Nona conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale


A diciotto anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, altrimenti detta Convenzione di Palermo – a cui aderirono 189 su 193 Paesi – e a quindici anni dalla sua entrata in vigore, dal 15 al 19 ottobre si è tenuta a Vienna la nona sessione della Conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale promossa dalla United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC).

Più di ottocento soggetti (rappresentanti di governi, esperti in criminalità ed esponenti di organizzazioni della società civile) hanno partecipato alla discussione sulla revisione della Convenzione di Palermo che tenga presente il cambiamento del fenomeno mafioso in prospettiva globale. La risoluzione è stata sponsorizzata anche dall’Ue, dagli Usa, dalla Cina, dal Giappone e dalla Russia.

Per l’Italia ha partecipato una delegazione composta da Maria Falcone, sorella di Giovanni, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dal consigliere giuridico della Rappresentanza italiana Permanente nella sede dell’Onu a Vienna Antonio Balsamo e dal Prof. Nando Dalla Chiesa, docente alla facoltà di Scienze Politiche a Milano.

La prospettiva di una rete transnazionale unita nel contrasto alla criminalità organizzata rispecchia l’ideale di Giovanni Falcone di una lotta alle mafie fondata sulla sinergia tra Paesi. L’obiettivo di questa revisione è superare gli ostacoli che hanno impedito una completa concretizzazione di questo ideale mediante l’utilizzo di strumenti condivisi tra gli Stati: con ciò si intende il controllo sulle legislazioni degli Stati, sull’organizzazione giudiziaria, sulle attività di repressione e prevenzione e lo sviluppo di ulteriori tecniche investigative. Questi accorgimenti possono essere impiegati sia per l’incriminazione sia per portare avanti la prevenzione del fenomeno.

Alcuni reati che hanno da adesso una validità comune sono: l’associazione criminale, il riciclaggio, la corruzione, l’intralcio alla giustizia, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e i reati legati alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco.

Maria Falcone ha così commentato la revisione della Convenzione di Palermo: «Oggi si realizza il sogno di Giovanni di una piena cooperazione tra gli Stati nella lotta alla criminalità organizzata. Davanti a mafie globali che operano ben oltre i confini nazionali, dare piena attuazione e migliorare la Convenzione di Palermo del 2000 era fondamentale (…). Giovanni aveva intuito quanto fosse importante un’azione comune a tutti i Paesi contro la criminalità organizzata già negli anni ’80, quando, da pioniere, avviò la sua collaborazione con gli investigatori americani nell’inchiesta Pizza Connection. Il risultato raggiunto oggi è la realizzazione di una sua lungimirante visione».

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

Mafia e informazione in primo piano alla scuola estiva sulla criminalità organizzata


La discussione sulla criminalità organizzata in Italia è più estesa che in Germania, come lo dimostra il fatto che si tengano seminari sull’argomento durante le vacanze del semestre estivo. Mafia? Nein, danke? nel settembre di quest’anno ha partecipato alla Summer School on Organized Crime, organizzata dall’Università degli studi di Milano. Il tema di quest’anno è stato il rapporto tra i media e la mafia, argomento assai importante per il ruolo che il giornalismo riveste nel descrivere la realtà.

Il tema di quest’anno era il rapporto tra mafia e informazione e le persone intervenute – giornalisti, ma anche ricercatori e politici – sono state prevalentemente giornalisti che con le loro inchieste hanno sperimentato cosa significhino l’intimidazione e il rischio per la propria vita e per quella dei propri cari. Alcuni di loro sono stati minacciati, altri isolati, altri ancora hanno raccontato le vicende di loro colleghi che sono stati uccisi; il giornalista che oggi racconta di mafia rischia non tanto la vita, quanto la solitudine e l’emarginazione.

Nel corso della storia italiana la mafia ha ucciso undici giornalisti, di cui sei lavoravano a “L’Ora”, quotidiano con sede a Palermo, ed è proprio a “L’Ora” che nel 1958 un pool di giornalisti pubblica l’inchiesta sulla mafia dal titolo “Quest’uomo è pericoloso”: è la prima volta che il boss Luciano Liggio viene sbattuto in prima pagina e che la mafia ha un nome e cognome.

Studiare la mafia vuol dire studiare la storia d’Italia, e infatti la storia della repubblica italiana ha avuto inizio nel 1947 nello stesso anno in cui è avvenuta la strage di Portella della Ginestra, un chiaro tentativo di impedire l’evoluzione democratica del Paese. Quella strage esprimeva anche la volontà delle mafie di sovrapporsi alla Costituzione formale, che del resto sarebbe stata approvata pochi mesi dopo: in seguito continueranno a perseguire questo obiettivo cercando di modellare il consenso e creando una mitologia su se stesse.

Nel corso della Summer school si è molto riflettuto sull’attenzione posta dai media italiani in merito al tema della criminalità organizzata: se negli anni Sessanta c’era una grande attenzione per il reportage giornalistico e gli approfondimenti del TG1 venivano mandati in prima serata, oggi spesso l’orario della messa in onda è le 23.40.

Quella che i mafiosi interpretano come il superamento di un limite non è altro che la sete di conoscenza propria dei mestieri intellettuali, fondati sul dubbio e sulla ricerca: dopotutto, come è stato notato, la parola scoop significa testualmente “scavare col cucchiaio”. I giornali sono cambiati, da essere scritti per i lettori sono passati al compiacimento degli editori e quindi al conformismo e al silenzio sugli argomenti che potrebbero disturbare qualcuno; un primo cambiamento, un primo allontanamento della stampa dal tema della mafia, era già percepibile negli anni Ottanta, quando i movimenti giovanili antimafia furono prevalentemente sminuiti.

Le fiction suppliscono all’assenza di informazioni che la stampa dà sull’argomento, ma il rischio di banalizzare e di spettacolare la mafia è molto alto se chi guarda le serie televisive non può parallelamente disporre della sufficiente informazione sui temi. Come potrebbe essere altrimenti in un Paese in cui i media parlano così debolmente della trattativa Stato-mafia e del caso Montante*?

L’eccessiva semplificazione riguarda spesso anche i modi in cui si scrive di mafia, perché è facile leggere delle notizie che in realtà sono dei semplici copia e incolla: come è stato affermato con forza nel corso di questa Summer school, l’Italia è fatta di province e di territori ed è ripartendo da questi che può essere ritrovato il senso del mestiere di giornalista.

[*approfondiremo il caso Montante nella prossima Newsletter]

Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

L’estradizione di Antonino V. in Italia


Antonino V. è stato estradato il 15 maggio 2018 dalla Slovacchia all’Italia in seguito ad un’indagine della Direzione distrettuale Antimafia di Venezia; l’uomo è coinvolto in un’associazione di stampo mafioso, dedita al traffico internazionale di stupefacenti.  Secondo gli inquirenti, si sarebbe occupato di organizzare l’importazione di droga dal Sud America attraverso canali legali e società che sono state ricondotte a lui.  Le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione alle autorità slovacche che hanno deciso di eseguire il mandato d’arresto europeo e di consegnare l’uomo alle autorità competenti italiane.

Il nome di Antonino V. era emerso negli scorsi mesi poiché l’uomo era già stato fermato il 26 febbraio, e in seguito rilasciato dalla polizia slovacca, in merito all’uccisione del giornalista slovacco Jan Kuciak, assassinato a febbraio assieme alla ragazza (qui il link del nostro articolo di approfondimento). Il giornalista al momento dell’uccisione stava indagando sul collegamento tra politici slovacchi e imprenditori locali con l’‘ndrangheta; V. era stato però subito rilasciato per mancanza di prove.

Chi è Antonino V.?

Antonino V. detto “compare Nino” è figlio di Giovanni V. detto “Cappiddazzu” e fratello di Bruno e Sebastiano, originari di Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria. All’inizio degli anni duemila era stato accusato di aver aiutato la latitanza di Domenico V., quest’ultimo condannato in seguito all’ergastolo per omicidio. Gli inquirenti sospettavano che V. fosse diventando il collegamento tra i clan di Bova Marina e la cosca Zindato di Reggio Calabria (legata alla famiglia mafiosa dei Libri). Nel 2014 la Guardia di Finanza italiana viene in seguito a scoprire di un summit in provincia di Lodi, al quale avrebbe partecipato anche Antonino V. come potenziale interessato per discutere di una fornitura di cocaina. Secondo le indagini Antonino V. si sarebbe già spostato in quel periodo in Slovacchia. Dai quotidiani slovacchi l’uomo viene dipinto come un imprenditore con interessi nell’agricoltura, nel settore immobiliare e in quello energetico e con collegamenti con importanti politici vicini al premier che all’indomani dell’uccisione di Kuciak si sono dimessi.

Finora non è stato ancora stabilito chi fossero gli esecutori dell’omicidio di Kuciak e della sua fidanzata. Non si sa nemmeno chi sia all’origine del reato. Di recente la polizia slovacca ha suscitato parecchie reazioni confiscando il telefono di un giornalista ceco che aveva lavorato a stretto contatto con Kuciak. Il telefono non è stato ancora restituito al giornalista. Non è chiaro, tuttavia, perché la polizia slovacca si sia impegnata così tanto per saperne di più sui colleghi di Kuciak. Le organizzazioni giornalistiche criticano le loro azioni con parole forti; invece di indagare gli assassini, si dice che la polizia sia più preoccupata a mettere a rischio le fonti di un giornalista giusto e coraggioso.

L’uccisione di Jan Kuciak: un nuovo attacco alla libertà di stampa


Nell’ultimo periodo di campagna elettorale, in Italia si è preferito continuare a parlare di tutto fuorché del problema della criminalità organizzata sia nel territorio che all’estero. Eppure, come ha osservato il Procuratore Gratteri, anche dopo la strage di Duisburg dell’agosto 2007, la mafia calabrese ha continuato pressoché indisturbata con i suoi affari, spesso in una zona grigia tra legalità e illegalità.

Lo dimostra il retroscena del recente attacco durissimo alla libertà di stampa, che segue di pochi mesi l’uccisione di Daphne Caruana Galizia: domenica 25 febbraio il giornalista slovacco di ventisette anni Jan Kuciak e la fidanzata Martina Kusnirova sono stati trovati morti nella loro abitazione a Velka Makva (65 km da Bratislava). Come la giornalista maltese, Kuciak si era occupato dei Panama Papers.

In Slovacchia un evento del genere ha suscitato un notevole trauma, in particolare tra la società civile, perché nessun giornalista d’inchiesta finora era stato ucciso nel Paese. Fin dai giorni successivi al suo assassinio, la testata online Aktuality.sk presso cui lavorava pareva non avere dubbi sui legami tra l’uccisione del collega e la mafia: a tutt’oggi campeggia la scritta “ndrangheta” sulla home del sito internet e il titolo “mafia italiana in Slovacchia”.

Le indagini di Kuciak negli ultimi tempi miravano a fare luce sui rapporti tra la ‘ndrangheta, la politica slovacca e il mondo imprenditoriale: già un anno fa la tensione era avvertibile da più lati, sia per le minacce che il giornalista ha ricevuto da parte dell’imprenditore Marian Kocner – denunciate, ma senza alcun esito – sia per la richiesta di dimissioni che centinaia di manifestanti fecero al ministro degli Interni Robert Kalinak, considerato vicino al costruttore del Five Star Residence Ladislav Basternak. Sulla vicenda di questi appartamenti di lusso probabilmente finalizzati alla frode fiscale, Kuciak ha pubblicato un articolo non subito ma solo il 9 febbraio. Nonostante ciò, il suo lavoro d’inchiesta non si è mai fermato: il giornalista, infatti, è stato ucciso poco prima della pubblicazione di questo articolo, in cui era arrivato a completare la rete dei collegamenti tra la politica e gli attori delle truffe a danno dei fondi europei. Del resto, una delle attività tipiche della ‘ndrangheta all’estero è proprio il riciclaggio di denaro in attività a prima vista legali.

In particolare nell’Est Europa la mafia calabrese si è insediata nel tessuto economico a partire dalla caduta del Muro di Berlino, approfittando delle nuove possibilità di investimento: in Slovacchia intorno agli affari in campo agricolo ruotano le famiglie delle ‘ndrine emigrate da Bova Marina e da Africo Nuovo. L’ultimo articolo di Kuciak costituisce uno dei pochi tentativi di approfondimento di questo fatto e riguarda in parte l’utilizzo di fondi UE dei settori dell’agricoltura e del fotovoltaico: le suddette famiglie si sono appropriate di più di otto milioni di euro slovacchi solo nel 2015-16, sei milioni per le energie alternative e due miliardi UE per lo sviluppo rurale (2014-2020).

La politica slovacca è entrata in una vera e propria crisi a seguito di queste uccisioni e dell’emergere di una fitta rete di corruzione all’interno del partito al governo (Smer-SD). Non ultimo, la consigliera del premier in carica Fico, Maria Troskova, nel 2011 con la GIA Management è entrata in affari con Antonino Vadalà, imprenditore in ambito fotovoltaico di cui Kuciak nel suo ultimo articolo ha individuato i rapporti con la ‘ndrangheta. La ex modella si è dimessa a seguito dell’uccisione del giovane giornalista, allo stesso modo di Viliam Jasan, segretario del Consiglio di sicurezza. Quest’ultimo era stato titolare della Prodest – agenzia di sicurezza privata – nel 2016 proprio con il cugino di Vadalà Pietro Catroppa e fu lui a introdurre la Troskova in politica (era la sua assistente parlamentare) tramite una conoscenza in comune mai rivelata ma oggi piuttosto chiara. La crisi politica della Slovacchia non si è placata dopo le dimissioni di Troskova, di Jasan e del ministro della Cultura Marek Madaric: l’opposizione chiede anche le dimissioni di Kalinak e del presidente della polizia Tibor Gaspar.

Vadalà è stato arrestato insieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa, ai quali sono stati aggiunti altri quattro uomini noti come Sebastiano V., Diego R., Antonio R. e Pietro C. Tutti sono stati rilasciati dopo 48 ore, una volta scaduti i termini di custodia cautelare, dal momento che non sono state raggiunte prove sufficienti per confermare l’arresto.

L’uccisione di Jan Kruciak e della sua compagna pone in evidenza, oltre al problema in sé della ‘ndrangheta in Europa, la necessità di ulteriori strategie che dovrebbero essere intraprese a livello europeo. Il parlamentare europeo Sven Giegolg sostiene che una FBI europea potrebbe essere un passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata e alle altre forme di violazione dei diritti. Dal Parlamento europeo è stata inviata una delegazione a Bratislava, mentre una immediata reazione è venuta dalla società civile, che venerdì 2 marzo ha manifestato silenziosamente (circa 25000 i partecipanti) per le strade della città; al corteo sono intervenuti alcuni giornalisti e il Presidente della Repubblica Andrej Kiska, il quale nei giorni scorsi si è dimostrato a favore di elezioni anticipate nel caso in cui non vengano raggiunti accordi per un rimpasto di governo. Il premier Robert Fico ha minimizzato le forti critiche di coloro che sono scesi in piazza governo slovacco riconducendole a un presunto interesse del partito di opposizione a scardinare ulteriormente la credibilità del suo governo: possiamo dire che al momento il governo slovacco non sembra avere intenzione di rispondere all’appello di Kiska di reagire alla crisi di fiducia che si è aperta.

Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.