“Bisogna seguire il denaro”


Uno dei più grandi processi di mafia in Germania si è appena concluso a Costanza. In un’intervista, il Procuratore Generale Joachim Speiermann spiega i retroscena del processo e perché la frase “Mafia? Non ci interessa” è stata ripetuta spesso.

Dott. Speiermann, lei ha recentemente concluso uno dei più grandi processi contro la mafia in Germania e – per dirla senza mezzi termini – quasi nessuno se n’è accorto. Come la fa sentire questo?

Naturalmente questo è dovuto anche al fatto che stiamo vivendo al tempo del Coronavirus. Ecco spiegato perché gli ultimi giorni del processo non sono stati così frequentati. In generale, dopo 100 giorni di procedimento, l’interesse diminuisce notevolmente.

Il presidente del tribunale ha parlato di un “processo mafioso che non era un processo mafioso” e ha anche detto che non gli interessava se qualcuno degli imputati potesse appartenere alla mafia perché secondo la legge tedesca non è rilevante. Questo significa che la giustizia tedesca è cieca nei confronti della questione mafiosa?

Non voglio dirlo in modo così diretto, ma sono stato anch’io un po’ sorpreso da questa affermazione. Il procedimento è iniziato grazie all’arrivo di un’informazione della “Drug Enforcement Administration”, l’agenzia americana antidroga, rivolta agli inquirenti italiani. Siamo stati informati dei fatti perché alcune persone coinvolte vivevano nel nostro distretto. Nel corso delle indagini, abbiamo ottenuto prove evidenti che questo procedimento aveva dei legami mafiosi. Ciò è stato poi confermato durante il processo anche dalle dichiarazioni dei testimoni. Certo, in Germania non possiamo determinare in dettaglio chi è un mafioso e chi no, ma un così grande traffico di sostante stupefacenti è possibile comprenderlo a fondo solo se si indagano anche le persone coinvolte. E mi ha deluso in una certa misura il fatto che questo non sia successo – non si può lavorare solo su una base puramente orientata al reato. A maggior ragione per la sentenza fa la differenza se sullo sfondo c’è un gruppo mafioso o meno. Questo il tribunale avrebbe dovuto metterlo in chiaro. Rivelatrice fu la frase pronunciata dal Presidente all’investigatore capo:  “Per favore, rimanga in superficie”, disse il giudice. Sembrava che il non volesse fargli fare un rapporto dettagliato.

Inoltre, durante il lungo dibattimento è stata purtroppo ripetuta più volte la frase “la mafia, non ci interessa”.

 Come se lo spiega?

Questa è in genere la tendenza dei tribunali. È più facile rimanere in superficie. È più semplice condannare solo chi confessa e solo quando ciò diventa difficile si va in profondità. Questo processo non è stato facile sin d’all’inizio, con circa 20 avvocati che attaccavano da tutte le parti. Mi sarebbe piaciuto vedere evidenziate le relazioni con l’Italia. Tuttavia, il tribunale ha preferito giudicare solo le operazioni di droga effettuate in Germania e non i reati commessi all’estero, come una rapina di una gioielleria che era prevista a Verona, impedita appunto per via delle indagini.

Purtroppo, nessun poliziotto italiano è stato convocato e sentito come testimone, nonostante anche in Italia le indagini fossero in corso.

Lei ha detto che le persone dietro questi traffici di droga in Italia provenivano dall’ambiente della mafia. Fa differenza per lei sapere di avere davanti a sé in tribunale persone con tali contatti?

Certo, per la sentenza c’è una differenza fondamentale. Che si tratti di un singolo delinquente, di atti spontanei o di criminalità organizzata. Se poi ci sono riferimenti alla ‘ndrangheta calabrese o a Cosa Nostra siciliana, allora questo è un punto cruciale.

E lei come la vive personalmente? Loro non sono delle persone per bene e sappiamo che le organizzazioni mafiose hanno sulla coscienza molti giudici e procuratori che hanno fatto il loro lavoro.

Quando  il gruppo in Germania era in difficoltà con le vendite e i guadagni, abbiamo ascoltato una conversazione telefonica durante il processo dove si diceva che avrebbero chiesto il parere della Cupola di Palermo, la centrale organizzativa di Cosa Nostra.

Ma non ha mai pensato a persone come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, assassinati a causa della loro lotta alla mafia?

No, questo no. Sicuramente sono consapevole di questi avvenimenti e ne sono impressionato. So quanto gli italiani rispettino questi colleghi. Chiunque lavori contro la mafia in Italia lavora in condizioni molto diverse da quelle che abbiamo qui, anche attualmente, dicono i colleghi italiani.

Come ha vissuto l’esperienza con la polizia tedesca? A volte si sente dire che non vogliano agire contro la mafia.

Al contrario, il team qui è stato probabilmente la chiave del successo. Avevamo un ottimo agente di polizia, un commissario capo che era il referente per la criminalità organizzata italiana presso la Landeskriminalamt (l’Ufficio della Polizia Criminale Locale)) e che aveva contatti incredibilmente buoni in Italia. Lo abbiamo portato a bordo e ha stabilito un contatto diretto con gli investigatori a Palermo. In questo modo sono entrato in contatto con il procuratore responsabile. È stato allora che ci siamo incontrati e abbiamo avuto modo di conoscerci. Solo così la procedura ha potuto funzionare bene. Abbiamo poi concordato uno scambio diretto di informazioni tra le forze di polizia in una fase iniziale. Questo ci ha risparmiato l’ingombrante percorso attraverso l’Interpol o il canale della polizia. L’utilizzo si è poi naturalmente svolto correttamente nell’ambito dell’assistenza giudiziaria. C’erano due procedure, le cosiddette procedure a specchio: la mia in Germania e quella del mio collega in Italia. I rispettivi risultati sono stati scambiati tempestivamente e c’è sempre stato un coordinamento.

Questo modo di procedere porta con sé anche problemi?

Questa procedura può già servire da modello. Tuttavia, richiede persone giuste e motivate da parte della polizia. Se ci sono obiezioni fin dall’inizio, allora non funziona. Qui abbiamo una sede della polizia relativamente piccola, quella di Rottweil, che però ha già portato avanti con successo alcuni procedimenti relativamente grandi. Non credo che ci siano stati procedimenti simili, almeno non qui nel Baden-Württemberg. Fondamentalmente, tali procedure dovrebbero essere localizzate presso la LKA. Al termine delle indagini, l’allora capo della sede centrale della polizia di Rottweil ha presentato il lavoro della sua squadra al Bundeskriminalamt (l’Ufficio Federale della Polizia Criminale) in una conferenza. Erano sorpresi, e il messaggio pervenuto era che al BKA non sarebbero stati in grado di farlo. Ma la stessa BKA non è mai stata coinvolta e neanche la LKA, ad eccezione di questo unico ufficiale di polizia. Le indagini si sono poi estese all’area di Stoccarda e Münster. In quest’ultimo caso il procedimento ha funzionato anche molto bene. A Münster abbiamo già avuto alcune condanne definitive. Il procedimento a Stoccarda, invece, è stato ripreso qualche tempo fa. Per quanto ne so, finora non sono state mosse accuse.

Ho letto che sono stati confiscati sei milioni di euro.

In Germania affrontiamo i procedimenti in modo diverso rispetto all’Italia. Naturalmente cerchiamo anche qui in Germania di confiscare i beni. Abbiamo fatto richieste di informazioni bancarie e tutto il resto, ma purtroppo non siamo stati in grado di identificare e confiscare tanti beni. Questo è anche un vantaggio di una procedura speculare tedesco-italiana: gli italiani hanno poi sequestrato provvisoriamente sei appartamenti e proprietà a titolo di sequestro preventivo.

Che cosa significa sequestro preventivo?

Se l’accusato non è in grado di spiegare la provenienza del capitale investito o la provenienza è dubbia, non comprensibile, allora in Italia i beni possono essere sequestrati. Se qualcuno paga pochissime tasse e possiede però dei beni, gli italiani sono relativamente veloci con il sequestro preventivo. L’imputato deve poi dimostrarne la vera origine. Se non può farlo, i beni possono essere confiscati. È stato così anche in questo caso. L’idea di fondo di questo procedimento è che il capitale possa poi essere utilizzato per altri reati.

E questo non è possibile secondo la legge tedesca?

Sì, questa idea sta cominciando a prendere piede anche nel diritto tedesco. Anche qui in questo caso, – anche se il procedimento viene archiviato o se qualcuno viene assolto – i beni sequestrati possono essere confiscati se si è convinti che non sono stati acquisiti legalmente. Ai sensi dell’articolo 76a del Codice penale tedesco, ciò è ora possibile. Si tratta di una questione di valutazione delle prove, e noi ora abbiamo lo strumento per farlo.

Quale lezione ha tratto da questo procedimento?

Il lato positivo per me e per la squadra, per la polizia, è che ho imparato che l’azione congiunta funziona anche al di là delle frontiere se sono coinvolte le persone giuste e se le persone sono motivate. Questa è stata la cosa gratificante. La lunga durata del procedimento logora; ci sono stati più di 100 giorni di procedimento, e la questione se in termini di costi ciò sia giustificato è oggetto di dibattito. In conclusione, però, devo dire che degli undici imputati, sono stati tutti condannati; questo mi rende felice. L’ammontare della pena è a discrezione del tribunale; non mi ha pienamente convinto. Ma è stato un successo.

In Germania siamo ben posizionati per affrontare il problema della criminalità organizzata transnazionale?

In primo luogo, abbiamo bisogno di agenti di polizia motivati e di procuratori motivati. Questa è la cosa più importante. Se si incomincia un procedimento con riserve, non si va molto lontano. A volte bisogna essere un po’ coraggiosi, provare nuovi approcci, e poi la cosa funziona. Non ho una visione d’insieme precisa del numero di procedimenti ma rimango pensieroso quando vedo l’esiguo numero di procedimenti che vengono condotti in questo settore in Germania. Soprattutto perché si dice sempre che in Germania ci sono diverse centinaia di mafiosi. E nel nostro caso non abbiamo nemmeno stabilito che si trattavano di mafiosi.

Come ha motivato i suoi agenti di polizia? La procura può contribuire a questo?

Certo. Ma abbiamo anche avuto due o tre casi importanti in passato. Siamo stati fortunati ad avere ufficiali davvero motivati a Rottweil.

Come ha vissuto gli imputati nel processo? Come uomini in abito nero e occhiali da sole come nei film di mafia?

No! Sono stati più rispettosi con me che con gli avvocati della difesa. Uno degli imputati era un po’ egocentrico, ma erano imputati normali, come li si vede sempre.

Crede che questa procedura verrà notata dall’altra parte? Si dice che tra il pubblico ci fosse un mafioso condannato.

Fino a che punto ci sia interesse, non lo posso giudicare, non lo so. Ma sono sicuro che saranno interessati all’esito del processo.

Si può presumere che questo processo faccia parte di quello, che viene dichiarato “War on Drugs”. Ma questa guerra alla droga non mi sembra molto efficace, stiamo assistendo a un’inondazione di cocaina in Europa.

Non penso alla liberalizzazione, semplicemente per motivi di salute. Si può vedere, soprattutto tra i giovani, quali conseguenze può avere anche la droga leggera come la marijuana. In alcuni casi, questa droga causa terribili psicosi. Ma ammetto che attualmente c’è sul mercato molta droga, questa è una lotta contro i mulini a vento.

Come si potrebbe rendere questa lotta più efficace?

Bisogna seguire la strada che stanno percorrendo gli italiani, bisogna seguire la strada del denaro. Questo non accade abbastanza in Germania. Nel 2017 alcune leggi sono state modificate, resta da vedere se saranno effettivamente attuate. Gli strumenti ci sono, ma dobbiamo anche usarli. E questo comporta un sacco di lavoro. C’è bisogno di procuratori motivati e ci vuole molto tempo. E anche noi della procura siamo misurati in base alle statistiche. Una procedura così di criminalità organizzata (CO) richiede molto tempo e personale. Nel mio processo, per esempio, solo il processo principale ha comportato 100 incontri con due persone del mio dipartimento. Purtroppo, non abbiamo avuto personale aggiuntivo per il procedimento. Secondo il sistema di calcolo del fabbisogno di personale (Pebb§y), tale procedura ci viene addebitata con 2000 minuti – ciò è ovviamente un valore medio! Molte procedure semplici come il furto in un negozio porta più personale e questo spiega forse anche le poche procedure nei confronti della criminalità organizzata.

E ora è finito tutto?

Abbiamo presentato ricorso contro le ultime due sentenze e siamo in attesa delle motivazioni scritte. La Camera ha ora circa 6 mesi di tempo per redigere le motivazioni del verdetto. Lo esamineremo poi in termini di diritto di appello per vedere se ci sono errori nella sentenza o nella valutazione delle prove.

Ci sono stati contatti tra lei e gli imputati in seguito?

In parte ho anche ricevuto un feedback positivo là dove non me lo sarei mai aspettato. Un imputato calabrese mi ha salutato personalmente. Mi ha ringraziato per la correttezza e mi ha detto che se dovessi fare una vacanza in Calabria, potrei andare a trovare la famiglia. Che naturalmente ho rifiutato. Gli imputati sono stati davvero più rispettosi che gli avvocati della difesa. Gli avvocati della difesa sono stati il problema maggiore del processo, è stata una delle loro strategie logorare il tribunale che è in parte riuscita.

Se si parla di avvocati difensori, c’era un avvocato difensore la cui prima frase nel processo poteva essere intesa fondamentalmente come una minaccia per i testimoni. Per riassumere, ha detto: “Chi tiene la bocca chiusa vivrà fino a 100 anni”.

Naturalmente questo può essere inteso in questo modo, nel caso di questo avvocato, non so se ha capito veramente quello che diceva. Forse voleva solo mettersi in mostra. Che fosse davvero una minaccia, devo lasciarlo in sospeso. Ma il fatto è che all’inizio c’era un silenzio di ferro.

Ha avuto la sensazione di avere abbastanza conoscenza della criminalità organizzata italiana?

Devo dire onestamente che ho imparato molto in questo processo. È stato il mio primo grande caso di narcotraffico legato alla mafia. No, ero relativamente nuovo al tema e ne sono stato coinvolto solo quando ho preso contatti in Italia e l’indagine riguardava l’argomento mafia.

Vede la necessità d’azione, ad esempio in termini politici? I procuratori devono essere formati?

Sì, soprattutto per l’aspetto transnazionale del lavoro. Siamo ora agli inizi con la procura europea e c’è Eurojust come organo europeo di coordinamento delle indagini. Ma un’adeguata formazione e conferenze sull’argomento sarebbero certamente utili, dove verrebbero inviati giovani colleghi. La procedura JIT (Justice Investigation Team) con squadre investigative in due o più paesi europei è uno strumento importante. Nel nostro ufficio ci sono stati anche due procedimenti di questo tipo. L’assistenza legale è a volte molto, molto formale e richiede molto tempo, il che scoraggia molti colleghi, i quali dicono: “Oh, l’assistenza legale è difficile”. Questo è il motivo principale per la paura verso i paesi stranieri tra i colleghi. Il JIT semplifica tutto questo.

Ho notato nei colloqui con i procuratori italiani che loro sanno molto di più sulle strutture criminali. Perché è così?

Fondamentalmente, in Germania è molto più facile arrestare un delinquente con 5 chili di droga che andare in profondità e identificare le strutture. Le indagini strutturali richiedono tempo e noi siamo giudicati in base al numero di casi. Per questo motivo in Germania sono troppo pochi gli sviluppi di questo tipo.

Quante volte si è dovuto recare in Italia per questa indagine?

Sono stato in Sicilia tre volte. L’ospitalità dei colleghi è stata un arricchimento personale. Considerando inoltre come lavorano i poliziotti italiani, in quali condizioni e per quanto poco denaro, i nostri poliziotti tedeschi lo hanno potuto constatare e vedere in confronto quanto bene stanno qui. Inoltre, impariamo l’uno dall’altro: gli investigatori italiani, ad esempio, guardano molto più da vicino i profitti del commercio criminale di quanto non facciamo noi in Germania. Nel nostro procedimento sono stati sequestrati sei milioni di euro, la maggior parte dei quali in Italia.

Qual è il fascino speciale delle indagini nel settore della droga e della mafia?

Si ha un contatto molto diretto con la polizia, il che salda insieme. Ed è emozionante, e si può vedere cosa succede grazie alle misure di sorveglianza delle telecomunicazioni. Questo è molto, molto interessante.

Ha ancora contatti con l’Italia?

Ora vado in pensione; quattro poliziotti volevano venire per la mia festa di addio. Ma a causa del Corona non è stato possibile. Sono ancora in contatto con loro e se una volta andrò in Sicilia, farò sicuramente visita ai colleghi.

Guarda ancora i film di mafia?

(ride) Raramente. Non guardo neanche  “Tatort” una serie poliziesca molto conosciuta in Germania. Questo ha poco a che fare con la realtà.

SULLA PERSONA

Il Dr. Joachim Speiermann è nato a Rendsburg (Schleswig-Holstein) e sposato, è entrato nella magistratura nel 1986 ed è stato giudice in diversi tribunali fino al 2002: il Tribunale locale, la Grande Camera Penale e alla corte dei periti laici di Costanza e Singen. Dal 1993 al 1996 è stato giudice aggiunto all’Università di Costanza. Nel 2002 è entrato a far parte della Procura di Costanza, prima come capo di un dipartimento generale e dal 2014 come vicecapo delle autorità e capo del dipartimento criminalità organizzata e narcotici.

Quest’articolo è stato pubblicato in una versione più breve su Cicero Online – Magazin für politische Kultur.
La foto mostra Il PM Joachim Speiermann (sulla destra) e i poliziotti Wolfgang Rahm, LKA Stuttgart e Thomas Flaig e Thomas Hechinger, Polizeidirektion Rottweil, a Palermo.

Perché la ‘ndrangheta è un problema anche per la Germania


Nel numero 31 del 1977 la rivista Der Spiegel si faceva beffa dell’Italia mettendo in copertina un piatto di spaghetti “conditi” con una pistola. Quasi 45 anni dopo il problema della criminalità organizzata è diventato globale ma molti tedeschi fanno ancora finta di non vedere. Ecco come la ‘ndrangheta ha conquistato la Germania.

“E tu ricordati una cosa. Il mondo si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà”.

In queste parole, tratte da un’intercettazione tra due affiliati di ‘ndrangheta, traspare la volontà di conquista dell’associazione di stampo mafioso attualmente più attiva e pericolosa in Europa. Una conquista lenta ma inesorabile, iniziata nel lontano secondo dopoguerra sfruttando gli strumenti legali di scambio di manodopera tra la Repubblica Federale Tedesca e l’Italia. La ‘ndrangheta ha di fatto avviato una conquista a “macchia di leopardo”, dettata in un primo momento dai flussi migratori e, solo in seguito, richiamata da interessi economici. L’espansione mafiosa in Germania ha pertanto una lunga storia che affonda le proprie radici nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Nonostante questo, però, l’attenzione dell’opinione pubblica e gli studi sul fenomeno sono molto più recenti. Le organizzazioni mafiose italiane all’estero tendono a muoversi con cautela, facendo il meno rumore possibile e restando lontane dagli occhi indiscreti del pubblico. Questo “mimetismo” rende alquanto complesso il lavoro di chi studia il fenomeno e ancora più difficile è sensibilizzare la società civile riguardo la presenza di un’organizzazione che viene da molti ritenuta inesistente e che di fatto è invisibile ai più, perché lavora nel buio e nel silenzio, sfruttando l’impreparazione dei paesi in cui si inserisce.

La caduta del muro: nuove opportunità per i mafiosi

Ad aprire un altro capitolo fondamentale nella storia dell’espansione delle organizzazioni mafiose italiane fu la caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. Questo evento, con la conseguente riunificazione della Germania Est alla Germania Ovest, aprì una nuova frontiera e dei nuovi spazi alla conquista per le mafie italiane in Europa. Le mafie ebbero un ruolo fondamentale nell’avvio di attività imprenditoriali nell’Est del paese, essenzialmente per un motivo: erano in possesso di molto denaro liquido ottenuto grazie ai traffici di sostanze stupefacenti e alle attività avviate nell’Ovest della Germania. In questo quadro di espansione è possibile notare una prima grande differenza rispetto al primo flusso che ha portato i mafiosi nelle regioni occidentali della Germania: l’associazione calabrese aveva già una base logistica nel paese, aveva attivato la sua egemonia sul traffico di stupefacenti grazie ad una fitta rete di avamposti ed era pronta ad investire il proprio denaro in un territorio ancora vergine. L’espansione casuale che aveva caratterizzato la prima parte della conquista mafiosa viene sostituita da una più oculata strategia di conquista.

Strutture e gerarchie: i dettami della “madrepatria”

“La ‘ndrangheta esiste, ed ha determinate caratteristiche, non perché i suoi appartenenti rispettano determinate regole, ma perché quei soggetti si riconoscono in un sistema mafioso, in cui il termine ‘ndrangheta diviene un brand criminale conosciuto nel mondo, in cui non sei libero di fare quello che vuoi: se non ti comporti da ‘ndranghetista c’è qualcuno che ti richiama all’ordine”.

Così il procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo durante una conferenza antimafia organizzata da mafianeindanke nel 2017 in collaborazione con l’ambasciata d’Italia a Berlino. Se Cosa nostra – associazione di stampo mafioso proveniente dalla Sicilia – all’estero tende a plasmarsi in base al territorio in cui si trova e a separarsi dalla regione d’origine, la ‘ndrangheta fa esattamente l’opposto: le famiglie all’estero sono e rimangono sempre parte integrante della famiglia in Calabria. Tutti gli spostamenti, gli investimenti e le azioni che vengono svolte nel paese estero vengono concordate con la madrepatria e da questa dipendono, come d’altronde dimostra la faida di San Luca che, generatasi in Calabria, vede la scia di sangue protrarsi anche in Germania con la “Strage di Duisburg”. Sono quindi due i principali obiettivi della ‘ndrangheta in Germania: il primo riguarda il traffico internazionale di stupefacenti lungo la “rotta atlantica”, che parte dai paesi del Sud America per poi arrivare in Europa attraverso i porti di Rotterdam, Anversa, Amsterdam e Amburgo; il secondo è il riciclaggio del denaro sporco attraverso investimenti principalmente nel settore della ristorazione, della distribuzione di alimentari e dell’edilizia. Il Pubblico Ministero Lombardo spiega:

“Ci sono alcune famiglie che hanno un peso criminale enormemente superiore a tutte le altre. Sono quelle di più alto rango le famiglie che decidono le strategie: non per questo possono banalmente essere considerate il vertice della ‘ndrangheta. Cioè la struttura criminale non dipende solo da loro, anche se è fortemente influenzata da esse” continua Lombardo: “la struttura verticale di tipo verticistico potrebbe far pensare che oggi la ‘ndrangheta ha una cellula di comando, un capo, che ne determina l’esistenza. Non è banalmente così. La ‘ndrangheta è dotata di una filiera di comando molto sofisticata. I mandamenti principali, quelli storici, da cui dipendono anche le articolazioni estere, sono tre: Ionico, quello di San Luca, la “mamma”; Tirrenico, quello di Palmi, Gioia Tauro e Rosarno; Centro, quello della città di Reggio Calabria. Immaginate queste tre zone della Calabria: è da qui che partono gli ordini che devono essere eseguiti dalle articolazioni di ‘ndrangheta nel mondo. Quindi, per quelle che sono le attuali conoscenze, il livello mandamentale è quello propriamente operativo”.

La Germania come terreno fertile

La ‘ndrangheta è nota più delle altre organizzazioni mafiose per la sua sete di conquista, che la porta prima nelle regioni del Nord Italia e poi in Germania. Utilizza gli stessi meccanismi di penetrazione e la stessa mentalità, non snaturando la propria indole di organizzazione familiare che si regge sui legami di sangue anche al di fuori della Calabria.

“Il problema vero ruota attorno alla conoscenza del fenomeno, il concetto di criminalità organizzata: dovremmo parlare di un linguaggio comune, soprattutto a livello europeo, ma così non è. Il fenomeno criminale di tipo mafioso nel sistema italiano è estremamente evoluto e complicato da spiegare, è un sistema che, purtroppo, ha affinato le sue strategie attraverso passaggi difficili e significativi legati a stragi, omicidi, attacchi di tipo militare che lo Stato italiano ha subito per molto tempo” spiega il PM Lombardo.

In Germania, come noto, non esiste il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. La ‘ndrangheta ha sfruttato le debolezze della legislazione tedesca, muovendosi indisturbata nel tessuto sociale ed economico tedesco. Se qualcosa non cambierà alla svelta, l’organizzazione calabrese potrà trarne grande beneficio ed espandersi ulteriormente. Inquietano anche le mancanze relative al sequestro e la confisca dei beni: se un mafioso riesce a convivere con la prospettiva del carcere o della latitanza, colpire la sua ricchezza e il suo potere significa renderlo inerme e questo indubbiamente lo spaventa.

Da Stige al JIT Pollino: prospettive per il futuro

“Bisogna dire con chiarezza che le mafie sono tali non solo quando commettono delitti eclatanti, quando acquisiscono la gestione ed il controllo di attività economiche; le mafie non sono solo quelle che realizzano profitti o vantaggi ingiusti. Oggi è mafioso ogni comportamento che interferisce in profondità sulla vita di ognuno di noi. La mafia del Terzo millennio è questa e non si riconosce sempre ad occhio nudo. Non tutto è mafia, ma quello che è mafia oggi noi, tutti insieme, in Italia ed all’estero, dobbiamo essere in grado di capirlo subito, senza fare inutili giri di parole”.

L’opinione di Lombardo apre a nuove considerazioni: l’attività investigativa antimafia in Europa e in Germania sta facendo degli importanti passi avanti. Vanno ricordate soprattutto l’Operazione Stige di fine 2016 che ha portato all’arresto di un gran numero di persone tra Italia e Germania e l’Operazione Pollino che ha visto per la prima volta la creazione di un “Joint Investigation Team”, una squadra investigativa comune tra le forze di polizia di Italia, Germania e Paesi Bassi (di cui via abbiamo raccontato qui). C’è inoltre l’esempio positivo di Berlino che sta cominciando a utilizzare lo strumento di sequestro dei beni nei confronti della Clan-Kriminalität (qui il nostro approfondimento).

Riconoscere le mafie, soprattutto per un tedesco, è molto difficile. È un fenomeno che è ancora circondato da un’aura di mistero dettata dal mito del “Padrino” e dal folklore. Questo fenomeno va studiato a fondo e conosciuto in Germania così come in tutta Europa: solo in questo modo riusciremo a contrastare con efficacia la criminalità organizzata.

L’ufficio federale della polizia criminale tedesco e il ministro Seehofer presentano il rapporto sulla criminalità organizzata


Purtroppo, i dati pubblicati recentemente dall’ufficio federale BKA e dal Ministero federale dell’Interno Seehofer nel rapporto denominato „Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata“ („Bundesleitbild Organisierte Kriminalität“) hanno ben pochi lati positivi. Il numero di procedimenti contro la criminalità organizzata – che di per sé è un settore molto ampio e non comprende solo gruppi mafiosi con una struttura complessa – è sceso da 572 a 535, rispetto all’anno precedente.
Considerando che il tema della lotta alla criminalità organizzata ha ricevuto maggiore attenzione da quando è stata „scoperta“ la presenza delle organizzazioni criminali dei cosiddetti clan, questo declino è ancora più allarmante. Ma non è tutto. Le cifre dimostrano più volte che la lotta contro la criminalità organizzata in Germania non è una priorità.

1.Fino a 1000 membri della ‘ndrangheta in Germania ma indagini contro solo 124 persone

Grazie al gruppo parlamentare dei Verdi del Bundestag, il governo federale deve contare e monitorare i membri delle organizzazioni mafiose in Germania ogni anno. Nel maggio di quest’anno, il governo ha riferito che il “il numero effettivo di membri da attribuire alla ‘ndrangheta è stimato tra 800 e 1.000”.
Ora apprendiamo che l’anno scorso ci sono state in totale 13 indagini contro membri della criminalità organizzata italiana, cioè contro tutti i gruppi (oltre alla ‘ndrangheta anche la Cosa Nostra, la Camorra ed altri). Si tratta di un caso in meno rispetto all’anno scorso ed il fatto che 124 membri della ‘ndrangheta siano stati indagati parla da sé. In parole povere, questo significa che nove mafiosi su dieci rimangono indisturbati in Germania, nove membri su dieci di organizzazioni criminali possono fare i loro affari serenamente e con le altre organizzazioni (Camorra, Cosa Nostra eccetera) la situazione è la stessa. L’inadeguatezza dell’azione statale nel campo della criminalità organizzata è dimostrata anche dalla somma dei beni sottratti.

2. Miliardi di euro di entrate rimangono ai criminali

I danni causati da attività criminali in Germania sono stimati in 691 milioni di euro. I proventi da attività criminali sono stimati in 675 milioni di euro. È stato sequestrato un importo provvisorio di 72 milioni di euro. Dando queste cifre per scontate (anche se sono certamente troppo basse), ciò significa che più di 600 milioni di proventi di reato rimarranno ai gangster. Oppure, in altre parole, vale la pena essere un criminale in Germania!
Perché ci sono dubbi sul livello dei proventi di attività criminali? Se si calcola quali sarebbero stati i proventi se le droghe confiscate fossero state vendute, si devono ipotizzare miliardi di entrate e a questa cifra si aggiungono altre attività criminali. Poi c’è un altro punto che viene regolarmente dimenticato durante questa esposizione annuale dell’ordine di sicurezza della Repubblica Federale Tedesca: i gruppi della criminalità organizzata non sono attivi soltanto nell’illegalità, ma utilizzano anche il mercato legale della Repubblica federale per le loro attività, che dunque sono legali e che, per questo, è difficile stimare. Ignorarle completamente dimostra una visione poco lungimirante riguardo la criminalità organizzata.

3. Abbiamo finalmente bisogno di una nuova edizione del rapporto periodico di sicurezza

L’Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata si basa su indagini che sono state effettuate. È una dichiarazione banale, ma con conseguenze di vasta portata. Ciò che non compare in un procedimento di indagine o in cui il procedimento di indagine preliminare non viene trasformato in un procedimento di indagine formale, non si trova nel rapporto. Considerando la crescente pressione per indagini completate con successo e la diminuzione delle risorse per le indagini strutturali (in cui non si tratta di identificare i colpevoli, ma di chiarire le strutture criminali), nonché la frequente mancanza di personale nelle forze di polizia dei Länder, è ovvio che il rapporto sulla criminalità organizzata non può mostrare un quadro reale della situazione nel paese ma riflette solo le attività delle forze di polizia. Il rapporto non mostra qual è la situazione della criminalità organizzata in Germania. Mostra solo ciò che si sta facendo contro la criminalità organizzata. Questa è una grande differenza!
Mafianeindanke ha chiesto al ministro federale dell’Interno Seehofer all’inizio di giugno di commissionare finalmente il Rapporto periodico di sicurezza („Periodischer Sicherheitsbericht“), che spiega scientificamente lo stato di sicurezza della Germania ma non ha dato una data esatta. Inoltre un ulteriore elemento di debolezza del Periodischer Sicherheitsbericht sta nel fatto che la BKA non può basare le proprie analisi su dati ulteriori rispetto a quelli derivanti dalle indagini svolte, al contrario di semplici ricercatori scientifici che invece possono attingere da più e diverse fonti.

Nemmeno un salto dal balcone mezzo nudo salva Francesco R.


Qualche tempo fa abbiamo riportato qui la storia di un mafioso proprietario di ristoranti in Assia, che ha organizzato lo spaccio di droga in tutto il mondo, Francesco R… Quell’uomo era latitante, ma ora è stato catturato. I carabinieri italiani di Messina e Catanzaro in Sicilia lo avevano già individuato da qualche giorno. Ieri è stato arrestato. R. ha cercato di fuggire saltando dal balcone, ma il suo tentativo è stato invano. Ora è in custodia delle forze dell’ordine. Ciò che colpisce della storia di R. è che mentre in Germania si parlava sempre e solo di commercio di cocaina, R. è stato chiaramente riconosciuto in Italia come mafioso nei fascicoli di indagine. Questo è un altro esempio di come la mafia raramente appaia nelle statistiche criminali in Germania, principalmente a causa dell’assenza del reato di associazione mafiosa all’interno dell’ordinamento giuridico tedesco, secondo il quale la mafia non è di fatto punibile.

La prospettiva tedesca a 12 anni dalla strage di Duisburg


Esattamente 12 anni fa, il 15 agosto del 2007, la strage di Duisburg scuoteva la Germania e accendeva i riflettori sulla ‘ndrangheta, organizzazione criminale fino a quel momento particolarmente silenziosa al di fuori dei propri territori di origine.

La notte di ferragosto del 2007 a perdere la vita furono sei uomini dell’età compresa tra i 16 e i 39 anni, tutti originari della provincia di Reggio Calabria, eccezion fatta per Tommaso Venturi, originario di Corigliano Calabro e che proprio quel giorno compiva 18 anni. Le vittime furono colpite da due killer all’uscita dal ristorante italiano ‘’Da Bruno’’, dove avevano trascorso la serata per festeggiare il compleanno dell’amico. Il rinomato ristorante della cittadina situata nel Nordreno-Vestfalia era già noto alle forze dell’ordine italiane e tedesche come luogo di riciclaggio di denaro sporco. I killer, per accertarsi del successo dell’agguato, freddarono ciascuna delle proprie vittime con un colpo finale alla testa. Negli indumenti del festeggiato venne ritrovata l’immagine bruciata di San Michele Arcangelo, segno di una possibile affiliazione al clan celebrata proprio quella sera.

La strage di Duisburg, anche nota come strage di Ferragosto, è l’ultimo episodio della sanguinosa faida di San Luca iniziata nel 1991 e che ha visto i Nirta-Strangio opporsi ai Pelle-Vottari-Romeo. La faida, iniziata apparentemente per futili motivi, ha visto susseguirsi una serie di regolamenti di conti, spesso perpetrati in giorni significativi dal punto di vista simbolico e religioso. Colpire i propri nemici durante le festività ha come obiettivo quello di rendere il dolore dei familiari della vittima ancora più profondo, in modo tale che un giorno di festa si trasformi per sempre in un giorno di lutto.

Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio da Duisburg.

È in questo quadro che va ricondotta la decisione dei Nirta-Strangio di attaccare i propri rivali addirittura all’estero, in Germania, a più di 2000 km di distanza da San Luca (RC), correndo l’enorme rischio di attirare l’attenzione di forze dell’ordine e opinione pubblica su di sé, sconfessando inaspettatamente la strategia di mimetizzazione che aveva avuto un enorme successo, permettendo alla ‘ndrangheta di mettere le radici e riprodurre il proprio modello organizzativo anche all’estero. Dietro all’attacco di Duisburg, però, non c’era soltanto la sete di vendetta. C’era anche la volontà di riaffermare il proprio potere criminale e ottenere il controllo dei traffici illeciti nella regione. In particolare, il traffico di stupefacenti generava enormi profitti e la regione del Nordreno-Vestfalia era uno snodo strategico, vista la vicinanza al confine con l’Olanda, nei cui porti giungevano i carichi di droga provenienti dal Sudamerica. I clan calabresi hanno effettuato nel corso degli anni ad una vera e propria spartizione territoriale del Land tedesco. I Nirta-Strangio, ad esempio, controllano la zona di Kaarst, mentre i Pelle-Vottari-Romeo estendono il proprio dominio sulla zona di Duisburg. È il fiume Reno, in questo caso, a separare le rispettive zone d’influenza dei clan rivali.

La Germania è il paese europeo dove la ‘ndrangheta è riuscita a penetrare in maniera più efficace, nonostante l’apparente incompatibilità culturale. La strage di Ferragosto ha mostrato tutta la facilità di azione e la confidenza dell’organizzazione criminale di origine calabrese che sta, un passo alla volta, colonizzando il territorio tedesco. Questo episodio, però, ha rivelato a tutto il mondo la natura feroce e criminale della ‘ndrangheta. L’eccessiva esposizione ha indubbiamente avuto effetti negativi per l’organizzazione, quantomeno nell’immediato.

L’opinione pubblica tedesca, infatti, si è finalmente resa conto della sua esistenza. Le autorità investigative italiane e tedesche hanno sviluppato un proficuo rapporto di collaborazione che ha portato, nel periodo successivo alla strage, alla cattura e all’arresto di numerosi affiliati coinvolti nella faida di San Luca.

Da un lato, erano già parecchi i segnali che in passato avevano indicato una forte penetrazione della ‘ndrangheta in Germania. Dall’altro lato, però, questi furono a lungo sottovalutati e solo lo shock provocato dalla strage di Duisburg fece aprire gli occhi all’opinione pubblica e alle istituzioni. Tuttavia, lo stupore iniziale ha fatto ben presto spazio alla ‘rimozione’ da parte della società tedesca. L’immagine di Duisburg – e della Germania intera – non poteva essere inquinata dalla presenza della mafia. Bisognava cancellare l’immagine negativa e dimenticare l’episodio. Una volta che il processo per i fatti di Duisburg venne trasferito in Italia, per la Germania il caso era da considerarsi chiuso. La questione era ritenuta un affare tra calabresi, un problema dell’Italia. Questa rimozione agevolò notevolmente la ‘ndrangheta, che tornò nel silenzio e si pacificò internamente. Esporsi troppo era stato un errore e bisognava ora dare la precedenza agli affari piuttosto che alle dispute interne. Ciò che colpisce della ‘ndrangheta e che è possibile notare anche analizzando i fatti di Duisburg è la sua doppia natura: da un lato è un’organizzazione moderna, coglie le opportunità offerte dalla globalizzazione ed è orientata al guadagno; dall’altro lato, invece, mantiene salde le proprie usanze ancestrali, i legami con la madrepatria e la sua ritualità.

Oltre alla rimozione da parte della società, la ‘ndrangheta può sfruttare a proprio vantaggio anche le mancanze della legislazione tedesca, molto debole in tema di lotta alle mafie. In Germania, ad esempio, non esiste il reato di associazione mafiosa, come previsto invece all’interno dell’ordinamento giuridico italiano (416 bis). La normativa tedesca, infatti, specifica unicamente l’associazione a delinquere, tramite l’articolo 129 del Codice Penale. La legislazione è carente anche in materia di sequestro e confisca dei beni. In seguito alla seconda guerra mondiale, in netta contrapposizione con il regime totalitario del passato, la Germania ha adottato una legislazione fortemente improntata alla tutela dell’individuo. Per questo motivo, tutto ciò che riguarda la confisca dei beni e delle proprietà personali è molto difficile da attuare. L’ordinamento tedesco, pur prevedendo in alcuni casi la possibilità di sequestro e confisca dei beni, non permette che ciò avvenga in maniera preventiva e prevede che l’onere della prova sia a carico dell’accusa. Tutto ciò rappresenta un enorme limite nel contrasto delle mafie. Se ci fosse maggiore consapevolezza della gravità del rischio corso dalla società, questi ostacoli potrebbero essere superati.

La ‘ndrangheta è consapevole di questi limiti, sa che difficilmente la Germania si doterà di misure più efficaci in materia di confisca dei beni e quindi trasforma il paese in uno dei principali centri in cui riciclare i proventi dei traffici illeciti.

Anche parlare di mafia risulta difficile, in Germania. I giornalisti spesso si trovano a lottare contro una legislazione che, nell’ottica della già menzionata tutela estrema dell’individuo, non permette loro di scrivere liberamente dell’argomento. Talvolta, i giornalisti vengono silenziati attraverso la censura. È il caso, ad esempio, di Petra Reski, giornalista d’inchiesta tedesca che dopo aver ricevuto alcune querele è incorsa nell’annerimento del proprio libro ‘’Santa Mafia’’ da parte delle autorità. Data l’assenza del reato di associazione mafiosa in Germania non è possibile addebitare legami con la mafia a soggetti che non siano già stati condannati in Italia per 416 bis. Vi è inoltre il diritto alla riabilitazione sociale, per cui non si può nominare per intero (nome e cognome) persone condannate che abbiano già scontato la pena. Si può raccontare la loro storia, ma le persone possono essere nominate solo attraverso l’utilizzo di abbreviazioni. I mafiosi in Germania possono dunque fare ricorso con ampie possibilità di successo alla querela, strumento ben più comodo e meno rischioso rispetto alle minacce e all’intimidazione. Ad essere vittima di queste dinamiche è stato anche un documentario trasmesso dall’emittente televisiva MDR e che si focalizzava sulle attività economiche della ‘ndrangheta ad Erfurt, cittadina della Turinga che rappresenta un vero e proprio Eden per il riciclaggio di denaro sporco da parte dell’organizzazione criminale calabrese. Dopo aver subito una serie di querele, anche il documentario è stato censurato. La vita per i giornalisti d’inchiesta in Germania è dunque particolarmente difficile, si è disincentivati a scrivere di mafia e spesso gli stessi editori non sono disposti a correre il rischio di pubblicare notizie sull’argomento per evitare di incorrere in guai giudiziari.

A dodici anni di distanza dai fatti di Duisburg, la situazione relativa al contrasto delle mafie in Germania non è delle più rosee. Sono molte le questioni su cui bisognerebbe lavorare ed insistere. C’è bisogno innanzitutto di maggiore consapevolezza riguardo alla pericolosità del fenomeno mafioso e dei rischi che esso rappresenta per la società. In secondo luogo, nonostante la presenza di esperienze virtuose dedite alla sensibilizzazione sul tema, vi è la necessità di costruire reti più ampie, che si estendano anche a luoghi – come ad esempio la Germania dell’est – dove al momento non sono presenti realtà attive sul fronte antimafia. Si denota poi l’esigenza di offrire informazione più libera sul tema e di maggiore qualità, laddove la lotta agli stereotipi sulle mafie è un’altra questione rilevante. Infine, come visto all’interno dell’approfondimento, è fondamentale l’adozione di strumenti legislativi di contrasto adeguati rispetto alla portata del fenomeno che si intende combattere.

Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

11 arresti tra Italia e Germania: l’Operazione Extra Fines 2


Il 17 gennaio le procure antimafia di Roma e Caltanissetta hanno ordinato undici arresti che sono stati eseguiti da oltre cento operatori di polizia: l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è scattata in collaborazione con la polizia criminale e i reparti speciali tedeschi, attivati dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno e con il reparto del comando generale della Guardia di finanza: i territori coinvolti sono la Sicilia, l’Umbria, il Lazio, Colonia e Mannheim.

Queste sono le zone in cui il clan Rinzivillo si è espanso a partire dalla città di Gela da cui proviene. Quanto alla sua presenza in Germania, è emersa la presenza di una sua cellula soprattutto in Renania Settentrionale-Vestfalia. Già da due anni le procure italiane indagavano sui quattro arrestati della cellula tedesca: i fratelli Nicola e Salvatore G., Gabriele S. e Giuseppe C. Il territorio tedesco è fondamentale per il rifornimento di droga: ha costituito per il clan una base da cui venderla poi nel Lazio e in Sicilia.

Il nome “Extra Fines 2” deriva dal fatto che nell’ottobre del 2017 è già stata eseguita un’operazione Extra Fines, che portò all’arresto di 37 persone e al sequestro preventivo di beni per oltre 18 milioni di euro.

Il nome principale dietro a questi reati è ancora il boss Salvatore Rinzivillo che, arrestato due anni fa, è stato condannato nel marzo 2018 alla pena di 15 anni e 10 mesi di reclusione, con il riconoscimento quindi dell’aggravante del metodo mafioso.
Stavolta Rinzivillo avrebbe fatto affidamento su Ivano M., considerato il suo braccio destro. Entrambi sono stati agevolati nei loro affari da Marco L. e Cristiano P., i quali hanno cercato di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine in servizio presso alcuni aeroporti italiani: chiedevano che fosse chiuso un occhio nei controlli per esportare senza problemi ingenti somme di denaro in Russia; mediante l’aiuto delle mafie locali, questi soldi venivano reinvestiti in attività economiche.
L. e P. sono da tempo in carcere, accusati di concorso in fatti corruttivi: infatti hanno trasmesso a Rinzivillo e a M. delle notizie riservate contenute nella banca dati Sistema d’indagine (SDI).

In seguito all’operazione Extra Fines 2, Rinzivillo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un’altra figura da menzionare è Riccardo F., in carcere a Caltanissetta, il quale avrebbe avuto un ruolo strategico nella circolazione della droga: anche in questo caso naturalmente si è negato ogni coinvolgimento.

Un nuovo registro evidenzia che la mafia italiana in Germania è attiva anche su ebay


L’idea che la gente generalmente ha dei clan mafiosi è per lo più limitata alle loro attività illegali, traffico di droga, prostituzione, traffico di armi, omicidio, ecc….. Non si tiene conto del fatto che i mafiosi riciclano e investono il loro denaro proveniente da attività criminali. Spesso si avvalgono di aziende per questo scopo,anche in Germania. Rintracciarli sarà un po’ più facile dal 6 febbraio, alle dieci del mattino: su offeneregister.de è possibile visualizzare i dati accessibili al pubblico dal registro di commercio tedesco. Mentre il registro ufficiale permette solo la ricerca di nomi di aziende, il nuovo sito offre maggiori possibilità. Ad esempio, è possibile utilizzarlo per trovare i nomi degli amministratori delegati. L’ONG britannica Open Corporates ha raccolto i dati. La Open Knowledge Foundation Germany fornisce l’infrastruttura per l’interrogazione.

mafianeindanke ha avuto la possibilità di testarlo in anticipo. Infatti, molte aziende mafiose si trovano nei dati. Come previsto, si tratta di numerose società attive nel settore della ristorazione e c’è anche un cospicuo numero di nomi mafiosi nel settore edile. Occorre chiarire, caso per caso, in che misura le imprese qui registrate abbiano effettivamente un’origine mafiosa. Inoltre, è probabile che un’ampia percentuale di società mafiose si nasconda dietro una registrazione che fa affidamento a prestanome. Il nuovo registro è quindi solo un primo passo verso una maggiore trasparenza.

Contiene anche risultati sorprendenti come quello di una società commerciale di Stoccarda che vende su Ebay molti articoli per la casa, dai dosatori di sapone e gli stendibiancheria a una magica candela di compleanno con musica. L’amministratore delegato è una persona con indirizzo in Calabria. La casa vicina è diventata famosa dappertutto perché un boss della mafia di alto rango e in fuga da tempo era stato portato via dal suo nascondiglio segreto e lì arrestato. E infatti, anche l’amministratore delegato del concessionario di Stoccarda è stato chiaramente identificato come membro della mafia da testimoni chiave. Uno dei prodotti che offre, tra l’altro, è un tester di banconote per 7,39 euro, spese di spedizione incluse.

Link: Si prega di sostenere il lavoro di mafianeindanke con una donazione.

La ‘ndrangheta in Baviera


L’Operazione Pollino del 5 dicembre scorso ha portato a 84 arresti tra Paesi Bassi, Belgio, Germania, Lussemburgo e Italia. In Germania si è concentrata sul Nordreno-Vestfalia, ma ci sono state anche perquisizioni anche in Baviera, anche se non hanno portato ad arresti. In particolare sono state effettuate presso la pizzeria Calabrone nel Riem-Arcaden, in due appartamenti a Riem e Daglfing e in tre edifici in Baviera.

Ogni anno in Baviera si svolge una media di 80 indagini riguardanti la criminalità organizzata e si stima che siano circa altrettante le persone affiliate alla ‘ndrangheta, anche se il numero è in aumento; il Ministero dell’Interno bavarese un anno fa ha constatato inoltre che la ‘ndrangheta in quel territorio ha dei legami con la mafia pugliese della Sacra Corona Unita.

Per fare un esempio concreto, solo nel periodo tra il 2008 e il 2011 sono stati sequestrati dalla polizia bavarese circa 320.000 euro di beni.
Del resto la mafia in Baviera è presente già dagli anni Settanta, concentrata non solo su Monaco di Baviera e l’Alta Baviera, ma anche
nelle zone di Augusta, Kempten, l’Allgäu e Norimberga.

Già nel dicembre 2017 la deputata dei Verdi Katharina Schulze aveva sottoposto il problema al parlamento. Nel corso del 2018 sono stati
effettuati principalmente due arresti: l’arresto di Alessandro G. nell’ambito dell’Operazione Stige del 9 gennaio 2018 e l’arresto il
13 febbraio di Vincenzo M.,ricercato dall’ottobre 2017 per tentata estorsione e affiliato al clan Gallico.
Quest’ultima azione da parte della polizia bavarese è stata svolta
con il coinvolgimento dei carabinieri della città calabrese di
Palmi, i quali avevano monitorato gli spostamenti dei membri della
famiglia del ricercato.

Un altro elemento del clan Gallico, Emanuele C., è stato arrestato a Saarbrücken, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria con l’aiuto della polizia tedesca.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.