Operazione “Pollino”: Nonostante la retata anti mafia di successo le autorità tedesche fanno una figuraccia


In Olanda, Belgio, Italia e Germania sono stati arrestati all’inizio di dicembre 90 presunti membri dell’ ‘Ndrangheta. La finora più importante operazione internazionale anti mafia è stata coordinata dalle autorità europee competenti Eurojust e Europol. Al contrario di come spesso accade l’operazione non parte dall’Italia ma ha origine da delle indagini in Olanda per riciclaggio di denaro, che hanno portato a perquisizioni nella Renania settentrionale Vestfalia, a Berlino e in Baviera. Considerata la vicinanza ai porti di Amsterdam, Antwerpen e Rotterdam le indagini in Germania sono state concentrate nella regione est della Renania settentrionale Vestfalia. Grazie al successo della collaborazione a livello europeo l’operazione ha riscosso molte lodi, mentre i ripetuti errori delle autorità tedesche sono passati in secondo piano.

Gli antefatti: come gli ‘ndraghetisti sono arrivati in Germania

Nicodemo Panetta (37 anni) è un imprenditore che vive a Grotteria in Calabria ed è vittima di ripetute estorsioni. Nonostante sia lui che la sua famiglia vengano aggrediti e le sue attrezzature e macchine da costruzione vengano distrutte Panetta non si lascia intimidire e sporge denuncia contro i suoi estortori. Nel novembre del 1986 Panetta e il suo amico e imprenditore Nicodemo Raschillà sono vittime di un attentato e perdono la vita. Gli agenti trovano i proiettili di un intero caricatore di mitra ma non trovano alcun testimone. Le indagini giudiziarie portano all’arresto di alcuni presunti ‘ndraghetisti e mostrano che capitali legati all’attività d’estorsione del clan erano destinati alla Germania, sia per impedirne il sequestro che per mascherarne l’origine. Documenti legati all’indagine italiana dimostrano che con l’assistenza di un notaio tedesco a Duisburg sono stati investiti 80.000 Euro nell’impresa Bellavita con sede ad Hagen. Un ulteriore investimento venne destinato all’impresa La Piazza 3 Gastronomie che era al centro delle indagini dell’operazione “Pollino”. Gli ‘ndraghetisti si rivolsero sempre allo stesso notaio di Duisburg per le loro attività. Evidentemente il notaio Klaus B. non ebbe alcun sospetto, nonostante i cognomi dei clienti fossero legati all’ambiente dell’attività mafiosa. Una semplice ricerca su internet sarebbe bastata ad ottenere abbastanza materiale per una notifica di sospetto riciclaggio, alla quale i notaio obbligati e per la quale dispongono di estese possibilità di verifica. Una segnalazione tuttavia non venne mai presentata.

Intoppi nelle indagini e violazione del segreto d’ufficio

È quasi imbarazzante che la cimice nascosta nell’auto di due presunti dagli agenti ufficio di polizia federale tedesco (BKA) sia stata scoperta dagli ‘ndraghetisti ma non il sistema GPS che un gruppo di origina turca aveva installato nelle auto prima di metterle a disposizione degli ‘ndraghetisti. Proprio quando per aereo e per nave stava per arrivare un carico con mezza tonnellata di cocaina il dispositivo tecnico venne scoperto. Il gruppo di origine turca era non solo coinvolto nel traffico di droga ma metteva anche a disposizione degli ‘ndraghetisti auto con vani segreti (e appunto il suddetto sistema GPS). Queste auto venivano poi utilizzate per portare la cocaina in Italia. Per onestà è tuttavia opportuno menzionare che anche la polizia tedesca era a conoscenza del sistema e ha utilizzato i dati del gruppo turco per le proprie indagini. La collaborazione tra il gruppo di origine turca, che verosimilmente è legato alla criminalità organizzata, ed il gruppo italiano, sussisteva da lungo tempo. Altri ‘ndraghetisti attivi nella zona della Ruhr avevano già precedentemente utilizzato i loro servizi. I documenti legati alle indagini svelano che agenti tedeschi infiltrati avevano acquistato un’auto manipolata nell’estate del 2017. Il vano segreto integrato nell’auto poteva solo essere aperto grazie ad un speciale interruttore attivato dalla pressione di un preciso tasto nell’auto e l’utilizzo contemporaneo di un caricabatteria collegato all’accendisigaro. Quest’auto venne poi sequestrata.

Un altro errore venne commesso dalla polizia tedesca nel tentativo di installare delle videocamere di sorveglianza di fronte alla pizzeria che serviva come base al gruppo di ‘ndraghetisti. I protocolli della sorveglianza indicano che gli ‘ndraghetisti si accorserso prontamente delle telecamere, come riportato nell’audio di membro dell’organizzazione: “Cugi qua siamo sotto nn lo dire a nessuno anno messo le telcamere nella casa di boris che puntano nel locale… Ha chiamato la kripo a padrone di casa difronte e per sbaglio anno chiamato da boris […] ”). Come noto (da scambio informativo), il BKA aveva installato un sistema di videosorveglianza”.

Oltre a ciò gli ‘ndraghetisti riuscirono a nascondere un carico di droga così bene in un auto che la polizia durante un controllo non fu in grado di trovarlo. Domenico P. racconta che Francesco P. ai tempi residente a Moers ed un complice furono fermati dalla polizia con un auto “piena zeppa” di cocaina. Nonostante gli agenti avessero smontato l’intera auto e anche infilato una mano nella batteria non trovarono niente. Agenti italiani increduli chiesero conferma ai colleghi tedeschi che confermarono la veridicità del fatto avvenuto durante un controllo nell’ottobre 2014 a Neuwied. Un test antidroga diede un risultato positivo. “Lo hanno fatto pisciare in un barattolo in mezzo alla strada”, così descrive P. il controllo della polizia tedesca. I due ‘ndraghetisti e l’auto vennero quindi portati alla stazione di polizia, dove l’auto venne sottoposta ad un’ispezione, che ebbe tuttavia esito negativo. Il giorno successivo i due vennero rilasciati e con loro l’auto carica di cocaina.

Invece non si può definire un errore la violazione del segreto d’ufficio legato alla cooperazione nel traffico di droga tra gli ‘ndraghetisti e il gruppo turco. Nella Renania settentrionale Vestfalia sono in corso indagini contro cinque persone coinvolte: contro tre impiegati nella polizia, un’impiegata nell’amministrazione comunale di Wesseling e un’ex impiegata nell’amministrazione comunale di Duisburg. In questo momento non è possibile ottenere informazioni più precise. Una portavoce del pubblico ministero di Duisburg ha confermato che si tratta della violazione sia di segreto d’ufficio sia di dati personali.

In conclusione, a parte qualche arresto risulta importante che le autorità tedesche in termini di lotta alla mafia abbiano ancora molto da imparare, per non perdere credibilità a livello internazionale. Un carico di 550 kg di cocaina che probabilmente per colpa di una cimice installata male non è potuto essere sventato, un’operazione di sorveglianza di un punto di ritrovo per gruppo di trafficati andata a monte, cinque persone che indipendentemente l’una dall’altra hanno condiviso dati segreti e sensibili con la criminalità organizzata – sono esperienza che sollevano molte domande. Inoltre mostrano come il personale delle autorità tedesche non sia sensibilizzato adeguatamente per il problema della criminalità organizzata. Gli atti non contengono riferimenti a incidenti simili in altri paesi.

Sequestrata in Austria un’ingente somma derivante dal riciclaggio di denaro


Nel mese di dicembre la cooperazione transnazionale nella lotta contro la criminalità organizzata ha avuto tra i suoi esiti la confisca di quattro appartamenti tra Vienna e Innsbruck che erano stati comprati da Cosa Nostra e il sequestro di 37,3 milioni di euro derivanti dal riciclaggio e dal gioco d’azzardo.

L’acquisto di immobili era una pratica consolidata grazie all’appoggio di società e di fondazioni, e infatti è proprio in queste che il denaro è stato trovato. Proveniva in buona parte dal gioco d’azzardo illegale, come dimostra anche il fatto che alcuni imputati erano stati occupati nel settore delle scommesse e dei giochi d’azzardo; le altre fonti erano le frodi nel settore assicurativo e le estorsioni.

Il sospetto su queste azioni della mafia era stato sollevato a metà novembre dalla Procura di Reggio Calabria, la quale ha chiesto l’assistenza giudiziaria delle autorità austriache per un’indagine che che riguarda sì l’Austria, ma anche Sicilia, Calabria, Bari e Roma.

Andreas Holzer – Capo del Dipartimento generale e delle indagini sulla criminalità organizzata presso l’Ufficio federale di polizia giudiziaria (BK) – ha sottolineato che già allora sono stati confiscati immobili per un valore di oltre un miliardo di euro e sono stati arrestati 68 sospettati di essere dietro alla mafia delle scommesse sia in Italia che all’estero.

Come ha evidenziato il ministro dell’Interno austriaco Herbert Kickl (FpOe) a proposito della confisca di dicembre, “questa operazione dimostra ancora una volta l’importanza della cooperazione transfrontaliera nella lotta contro la criminalità organizzata”. Questo modo di procedere è del resto direttamente conseguente alla sovrapposizione parziale delle attività dei clan in territori diversi.

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Confisca a Berlino: sequestrati beni per un valore di circa 10 milioni di euro


Non c’è quasi nulla di più tedesco di un centro abitato con gli orticelli. Come se ci fosse bisogno di un segno che la criminalità organizzata è arrivata in mezzo alla società, il clan della famiglia Remmo ha comprato un terreno vicino a Berlino. Ora è stato confiscato dalla polizia, insieme a più di 70 proprietà per un valore di circa dieci milioni di euro. Mafia? Nein, Danke! lavora da anni per aumentare l’uso della confisca in Germania. Accogliamo pertanto con favore le misure che sono state adottate e speriamo che i sequestri sopravvivano al controllo giurisdizionale. Vorremmo che in Germania si discutesse di un altro approccio che si è dimostrato valido in Italia: il trasferimento di beni immobili confiscati a enti benefici della società civile. Non sarebbe bello se una targa fosse attaccata a una casa nel centro di Neukölln? “Questa casa apparteneva a un clan altamente criminale che ha ricattato gli imprenditori di Berlino e rubato milioni di euro di beni. Abbiamo restituito questi beni alla società. Il tuo Stato di Berlino”.  Questo sarebbe un messaggio forte – anche per i giovani in viaggio verso una carriera criminale. Per evitare proprio questo, il vicesindaco di Neukölln, Falko Liecke, ha accolto un nostro suggerimento: sviluppare programmi di abbandono per i membri delle famiglie di clan. In passato ne abbiamo già discusso con importanti politici e parlamentari del Senato e stiamo preparando un’altra riunione di esperti sull’argomento.

III Formazione di Libera Contro le Mafie in Europa a Gent, in Belgio: confisca e corruzione i temi affrontati


Dopo Parigi e Berlino, la rete di associazioni che collaborano con Libera a livello europeo – in questa occasione composta da 20 attivisti provenienti da Belgio, Svizzera, Germania, Francia e Regno Unito – si è riunita per la terza volta a Gent ad inizio dicembre. Una tre giorni in cui abbiamo discusso del progetto Libera Idee in Europa e dell’Agenda per il 2018; durante il momento di formazione collettivo hanno partecipato anche Alberto Perduca, procuratore della Repubblica, che ha parlato dello strumento della confisca e Alberto Vannucci, professore ordinario presso Il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa, esperto di organizzazioni criminali e corruzione politico-amministrativa.

Tra gli strumenti “antimafia” più efficaci, infatti, citiamo la conoscenza teorica del fenomeno corruttivo – per sua natura, l’oggetto che vogliamo imparare a conoscere e combattere è invisibile (a maggior ragione quando è efficace) – e l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso lo strumento dapprima del sequestro e successivamente della confisca. Entrambi sono elementi chiave nel contrasto alla criminalità organizzata; la consapevolezza a riguardo è cresciuta negli anni anche a livello europeo, come dimostrano numerosi strumenti legislativi, in primis la Direttiva europea 2014/42, relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi del reato nell’Unione Europea. Guardando alle diverse tipologie di confisca che sono state inserite nella direttiva però, un grosso punto di domanda rimane per quanto riguarda l’utilizzo della confisca di prevenzione – bai passata in alcuni casi una buona cooperazione transfrontaliera – e il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Anti-Mafia Talks

A conclusione del weekend all’insegna dell’antimafia, abbiamo partecipato ad una giornata pubblica intitolata “Anti-Maffia Talks” (circa 350 partecipanti), promossa dal Centro d’arte Vooruit, Libera Internazionale e Antico Sapore, con la partecipazione di don Luigi Ciotti, intervistato dalla giornalista belga Ine Roox. A seguire lo spettacolo “Mafia Liquida”, realizzato dalla troupe di Cinemovel (link): lavagna luminosa, proiettore digitale e musica, sono stati gli strumenti utilizzati per tradurre in immagini storie quotidiane di sopraffazione mafiosa. Salvatore di Rosa e Mario Portanova, giornalisti d’inchiesta rispettivamente da Belgio e Italia e Giulia Baruzzo di Libera Internazionale hanno chiuso la tre giorni parlando dell’incessante diffusione delle mafie oltre i confini dell’Italia. Auspicare una Europa sempre più impegnata contro la criminalità organizzata – nel nostro piccolo promuovere una progettualità comune dell’antimafia sociale a livello europeo – risulta quindi sempre più attuale e necessario.

 

La caccia ai patrimoni dei mafiosi, ma non solo


Il via libera definitivo alla riforma del Codice Antimafia è stato raggiunto alla Camera il 27 settembre con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti; il codice, approvato dalla Camera nel 2015, era stato modificato dal Senato nel luglio 2017 dopo un iter piuttosto travagliato. Numerosi gli obiettivi della riforma, che apportano modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (d.lgs. 159/2011) e all’ordinamento penale.

Gli interventi spaziano dalle modifiche al sistema delle misure di prevenzione personali – astrattamente è introdotta la possibilità di colpire anche fenomeni di corruzione seriale e patrimoniale con misure di prevenzione in materia di reati contro la pubblica amministrazione, misure più tempestive alla riforma della disciplina dell’amministrazione, gestione e destinazione dei beni. Si legge un miglioramento dell’efficienza dell’ Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita dalla legge n.50/2010 e oggi sotto la vigilanza del Ministero dell’Interno. Tra le misure a sostegno alle aziende sequestrate, nasce invece un fondo di 10 milioni di euro per aiutare, quando è possibile, la prosecuzione delle attività ed evitarne così il fallimento.

Quella che però era una delle novità più contestate dalla riforma e per questo oggetto di un ordine del giorno della maggioranza, è proprio l’estensione del sequestro dei beni, già previsto per i mafiosi, anche ai corrotti ‘seriali’. Da tempo, infatti, in Italia si discute la possibilità di utilizzare gli stessi strumenti per la lotta alla mafia contro la corruzione dilagante (un esempio concreto: l’utilizzo di agenti sotto copertura), che ha però visto opinioni autorevoli discordanti.

Un’alternativa proposta da alcuni era stata quella di creare una fattispecie di reato di associazione con finalità di corruzione. Il governo ora dovrà, in sede di prima applicazione della riforma, valutare eventuali modifiche sull’equiparazione tra corrotti e mafiosi per quanto riguarda le misure di prevenzione, affinché la tutela della legalità vada di pari passo con le garanzie dei diritti dei cittadini e delle imprese.

Una richiesta parlamentare dei Verdi mostra quanto poco il governo tedesco sappia della mafia in Germania – ed i numeri che ha sono allarmanti


Rispetto al 2007, anno della strage di Duisburg per mano ‘ndranghetista, il numero di mafiosi in Germania si è quadruplicato. Questa la risposta del governo tedesco ad una richiesta ufficiale della frazione parlamentare dei Verdi (die Grüne) inviata il 24 luglio 2017. Alla base delle domande poste al governo, la volontà di comprendere e ottenere dati su un fenomeno criminale che, fuori dai brevi riflettori di Duisburg, agisce nel silenzio, nel riciclaggio, nei traffici illegali. L’attenzione del pubblico tedesco al momento si concentra sul terrorismo e sui rifugiati – e le mafie ne approfittano, trovando spazi di azione che passano inosservati. La risposta del governo alle domande dei Verdi riportano dati di assoluta importanza: numeri ufficiali, raccolti dal BKA nel 2008, parlavano della presenza di 136 mafiosi in Germania; il numero odierno riportato dal governo è adesso quattro volte tanto; si parla infatti di almeno 562 membri di organizzazioni mafiose in terra tedesca. È anche importante ricordare che questo numero comprende solo i criminali noti alle autorità: la cifra reale potrebbe quindi essere molto maggiore. È un numero oscuro.

Il governo informa anche sullo sviluppo delle organizzazioni criminali singolarmente: una crescita del 520 percento appartiene a Cosa Nostra, che conta ad oggi in Germania almeno 124 membri. La ‘ndrangheta calabrese, la mafia più pericolosa degli ultimi tempi e la maggiormente radicata in Germania, ha visto invece un aumento dei propri membri in terra tedesca del 455 percento: la stima è di almeno 333, divisi in 51 gruppi sparsi per il territorio. Queste le mafie più presenti. Contro la ‘ndrangheta sono stati istituiti 65 procedimenti in Germania, nei seguenti Bundesländer: Baden-Wuerttemberg, Nordreno-Vestfalia, Baviera, Amburgo, Essen, Bassa Sassonia e Saarland.

I numeri tedeschi della Camorra e della Sacra Corona Unita, la mafia pugliese, si attestano invece su 87 membri per la prima, divisi in 31 gruppi, e solo 18 per la seconda. Meno preoccupanti numericamente, ma non per questo da sottovalutare, considerando i collegamenti tra le mafie (come si nota anche dall’Operazione Meltemi, si legga di più qui) e dal fatto che queste cifre riportano solo stime al ribasso. Il documento governativo riporta anche 18 indagini che hanno riguardato la Camorra nei Bundesländer del Baden-Württemberg, Nordreno-Vestfalia, Baviera, Berlino, Amburgo, Essen, Bassa Sassonia e SchleswigHolstein.

Se questi dati destano preoccupazione, ancor peggio forse sono i numeri del contrasto alla criminalità organizzata. Secondo il rapporto del governo, solo 102 inchieste negli ultimi dieci anni sono partite in Germania. Troppo poche, rispetto ai numeri. La referente dei Verdi Irene Mihalic commenta così allo Spiegel: “L’esiguo numero di procedimenti contro la mafia italiana può essere un segno del fatto che soprattutto nel settore della polizia criminale non ci sono abbastanza investigatori nell’ambito della criminalità organizzata. Sarebbe un caso di cattiva amministrazione, che abbiamo deciso di affrontare”. 

Inoltre, nonostante l’evidente crescita del fenomeno mafioso, sembrano essere solo i numeri della criminalità ad aumentare e non quelli del loro contrasto: solo 5,85 milioni di Euro sono stati confiscati alle mafie in Germania negli ultimi dieci anni, sebbene i loro profitti siano certamente più alti. Stime credibili su questi ultimi non sarebbero possibili, secondo il governo: mancano le informazioni. Ma questa cifra corrisponde sicuramente ad una minuscola frazione dei profitti che ottengono le organizzazioni criminali italiane in Germania. I dati mostrano quanto sia drammatico il fallimento della politica tedesca nella lotta contro la mafia e la criminalità organizzata.

Informazioni mancanti sono un leitmotiv della risposta del governo tedesco alle incalzanti domande dei Verdi. Quello che si sa, pero, non è rassicurante. La comprensione della gravità del problema si spera porti ad accogliere le richieste di rinforzo alla polizia in ambito della criminalità organizzata, così come che le riforme legislative entrate in vigore questo luglio – sull’associazione a delinquere e l’alleggerimento dell’onere della prova – possano mostrare la loro efficacia in un contrasto più severo a un problema che, in Germania,

Cambiamenti legislativi in Germania: il contrasto alle mafie diventerà più efficace?


In occasione della conferenza organizzata da Mafia? Nein, Danke!, “Sicurezza e Libertà: come affrontare la criminalità organizzata in Europa?” del 12 luglio 2017, il Ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maiziére, ha annunciato due importanti cambiamenti legislativi di aiuto al contrasto alle mafie: un alleggerimento dell’onere della prova (Beweislasterleichterung) e una nuova formulazione dell’articolo 129 del codice penale, che disciplina l’associazione a delinquere.

Tra gli addetti ai lavori, l’assetto legislativo tedesco per quanto riguarda il contrasto alla criminalità organizzata è stato spesso, e a ragione, oggetto di critiche. In particolar modo in confronto alla severa legislazione italiana sull’argomento, figlia di una storia difficile da dimenticare, la Germania è rimasta focalizzata su altre priorità, con gravi conseguenze sugli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine, e non solo, per contrastare la criminalità organizzata, ormai presente e radicata anche in territorio tedesco.

Tra le molte necessarie, in particolare due misure sono state al centro delle richieste della società civile impegnata contro le mafie, delle forze dell’ordine, dell’Europa e degli esperti: l’inversione dell’onere della prova, già presente in Italia,  ed una nuova formulazione dell’associazione a delinquere, considerata obsoleta e di poca utilità nel contrastare la criminalità organizzata. Con i cambiamenti legislativi recenti, in vigore dal 1 luglio, il governo tedesco sembra aver ascoltato, almeno parzialmente, queste richieste. L’inversione dell’onere della prova, che implica il dovere da parte dell’imputato di provare l’origine lecita dei suoi beni (e non il contrario), non ha ancora raggiunto la Germania nel pieno della sua efficacia, ma si è almeno ottenuto un alleggerimento della suddetta nell’ambito della confisca dei beni: il nuovo regolamento prevede infatti che i beni di origine poco chiara possano essere confiscati se il giudice ritiene che tali beni siano frutto di reati commessi. La differenza cruciale rispetto all’assetto precedente sta nel fatto che i reati non debbano essere necessariamente individuati in maniera specifica, sebbene il giudice debba essere convinto “oltre ogni ragionevole dubbio” dell’origine criminale dei beni (per maggiori informazioni, si legga qui). Inoltre, secondo l’attuale riforma, la confisca e’ adesso possibile in seguito a tutti i reati penali che determinano l’acquisizione di un bene. Questa importante modifica legislativa risponde anche alla direttiva dell’Unione Europea 2014/42 (consultabile qui). La differenza rispetto alla legislazione italiana, che prevede una vera e propria inversione dell’onere della prova, sta nel fatto che, secondo la nuova riforma tedesca, il compito di provare l’origine criminale dei beni resta al giudice, sebbene quest’ultimo abbia oggi uno spazio più ampio in cui muoversi.

Altra importante modifica è stata apportata all’articolo 129 del codice penale sull’associazione a delinquere. In Italia, l’associazione a delinquere è disciplinata dall’art. 416 con un ulteriore 416bis che regola quella di stampo mafioso. In Germania non si è ancora arrivati a tanto. Il nuovo articolo dimostra comunque passi avanti. Una delle conquiste principali della nuova formulazione è innanzitutto la definizione di “associazione criminale” che viene per la prima volta legalmente espressa con caratteristiche peculiari, come ad esempio la durata del sodalizio ed i ruoli dei membri. Se infatti con la precedente formulazione del 129 StGb, l’azione penale aveva come priorità i reati commessi, adesso si è aperta la strada alla considerazione della struttura criminale come perseguibile in se. Questa importante modifica risponde, come la precedente sulla confisca, a richieste europee, in particolare alla Decisione quadro 2008/841/GAI relativa alla lotta contro la criminalità organizzata. Per via della precedente formulazione dell’articolo, raramente utilizzato, si sono anche create notevoli difficoltà pratiche nella lotta alle mafie, portando a situazioni paradossali: nel corso dell’operazione “Santa” a Singen (2010), l’arresto degli ‘ndranghetisti coinvolti è stato possibile solo in ritardo e sulla base di un mandato di cattura europeo richiesto dall’Italia, non essendo l’associazione a delinquere con le caratteristiche della ‘ndrangheta punibile in Germania.

Si vedrà se nel futuro queste modifiche potranno rendere il contrasto alle mafie più efficace. Piccoli ed importanti passi nella giusta direzione sono stati fatti, ma ci sarebbe ancora molto da fare. In attesa di una vera e propria inversione dell’onere della prova e di misure più severe che colpiscano le mafie nelle loro attività più lucrative (es. riciclaggio), valuteremo l’efficacia delle nuove norme.

Siamo piacevolmente stupiti…


 

…dalla risposta alla nostra conferenza antimafia presso l’Ambasciata italiana: si sono accreditati più di 90 giornalisti ed erano in loco 12 troupe televisive che hanno prodotto numerosi comunicati e radiocronache!

Tutto è andato per il meglio, tutti gli ospiti sono stati in grado di venire (nonostante un volo cancellato all’ultimo) e uno dei nostri principali invitati, il ministro degli interni Thomas de Maiziere, non è venuto a mani vuote ma ha portato con sé due leggi entrate in vigore pochi giorni prima: in primo luogo, la legge di attuazione della decisione quadro sulla lotta alla criminalità organizzata dovrebbe portare alla criminalizzazione della partecipazione attiva in clan mafiosi, in quanto la legge dovrebbe riguardare e colpire proprio l’associazione a delinquere (la Germania attua così la decisione quadro europea sulla lotta alla criminalità organizzata del 2008). In secondo luogo, l’inversione dell’onere della prova, invocata e attesa da molti investigatori, (per la quale i criminali dovrebbero provare l’origine legale dei propri capitali) non esiste ancora in Germania, ma De Maizière ha ricordato l’attuazione di un onere della prova meno rigido, piuttosto “alleggerito”, in vigore dal 1 luglio 2017. Analizzeremo fino a che punto questo strumento sia compatibile con la lotta contro la criminalità organizzata.

Siamo rimasti stupiti anche dalle posizioni contrastanti ascoltate durante la conferenza. Un esempio: Peter Henzler, vicepresidente del BKA, ha constatato solo piccole lacune della legislazione antiriciclaggio tedesca; Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, invece, ha parlato di come l’ndrangheta non abbia bisogno di trasportare denaro in valigia verso la Germania per riciclarlo: le banche lo fanno.

Nelle prossime settimane pubblicheremo gli atti completi della Conferenza. Fino ad allora, troverete una sintesi della conferenza pubblicata dal nostro partner organizzativo il Movimento Europeo Germania sul loro sito (pagina disponibile unicamente in lingua tedesca). Inoltre, è disponibile il discorso integrale del ministro tedesco sul sito ufficiale del Ministero degli Interni (anch’esso in lingua tedesca).

Vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner nell’organizzazione di questa conferenza – l’Ambasciata Italiana a Berlino ed il Movimento Europeo Germania – così come i nostri sponsor, in particolare Barbera Caffè Germania, la quale ha offerto a noi ed ai nostri ospiti deliziosi caffè (espresso!!) e cappuccini, il bar ‘I cento Passi e il distributore di macchine per caffè espresso Caffè Sant Angelo.

Nuova confisca del parco eolico di Isola di Capo Rizzuto finanziato dalla HSH Nordbank


Non dovrebbe essere possibile che una banca come la HSH Nordbank finanzi un progetto che viene poi bloccato per ben due volte a causa di infiltrazioni mafiose. Invece, è successo, proprio a questa banca che, insieme ad altre, è di proprietà degli stati federati Schleswig-Holstein ed Amburgo; in particolare, uno dei parchi eolici da questa finanziati, con un valore di circa 250 milioni di euro, è stato nuovamente confiscato a marzo dalla procura di Catanzaro. Già nel 2012, le stesse autorità avevano sequestrato lo stabilimento ma l’atto era poi stato annullato in seguito ad una lunga battaglia legale.

Il parco eolico di Isola di Capo Rizzuto in provincia di Crotone (Calabria) non è il solo ad essere stato finanziato dalla Germania. Anche le imprese preposte alla pianificazione e la costruzione, così come i fornitori, hanno sede in Germania ed alcune di loro sono aziende ben note. Ci si chiede per quale motivo nessuna delle aziende coinvolte non si sia impegnata a valutare con chi avessero a che fare sul fronte italiano. Almeno sarebbero dovuti sorgere dei dubbi anche solo in seguito ad una semplice ricerca Google; digitando, infatti, “Arena” ed “Isola di Capo Rizzuto” sarebbe stato chiaro fin da subito di star facendo affari con la mafia. Quindi, o la ricerca non è stata effettuata in toto, oppure il fatto di lavorare con mafiosi era semplicemente indifferente per le aziende coinvolte. In particolare, per quanto riguarda il caso della HSH Nordbank è stato provato che molti dei lavoratori della banca si trovavano proprio sull’Isola di Capo Rizzuto e che quest‘ultimi sarebbero stati portati dagli stessi familiari di Nicola Arena sui terreni dove in seguito si sarebbe costruito il parco eolico.

Ciò che è sicuro è che una buona parte dei 48 rotori eolici sono stati costruiti su terreni che, direttamente o indirettamente, appartengono al clan, che ne avrebbe quindi tratto un enorme profitto. Un altro elemento interessante di questo caso è che lo stabilimento sarebbe stato costruito parzialmente su aree non edificabili – in quanto si tratterebbero di aree prossime alla zona abitata e, in più, sotto tutela paesaggistica ed ambientale. Per questo motivo anche il funzionario che ha rilasciato l’autorizzazione si trova adesso sotto accusa; secondo quest’ultimo il luogo sarebbe stato adatto allo stabilimento per via della forza del vento, che in quell’area soffia regolarmente.

La HSH Nordbank ha rilasciato poche parole sulla nuova confisca. Una interlocutrice della banca afferma che l’informazione sia arrivata solo da pochi giorni; in più, la HSH non sarebbe coinvolta nel processo e quindi non riceverà alcuna informazione da le autorità italiane.

Alla domanda sul se e come vengano verificate le credenziali dei partner da parte della banca – una pratica che in investimenti di tali dimensioni, è assolutamente standard – l’interlocutrice ha preferito non pronunciarsi. Anche la domanda sul se siano state date delle garanzie nel caso del parco eolico di Isola Capo Rizzuto, e se sì quali, è rimasta senza risposta.

Un’ipotesi al vaglio degli investigatori italiani è quella che si sarebbe trattato di un finanziamento solo di facciata da parte della banca: i soldi, infatti, che sarebbero andati alla società dirigente del progetto, sarebbero stati segretamente coperti da una garanzia calabrese. L’idea è che quindi tutto questo progetto non sarebbe altro che un’enorme operazione di riciclaggio di denaro. Se questa supposizione abbia un fondo di verità, è ancora da capire. Non sono ancora state trovate prove a supporto di questa tesi. Di conseguenza, sono state fatte delle ricerche anche presso la banca, che in passato si è fatta notare per pratiche commerciali poco ortodosse. La banca è però allo stato attuale non oggetto di indagine.