Filippo Spiezia: ‘’La Commissione Europea vuole tagliare il bilancio operativo di Eurojust. È inaccettabile e contrario ai valori dell’UE’’


Il vicepresidente di Eurojust interviene alla conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, organizzata al Parlamento Europeo. Bruxelles, 5 febbraio 2020.

Il 5 febbraio si è tenuta a Bruxelles presso il Parlamento Europeo la conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, promossa dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli e che ha visto tra i relatori il vicepresidente di Eurojust Filippo Spiezia. Il suo intervento ha consegnato ai presenti alcuni spunti di riflessione importanti che vale la pena ripercorrere.

In apertura, Filippo Spiezia ha ricordato l’operazione investigativa Pollino, anche nota come ‘’European ‘ndrangheta Connection’’, che ha portato nel 2018 all’arresto di 90 persone e ha prodotto una delle più efficaci risposte sul piano giudiziario portate avanti a livello europeo contro organizzazioni mafiose. In particolare, ha elogiato l’operato del collega tedesco Uwe Mühlhoff, procuratore di Duisburg presente anch’egli alla conferenza in veste di relatore. Spiezia parla di un importante percorso professionale portato avanti insieme a Mühlhoff, di cui loda l’impegno e il coraggio, e grazie al quale si è concretizzato in un’asse operativo tra Italia e Germania di fondamentale importanza.

Il vicepresidente di Eurojust ha presentato in anteprima alcuni dati che sono il frutto del lavoro dell’agenzia per l’anno 2019, sottolineando l’importanza di farlo in una sede come quella del Parlamento Europeo, dove può rivolgersi direttamente al potere politico per fornire delle valutazioni ed indicare alcuni possibili percorsi da intraprendere. Spiezia, infatti, sostiene che sia necessario trovare nuove soluzioni per contrastare le mafie in Europa nel contesto di una rinnovata strategia. Nella sua analisi un valido punto di partenza rimane ‘’la nuova strategia dell’UE per il nuovo millennio contro il crimine organizzato’’ del maggio 2000 (C:2000:124:TOC), che presenta una straordinaria attualità ed efficacia, oltre ad alcuni punti programmatici importanti che non sono ancora stati attuati. Bisogna quindi ripartire da questo documento, che conteneva importanti capisaldi per il contrasto del crimine organizzato, e valutare le necessarie integrazioni.

Ma che cosa intendiamo, quando parliamo di criminalità organizzata e mafia? Al momento, specifica Spiezia, non abbiamo una definizione giuridicamente condivisa di cosa sia la criminalità organizzata, né abbiamo una definizione internazionalmente valida sul piano giuridico del concetto di mafie. È vero, la Convenzione di Palermo del 2000, art.2(a) definisce il gruppo criminale organizzato: ‘’gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati […] al fine di ottenere […] un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale’’. Ma questo è un concetto più frutto di dottrina che di definizione giuridica. L’associazione di tipo mafioso, invece, è un reato previsto dal legislatore italiano tramite la legge Rognoni-La Torre (art.416-bis del Codice penale) del 1982, e risponde ad una precisa connotazione.

‘’Il dato che ci riguarda è che non esiste una perfetta equivalenza tra criminalità organizzata e criminalità mafiosa. La mafia è una forma di criminalità organizzata, ma non tutta la criminalità organizzata è mafia’’, dichiara Spiezia.

Sul piano pratico, la maggiore differenza è data dalla stabilità del progetto criminale: le mafie sono caratterizzate dalla loro vocazione ad esercitare una forma di antistato all’interno dei territori e delle comunità sociali, per effetto della forza di intimidazione (che è parametro normativo del 416-bis). Sta qui la radice del problema: la vocazione delle organizzazioni mafiose a portare avanti un progetto criminale stabile nel tempo. Questo ha fatto sì che le organizzazioni mafiose conoscessero una loro evoluzione, a partire dai territori di origine per arrivare poi in altre regioni d’Italia e all’estero.

Spiezia passa dunque ad analizzare i dati Eurojust, e sottolinea come l’azione dell’agenzia sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Tra il 2018 e il 2019, in particolare, Eurojust ha aumentato la sua operatività del 17%, fornendo supporto in ben 8000 indagini per fatti di criminalità transnazionale (2019).

Osservando i dati giudiziari dell’organismo, però, si nota come il crimine organizzato di tipo mafioso non sia considerato nelle aree prioritarie di azione dell’Unione Europea. È indubbiamente presente nei dati giudiziari di Eurojust ma non è formalmente classificato tra le aree prioritarie perché non rientra nei parametri di classificazione considerati nei documenti ufficiali dell’Unione. Paradossalmente, dunque, il fenomeno mafioso non è considerato una priorità. Per quale motivo?

Innanzitutto, c’è un problema di inquadramento per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni di tipo mafioso al di fuori dei territori di origine. La Corte di cassazione italiana fornisce due inquadramenti differenti, apparentemente in contrasto. Il primo orientamento richiede la ‘’prova che quell’organizzazione abbia avuto la capacità di esercitare il controllo mafioso sul nuovo territorio di sviluppo. L’altro orientamento sostiene che non sia necessario provare la proiezione dell’intimidazione mafiosa sul nuovo territorio se c’è l’evidente collegamento con la madrepatria’’. Per dirimere il conflitto interpretativo, il 17 luglio del 2019, il Presidente della Cassazione di si è espresso in merito, sostenendo che il problema riguardasse unicamente la ‘’prova del metodo mafioso’’. Per le mafie di nuova creazione, che si costituiscono al di fuori dei centri originari di appartenenza, occorre che la nuova cellula sia in grado di manifestarsi ed esprimersi come cellula mafiosa, quindi va trovata sul territorio la proiezione della mafia. Al contrario, per gli aggregati che sono la manifestazione di cellule già esistenti in madrepatria non c’è bisogno di andare a provare che sul territorio di arrivo c’è una nuova cellula mafiosa.

Si veda ad esempio l’operazione Pollino: per i mafiosi che si recano a Duisburg – o più in generale per affari in Germania e in Olanda – non c’è la necessità di provare che si è formata una nuova cellula mafiosa. Basta sapere che il soggetto mafioso attivo a Duisburg è appartenente ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso – la ‘ndrangheta – che è già provato sia esistente in Calabria.

C’è, poi, un problema di emersione del fenomeno a livello europeo. Ciò, secondo Spiezia, dipende innanzitutto dall’approccio delle mafie operanti all’estero. Queste sono sempre più silenti, orientate agli affari e all’acquisizione dei mercati. Spesso non riproducono all’estero quelle forme di intimidazione e violenza che utilizzano nel contesto di origine. Portano, invece, ‘’un volto più spendibile’’. Quindi è difficile percepirle, a meno che non ci sia un contrasto con altri gruppi criminali attivi sul territorio che portano a situazioni in cui – si veda il caso di Duisburg – le mafie mostrano nuovamente il loro volto violento, perché c’è nuovamente in gioco il controllo e l’egemonia sul territorio.

L’emersione del fenomeno, poi, è bloccata anche dalle mancanze e disomogeneità del quadro legale a livello europeo. Oggi viene utilizzato uno schema normativo – la decisione quadro del 2008 relativa alla lotta alla criminalità organizzata (DQ 2008/841/GAI) – che è totalmente inadeguato. Non bisogna avere una fattispecie di mafia in ambito europeo, ma è necessario avere una normativa che rifletta il modello di business di queste organizzazioni criminali, che rispecchi quello che fanno oggi i gruppi criminali organizzati in ambito europeo. È fondamentale considerare il loro carattere transnazionale. Oggi, sottolinea energicamente il magistrato, è necessaria una normativa rilevante a livello europeo che consideri questa transnazionalità e che, su questa base, consenta di aggravare il trattamento sanzionatorio. È un vuoto normativo che va colmato, così come quello che riguarda i collaboratori di giustizia. Il vicedirettore di Eurojust sottolinea come spesso si ricorra a soluzioni creative perché non ci sono gli strumenti adeguati a svolgere il proprio lavoro efficacemente. C’è poi senz’altro bisogno di un organismo di gestione – in chiave europea e centralizzata – dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. Secondo i dati dell’UE solamente l’1% dei proventi è sottratto al crimine organizzato. Se vogliamo vincere la lotta alle mafie questa è una tendenza che va invertita.

La riflessione più accalorata e sentita, però, riguarda le condizioni di lavoro di Eurojust. Il prezioso lavoro dell’agenzia europea di coordinamento giudiziario è in pericolo a causa di importanti tagli di bilancio.

Spiezia, a tal proposito, lancia un vero e proprio appello alle istituzioni europee: ‘’si faccia attenzione a depotenziare la capacità operativa dell’organismo di coordinamento contro le organizzazioni mafiose (Eurojust n.d.r.). Noi stiamo combattendo il problema del multifinancial framework. Sapete che cos’è? Sono i tetti del bilancio che vengono stabiliti per determinare le allocazioni del bilancio per gli anni successivi. Noi abbiamo un bilancio operativo di Eurojust che per quest’anno è di 41 milioni di euro. La proposta della Commissione Europea per gli anni a venire è di 33 milioni di euro. Questo significa che, secondo le previsioni della Commissione Europea, noi possiamo chiudere le porte. Questo si chiama effetto ‘shutdown’, che io non posso accettare come magistrato e come rappresentante delle istituzioni. Il fatto che i rappresentanti della Commissione – che per la prima volta siedono al collegio di Eurojust – sostengano questa proposta non è rispettoso dei valori su cui è fondata l’istituzione europea’’.

Il magistrato italiano riafferma dunque il bisogno di rafforzare il coordinamento giudiziario a livello europeo e l’operatività di Eurojust. Critica la talvolta anomala scelta da parte delle istituzioni europee nell’allocazione delle risorse. Fa l’esempio di altre agenzie di law-enforcement che vengono rafforzate in maniera forse spropositata, come Frontex, che verrà potenziata tramite l’assunzione di 10000 persone nei prossimi anni, con lo scopo di creare una guardia costiera operativa e non solo più di supporto agli Stati membri. Sottolinea poi l’inevitabile complessità della macchina burocratica europea, dove c’è un problema rispetto alla coerente trasmissione di informazioni. Per quel che riguarda Eurojust, Spiezia ricorda che quando il commissario UE alla Giustizia ha scoperto della difficile situazione economica e finanziaria dell’agenzia non sapeva di cosa si stesse parlando, perché a conoscenza dei fatti era invece un’altra sezione dell’UE (DG HOME). L’UE deve dunque rivedere le proprie priorità, eliminando le disfunzioni e potenziando le azioni. Non basta distribuire le competenze, bisogna anche affiancarvi un adeguato supporto e risorse sufficienti.

Quindi – tramite l’introduzione di nuovi strumenti, il rafforzamento delle strutture operative e la revisione del quadro normativo – la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso va inclusa tra le priorità dell’UE alla luce di una nuova strategia.

In chiusura della conferenza, Spiezia esprime l’augurio che le autorità politiche presenti colgano le esigenze e le istanze presentate dai relatori per farsi poi promotori di un’iniziativa che raccolga consenso e porti ad una proposta di direttiva per una nuova normativa europea sulla criminalità organizzata.

Nando dalla Chiesa – il viaggio in Germania


Anche nel 2020 avremo il piacere e l’onore di avere come nostro ospite Nando dalla Chiesa, professore e sociologo, per una serie di eventi organizzati per gennaio.

Nando dalla Chiesa è professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano, dove ha fondato l’Osservatorio sulla criminalità organizzata CROSS e i corsi di studio e di dottorato in Sociologia della criminalità organizzata. Attualmente presiede la “Libera Cathedra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” presso la Alta Escuela di Ciudad de México. Presidente onorario dell’associazione Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, è uno degli esperti più riconosciuti in Italia e all’estero sui temi delle mafie e dell’antimafia. Oltre alle attività accademiche, il Prof. Dalla Chiesa scrive regolarmente per Il Fatto Quotidiano e ha scritto inoltre numerosi libri di analisi e denuncia del fenomeno mafioso, tenendo lezioni sull’argomento a livello nazionale ed internazionale.

Il Prof. Dalla Chiesa sarà impegnato in lezioni e incontri con temi che varieranno dalla letteratura italiana di fine Novecento alla lotta alla mafia. Sarà inoltre l’occasione per la presentazione del suo ultimo libro “Rosso Mafia”. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia” scritto insieme a Federica Cabras ed edito da Bompiani.

Tutti gli eventi si svolgeranno in lingua italiana. Programma completo qui: bit.ly/DallaChiesa20

Mafie in Europa


Era il 1962 quando il matematico statunitense Edward Lorenz studiò ed elaborò il cosiddetto “effetto farfalla”, probabilmente ispiratosi ad “A Sound of Thunder”, racconto di Ray Bradbury. Lo scrittore del celebre romanzo Fahrenheit 451 immagina che, in futuro distopico fissato nel 2055, il protagonista, un cacciatore che intraprende un “safari nel tempo”, calpesta e uccide una farfalla, causando mutamenti politici, sociali, culturali nel suo presente.

Lorenz elaborò matematicamente e fisicamente l’ipotesi per cui “un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”: il gabbiano, divenuto poi una più romantica farfalla, causerebbe uno spostamento di materia tale da innescare infinitesimali ma determinanti mutamenti nel reale che potrebbero anche far originare un uragano in tutt’altra parte del mondo.

La più che suggestiva teoria lorenziana, dotata di una prorompente forza immaginifica, è stata la base per sceneggiature di successo come Donnie Darko e The Butterfly Effect; ha ispirato cantanti ed artisti e, nel tempo, è servita a spiegare teorie filosofiche, legate al destino umano e teorie ambientali, relative al cambiamento climatico.

Tra le varie applicazioni del concetto, interessante è l’uso strumentale che spesso si fa dell’effetto farfalla per spiegare la globalizzazione: il mercato globale, erroneamente definito come inevitabile e parte dell’evoluzione umana, ha innescato nel tempo legami invisibili tra luoghi del mondo apparentemente sconnessi. Un incendio in una fabbrica di scarpe in Thailandia, ad esempio, può causare ingenti danni ad una multinazionale con sede in America, facendo calare a picco la sua quotazione in borsa e incidendo sull’occupazione nelle zone del mondo in cui la multinazionale opera. L’esempio più emblematico è sicuramente quello della Grande Crisi del 2008: la deregulation dei mercati finanziari permise delle incredibili – e complicate – speculazioni da parte dei più grandi attori finanziari degli USA (Goldman Sachs e JP Morgan fra tutte), soprattutto nel mercato immobiliare. Allo scoppio della bolla speculativa si è innescato un effetto domino che ha portato dapprima alla bancarotta della più grande assicurazione del mondo (l’AIG), poi al crollo della borsa mondiale, sino ad incidere tassello dopo tassello, sulla vita quotidiana di miliardi di persone, specialmente dei paesi più poveri e sottosviluppati.

La globalizzazione ci ha permesso di trovare sugli scaffali dei nostri supermercati prodotti orientali o sudamericani; ha consentito di conoscere le controversie politiche di questo o quel paese subsahariano; ha dato modo di connettere e creare ponti tra realtà economiche e sociali molto distanti tra loro. Ma come l’effetto farfalla insegna, ad ogni battito di ali corrisponde un uragano.

Uno dei tanti, troppi effetti negativi e incontrollati – ma non incontrollabili – della globalizzazione è stato ed è tutt’ora l’esponenziale crescita della criminalità organizzata: le simil-feudali famiglie mafiose siciliane, le barbare ‘ndrine della ‘ndrangheta, i clan camorristici hanno deciso di imparare l’inglese, il tedesco, lo spagnolo ed hanno avuto la capacità di oltrepassare i confini italiani ed europei.

Per questo, definire oggi le caratteristiche delle organizzazioni criminali italiane è assai arduo e complesso. Come Giano Bifronte, infatti, da un lato esse sono profondamente legate ai territori di origine, dove continuano a mantenere un potere profondamente legato al consenso popolare; dall’altro, invece, hanno acquisito una forte propensione ad emigrare ed esplorare oltre i confini italiani alla ricerca dei terreni più fertili per seminare e poi raccogliere i propri frutti criminali.

A questo punto occorre aprire una parentesi. Da decenni le mafie hanno differenziato i propri settori d’investimento, alla ricerca di una gigantesca “lavatrice” del proprio denaro sporco sempre in funzione. È fondamentale per le mafie investire il più possibile in attività legali che permettono di utilizzare il proprio denaro sporco derivante da attività come il commercio di droga, la prostituzione, il pizzo etc. etc. Per questo parlare di “organizzazione mafiosa” oggi significa parlare di una vera e propria “impresa mafiosa”, il cui fine primario è il profitto, caratterizzata da una rinnovata capacità di mimetizzarsi con il mercato cd legale e con gli agenti attivi nel panorama economico europeo e mondiale. Le mafie guadagnano, investono, rischiano esattamente come ogni società e, data la loro immensa capacità economica, sono paragonabili a poche multinazionali al mondo. Secondo un recente studio della Commissione Parlamentare antimafia le mafie italiane hanno un fatturato (ossia una somma di ricavi) pari a circa 150 miliardi di euro, più della prima multinazionale italiana (Exor, al cui interno vi sono la Juventus e Fiat ad esempio, che nel 2018 ha avuto un fatturato di 143 miliardi di euro).

Capitale. Investimenti. Globalizzazione. Le parole d’oro che caratterizzano il neo liberismo sfrenato, oggi, sono le stesse parole utilizzabili per le varie forme di criminalità organizzata, italiane (la ‘ndrangheta sopra tutte) e straniere (come i Narcos messicani e colombiani e la mafia russa). Ed anche in questo caso l’effetto farfalla fa il suo corso. Come quando nel 2007 una delle tipiche faide interne alla ‘ndrangheta – quella tra i clan Nirta-Strangio e Pelle-Vottari – originatasi nell’entroterra calabro, a San Luca, madrepatria aspromontina di quella che è oggi riconosciuta come la più forte organizzazione criminale del mondo e monopolista del mercato europeo della cocaina – ebbe i suoi devastanti effetti su luoghi distantissimi, geograficamente e culturalmente. È la Germania, infatti, lo scenario in cui, il giorno di ferragosto di dodici anni, fa si consumò definitivamente la guerra intestina tra i clan calabresi: a Duisburg, città famosa per l’acciaio ed il suo immenso porto fluviale, dinanzi al ristorante Da Bruno (uno delle tante “lavatrici” della ‘ndrangheta), il tipico silenzio teutonico fu spezzato dall’esplodere di decine e decine di colpi. 6 le vittime, tutte facenti parte del clan Pelle-Vottari, dai 16 ai 39 anni. I due principali mandanti, Giovanni Strangio e Francesco Nirta, sono stati arrestati qualche anno dopo non nell’arida San Luca, non in bunker ben nascosti tra le reti fognarie calabresi, non in casali protetti da un vicinato spaventato e silenzioso, ma in Olanda. Il primo, infatti, è stato arrestato ad Amsterdam, nel 2009; il secondo vicino Utrecht, a Nieuwegein, nel 2013.

Una faida a San Luca, una strage a Duisburg, due arresti in Olanda: ecco la globalizzazione. Ecco l’effetto farfalla. Storie lontane che si incrociano, paesi distanti che divengono scenari delle medesime tragedie, linee all’apparenza parallele che si intersecano dando vita a contorti labirinti. Come anche le storie delle ultime due vittime innocenti di mafia, Jan Kuciak e Martina Kusnirova, ventisettenni slovacchi, fidanzati e promessi sposi, e Antonino Vadalà, nato a Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria, noto da anni dalle autorità italiane. Jan era un giornalista brillante e stava lavorando ad un’inchiesta sui rapporti tra la ‘ndrangheta ed il primo ministro slovacco Robert Fico, volta a scoprire un immenso giro d’affari basato sull’intercettazione illecita di fondi europei. Vadalà, già conosciuto dagli investigatori italiani per aver nascosto il trafficante di droga Domenico “Mico” Ventura, da Bova Marina scappò in Slovacchia dove avviò ferventi attività imprenditoriali e acquisì sempre più potere come referente dell’associazione criminale, intessendo rapporti anche con il Primo Ministro del paese. Le inchieste di Jan furono brutalmente silenziate il 21 febbraio 2018, giorno in cui lui e Martina sono stati freddati nella loro abitazione, ma l’effetto farfalla, questa volta, ha portato ad un’uragano di rabbia collettiva e solidarietà: Robert Fico, infatti, fu costretto a dimettersi dalle piazze slovacche, riempitesi come mai prima sin dalla Rivoluzione di velluto del 1989 per chiedere a gran voce nuove elezioni.

Immensa disponibilità economica (paragonabile a pochi Stati o multinazionali al mondo), ramificazioni intercontinentali e capacità permeante in molteplici settori della società: forse aveva ragione Marlon Brando, l’attore interprete del celebre Padrino, quando affermava che “la mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo”.

Lacrime e brividi – la Summer School a Milano su ‘’Mafia e donne’’ impartisce nuove conoscenze


Può accadere che ascolti il racconto di una procuratrice intenzionata a fermare una collaboratrice di giustizia sulla strada per la rovina – il cui veicolo sembrava passare inosservato attraverso ogni barriera stradale – e tutto quello che aveva a sua disposizione era unicamente un segnale GPS. Nessun tipo di auto, nessuna intercettazione, solo un punto sullo schermo.

Può succedere che tu ti chieda perché è meglio non vedere le donne nei clan mafiosi come vittime, ma piuttosto considerare i fattori che le rendono particolarmente vulnerabili, perché la debolezza deriva dalla condizione di vittima, ma la vulnerabilità può essere una risorsa di forza.

Accade anche che tu – e quasi tutti gli altri partecipanti al corso, compresi i professori – siate commossi fino alle lacrime da un’opera teatrale e dalla forza delle parole. E può succedere che dopo una settimana e un totale di 40 ore di insegnamento, il più alto procuratore antimafia italiano ti presenti e ti consegni il diploma personalmente. La Summer School presso l’Università degli Studi di Milano sui diversi temi riguardanti la criminalità organizzata è senza dubbio qualcosa di speciale. Parteciparvi, se si parla italiano, è un grande privilegio.

Ma se vieni dalla Germania, ti lascia anche un po’ triste. Per il fatto che un evento di questo tipo – che si rivolge sia ad un pubblico professionale che ad un pubblico di massa – in Germania non esiste. E poi c’è naturalmente la solita (e vecchia) considerazione: il tema della criminalità organizzata e della mafia in Italia sta ricevendo l’attenzione e il sostegno che si cerca invano anche in Germania. Per la nona volta, l’Università Statale di Milano ha organizzato questo seminario strutturato in blocchi. Quest’anno l’argomento era “Mafia e donne”. Si tratta di un evento portato avanti anche in collaborazione con l’associazione italiana antimafia Libera. Sul versante universitario, il programma è stato progettato da tre professori: Nando dalla Chiesa, Monica Massari e Ombretta Ingrascí. Sono tutti ricercatori di spessore sul tema delle mafie e della criminalità organizzata. Basterebbe solo questo a dimostrare quanto l’Italia sia all’avanguardia in questo campo rispetto alla Germania. Tra gli organizzatori c’è anche Sarah Mazzenzana, nostra volontaria presso mafianeindanke qualche tempo fa. Quest’anno, tra i circa 40 partecipanti c’erano poliziotti, pubblici ministeri, studenti, insegnanti, pensionati e cittadini attivi e interessati. C’era anche un partecipante venuto appositamente da Washington.

È difficile riassumere una settimana così ricca di impressioni e intuizioni. Una conclusione ammissibile è che la visione maschile delle donne presenti nelle strutture della criminalità organizzata ha reso per troppo tempo praticamente impossibile una visione globale del fenomeno. Su larga scala, l’illusione generalmente creata dei clan come entità puramente maschili prevale ancora oggi. Le donne, in realtà, svolgono un ruolo importante in tutte le principali organizzazioni criminali italiane (‘ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e altri gruppi minori).

La camorra napoletana, che si considera l’organizzazione ‘’più progressista’’, ha al proprio interno anche donne che ricoprono il ruolo di boss. Vi è persino l’esempio di una trans alla guida di un gruppo criminale. Diversi interrogatori a collaboratrici di giustizia hanno inoltre dimostrato che il ruolo delle donne è molto più importante rispetto alla semplice educazione dei figli e alla trasmissione dei (dis)valori della mafia. È anche vero, però, che all’interno della ‘ndrangheta calabrese è importante che i clan mantengano le donne sotto il maggior controllo possibile, proprio perché la loro funzione è vitale per i clan – anche se non possono formalmente diventare membri e quindi non assumono una funzione ufficiale. Ad esempio, quando si è saputo che Giusy Pesce è diventata collaboratrice di giustizia e ha cambiato schieramento, il clan Bellocco ha celebrato e deriso i Pesce per il fatto che questi non riuscissero a tenere le loro donne sotto controllo.

Le donne dei clan esercitano spesso anche la professione di avvocatesse, consulenti finanziarie e contabili. Ciò aiuta a comprendere che la ‘ndrangheta non sia un blocco monolitico, bensì una rete di clan diversi che non mantengono tutti le stesse regole e gli stessi schemi procedurali.

Nella Summer School, però, non ci si è concentrati solo sulle donne di mafia, ma anche su quelle che la combattono. Alcune di loro erano presenti di persona, come i pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Alessandra Dolci. Ascoltare il modo in cui lavorano con le testimoni chiave è stato emozionante, scioccante, illuminante. Le loro storie assomigliavano a un thriller con figure femminili come protagoniste. Anche le donne che hanno abbandonato la scuola hanno avuto la possibilità di esprimersi. Il regista teatrale Mimmo Sorrentino, ad esempio, ha raccontato come sono state create le sue opere teatrali. Lavora con donne con legami mafiosi detenute in prigioni di massima sicurezza. Viene a conoscenza delle loro storie chiedendo loro di raccontare la storia delle compagne di prigionia. Solo questo trucco permette loro di affrontare la propria vita. Due donne che hanno recitato nelle sue opere teatrali hanno riferito quanto possa essere impressionante. Una delle attrici ha raccontato di come si è innamorata di un giovane uomo, un mafioso di alto livello di una famiglia ben nota. Sono anche testimonianze come queste che non solo approfondiscono la conoscenza della criminalità organizzata, ma la rendono vivida.

Il sostegno della Summer School da parte delle più alte autorità è stato sorprendente. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, è venuto all’inaugurazione e ha annunciato che il comune sosterrà la decima edizione della Summer School il prossimo anno. Il più alto procuratore antimafia italiano Federico Cafiero de Raho ha portato la propria testimonianza in conclusione dei lavori, affiancato da altre personalità molto importanti.

La mafia uccide


Qualche tempo fa ha fatto molto scalpore un messaggio inviato da McDonald’s ai suoi clienti in Austria: “Hey Mafioso, try our new Bacon della Casa now! Bella Italia”. L’azienda americana si era giustificata dicendo che l’utilizzo della parola mafioso fosse un errore. Tuttavia, sui cartelloni pubblicitari apparsi a Vienna veniva riportata la seguente frase: “Für echte Mampfiosi” (“Per i veri Mampfiosi”) per pubblicizzare un nuovo panino in salsa mediterranea. La frase si basa su un gioco di parole tra il verbo mampfen (ingozzarsi) e il termine mafiosi. Tralasciando le deboli giustificazioni e la propaganda politica che si è generata attorno a questo avvenimento, la parola mafia e lo status di mafioso sono nuovamente utilizzati all’estero con una sorta di vanto.

Come detto non è il primo e non sarà sicuramente l’ultimo esempio di questo tipo, l’anno scorso gli occhi dell’opinione pubblica erano puntati sulla catena di ristoranti spagnola “La Mafia se siente a la mesa” (“La mafia si siede a tavola”), presente in Spagna con oltre 40 locali e che utilizza il brand “mafia” per fare business. Il Tribunale dell’Unione Europea, in seguito ad una domanda formale di annullamento del marchio da parte dell’Italia, ha dichiarato che il nome della catena non poteva essere registrato presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) con la seguente motivazione: “l’elemento verbale ‘la mafia’ domina il marchio della società spagnola ed è globalmente inteso come facente riferimento ad un’organizzazione criminale che, in particolare, ha fatto ricorso all’intimidazione, alla violenza fisica e all’omicidio per svolgere le sue attività, che comprendono il traffico illecito di droghe e di armi, il riciclaggio di denaro e la corruzione”. E ancora: “simili attività criminali violano i valori stessi sui quali si fonda l’Unione, in particolare, i valori del rispetto della dignità umana e della libertà, che sono indivisibili e costituiscono il patrimonio spirituale e morale dell’Unione. Inoltre, tenuto conto della loro dimensione transnazionale, le attività criminali della mafia rappresentano una minaccia seria per la sicurezza di tutta l’Unione”.

Anche qui a Berlino abbiamo purtroppo degli esempi di questo tipo, in cui la parola mafia non solo è utilizzata in concezione positiva, ma la stessa struttura dell’organizzazione criminale viene portata ad essere un elemento fondante di chi la utilizza. È questo l’esempio del gruppo di teatro d’improvvisazione Mafia Penguins che descrive il proprio team come “La Familia”. Oppure la scuola di tedesco Sprachmafia che offre corsi di lingua nel quartiere di Neukölln.

Tutto questo non è più accettabile. E non per un mero senso d’orgoglio nazionale, ma tuttalpiù per rispetto. Rispetto per quelle 1011 vittime innocenti delle mafie che sono state uccise da colpi di pistola, bombe, attacchi terroristici, per chi, in Italia e all’estero, ha combattuto e combatte la mafia con tutte le proprie forze, facendo il proprio lavoro. Oggi la mafia, la criminalità organizzata, la corruzione, il riciclaggio di denaro sporco, sono problemi che riguardano tutti i paesi, la mafia si è globalizzata, ed è tempo che anche il sentire popolare e gli sforzi dei paesi vadano in una direzione comune di contrasto a questi fenomeni che non sono più tutti italiani.

Perché sì, la mafia uccide, non si siede a tavola, e la parola mafia è macchiata dal sangue di vittime innocenti e non può essere utilizzata per futili motivi di business.

CoReAct 2019


Due anni fa, Mafiaindanke e i suoi partner hanno organizzato una grande conferenza presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino per fare il punto della situazione dieci anni dopo la strage di mafia avvenuta a Duisburg.

In origine, l’evento sarebbe dovuto durare due giorni per dare alle organizzazioni della società civile lo spazio per conoscersi e stabilire una cooperazione. Per motivi tecnici abbiamo dovuto ridimensionare la conferenza, ma è stata comunque una pietra miliare importante nella lotta antimafia: l’allora ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maizière, ha infatti promosso la modifica della legge e dunque la riforma per la confisca dei beni. Speriamo che presto dimostri il suo valore nella confisca di 77 proprietà a Berlino.

Ora, però, vogliamo realizzare ciò che all’epoca non siamo riusciti a fare. In collaborazione con i nostri partner, l’organizzazione italiana anti-mafia Libera e la rete europea contro la criminalità organizzata CHANCE, abbiamo in progetto un grande incontro internazionale che coinvolga e permetta di creare rete tra le organizzazioni della società civile. L’incontro sarà in lingua inglese e avrà luogo a metà novembre a Berlino. Stiamo dunque organizzando il CoReAct2019 per e con le realtà attive nella lotta contro la mafia, la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro, la corruzione e allo stesso tempo favorevoli ad una maggiore trasparenza e accessibilità ai dati. Attualmente stiamo lavorando al programma, presto usciranno gli inviti. Se desiderate sostenerci idealmente, finanziariamente, con proposte riguardo a programma, sponsor, relatori o più semplicemente con il vostro impegno, contattateci all’indirizzo coreact@mafianeindanke.de. Grazie. Un foglio informativo sulla conferenza è collegato qui.

Sicilia: terra di antimafia


NO MAFIA MEMORIAL

Dall’assassinio di Peppino Impastato da parte della mafia il 9 maggio 1978 – noto ad un pubblico cinematografico per il film “I 100 passi” – non solo la madre, ma anche gli amici di Impastato Umberto Santino e Anna Puglisi, sono instancabilmente impegnati nella ricerca della verità sul suo assassinio e ad informare sulla criminalità organizzata. Il Centro di Documentazione Giuseppe Impastato di Cinisi, fondato nel 1977, raccoglie da allora materiale sulla storia della mafia e sul movimento antimafia.

Ora il Centro ha aperto un museo nel cuore di Palermo, nel Palazzo Storico di Gulì, donato dal comune. Il nuovo “No Mafia Memorial” ospita tre mostre permanenti e una temporanea e non dà solo un accesso multimediale al tema, ma vuole anche essere un luogo di incontro. E lo è! A mia grande sorpresa, sia Umberto Santino – autore di molti libri sull’argomento – che anche Anna Puglisi (autrice del libro “Donne, Mafia e Antimafia”) erano presenti nel museo e abbiamo subito iniziato una vivace conversazione sui processi riguardanti la Trattativa Stato-mafia, sulle false testimonianze e sulla mafia in Germania.

La visita al No Mafia Memorial è gratuita e proprio qui, come da mafianeindanke, si può vedere quanto impegno, anima e cuore ci vuole per fare un buon lavoro con pochi soldi, basandosi solo su donazioni e sul volontariato! Continuate così, Umberto Santino, Anna Puglisi e Ario Mendiola (Art Director del Museo)!

Lo sapevate? Anche noi di mafianeindanke stiamo progettando un centro virtuale di documentazione, o meglio, un osservatorio indipendente sulla criminalità organizzata in Germania e stiamo cercando finanziamenti per questo.

MONUMENTO ALLE VITTIME DELLA STRAGE DI CAPACI

Ci trovavamo con degli amici al mare, proprio di fronte all’Isola delle Femmine, a meno di 300 metri dal luogo dove il 23 maggio 1992 la mafia compì un grave assassinio, noto come la Strage di Capaci, in cui il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre membri della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, furono assassinati ed altre 23 persone rimasero ferite. Oggi, proprio accanto all’autostrada che collega Palermo all’aeroporto e a Trapani, c’è un giardino dedicato alla memoria delle vittime della mafia. Lì, accanto ad un’alta stele, c’è un bosco di ulivi, vecchi e giovani, ed ogni albero è dedicato ad una vittima della mafia.

Lì incontriamo un uomo che rimuove della spazzatura. Un volontario, un visitatore romano, che anche lui è in vacanza in Sicilia. Portiamo con noi il figlio dei nostri amici, un 11enne italo-tedesco di Berlino. Conosce la storia della strage, ne conosce i dettagli. La strage di Capaci ha per gli italiani un peso simile a quello dell’attacco alle Torri Gemelle negli Stati Uniti. Tutti sanno dov’erano quel giorno. E da allora, molto è cambiato, niente è come prima. Quasi tutte le iniziative antimafia di oggi in Italia hanno la loro origine o la loro motivazione che risale proprio alla triste estate del 1992. È sempre importante ricordare, anche in Germania, quante vittime innocenti della mafia ci sono in Italia e non solo, ma anche in Slovacchia, a Malta, in Germania. Perché troppo spesso si pensa che le vittime della mafia siano solamente i mafiosi stessi che si uccidono a vicenda durante le sanguinose guerre di mafia. È sbagliato. Dietro ad ogni euro mafioso riciclato in Germania ci sono vittime innocenti che pagano un prezzo alto, a volte con la propria vita.

ADDIOPIZZO

Il Comitato Addiopizzo, partner di mafianeindanke, è nato 15 anni fa ed i soci fondatori facevano parte del cresencet movimento antimafia nato dopo le Stragi di Capaci e di Via d’Amelio, in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino. Quando questi giovani scrissero il business plan per un’attività gastronomica che avrebbero voluto aprire, gli fu ricordato di inserire una spesa mensile per il pizzo – un’ingiustizia che non potevano sopportare! I fondatori di Addiopizzo decisero quindi di sorprendere tutta Palermo con adesivi appiccicati in tutta la città di notte che graficamente ricordavano gli annunci dei funerali, che dicevano: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

I Palermitani per cui il valore della dignità è molto importante, si sentirono offesi e oltraggiati mentre la stampa cercava freneticamente di capire chi fossero gli autori dell’adesivo. Una volta usciti allo scoperto i fondatori di Addiopizzo raccolsero dapprima migliaia di firme da cittadini che si dichiaravano disponibili ad acquistare in negozi che esplicitamente non pagavano il pizzo e a mangiare in pizzerie e ristoranti pizzo-free per sostenerli e evitare che per paura si svuotassero e rimanessero isolati. Solo dopo aver raccolto le firme di diverse migliaia di potenziali clienti si sono poi recati presso i ristoratori e commercianti con questo elenco per raccogliere le loro adesioni alla rete di chi si oppone al pagamento del pizzo.

Ancora oggi, dopo 15 anni e 10.000 membri dopo, Addiopizzo organizza annualmente una fiera dove fornitori e clienti possono incontrarsi e presentarsi direttamente, assicurando così la giusta clientela a chi si espone contro la mafia. Nel frattempo, il Comitato ha fondato anche un’agenzia di viaggi, Addiopizzotravel, che offre viaggi attraverso la bella Sicilia Occidentale dove si dorme e si magia in strutture che non pagano il pizzo. Inoltre offrono dei tour antimafia a Palermo, Cinisi e Corleone della durata di mezza giornata, prenotabili sia direttamente, che attraverso vari portali, dove si imparano elementi della storia della mafia, ma soprattutto la storia del vasto movimento antimafia in Sicilia. A noi di mafianeindanke ci viene spesso chiesto, che cosa può fare un tedesco contro la mafia? Può per esempio viaggiare in Sicilia con Addiopizzotravel e sostenere tutti coloro che hanno detto no alla mafia e al pizzo. A proposito, ci sono ancora posti disponibili per il viaggio in Sicilia ad Ottobre con Addiopizzo.

Un viaggio “on the road”: Messina, tra antimafia sociale e voglia di riscatto.


Tornare in Sicilia ha sempre un sapore agrodolce, ti dà la sensazione di trovarti in un luogo in cui il tempo si è fermato, ma sotto sotto, in realtà, tutto si muove molto velocemente. Quest’anno ho partecipato ad uno dei tanti campi estivi che Libera, associazione contro le mafie, organizza in tutta Italia nei beni confiscati alla criminalità organizzata. Ero a Messina nel bene confiscato di via Roosevelt, sede attuale del comitato cittadino di Addiopizzo. Un campo atipico, itinerante, che ha cercato di toccare con mano le varie sfaccettature della città, ascoltando le voci e le testimonianze di chi ogni giorno la racconta, la vive e cerca di renderla più giusta.

Quale modo migliore per cominciare a conoscerla se non camminando attraverso le sue strade, ammirandone le bellezze e ascoltando la sua storia e, inevitabilmente, gli intrecci mafiosi che hanno avuto luogo durante gli anni. È stato Nuccio Anselmo, giornalista della Gazzetta del Sud, a farci da Cicerone raccontandoci i fatti salienti accaduti in città dandoci un’efficace panoramica utile per proseguire il nostro percorso alla scoperta della città. È stata poi la volta di conoscere con mano quali azioni di contrasto vengano attuate a Messina grazie all’incontro con il Procuratore Aggiunto Vito Di Giorgio che dal 1999 segue le indagini in città, crocevia di innumerevoli interessi che si legano ad un forte potere occulto e al traffico di droga.

La città di Messina risulta essere divisa in zone d’influenza, che molto spesso equivalgono ai quartieri stessi, ognuno retto da un clan mafioso che impone il proprio potere. Messina però non è mai stata una chiave di volta all’interno dell’organizzazione criminale dell’isola, il ruolo preponderante rispetto alle famiglie palermitane e corleonesi lo ha sempre avuto Barcellona Pozzo di Gotto. La famiglia barcellonese ha da sempre avuto un’influenza maggiore sulla provincia di Messina anche grazie alla sua organizzazione interna verticistica, simile a quella di Cosa Nostra palermitana. Secondo l’esperienza di Di Giorgio è una mafia prettamente imprenditoriale che si è inserita in modo costante all’interno dell’economia legale controllando gran parte delle imprese coinvolte nelle grandi opere pubbliche e riuscendo ad imporre il proprio potere grazie alla forza e alla violenza anche attraverso molti omicidi di mafia, circa 280, per due motivi fondamentali: una sorta di pulizia interna e l’eliminazione di soggetti che creavano disturbo all’organizzazione criminale.

Il territorio messinese fa da sempre i conti con la piaga del pizzo, un’estorsione capillare in tutta la provincia che, secondo uno studio della Fondazione Chinnici, risulta essere la più salata di tutta la Sicilia. La richiesta del pizzo avviene per due motivi principali: innanzitutto per motivi economici e di disponibilità di liquidi che possano essere subito utilizzati su vari fronti, come per esempio il mantenimento degli affiliati in carcere e delle loro famiglie, c’è poi anche un motivo di affermazione del proprio potere sul territorio, questo genera inoltre un meccanismo di paura che, unito alla poca tutela garantita dallo Stato, si traduce in poche denunce da parte dei commercianti che preferiscono pagare piuttosto che rischiare. Ed è qui che Di Giorgio sottolinea come sia fondamentale che le denunce aumentino, ma questo può essere possibile solo avendo un’alta fiducia nei confronti delle istituzioni, ciò dipende in gran parte dalle azioni degli “operatori del diritto”. Uno strumento fondamentale e molto efficace per sconfiggere le mafie e ridurne drasticamente il potere è quello di colpirne il patrimonio: risulta quindi fondamentale lo strumento del sequestro e della confisca dei beni che diventa mortale per un mafioso.

In questa dinamica si inserisce il lavoro di Libera e Addiopizzo che cercano di portare in città una lotta alla mafia partecipata, un’antimafia sociale che non si limiti al contrasto della criminalità organizzata ma che veicoli dei valori e delle scelte che si discostino totalmente dalla mentalità mafiosa. È questo il caso della campagna di “reclutamento” di commercianti pizzo-free: creare una rete di commercianti che si oppongono al pagamento del pizzo ai quali dare supporto morale e giuridico. Creare quindi un’alternativa pulita e funzionante rispetto a quella mafiosa.

Per portare concretamente il nostro contributo abbiamo creato dei volantini da distribuire ai commercianti e ai consumatori per sponsorizzare il consumo critico, ovvero l’acquisto di prodotti da negozi che decidono di non pagare il pizzo. Un’altra testimonianza di antimafia sociale ci è stata portata da Angelo Cavallaro, dirigente scolastico dell’IC Catalfamo e Salvatore Rizzo di Ecosmed, che ci hanno raccontato come stanno cercando di cambiare la città iniziando da progetti nelle scuole e, a livello urbanistico, con l’assegnazione di case a famiglie in situazioni precarie con il Progetto Capacity. Un altro esempio pratico che abbiamo toccato con mano è stato quello di Gigliopoli, un’associazione che organizza campi estivi per bambini e progetti di accoglienza, una realtà unica che fa dell’inclusione e della legalità il suo punto focale, con il presidente dell’associazione, Vincenzo Scaffidi, abbiamo ragionato di consumo etico e critico, autoproduzione, educazione e inclusione, tanti temi che si collocano perfettamente all’interno di questa visione.

Uno dei pilastri di Libera è quello della memoria: una memoria viva e costante, delle storie e dei volti che possano essere d’ispirazione e d’esempio. Sono stati due i momenti dedicati a questo durante il campo: il primo in ricordo di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese di cui ricorreva il quarantesimo anniversario dalla morte proprio in quei giorni, il secondo è stato il racconto della storia di Domenico Nicolò Pandolfo, primario neurochirurgo agli ospedali riuniti di Reggio Calabria, barbaramente ucciso il 20 marzo 1993, la sua unica colpa: quella di non essere riuscito a salvare la figlia del boss Cosimo Cordì colpita da tumore al cervello. A moltiplicare l’emozione del momento è stato il fatto che questa storia ci sia stata raccontata da Marco Pandolfo, figlio di Domenico, che durante la settimana avevamo conosciuto solo come cuoco e compagno di viaggio e che ci ha regalato la storia di un padre per bene.

Estate Liberi significa tutto questo e tanto altro: significa convivere con persone da tutte le parti d’Italia, con storie e percorsi diversi che convergono in una settimana di impegno, di studio, di riscatto. Significa trovare un’alternativa alla visione distorta della realtà che le mafie ci impongono, significa vedere il bello dove è complicato vederlo, significa scavare in profondità. Un viaggio non soltanto fisico ma anche interiore.

La violenza dei clan montenegrini attraversa l’Europa. L’ultimo caso a Forst, Brandeburgo


I recenti omicidi avvenuti a Forst (Brandeburgo) gettano luce sulle attività dei clan montenegrini in Germania e in Europa. I gruppi criminali di Kotor accompagnano al traffico di droga una violenza efferata, che nella guerra tra clan ha portato alla morte di almeno 40 persone. La cooperazione internazionale tra gli Stati interessati sembra essere l’unica opzione percorribile per contrastare questo fenomeno criminale in ascesa e così socialmente pericoloso.

Ha destato particolare scalpore l’omicidio di due uomini originari del Montenegro accaduto il 13 maggio a Forst (Brandeburgo). L’agguato è avvenuto in un appartamento della cittadina tedesca con l’utilizzo di armi da fuoco silenziate ritrovate poi non lontano dall’abitazione. Nell’attacco hanno perso la vita Darko M. e Nikola J., mentre sono rimasti feriti altri due uomini: Miloš V. e Miloš P. A soccombere nell’agguato sono stati alcuni personaggi legati allo Škaljarski clan, gruppo criminale originario di Kotor, graziosa città costiera del Montenegro che si affaccia sul mare adriatico. Il gruppo criminale di Kotor, un tempo unito, è al momento diviso in due fazioni in lotta tra loro. Lo Škaljarski e il Kavacki clan prendono il nome da due località della città di Kotor e sono attualmente protagonisti di una guerra iniziata nel 2014. La sparizione di 200 kg di cocaina arrivati dal Sud America e nascosti in un appartamento a Valencia è stato il motivo scatenante di una faida che ha portato ad oggi a più di 40 morti. La furia omicida di questi clan criminali ha portato ad una guerra senza frontiere. I primi episodi di violenza si sono verificati proprio a Valencia, per poi proseguire in diverse città del Montenegro, della vicina Serbia ed estendersi infine anche ad altri Stati europei.

Il 21 dicembre 2018 l’omicidio a Vienna di Vladimir Roganovic, ritenuto un membro del Kavacki clan, e il ferimento di un suo sodale avevano scosso fortemente la capitale austriaca, in quanto l’attentato è stato eseguito davanti ad un ristorante in pieno centro. Questo episodio è avvenuto al termine di un anno particolarmente intenso nella lotta tra gruppi criminali montenegrini, che si era aperto l’1° gennaio con un omicidio in un garage a Belgrado ed era proseguito con altre esecuzioni brutali. Gli arresti all’estero del leader del Kavacki clan (Slobodan Kašcelan, arrestato a settembre in Turchia), e del leader dello Škaljarski clan (Jovan Vukotic, arrestato a metà dicembre in Repubblica Ceca), entrambi trovati in possesso di documenti falsi, non hanno però fermato la lunga scia di sangue.
Omicidi, esplosioni, attentati e altre forme di intimidazione hanno colpito non solo gli esponenti dei gruppi criminali in lotta, ma anche i loro familiari, testimoni, giornalisti e altre vittime innocenti completamente estranee alle dinamiche delle lotte criminali tra clan. Gli esecutori materiali riescono nella maggior parte dei casi a sfuggire alla cattura e continuano ad essere una minaccia per la sicurezza dei cittadini.
I clan montenegrini sono dediti soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti e ricoprono un ruolo di prim’ordine per via della posizione strategica occupata lungo la rotta balcanica, principale luogo di transito degli oppiacei in arrivo dal Medio Oriente e diretti verso i mercati dell’Europa occidentale. Oltre a ciò, i gruppi criminali montenegrini sono ritenuti molto affidabili anche da parte dei partner sudamericani, principalmente per quel che riguarda il traffico di cocaina diretto in Europa. La violenza e gli scontri tra clan della regione sono dunque da ricondurre al tentativo di controllo del remunerativo traffico di droga.

La criminalità organizzata di origine montenegrina esercita una forte influenza su vari settori della società e in particolare può contare su importanti legami con le istituzioni locali che le consentono di investire i proventi ricavati dai traffici illeciti in attività legittime. L’ingresso nel traffico di stupefacenti è stato per i criminali montenegrini solo la naturale evoluzione del contrabbando di sigarette imbastito negli anni ’90 con la partecipazione diretta delle istituzioni e delle strutture statali. Durante i conflitti in ex-Jugoslavia, in risposta alle sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite al regime di Milosevic, è nata la cosiddetta ‘’Montenegro connection’’. Questo traffico di sigarette di contrabbando diretto verso l’Italia – e in particolare verso il porto di Bari e Brindisi – coinvolgeva importanti esponenti di spicco delle istituzioni locali, tra cui l’attuale Presidente della Repubblica Milo Djukanovic, servizi di sicurezza e criminali montenegrini, compagnie di tabacco come la Philipp Morris e la R.J. Raynolds, esponenti di organizzazioni criminali italiane quali la Camorra e la Sacra Corona Unita.

Con la fine delle guerre jugoslave e l’ingresso nel più redditizio traffico di droga, i criminali montenegrini hanno potuto continuare a fare affidamento sulle connessioni create negli anni ’90, in particolar modo con i servizi di sicurezza dello Stato. I recenti spargimenti di sangue mettono però in crisi le istituzioni montenegrine, che sulla strada verso l’ingresso in Unione Europea hanno come compito essenziale quello di combattere la criminalità organizzata e la corruzione, garantendo stabilità e sicurezza al paese. Soddisfare le richieste dell’UE diventa difficile se si considera che il paese è permeato da un forte sistema corruttivo e una fitta rete clientelare creata ad arte proprio da Djukanovic in più di 20 anni passati ai vertici delle istituzioni. Nonostante ciò, alla luce del recente incremento degli scontri tra clan rivali, il Montenegro ha promesso un maggiore impegno nella lotta al crimine organizzato.

Lo stesso ha fatto la vicina Serbia, in seguito all’omicidio di Sale ‘Mutavi’, criminale belgradese molto vicino al Kavacki clan e legato ad importanti rappresentanti delle istituzioni del paese. I gruppi criminali montenegrini possono contare su rilevanti alleanze nel sottobosco criminale serbo. Se da una parte lo Škaljarski clan è vicino a Luka Bojovic, leader del rinnovato clan di Zemun e al momento incarcerato in Spagna, dall’altra parte il Kavacki clan può contare su forti legami col gruppo di Sale ‘Mutavi’ e avvalersi delle sue protezioni a livello politico.

I criminali montenegrini vedono Belgrado come un rifugio sicuro dove portare avanti i propri traffici illeciti e proseguire le lotte intestine. I controlli nei loro confronti non sono efficaci. Essi dispongono di libertà di movimento e riescono ad ottenere con relativa facilità i documenti e la cittadinanza serba.

Per una credibile ed efficace lotta alla criminalità organizzata è necessario che le istituzioni e i servizi di sicurezza di questi paesi recidano in maniera decisa i rapporti con i gruppi criminali. Le posizioni chiave per la lotta al crimine organizzato dovrebbero essere ricoperte da persone competenti ed integre, mentre bisognerebbe allontanare dai posti di responsabilità le personalità più compromesse.

Infine, è fondamentale che gli Stati cooperino tra loro nel contrasto della criminalità organizzata transnazionale. Come visto, l’espansione e i traffici portati avanti da questi gruppi criminali non conoscono confini. A livello regionale, la criminalità di origine balcanica ha approfittato a lungo della reciproca sfiducia e della scarsa comunicazione delle autorità dei singoli paesi. Gli strascichi dei conflitti degli anni ’90 e l’inaffidabilità della controparte, spesso ritenuta collusa con i poteri criminali e quindi non degna di fiducia, hanno pesato molto in tal senso. I gruppi criminali della regione hanno invece stretto in più occasioni importanti sodalizi tra loro, indipendentemente dall’origine e dall’etnia, al fine di ottenere importanti guadagni dai traffici illeciti.

I recenti episodi di Forst e Vienna dimostrano come la cooperazione internazionale tra le forze di polizia e le procure dei diversi paesi sia più che mai necessaria. Come afferma Stevan Dojcinovic, redattore di KRIK, portale di giornalismo investigativo in Serbia, ‘’non può esserci una vera lotta alla mafia senza cooperazione internazionale perché la criminalità non conosce frontiere. I gruppi criminali, compresi quelli in lotta tra loro nel nostro paese, operano in più Stati e continenti: gli stupefacenti vengono contrabbandati dall’America Latina verso l’Europa; il denaro proveniente da attività illecite viene riciclato in vari paesi; un omicidio può essere organizzato in un paese ed eseguito in un altro’’.