella di provenienza grazie ad un inserimento in realtà associative o comunità educative. Su questo progetto l’interesse dei partecipanti alla seduta è stato alto e sono state poste domande e richieste di dettagli. Quello che più incuriosiva era la modalità d’attuazione del progetto, in che forma fosse implementato e quali fossero gli attori coinvolti: è anche emerso come dietro al concetto di “allontanamento dei bambini dalla famiglia criminale” ci siano ancora parecchie domande e dubbi che possono però essere risolti presentando la buona riuscita del progetto in Italia, il quale, numeri alla mano, ha funzionato e che potrebbe essere esportato dopo un’attenta analisi del contesto e degli attori locali.

Quello che è parso chiaro dal confronto durante la seduta parlamentare è stata la necessità di trovare una definizione del concetto di criminalità organizzata. Il pericolo che si riducano i clan arabi a semplice criminalità rischia non solo di fraintendere il vero fenomeno ma anche di usare degli strumenti non efficaci per contrastarlo. Una definizione unanime è quindi di fondamentale importanza per capirne la vera realtà e per unire le forze nel contrasto a questo fenomeno: una collaborazione tra i tanti enti coinvolti è quello che è stato richiesto durante il confronto al parlamento ed è quello che serve per ottenere dei risultati. Ma come ricorda il presidente di mafianeindanke una collaborazione è possibile solo se si cambia prospettiva dalla semplice applicazione della legge ad un’ottica di prevenzione del fenomeno.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

Mafia vietnamita a Berlino


Non si parla molto della mafia vietnamita a Berlino, ma il 29 giugno è avvenuto un fatto eclatante: l’irruzione della polizia in un appartamento in Rhinstraße (Friedrichsfelde), che ha fatto seguito a un’indagine sul sospetto di tratta di esseri umani e di lesione personale grave. Due uomini hanno cercato di fuggire, ma sono caduti dal quinto piano: uno è morto, l’altro è gravemente ferito e ricoverato in ospedale; erano presenti anche altri due giovani sospettati tra i 15 e i 34 anni, che sono stati arrestati.

Come accaduto per la mafia italiana, la caduta del Muro ha coinciso con la possibilità di arricchimento: i vietnamiti che vivevano a Est erano Gastarbeiter, i quali decisero per lo più di non tornare a casa dopo il 1989; a Ovest vivevano gli ex rifugiati di guerra. La maggior parte dei vietnamiti ha risposto alle difficoltà di integrazione lavorando onestamente, spesso con orari di lavoro molto prolungati; guadagnare in modo legale è sembrata una strada troppo impervia a coloro che entrarono a far parte della mafia vietnamita, che iniziarono a specializzarsi nella vendita illegale di sigarette; a loro si aggiunse poi una parte degli emigrati che arrivarono in Germania dopo la riunificazione.

Negli anni al contrabbando di sigarette si sono aggiunti il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la prostituzione; anche il traffico di droga è un forte interesse della mafia vietnamita, in particolare le droghe leggere, soprattutto la marijuana, le cui piantagioni vengono coltivate all’interno di appartamenti affittati con questa finalità.

Negli anni Novanta si sono verificate guerre tra bande, ma sarebbe impossibile parlare di un numero preciso di morti, dal momento che molte non sono state denunciate: è possibile dire però che tra il 1992 e il 1996 sono morte 39 persone. Un episodio noto risale al maggio 1996, quando a Marzahn si verificò l’esecuzione di sei giovani vietnamiti, riconducibile alla lotta di potere allora in corso tra due bande rivali, gli esecutori Ngoc-Thien e i Quang Binh. A dimostrazione della brutalità anche di questi ultimi, pare che abbiano sparato a cinque persone, tra cui due donne, in un alloggio per rifugiati di Marzahn: questo episodio è rimasto impunito.

La politica, nello specifico l’allora senatore degli Interni Jörg Schönbohm (CDU) tese a utilizzare questo problema per lanciare una campagna di espulsione che avrebbe potuto coinvolgere anche i vietnamiti non coinvolti nella criminalità organizzata. La LKA costituì il “Gruppo investigativo Vietnam” (Ermittlungsgruppe Vietnam), che permise di trovare tra gli altri il padrino della banda Ngoc-Thien: al processo ai componenti della banda, di 16 imputati 13 sono stati condannati per i reati di omicidio e di appartenenza a un’organizzazione criminale. Il capo fu condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio plurimo; ha continuato comunque a esercitare il suo potere, dato che nel 2005 un ex-affiliato ha rinunciato a portare la propria testimonianza perché da lui minacciato in aula.

All’epoca l’attenzione posta su queste bande criminali condusse al calo della violenza nel commercio illegale di sigarette, ma negli ultimi anni la mafia vietnamita ha proseguito in questo traffico già di per sé prospero, con una vendita annua solo a Berlino di 330 milioni di sigarette illegali, con un danno fiscale di circa 55 milioni di euro. Una particolare attenzione meriterebbe anche la produzione di metanfetamina, poiché la maggior parte di quella venduta a Berlino proviene dai laboratori vietnamiti di droga della Repubblica Ceca.

Questi problemi non solo non sono mai stati risolti, ma sono stati accresciuti e ampliati dalla facilità con cui adesso è possibile fare rete con altre criminalità organizzate: l’ultimo episodio potrebbe accendere di nuovo l’attenzione su di essi.

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

40 anni dalla morte di Peppino Impastato


Un eroe dell’antimafia, che da 40 anni continua a vivere nella memoria, è il giornalista e attivista Giuseppe Impastato, detto Peppino, che fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo. Impastato è uno dei circa due dozzine di giornalisti assassinati dalla mafia per il loro lavoro (il numero esatto è difficile da dare perché gli assassini e i mandanti non sempre sono stati identificati): In Italia, ad esempio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono tra le vittime della mafia per aver svolto ricerche sui rifiuti e sull’esportazione di armi in Somalia. Non è chiaro quale ruolo abbia svolto la mafia nella loro morte violenta. Anche i servizi segreti potrebbero essere responsabili della loro morte, poiché vi era il rischio che il vivace commercio di armi per la Somalia, pagato anche con i fondi per gli aiuti allo sviluppo, venisse reso noto.

Impastato è diventato una figura eroicamente omaggiata degli attivisti antimafia. Aveva fondato una radio, “Radio Aut”, e nel suo programma aveva ripetutamente accusato il boss della mafia locale, Gaetano Badalamenti. Fu soprattutto Badalamenti a decidere che l’Impastato doveva morire.

I responsabili della sua morte la fecero sembrare in un primo momento un suicidio, facendo saltare il suo cadavere con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani: non fu possibile collegare quella linea interrotta dall’esplosione alla scomparsa di Impastato. Del resto in Italia quel giorno le attenzioni erano rivolte prevalentemente al ritrovamento del cadavere del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro e questo portò gli investigatori a pensare in un primo momento che Impastato avesse tentato di piazzare una bomba sulla ferrovia per eseguire un attentato terroristico: come ha raccontato il fratello Giovanni, oltre al dolore della perdita lui e la madre hanno dovuto subire l’umiliazione delle perquisizioni nella loro abitazione (furono perquisite anche le case della zia e degli amici).

Solo la determinazione della madre Felicia e del fratello ha permesso loro di non rendere sterile quella sofferenza e di fare luce sulla scomparsa di Peppino, per quanto i veri e propri risultati in tal senso siano stati ottenuti dopo circa vent’anni: solo nel 1996 l’inchiesta sul caso Impastato fu riaperta, in seguito alle affermazioni del pentito Salvatore Palazzolo che indicò come mandanti dell’omicidio Badalamenti e Vito Palazzolo; era stata proprio la famiglia Impastato a chiedere la riapertura del caso.

Il giorno della sua morte, a Cinisi si tenne la prima manifestazione di piazza contro la mafia a cui parteciparono migliaia di giovani e quest’anno numerose iniziative lo hanno ricordato. A Cinisi è stato organizzato un presidio presso il casolare dove Impastato è stato ucciso; a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è stato ricordato un Peppino a tutto tondo tramite fotografie, spettacoli teatrali, concerti e convegni sul lavoro. Impastato non si occupò solo di mafia ma anche di altri temi tra cui la politica – si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria – con una speciale attenzione verso il tema dell’ecologia e dell’emancipazione femminile.

Nel programma “Onda pazza” faceva satira su mafiosi e politici e con ironia Cinisi veniva trasformata in Mafiopoli, il corso Umberto I in corso Luciano Liggio (boss di Cosa Nostra).

Gaetano Badalamanenti veniva appellato invece come “Tano Seduto” ed è nella sua casa confiscata che “Radio Cento Passi” va in onda dal 2014. Esiste già dal 2010 come web radio, ideata dagli amici di Impastato, e trasmette anche fuori dalla Sicilia.

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