Lacrime e brividi – la Summer School a Milano su ‘’Mafia e donne’’ impartisce nuove conoscenze


Può accadere che ascolti il racconto di una procuratrice intenzionata a fermare una collaboratrice di giustizia sulla strada per la rovina – il cui veicolo sembrava passare inosservato attraverso ogni barriera stradale – e tutto quello che aveva a sua disposizione era unicamente un segnale GPS. Nessun tipo di auto, nessuna intercettazione, solo un punto sullo schermo.

Può succedere che tu ti chieda perché è meglio non vedere le donne nei clan mafiosi come vittime, ma piuttosto considerare i fattori che le rendono particolarmente vulnerabili, perché la debolezza deriva dalla condizione di vittima, ma la vulnerabilità può essere una risorsa di forza.

Accade anche che tu – e quasi tutti gli altri partecipanti al corso, compresi i professori – siate commossi fino alle lacrime da un’opera teatrale e dalla forza delle parole. E può succedere che dopo una settimana e un totale di 40 ore di insegnamento, il più alto procuratore antimafia italiano ti presenti e ti consegni il diploma personalmente. La Summer School presso l’Università degli Studi di Milano sui diversi temi riguardanti la criminalità organizzata è senza dubbio qualcosa di speciale. Parteciparvi, se si parla italiano, è un grande privilegio.

Ma se vieni dalla Germania, ti lascia anche un po’ triste. Per il fatto che un evento di questo tipo – che si rivolge sia ad un pubblico professionale che ad un pubblico di massa – in Germania non esiste. E poi c’è naturalmente la solita (e vecchia) considerazione: il tema della criminalità organizzata e della mafia in Italia sta ricevendo l’attenzione e il sostegno che si cerca invano anche in Germania. Per la nona volta, l’Università Statale di Milano ha organizzato questo seminario strutturato in blocchi. Quest’anno l’argomento era “Mafia e donne”. Si tratta di un evento portato avanti anche in collaborazione con l’associazione italiana antimafia Libera. Sul versante universitario, il programma è stato progettato da tre professori: Nando dalla Chiesa, Monica Massari e Ombretta Ingrascí. Sono tutti ricercatori di spessore sul tema delle mafie e della criminalità organizzata. Basterebbe solo questo a dimostrare quanto l’Italia sia all’avanguardia in questo campo rispetto alla Germania. Tra gli organizzatori c’è anche Sarah Mazzenzana, nostra volontaria presso mafianeindanke qualche tempo fa. Quest’anno, tra i circa 40 partecipanti c’erano poliziotti, pubblici ministeri, studenti, insegnanti, pensionati e cittadini attivi e interessati. C’era anche un partecipante venuto appositamente da Washington.

È difficile riassumere una settimana così ricca di impressioni e intuizioni. Una conclusione ammissibile è che la visione maschile delle donne presenti nelle strutture della criminalità organizzata ha reso per troppo tempo praticamente impossibile una visione globale del fenomeno. Su larga scala, l’illusione generalmente creata dei clan come entità puramente maschili prevale ancora oggi. Le donne, in realtà, svolgono un ruolo importante in tutte le principali organizzazioni criminali italiane (‘ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e altri gruppi minori).

La camorra napoletana, che si considera l’organizzazione ‘’più progressista’’, ha al proprio interno anche donne che ricoprono il ruolo di boss. Vi è persino l’esempio di una trans alla guida di un gruppo criminale. Diversi interrogatori a collaboratrici di giustizia hanno inoltre dimostrato che il ruolo delle donne è molto più importante rispetto alla semplice educazione dei figli e alla trasmissione dei (dis)valori della mafia. È anche vero, però, che all’interno della ‘ndrangheta calabrese è importante che i clan mantengano le donne sotto il maggior controllo possibile, proprio perché la loro funzione è vitale per i clan – anche se non possono formalmente diventare membri e quindi non assumono una funzione ufficiale. Ad esempio, quando si è saputo che Giusy Pesce è diventata collaboratrice di giustizia e ha cambiato schieramento, il clan Bellocco ha celebrato e deriso i Pesce per il fatto che questi non riuscissero a tenere le loro donne sotto controllo.

Le donne dei clan esercitano spesso anche la professione di avvocatesse, consulenti finanziarie e contabili. Ciò aiuta a comprendere che la ‘ndrangheta non sia un blocco monolitico, bensì una rete di clan diversi che non mantengono tutti le stesse regole e gli stessi schemi procedurali.

Nella Summer School, però, non ci si è concentrati solo sulle donne di mafia, ma anche su quelle che la combattono. Alcune di loro erano presenti di persona, come i pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Alessandra Dolci. Ascoltare il modo in cui lavorano con le testimoni chiave è stato emozionante, scioccante, illuminante. Le loro storie assomigliavano a un thriller con figure femminili come protagoniste. Anche le donne che hanno abbandonato la scuola hanno avuto la possibilità di esprimersi. Il regista teatrale Mimmo Sorrentino, ad esempio, ha raccontato come sono state create le sue opere teatrali. Lavora con donne con legami mafiosi detenute in prigioni di massima sicurezza. Viene a conoscenza delle loro storie chiedendo loro di raccontare la storia delle compagne di prigionia. Solo questo trucco permette loro di affrontare la propria vita. Due donne che hanno recitato nelle sue opere teatrali hanno riferito quanto possa essere impressionante. Una delle attrici ha raccontato di come si è innamorata di un giovane uomo, un mafioso di alto livello di una famiglia ben nota. Sono anche testimonianze come queste che non solo approfondiscono la conoscenza della criminalità organizzata, ma la rendono vivida.

Il sostegno della Summer School da parte delle più alte autorità è stato sorprendente. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, è venuto all’inaugurazione e ha annunciato che il comune sosterrà la decima edizione della Summer School il prossimo anno. Il più alto procuratore antimafia italiano Federico Cafiero de Raho ha portato la propria testimonianza in conclusione dei lavori, affiancato da altre personalità molto importanti.

Contrastare il riciclaggio di denaro a livello locale: l’esempio di Amsterdam


Il 6 settembre 2019 abbiamo partecipato alla conferenza sul riciclaggio di denaro sporco organizzata da ‘’Die Linke’’ al Bundestag. In questa occasione, ha destato particolare curiosità l’intervento di Bas ter Luun, Senior Advisor del Dipartimento di ordine pubblico e sicurezza presso la città di Amsterdam.

La capitale olandese – ha spiegato ter Luun nel corso della sua presentazione – è un centro nevralgico del traffico illecito di sostanze stupefacenti. Anche il consumo è molto elevato nella città, si stima infatti che nel 2018 sia stata consumata cocaina per un valore di milioni di dollari. I trafficanti di droga possono fare affidamento su una rete di intermediari corrotti che li aiutano a individuare appartamenti e luoghi sicuri dove portare avanti i propri traffici in maniera indisturbata.

A preoccupare, poi, è soprattutto il riciclaggio di denaro sporco, in particolar modo nel settore immobiliare. Ad Amsterdam, infatti, i proventi dei traffici illeciti vengono investiti nell’acquisto di proprietà, ad esempio nel settore della ristorazione, del turismo e delle attrazioni che offre la città. Anche i beni di lusso sono un altro obiettivo molto gettonato da parte della criminalità organizzata che investe in Olanda.

L’amministrazione cittadina, dal canto suo, adotta iniziative e misure sul fronte dell’antiriciclaggio. È fondamentale, innanzitutto, andare a studiare il fenomeno a fondo. A tal fine la città di Amsterdam si serve di dati incrociati sul reddito e le proprietà. Si processa dunque la combinazione tra i dati fiscali e quelli immobiliari. Queste informazioni permettono di ottenere dati statistici e analizzare i risultati per vedere dove i conti effettivamente non tornano. Potranno infatti esserci casi e zone di interesse dove i dati sul reddito non corrispondono in maniera lineare con quelli riguardanti le proprietà. È in questi casi, quindi, che si innesca un campanello d’allarme e si procede ad un maggiore approfondimento.

La fase più operativa prevede poi l’analisi su base municipale dei sussidi, permessi e transazioni del settore immobiliare. L’approccio che viene portato avanti è multi-agency, in quanto vengono coinvolti più attori (la Polizia, enti fiscali, doganali e giuridici). È necessario in questa fase instaurare una proficua collaborazione tra settore pubblico e privato sul fronte dell’antiriciclaggio.

Ma come possono attrezzarsi le altre città di fronte a problematiche simili, per seguire l’esempio di Amsterdam? Per cominciare, spiega ter Luun, è necessario creare consapevolezza e strutture di contrasto all’interno della pubblica amministrazione. Bisogna poi lavorare insieme ai gruppi di interesse all’interno della società. È fondamentale inoltre la condivisione di informazioni e intelligence tra le diverse agenzie di contrasto. Infine, bisogna cooperare con le altre città europee sul fronte dell’anti-riciclaggio.

L’intervento di ter Luum è stato accolto con molto interesse e a margine della conferenza ci ha concesso una breve intervista.

Per noi è stata una novità sentire che una città impiega del personale sul fronte dell’anti-riciclaggio. Come è successo ad Amsterdam?

‘’Tutto è iniziato negli anni ’90. C’è stata un’inchiesta parlamentare e una parte di questa era composta da una ricerca sul centro-città condotta da criminologi. Le conclusioni hanno mostrato che molti immobili erano di proprietà della criminalità organizzata, che possedeva beni immobiliari anche nei settori della prostituzione e dei coffee shops. Inoltre, la città stessa ha in qualche modo facilitato tutto ciò, dal momento che i permessi e le licenze sono stati concessi abbastanza facilmente. Ciò ha portato alla decisione dell’amministrazione comunale, a metà degli anni ’90, di investire in personale qualificato per combattere il riciclaggio di denaro sporco.’’

Si tratta di un modello comune per i Paesi Bassi o è limitato solo ad Amsterdam?

‘’È partito tutto da Amsterdam, ma ben presto altre città in tutto il paese hanno seguito lo stesso modello. A livello nazionale esiste una struttura che facilita la cooperazione tra le diverse agenzie governative e che supporta le autorità locali e i sindaci nella lotta alla criminalità organizzata.’’

State cooperando anche con le forze di polizia?

‘’Sì, con loro ci scambiamo informazioni. Succede, ad esempio, per i controlli di coloro che fanno richiesta di permessi. Ma cooperiamo anche nell’applicazione delle regole. Per esempio: nel settore dell’ospitalità, nei coffee shops, nei bar, ci sono alcune regole che vengono fatte rispettare dal comune. In questi luoghi potrebbero esserci commissioni di reati. In alcuni casi, l’amministrazione locale e la polizia collaborano per condurre le ispezioni.’’

I Paesi Bassi hanno una politica piuttosto liberale in materia di droga. Questo interferisce in qualche modo con il riciclaggio di denaro sporco? In senso positivo o negativo?

‘’A causa del sistema dei coffee shops – dove si può vendere marijuana – una grande industria, che non è regolamentata, potrebbe crescere. Questa industria ha un sacco di proventi, fa un sacco di soldi e questi soldi devono essere investiti da qualche parte.’’

È stato complicato avere un quadro delle attività di riciclaggio di denaro nella vostra città?

‘’Non credo che siamo già in grado di avere una visione d’insieme. È davvero complicato.’’

Ti occupi anche di fare pressione sui decisori politici a livello nazionale o questo non fa parte del tuo lavoro?

‘’Può far parte del mio lavoro fare pressione sui decisori politici. Per esempio, quando ci rendiamo conto che un certo strumento non funziona bene, abbiamo bisogno di cambiare la legislazione. Quindi, mostriamo caso per caso cosa dovrebbe essere fatto.’’

Avete anche organizzazioni della società civile come la nostra attive in questo campo ad Amsterdam?

‘’Non abbastanza nel campo dell’anti-riciclaggio. Dai risultati di questa conferenza ho appurato che è qualcosa di cui abbiamo bisogno anche nel nostro paese. Comunque, nel campo del traffico di esseri umani e della prostituzione c’è cooperazione tra le ONG e il governo locale.’’

Potrebbe dirci qualcosa di più sui poteri che hanno i sindaci olandesi e le amministrazioni locali dei Paesi Bassi? Esistono in Germania modelli comparabili a livello comunale sul fronte dell’anti-riciclaggio?

‘’I sindaci olandesi sono responsabili dell’ordine pubblico e della sicurezza. Hanno il potere esecutivo per chiudere case, attività commerciali o per emettere ordini restrittivi. Questo potrebbe essere paragonabile a quanto accade anche in Germania. Ciò che è peculiare dei sindaci olandesi – e non si applica alla Germania o ad altri paesi – sono gli strumenti di controllo di cui dispone. Un sindaco può esercitare un controllo e ottenere informazioni dalla polizia e dal fisco e servirsi delle informazioni che ottiene.’’

E, naturalmente, una domanda di interesse: quali sono i gruppi criminali prevalenti ad Amsterdam?

‘’Le bande di motociclisti sono ancora presenti. Non hanno più una base in città, dato che siamo riusciti a smantellarla, ma ritornano occasionalmente in sella alle loro motociclette. Vediamo anche la presenza di criminalità organizzata di origine albanese, principalmente in relazione al traffico di droga. Ci sono anche le vecchie reti criminali olandesi, che all’inizio di questo millennio erano piuttosto significative. Assistiamo anche alla crescita di network criminali composti dalle seconde e terze generazioni di immigrati che ora hanno assunto tutte le posizioni di rilievo nel traffico di droga. Questi sono i gruppi, ma la situazione è più fluida.’’

E la criminalità organizzata italiana?

‘’È presente anche ad Amsterdam. Ci sono alcuni documenti che indicano la presenza di clan di ‘ndrangheta nei Paesi Bassi.’’

CHANCE – una rete europea per la lotta contro la criminalità organizzata


La mafia non conosce limiti. Agisce a livello transnazionale. Non solo nel traffico di stupefacenti, nel traffico di generi alimentari contraffatto, nel riciclo di denaro, nella tratta di esseri umani ed in molti altri campi. Le frontiere statali e i confini delle organizzazioni non hanno alcuna importanza, sono anzi d’aiuto.

I suoi avversari hanno ancora molte difficoltà ad agire a livello internazionale e a cooperare al di là dei confini nazionali. L’operazione Pollino nel dicembre 2018 è stata la prima indagine europea non limitata alla semplice assistenza giudiziaria – cfr. i molti contenuti della newsletter di mafianeindanke. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Per esempio, ad oggi non esiste ancora un protocollo sistematico per gli interrogatori di testimoni al di là delle frontiere nazionali. In questo caso è necessaria un intervento politico e delle autorità competenti. Questa è una delle tante richieste di mafianeindanke.

Anche il settore civile ha molte difficoltà nell’organizzare un cooperazione sistematica a livello internazionale nella lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Il bisogno di una legislazione adeguata viene articolato generalmente solo a livello nazionale e le singole organizzazioni sono troppo deboli per essere ascoltate a livello europeo, dove hanno origine più di due terzi delle leggi nazionali, soprattutto se non si ha una buona rete di contatti come la fondatrice di mafianeindanke ed ex europarlamentare Laura Gavarini.

La situazione ora dovrebbe cambiare. Già avevamo annunciato a dicembre mafianeindanke fa parte di una rete di organizzazioni anti mafia, lanciata da Libera Internazionale. Durante l’ultimo fine settimana di febbraio attivisti di varie organizzazioni anti mafia da dieci paesi europei si sono incontrati a Bruxelles, per accordarsi su un programma politico comune e sul nome del progetto.
CHANCE – Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe
Già la prima operazione della nuova rete di coordinazione ed azione è di importanza non indifferente. Il 3. aprile CHANCE presenterà la sua agenda politica alla Commissione Europea e ad alcune persone chiave del parlamento europeo uscente. Il programma include 13 punti – da miglioramenti nella lotta al riciclaggio di denaro, la protezione di testimoni e giornalisti, la confisca di proprietà mafiose e il loro possibile utilizzo da parte dalla società civile fino ad un cambio di strategia nel traffico di droga. Una delle massime priorità di CHANCE riguarda la richiesta di istituire un “tavolo rotondo” o “conferenza permanente” per la collaborazione sistematica tra la società civile e le autorità competenti.

Quest’ampia agenda politica è stata elaborata duranti gli incontri dei membri della rete e finalizzata durante un incontro di tre giorni con consulenti professionali. Il primo giorno, un esperto nell’ambito “Home Affairs”– anche esperto nel campo negli affari interni della Commissione Europea, ha messo a disposizione il suo know-how. Il secondo giorno CHANCE ha avuto modo di consultare un ex pubblico ministero italiano, che è ben informato sullo stato attuale del discorso anche a livello europeo sulla legislatura anti mafia.

Maggiori dettagli sull’agenda politica di CHANCE e sull’incontro del 3. Aprile 2019 nella prossima newsletter.

Il Prof. Luca Storti ospite all’Università di Potsdam


Nel mese di gennaio il Prof. Luca Storti ha tenuto una conferenza su “L’espansione internazionale delle mafie italiane: un fenomeno caleidoscopico” presso la Cattedra di Sociologia organizzativa e amministrativa dell’Università di Potsdam. La mafia è diventata da tempo un fenomeno globale. Esamina quindi l’espansione territoriale delle mafie italiane: la questione è come si espandono dai loro territori di origine in territori stranieri. Qui, gli studenti entrano in contatto con un argomento che è ancora sottoesposto in molte università in Europa, specialmente in Germania.

Il Prof. Luca Storti è professore ordinario di Sociologia economica presso l’Università di Torino e membro fondatore del gruppo di ricerca LARCO – Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzata. Nel 2015 ha partecipato al progetto di ricerca “Cross Border Italian Mafias in Europe: Territorial Expansion, Illegal Trafficking, and Criminal Networks” (CRIME), che ha esaminato Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Paesi Bassi per le attività mafiose.

Le mafie italiane
In considerazione dello stato attuale della ricerca e dell’insegnamento sulla mafia, la conferenza ha un carattere piuttosto introduttivo. All’inizio vengono citate le differenze e le similitudini delle mafie storiche in Italia: Una mappa mostra Cosa Nostra in Sicilia, la ‘Ndrangheta in Calabria e la Camorra a Napoli e in Campania. Sono citate anche le relativamente giovani mafie Sacra Corona Unita in Puglia, Basilischi in Basilicata e Stidda in Sicilia. Tutte e tre sono legate alle mafie storiche; la prima venuta fuori dalla Camorra, la seconda è controllata dalla ‘Ndrangheta e l’ultima si è separata da Cosa Nostra. Le mafie storiche sono strutturate in modo molto diverso: Cosa Nostra è piramidale, la ‘Ndrangheta orizzontale e la Camorra frammentaria. I loro approcci espansivi variano di conseguenza.

Secondo il Prof. Luca Storti, le mafie sono sia “power syndicates” che “enterprise syndicates”, una distinzione concettuale fatta da Alan Block (1980), professore emerito di criminologia degli studi ebraici all’Università di Penn State, USA. Gli “enterprise syndicates” sono organizzazioni che realizzano profitti su mercati illegali, ad esempio attraverso il traffico di droga. I “power syndicates” sono quelli che controllano il territorio e la società locale.

Le tipologie di espansione territoriale
Per quanto riguarda il rapporto con il territorio originario, si distinguono due forme di espansione: Nel primo caso permangono i rapporti con l’organizzazione e il territorio originari e la mafia espansa rimane dipendente dalle strutture tradizionali. Nel secondo caso, emerge un’organizzazione completamente indipendente. Nel primo caso, l’espansione può essere descritta come “trapianto” – la riproduzione completa della mafia in un nuovo territorio – o come “infiltrazione” – la lenta penetrazione della mafia in un nuovo territorio che rivela solo alcune delle caratteristiche della mafia. Spesso la mafia appare solo come un “enterprise syndicates”, cioè la mafia penetra nei mercati illegali o addirittura legali (es. investimenti immobiliari) del nuovo territorio senza controllare la società locale.

Per approfondire il tema Mafie in Europa, si prestano i testi ai quali ha contribuito il Prof. Storti come Co-autore:

  • Italian Mafias across Europe (mit J. Dagnes e D. Donatiello), in Mafias today, F. Allum, R. Sciarrone , I. Clough-Marinaro, di prossima pubblicazione.
  • La questione delle mafie italiane all’estero: stato dell’arte e temi emergenti (mit J. Dagnes, D. Donatiello, R. Sciarrone), in «Meridiana», 2016, n. 4, pp. 149-172.
  • The territorial expansion of mafia-type organized crime. The case of the Italian mafia in Germany (mit R. Sciarrone), in «Crime, Law and Social Change», 2014, vol. 61, n. 1, pp. 37-60.
  • Die italienische Mafia in Deutschland mit R. Sciarrone, in Dolce Vita? Das Bild der italienischen Migranten in Deutschland, pp. 177-198, Campus Verlag, Frankfurt am Main, 2011.

Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

La criminalità organizzata a Berlino – le grandi famiglie arabe


L’ultima operazione della polizia tedesca contro la criminalità organizzata a Berlino ha avuto luogo a fine febbraio 2018: in un’azione che ha coinvolto 120 poliziotti sono stati eseguiti 19 mandati di perquisizione con l’arresto di tre giovani, sospettati di far parte di uno dei più grandi clan criminali arabi di Berlino. Tutti e tre sono accusati di furti e ricettazione.

La capitale tedesca non è immune alla presenza di criminalità organizzata e quest’ultima operazione evidenzia una presenza mafiosa ormai radicata nei quartieri berlinesi. Le attività criminali di Berlino sono in mano alle cosiddette grandi famiglie arabe, presenti soprattutto nella parte occidentale della città. Spesso vengono definite come delle vere e proprie società parallele con al loro interno le proprie regole. Si parla all’incirca di 20 clan che dominano la scena della criminalità berlinese, compresi i gruppi di minore importanza: di questa ventina, 7 o 8 sono nel mirino della polizia. Si contano quasi 1000 criminali che fanno parte dei clan arabi berlinesi.

Le attività gestite dai gruppi criminali sono molteplici: riciclaggio di denaro sporco, gestione della droga e della prostituzione, implicazioni nel mondo del gioco d’azzardo. I soldi guadagnati da questi introiti illegali vengono in parte rispediti alle famiglie d’origine fuori dalla Germania e quelli che rimangono reinseriti nell’economia legale attraverso il riciclaggio. Questo rende impossibile da parte della polizia risalire alla loro origine illegale e quindi procedere con l’incarcerazione dei criminali stessi. I clan sono composti da famiglie molto unite. La chiusura dei nuclei famigliari impedisce l’uso di infiltrati da parte della polizia, e al contempo sono rare le possibili fuoriuscite di possibili testimoni che ne denuncino la criminalità. Il problema si presenta anche per quanto riguarda i testimoni oculari esterni: i gruppi criminali hanno raggiunto un tale potere intimidatorio  che spesso riescono ad esercitare un potere tale da costringere le persone a ritirare le loro denunce.

Sono i mafiosi che cercano di delegittimare il ruolo della polizia diffondendo voci false su reati commessi da parte dei poliziotti in modo da screditarne le figure e potersi muovere in un clima di maggiore sfiducia verso la legalità. Spesso però gli strumenti che hanno a disposizione gli agenti non sono comunque efficaci: la tracciabilità del denaro sporco è ostacolata dall’impossibilità di poter visionare i redditi dei criminali. La mancanza di tecnici spesso è un problema nella gestione delle indagini. Tutto questo porta alla creazione di problemi in una situazione già molto delicata. Quello che si auspica è quindi l’implementazione degli strumenti investigativi e legislativi per aiutare il lavoro di contrasto ai clan criminali.

21 marzo 2018, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie a Foggia


Dal 1996 Libera – l’associazione fondata da Don Luigi Ciotti per sensibilizzare la società civile sui temi della criminalità organizzata e della corruzione – organizza una giornata dedicata a ricordare le vittime della mafia e a stringersi attorno ai loro familiari: di anno in anno questo movimento della società civile ha acquisito sempre maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni, fino al DDL n.1894 dello scorso anno che gli ha dato pieno valore dichiarando il 21 marzo “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Il primo giorno di primavera, le associazioni, le scuole e le parrocchie sfilano in corteo in una città italiana e leggono i nomi di coloro che sono morti in quanto obiettivo prescelto oppure perché si trovavano nel posto sbagliato o somigliavano fatalmente alla persona che si voleva uccidere. Si ritiene importante celebrare non solo le vittime illustri, quelle a cui sono intitolate vie, piazze e scuole, ma anche le persone che sono state dimenticate o addirittura mai considerate come meritevoli di menzione.

Tra le storie troppo poco raccontate c’è quella di una piccola vittima che il 12 novembre 2000 si trovava nel posto sbagliato: Valentina, di due anni, nipote di Fausto Terracciano. Lo zio non era il bersaglio diretto del clan camorristico dei Veneruso, fu scelto perché congiunto del vero obiettivo, il suo fratellastro Domenico Arlistico; la morte della bambina fu controproducente non solo perché portò all’arresto di coloro che ne furono responsabili, ma anche perché fatti del genere sono considerati gravi persino nel codice d’onore camorristico. Anche il giovane Filippo Ceravolo il 25 ottobre 2012 si è trovato fatalmente nei pressi di un agguato di cui non era bersaglio ed è stato ucciso dalla ‘ndrangheta al posto di Domenico Tassone, colui che gli aveva dato un passaggio (parente del boss Bruno Emanuele). Alla tragicità di questa sua fine c’è da aggiungere che il caso è stato archiviato dal DDA di Catanzaro e che i responsabili ad oggi non sono ancora stati puniti.

Quest’anno la città scelta per il 21 marzo non a caso è Foggia, dopo un 2017 in cui la “Società Foggiana” – cartello criminale di stampo mafioso operante nelle città di Foggia, San Severo e Cerignola – è più volte saltata alle cronache per la brutalità con cui opera. Dopo gli anni ’70-primi anni ’80 si è iniziato a sottovalutare le sue attività, a ritenere comunemente che nella provincia la mafia non fosse un problema, contribuendo così ad accrescere nella mafia foggiana la convinzione di avere un potere illimitato.

Si è arrivati in questo modo all’assalto del servizio di vigilanza l’NP Serviceal Villaggio Artigiani di Foggia nel giugno 2014, che tenne in ostaggio la città, fino all’assassinio dei due contadini testimoni di un omicidio di mafia Luigi e Aurelio Luciani nell’agosto 2017, anche loro “colpevoli” di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi in questa legislatura 2013-2018 ha quindi dovuto affrontare il tema della mafia pugliese dopo oltre trent’anni in cui era rimasto nell’ombra. Nella relazione finale di questo 7 febbraio – un capitolo corposo viene riservato, infatti, alla provincia di Foggia – è emerso che la mafia foggiana, sebbene frammentata come quella barese, ha delle peculiarità che la distinguono dalle altre mafie del territorio pugliese: è stato confermato, infatti, quanto la sua vicinanza alle coste dell’Albania, per esempio, nel tempo l’abbia specializzata nel controllo del traffico di stupefacenti; inoltre per questa forma di criminalità sono di estrema importanza le alleanze con i gruppi del territorio così come quelle con la camorra e la ‘ndrangheta.

Il 21 marzo, contemporaneamente alla manifestazione nella città prescelta, le associazioni attive sul territorio si riuniranno nelle altre città italiane e all’estero. Mafia? Nein, danke! è tra queste e da Berlino parteciperà a questa iniziativa, organizzando un momento di riflessione e di discussione con la proiezione di film che ricordino una vittima innocente della mafia.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, di seguito il link della relazione conclusiva della Commissione parlare antimafia 2013-2018

21 marzo: commemorazione delle vittime innocenti della mafia


Quando abbiamo deciso di proiettare il film “Fortapasc” per il nostro evento di quest’anno in occasione della Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno Antimafia, non potevamo ancora intuire che il tema sarebbe diventato così tristemente attuale. “Fortapasc”, infatti, racconta la storia di Giancarlo Siani, un giovane giornalista che indagava sulla Camorra a Napoli negli anni ‘80: egli ricercava in particolar modo i coinvolgimenti tra politica e criminalità organizzata collegati alla ricostruzione della regione distrutta a seguito del terremoto. Era un giornalista scomodo, pieno di vita e sveglio. Le sue ricerche però compromettevano gli interessi economici dei clan coinvolti nel caso. Il 25 settembre 1985 chiamò un conoscente che dirigeva l’Osservatorio sulla Camorra e gli comunicò che aveva qualcosa da riferirgli, ma che sarebbe stato opportuno non farlo per telefono. Poche ore dopo, in quella stessa giornata, Siani fu ucciso, a soli 26 anni. Sia i suoi assassini sia i mandanti dell’omicidio vennero in seguito condannati.

Adesso ci ritroviamo nella stessa circostanza di piangere l’uccisione di un giovane giornalista, Jan Kuciak, e della sua compagna, continuando a ricordare Daphne Caruana Galizia, uccisa a Malta nell’esplosione di un’autobomba. Entrambi giornalisti, entrambi indagavano sui rapporti tra Stato e mafia.

Proprio per questo al termine del film discuteremo sui rapporti tra giornalismo e mafia.

 

La forza del teatro musicale dedicato all’ uomo Falcone


Entrando allo Schiller Theater dove va in scena l’opera “Falcone: Il Tempo Sospeso del Volo“, gli spettatori sono accolti da una musica cupa, che li accompagnerà durante tutta la durata dello spettacolo. Anche l’atmosfera della sala non presenta di certo toni caldi; i gradoni, dove siedono gli astanti, non sono separati dal palco, che resta quindi la parte centrale circondata da essi, come un’arena senza forti luci. Al contrario, la luce è soffusa, quasi tetra. Si sta per cominciare un viaggio, accompagnato dalla musica e dalla recitazione, dentro la mente di un uomo, Giovanni Falcone, e dentro la sua personale battaglia contro Cosa Nostra.

Lo spettacolo in scena per la prima volta a Berlino ed in lingua tedesca, segue il libretto di Franco Ripa di Meana, che commenta così l’opera: “Questo lavoro, basato interamente su documenti, testimonianze, atti giudiziari, articoli di stampa riguardanti la storia del giudice Giovanni Falcone, intende essere una riappropriazione collettiva di una vicenda umana fondamentale della nostra storia recente. Preservare la memoria, sviluppare la riflessione: questi gli scopi che questa opera si propone, superando la descrizione della cronaca con la libertà e la profondità che solo il teatro musicale possiede”.

L’opera, senza mai diventare retorica, si è proposta di raccontare l’uomo Falcone attraverso la rappresentazione di momenti topici, come l’attentato fallito contro la sua persona all’Addaura o lo storico Maxiprocesso contro Cosa Nostra; allo stesso tempo ha cercato di indagarne i pensieri, un flusso solitamente inscenato durante i voli da Roma a Palermo. Il tema del volo e dell’aereo che si libra nell’aria è ricorrente nel corso dell’opera. È infatti proprio durante “il tempo sospeso del volo” che si mescolano pensieri, ricordi, paure e stralci di vita.

La regia di Benjamin Wäntig ha adattato l’opera ad un pubblico tedesco, ideando anche scene di forte impatto visuale. Come la scena finale, in cui il sedile del volo Roma-Palermo sul quale era seduto Falcone, immerso nei suoi pensieri, lentamente si reclina, fino a diventare una bara, che sparisce dietro il sipario. Notevole la scelta di non rappresentare la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, ma di evocarne la costante e preziosa presenza attraverso un quartetto femminile.

A quasi venticinque anni dalla morte del giudice, di sua moglie e degli uomini della sua scorta, l’opera colpisce forse ancora maggiormente lo spettatore, ribadendo con la forza del teatro musicale l’importanza del ricordo attivo di una strage che ha lasciato il segno nel mondo dell’antimafia.

La visita di don Luigi Ciotti a Berlino


Il 3 maggio presso l’ambasciata italiana a Berlino si è svolto il tanto atteso appuntamento con Don Luigi Ciotti, grande testimone di impegno civile e di dedizione alla missione antimafia sul campo. Entrando subito nel vivo, l’ospite ha intrecciato dettagli di vita personale con quella battaglia culturale e politica che ha investito l’Italia negli ultimi cinquant’anni in tema di dipendenze e lotta alle mafie.

L’impegno di Don Ciotti nell’accogliere le persone in difficoltà inizia in giovane età, quando nel 1966 diventa promotore di un gruppo giovanile che opera in numerose realtà segnate dall’emarginazione, che prenderà poi il nome di Gruppo Abele. Ma è dal 1972, quando viene ordinato sacerdote, che la sua parrocchia diventa ufficialmente la strada; in quegli anni è testimone della diffusione delle droghe per le strade di Torino, uno spettro quello delle dipendenze, che si allarga con il passare del tempo. Negli anni novanta poi intensifica la sua opera di denuncia al potere mafioso dando vita prima al periodico mensile “Narcomafie” e successivamente a “Libera- Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”; il network nasce da diverse realtà di volontariato impegnate sul tema e coordina oggi oltre 700 associazioni e gruppo nell’impegno antimafia. Una vita spesa di fianco alle fasce della popolazione più vulnerabile ma che sin dai primi anni si intreccia con una azione educativa ed una battaglia culturale su più fronti.

«Le mafie – ricorda – non sono figlie di povertà ed arretratezza, come si può pensare comunemente, ma si avvalgono di povertà ed arretratezza. La scuola, la cultura, la volontà di educare alla bellezza, i servizi sociali in supporto a persone in difficoltà e alle loro famiglie restano il primo antidoto alle mafie». E a questo proposito, il presidente nazionale di Libera parla non a caso di criminalità organizzata, criminalità politica e criminalità economica, un intreccio sempre più difficile da distinguere, una zona grigia di trame corruttive.

Un messaggio forte quello di don Ciotti, che ha ripetuto il giorno seguente davanti agli studenti del liceo italo-tedesco Albert Einstein di Berlino, dove era presente anche Pietro Benassi, Ambasciatore d’Italia in Germania: «Il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi – ha ribadito – cominciando dalla quotidianità; vi invito ad essere cittadini non ad intermittenza, ma cittadini responsabili e volenterosi di conoscere i problemi sociali, che sfuggono la malattia della rassegnazione e della delega. In questo modo, se lo Stato non fa, è sollecitato a fare da noi cittadini, rivedendo così politiche pallide».

Un “noi” ripetuto più volte nel corso di questa due giorni, perché il cambiamento non è opera di “navigatori solitari ma di un gruppo”; e alla domanda se teme per la propria vita risponde che si uccide una persona ma non si uccide un movimento, sempre più organizzato e numeroso. Lezione quindi di coraggio e speranza ed un invito alla fiducia nella democrazia, la quale si posa su due pilastri fondamentali quali la responsabilità e la giustizia; un incontro che i ragazzi non dimenticheranno facilmente.

‘Guardate il cielo senza dimenticare la responsabilità verso la terra,