La prospettiva tedesca a 12 anni dalla strage di Duisburg


Esattamente 12 anni fa, il 15 agosto del 2007, la strage di Duisburg scuoteva la Germania e accendeva i riflettori sulla ‘ndrangheta, organizzazione criminale fino a quel momento particolarmente silenziosa al di fuori dei propri territori di origine.

La notte di ferragosto del 2007 a perdere la vita furono sei uomini dell’età compresa tra i 16 e i 39 anni, tutti originari della provincia di Reggio Calabria, eccezion fatta per Tommaso Venturi, originario di Corigliano Calabro e che proprio quel giorno compiva 18 anni. Le vittime furono colpite da due killer all’uscita dal ristorante italiano ‘’Da Bruno’’, dove avevano trascorso la serata per festeggiare il compleanno dell’amico. Il rinomato ristorante della cittadina situata nel Nordreno-Vestfalia era già noto alle forze dell’ordine italiane e tedesche come luogo di riciclaggio di denaro sporco. I killer, per accertarsi del successo dell’agguato, freddarono ciascuna delle proprie vittime con un colpo finale alla testa. Negli indumenti del festeggiato venne ritrovata l’immagine bruciata di San Michele Arcangelo, segno di una possibile affiliazione al clan celebrata proprio quella sera.

La strage di Duisburg, anche nota come strage di Ferragosto, è l’ultimo episodio della sanguinosa faida di San Luca iniziata nel 1991 e che ha visto i Nirta-Strangio opporsi ai Pelle-Vottari-Romeo. La faida, iniziata apparentemente per futili motivi, ha visto susseguirsi una serie di regolamenti di conti, spesso perpetrati in giorni significativi dal punto di vista simbolico e religioso. Colpire i propri nemici durante le festività ha come obiettivo quello di rendere il dolore dei familiari della vittima ancora più profondo, in modo tale che un giorno di festa si trasformi per sempre in un giorno di lutto.

Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio da Duisburg.

È in questo quadro che va ricondotta la decisione dei Nirta-Strangio di attaccare i propri rivali addirittura all’estero, in Germania, a più di 2000 km di distanza da San Luca (RC), correndo l’enorme rischio di attirare l’attenzione di forze dell’ordine e opinione pubblica su di sé, sconfessando inaspettatamente la strategia di mimetizzazione che aveva avuto un enorme successo, permettendo alla ‘ndrangheta di mettere le radici e riprodurre il proprio modello organizzativo anche all’estero. Dietro all’attacco di Duisburg, però, non c’era soltanto la sete di vendetta. C’era anche la volontà di riaffermare il proprio potere criminale e ottenere il controllo dei traffici illeciti nella regione. In particolare, il traffico di stupefacenti generava enormi profitti e la regione del Nordreno-Vestfalia era uno snodo strategico, vista la vicinanza al confine con l’Olanda, nei cui porti giungevano i carichi di droga provenienti dal Sudamerica. I clan calabresi hanno effettuato nel corso degli anni ad una vera e propria spartizione territoriale del Land tedesco. I Nirta-Strangio, ad esempio, controllano la zona di Kaarst, mentre i Pelle-Vottari-Romeo estendono il proprio dominio sulla zona di Duisburg. È il fiume Reno, in questo caso, a separare le rispettive zone d’influenza dei clan rivali.

La Germania è il paese europeo dove la ‘ndrangheta è riuscita a penetrare in maniera più efficace, nonostante l’apparente incompatibilità culturale. La strage di Ferragosto ha mostrato tutta la facilità di azione e la confidenza dell’organizzazione criminale di origine calabrese che sta, un passo alla volta, colonizzando il territorio tedesco. Questo episodio, però, ha rivelato a tutto il mondo la natura feroce e criminale della ‘ndrangheta. L’eccessiva esposizione ha indubbiamente avuto effetti negativi per l’organizzazione, quantomeno nell’immediato.

L’opinione pubblica tedesca, infatti, si è finalmente resa conto della sua esistenza. Le autorità investigative italiane e tedesche hanno sviluppato un proficuo rapporto di collaborazione che ha portato, nel periodo successivo alla strage, alla cattura e all’arresto di numerosi affiliati coinvolti nella faida di San Luca.

Da un lato, erano già parecchi i segnali che in passato avevano indicato una forte penetrazione della ‘ndrangheta in Germania. Dall’altro lato, però, questi furono a lungo sottovalutati e solo lo shock provocato dalla strage di Duisburg fece aprire gli occhi all’opinione pubblica e alle istituzioni. Tuttavia, lo stupore iniziale ha fatto ben presto spazio alla ‘rimozione’ da parte della società tedesca. L’immagine di Duisburg – e della Germania intera – non poteva essere inquinata dalla presenza della mafia. Bisognava cancellare l’immagine negativa e dimenticare l’episodio. Una volta che il processo per i fatti di Duisburg venne trasferito in Italia, per la Germania il caso era da considerarsi chiuso. La questione era ritenuta un affare tra calabresi, un problema dell’Italia. Questa rimozione agevolò notevolmente la ‘ndrangheta, che tornò nel silenzio e si pacificò internamente. Esporsi troppo era stato un errore e bisognava ora dare la precedenza agli affari piuttosto che alle dispute interne. Ciò che colpisce della ‘ndrangheta e che è possibile notare anche analizzando i fatti di Duisburg è la sua doppia natura: da un lato è un’organizzazione moderna, coglie le opportunità offerte dalla globalizzazione ed è orientata al guadagno; dall’altro lato, invece, mantiene salde le proprie usanze ancestrali, i legami con la madrepatria e la sua ritualità.

Oltre alla rimozione da parte della società, la ‘ndrangheta può sfruttare a proprio vantaggio anche le mancanze della legislazione tedesca, molto debole in tema di lotta alle mafie. In Germania, ad esempio, non esiste il reato di associazione mafiosa, come previsto invece all’interno dell’ordinamento giuridico italiano (416 bis). La normativa tedesca, infatti, specifica unicamente l’associazione a delinquere, tramite l’articolo 129 del Codice Penale. La legislazione è carente anche in materia di sequestro e confisca dei beni. In seguito alla seconda guerra mondiale, in netta contrapposizione con il regime totalitario del passato, la Germania ha adottato una legislazione fortemente improntata alla tutela dell’individuo. Per questo motivo, tutto ciò che riguarda la confisca dei beni e delle proprietà personali è molto difficile da attuare. L’ordinamento tedesco, pur prevedendo in alcuni casi la possibilità di sequestro e confisca dei beni, non permette che ciò avvenga in maniera preventiva e prevede che l’onere della prova sia a carico dell’accusa. Tutto ciò rappresenta un enorme limite nel contrasto delle mafie. Se ci fosse maggiore consapevolezza della gravità del rischio corso dalla società, questi ostacoli potrebbero essere superati.

La ‘ndrangheta è consapevole di questi limiti, sa che difficilmente la Germania si doterà di misure più efficaci in materia di confisca dei beni e quindi trasforma il paese in uno dei principali centri in cui riciclare i proventi dei traffici illeciti.

Anche parlare di mafia risulta difficile, in Germania. I giornalisti spesso si trovano a lottare contro una legislazione che, nell’ottica della già menzionata tutela estrema dell’individuo, non permette loro di scrivere liberamente dell’argomento. Talvolta, i giornalisti vengono silenziati attraverso la censura. È il caso, ad esempio, di Petra Reski, giornalista d’inchiesta tedesca che dopo aver ricevuto alcune querele è incorsa nell’annerimento del proprio libro ‘’Santa Mafia’’ da parte delle autorità. Data l’assenza del reato di associazione mafiosa in Germania non è possibile addebitare legami con la mafia a soggetti che non siano già stati condannati in Italia per 416 bis. Vi è inoltre il diritto alla riabilitazione sociale, per cui non si può nominare per intero (nome e cognome) persone condannate che abbiano già scontato la pena. Si può raccontare la loro storia, ma le persone possono essere nominate solo attraverso l’utilizzo di abbreviazioni. I mafiosi in Germania possono dunque fare ricorso con ampie possibilità di successo alla querela, strumento ben più comodo e meno rischioso rispetto alle minacce e all’intimidazione. Ad essere vittima di queste dinamiche è stato anche un documentario trasmesso dall’emittente televisiva MDR e che si focalizzava sulle attività economiche della ‘ndrangheta ad Erfurt, cittadina della Turinga che rappresenta un vero e proprio Eden per il riciclaggio di denaro sporco da parte dell’organizzazione criminale calabrese. Dopo aver subito una serie di querele, anche il documentario è stato censurato. La vita per i giornalisti d’inchiesta in Germania è dunque particolarmente difficile, si è disincentivati a scrivere di mafia e spesso gli stessi editori non sono disposti a correre il rischio di pubblicare notizie sull’argomento per evitare di incorrere in guai giudiziari.

A dodici anni di distanza dai fatti di Duisburg, la situazione relativa al contrasto delle mafie in Germania non è delle più rosee. Sono molte le questioni su cui bisognerebbe lavorare ed insistere. C’è bisogno innanzitutto di maggiore consapevolezza riguardo alla pericolosità del fenomeno mafioso e dei rischi che esso rappresenta per la società. In secondo luogo, nonostante la presenza di esperienze virtuose dedite alla sensibilizzazione sul tema, vi è la necessità di costruire reti più ampie, che si estendano anche a luoghi – come ad esempio la Germania dell’est – dove al momento non sono presenti realtà attive sul fronte antimafia. Si denota poi l’esigenza di offrire informazione più libera sul tema e di maggiore qualità, laddove la lotta agli stereotipi sulle mafie è un’altra questione rilevante. Infine, come visto all’interno dell’approfondimento, è fondamentale l’adozione di strumenti legislativi di contrasto adeguati rispetto alla portata del fenomeno che si intende combattere.

Un caso di falsa antimafia: il sistema Montante


«È facile raccontare le mafie quando ci sono le stragi, i morti, le grandi tragedie; il problema è raccontare le mafie quando le mafie non sparano, e cioè quasi sempre. Solo in una piccola fase della sua esistenza la mafia ha organizzato stragi e attentati; nella fase più grande della loro esistenza le mafie non sparano, trattano, si nascondono. Ci sono adesso delle “mafie incensurate” che sono difficilmente riconoscibili, ma un buon giornalista le sa riconoscere, senza dover aspettare i tempi della giustizia, che sono molto lunghi. Il giornalista ha quindi il dovere di anticipare l’azione del magistrato (…)1».

Il giornalista di la Repubblica Attilio Bolzoni si è espresso così a proposito del “caso Montante”, venuto fuori a fatica ma esploso nel 2015 e con conseguenze ancora attuali. Infatti Antonello Montante è stato arrestato solo nel maggio di quest’anno e la prima udienza è del 15 novembre: l’accusa mossa contro di lui è di aver creato una rete per spiare le indagini dei pm di Caltanissetta iniziate tre anni fa, dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia.

La rete del “sistema Montante” è veramente complessa, dato che comprende esponenti delle forze dell’ordine, della politica e dell’imprenditoria al tempo stesso: l’obiettivo finale era quindi nascondere i rapporti di Montante con i capimafia di Serradifalco. Infatti nell’“inchiesta Double Face” – così è chiamata l’inchiesta del caso Montante – sono coinvolti tra gli altri l’ex presidente del Senato Renato Schifani; l’ex generale Arturo Esposito, ex direttore del servizio segreto civile (Aisi); Andrea Cavacece, capo reparto dell’Aisi; Andrea Grassi, ex dirigente della prima divisione del Servizio centrale operativo della polizia.

Ventuno persone si sono costituite parte civile, tra cui i giornalisti Bolzoni – che per primo ha portato alla luce il modus operandi di Montante – e Giampiero Casagni, Nicolò Marino (ex pm di Caltanissetta ed ex assessore) e il vicequestore Gioacchino Genchi: tutti costoro sono stati fatti spiare per le loro indagini o per le loro posizioni non allineate.

Chi è Montante

Ex proprietario della fabbrica Msa, è stato dirigente di Confindustria e responsabile nazionale per la Legalità, a lungo considerato per questo un punto di riferimento per gli imprenditori siciliani non disposti a facilitare la vita di Cosa Nostra. L’attenzione posta sul tema della legalità gli ha permesso di avere un certo controllo del governo della Regione Sicilia: di conseguenza, a un politico o a un imprenditore bastava essere vicino a Montante per ottenere favori o appalti. Un esempio di questo controllo della politica è il finanziamento per un milione di euro che pare sia stato fatto per sostenere la campagna elettorale dell’ex governatore siciliano Rosario Crocetta.

Il 22 gennaio di due anni fa, Montante aveva ricevuto un avviso di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, venivano ipotizzati legami d’affari e rapporti di amicizia con Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, figlio di Paolino Arnone, storico padrino della provincia di Caltanissetta morto suicida in carcere nel 1992. Vincenzo Arnone è stato testimone di nozze di Montante, quindi sarebbe stato anche assai difficile smentire i rapporti con lui.

Il processo

Il 10 novembre scorso il gup di Caltanissetta Graziella Luparello aveva rinviato a giudizio 12 degli indagati coinvolti nell’inchiesta Double face. Tra gli imputati c’era anche Montante: l’imprenditore aveva già scelto di essere processato col rito abbreviato. Saranno processati il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata; il sindacalista Maurizio Bernava; gli imprenditori del settore sicurezza Andrea e Salvatore Calì; tre dipendenti di Montante: Rosetta Cangialosi, Carmela Giardina e Vincenzo Mistretta; il sottufficiale della polizia di Stato Salvatore Graceffa; il dirigente nazionale di Confindustria Carlo La Rotonda; il maggiore della guardia di finanza Ettore Orfanello; il luogotenente Mario Sanfilippo e il colonnello dei carabinieri Letterio Romeo, quest’ultimo accusato di aver distrutto una relazione di servizio su Montante.

Il 15 novembre è iniziato il processo con rito abbreviato a Montante e nello stesso giorno sono stati processati l’ex capo della security di Confindustria Diego Di Simone, il commissario Marco De Angelis, il colonnello della Finanza Gianfranco Ardizzone e il dirigente regionale Alessandro Ferrara.

Alcuni imputati hanno chiesto di non far parte dell’udienza preliminare e saranno processati il 17 dicembre: tra questi, l’ex presidente del Senato Renato Schifani, accusato di aver rivelato notizie riservate e di favoreggiamento nei confronti di Montante; successivamente è stato accusato di concorso esterno in associazione a delinquere.

Una recente inchiesta della trasmissione televisiva Report si è occupata del caso Montante e ha rivelato un altro pezzo della rete dell’ex dirigente di Sicindustria: Banca Nuova, istituto di credito siciliano fondato da Gianni Zonin. Questa è stata una vera e propria centrale informativa per il controllo di politici, giornalisti e imprenditori ed è stata creata dai servizi segreti di Nicolò Pollari, capo del Sismi dal 2001 al 2006.

La rete di relazioni del caso Montante è molto intricata e conferma qualcosa di già conosciuto: quando si tratta di mafia e di corruzione, non si può prescindere da questo sistema di scambio che comprende attori che in apparenza agiscono in maniera separata ma che in realtà non possono esistere gli uni senza gli altri.

1https://www.site.it/mafia-antimafia-e-caso-montante-la-conferenza-di-attilio-bolzoni-al-ventennale-di-site-it/.

‘ndrangheta in Emilia-Romagna: le conclusioni del Processo Aemilia


Martedì 16 ottobre si è svolta la 195esima e ultima udienza del processo Aemilia, relativa all’operazione iniziata nella notte tra il 28 e il 29 gennaio del 2015 che ha fatto emergere l’esistenza di una ‘ndrina attiva da anni in Emilia-Romagna e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, autonoma ma diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro.

Come già riferito in qualche newsletter fa, questo è il più grande processo per mafia mai tenuto nel Nord Italia, con più di 200 imputati accusati di appartenere a un unico clan della ‘ndrangheta o di essere a esso collusi. Le accuse sono di: estorsione, usura, intestazione fittizia dei beni, falso in bilancio, detenzione illegale di armi, emissione di fatture false, caporalato e riciclaggio, fino ad arrivare al reato più grave: l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Tra gli indagati non ci sono solamente i presunti affiliati al clan, ma anche coloro che a quel clan si sono rivolti per evadere le tasse, per aumentare i profitti e per aggiudicarsi gli appalti. Il settore dell’edilizia è quello maggiormente coinvolto, in modo particolare lo sono gli appalti per la ricostruzione a seguito del terremoto del 2012.

Sono stati processati 150 imputati, le condanne sono 118 con rito ordinario (la più alta a 21 anni e otto mesi) e 24 con rito abbreviato per 325 anni per reati commessi dal carcere durante il processo: in totale si parla di oltre 1200 anni di carcere.

Gianluigi Sarcone, fratello del capo in Emilia Nicolino e reggente della cosca reggiana, è stato condannato nel rito ordinario a tre anni e sei mesi, contro i 18 chiesti dalla Procura.

La pena più alta è stata inflitta a Carmine Belfiore, 21 anni e otto mesi. Tra gli imprenditori emiliani collusi con la ‘ndrangheta, ci sono i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, condannati entrambi a quasi 30 anni (sommando i due riti) e Omar Costi (13 anni e nove mesi). Nella politica invece, è stato condannato a nove anni in ordinario (ne avevano chiesti 19) e 14 anni nell’abbreviato Eugenio Sergio, parente della moglie del sindaco di Reggio Emilia Maria Sergio.

Giuseppe Iaquinta è stato condannato a 19 anni per associazione mafiosa, dopo essere già stato oggetto nel 2012 di un provvedimento dal prefetto di Reggio Emilia che gli vietava di detenere armi e munizioni proprio a causa della scoperta di rapporti con la ‘ndrangheta. Il figlio dell’imputato è l’ex calciatore della Juventus Vincenzo Iaquinta e ha anch’egli giocato un ruolo in questa vicenda, infatti è stato condannato a due anni per detenzione di armi.

Nel rito ordinario il collegio presieduto da Francesco Maria Caruso e composto dai giudici Cristina Beretti e Andrea Rat ha assolto 24 persone; un imputato è deceduto prima della sentenza, cinque casi sono andati in prescrizione.

Uno degli imputati, Francesco Amato – condannato a 19 anni per associazione mafiosa – , il 5 novembre ha preso in ostaggio cinque persone chiedendo di incontrare il Ministro dell’Interno Matteo Salvini: si è consegnato spontaneamente dopo otto ore di trattative. Questo episodio ha fatto naturalmente crescere la tensione attorno ai giudici del maxi processo.

Le reazioni violente di alcuni imputati rivelano la difficoltà nell’accettare che sia stata scoperta la presenza della ‘ndrangheta a Reggio Emilia e nel Nord Italia in generale: come ha commentato Giuseppe Amato, procuratore capo di Bologna e coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia, il processo Aemilia è stato un successo dell’antimafia ma è anche la presa in considerazione giuridica di un fenomeno già da troppo tempo conosciuto e sopportato dagli emiliani.

Liberi di scegliere – il giudice mostra ai giovani delle famiglie mafiose una vita senza crimine


I giovani che crescono in famiglie di criminalità organizzata spesso non conoscono altre realtà della vita. Il progetto “Liberi di scegliere”, ideato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha l’obiettivo di consentire loro di ricevere una formazione professionale e culturale fondamentalmente diversa dalla cultura mafiosa. Si tratta di una misura di protezione non molto diversa da quella prevista per i figli di genitori violenti, alcolisti o tossicodipendenti, un progetto che può fornire importanti incentivi per riflettere sulla situazione in Germania.

Gli interventi non vengono effettuati in maniera preventiva per il solo fatto che un giovane viva all’interno di un contesto mafioso, ma qualora tale contesto sia per lui nocivo.

Spesso sono le madri stesse a incoraggiare il distacco da un contesto che rischia di mettere in pericolo i figli sia dal punto di vista psicologico che fisico, chiedono ai giudici del Tribunale dei Minori di aiutarle a evitare che il figlio diventi mafioso, un killer o vittima di una faida. Anche nei casi in cui non sono d’accordo con l’allontanamento del figlio, le madri si convincono successivamente della necessità di questa scelta.

Sono oltre 40 i ragazzi che hanno già intrapreso questo percorso, molti dei quali per espressa richiesta delle madri: spesso decidono di non ritornare nel paese d’origine.

L’accordo “Liberi di scegliere” del 2017 è stato siglato dai Ministeri di Giustizia e degli Interni, dalla Regione Calabria e dalle Corti di Appello e ha come obiettivo la tutela e l’educazione di minori e di giovani adulti provenienti da famiglie coinvolte nella criminalità organizzata.

I punti di riferimento sono costituiti dalla Dichiarazione dei diritti del Fanciullo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 novembre 1959), che riconosceva il bisogno dei giovani di attenzioni e cure particolari, data la sua immaturità fisica e intellettuale; dalle Regole di Pechino (Risoluzione del 29 novembre 1985), secondo cui il processo di sviluppo nazionale dei Paesi non può prescindere dalla giustizia minorile; infine dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), per la quale l’educazione del bambino deve preparare a una vita responsabile in una società libera.

Il riferimento alla libertà del titolo dell’accordo deriva dal fatto che spesso le famiglie mafiose chiedono ai figli di contribuire economicamente nella prosecuzione delle attività criminali, senza alcuna facoltà di opporsi a questa scelta. “Liberi di scegliere” costituisce un’alternativa a una strada apparentemente già tracciata: è una garanzia per l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che assiste gli adolescenti nella loro crescita e li aiuta poi a reinserirsi nella società mediante il lavoro.

L’intervento dell’Autorità Giudiziaria Minorile è regolato dai seguenti decreti: il Decreto del Presidente della Repubblica (D.P.R.) del 22 settembre 1988 n. 448 “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, il Decreto legislativo (D.lgs.) del 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88”, la legge del 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e il D.P.R. del 30 giugno 2000, n.230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si occupa dei detenuti, tra cui quelli nei circuiti di alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale (art.41-bis dell’ordinamento penitenziario).

La Questura attraverso l’Ufficio Minori della Divisione Anticrimine tutela i minori in situazioni di disagio socio-familiare in cooperazione con gli altri organismi istituzionali e con l’Autorità giudiziaria.

Su richiesta delle Procure della Repubblica, i Tribunali per i minorenni di Catanzaro e di Reggio Calabria applicano delle misure per tutelare in particolare i minori che provengono dai contesti di criminalità organizzata.

La Regione Calabria è delegata all’esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi dei servizi sociali e socio-sanitari e al compito di raccordo tra gli enti locali.

Il decreto n. 138 del 13 maggio 2005 del Ministero dell’Interno determina le “Misure per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia e delle altre persone sottoposte a protezione, nonché dei minori compresi nelle speciali misure di protezione” prevede all’art. 10 che “gli Organi competenti all’attuazione delle speciali misure di protezione e del programma speciale di protezione assicurano, mediante personale specializzato appartenente ai Servizi dipendenti dal Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia o mediante accordi con le strutture pubbliche sul territorio, la necessaria assistenza psicologica ai minori in situazioni di disagio”. Nel progetto, il Ministero dell’Interno si occupa di fornire all’Autorità giudiziaria il personale specializzato del Servizio centrale di protezione e della Divisione anticrimine presso le Questure di Reggio Calabria.

Il Ministero della Giustizia ha il compito di prendere in carico tutti i minori provenienti da contesti della criminalità organizzata qualora siano stati elaborati dei provvedimenti che li allontanino dalla famiglia.

Contenuti del progetto

I minori vengono reinseriti tramite l’offerta di attività e programmi rivolti anche al contesto familiare di provenienza. Delle équipe multidisciplinari sovrintendono alla partecipazione degli assistenti sociali del servizio della Giustizia, del Servizio sanitario regionale – il cui compito è assicurare l’assistenza psicologica e l’intervento educativo e di sostegno sociale da parte degli enti territoriali.

Fondamentale è l’individuazione del circuito di accoglienza per questi minori: la comunità, i gruppi appartamento oppure le famiglie affidatarie.

Occorre specificare quali tra i minori siano interessati da questo accordo:

  • coloro che sono inseriti in contesti di criminalità organizzata devono essere soggetti a un provvedimento amministrativo e/o penale da parte del Tribunale per i minorenni;

  • i minori interessati da procedure di volontaria giurisdizione ex artt. 330, 333 e 336 ultimo comma del codice civile nell’ambito dei quali sia stato emesso un provvedimento che incide sulla responsabilità genitoriale disponendo l’allontanamento dei minori dal contesto familiare e/o territoriale di appartenenza;

  • i figli di soggetti indagati/imputati o condannati per i reati di cui all’art. 51 comma 3-bis. c.p.p. allorquando si ravvisano situazioni pregiudizievoli e condizionanti ricollegabili al degradato contesto familiare;

  • i minori in carico al Tribunale per i Minorenni per procedimenti civili scaturiti ex art. 32 comma 4 DPR 448 del 1988 o ai sensi dell’art. 609 decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare legato a dinamiche criminali;

  • i minori e giovani adulti, inseriti nel circuito penale anche in misura alternativa alla detenzione che siano provenienti da nuclei familiari contigui alla criminalità organizzata del territorio;

  • i minori sottoposti a protezione e quelli compresi nelle speciali misure di protezione secondo le previsioni di cui al D.M. 13 maggio 2005 n. 138.

Mafia e informazione in primo piano alla scuola estiva sulla criminalità organizzata


La discussione sulla criminalità organizzata in Italia è più estesa che in Germania, come lo dimostra il fatto che si tengano seminari sull’argomento durante le vacanze del semestre estivo. Mafia? Nein, danke? nel settembre di quest’anno ha partecipato alla Summer School on Organized Crime, organizzata dall’Università degli studi di Milano. Il tema di quest’anno è stato il rapporto tra i media e la mafia, argomento assai importante per il ruolo che il giornalismo riveste nel descrivere la realtà.

Il tema di quest’anno era il rapporto tra mafia e informazione e le persone intervenute – giornalisti, ma anche ricercatori e politici – sono state prevalentemente giornalisti che con le loro inchieste hanno sperimentato cosa significhino l’intimidazione e il rischio per la propria vita e per quella dei propri cari. Alcuni di loro sono stati minacciati, altri isolati, altri ancora hanno raccontato le vicende di loro colleghi che sono stati uccisi; il giornalista che oggi racconta di mafia rischia non tanto la vita, quanto la solitudine e l’emarginazione.

Nel corso della storia italiana la mafia ha ucciso undici giornalisti, di cui sei lavoravano a “L’Ora”, quotidiano con sede a Palermo, ed è proprio a “L’Ora” che nel 1958 un pool di giornalisti pubblica l’inchiesta sulla mafia dal titolo “Quest’uomo è pericoloso”: è la prima volta che il boss Luciano Liggio viene sbattuto in prima pagina e che la mafia ha un nome e cognome.

Studiare la mafia vuol dire studiare la storia d’Italia, e infatti la storia della repubblica italiana ha avuto inizio nel 1947 nello stesso anno in cui è avvenuta la strage di Portella della Ginestra, un chiaro tentativo di impedire l’evoluzione democratica del Paese. Quella strage esprimeva anche la volontà delle mafie di sovrapporsi alla Costituzione formale, che del resto sarebbe stata approvata pochi mesi dopo: in seguito continueranno a perseguire questo obiettivo cercando di modellare il consenso e creando una mitologia su se stesse.

Nel corso della Summer school si è molto riflettuto sull’attenzione posta dai media italiani in merito al tema della criminalità organizzata: se negli anni Sessanta c’era una grande attenzione per il reportage giornalistico e gli approfondimenti del TG1 venivano mandati in prima serata, oggi spesso l’orario della messa in onda è le 23.40.

Quella che i mafiosi interpretano come il superamento di un limite non è altro che la sete di conoscenza propria dei mestieri intellettuali, fondati sul dubbio e sulla ricerca: dopotutto, come è stato notato, la parola scoop significa testualmente “scavare col cucchiaio”. I giornali sono cambiati, da essere scritti per i lettori sono passati al compiacimento degli editori e quindi al conformismo e al silenzio sugli argomenti che potrebbero disturbare qualcuno; un primo cambiamento, un primo allontanamento della stampa dal tema della mafia, era già percepibile negli anni Ottanta, quando i movimenti giovanili antimafia furono prevalentemente sminuiti.

Le fiction suppliscono all’assenza di informazioni che la stampa dà sull’argomento, ma il rischio di banalizzare e di spettacolare la mafia è molto alto se chi guarda le serie televisive non può parallelamente disporre della sufficiente informazione sui temi. Come potrebbe essere altrimenti in un Paese in cui i media parlano così debolmente della trattativa Stato-mafia e del caso Montante*?

L’eccessiva semplificazione riguarda spesso anche i modi in cui si scrive di mafia, perché è facile leggere delle notizie che in realtà sono dei semplici copia e incolla: come è stato affermato con forza nel corso di questa Summer school, l’Italia è fatta di province e di territori ed è ripartendo da questi che può essere ritrovato il senso del mestiere di giornalista.

[*approfondiremo il caso Montante nella prossima Newsletter]

Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

Mafia Foggia – Arresti durante l’operazione di polizia internazionale


Il 16 ottobre 2018 si è svolta nella città italiana di Foggia un’importante operazione di polizia con la quale il giudice istruttore barese, su richiesta della Procura Antimafia, ha disposto la custodia cautelare nei confronti di Giovanni C.. È accusato di essere coinvolto nel quadruplo omicidio del 9 agosto 2017 nei dintorni di Apricenas, che ha causato la morte di un leader della criminalità organizzata locale, del suo autista e di due persone non coinvolte. Il caso ha anche una dimensione internazionale: un altro uomo sospettato di avere avuto un legame con l’omicidio è stato assassinato due mesi dopo ad Amsterdam.

Due mesi dopo l’episodio di Apricena veniva, infatti, ucciso nella capitale olandese Saverio T. che si sospettava potesse aver fatto parte all’omicidio nel foggiano; a confermare i sospetti sono stati le confessioni dell’assassino Carlo M. che ha raccontato nel corso degli interrogatori come l’uomo avesse ammesso più volte di essere coinvolto nel quadruplice omicidio. Visti i collegamenti tra i due, la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e il procuratore Volpe hanno richiesto alle autorità olandesi l’estradizione, e grazie anche alla collaborazione con Eurojust, l’uomo è stato consegnato alla magistratura italiana. Dalle indagini è emerso come l’episodio di agosto fosse avvenuto per ridefinire gli assetti di potere della criminalità organizzata nel Gargano.

La complessa operazione, coordinata tra il Comando Provinciale di Foggia e il Reparto del R.O.S. di Roma, assieme al Comando Provinciale di Bari e alla Compagnia Carabinieri di Barletta, ha un’importanza particolare per diversi motivi: il coordinamento internazionale da parte di Eurojust ha infatti svolto un ruolo chiave nell’organizzazione delle operazioni tra l’Olanda e l’Italia. Inoltre la denuncia da parte dell’uomo che ha ucciso il sospettato ad Amsterdam ha aperto una frattura nel muro di omertà che contraddistingue il territorio e che fa sperare, da parte delle autorità competenti, in un nuovo corso nella lotta alla criminalità organizzata locale.

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

40 anni dalla morte di Peppino Impastato


Un eroe dell’antimafia, che da 40 anni continua a vivere nella memoria, è il giornalista e attivista Giuseppe Impastato, detto Peppino, che fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo. Impastato è uno dei circa due dozzine di giornalisti assassinati dalla mafia per il loro lavoro (il numero esatto è difficile da dare perché gli assassini e i mandanti non sempre sono stati identificati): In Italia, ad esempio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono tra le vittime della mafia per aver svolto ricerche sui rifiuti e sull’esportazione di armi in Somalia. Non è chiaro quale ruolo abbia svolto la mafia nella loro morte violenta. Anche i servizi segreti potrebbero essere responsabili della loro morte, poiché vi era il rischio che il vivace commercio di armi per la Somalia, pagato anche con i fondi per gli aiuti allo sviluppo, venisse reso noto.

Impastato è diventato una figura eroicamente omaggiata degli attivisti antimafia. Aveva fondato una radio, “Radio Aut”, e nel suo programma aveva ripetutamente accusato il boss della mafia locale, Gaetano Badalamenti. Fu soprattutto Badalamenti a decidere che l’Impastato doveva morire.

I responsabili della sua morte la fecero sembrare in un primo momento un suicidio, facendo saltare il suo cadavere con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani: non fu possibile collegare quella linea interrotta dall’esplosione alla scomparsa di Impastato. Del resto in Italia quel giorno le attenzioni erano rivolte prevalentemente al ritrovamento del cadavere del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro e questo portò gli investigatori a pensare in un primo momento che Impastato avesse tentato di piazzare una bomba sulla ferrovia per eseguire un attentato terroristico: come ha raccontato il fratello Giovanni, oltre al dolore della perdita lui e la madre hanno dovuto subire l’umiliazione delle perquisizioni nella loro abitazione (furono perquisite anche le case della zia e degli amici).

Solo la determinazione della madre Felicia e del fratello ha permesso loro di non rendere sterile quella sofferenza e di fare luce sulla scomparsa di Peppino, per quanto i veri e propri risultati in tal senso siano stati ottenuti dopo circa vent’anni: solo nel 1996 l’inchiesta sul caso Impastato fu riaperta, in seguito alle affermazioni del pentito Salvatore Palazzolo che indicò come mandanti dell’omicidio Badalamenti e Vito Palazzolo; era stata proprio la famiglia Impastato a chiedere la riapertura del caso.

Il giorno della sua morte, a Cinisi si tenne la prima manifestazione di piazza contro la mafia a cui parteciparono migliaia di giovani e quest’anno numerose iniziative lo hanno ricordato. A Cinisi è stato organizzato un presidio presso il casolare dove Impastato è stato ucciso; a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è stato ricordato un Peppino a tutto tondo tramite fotografie, spettacoli teatrali, concerti e convegni sul lavoro. Impastato non si occupò solo di mafia ma anche di altri temi tra cui la politica – si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria – con una speciale attenzione verso il tema dell’ecologia e dell’emancipazione femminile.

Nel programma “Onda pazza” faceva satira su mafiosi e politici e con ironia Cinisi veniva trasformata in Mafiopoli, il corso Umberto I in corso Luciano Liggio (boss di Cosa Nostra).

Gaetano Badalamanenti veniva appellato invece come “Tano Seduto” ed è nella sua casa confiscata che “Radio Cento Passi” va in onda dal 2014. Esiste già dal 2010 come web radio, ideata dagli amici di Impastato, e trasmette anche fuori dalla Sicilia.

Qui il link per ascoltare in streaming la radio

Sentenza storica sulla trattativa Stato-mafia


Il 20 aprile la Corte di Assise di Palermo ha emesso una sentenza decisiva sulle presunte trattative avvenute nel corso degli anni Novanta in Italia tra politici e mafiosi. Il processo, che è durato cinque anni e sei mesi, ha determinato una pena compresa tra gli otto e i ventotto anni di carcere prevista per mafiosi e uomini delle istituzioni. Il reato di cui sono stati ritenuti colpevoli è violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art. 338 cp): nel concreto sono accusati di aver minacciato il governo di rispondere con altre bombe e stragi a un eventuale proseguimento dell’offensiva antimafia dell’esecutivo.

La sentenza ha visto coinvolti nomi noti: ha stabilito una pena di otto anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e per Massimo Ciancimino, quest’ultimo accusato di concorso in associazione mafiosa e calunnia dell’ex capo della polizia De Gennaro, al quale dovrà risarcire i danni. Ammontano a ventotto gli anni di reclusione previsti per il cognato di Totò Riina, il boss Leoluca Bagarella; dodici anni invece al medico fedele di Riina, Antonino Cinà; le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca sono state prescritte e due ministri imputati, Nicola Mancino e Calogero Mannino, sono stati invece assolti. Gli ex vertici del Ros, Mario Mori e Antonio Subranni, sono stati condannati a dodici anni, ma sono stati assolti invece per quanto riguarda il periodo successivo al 1993.

Più complesso il discorso riguardo l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannato a dodici anni per lo stesso reato. Già nella sentenza della Cassazione del 2012 si affermavano i suoi contatti con Cosa nostra nel periodo dagli anni Settanta al 1992: nel 1974 organizzò un incontro tra Berlusconi e i vertici di Cosa nostra (all’epoca i boss Bontade e Teresi), cui seguì l’accordo che prevedeva la protezione della famiglia di Berlusconi in cambio del pagamento periodico di cospicue somme di denaro con il tramite di Dell’Utri. Questi nel 1983 tornò alle dipendenze di Berlusconi e vi rimase fino al 1992, quando pareva fossero terminati i pagamenti di Berlusconi a Cosa nostra. La nuova sentenza definisce però un’ulteriore solidità di questi rapporti, come ha sottolineato il pm  titolare dell’inchiesta Nino Di Matteo (qui un link di approfondimento), e stabilisce che non ci sono state interruzioni di questo rapporto, anzi, dal 1993 era continuato anche durante il  governo Berlusconi. Mori, Subranni, De Donno, Dell’Utri e i boss Nino Cinà e Leoluca Bagarella dovranno anche risarcire 10 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio costituitasi parte civile.

Molti hanno espresso soddisfazione per la sentenza, tra cui anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, pur essendo critico rispetto all’assoluzione di Mancino e consapevole che ci sono ancora ulteriori risultati da perseguire. Uno di questi riguarda il ruolo dei politici che, escludendo la condanna a Dell’Utri, non è stato esaminato fino in fondo.