Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo rende più difficile scrivere di mafia


Nel 2008, la casa editrice Droemer Verlag di Monaco ha pubblicato un libro dell’autrice Petra Reski, diventato poi Bestseller: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Nel libro la scrittrice parla di un oste ancora attivo in Germania, il quale avrebbe numerosi collegamenti con la mafia. Gli atti degli investigatori sia italiani che tedeschi mostrano un quadro dettagliato degli ambienti mafiosi di alto livello vicini a questo uomo. Il gestore della trattoria si è difeso legalmente per anni allo scopo di dimostrare la propria estraneità a tali ambienti. Anche lo staff del film che aveva segnalato il caso è stato denunciato dall’uomo.

Quello che può apparire come una situazione assurda, ha come concausa l’incertezza della legge tedesca. La legislazione, infatti, non riconosce la sola appartenenza ad una associazione di stampo mafioso come proprietà criminale (in Italia invece il solo fatto di essere membro è reato). Allo stesso tempo, tacciare una persona come mafiosa comporta una denuncia di diffamazione dietro l’altra; lo dimostra l’oste che ha citato in giudizio Petra Reski per violazione del diritto della persona.

L’editore, d’altro canto, ha denunciato davanti alla Corte dei diritti dell’uomo la sentenza in quanto lesiva della libertà di stampa e della libertà di opinione. La Corte ha ora respinto questa obiezione.

La giornalista Petra Reski durante la sua ricerca si era basata su documenti interni che la Corte di giustizia europea non ha ritenuto sufficienti (opinione discutibile se si pensa come ulteriori ricerche in materia avrebbero destato l’attenzione degli interessati). Secondo la Corte, un giornalista può astenersi da ulteriori ricerche qualora si basasse su fonti ufficiali. Ma questo non può avvenire nel caso del ristoratore in esame, in quanto la legge tedesca non riconosce il reato di associazione mafiosa.

Prima della pubblicazione del libro, l’autrice avrebbe dovuto ottenere un parere dal ristoratore su tale affermazione, afferma la corte. Questo è un ulteriore esempio della mancanza di protezione per i giornalisti che toccano queste tematiche. Ci si auspicava invece che la Corte di giustizia suggerisse che anche alla luce di ulteriori ricerche, la conclusione dell’autrice sarebbe stata la stessa. E sarebbe stato importante farlo. I giudici probabilmente non sono consapevoli che così facendo hanno posto ulteriori ostacoli nel denunciare l’affiliazione di soggetti alla mafia in Germania. Il diritto in questo caso è stato utilizzato a servizio della mafia.

Nuovo pool antimafia nei Paesi Bassi: un passo avanti nel contrasto delle mafie all’estero


La vita dei mafiosi nei Paesi Bassi diventa lentamente sempre meno facile. Questo è almeno l’obiettivo delle autorità italiane ed olandesi, le quali hanno stipulato un accordo che vede la nascita di una nuova squadra speciale di polizia dedicata alla criminalità organizzata italiana. Il passo ricopre una certa importanza, soprattutto considerando la pervasività del fenomeno mafioso nel nord Europa ed in particolare in Germania ed in Olanda.

Pochi esempi bastano a segnalare quanto il paese dei tulipani sia stato infiltrato dalla ‘ndrangheta e non solo: si pensi all’arresto del boss ‘ndranghetista Francesco Nirta, protagonista della strage di Duisburg del 2007, avvenuto in un appartamento di lusso a Nieuwegein, nei pressi di Utrecht; il boss, che faceva parte dei dieci latitanti italiani più pericolosi, è stato trovato nell’appartamento con 40 chili di cocaina e migliaia di euro in contanti, nascosti nell’appartamento e nella sua auto. Si pensi ancora al coinvolgimento delle mafie nel mercato dei fiori olandesi di Aalsmeer: l’ndranghetista Vincenzo Crupi del paese calabrese di Siderno, arrestato a Roma nel 2016, aveva infatti iniziato un business di successo nella vendita di fiori come copertura per un traffico di droga internazionale e attività di riciclaggio nel paese. L’azienda, attiva in Olanda per oltre vent’anni, buy nfl jerseys black and white quiz by team “>ha destato ben pochi sospetti sulle sue reali attività.“Non avevano Ferrari o orologi di lusso. Guardandoli non si notava nulla di strano. Sembravano persone ordinarie, ma non lo erano”, queste le dichiarazioni della polizia olandese al momento dell’arresto. Il profilo basso è caratteristica fondamentale delle attività mafiose italiane all’estero, almeno negli ultimi decenni; attirare l’attenzione non conviene per gli affari.

Ancora, il ristorante Rocco’s Pizza all’Aia: quest’ultimo è stato gestito dall’ndranghetista Rocco Gasperoni, arrestato solo nel maggio 2016 dopo anni di indisturbate attività illecite in Olanda e dopo numerosi solleciti da parte delle autorità italiane, che lo conoscevano già dal 1997 come narcotrafficante. Le accuse nei suoi confronti sono traffico di droga, nello specifico importata tra jeans americani venduti poi nel suo negozio di abbigliamento, sempre all’Aia. In attesa del processo in Italia, Gasperoni è riuscito ad aprire ancora un ristorante, proprio il Rocco’s Pizza. Dopo la condanna, e’ rimasto in Olanda per altri nove lunghi anni in attesa dell’arresto della polizia olandese, su sollecito costante dall’Italia.

L’unità speciale antimafia è la risposta olandese alle numerose critiche ed esortazioni da parte delle autorità italiane che lamentavano la mancanza di strumenti efficaci per contrastare la criminalità organizzata italiana nei Paesi Bassi. La permanenza di mafiosi e delle loro attività illecite in Olanda, per periodi prolungati, sono un chiaro segno dell’assoluta necessità di agire su questo fronte. Numerosi sono gli interessi ed i business illegali delle mafie nei pressi di Amsterdam: la posizione geografica risulta infatti centrale nel traffico di stupefacenti, grazie alla vicinanza con i porti di Rotterdam e di Amburgo, centri prediletti per il narcotraffico dal Sud America.

In attesa di una procura europea anti criminalità che permetta anche alle forze dell’ordine di “diventare globali come le mafie”, il passo olandese è sicuramente significativo. La mossa viene accolta positivamente anche dalla polizia olandese. “Sappiamo quanto sono pericolose queste persone. Vogliamo avere un’idea più chiara della dimensione delle loro operazioni qui. Abbiamo parlato con un pentito e aveva informazioni molto interessanti per noi” ha dichiarato il capo della polizia investigativa Wilbert Paulissen al giornale olandese AD.

Con un’unità dedicata al contrasto alle mafie, si aspettano novità importanti sul fronte olandese.

Siamo piacevolmente stupiti…


 

…dalla risposta alla nostra conferenza antimafia presso l’Ambasciata italiana: si sono accreditati più di 90 giornalisti ed erano in loco 12 troupe televisive che hanno prodotto numerosi comunicati e radiocronache!

Tutto è andato per il meglio, tutti gli ospiti sono stati in grado di venire (nonostante un volo cancellato all’ultimo) e uno dei nostri principali invitati, il ministro degli interni Thomas de Maiziere, non è venuto a mani vuote ma ha portato con sé due leggi entrate in vigore pochi giorni prima: in primo luogo, la legge di attuazione della decisione quadro sulla lotta alla criminalità organizzata dovrebbe portare alla criminalizzazione della partecipazione attiva in clan mafiosi, in quanto la legge dovrebbe riguardare e colpire proprio l’associazione a delinquere (la Germania attua così la decisione quadro europea sulla lotta alla criminalità organizzata del 2008). In secondo luogo, l’inversione dell’onere della prova, invocata e attesa da molti investigatori, (per la quale i criminali dovrebbero provare l’origine legale dei propri capitali) non esiste ancora in Germania, ma De Maizière ha ricordato l’attuazione di un onere della prova meno rigido, piuttosto “alleggerito”, in vigore dal 1 luglio 2017. Analizzeremo fino a che punto questo strumento sia compatibile con la lotta contro la criminalità organizzata.

Siamo rimasti stupiti anche dalle posizioni contrastanti ascoltate durante la conferenza. Un esempio: Peter Henzler, vicepresidente del BKA, ha constatato solo piccole lacune della legislazione antiriciclaggio tedesca; Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, invece, ha parlato di come l’ndrangheta non abbia bisogno di trasportare denaro in valigia verso la Germania per riciclarlo: le banche lo fanno.

Nelle prossime settimane pubblicheremo gli atti completi della Conferenza. Fino ad allora, troverete una sintesi della conferenza pubblicata dal nostro partner organizzativo il Movimento Europeo Germania sul loro sito (pagina disponibile unicamente in lingua tedesca). Inoltre, è disponibile il discorso integrale del ministro tedesco sul sito ufficiale del Ministero degli Interni (anch’esso in lingua tedesca).

Vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner nell’organizzazione di questa conferenza – l’Ambasciata Italiana a Berlino ed il Movimento Europeo Germania – così come i nostri sponsor, in particolare Barbera Caffè Germania, la quale ha offerto a noi ed ai nostri ospiti deliziosi caffè (espresso!!) e cappuccini, il bar ‘I cento Passi e il distributore di macchine per caffè espresso Caffè Sant Angelo.

La più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’EU: il rapporto Europol 2017


È stato pubblicato recentemente l’ultimo rapporto dell’Europol sulla criminalità organizzata e terrorismo (European Union Serious and Organised Crime Threat Assessment – SOCTA 2017), che analizza in dettaglio gli ultimi sviluppi sulle minacce e sulle evoluzioni del crimine in Europa.

L’Europol, anche noto come l’Ufficio Europeo di Polizia, è stato istituito nel 1999 con sede a L’Aia ed è l’agenzia di contrasto al crimine dell’Unione Europea. Il suo mandato include sostenere le operazioni sul campo delle forze dell’ordine, fungere da centro di scambio di conoscenza e competenze sul contrasto alle attività criminali, e favorire lo scambio di informazioni tra gli Stati membri. L’obiettivo finale è quello di coordinare l’Unione Europea nel suo contrasto alla criminalità per favorirne la sicurezza e la cooperazione.

Per la stesura del presente rapporto, l’Europol ha condotto la più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’Unione Europea. I risultati del rapporto non sono confortanti: Europol individua più di 5000 gruppi di criminalità organizzata attivi in Europa nel 2017 e sotto investigazione dalle autorità. L’ultimo rapporto a riguardo – pubblicato nel 2013 – ne contava 3.600. L’aumento nel numero dei gruppi di criminalità organizzata segnalati dal rapporto non è però necessariamente da intendere come un aumento del dato reale, quanto piuttosto come un miglioramento del lavoro di intelligence e di coordinamento dell’Europol. Molti gruppi individuati sono inoltre gruppi di dimensioni piuttosto ridotte, soprattutto nell’ambiente del crimine informatico. Secondo il report, i partecipanti a tali gruppi sono di almeno 180 nazionalità diverse, di cui il 60% provenienti dall’Unione Europea, e la maggior parte dei clan operanti a livello internazionale conta membri di più di una nazionalità.

Il rapporto si concentra in particolare su cinque macro-aree, che si sono rivelate centrali nel crimine organizzato degli ultimi anni: i crimini informatici (cyber-crime); la produzione, il traffico e lo spaccio di droga; il traffico di migranti (migrants smuggling); la tratta di persone a scopo di sfruttamento (trafficking in human beings); i reati contro il patrimonio da parte della criminalità organizzata.

Molti clan della criminalità organizzata mostrano grandi capacità di adattamento ai cambiamenti della società, modificando il loro modus operandi in funzione del maggior profitto possibile. Molte attività criminose nell’ambito del cybercrime richiedono delle competenze tecniche ad alto livello, evidenziando come i criminali si stiano specializzando sempre di più. La tecnologia viene sfruttata dai gruppi di criminalità organizzata per rubare dati sensibili, diffondere e vendere materiale pedopornografico e attaccare interi networks attraverso malware e ransomware, che portano a grandi guadagni per il gruppo criminale. Tali guadagni, richiesti come riscatto per il network in Bitcoin, possono essere utilizzati per portare avanti operazioni criminali anche di altra natura. Il rapporto evidenzia infatti come il 45% dei gruppi criminali siano impegnati in più di una attività illegale: in linguaggio tecnico, vengono definiti come “poly-criminal groups”. Questi sono in particolare modo quelli che si occupano di vendita e traffico di beni illegali, dalla droga, a beni contraffatti fino al materiale pedopornografico.                                                                                                                                                                                 Più di un terzo dei gruppi criminali attivi nell’UE sono impegnati nella produzione, traffico o spaccio di droghe. Il mercato della droga rimane particolarmente redditizio, portando nelle casse dei criminali più di 24 miliardi di euro all’anno. Il rapporto ha anche evidenziato come il traffico di migranti (smuggling) e la tratta (trafficking) siano diventati dei business altrettanto remunerativi quanto il traffico di droghe: la crisi dei migranti degli ultimi anni ha fornito ai clan un’opportunità di lucrare sulla vita di persone a rischio, sia potenziali migranti nei loro paesi di origine che immigrati ancora irregolari, e quindi particolarmente vulnerabili.

L’Europol ha evidenziato come vi siano tre mezzi utilizzati dalle criminalità organizzate per facilitare la maggior parte delle loro attività illegali: il riciclaggio di denaro, la produzione e l’utilizzo di documenti falsi ed il traffico online di servizi e/o beni illegali. Questi tre elementi portano a facilitare notevolmente la commissione di crimini e sono presenti nella maggior parte delle attività illegali dei clan.

In particolare, secondo il rapporto, i gruppi di criminalità organizzata più pericolosi risultano essere quelli che hanno la capacità di riciclare i loro profitti, portandoli quindi nell’economia legale. Ciò garantisce loro vantaggi significativi, facilitando i loro business illeciti e garantendone la continuità e l’espansione. Si ritiene infatti che il riciclaggio di denaro sporco possa permettere anche ai gruppi terroristici di finanziare le loro attività. Proprio in Germania le mafie si sono contraddistinte soprattutto per attività di riciclaggio, attraverso l’apertura di ristoranti, casinò, e altri tipi di attività commerciali, proprio per introdurre il loro denaro sporco nei circuiti dell’economia legale. Il quadro legislativo tedesco risulta infatti carente, come si evince dalle parole del procuratore Roberto Scarpinato in un’intervista al quotidiano italiano La Repubblica In Germania, ad esempio, esistono gravi limiti in materia di intercettazioni. E regole probatorie che rendono difficili le indagini sul riciclaggio e la confisca. Se un magistrato tedesco trova un mafioso con una valigia piena di denaro, e questi dichiara di averlo vinto al gioco, è l’accusa a doverne dimostrare l’origine illecita. Mentre in Italia è il mafioso a dover giustificare quei quattrini”.

Il rapporto Europol evidenzia anche il connubio sempre più pericoloso tra terrorismo e criminalità organizzata. In particolare, si legge che “le investigazioni riguardanti gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles, rispettivamente del novembre 2015 e marzo 2016, hanno rivelato il coinvolgimento di alcuni degli aggressori in una serie di crimini in collaborazione con clan della malavita organizzata, tra cui il traffico di droga, così come contatti personali con gruppi criminali attivi nel traffico delle armi e nella produzione di documenti falsi”.

Sulla base delle analisi e della raccolta dati effettuate, le conclusioni del rapporto invitano quindi a concentrarsi proprio sulle cinque macro-aree di criminalità (cybercrime, il traffico di droga, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti ed i reati contro il patrimonio) e sui tre mezzi trasversali (il riciclaggio, la falsificazione di documenti ed il traffico/vendita di beni e servizi illegali) come delle priorità nell’attuale lotta contro la criminalità organizzata.

Per leggere l’intero rapporto, si visiti la pagina dell’Europol al seguente link: https://www.europol.europa.eu/publications-documents

Tra calcioscommesse e furto di opere d’arte: Patrick Kluivert nel vortice delle accuse che lo avvicinano alla Camorra


L’attuale direttore sportivo del Paris Saint Germain, l’olandese Patrick Kluivert, si trova in una situazione spinosa. Gli elementi ci sono tutti: calcioscommesse, mafia, furto di opere d’arte. Che cosa abbiano in comune queste tre cose, lo sanno sopratutto Kluivert ed il suo legale, che adesso si trovano a dover spiegare una situazione che di semplice ha ben poco.

Ma facciamo un passo indietro. Ai tempi in cui Kluivert era ancora l’allenatore della squadra Twente, nella città olandese Enschede, tra il 2011 ed il 2012, avrebbe scommesso sulle partite del suo stesso club. A causa di tale attività, non ancora illegale in quel momento, pare che Kluivert abbia accumulato ingenti debiti, che, secondo indiscrezioni, ammonterebbero ad un milione di euro. In questo modo, l’attuale direttore sportivo del Psg sarebbe finito nella morsa di un gruppo criminale legato al mondo del calcio-scommesse: fino all’arresto da parte della polizia olandese di cinque di loro, avvenuto a Febbraio, Kluivert sarebbe stato pesantemente ricattato a causa dei suoi debiti. Lo avrebbero minacciato di pubblicare una registrazione in cui avrebbe parlato del suo debito, rovinando quindi la sua reputazione nel mondo calcistico.

Il legale dell’olandese, Gerard Spong, sostiene che la posizione del suo assistito sia quella di vittima: l’ex allenatore è stato, infatti, chiamato a processo solo in qualità di testimone.

La notizia diventa particolarmente interessante anche alla luce di un’altra vicenda che riguarda Kluivert e che sta facendo il giro dei giornali. Questa volta si lascia il mondo del calcioscommesse, ma non quello della criminalità organizzata.

Dagli stadi ai musei: Patrick Kluivert avrebbe avuto un ruolo, seppur marginale, nel famoso furto dei due quadri di Van Gogh – la “Spiaggia di Scheveningen” e la “Chiesa di Nuenen”- dal museo Van Gogh di Amsterdam del 2002. I quadri sono stati ritrovati a Castellammare di Stabia nel settembre del 2016 grazie all’operato della Guardia di Finanza di Napoli e del pool anticamorra, nel corso di un’operazione contro un clan camorristico locale. I quadri si trovavano nella casa del noto camorrista Raffaele Imperiale, un importante trafficante di droga, attualmente latitante a Dubai.

Il traffico di opere d’arte è un mercato particolarmente proficuo per i criminali. La pratica non è nuova ed è stata utilizzata in passato anche da gruppi terroristici, come l’irlandese IRA: si chiama “art-napping” e consiste nel rubare un’opera d’arte di grande valore, e di conseguenza insostituibile, per poter essere nella posizione di trattare con lo Stato – un rapimento in piena regola, ma con un quadro invece che vite umane ad ostaggio. Si comprende molto bene come un traffico del genere risponda bene agli interessi della camorra. Il ladro dei due dipinti di Van Gogh li avrebbe venduti ad Imperiale per 350.000 euro.

La storia del furto dei celebri quadri di Van Gogh e del coinvolgimento di Kluivert è degna di un romanzo criminale. In questo caso, Kluivert sarebbe accusato di aver dato ospitalità e nascosto in casa propria a Barcellona il ladro dei dipinti, Octave Durham detto “The Monkey”. I due vengono proprio dallo stesso quartiere olandese, un quartiere popolare, con un alto tasso di criminalità. È proprio lí che, secondo le parole dello stesso Durham, si sarebbero conosciuti: “Un mio amico era Patrick Kluivert. Viveva nel mio quartiere ad Amsterdam. L’ho incontrato nuovamente a Barcellona e gli ho detto di essere ricercato dalla polizia. Quindi mi ha detto: ‘perché stai in un albergo? Perché non vieni a casa mia?”. Al tempo, Kluivert giocava nel Barcellona. Nel corso del furto, Durham avrebbe inoltre perso il suo cappello, rendendo quindi molto semplice agli inquirenti risalire alla sua identità attraverso il DNA. Un nascondiglio gli sarebbe quindi stato molto utile per provare ad evitare la cattura. Non sarà abbastanza: Durham verrà comunque preso dalla polizia spagnola a Marbella nel dicembre del 2003.

Kluivert respinge adesso tutte le accuse a suo carico e annuncia azioni legali contro le dichiarazioni del criminale. “Kluivert potrebbe averlo incontrato qualche volta, ma non gli ha mai dato ospitalità. Non è mai stato a casa sua. Queste dichiarazioni sono estremamente diffamatorie, e non rimarranno senza conseguenze”,  afferma il legale di Kluivert, Gerard Spong. Secondo il regista olandese Vincent Verweij, che ha diretto un documentario proprio su questa storia, ci sono altri testimoni che possono confermare le affermazioni di Durham. Ci sarebbe anche una traccia audio originale che ne darebbe conferma.

In attesa delle risposte della giustizia, Kluivert si trova adesso nel bel mezzo di un vortice di accuse che lo porterebbero sempre più vicino alla criminalità organizzata. Quale sia stato il suo ruolo nel corso di queste vicende verrà chiarito dalle autorità competenti.

Le mafie italiane in Germania secondo l’ultima relazione della DIA


Il 3 gennaio 2017, la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) ha presentato alla Camera la “Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti” dalla DIA stessa durante il primo semestre del 2016. La relazione, di oltre 300 pagine, raccoglie le informazioni principali riguardanti le mafie in Italia e gli ultimi sviluppi. Abbiamo qui di seguito raccolto le notizie riguardanti i movimenti delle mafie italiane in Germania.

Cosa Nostra

Non si osservano particolari cambiamenti sulla presenza della mafia siciliana in territorio tedesco, poiché persistono le numerose opportunità economiche interessanti per i gruppi criminali. I Länder maggiormente infiltrati si trovano a sud e a ovest della Germania, in particolare in Nordrhein-Westfalen, in Bayern e in Baden-Wurttemberg. In queste aree sono particolarmente attivi i gruppi agrigentini e nisseni, tanto da riuscire a offrire supporto a latitanti. Sembra che in Germania, così come in altre aree, i gruppi di Cosa Nostra collaborino anche con altre organizzazioni criminali, anche italiane, per il traffico di droga. Da segnalare l’operazione antidroga “Samarcanda”, che ha bloccato un traffico che prevedeva il rifornimento sia a Platì (provincia di Reggio Calabria) che in Germania, e la distribuzione tra Gela e Niscemi (CL).

‘Ndrangheta

Come più volte segnalato, tra le mafie italiane, la ‘ndrangheta è quella che ha mostrato maggior capacità di riproduzione all’estero, sapendo approfittare delle opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati commerciali e finanziari, dall’abbattimento dei confini e dai processi tecnologici. Estensioni organizzate di ‘ndrangheta sono presenti in Germania (Singen, Francoforte, Radolfzell, Rilasingen, Ravensburg, Engen, Duisburg), Svizzera (Frauenfeld e Zurigo) , Spagna, Francia, Olanda, nonché nel continente australiano ed americano. In particolare:

Austria: punto nevralgico della rotta balcanica della droga. Inoltre nel Land Niederösterreich si svolgerebbero attività di riciclaggio, come evidenziato dall’operazione Total Reset del 2015, con cui si è confiscata una villa nel comune di Baden bei Wien e si è visto come le ‘ndrine avessero il supporto in Austria di numerosi affiliati e prestanome.

Germania: Le inchieste giudiziarie degli ultimi anni confermano che la ‘ndrangheta in Germania abbia riprodotto strutture simili a quelle dei luoghi di origine, per cui al traffico della droga si sommerebbero attività per il reinvestimento dei capitali. I Länder più interessati sarebbero: Baden-Wurttemberg, Hessen, Bayern e Nordrhein-Westfalen, dove ci sono persone legate ai clan Romeo-Pelle-Vottari e Nirta-Strangio di San Luca (RC), Pesce-Bellocco di Rosarno e Farao-Marincola di Cirò (KR).

Svizzera: Le attività principali svolte in Svizzera riguardano il riciclaggio, e l’operazione Helvetia ha confermato la presenza di una cellula di ‘ndranghera da almeno 40 anni. In particolare, le indagini si sono concentrate sulla “locale di Frauenfeld” guidata da membri della famiglia Nesci. Sono inoltre stati catturati in Svizzera due latitanti della cosca Nucera, parte di una rete per riciclare nel paese i proventi delle attività criminali.

Camorra

Secondo la relazione della DIA, le attività principali svolte in Germania dai clan riguardano soprattutto il reinvestimento di capitali illeciti, la distribuzione di capi di abbigliamento contraffatti, la messa in circolazione di euro falsi e il traffico di veicoli clonati. Le attività si svolgerebbero soprattutto a Berlino, Amburgo, Dortmund, Francoforte, dove ci sarebbero soggetti legati alla Camorra ad attività di riciclaggio nel settore della ristorazione, delle attività commerciali e dell’acquisto di immobili. In particolare sono segnalate le presenze dei seguenti gruppi: Alleanza di Secondigliano (Licciardi, Contini e Mallardo), cla D’Allesandro di Castellamare di Stabia, clan Rinaldi, Ascione, Cava, Moccia, Fabbrocino, Casalesi, Sarno, Giorna e Di Lauro.

Mafie pugliesi e lucane

La presenza delle mafie pugliesi non è particolarmente radicata sul territorio tedesco, ma si osservano alcuni gruppi criminali dediti al traffico di droga e di armi, in grado di offrire anche copertura ai latitanti. In particolare, in Mecklembourg-Pomerania ci sarebbe il clan brindisino dei Roccoli-Buccarelli-Donatiello.

Lo smercio di olio extravergine d’oliva contraffatto: 33 arresti tra gli Stati Uniti e la Calabria


La contraffazione alimentare di prodotti italiani all’estero è un business notevolmente proficuo. Basti pensare al valore dell’export di cibo italiano del 2016: 38 miliardi di euro sono entrati nelle casse italiane grazie alle vendite all’estero di vino, formaggi, olio e prodotti ortofrutticoli, secondo la Coldiretti. Il cibo targato “made in Italy” funziona e la criminalità organizzata ne è consapevole. La cosiddetta “Agromafia” non è nuova: già nel 2011 Coldiretti stimava un introito di circa 12,5 miliardi di Euro, cifra approssimata al ribasso, per la vendita all’estero di prodotti alimentari contraffatti. Mozzarella di bufala campana prodotta nel Nord Italia e con latte scadente e/o annacquato, ma etichettata “Campana DOP”, vino contraffatto con miscele illecite o etichette fallaci (i marchi IGP e DOP utilizzati impropriamente per aumentare le vendite), pesce ri-confezionato e ri-etichettato, modificandone la data di scadenza.

Il rapporto di Legambiente e Movimento a Difesa del Cittadino “Italia a Tavola 2013. Rapporto sulla Sicurezza Alimentare” abbonda di casi e tratteggia un’immagine preoccupante sulla dimensione del fenomeno. Oltre 50 diversi clan mafiosi sono implicati nel business e una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori su cosa si acquista e dove deve accompagnare i controlli effettuati dalle autorità.

A fine Gennaio 2016, 33 appartenenti al clan Piromalli della ‘ndrangheta calabrese sono stati arrestati tra la Calabria e la Lombardia proprio per frode alimentare internazionale. I Piromalli sono inoltre uno storico clan che si è da tempo insediato nella criminalità internazionale, con numerose attività illecite oltre i confini italiani. Questa volta, a farne le spese sono stati i consumatori statunitensi: gli scaffali di Walmart ed altri simili grandi distributori hanno ospitato litri di olio contraffatto, etichettato come “Olio d’Oliva DOP” ma in realtà olio di sansa, proveniente dalla Grecia, dalla Turchia o dalla Siria. La catena di montaggio era piuttosto articolata. L’olio veniva ricevuto in Calabria, dove il clan si occupava di una breve lavorazione. Successivamente veniva spedito negli Stati Uniti, come olio di sansa, e lí le cellule del clan attive sul luogo si impegnavano a cambiarne le etichette e a rivederlo come un prodotto di qualità di molto superiore.

Il clan dei Piromalli è conosciuto per la sua espansione internazionale e nel Nord Italia. Negli Stati Uniti, l’uomo di riferimento sarebbe Rosario Vizzari, cittadino americano e conoscenza di lunga data di Antonio Piromalli. Lui sarebbe il responsabile principale dei contatti con le mafie statunitensi, così come con la Olive Oil Company, essendo presidente della “Global Freight Service inc”, compagnia che si occupa del trasporto di beni di consumo ai supermercati. In ogni caso, la collaborazione con le forze dell’ordine americane è ottima. Gli Stati Uniti rimangono consapevoli dell’enorme problema causato dalla frode alimentare, sopratutto per quanto riguarda lo smercio di olio extravergine d’oliva contraffatto. Un produttore di olio siciliano negli USA, Nicola Clemenza, ha creato un consorzio che riunisce più di 200 aziende produttrici di olio legale.  In un’intervista data all’agenzia di informazione americana CBS ai primi di Gennaio, racconta delle intimidazioni ricevute: “Il giorno in cui ho avviato il consorzio, mi hanno bruciato la macchina, hanno bruciato parte di casa mia, mentre ero dentro con mia moglie e mia figlia”.

Il giornalista investigativo Tom Müller stima che il 70-80% dell’olio extravergine d’oliva nei mercati statunitensi sia contraffatto: “ É difficile dire quante gocce di olio abbiano sangue mafioso”, racconta a CBS.

Dato lo stato delle cose, la parola e l’azione riguardano in primo luogo i consumatori, che, a fronte delle contraffazioni, possono sentirsi inermi in un meccanismo difficile da controllare. L’aumento delle frodi è legato indissolubilmente non solo alla voglia di profitto della criminalità organizzata, che da organizzazione imprenditoriale illegale sa bene dove trovare il business migliore, ma anche agli effetti devastanti della crisi economica. Con la diminuzione del potere d’acquisto della classe media, si va alla ricerca del prodotto meno costoso ed all’apparenza migliore. I prezzi stracciati su prodotti sedicenti “DOP” invitano all’acquisto immediato, nella convinzione di aver appena fatto un affare. Ma ogni prodotto di buona qualità ha un costo, che deve coprire non solo la qualità della materia prima, ma anche il giusto trattamento dei lavoratori e le sue legali spese di produzione. Questa consapevolezza è una delle poche armi di un consumatore cosciente, insieme alla fiducia accordata a marchi notoriamente mafia-free.

Trump e la mafia – un passato da insabbiare?


L’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti, in tutta probabilità la posizione attualmente con più potere a livello globale, è stata sicuramente un duro colpo per molti. Le posizioni politiche del nuovo Presidente sono state spesso certamente radicali, per non dire fantasiose, così come non convenzionali sono i suoi modi di fare politica. In particolare modo, a preoccupare è proprio il suo passato.

Tra i numerosi scandali che riguardano Trump, sembra di avere già l’immagine di un uomo che si è mosso agilmente e senza particolari scrupoli in numerose zone grigie. In particolare, la sua attività di imprenditore con grandi capitali a disposizione, in gran parte ereditati dal successo del padre, a sua volta protagonista dell’imprenditoria immobiliare, lo ha portato spesso a stretto contatto con personaggi di dubbia moralità. Non pare che eventuali scrupoli di Trump nel rapportarsi a tali individui abbiano inficiato l’effettiva collaborazione lavorativa. Avendo raggiunto la Presidenza degli Stati Uniti, e dunque una notorietà ed un potere considerevoli, la soluzione scelta dal magnate per tutelare la propria immagine consiste principalmente nel negare di ricordare i suoi contatti più dubbi, o nel minimizzare collaborazioni che, fatti alla mano, sono tutto tranne che veniali.

Un caso esemplificativo riguarda la celebre costruzione della Trump Tower sulla Fifth Avenue di New York,  definita dal giornalista del New Yorker Wayne Barrett come un “monumento della mafia”. La serietà di queste accuse richiede un approfondimento sulle loro motivazioni e sulla storia che circonda questo mastodontico grattacielo, che, anche nella piena skyline newyorkese, risalta per sfarzo e dimensioni. A partire dal materiale di costruzione della Trump Tower fino ad arrivare all’impiego di operai polacchi senza regolare contratto, il ruolo della criminalità organizzata sembra essere stato importante. Innanzitutto, bisogna provare a spiegare delle scelte che paiono inspiegabili. Il grattacielo è stato costruito in cemento, nonostante l’acciaio fosse più economico e più leggero. Il premio Pulitzer David Cay Johnston ha pubblicato un articolo in cui formula 21 domande aperte a Donald Trump. Una di queste è proprio: “ Per quale motivo non hai utilizzato cemento invece del tradizionale acciaio (nella costruzione dei 58 piani della Trump Tower)?”. Sebbene Trump si sia sempre rifiutato di rispondere, pare che un paio di spiegazioni portino ai contatti di Trump con circoli mafiosi operativi a New York, che al tempo dominavano l’industria del calcestruzzo. Ciò avrebbe dunque orientato la scelta verso questo materiale. In particolare modo, il cemento sarebbe stato acquistato dalla ditta S&A Concrete, che ha anche gestito la costruzione. La ditta risulta di proprietà di Paul Castellano, della famiglia dei Gambino, e di Anthony “Fat Tony” Salerno, della famiglia dei Genovese, esponenti di spicco della criminalità organizzata newyorkese. Ciò avrebbe garantito a Trump che il suo grattacielo venisse costruito velocemente, senza intoppi e, sopratutto, senza scioperi. E così fu.

I contatti erano anche piuttosto stretti con il sindacalista mafioso John Cody, che ha scontato una pena di cinque anni in carcere nel 1983 per estorsione e intimidazioni di stampo mafioso. Trump  fu accusato di aver dato ad un prezzo molto conveniente uno degli appartamenti della Trump Tower alla maîtraisse di Cody in cambio della garanzia di mantenere l’ordine tra i lavoratori durante la costruzione.

I rapporti tra Trump e Cody erano per la maggior parte gestiti dall’avvocato del magnate, Roy Cohn. Quest’ultimo, uomo di mondo e con conoscenze utili e di dubbia moralità, sarebbe stato un altro tassello essenziale nello stabilire i contatti tra Trump e la criminalità organizzata newyorkese. Infatti, altri due clienti dell’avvocato erano proprio i già citati mafiosi delle costruzioni Anthony “Tony” Salerno e Paul Castellano. La gravità di tali contatti ed effettive collaborazioni viene esacerbata anche dall’atteggiamento di Trump che, a detta di Barrett, non sarebbe stato costretto a favoreggiare la mafia, bensì ne sarebbe stato persino “entusiasta”. Nel suo libro “The Art of the Deal”, Trump si vanta persino del fatto che, all’apertura del suo casino ad Atlantic City, sia riuscito a convincere le istituzioni giudiziarie preposte ai controlli a non investigare sul suo passato oltre ai sei mesi prima.

 

Nella storia della Casa Bianca, nessun presidente riesce ad eguagliare il record di Trump in contatti loschi. Secondo lo storico presidenziale Douglas Brinkley, l’unico che può avvicinarsi a tali livelli è solo Warren G. Harding, che tra il 1921 ed il 1922 fu implicato nello scandalo di corruzione “Teapot Dome” che infine portò il segretario dell’Interno in prigione. Ma, crucialmente, in quel caso si trattava di preoccupante corruzione e non di mafia.

La domanda adesso resta: cosa fare? I quattro anni del mandato presidenziale appaiono più lunghi che mai. Ma la società civile ha il dovere di informarsi ed esercitare un forte controllo sulle azioni presidenziali.