L’ufficio federale della polizia criminale tedesco e il ministro Seehofer presentano il rapporto sulla criminalità organizzata


Purtroppo, i dati pubblicati recentemente dall’ufficio federale BKA e dal Ministero federale dell’Interno Seehofer nel rapporto denominato „Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata“ („Bundesleitbild Organisierte Kriminalität“) hanno ben pochi lati positivi. Il numero di procedimenti contro la criminalità organizzata – che di per sé è un settore molto ampio e non comprende solo gruppi mafiosi con una struttura complessa – è sceso da 572 a 535, rispetto all’anno precedente.
Considerando che il tema della lotta alla criminalità organizzata ha ricevuto maggiore attenzione da quando è stata „scoperta“ la presenza delle organizzazioni criminali dei cosiddetti clan, questo declino è ancora più allarmante. Ma non è tutto. Le cifre dimostrano più volte che la lotta contro la criminalità organizzata in Germania non è una priorità.

1.Fino a 1000 membri della ‘ndrangheta in Germania ma indagini contro solo 124 persone

Grazie al gruppo parlamentare dei Verdi del Bundestag, il governo federale deve contare e monitorare i membri delle organizzazioni mafiose in Germania ogni anno. Nel maggio di quest’anno, il governo ha riferito che il “il numero effettivo di membri da attribuire alla ‘ndrangheta è stimato tra 800 e 1.000”.
Ora apprendiamo che l’anno scorso ci sono state in totale 13 indagini contro membri della criminalità organizzata italiana, cioè contro tutti i gruppi (oltre alla ‘ndrangheta anche la Cosa Nostra, la Camorra ed altri). Si tratta di un caso in meno rispetto all’anno scorso ed il fatto che 124 membri della ‘ndrangheta siano stati indagati parla da sé. In parole povere, questo significa che nove mafiosi su dieci rimangono indisturbati in Germania, nove membri su dieci di organizzazioni criminali possono fare i loro affari serenamente e con le altre organizzazioni (Camorra, Cosa Nostra eccetera) la situazione è la stessa. L’inadeguatezza dell’azione statale nel campo della criminalità organizzata è dimostrata anche dalla somma dei beni sottratti.

2. Miliardi di euro di entrate rimangono ai criminali

I danni causati da attività criminali in Germania sono stimati in 691 milioni di euro. I proventi da attività criminali sono stimati in 675 milioni di euro. È stato sequestrato un importo provvisorio di 72 milioni di euro. Dando queste cifre per scontate (anche se sono certamente troppo basse), ciò significa che più di 600 milioni di proventi di reato rimarranno ai gangster. Oppure, in altre parole, vale la pena essere un criminale in Germania!
Perché ci sono dubbi sul livello dei proventi di attività criminali? Se si calcola quali sarebbero stati i proventi se le droghe confiscate fossero state vendute, si devono ipotizzare miliardi di entrate e a questa cifra si aggiungono altre attività criminali. Poi c’è un altro punto che viene regolarmente dimenticato durante questa esposizione annuale dell’ordine di sicurezza della Repubblica Federale Tedesca: i gruppi della criminalità organizzata non sono attivi soltanto nell’illegalità, ma utilizzano anche il mercato legale della Repubblica federale per le loro attività, che dunque sono legali e che, per questo, è difficile stimare. Ignorarle completamente dimostra una visione poco lungimirante riguardo la criminalità organizzata.

3. Abbiamo finalmente bisogno di una nuova edizione del rapporto periodico di sicurezza

L’Immagine sulla situazione federale della criminalità organizzata si basa su indagini che sono state effettuate. È una dichiarazione banale, ma con conseguenze di vasta portata. Ciò che non compare in un procedimento di indagine o in cui il procedimento di indagine preliminare non viene trasformato in un procedimento di indagine formale, non si trova nel rapporto. Considerando la crescente pressione per indagini completate con successo e la diminuzione delle risorse per le indagini strutturali (in cui non si tratta di identificare i colpevoli, ma di chiarire le strutture criminali), nonché la frequente mancanza di personale nelle forze di polizia dei Länder, è ovvio che il rapporto sulla criminalità organizzata non può mostrare un quadro reale della situazione nel paese ma riflette solo le attività delle forze di polizia. Il rapporto non mostra qual è la situazione della criminalità organizzata in Germania. Mostra solo ciò che si sta facendo contro la criminalità organizzata. Questa è una grande differenza!
Mafianeindanke ha chiesto al ministro federale dell’Interno Seehofer all’inizio di giugno di commissionare finalmente il Rapporto periodico di sicurezza („Periodischer Sicherheitsbericht“), che spiega scientificamente lo stato di sicurezza della Germania ma non ha dato una data esatta. Inoltre un ulteriore elemento di debolezza del Periodischer Sicherheitsbericht sta nel fatto che la BKA non può basare le proprie analisi su dati ulteriori rispetto a quelli derivanti dalle indagini svolte, al contrario di semplici ricercatori scientifici che invece possono attingere da più e diverse fonti.

Nemmeno un salto dal balcone mezzo nudo salva Francesco R.


Qualche tempo fa abbiamo riportato qui la storia di un mafioso proprietario di ristoranti in Assia, che ha organizzato lo spaccio di droga in tutto il mondo, Francesco R… Quell’uomo era latitante, ma ora è stato catturato. I carabinieri italiani di Messina e Catanzaro in Sicilia lo avevano già individuato da qualche giorno. Ieri è stato arrestato. R. ha cercato di fuggire saltando dal balcone, ma il suo tentativo è stato invano. Ora è in custodia delle forze dell’ordine. Ciò che colpisce della storia di R. è che mentre in Germania si parlava sempre e solo di commercio di cocaina, R. è stato chiaramente riconosciuto in Italia come mafioso nei fascicoli di indagine. Questo è un altro esempio di come la mafia raramente appaia nelle statistiche criminali in Germania, principalmente a causa dell’assenza del reato di associazione mafiosa all’interno dell’ordinamento giuridico tedesco, secondo il quale la mafia non è di fatto punibile.

La prospettiva tedesca a 12 anni dalla strage di Duisburg


Esattamente 12 anni fa, il 15 agosto del 2007, la strage di Duisburg scuoteva la Germania e accendeva i riflettori sulla ‘ndrangheta, organizzazione criminale fino a quel momento particolarmente silenziosa al di fuori dei propri territori di origine.

La notte di ferragosto del 2007 a perdere la vita furono sei uomini dell’età compresa tra i 16 e i 39 anni, tutti originari della provincia di Reggio Calabria, eccezion fatta per Tommaso Venturi, originario di Corigliano Calabro e che proprio quel giorno compiva 18 anni. Le vittime furono colpite da due killer all’uscita dal ristorante italiano ‘’Da Bruno’’, dove avevano trascorso la serata per festeggiare il compleanno dell’amico. Il rinomato ristorante della cittadina situata nel Nordreno-Vestfalia era già noto alle forze dell’ordine italiane e tedesche come luogo di riciclaggio di denaro sporco. I killer, per accertarsi del successo dell’agguato, freddarono ciascuna delle proprie vittime con un colpo finale alla testa. Negli indumenti del festeggiato venne ritrovata l’immagine bruciata di San Michele Arcangelo, segno di una possibile affiliazione al clan celebrata proprio quella sera.

La strage di Duisburg, anche nota come strage di Ferragosto, è l’ultimo episodio della sanguinosa faida di San Luca iniziata nel 1991 e che ha visto i Nirta-Strangio opporsi ai Pelle-Vottari-Romeo. La faida, iniziata apparentemente per futili motivi, ha visto susseguirsi una serie di regolamenti di conti, spesso perpetrati in giorni significativi dal punto di vista simbolico e religioso. Colpire i propri nemici durante le festività ha come obiettivo quello di rendere il dolore dei familiari della vittima ancora più profondo, in modo tale che un giorno di festa si trasformi per sempre in un giorno di lutto.

Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio da Duisburg.

È in questo quadro che va ricondotta la decisione dei Nirta-Strangio di attaccare i propri rivali addirittura all’estero, in Germania, a più di 2000 km di distanza da San Luca (RC), correndo l’enorme rischio di attirare l’attenzione di forze dell’ordine e opinione pubblica su di sé, sconfessando inaspettatamente la strategia di mimetizzazione che aveva avuto un enorme successo, permettendo alla ‘ndrangheta di mettere le radici e riprodurre il proprio modello organizzativo anche all’estero. Dietro all’attacco di Duisburg, però, non c’era soltanto la sete di vendetta. C’era anche la volontà di riaffermare il proprio potere criminale e ottenere il controllo dei traffici illeciti nella regione. In particolare, il traffico di stupefacenti generava enormi profitti e la regione del Nordreno-Vestfalia era uno snodo strategico, vista la vicinanza al confine con l’Olanda, nei cui porti giungevano i carichi di droga provenienti dal Sudamerica. I clan calabresi hanno effettuato nel corso degli anni ad una vera e propria spartizione territoriale del Land tedesco. I Nirta-Strangio, ad esempio, controllano la zona di Kaarst, mentre i Pelle-Vottari-Romeo estendono il proprio dominio sulla zona di Duisburg. È il fiume Reno, in questo caso, a separare le rispettive zone d’influenza dei clan rivali.

La Germania è il paese europeo dove la ‘ndrangheta è riuscita a penetrare in maniera più efficace, nonostante l’apparente incompatibilità culturale. La strage di Ferragosto ha mostrato tutta la facilità di azione e la confidenza dell’organizzazione criminale di origine calabrese che sta, un passo alla volta, colonizzando il territorio tedesco. Questo episodio, però, ha rivelato a tutto il mondo la natura feroce e criminale della ‘ndrangheta. L’eccessiva esposizione ha indubbiamente avuto effetti negativi per l’organizzazione, quantomeno nell’immediato.

L’opinione pubblica tedesca, infatti, si è finalmente resa conto della sua esistenza. Le autorità investigative italiane e tedesche hanno sviluppato un proficuo rapporto di collaborazione che ha portato, nel periodo successivo alla strage, alla cattura e all’arresto di numerosi affiliati coinvolti nella faida di San Luca.

Da un lato, erano già parecchi i segnali che in passato avevano indicato una forte penetrazione della ‘ndrangheta in Germania. Dall’altro lato, però, questi furono a lungo sottovalutati e solo lo shock provocato dalla strage di Duisburg fece aprire gli occhi all’opinione pubblica e alle istituzioni. Tuttavia, lo stupore iniziale ha fatto ben presto spazio alla ‘rimozione’ da parte della società tedesca. L’immagine di Duisburg – e della Germania intera – non poteva essere inquinata dalla presenza della mafia. Bisognava cancellare l’immagine negativa e dimenticare l’episodio. Una volta che il processo per i fatti di Duisburg venne trasferito in Italia, per la Germania il caso era da considerarsi chiuso. La questione era ritenuta un affare tra calabresi, un problema dell’Italia. Questa rimozione agevolò notevolmente la ‘ndrangheta, che tornò nel silenzio e si pacificò internamente. Esporsi troppo era stato un errore e bisognava ora dare la precedenza agli affari piuttosto che alle dispute interne. Ciò che colpisce della ‘ndrangheta e che è possibile notare anche analizzando i fatti di Duisburg è la sua doppia natura: da un lato è un’organizzazione moderna, coglie le opportunità offerte dalla globalizzazione ed è orientata al guadagno; dall’altro lato, invece, mantiene salde le proprie usanze ancestrali, i legami con la madrepatria e la sua ritualità.

Oltre alla rimozione da parte della società, la ‘ndrangheta può sfruttare a proprio vantaggio anche le mancanze della legislazione tedesca, molto debole in tema di lotta alle mafie. In Germania, ad esempio, non esiste il reato di associazione mafiosa, come previsto invece all’interno dell’ordinamento giuridico italiano (416 bis). La normativa tedesca, infatti, specifica unicamente l’associazione a delinquere, tramite l’articolo 129 del Codice Penale. La legislazione è carente anche in materia di sequestro e confisca dei beni. In seguito alla seconda guerra mondiale, in netta contrapposizione con il regime totalitario del passato, la Germania ha adottato una legislazione fortemente improntata alla tutela dell’individuo. Per questo motivo, tutto ciò che riguarda la confisca dei beni e delle proprietà personali è molto difficile da attuare. L’ordinamento tedesco, pur prevedendo in alcuni casi la possibilità di sequestro e confisca dei beni, non permette che ciò avvenga in maniera preventiva e prevede che l’onere della prova sia a carico dell’accusa. Tutto ciò rappresenta un enorme limite nel contrasto delle mafie. Se ci fosse maggiore consapevolezza della gravità del rischio corso dalla società, questi ostacoli potrebbero essere superati.

La ‘ndrangheta è consapevole di questi limiti, sa che difficilmente la Germania si doterà di misure più efficaci in materia di confisca dei beni e quindi trasforma il paese in uno dei principali centri in cui riciclare i proventi dei traffici illeciti.

Anche parlare di mafia risulta difficile, in Germania. I giornalisti spesso si trovano a lottare contro una legislazione che, nell’ottica della già menzionata tutela estrema dell’individuo, non permette loro di scrivere liberamente dell’argomento. Talvolta, i giornalisti vengono silenziati attraverso la censura. È il caso, ad esempio, di Petra Reski, giornalista d’inchiesta tedesca che dopo aver ricevuto alcune querele è incorsa nell’annerimento del proprio libro ‘’Santa Mafia’’ da parte delle autorità. Data l’assenza del reato di associazione mafiosa in Germania non è possibile addebitare legami con la mafia a soggetti che non siano già stati condannati in Italia per 416 bis. Vi è inoltre il diritto alla riabilitazione sociale, per cui non si può nominare per intero (nome e cognome) persone condannate che abbiano già scontato la pena. Si può raccontare la loro storia, ma le persone possono essere nominate solo attraverso l’utilizzo di abbreviazioni. I mafiosi in Germania possono dunque fare ricorso con ampie possibilità di successo alla querela, strumento ben più comodo e meno rischioso rispetto alle minacce e all’intimidazione. Ad essere vittima di queste dinamiche è stato anche un documentario trasmesso dall’emittente televisiva MDR e che si focalizzava sulle attività economiche della ‘ndrangheta ad Erfurt, cittadina della Turinga che rappresenta un vero e proprio Eden per il riciclaggio di denaro sporco da parte dell’organizzazione criminale calabrese. Dopo aver subito una serie di querele, anche il documentario è stato censurato. La vita per i giornalisti d’inchiesta in Germania è dunque particolarmente difficile, si è disincentivati a scrivere di mafia e spesso gli stessi editori non sono disposti a correre il rischio di pubblicare notizie sull’argomento per evitare di incorrere in guai giudiziari.

A dodici anni di distanza dai fatti di Duisburg, la situazione relativa al contrasto delle mafie in Germania non è delle più rosee. Sono molte le questioni su cui bisognerebbe lavorare ed insistere. C’è bisogno innanzitutto di maggiore consapevolezza riguardo alla pericolosità del fenomeno mafioso e dei rischi che esso rappresenta per la società. In secondo luogo, nonostante la presenza di esperienze virtuose dedite alla sensibilizzazione sul tema, vi è la necessità di costruire reti più ampie, che si estendano anche a luoghi – come ad esempio la Germania dell’est – dove al momento non sono presenti realtà attive sul fronte antimafia. Si denota poi l’esigenza di offrire informazione più libera sul tema e di maggiore qualità, laddove la lotta agli stereotipi sulle mafie è un’altra questione rilevante. Infine, come visto all’interno dell’approfondimento, è fondamentale l’adozione di strumenti legislativi di contrasto adeguati rispetto alla portata del fenomeno che si intende combattere.

Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

11 arresti tra Italia e Germania: l’Operazione Extra Fines 2


Il 17 gennaio le procure antimafia di Roma e Caltanissetta hanno ordinato undici arresti che sono stati eseguiti da oltre cento operatori di polizia: l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è scattata in collaborazione con la polizia criminale e i reparti speciali tedeschi, attivati dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno e con il reparto del comando generale della Guardia di finanza: i territori coinvolti sono la Sicilia, l’Umbria, il Lazio, Colonia e Mannheim.

Queste sono le zone in cui il clan Rinzivillo si è espanso a partire dalla città di Gela da cui proviene. Quanto alla sua presenza in Germania, è emersa la presenza di una sua cellula soprattutto in Renania Settentrionale-Vestfalia. Già da due anni le procure italiane indagavano sui quattro arrestati della cellula tedesca: i fratelli Nicola e Salvatore G., Gabriele S. e Giuseppe C. Il territorio tedesco è fondamentale per il rifornimento di droga: ha costituito per il clan una base da cui venderla poi nel Lazio e in Sicilia.

Il nome “Extra Fines 2” deriva dal fatto che nell’ottobre del 2017 è già stata eseguita un’operazione Extra Fines, che portò all’arresto di 37 persone e al sequestro preventivo di beni per oltre 18 milioni di euro.

Il nome principale dietro a questi reati è ancora il boss Salvatore Rinzivillo che, arrestato due anni fa, è stato condannato nel marzo 2018 alla pena di 15 anni e 10 mesi di reclusione, con il riconoscimento quindi dell’aggravante del metodo mafioso.
Stavolta Rinzivillo avrebbe fatto affidamento su Ivano M., considerato il suo braccio destro. Entrambi sono stati agevolati nei loro affari da Marco L. e Cristiano P., i quali hanno cercato di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine in servizio presso alcuni aeroporti italiani: chiedevano che fosse chiuso un occhio nei controlli per esportare senza problemi ingenti somme di denaro in Russia; mediante l’aiuto delle mafie locali, questi soldi venivano reinvestiti in attività economiche.
L. e P. sono da tempo in carcere, accusati di concorso in fatti corruttivi: infatti hanno trasmesso a Rinzivillo e a M. delle notizie riservate contenute nella banca dati Sistema d’indagine (SDI).

In seguito all’operazione Extra Fines 2, Rinzivillo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un’altra figura da menzionare è Riccardo F., in carcere a Caltanissetta, il quale avrebbe avuto un ruolo strategico nella circolazione della droga: anche in questo caso naturalmente si è negato ogni coinvolgimento.

Un nuovo registro evidenzia che la mafia italiana in Germania è attiva anche su ebay


L’idea che la gente generalmente ha dei clan mafiosi è per lo più limitata alle loro attività illegali, traffico di droga, prostituzione, traffico di armi, omicidio, ecc….. Non si tiene conto del fatto che i mafiosi riciclano e investono il loro denaro proveniente da attività criminali. Spesso si avvalgono di aziende per questo scopo,anche in Germania. Rintracciarli sarà un po’ più facile dal 6 febbraio, alle dieci del mattino: su offeneregister.de è possibile visualizzare i dati accessibili al pubblico dal registro di commercio tedesco. Mentre il registro ufficiale permette solo la ricerca di nomi di aziende, il nuovo sito offre maggiori possibilità. Ad esempio, è possibile utilizzarlo per trovare i nomi degli amministratori delegati. L’ONG britannica Open Corporates ha raccolto i dati. La Open Knowledge Foundation Germany fornisce l’infrastruttura per l’interrogazione.

mafianeindanke ha avuto la possibilità di testarlo in anticipo. Infatti, molte aziende mafiose si trovano nei dati. Come previsto, si tratta di numerose società attive nel settore della ristorazione e c’è anche un cospicuo numero di nomi mafiosi nel settore edile. Occorre chiarire, caso per caso, in che misura le imprese qui registrate abbiano effettivamente un’origine mafiosa. Inoltre, è probabile che un’ampia percentuale di società mafiose si nasconda dietro una registrazione che fa affidamento a prestanome. Il nuovo registro è quindi solo un primo passo verso una maggiore trasparenza.

Contiene anche risultati sorprendenti come quello di una società commerciale di Stoccarda che vende su Ebay molti articoli per la casa, dai dosatori di sapone e gli stendibiancheria a una magica candela di compleanno con musica. L’amministratore delegato è una persona con indirizzo in Calabria. La casa vicina è diventata famosa dappertutto perché un boss della mafia di alto rango e in fuga da tempo era stato portato via dal suo nascondiglio segreto e lì arrestato. E infatti, anche l’amministratore delegato del concessionario di Stoccarda è stato chiaramente identificato come membro della mafia da testimoni chiave. Uno dei prodotti che offre, tra l’altro, è un tester di banconote per 7,39 euro, spese di spedizione incluse.

Link: Si prega di sostenere il lavoro di mafianeindanke con una donazione.

La ‘ndrangheta in Baviera


L’Operazione Pollino del 5 dicembre scorso ha portato a 84 arresti tra Paesi Bassi, Belgio, Germania, Lussemburgo e Italia. In Germania si è concentrata sul Nordreno-Vestfalia, ma ci sono state anche perquisizioni anche in Baviera, anche se non hanno portato ad arresti. In particolare sono state effettuate presso la pizzeria Calabrone nel Riem-Arcaden, in due appartamenti a Riem e Daglfing e in tre edifici in Baviera.

Ogni anno in Baviera si svolge una media di 80 indagini riguardanti la criminalità organizzata e si stima che siano circa altrettante le persone affiliate alla ‘ndrangheta, anche se il numero è in aumento; il Ministero dell’Interno bavarese un anno fa ha constatato inoltre che la ‘ndrangheta in quel territorio ha dei legami con la mafia pugliese della Sacra Corona Unita.

Per fare un esempio concreto, solo nel periodo tra il 2008 e il 2011 sono stati sequestrati dalla polizia bavarese circa 320.000 euro di beni.
Del resto la mafia in Baviera è presente già dagli anni Settanta, concentrata non solo su Monaco di Baviera e l’Alta Baviera, ma anche
nelle zone di Augusta, Kempten, l’Allgäu e Norimberga.

Già nel dicembre 2017 la deputata dei Verdi Katharina Schulze aveva sottoposto il problema al parlamento. Nel corso del 2018 sono stati
effettuati principalmente due arresti: l’arresto di Alessandro G. nell’ambito dell’Operazione Stige del 9 gennaio 2018 e l’arresto il
13 febbraio di Vincenzo M.,ricercato dall’ottobre 2017 per tentata estorsione e affiliato al clan Gallico.
Quest’ultima azione da parte della polizia bavarese è stata svolta
con il coinvolgimento dei carabinieri della città calabrese di
Palmi, i quali avevano monitorato gli spostamenti dei membri della
famiglia del ricercato.

Un altro elemento del clan Gallico, Emanuele C., è stato arrestato a Saarbrücken, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria con l’aiuto della polizia tedesca.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

Liberi di scegliere – il giudice mostra ai giovani delle famiglie mafiose una vita senza crimine


I giovani che crescono in famiglie di criminalità organizzata spesso non conoscono altre realtà della vita. Il progetto “Liberi di scegliere”, ideato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha l’obiettivo di consentire loro di ricevere una formazione professionale e culturale fondamentalmente diversa dalla cultura mafiosa. Si tratta di una misura di protezione non molto diversa da quella prevista per i figli di genitori violenti, alcolisti o tossicodipendenti, un progetto che può fornire importanti incentivi per riflettere sulla situazione in Germania.

Gli interventi non vengono effettuati in maniera preventiva per il solo fatto che un giovane viva all’interno di un contesto mafioso, ma qualora tale contesto sia per lui nocivo.

Spesso sono le madri stesse a incoraggiare il distacco da un contesto che rischia di mettere in pericolo i figli sia dal punto di vista psicologico che fisico, chiedono ai giudici del Tribunale dei Minori di aiutarle a evitare che il figlio diventi mafioso, un killer o vittima di una faida. Anche nei casi in cui non sono d’accordo con l’allontanamento del figlio, le madri si convincono successivamente della necessità di questa scelta.

Sono oltre 40 i ragazzi che hanno già intrapreso questo percorso, molti dei quali per espressa richiesta delle madri: spesso decidono di non ritornare nel paese d’origine.

L’accordo “Liberi di scegliere” del 2017 è stato siglato dai Ministeri di Giustizia e degli Interni, dalla Regione Calabria e dalle Corti di Appello e ha come obiettivo la tutela e l’educazione di minori e di giovani adulti provenienti da famiglie coinvolte nella criminalità organizzata.

I punti di riferimento sono costituiti dalla Dichiarazione dei diritti del Fanciullo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 novembre 1959), che riconosceva il bisogno dei giovani di attenzioni e cure particolari, data la sua immaturità fisica e intellettuale; dalle Regole di Pechino (Risoluzione del 29 novembre 1985), secondo cui il processo di sviluppo nazionale dei Paesi non può prescindere dalla giustizia minorile; infine dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), per la quale l’educazione del bambino deve preparare a una vita responsabile in una società libera.

Il riferimento alla libertà del titolo dell’accordo deriva dal fatto che spesso le famiglie mafiose chiedono ai figli di contribuire economicamente nella prosecuzione delle attività criminali, senza alcuna facoltà di opporsi a questa scelta. “Liberi di scegliere” costituisce un’alternativa a una strada apparentemente già tracciata: è una garanzia per l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che assiste gli adolescenti nella loro crescita e li aiuta poi a reinserirsi nella società mediante il lavoro.

L’intervento dell’Autorità Giudiziaria Minorile è regolato dai seguenti decreti: il Decreto del Presidente della Repubblica (D.P.R.) del 22 settembre 1988 n. 448 “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, il Decreto legislativo (D.lgs.) del 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88”, la legge del 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e il D.P.R. del 30 giugno 2000, n.230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si occupa dei detenuti, tra cui quelli nei circuiti di alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale (art.41-bis dell’ordinamento penitenziario).

La Questura attraverso l’Ufficio Minori della Divisione Anticrimine tutela i minori in situazioni di disagio socio-familiare in cooperazione con gli altri organismi istituzionali e con l’Autorità giudiziaria.

Su richiesta delle Procure della Repubblica, i Tribunali per i minorenni di Catanzaro e di Reggio Calabria applicano delle misure per tutelare in particolare i minori che provengono dai contesti di criminalità organizzata.

La Regione Calabria è delegata all’esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi dei servizi sociali e socio-sanitari e al compito di raccordo tra gli enti locali.

Il decreto n. 138 del 13 maggio 2005 del Ministero dell’Interno determina le “Misure per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia e delle altre persone sottoposte a protezione, nonché dei minori compresi nelle speciali misure di protezione” prevede all’art. 10 che “gli Organi competenti all’attuazione delle speciali misure di protezione e del programma speciale di protezione assicurano, mediante personale specializzato appartenente ai Servizi dipendenti dal Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia o mediante accordi con le strutture pubbliche sul territorio, la necessaria assistenza psicologica ai minori in situazioni di disagio”. Nel progetto, il Ministero dell’Interno si occupa di fornire all’Autorità giudiziaria il personale specializzato del Servizio centrale di protezione e della Divisione anticrimine presso le Questure di Reggio Calabria.

Il Ministero della Giustizia ha il compito di prendere in carico tutti i minori provenienti da contesti della criminalità organizzata qualora siano stati elaborati dei provvedimenti che li allontanino dalla famiglia.

Contenuti del progetto

I minori vengono reinseriti tramite l’offerta di attività e programmi rivolti anche al contesto familiare di provenienza. Delle équipe multidisciplinari sovrintendono alla partecipazione degli assistenti sociali del servizio della Giustizia, del Servizio sanitario regionale – il cui compito è assicurare l’assistenza psicologica e l’intervento educativo e di sostegno sociale da parte degli enti territoriali.

Fondamentale è l’individuazione del circuito di accoglienza per questi minori: la comunità, i gruppi appartamento oppure le famiglie affidatarie.

Occorre specificare quali tra i minori siano interessati da questo accordo:

  • coloro che sono inseriti in contesti di criminalità organizzata devono essere soggetti a un provvedimento amministrativo e/o penale da parte del Tribunale per i minorenni;

  • i minori interessati da procedure di volontaria giurisdizione ex artt. 330, 333 e 336 ultimo comma del codice civile nell’ambito dei quali sia stato emesso un provvedimento che incide sulla responsabilità genitoriale disponendo l’allontanamento dei minori dal contesto familiare e/o territoriale di appartenenza;

  • i figli di soggetti indagati/imputati o condannati per i reati di cui all’art. 51 comma 3-bis. c.p.p. allorquando si ravvisano situazioni pregiudizievoli e condizionanti ricollegabili al degradato contesto familiare;

  • i minori in carico al Tribunale per i Minorenni per procedimenti civili scaturiti ex art. 32 comma 4 DPR 448 del 1988 o ai sensi dell’art. 609 decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare legato a dinamiche criminali;

  • i minori e giovani adulti, inseriti nel circuito penale anche in misura alternativa alla detenzione che siano provenienti da nuclei familiari contigui alla criminalità organizzata del territorio;

  • i minori sottoposti a protezione e quelli compresi nelle speciali misure di protezione secondo le previsioni di cui al D.M. 13 maggio 2005 n. 138.