Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

11 arresti tra Italia e Germania: l’Operazione Extra Fines 2


Il 17 gennaio le procure antimafia di Roma e Caltanissetta hanno ordinato undici arresti che sono stati eseguiti da oltre cento operatori di polizia: l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è scattata in collaborazione con la polizia criminale e i reparti speciali tedeschi, attivati dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno e con il reparto del comando generale della Guardia di finanza: i territori coinvolti sono la Sicilia, l’Umbria, il Lazio, Colonia e Mannheim.

Queste sono le zone in cui il clan Rinzivillo si è espanso a partire dalla città di Gela da cui proviene. Quanto alla sua presenza in Germania, è emersa la presenza di una sua cellula soprattutto in Renania Settentrionale-Vestfalia. Già da due anni le procure italiane indagavano sui quattro arrestati della cellula tedesca: i fratelli Nicola e Salvatore G., Gabriele S. e Giuseppe C. Il territorio tedesco è fondamentale per il rifornimento di droga: ha costituito per il clan una base da cui venderla poi nel Lazio e in Sicilia.

Il nome “Extra Fines 2” deriva dal fatto che nell’ottobre del 2017 è già stata eseguita un’operazione Extra Fines, che portò all’arresto di 37 persone e al sequestro preventivo di beni per oltre 18 milioni di euro.

Il nome principale dietro a questi reati è ancora il boss Salvatore Rinzivillo che, arrestato due anni fa, è stato condannato nel marzo 2018 alla pena di 15 anni e 10 mesi di reclusione, con il riconoscimento quindi dell’aggravante del metodo mafioso.
Stavolta Rinzivillo avrebbe fatto affidamento su Ivano M., considerato il suo braccio destro. Entrambi sono stati agevolati nei loro affari da Marco L. e Cristiano P., i quali hanno cercato di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine in servizio presso alcuni aeroporti italiani: chiedevano che fosse chiuso un occhio nei controlli per esportare senza problemi ingenti somme di denaro in Russia; mediante l’aiuto delle mafie locali, questi soldi venivano reinvestiti in attività economiche.
L. e P. sono da tempo in carcere, accusati di concorso in fatti corruttivi: infatti hanno trasmesso a Rinzivillo e a M. delle notizie riservate contenute nella banca dati Sistema d’indagine (SDI).

In seguito all’operazione Extra Fines 2, Rinzivillo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un’altra figura da menzionare è Riccardo F., in carcere a Caltanissetta, il quale avrebbe avuto un ruolo strategico nella circolazione della droga: anche in questo caso naturalmente si è negato ogni coinvolgimento.

Un nuovo registro evidenzia che la mafia italiana in Germania è attiva anche su ebay


L’idea che la gente generalmente ha dei clan mafiosi è per lo più limitata alle loro attività illegali, traffico di droga, prostituzione, traffico di armi, omicidio, ecc….. Non si tiene conto del fatto che i mafiosi riciclano e investono il loro denaro proveniente da attività criminali. Spesso si avvalgono di aziende per questo scopo,anche in Germania. Rintracciarli sarà un po’ più facile dal 6 febbraio, alle dieci del mattino: su offeneregister.de è possibile visualizzare i dati accessibili al pubblico dal registro di commercio tedesco. Mentre il registro ufficiale permette solo la ricerca di nomi di aziende, il nuovo sito offre maggiori possibilità. Ad esempio, è possibile utilizzarlo per trovare i nomi degli amministratori delegati. L’ONG britannica Open Corporates ha raccolto i dati. La Open Knowledge Foundation Germany fornisce l’infrastruttura per l’interrogazione.

mafianeindanke ha avuto la possibilità di testarlo in anticipo. Infatti, molte aziende mafiose si trovano nei dati. Come previsto, si tratta di numerose società attive nel settore della ristorazione e c’è anche un cospicuo numero di nomi mafiosi nel settore edile. Occorre chiarire, caso per caso, in che misura le imprese qui registrate abbiano effettivamente un’origine mafiosa. Inoltre, è probabile che un’ampia percentuale di società mafiose si nasconda dietro una registrazione che fa affidamento a prestanome. Il nuovo registro è quindi solo un primo passo verso una maggiore trasparenza.

Contiene anche risultati sorprendenti come quello di una società commerciale di Stoccarda che vende su Ebay molti articoli per la casa, dai dosatori di sapone e gli stendibiancheria a una magica candela di compleanno con musica. L’amministratore delegato è una persona con indirizzo in Calabria. La casa vicina è diventata famosa dappertutto perché un boss della mafia di alto rango e in fuga da tempo era stato portato via dal suo nascondiglio segreto e lì arrestato. E infatti, anche l’amministratore delegato del concessionario di Stoccarda è stato chiaramente identificato come membro della mafia da testimoni chiave. Uno dei prodotti che offre, tra l’altro, è un tester di banconote per 7,39 euro, spese di spedizione incluse.

Link: Si prega di sostenere il lavoro di mafianeindanke con una donazione.

La ‘ndrangheta in Baviera


L’Operazione Pollino del 5 dicembre scorso ha portato a 84 arresti tra Paesi Bassi, Belgio, Germania, Lussemburgo e Italia. In Germania si è concentrata sul Nordreno-Vestfalia, ma ci sono state anche perquisizioni anche in Baviera, anche se non hanno portato ad arresti. In particolare sono state effettuate presso la pizzeria Calabrone nel Riem-Arcaden, in due appartamenti a Riem e Daglfing e in tre edifici in Baviera.

Ogni anno in Baviera si svolge una media di 80 indagini riguardanti la criminalità organizzata e si stima che siano circa altrettante le persone affiliate alla ‘ndrangheta, anche se il numero è in aumento; il Ministero dell’Interno bavarese un anno fa ha constatato inoltre che la ‘ndrangheta in quel territorio ha dei legami con la mafia pugliese della Sacra Corona Unita.

Per fare un esempio concreto, solo nel periodo tra il 2008 e il 2011 sono stati sequestrati dalla polizia bavarese circa 320.000 euro di beni.
Del resto la mafia in Baviera è presente già dagli anni Settanta, concentrata non solo su Monaco di Baviera e l’Alta Baviera, ma anche
nelle zone di Augusta, Kempten, l’Allgäu e Norimberga.

Già nel dicembre 2017 la deputata dei Verdi Katharina Schulze aveva sottoposto il problema al parlamento. Nel corso del 2018 sono stati
effettuati principalmente due arresti: l’arresto di Alessandro G. nell’ambito dell’Operazione Stige del 9 gennaio 2018 e l’arresto il
13 febbraio di Vincenzo M.,ricercato dall’ottobre 2017 per tentata estorsione e affiliato al clan Gallico.
Quest’ultima azione da parte della polizia bavarese è stata svolta
con il coinvolgimento dei carabinieri della città calabrese di
Palmi, i quali avevano monitorato gli spostamenti dei membri della
famiglia del ricercato.

Un altro elemento del clan Gallico, Emanuele C., è stato arrestato a Saarbrücken, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria con l’aiuto della polizia tedesca.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

Liberi di scegliere – il giudice mostra ai giovani delle famiglie mafiose una vita senza crimine


I giovani che crescono in famiglie di criminalità organizzata spesso non conoscono altre realtà della vita. Il progetto “Liberi di scegliere”, ideato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha l’obiettivo di consentire loro di ricevere una formazione professionale e culturale fondamentalmente diversa dalla cultura mafiosa. Si tratta di una misura di protezione non molto diversa da quella prevista per i figli di genitori violenti, alcolisti o tossicodipendenti, un progetto che può fornire importanti incentivi per riflettere sulla situazione in Germania.

Gli interventi non vengono effettuati in maniera preventiva per il solo fatto che un giovane viva all’interno di un contesto mafioso, ma qualora tale contesto sia per lui nocivo.

Spesso sono le madri stesse a incoraggiare il distacco da un contesto che rischia di mettere in pericolo i figli sia dal punto di vista psicologico che fisico, chiedono ai giudici del Tribunale dei Minori di aiutarle a evitare che il figlio diventi mafioso, un killer o vittima di una faida. Anche nei casi in cui non sono d’accordo con l’allontanamento del figlio, le madri si convincono successivamente della necessità di questa scelta.

Sono oltre 40 i ragazzi che hanno già intrapreso questo percorso, molti dei quali per espressa richiesta delle madri: spesso decidono di non ritornare nel paese d’origine.

L’accordo “Liberi di scegliere” del 2017 è stato siglato dai Ministeri di Giustizia e degli Interni, dalla Regione Calabria e dalle Corti di Appello e ha come obiettivo la tutela e l’educazione di minori e di giovani adulti provenienti da famiglie coinvolte nella criminalità organizzata.

I punti di riferimento sono costituiti dalla Dichiarazione dei diritti del Fanciullo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 novembre 1959), che riconosceva il bisogno dei giovani di attenzioni e cure particolari, data la sua immaturità fisica e intellettuale; dalle Regole di Pechino (Risoluzione del 29 novembre 1985), secondo cui il processo di sviluppo nazionale dei Paesi non può prescindere dalla giustizia minorile; infine dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), per la quale l’educazione del bambino deve preparare a una vita responsabile in una società libera.

Il riferimento alla libertà del titolo dell’accordo deriva dal fatto che spesso le famiglie mafiose chiedono ai figli di contribuire economicamente nella prosecuzione delle attività criminali, senza alcuna facoltà di opporsi a questa scelta. “Liberi di scegliere” costituisce un’alternativa a una strada apparentemente già tracciata: è una garanzia per l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che assiste gli adolescenti nella loro crescita e li aiuta poi a reinserirsi nella società mediante il lavoro.

L’intervento dell’Autorità Giudiziaria Minorile è regolato dai seguenti decreti: il Decreto del Presidente della Repubblica (D.P.R.) del 22 settembre 1988 n. 448 “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, il Decreto legislativo (D.lgs.) del 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88”, la legge del 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e il D.P.R. del 30 giugno 2000, n.230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si occupa dei detenuti, tra cui quelli nei circuiti di alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale (art.41-bis dell’ordinamento penitenziario).

La Questura attraverso l’Ufficio Minori della Divisione Anticrimine tutela i minori in situazioni di disagio socio-familiare in cooperazione con gli altri organismi istituzionali e con l’Autorità giudiziaria.

Su richiesta delle Procure della Repubblica, i Tribunali per i minorenni di Catanzaro e di Reggio Calabria applicano delle misure per tutelare in particolare i minori che provengono dai contesti di criminalità organizzata.

La Regione Calabria è delegata all’esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi dei servizi sociali e socio-sanitari e al compito di raccordo tra gli enti locali.

Il decreto n. 138 del 13 maggio 2005 del Ministero dell’Interno determina le “Misure per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia e delle altre persone sottoposte a protezione, nonché dei minori compresi nelle speciali misure di protezione” prevede all’art. 10 che “gli Organi competenti all’attuazione delle speciali misure di protezione e del programma speciale di protezione assicurano, mediante personale specializzato appartenente ai Servizi dipendenti dal Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia o mediante accordi con le strutture pubbliche sul territorio, la necessaria assistenza psicologica ai minori in situazioni di disagio”. Nel progetto, il Ministero dell’Interno si occupa di fornire all’Autorità giudiziaria il personale specializzato del Servizio centrale di protezione e della Divisione anticrimine presso le Questure di Reggio Calabria.

Il Ministero della Giustizia ha il compito di prendere in carico tutti i minori provenienti da contesti della criminalità organizzata qualora siano stati elaborati dei provvedimenti che li allontanino dalla famiglia.

Contenuti del progetto

I minori vengono reinseriti tramite l’offerta di attività e programmi rivolti anche al contesto familiare di provenienza. Delle équipe multidisciplinari sovrintendono alla partecipazione degli assistenti sociali del servizio della Giustizia, del Servizio sanitario regionale – il cui compito è assicurare l’assistenza psicologica e l’intervento educativo e di sostegno sociale da parte degli enti territoriali.

Fondamentale è l’individuazione del circuito di accoglienza per questi minori: la comunità, i gruppi appartamento oppure le famiglie affidatarie.

Occorre specificare quali tra i minori siano interessati da questo accordo:

  • coloro che sono inseriti in contesti di criminalità organizzata devono essere soggetti a un provvedimento amministrativo e/o penale da parte del Tribunale per i minorenni;

  • i minori interessati da procedure di volontaria giurisdizione ex artt. 330, 333 e 336 ultimo comma del codice civile nell’ambito dei quali sia stato emesso un provvedimento che incide sulla responsabilità genitoriale disponendo l’allontanamento dei minori dal contesto familiare e/o territoriale di appartenenza;

  • i figli di soggetti indagati/imputati o condannati per i reati di cui all’art. 51 comma 3-bis. c.p.p. allorquando si ravvisano situazioni pregiudizievoli e condizionanti ricollegabili al degradato contesto familiare;

  • i minori in carico al Tribunale per i Minorenni per procedimenti civili scaturiti ex art. 32 comma 4 DPR 448 del 1988 o ai sensi dell’art. 609 decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare legato a dinamiche criminali;

  • i minori e giovani adulti, inseriti nel circuito penale anche in misura alternativa alla detenzione che siano provenienti da nuclei familiari contigui alla criminalità organizzata del territorio;

  • i minori sottoposti a protezione e quelli compresi nelle speciali misure di protezione secondo le previsioni di cui al D.M. 13 maggio 2005 n. 138.

mafianeindanke presenta misure contro la criminalità organizzata alla seduta della Commissione per gli affari interni, la sicurezza e l’ordine del Parlamento di Berlino


Dopo l’omicidio in un ambiente clan avvenuto ai margini di una zona berlinese di svago, l’ex aeroporto Tempelhof, la Commissione degli interni del Parlamento di Berlino si è occupata di criminalità organizzata. All’incontro mafianeindanke ha proposto degli approcci nuovi e innovativi, preventivamente efficaci. Anche l’ARD Tagesthemen ha riferito sulle proposte. Da allora, questi sono stati ampiamente discussi e Mafia? Nein, Danke! sta lavorando alla loro attuazione con l’obiettivo di ridurre il rischio di strutture claniche in futuro.

Invitata come rappresentate della società civile ed esperta sul tema della criminalità organizzata, l’associazione attraverso le parole del presidente Sandro Mattioli non ha potuto che confermare un peggioramento dello scenario del fenomeno nella capitale tedesca. Riducendo il tema al solo fattore criminale e dimenticando l’infiltrazione di queste organizzazioni a livello economico, sociale e culturale la lotta si limita ai singoli autori del reato senza approfondirne il contesto e capirne la vera realtà. In questo senso il ruolo fondamentale lo giocano le misure preventive, applicate in ogni campo con un approccio multidisciplinare. Mafia? Nein, Danke! a tal proposito ha proposto cinque progetti di misure preventive, in ambiti differenti, per ottenere dei risultati più efficaci nel contrasto al fenomeno.

Gli interventi sono stati molto attenti e interessati, su tanti aspetti del fenomeno e soprattutto su alcune delle proposte concrete presentate da Mafia? Nein, Danke!. Tra i tanti interventi, dal presidente della BDK (Bund Deutsch Kriminalbeamter) Daniel Kretzschmar sono emerse le difficoltà strutturali che non aiutano nel lavoro quotidiano della lotta alla criminalità organizzata: la mancanza e la continua rotazione del personale della polizia non aiutano e si necessita un bisogno di personale più specializzato con una formazione ad hoc nel settore. Kretzschmar ha, infatti, evidenziato come la polizia sia già in possesso di una quantità enorme di dati sul tema delle organizzazioni criminali, che però non sono mai stati elaborati: il problema non è quindi la mancanza d’informazioni al riguardo ma le capacità di studiarle.

Martin Hikel, sindaco di Neukölln, è intervenuto esponendo nel dettaglio la situazione attuale del suo quartiere: Hikel parla di otto grandi famiglie di clan arabi e di 1000 membri che ne fanno parte. Uno dei grandi problemi rilevati dal sindaco è quello dell’affiliazione giovanile alla criminalità organizzata: i primi contatti avverrebbero nei Shisha Bar, luogo dove tanti giovani si ritrovano per sfuggire da famiglie numerose in spazi esigui: qui però iniziano anche ad avvicinarsi alle strategie dei clan. La via criminale deve essere quindi resa meno attrattiva per giovani che vivono quotidianamente in queste realtà. Hikel ha aggiunto un ultimo appunto sulla possibilità che il sequestro di beni illegali sia reso più efficace di quanto sia tuttora.

La presidente della LKA di Berlino Barbara Slowik ha auspicato un rafforzamento nel campo informatico e delle indagini per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata ed ha espresso interesse ai progetti presentati da Mafia? Nein, Danke! soprattutto quelli riguardanti l’aiuto ai giovani e alle donne e alla possibilità di creare una hotline dedicata a chi vuole riportare la sua esperienza in queste realtà criminali.

Ciò che ha suscitato il maggiore interesse da parte dei parlamentari ha riguardato il progetto “Liberi di Scegliere” uno delle cinque proposte di mafianeindanke (qui il riassunto del progetto). Il protocollo implementato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria riguarda la possibilità dell’allontanamento dei minori dalle loro famiglie di origine criminale: attraverso questo percorso i ragazzi hanno l’occasione di scoprire e sperimentare una vita diversa da quella di provenienza grazie ad un inserimento in realtà associative o comunità educative. Su questo progetto l’interesse dei partecipanti alla seduta è stato alto e sono state poste domande e richieste di dettagli. Quello che più incuriosiva era la modalità d’attuazione del progetto, in che forma fosse implementato e quali fossero gli attori coinvolti: è anche emerso come dietro al concetto di “allontanamento dei bambini dalla famiglia criminale” ci siano ancora parecchie domande e dubbi che possono però essere risolti presentando la buona riuscita del progetto in Italia, il quale, numeri alla mano, ha funzionato e che potrebbe essere esportato dopo un’attenta analisi del contesto e degli attori locali.

Quello che è parso chiaro dal confronto durante la seduta parlamentare è stata la necessità di trovare una definizione del concetto di criminalità organizzata. Il pericolo che si riducano i clan arabi a semplice criminalità rischia non solo di fraintendere il vero fenomeno ma anche di usare degli strumenti non efficaci per contrastarlo. Una definizione unanime è quindi di fondamentale importanza per capirne la vera realtà e per unire le forze nel contrasto a questo fenomeno: una collaborazione tra i tanti enti coinvolti è quello che è stato richiesto durante il confronto al parlamento ed è quello che serve per ottenere dei risultati. Ma come ricorda il presidente di mafianeindanke una collaborazione è possibile solo se si cambia prospettiva dalla semplice applicazione della legge ad un’ottica di prevenzione del fenomeno.

Mafia vietnamita a Berlino


Non si parla molto della mafia vietnamita a Berlino, ma il 29 giugno è avvenuto un fatto eclatante: l’irruzione della polizia in un appartamento in Rhinstraße (Friedrichsfelde), che ha fatto seguito a un’indagine sul sospetto di tratta di esseri umani e di lesione personale grave. Due uomini hanno cercato di fuggire, ma sono caduti dal quinto piano: uno è morto, l’altro è gravemente ferito e ricoverato in ospedale; erano presenti anche altri due giovani sospettati tra i 15 e i 34 anni, che sono stati arrestati.

Come accaduto per la mafia italiana, la caduta del Muro ha coinciso con la possibilità di arricchimento: i vietnamiti che vivevano a Est erano Gastarbeiter, i quali decisero per lo più di non tornare a casa dopo il 1989; a Ovest vivevano gli ex rifugiati di guerra. La maggior parte dei vietnamiti ha risposto alle difficoltà di integrazione lavorando onestamente, spesso con orari di lavoro molto prolungati; guadagnare in modo legale è sembrata una strada troppo impervia a coloro che entrarono a far parte della mafia vietnamita, che iniziarono a specializzarsi nella vendita illegale di sigarette; a loro si aggiunse poi una parte degli emigrati che arrivarono in Germania dopo la riunificazione.

Negli anni al contrabbando di sigarette si sono aggiunti il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la prostituzione; anche il traffico di droga è un forte interesse della mafia vietnamita, in particolare le droghe leggere, soprattutto la marijuana, le cui piantagioni vengono coltivate all’interno di appartamenti affittati con questa finalità.

Negli anni Novanta si sono verificate guerre tra bande, ma sarebbe impossibile parlare di un numero preciso di morti, dal momento che molte non sono state denunciate: è possibile dire però che tra il 1992 e il 1996 sono morte 39 persone. Un episodio noto risale al maggio 1996, quando a Marzahn si verificò l’esecuzione di sei giovani vietnamiti, riconducibile alla lotta di potere allora in corso tra due bande rivali, gli esecutori Ngoc-Thien e i Quang Binh. A dimostrazione della brutalità anche di questi ultimi, pare che abbiano sparato a cinque persone, tra cui due donne, in un alloggio per rifugiati di Marzahn: questo episodio è rimasto impunito.

La politica, nello specifico l’allora senatore degli Interni Jörg Schönbohm (CDU) tese a utilizzare questo problema per lanciare una campagna di espulsione che avrebbe potuto coinvolgere anche i vietnamiti non coinvolti nella criminalità organizzata. La LKA costituì il “Gruppo investigativo Vietnam” (Ermittlungsgruppe Vietnam), che permise di trovare tra gli altri il padrino della banda Ngoc-Thien: al processo ai componenti della banda, di 16 imputati 13 sono stati condannati per i reati di omicidio e di appartenenza a un’organizzazione criminale. Il capo fu condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio plurimo; ha continuato comunque a esercitare il suo potere, dato che nel 2005 un ex-affiliato ha rinunciato a portare la propria testimonianza perché da lui minacciato in aula.

All’epoca l’attenzione posta su queste bande criminali condusse al calo della violenza nel commercio illegale di sigarette, ma negli ultimi anni la mafia vietnamita ha proseguito in questo traffico già di per sé prospero, con una vendita annua solo a Berlino di 330 milioni di sigarette illegali, con un danno fiscale di circa 55 milioni di euro. Una particolare attenzione meriterebbe anche la produzione di metanfetamina, poiché la maggior parte di quella venduta a Berlino proviene dai laboratori vietnamiti di droga della Repubblica Ceca.

Questi problemi non solo non sono mai stati risolti, ma sono stati accresciuti e ampliati dalla facilità con cui adesso è possibile fare rete con altre criminalità organizzate: l’ultimo episodio potrebbe accendere di nuovo l’attenzione su di essi.

Confisca a Berlino: sequestrati beni per un valore di circa 10 milioni di euro


Non c’è quasi nulla di più tedesco di un centro abitato con gli orticelli. Come se ci fosse bisogno di un segno che la criminalità organizzata è arrivata in mezzo alla società, il clan della famiglia Remmo ha comprato un terreno vicino a Berlino. Ora è stato confiscato dalla polizia, insieme a più di 70 proprietà per un valore di circa dieci milioni di euro. Mafia? Nein, Danke! lavora da anni per aumentare l’uso della confisca in Germania. Accogliamo pertanto con favore le misure che sono state adottate e speriamo che i sequestri sopravvivano al controllo giurisdizionale. Vorremmo che in Germania si discutesse di un altro approccio che si è dimostrato valido in Italia: il trasferimento di beni immobili confiscati a enti benefici della società civile. Non sarebbe bello se una targa fosse attaccata a una casa nel centro di Neukölln? “Questa casa apparteneva a un clan altamente criminale che ha ricattato gli imprenditori di Berlino e rubato milioni di euro di beni. Abbiamo restituito questi beni alla società. Il tuo Stato di Berlino”.  Questo sarebbe un messaggio forte – anche per i giovani in viaggio verso una carriera criminale. Per evitare proprio questo, il vicesindaco di Neukölln, Falko Liecke, ha accolto un nostro suggerimento: sviluppare programmi di abbandono per i membri delle famiglie di clan. In passato ne abbiamo già discusso con importanti politici e parlamentari del Senato e stiamo preparando un’altra riunione di esperti sull’argomento.