Contrastare il riciclaggio di denaro a livello locale: l’esempio di Amsterdam


Il 6 settembre 2019 abbiamo partecipato alla conferenza sul riciclaggio di denaro sporco organizzata da ‘’Die Linke’’ al Bundestag. In questa occasione, ha destato particolare curiosità l’intervento di Bas ter Luun, Senior Advisor del Dipartimento di ordine pubblico e sicurezza presso la città di Amsterdam.

La capitale olandese – ha spiegato ter Luun nel corso della sua presentazione – è un centro nevralgico del traffico illecito di sostanze stupefacenti. Anche il consumo è molto elevato nella città, si stima infatti che nel 2018 sia stata consumata cocaina per un valore di milioni di dollari. I trafficanti di droga possono fare affidamento su una rete di intermediari corrotti che li aiutano a individuare appartamenti e luoghi sicuri dove portare avanti i propri traffici in maniera indisturbata.

A preoccupare, poi, è soprattutto il riciclaggio di denaro sporco, in particolar modo nel settore immobiliare. Ad Amsterdam, infatti, i proventi dei traffici illeciti vengono investiti nell’acquisto di proprietà, ad esempio nel settore della ristorazione, del turismo e delle attrazioni che offre la città. Anche i beni di lusso sono un altro obiettivo molto gettonato da parte della criminalità organizzata che investe in Olanda.

L’amministrazione cittadina, dal canto suo, adotta iniziative e misure sul fronte dell’antiriciclaggio. È fondamentale, innanzitutto, andare a studiare il fenomeno a fondo. A tal fine la città di Amsterdam si serve di dati incrociati sul reddito e le proprietà. Si processa dunque la combinazione tra i dati fiscali e quelli immobiliari. Queste informazioni permettono di ottenere dati statistici e analizzare i risultati per vedere dove i conti effettivamente non tornano. Potranno infatti esserci casi e zone di interesse dove i dati sul reddito non corrispondono in maniera lineare con quelli riguardanti le proprietà. È in questi casi, quindi, che si innesca un campanello d’allarme e si procede ad un maggiore approfondimento.

La fase più operativa prevede poi l’analisi su base municipale dei sussidi, permessi e transazioni del settore immobiliare. L’approccio che viene portato avanti è multi-agency, in quanto vengono coinvolti più attori (la Polizia, enti fiscali, doganali e giuridici). È necessario in questa fase instaurare una proficua collaborazione tra settore pubblico e privato sul fronte dell’antiriciclaggio.

Ma come possono attrezzarsi le altre città di fronte a problematiche simili, per seguire l’esempio di Amsterdam? Per cominciare, spiega ter Luun, è necessario creare consapevolezza e strutture di contrasto all’interno della pubblica amministrazione. Bisogna poi lavorare insieme ai gruppi di interesse all’interno della società. È fondamentale inoltre la condivisione di informazioni e intelligence tra le diverse agenzie di contrasto. Infine, bisogna cooperare con le altre città europee sul fronte dell’anti-riciclaggio.

L’intervento di ter Luum è stato accolto con molto interesse e a margine della conferenza ci ha concesso una breve intervista.

Per noi è stata una novità sentire che una città impiega del personale sul fronte dell’anti-riciclaggio. Come è successo ad Amsterdam?

‘’Tutto è iniziato negli anni ’90. C’è stata un’inchiesta parlamentare e una parte di questa era composta da una ricerca sul centro-città condotta da criminologi. Le conclusioni hanno mostrato che molti immobili erano di proprietà della criminalità organizzata, che possedeva beni immobiliari anche nei settori della prostituzione e dei coffee shops. Inoltre, la città stessa ha in qualche modo facilitato tutto ciò, dal momento che i permessi e le licenze sono stati concessi abbastanza facilmente. Ciò ha portato alla decisione dell’amministrazione comunale, a metà degli anni ’90, di investire in personale qualificato per combattere il riciclaggio di denaro sporco.’’

Si tratta di un modello comune per i Paesi Bassi o è limitato solo ad Amsterdam?

‘’È partito tutto da Amsterdam, ma ben presto altre città in tutto il paese hanno seguito lo stesso modello. A livello nazionale esiste una struttura che facilita la cooperazione tra le diverse agenzie governative e che supporta le autorità locali e i sindaci nella lotta alla criminalità organizzata.’’

State cooperando anche con le forze di polizia?

‘’Sì, con loro ci scambiamo informazioni. Succede, ad esempio, per i controlli di coloro che fanno richiesta di permessi. Ma cooperiamo anche nell’applicazione delle regole. Per esempio: nel settore dell’ospitalità, nei coffee shops, nei bar, ci sono alcune regole che vengono fatte rispettare dal comune. In questi luoghi potrebbero esserci commissioni di reati. In alcuni casi, l’amministrazione locale e la polizia collaborano per condurre le ispezioni.’’

I Paesi Bassi hanno una politica piuttosto liberale in materia di droga. Questo interferisce in qualche modo con il riciclaggio di denaro sporco? In senso positivo o negativo?

‘’A causa del sistema dei coffee shops – dove si può vendere marijuana – una grande industria, che non è regolamentata, potrebbe crescere. Questa industria ha un sacco di proventi, fa un sacco di soldi e questi soldi devono essere investiti da qualche parte.’’

È stato complicato avere un quadro delle attività di riciclaggio di denaro nella vostra città?

‘’Non credo che siamo già in grado di avere una visione d’insieme. È davvero complicato.’’

Ti occupi anche di fare pressione sui decisori politici a livello nazionale o questo non fa parte del tuo lavoro?

‘’Può far parte del mio lavoro fare pressione sui decisori politici. Per esempio, quando ci rendiamo conto che un certo strumento non funziona bene, abbiamo bisogno di cambiare la legislazione. Quindi, mostriamo caso per caso cosa dovrebbe essere fatto.’’

Avete anche organizzazioni della società civile come la nostra attive in questo campo ad Amsterdam?

‘’Non abbastanza nel campo dell’anti-riciclaggio. Dai risultati di questa conferenza ho appurato che è qualcosa di cui abbiamo bisogno anche nel nostro paese. Comunque, nel campo del traffico di esseri umani e della prostituzione c’è cooperazione tra le ONG e il governo locale.’’

Potrebbe dirci qualcosa di più sui poteri che hanno i sindaci olandesi e le amministrazioni locali dei Paesi Bassi? Esistono in Germania modelli comparabili a livello comunale sul fronte dell’anti-riciclaggio?

‘’I sindaci olandesi sono responsabili dell’ordine pubblico e della sicurezza. Hanno il potere esecutivo per chiudere case, attività commerciali o per emettere ordini restrittivi. Questo potrebbe essere paragonabile a quanto accade anche in Germania. Ciò che è peculiare dei sindaci olandesi – e non si applica alla Germania o ad altri paesi – sono gli strumenti di controllo di cui dispone. Un sindaco può esercitare un controllo e ottenere informazioni dalla polizia e dal fisco e servirsi delle informazioni che ottiene.’’

E, naturalmente, una domanda di interesse: quali sono i gruppi criminali prevalenti ad Amsterdam?

‘’Le bande di motociclisti sono ancora presenti. Non hanno più una base in città, dato che siamo riusciti a smantellarla, ma ritornano occasionalmente in sella alle loro motociclette. Vediamo anche la presenza di criminalità organizzata di origine albanese, principalmente in relazione al traffico di droga. Ci sono anche le vecchie reti criminali olandesi, che all’inizio di questo millennio erano piuttosto significative. Assistiamo anche alla crescita di network criminali composti dalle seconde e terze generazioni di immigrati che ora hanno assunto tutte le posizioni di rilievo nel traffico di droga. Questi sono i gruppi, ma la situazione è più fluida.’’

E la criminalità organizzata italiana?

‘’È presente anche ad Amsterdam. Ci sono alcuni documenti che indicano la presenza di clan di ‘ndrangheta nei Paesi Bassi.’’

Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

CHANCE – una rete europea per la lotta contro la criminalità organizzata


La mafia non conosce limiti. Agisce a livello transnazionale. Non solo nel traffico di stupefacenti, nel traffico di generi alimentari contraffatto, nel riciclo di denaro, nella tratta di esseri umani ed in molti altri campi. Le frontiere statali e i confini delle organizzazioni non hanno alcuna importanza, sono anzi d’aiuto.

I suoi avversari hanno ancora molte difficoltà ad agire a livello internazionale e a cooperare al di là dei confini nazionali. L’operazione Pollino nel dicembre 2018 è stata la prima indagine europea non limitata alla semplice assistenza giudiziaria – cfr. i molti contenuti della newsletter di mafianeindanke. Ma c’è ancora molto lavoro da fare. Per esempio, ad oggi non esiste ancora un protocollo sistematico per gli interrogatori di testimoni al di là delle frontiere nazionali. In questo caso è necessaria un intervento politico e delle autorità competenti. Questa è una delle tante richieste di mafianeindanke.

Anche il settore civile ha molte difficoltà nell’organizzare un cooperazione sistematica a livello internazionale nella lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata. Il bisogno di una legislazione adeguata viene articolato generalmente solo a livello nazionale e le singole organizzazioni sono troppo deboli per essere ascoltate a livello europeo, dove hanno origine più di due terzi delle leggi nazionali, soprattutto se non si ha una buona rete di contatti come la fondatrice di mafianeindanke ed ex europarlamentare Laura Gavarini.

La situazione ora dovrebbe cambiare. Già avevamo annunciato a dicembre mafianeindanke fa parte di una rete di organizzazioni anti mafia, lanciata da Libera Internazionale. Durante l’ultimo fine settimana di febbraio attivisti di varie organizzazioni anti mafia da dieci paesi europei si sono incontrati a Bruxelles, per accordarsi su un programma politico comune e sul nome del progetto.
CHANCE – Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe
Già la prima operazione della nuova rete di coordinazione ed azione è di importanza non indifferente. Il 3. aprile CHANCE presenterà la sua agenda politica alla Commissione Europea e ad alcune persone chiave del parlamento europeo uscente. Il programma include 13 punti – da miglioramenti nella lotta al riciclaggio di denaro, la protezione di testimoni e giornalisti, la confisca di proprietà mafiose e il loro possibile utilizzo da parte dalla società civile fino ad un cambio di strategia nel traffico di droga. Una delle massime priorità di CHANCE riguarda la richiesta di istituire un “tavolo rotondo” o “conferenza permanente” per la collaborazione sistematica tra la società civile e le autorità competenti.

Quest’ampia agenda politica è stata elaborata duranti gli incontri dei membri della rete e finalizzata durante un incontro di tre giorni con consulenti professionali. Il primo giorno, un esperto nell’ambito “Home Affairs”– anche esperto nel campo negli affari interni della Commissione Europea, ha messo a disposizione il suo know-how. Il secondo giorno CHANCE ha avuto modo di consultare un ex pubblico ministero italiano, che è ben informato sullo stato attuale del discorso anche a livello europeo sulla legislatura anti mafia.

Maggiori dettagli sull’agenda politica di CHANCE e sull’incontro del 3. Aprile 2019 nella prossima newsletter.

Il Prof. Luca Storti ospite all’Università di Potsdam


Nel mese di gennaio il Prof. Luca Storti ha tenuto una conferenza su “L’espansione internazionale delle mafie italiane: un fenomeno caleidoscopico” presso la Cattedra di Sociologia organizzativa e amministrativa dell’Università di Potsdam. La mafia è diventata da tempo un fenomeno globale. Esamina quindi l’espansione territoriale delle mafie italiane: la questione è come si espandono dai loro territori di origine in territori stranieri. Qui, gli studenti entrano in contatto con un argomento che è ancora sottoesposto in molte università in Europa, specialmente in Germania.

Il Prof. Luca Storti è professore ordinario di Sociologia economica presso l’Università di Torino e membro fondatore del gruppo di ricerca LARCO – Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzata. Nel 2015 ha partecipato al progetto di ricerca “Cross Border Italian Mafias in Europe: Territorial Expansion, Illegal Trafficking, and Criminal Networks” (CRIME), che ha esaminato Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Paesi Bassi per le attività mafiose.

Le mafie italiane
In considerazione dello stato attuale della ricerca e dell’insegnamento sulla mafia, la conferenza ha un carattere piuttosto introduttivo. All’inizio vengono citate le differenze e le similitudini delle mafie storiche in Italia: Una mappa mostra Cosa Nostra in Sicilia, la ‘Ndrangheta in Calabria e la Camorra a Napoli e in Campania. Sono citate anche le relativamente giovani mafie Sacra Corona Unita in Puglia, Basilischi in Basilicata e Stidda in Sicilia. Tutte e tre sono legate alle mafie storiche; la prima venuta fuori dalla Camorra, la seconda è controllata dalla ‘Ndrangheta e l’ultima si è separata da Cosa Nostra. Le mafie storiche sono strutturate in modo molto diverso: Cosa Nostra è piramidale, la ‘Ndrangheta orizzontale e la Camorra frammentaria. I loro approcci espansivi variano di conseguenza.

Secondo il Prof. Luca Storti, le mafie sono sia “power syndicates” che “enterprise syndicates”, una distinzione concettuale fatta da Alan Block (1980), professore emerito di criminologia degli studi ebraici all’Università di Penn State, USA. Gli “enterprise syndicates” sono organizzazioni che realizzano profitti su mercati illegali, ad esempio attraverso il traffico di droga. I “power syndicates” sono quelli che controllano il territorio e la società locale.

Le tipologie di espansione territoriale
Per quanto riguarda il rapporto con il territorio originario, si distinguono due forme di espansione: Nel primo caso permangono i rapporti con l’organizzazione e il territorio originari e la mafia espansa rimane dipendente dalle strutture tradizionali. Nel secondo caso, emerge un’organizzazione completamente indipendente. Nel primo caso, l’espansione può essere descritta come “trapianto” – la riproduzione completa della mafia in un nuovo territorio – o come “infiltrazione” – la lenta penetrazione della mafia in un nuovo territorio che rivela solo alcune delle caratteristiche della mafia. Spesso la mafia appare solo come un “enterprise syndicates”, cioè la mafia penetra nei mercati illegali o addirittura legali (es. investimenti immobiliari) del nuovo territorio senza controllare la società locale.

Per approfondire il tema Mafie in Europa, si prestano i testi ai quali ha contribuito il Prof. Storti come Co-autore:

  • Italian Mafias across Europe (mit J. Dagnes e D. Donatiello), in Mafias today, F. Allum, R. Sciarrone , I. Clough-Marinaro, di prossima pubblicazione.
  • La questione delle mafie italiane all’estero: stato dell’arte e temi emergenti (mit J. Dagnes, D. Donatiello, R. Sciarrone), in «Meridiana», 2016, n. 4, pp. 149-172.
  • The territorial expansion of mafia-type organized crime. The case of the Italian mafia in Germany (mit R. Sciarrone), in «Crime, Law and Social Change», 2014, vol. 61, n. 1, pp. 37-60.
  • Die italienische Mafia in Deutschland mit R. Sciarrone, in Dolce Vita? Das Bild der italienischen Migranten in Deutschland, pp. 177-198, Campus Verlag, Frankfurt am Main, 2011.

Sequestrata in Austria un’ingente somma derivante dal riciclaggio di denaro


Nel mese di dicembre la cooperazione transnazionale nella lotta contro la criminalità organizzata ha avuto tra i suoi esiti la confisca di quattro appartamenti tra Vienna e Innsbruck che erano stati comprati da Cosa Nostra e il sequestro di 37,3 milioni di euro derivanti dal riciclaggio e dal gioco d’azzardo.

L’acquisto di immobili era una pratica consolidata grazie all’appoggio di società e di fondazioni, e infatti è proprio in queste che il denaro è stato trovato. Proveniva in buona parte dal gioco d’azzardo illegale, come dimostra anche il fatto che alcuni imputati erano stati occupati nel settore delle scommesse e dei giochi d’azzardo; le altre fonti erano le frodi nel settore assicurativo e le estorsioni.

Il sospetto su queste azioni della mafia era stato sollevato a metà novembre dalla Procura di Reggio Calabria, la quale ha chiesto l’assistenza giudiziaria delle autorità austriache per un’indagine che che riguarda sì l’Austria, ma anche Sicilia, Calabria, Bari e Roma.

Andreas Holzer – Capo del Dipartimento generale e delle indagini sulla criminalità organizzata presso l’Ufficio federale di polizia giudiziaria (BK) – ha sottolineato che già allora sono stati confiscati immobili per un valore di oltre un miliardo di euro e sono stati arrestati 68 sospettati di essere dietro alla mafia delle scommesse sia in Italia che all’estero.

Come ha evidenziato il ministro dell’Interno austriaco Herbert Kickl (FpOe) a proposito della confisca di dicembre, “questa operazione dimostra ancora una volta l’importanza della cooperazione transfrontaliera nella lotta contro la criminalità organizzata”. Questo modo di procedere è del resto direttamente conseguente alla sovrapposizione parziale delle attività dei clan in territori diversi.

‘ndrangheta in Emilia-Romagna: le conclusioni del Processo Aemilia


Martedì 16 ottobre si è svolta la 195esima e ultima udienza del processo Aemilia, relativa all’operazione iniziata nella notte tra il 28 e il 29 gennaio del 2015 che ha fatto emergere l’esistenza di una ‘ndrina attiva da anni in Emilia-Romagna e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, autonoma ma diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro.

Come già riferito in qualche newsletter fa, questo è il più grande processo per mafia mai tenuto nel Nord Italia, con più di 200 imputati accusati di appartenere a un unico clan della ‘ndrangheta o di essere a esso collusi. Le accuse sono di: estorsione, usura, intestazione fittizia dei beni, falso in bilancio, detenzione illegale di armi, emissione di fatture false, caporalato e riciclaggio, fino ad arrivare al reato più grave: l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Tra gli indagati non ci sono solamente i presunti affiliati al clan, ma anche coloro che a quel clan si sono rivolti per evadere le tasse, per aumentare i profitti e per aggiudicarsi gli appalti. Il settore dell’edilizia è quello maggiormente coinvolto, in modo particolare lo sono gli appalti per la ricostruzione a seguito del terremoto del 2012.

Sono stati processati 150 imputati, le condanne sono 118 con rito ordinario (la più alta a 21 anni e otto mesi) e 24 con rito abbreviato per 325 anni per reati commessi dal carcere durante il processo: in totale si parla di oltre 1200 anni di carcere.

Gianluigi Sarcone, fratello del capo in Emilia Nicolino e reggente della cosca reggiana, è stato condannato nel rito ordinario a tre anni e sei mesi, contro i 18 chiesti dalla Procura.

La pena più alta è stata inflitta a Carmine Belfiore, 21 anni e otto mesi. Tra gli imprenditori emiliani collusi con la ‘ndrangheta, ci sono i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, condannati entrambi a quasi 30 anni (sommando i due riti) e Omar Costi (13 anni e nove mesi). Nella politica invece, è stato condannato a nove anni in ordinario (ne avevano chiesti 19) e 14 anni nell’abbreviato Eugenio Sergio, parente della moglie del sindaco di Reggio Emilia Maria Sergio.

Giuseppe Iaquinta è stato condannato a 19 anni per associazione mafiosa, dopo essere già stato oggetto nel 2012 di un provvedimento dal prefetto di Reggio Emilia che gli vietava di detenere armi e munizioni proprio a causa della scoperta di rapporti con la ‘ndrangheta. Il figlio dell’imputato è l’ex calciatore della Juventus Vincenzo Iaquinta e ha anch’egli giocato un ruolo in questa vicenda, infatti è stato condannato a due anni per detenzione di armi.

Nel rito ordinario il collegio presieduto da Francesco Maria Caruso e composto dai giudici Cristina Beretti e Andrea Rat ha assolto 24 persone; un imputato è deceduto prima della sentenza, cinque casi sono andati in prescrizione.

Uno degli imputati, Francesco Amato – condannato a 19 anni per associazione mafiosa – , il 5 novembre ha preso in ostaggio cinque persone chiedendo di incontrare il Ministro dell’Interno Matteo Salvini: si è consegnato spontaneamente dopo otto ore di trattative. Questo episodio ha fatto naturalmente crescere la tensione attorno ai giudici del maxi processo.

Le reazioni violente di alcuni imputati rivelano la difficoltà nell’accettare che sia stata scoperta la presenza della ‘ndrangheta a Reggio Emilia e nel Nord Italia in generale: come ha commentato Giuseppe Amato, procuratore capo di Bologna e coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia, il processo Aemilia è stato un successo dell’antimafia ma è anche la presa in considerazione giuridica di un fenomeno già da troppo tempo conosciuto e sopportato dagli emiliani.

Creazione di una rete europea della società civile antimafia a Marsiglia


Nei prossimi due anni come possiamo generare con una strategia condivisa un impatto europeo per contrastare mafie e corruzione promuovendo diritti e giustizia sociale?

Nel fine settimana del 10-11 novembre 2018, questa domanda ha occupato intensamente quasi 20 attivisti che hanno accettato l’invito di Libera di riunirsi tutti a Marsiglia.

L’obiettivo era quello di creare una rete di diversi attori antimafia della società civile e di sviluppare con loro un piano d’azione strategico. Un tentativo simile, FLAIR, era fallito nel 2016 ma la lezione è stata appresa: questa volta si tratta di una cooperazione orizzontale tra associazioni giuridicamente indipendenti di diversi paesi europei, che hanno tutti un obiettivo comune: combattere la mafia e la corruzione seguendo l’esempio della rete latino-americana ALAS anch’essa creata su iniziativa di Libera.

Lo stesso fine settimana, Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, è stato a Marsiglia, dove ha visitato una scuola la mattina e ha raccontato la sua impressionante storia e la sua motivazione la sera ad un vasto pubblico all’Istituto Italiano di Cultura. Non ha dimenticato di ricordare che solo quattro giorni prima una ragazza italiana, Simona, era morta insieme ad altre sette persone sotto le macerie di una vecchia casa crollata nel quartiere povero di Marsiglia.

Dalla Germania hanno partecipato Mafia? Nein Danke! di Berlino e Monaco, come anche Eine Welt di Lipsia. Erano inoltre presenti rappresentanti di varie associazioni della Svizzera, del Belgio e della Francia.

I prossimi passi saranno la nomina di un responsabile per organizzazione, incontri regolari virtuali ed il sesto incontro fisico nel febbraio 2019 per decidere sia nome e logo della rete sia l’agenda politica, dato che un incontro con due rappresentanti della Commissione europea è previsto già per i primi di aprile 2019.

Parallelamente, è in corso la seconda fase del progetto “LIBERA IDEE”, che intende fornire una panoramica aggiornata sulla percezione della mafia e della corruzione anche fuori dall’Italia.

Si prevede di presentare i risultati ad un vasto pubblico tedesco già nel maggio 2019.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

Liberi di scegliere – il giudice mostra ai giovani delle famiglie mafiose una vita senza crimine


I giovani che crescono in famiglie di criminalità organizzata spesso non conoscono altre realtà della vita. Il progetto “Liberi di scegliere”, ideato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha l’obiettivo di consentire loro di ricevere una formazione professionale e culturale fondamentalmente diversa dalla cultura mafiosa. Si tratta di una misura di protezione non molto diversa da quella prevista per i figli di genitori violenti, alcolisti o tossicodipendenti, un progetto che può fornire importanti incentivi per riflettere sulla situazione in Germania.

Gli interventi non vengono effettuati in maniera preventiva per il solo fatto che un giovane viva all’interno di un contesto mafioso, ma qualora tale contesto sia per lui nocivo.

Spesso sono le madri stesse a incoraggiare il distacco da un contesto che rischia di mettere in pericolo i figli sia dal punto di vista psicologico che fisico, chiedono ai giudici del Tribunale dei Minori di aiutarle a evitare che il figlio diventi mafioso, un killer o vittima di una faida. Anche nei casi in cui non sono d’accordo con l’allontanamento del figlio, le madri si convincono successivamente della necessità di questa scelta.

Sono oltre 40 i ragazzi che hanno già intrapreso questo percorso, molti dei quali per espressa richiesta delle madri: spesso decidono di non ritornare nel paese d’origine.

L’accordo “Liberi di scegliere” del 2017 è stato siglato dai Ministeri di Giustizia e degli Interni, dalla Regione Calabria e dalle Corti di Appello e ha come obiettivo la tutela e l’educazione di minori e di giovani adulti provenienti da famiglie coinvolte nella criminalità organizzata.

I punti di riferimento sono costituiti dalla Dichiarazione dei diritti del Fanciullo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 novembre 1959), che riconosceva il bisogno dei giovani di attenzioni e cure particolari, data la sua immaturità fisica e intellettuale; dalle Regole di Pechino (Risoluzione del 29 novembre 1985), secondo cui il processo di sviluppo nazionale dei Paesi non può prescindere dalla giustizia minorile; infine dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), per la quale l’educazione del bambino deve preparare a una vita responsabile in una società libera.

Il riferimento alla libertà del titolo dell’accordo deriva dal fatto che spesso le famiglie mafiose chiedono ai figli di contribuire economicamente nella prosecuzione delle attività criminali, senza alcuna facoltà di opporsi a questa scelta. “Liberi di scegliere” costituisce un’alternativa a una strada apparentemente già tracciata: è una garanzia per l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che assiste gli adolescenti nella loro crescita e li aiuta poi a reinserirsi nella società mediante il lavoro.

L’intervento dell’Autorità Giudiziaria Minorile è regolato dai seguenti decreti: il Decreto del Presidente della Repubblica (D.P.R.) del 22 settembre 1988 n. 448 “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, il Decreto legislativo (D.lgs.) del 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88”, la legge del 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e il D.P.R. del 30 giugno 2000, n.230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si occupa dei detenuti, tra cui quelli nei circuiti di alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale (art.41-bis dell’ordinamento penitenziario).

La Questura attraverso l’Ufficio Minori della Divisione Anticrimine tutela i minori in situazioni di disagio socio-familiare in cooperazione con gli altri organismi istituzionali e con l’Autorità giudiziaria.

Su richiesta delle Procure della Repubblica, i Tribunali per i minorenni di Catanzaro e di Reggio Calabria applicano delle misure per tutelare in particolare i minori che provengono dai contesti di criminalità organizzata.

La Regione Calabria è delegata all’esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi dei servizi sociali e socio-sanitari e al compito di raccordo tra gli enti locali.

Il decreto n. 138 del 13 maggio 2005 del Ministero dell’Interno determina le “Misure per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia e delle altre persone sottoposte a protezione, nonché dei minori compresi nelle speciali misure di protezione” prevede all’art. 10 che “gli Organi competenti all’attuazione delle speciali misure di protezione e del programma speciale di protezione assicurano, mediante personale specializzato appartenente ai Servizi dipendenti dal Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia o mediante accordi con le strutture pubbliche sul territorio, la necessaria assistenza psicologica ai minori in situazioni di disagio”. Nel progetto, il Ministero dell’Interno si occupa di fornire all’Autorità giudiziaria il personale specializzato del Servizio centrale di protezione e della Divisione anticrimine presso le Questure di Reggio Calabria.

Il Ministero della Giustizia ha il compito di prendere in carico tutti i minori provenienti da contesti della criminalità organizzata qualora siano stati elaborati dei provvedimenti che li allontanino dalla famiglia.

Contenuti del progetto

I minori vengono reinseriti tramite l’offerta di attività e programmi rivolti anche al contesto familiare di provenienza. Delle équipe multidisciplinari sovrintendono alla partecipazione degli assistenti sociali del servizio della Giustizia, del Servizio sanitario regionale – il cui compito è assicurare l’assistenza psicologica e l’intervento educativo e di sostegno sociale da parte degli enti territoriali.

Fondamentale è l’individuazione del circuito di accoglienza per questi minori: la comunità, i gruppi appartamento oppure le famiglie affidatarie.

Occorre specificare quali tra i minori siano interessati da questo accordo:

  • coloro che sono inseriti in contesti di criminalità organizzata devono essere soggetti a un provvedimento amministrativo e/o penale da parte del Tribunale per i minorenni;

  • i minori interessati da procedure di volontaria giurisdizione ex artt. 330, 333 e 336 ultimo comma del codice civile nell’ambito dei quali sia stato emesso un provvedimento che incide sulla responsabilità genitoriale disponendo l’allontanamento dei minori dal contesto familiare e/o territoriale di appartenenza;

  • i figli di soggetti indagati/imputati o condannati per i reati di cui all’art. 51 comma 3-bis. c.p.p. allorquando si ravvisano situazioni pregiudizievoli e condizionanti ricollegabili al degradato contesto familiare;

  • i minori in carico al Tribunale per i Minorenni per procedimenti civili scaturiti ex art. 32 comma 4 DPR 448 del 1988 o ai sensi dell’art. 609 decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare legato a dinamiche criminali;

  • i minori e giovani adulti, inseriti nel circuito penale anche in misura alternativa alla detenzione che siano provenienti da nuclei familiari contigui alla criminalità organizzata del territorio;

  • i minori sottoposti a protezione e quelli compresi nelle speciali misure di protezione secondo le previsioni di cui al D.M. 13 maggio 2005 n. 138.