Nel ricordo di Giovanni Falcone


Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne ucciso nella Strage di Capaci insieme a sua moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Circa 500kg di tritolo posizionati sul tratto di Autostrada A29 allo svincolo tra Isola delle Femmine e Capaci furono fatti esplodere al momento del passaggio della macchina del giudice e della sua scorta.  

Il terribile attentato fu diretto ad eliminare uno dei migliori servitori dello Stato, colui che aveva colpito duramente la mafia nel quadro del maxiprocesso di Palermo, e continuava a rappresentare un pericolo per via della sua capacità investigativa all’avanguardia e l’infaticabile determinazione nel contrasto del fenomeno mafioso.

In sede giudiziaria vennero accertate le responsabilità di Cosa Nostra con le condanne dei vertici e degli esecutori materiali dell’organizzazione criminale. Tuttavia, a 28 anni da quella strage rimangono ancora dei punti irrisolti. A portare all’eliminazione di Giovanni Falcone prima e di Paolo Borsellino poi fu difatti una convergenza di interessi di più ampia portata. Il professor Nando dalla Chiesa la chiamò una strage a due tempi, in quanto c’era un filo che collegava la strage di Capaci del 23 maggio 1992 e la strage di via d’Amelio del 19 luglio dello stesso anno.

I giudici erano sicuramente nel mirino di Cosa Nostra da tempo, visto il loro impegno investigativo nel pool antimafia che portò al maxiprocesso istituito nel 1986 e da loro fortemente voluto. In quell’occasione, anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si fu in grado di appurare la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, che Falcone aveva già intuito durante il processo a Rosario Spatola. Falcone stesso, nel libro-intervista Cose di Cosa Nostra realizzato da Marcelle Padovani, affermò che Buscetta era riuscito a dare loro una chiave di lettura fondamentale dell’organizzazione criminale. Il maxiprocesso si concluse in primo grado il 16 dicembre 1987 con un elenco interminabile di condanne: in totale furono 346 – tra cui 19 ergastoli – e 2665 anni di carcere complessivi. L’impianto accusatorio resse anche in secondo grado seppur con qualche alleggerimento.

La storia volle che quando il processo arrivò in Cassazione, Giovanni Falcone si trovasse al ministero di Grazia e di Giustizia nelle vesti di Direttore degli affari Penali, con compito di coordinamento a livello nazionale della lotta al crimine organizzato. Falcone sollecitò l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli affinché venisse introdotto il criterio di rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione per togliere spazio alle contaminazioni. La scelta dei giudici per il Maxiprocesso si fece a sorteggio, per evitare che ad occuparsene fosse come sempre il presidente della prima sezione Corrado Carnevale, anche noto come ‘’l’Ammazza-sentenze’’ e che nella sua carriera aveva disposto l’annullamento di numerose sentenze di mafia provocando la scarcerazione dei criminali mafiosi.

Il processo si concluse dunque il 20 gennaio del 1992 con una sentenza senza precedenti che confermò definitivamente le condanne e addirittura rimosse le attenuazioni sancite in appello.

La vendetta di Cosa Nostra non si sarebbe fatta attendere, ma a preoccupare la mafia e i mondi con cui questa intrecciava relazioni era anche e soprattutto ciò che Falcone prima e Borsellino poi avrebbero ancora potuto fare.

L’eredità di Falcone

Il giudice Falcone, nel suo periodo di permanenza al ministero di Grazia e Giustizia a partire dagli inizi del 1991 promosse la creazione di strutture che oggi risultano fondamentali nel contrasto della criminalità organizzata di stampo mafioso in Italia e che sono invidiate a livello internazionale. Fatto tesoro dell’esperienza del pool antimafia di Palermo ideato da Rocco Chinnici e poi messo in pratica da Antonino Caponnetto con lo scopo di centralizzare le indagini sulla mafia, Falcone ripropose l’idea di un centro di coordinamento delle indagini e scambio di informazioni sul fenomeno mafioso a livello nazionale.

Nacque così la Direzione Nazionale Antimafia (DNA), con il fine di coordinare in modo orizzontale le indagini e semplificare la comunicazione tra le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA). A questi organi venne affiancata la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), composta da forze dell’ordine e vero e proprio polo operativo preposto ad attività di investigazione giudiziaria.

La visione di Falcone andava oltre ai confini nazionali. Era convinto infatti che la lotta alla mafia andasse portata avanti con la cooperazione a livello globale. Fu promotore di una conferenza internazionale con lo scopo di costruire le fondamenta per un approccio di tipo multilaterale nella lotta alla criminalità organizzata. C’era bisogno di una legislazione adeguata al fenomeno che si andava a combattere e che ormai colpiva le istituzioni e società in tutte le parti del mondo. L’idea di Falcone andò poi a concretizzarsi con la conferenza mondiale di Napoli del 1994 e la successiva adozione della Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale nel 2000.   

A livello nazionale, però, le iniziative di Falcone come direttore degli Affari Penali vennero criticate anche all’interno della magistratura stessa, in quanto si temeva un eccessivo accentramento di poteri che in realtà venne smentito alla prova dei fatti. Fu introdotta la figura del Procuratore Nazionale Antimafia e ben presto Giovanni Falcone divenne il candidato ideale. Questa prospettiva infastidì molti, ma soprattutto la mafia e gli ambienti economici e istituzionali con cui essa intesseva rapporti. Ci si sarebbe ritrovati di fronte il magistrato più competente in tema di lotta alla mafia, e questa volta in veste di Superprocuratore in grado di agire non più solo dagli uffici di Palermo, bensì su scala nazionale. Questo spaventò non poco Cosa Nostra, così come li spaventò il fatto che dopo la Strage di Capaci potesse essere Paolo Borsellino, ‘’gemello’’ di Falcone, a ricoprire quella carica. E’ qui che va inquadrata quella convergenza di interessi che portò all’eliminazione dei due giudici nella cosiddetta ‘’strage a due tempi’’.

Durante il periodo al ministero, poi, Falcone aveva concepito una serie di strumenti di contrasto alla mafia che comprendevano oltre alla Superprocura anche una nuova norma sui collaboratori di giustizia, l’istituzione del carcere duro per i boss mafiosi – tra cui le strutture di Pianosa e dell’Asinara – e l’obbligo per banche e istituti finanziari di segnalare le operazioni sospette riguardanti il riciclaggio di denaro sporco.

Spesso si sente parlare del ‘’Metodo Falcone’’, per sottolineare le sue capacità d’indagine. Si ricorda infatti la sua intuizione secondo cui la chiave fosse seguire le tracce lasciate dal denaro (‘’Follow the money’’). Bisognava dunque seguire i flussi finanziari per comprendere le strategie di espansione economica della mafia in Italia e oltre confine, tramite le indagini giudiziarie e le investigazioni preventive. Falcone fu innovativo perché non rimase ancorato ai codici ma comprese la necessità di sviluppare anche un altro tipo di competenze.  

Ma il suo pensiero non si fermò qui. Per comprendere la mafia non è sufficiente seguire il denaro. Il magistrato palermitano fu anche colui che sottolineò che la mafia fosse un fenomeno di potere. La mafia si inserisce in un sistema sociale e fa affidamento su alleanze più o meno consapevoli. Controlla il territorio attraverso l’uso della violenza e compie attività illecite, alimentando questo sistema e rinforzandosi con il denaro che fa circolare nell’economia.

C’era chi sosteneva già negli anni ’80 che la mafia fosse oramai nei circuiti dell’alta finanza in centri internazionali come Londra, Zurigo e Francoforte – e Falcone rispondeva che la testa fosse a Palermo. Perché la mafia si evolve pur rimanendo sé stessa.

Fu Falcone poi a introdurre l’idea del concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato era profondamente convinto che senza la connivenza di tutta una serie di figure professionali e senza l’aiuto dei cosiddetti ‘’piccoli e grandi cantori’’, la mafia non riuscirebbe a realizzare i propri obiettivi. Questo concetto fu espresso anche dal Professor Nando dalla Chiesa, che sostenne già nel 1987 nel libro scritto con Pino Arlacchi La palude e la città che ‘’la forza della mafia sta fuori dalla mafia’’. Si sottolineò dunque la necessità di concentrarsi sugli aiuti esterni alla mafia, perché sono quelli che le permettono di essere vincente.

Per contrastare il fenomeno mafioso bisogna studiarlo attentamente, e Falcone capì che bisognava imparare a pensare e ragionare come loro, entrare nelle loro logiche d’azione e analizzarne i comportamenti.

Le critiche e le difficoltà

Mentre oggi è riconosciuto e ricordato come uno dei più alti simboli della lotta alla mafia, durante la sua vita Giovanni Falcone fu soggetto ad attacchi di ogni genere. C’era una parte della società, della stampa e anche della magistratura che lo criticava duramente. Tra i vari epiteti che gli vennero affibbiati c’era quello di ‘’giudice sceriffo’’; venne poi a seconda dell’occasione accusato di essere amico di questo o quel partito politico; e in seguito al fallito attentato dell’Addaura ai suoi danni si sostenne addirittura che lo avesse organizzato da solo per ottenere visibilità.

A colpirlo indirettamente fu anche la polemica nata dall’articolo di Leonardo Sciascia sui ‘’professionisti dell’Antimafia’’ dell’87, che aveva come obiettivo esplicito Paolo Borsellino e la sua nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala per merito invece che per il classico criterio di anzianità di servizio. Si polemizzava sul fatto che ‘’nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso’’. I denigratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non potevano sperare in occasione migliore e si sentirono ancora più legittimati nei propri attacchi ai giudici.

In quel clima di invidie, calunnie e screditamenti finì per essere colpita anche la carriera professionale di Giovanni Falcone. Quando Antonino Caponnetto si ritirò per motivi di salute, Falcone fu visto con il naturale successore a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, ma a lui il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) preferì Antonino Meli (14 voti per Meli, 10 per Falcone e 5 astenuti), collega più anziano ma senza la benché minima esperienza in processi di mafia. La conseguenza fu il progressivo smantellamento del pool antimafia.

Come ricordano la sua amica e collega Alessandra Camassa e il collega ai tempi del pool antimafia Leonardo Guarnotta nel documentario Uomini Soli del 2012, ogni volta che Falcone si candidò per un posto a cui aspirava – e per cui ovviamente era il miglior candidato possibile – venne sempre bocciato. Gli si poteva riconoscere quello che aveva dimostrato di saper fare nella lotta alla mafia e invece non fu mai promosso. Subito dopo la bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione gli venne preferito Domenico Sica come Alto Commissario per la lotta alla mafia e nel 1990 non ottenne il posto di consigliere al CSM. Falcone decise quindi di andare a Roma al ministero di Giustizia per fare ciò che non sentiva di riuscire più a fare a Palermo.

Le loro idee camminano sulle nostre gambe

Ad una conferenza in occasione del trentennale del maxiprocesso di Palermo, l’ex magistrato Leonardo Guarnotta sostenne che ciò che ci hanno lasciato Falcone e Borsellino è ‘’un patrimonio ricco di insegnamenti, gesti e parole, di comportamenti, di memoria’’. La testimonianza del loro sacrificio e del loro impegno ci infonde coraggio. Le loro vite sono state caratterizzate da importanti vittorie e da brucianti sconfitte ma loro non si sono arresi alle difficoltà e si sono sempre fatti promotori di cambiamento. Sono stati i più alti servitori dello Stato e l’hanno fatto per amore della legalità.

Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia va studiata, compresa e infine contrastata. C’è bisogno di rigore professionale. Non si può affrontare veri professionisti del crimine con i dilettanti. Le persone migliori e più competenti devono ricoprire i posti di responsabilità, altrimenti questa lotta non la si vincerà mai.

I loro insegnamenti riguardano tutti noi. L’eredità che ci hanno lasciato è nostro patrimonio culturale.

“Volevo semplicemente capire cosa fosse la mafia”. Una conversazione con il criminologo ed esperto di diritto penale Prof. Dr. Frank Neubacher M.A.


Le università e gli istituti sono vuoti, la cronaca si occupa quasi esclusivamente di un unico argomento: il COVID-19. Il fatto che attualmente gli incontri personali siano possibili solo in misura limitata non impedisce però a un rinomato professore dell’Università di Colonia di parlare con gli studenti. Non è la prima volta che il Prof. Dr. Frank Neubacher M.A. incontra ostacoli durante la ricerca sulla criminalità organizzata. Il titolare della Cattedra di Criminologia e Diritto Penale e direttore dell’Istituto di Criminologia risponde per iscritto alle domande poste da mafianeindanke e ci regala retroscena importanti, che dimostrano la difficoltà di fare ricerca sulla mafia in Germania.

mafianeindanke: Nel suo saggio “Mafia und Kriminologie in Deutschland” (Mafia e criminologia in Germania) pubblicato nel 2014 Lei scrive: “Non ho mai capito perché la criminologia tedesca – a differenza di altri paesi – ha sempre ostinatamente taciuto sul tema della mafia e come mai rimetta la narrativa di questo fenomeno a reticenti funzionari di polizia e a loquaci giornalisti”. La sua opinione è cambiata?

Prof. Dr. Frank Neubacher: La mia opinione è rimasta sempre la stessa, poiché la situazione non è mutata. Il mio saggio voleva essere una sorta di campanello d’allarme, ma nessuno reagì. Da studioso è importante esercitare un’autocritica alla ricerca stessa se emergono delle zone d’ombra. Senza una presa di posizione da parte del mondo accademico manca senza dubbio una voce importante all’interno della discussione pubblica.

MND: La ricerca di informazioni sulla criminalità organizzata e specialmente sulla mafia in Germania avviene con successo? Le autorità e in particolare il Bundeskriminalamt (Ufficio Federale della Polizia Criminale) sono disponibili quando si tratta di rilasciare informazioni per una ricerca accademica?

F.N: Le pubblicazioni rilasciate dalle autorità sono le solite, tra cui il report annuale sulla criminalità organizzata della BKA. In questo documento, di circa 70 pagine, vengono raccolti i principali dati sui procedimenti presi in esame dall’ufficio di polizia. Le informazioni sui gruppi criminali italiani costituiscono solo una piccola parte di questo documento. Inoltre, vengono riportati solo casi conosciuti, ma proprio quando si parla di mafia è importante conoscere ciò che non si trova alla luce del sole, ciò che agli occhi delle autorità rimane nascosto.
Le informazioni che la polizia elabora per il pubblico- come i report annuali – vengono rilasciati volentieri; tanto che sono liberamente accessibili su internet. Al di là di questo esempio però, l’ufficio di polizia federale è molto restio, specialmente quando si parla di mafia o, come viene definita nel gergo istituzionale, “grave criminalità organizzata”, a rilasciare informazioni più approfondite. In questi casi non scoprono le loro carte. Proprio per questo motivo è difficile giudicare in che modo la polizia sia schierata nella lotta al crimine. Forse questo è uno dei motivi che spiega la loro riservatezza.

MND: Lei ha mai avuto un’esperienza negativa, o meglio, ha mai dovuto interrompere la sua attività di ricerca per la mancata ricezione di informazioni richieste?

F.N: In seguito ad una fuga di notizie, nel 2008, ad un anno dalla Strage di Duisburg, la stampa tedesca pubblicò un articolo nel quale veniva resa nota una relazione segreta, prodotta dall’ufficio di polizia federale. In seguito a ciò, richiesi al Presidente della BKA la possibilità di poter prendere visione di quei documenti per fini accademici. Rinnovai questa richiesta a più riprese, ma invano. Nonostante alcune parti della relazione fossero già di dominio pubblico, l’Ufficio di Polizia Federale persisteva nel mantenere in riserbo l’intero documento. A mio avviso questo comportamento precluse una buona opportunità di collaborazione con la ricerca accademica.

MND: Reputa necessario richiedere sussidi statali per incentivare la ricerca accademica, specialmente per quanto riguarda il tema mafia in Germania?

F.N: Generalmente, i sussidi statali per sostenere la ricerca sono una cosa buona, quando quest’ultima è libera di scegliere come suddividere i fondi e non è vincolata sul tema da approfondire. Un sistema del genere esiste già tramite la “Deutsche Forschungsgemeinschaft” (Comunità dei Ricercatori Tedesca). Quando si parla di mafia penso che il problema non siano i soldi, ma – come si dice tra noi ricercatori – “l’accesso al campo”. Come faccio a trovare un modo che mi porti direttamente a confrontarmi col fenomeno? È possibile un’osservazione partecipante? Direi di no, dato che i problemi pratici ed etici sono visibili a tutti! Inoltre, come riesco a trovare un interlocutore disposto a rilasciare un’intervista, o un soggetto che è stato sottoposto a interrogatorio riguardo, per esempio, la pratica del racket? Come faccio a conoscere i motivi per i quali alcuni partecipano o meno? Quanto sono affidabili queste informazioni? Potrei mettere in pericolo qualcuno?

MND: In quanto criminologo, come mai ha ritenuto importante la questione della mafia in Germania e ha poi deciso di affrontarla?

F.N: La strage avvenuta a Duisburg nel 2007 è stata una cesura, un’interruzione; dopodiché, la domanda che ci si deve porre è perché non ci si occupi di questo tema. Che il mio interesse nascesse già negli anni ’90 è dovuto in primo luogo al fatto che mi sono sempre sentito legato all’Italia e volevo solo capire cosa fosse la mafia. Prima che Internet cambiasse le nostre vite (non in peggio!), portavo con me tutti i libri che riuscivo a raccogliere dall’Italia. Poi capii che il mio lavoro consisteva nel riportare in Germania ciò di cui si discuteva in Italia. Nel 2006, per esempio, ebbi l’occasione di scrivere una recensione del libro “Gomorra” di Roberto Saviano per una rivista scientifica tedesca, quando la versione tradotta in tedesco ancora non esisteva. Il significato e la forza di quest’opera mi furono chiari fin da subito.

MND: Pensa che le persone siano per loro natura più inclini alle influenze mafiose?

F.N: Questa è una domanda difficile alla quale vorrei rispondere brevemente, poiché va ben al di là della mia competenza scientifica.
Fondamentalmente, l’essere umano è capace di gesti tanto nobili quanto spregevoli. Però sì, alcuni sono più vulnerabili di altri perché vogliono percorrere la strada più comoda, meno scoscesa: non mettono in discussione nulla, si accontentano di seguire le “autorità” e di ricevere assistenza da quest’ultime. In fin dei conti, la corruzione inizia dalle piccole cose. Possiamo notarlo nel nostro stesso comportamento, quando accettiamo di venir meno ai nostri principi per un piccolo vantaggio. L’aspetto peggiore è che ci convinciamo che sia la cosa giusta da fare.

MND: Ha mai avuto a che fare con un mafioso?

F.N: Non che io sappia! Nel 2003 ho viaggiato in Sicilia ed è lì che ho avuto modo di incontrare la mafia per la prima volta, specialmente a Palermo. Ricordo come alla radio locale la mattina nei bar si ascoltavano notizie di sparatorie, arresti, indagini. Allo stesso tempo, però, mi era chiaro quanto la situazione fosse migliorata rispetto ai decenni precedenti. Inoltre, il movimento dell’antimafia aveva sicuramente acquisito maggiore visibilità. Vi è poi da aggiungere che in molte situazioni ero solo un turista, talmente rapito dalla bellezza dell’isola e dal fascino dei suoi abitanti che non riuscivo a pensare alla mafia.

MND: Nelle sue lezioni tratta spesso di mafia e criminalità organizzata. Che feedback riceve dagli studenti? Mostrano interesse o lo percepiscono come un problema “estraneo”?

F.N: Gli studenti pongono tante domande a riguardo, sono molto curiosi e questo è un bene, perché la curiosità è l’inizio di ogni scienza. Tuttavia, rispetto ad altre materie in cui discutono con entusiasmo, quando si tratta di mafia si astengono dall’esprimere troppe opinioni personali. La mia impressione è che essi ritengano che la loro “conoscenza” derivi principalmente da film sulla mafia che non rispecchiano la realtà attuale.

MND: L’impegno universitario può far richiamare l’attenzione sulla mafia e il suo modus operandi. Quanto è importante che nelle università si sensibilizzino i ragazzi su questo tema? Partendo dall’esempio dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (CROSS) nato all’Università Statale di Milano dal Prof. Nando dalla Chiesa, ritiene che anche nelle università tedesche sia necessario costituirne uno?

F.N: Credo che le università siano fondamentali su tanti fronti. Sono fermamente convinto che siano di estrema importanza per la formazione e lo sviluppo della personalità degli studenti, come avrete notato, ho consapevolmente evitato di parlare di un mero compito di formazione. All’università si può e si dovrebbe poter discutere di tutto e quindi anche – ma non solo – di mafia. Un osservatorio è un’idea allettante. Perché no? Sarebbe un contesto perfetto per svolgervi il lavoro di sensibilizzazione di cui si è parlato prima. Si potrebbe allestire una biblioteca e far interagire attori diversi, giornalisti, scienziati, forze dell’ordine.

MND: Si è mai sentito o si sente solo nella ricerca in merito alla mafia in Germania?

F.N: Per favore, non mi sopravvalutate. Non sono totalmente solo e mi occupo per lo più secondariamente di criminalità organizzata. Il mio principale campo di attività è la ricerca sul sistema penitenziario. Ma come si dice? – “Nel paese dei ciechi, un guercio è re”.

MND: Quanto il lavoro accademico influenza gli sviluppi politici attuali?

F.N: Il tema mafia non ha alcuna influenza, perché il corrispondente lavoro accademico non esiste. In generale l’influenza della criminologia sulla politica è debole, se non quasi inesistente. È un’illusione credere che la politica faccia quello che la scienza consiglia, presupponendo che la scienza sia anche unanime. Nell’attuale crisi in merito al Corona, la scienza viene ascoltata di più. Questo è incoraggiante e spero che ciò appartenga a quelle cose che rimarranno anche nel periodo post Corona.

MND: In una scala da 1 (“per niente preparato”) a 10 (“del tutto preparato”), quanto preparato giudicherebbe Lei il sistema giuridico tedesco rispetto alla mafia? La Germania è terreno fertile per i mafiosi?

F.N: Non si è mai troppo prudenti – quindi 7. Dai rapporti del Bundeskriminalamt sulla situazione si deduce che sono rari i casi in cui la criminalità organizzata ha influenzato – o provato a influenzare – la polizia, la pubblica amministrazione o la giustizia. Un tema molto importante, non solo con riferimento alla mafia, sono le norme antiriciclaggio. Ma vale anche qui: le leggi non sono tutto, devono soprattutto essere applicate, e a tal fine, sul piano della trasposizione, c’è bisogno di un numero sufficiente di esperti qualificati.

MND: Se avesse a disposizione qualsiasi materiale e non ci fossero impedimenti di nessun tipo, da quale libro, elaborato, commentario, comincerebbe a lavorare?

F.N: In realtà scriverei volentieri un libro sulla mafia. Dovrebbe però essere uno scritto in grado di soddisfare i criteri scientifici e allo stesso tempo essere interessante e ben leggibile per un vasto pubblico. Circa 10 anni fa ci ero quasi riuscito, poi però ho interrotto il mio lavoro. Non mi sentivo a mio agio con un lavoro del genere, perché, pur avendo presente tutta la letteratura, non avevo un mio accesso empirico, come ad esempio attraverso dati specifici, materiali di interviste o atti giuridici. Chissà – forse un giorno.

MND: Quale buon scritto accademico sulla Mafia in Germania consiglierebbe ai nostri lettori? Avrebbe dei consigli di lettura per un primo approccio alla tematica mafia in Germania?

F.N: Questa domanda mi imbarazza, perché avrei qualche libro sull’Italia da nominare mentre per la Germania non me ne viene in mente alcuno. Potrebbe essere un buon tema per una vostra tesi?

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La nostra associazione sta attraversando un momento complicato a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Le classiche attività aggregative e gli eventi in programma sono stati posticipati o cancellati, e ci ritroviamo ora a dover ripensare a nuovi metodi per portare avanti il nostro lavoro. Abbiamo deciso di concentrarci sulle attività che ci permettono di essere incisivi anche da remoto.
Stiamo innanzitutto ristrutturando il nostro sito web. Presto sarà online in forma rinnovata. Inoltre, garantiamo settimanalmente informazione di qualità tramite il nostro ‘’The Weekly Focus’’ e mensilmente tramite la nostra Newsletter. Stiamo preparando un podcast sui temi della criminalità organizzata e abbiamo intenzione di offrire alcuni Webinar di approfondimento a chi ci segue e sostiene.

Mafianeindanke fonda le sue attività principali sul lavoro dei volontari europei. I ragazzi di quest’anno sono giunti al termine del loro servizio di volontariato finanziato dal progetto Erasmus +. Impossibilitati a rientrare a casa in Italia per via delle nuove misure introdotte dai governi nazionali, continueranno la loro attività all’interno dell’associazione pur senza la garanzia di una borsa Erasmus che li sostenga.
Data la difficile situazione vorremmo garantire loro un sostegno ancorché minimo per permettere il proseguimento delle attività dell’associazione. Anche perché, vista la situazione attuale, al momento non abbiamo la certezza di poter accogliere nuovi volontari nel breve periodo.

Dicono di noi

Saviano – La Repubblica: ‘’L’azione di contrasto alle mafie è affidata prevalentemente all’associazionismo, con movimenti come Mafia? Nein danke!, che sopperiscono anche a un’informazione sul crimine organizzato che in Germania è molto carente per via di rigide leggi sulla tutela dei diritti della personalità e di un codice della stampa che spesso si trasforma in censura.’’

Il nostro lavoro

Mafianeindanke è l’unica associazione tedesca che si concentra apertamente sui problemi causati dalla criminalità organizzata sul territorio tedesco e si impegna attivamente per una società libera dal fenomeno criminale. Dal 2007 sensibilizziamo i politici, le imprese e la società civile sulla crescente presenza della mafia e della criminalità organizzata in Germania.
Organizziamo eventi di sensibilizzazione e formazione per istituzioni, esperti del settore e cittadini. Partecipiamo a progetti di ricerca e facciamo parte di reti di cooperazione a livello europeo, come la rete CHANCE (Civil Hub agAinst OrgaNized Crime in Europe).
Partecipiamo a progetti di prevenzione della criminalità e promuoviamo a livello europeo le pratiche virtuose nella lotta alla cultura di stampo mafioso.
Informiamo i cittadini sui fatti più attuali relativi al crimine organizzato e mettiamo in rete attivisti, giornalisti e accademici con forze dell’ordine, giudici, rappresentanti delle istituzioni e politici.
L’associazione nasce a Berlino ma cerchiamo di essere presenti là dove le mafie sono più attive e stiamo creando gruppi locali in tutta la Germania.

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Misure contro il riciclaggio di denaro: le banche svizzere si girano dall’altra parte


Come le loro controparti in Unione Europea, anche le banche svizzere sono molto spesso coinvolte in eventi di riciclaggio di denaro sporco. Ecco qualche esempio recente. Nel febbraio 2019 un tribunale parigino ha condannato la maggiore banca svizzera, la UBS, a pagare una multa record di 3,7 miliardi di euro nonché 800 milioni di risarcimento per riciclaggio di denaro e frode fiscale a favore di clienti francesi. Tuttavia, questi avvenimenti hanno nella maggior parte dei casi un contesto internazionale, che non si limita quindi alla sola Svizzera, e sono in relazione diretta con la corruzione. Nello scandalo del fondo statale della Malaysia 1MDB erano coinvolte tra l’altro la UBS, la banca privata BSI, la Falcon Private Bank e la banca privata Coutts. Da questo fondo sono stati dirottati 7,5 miliardi di dollari. Inoltre, le banche svizzere erano coinvolte nei casi di corruzione della multinazionale energetica Petrobras e del consorzio edilizio Odebrecht, ambedue aziende brasiliane. Anche qui si parla di fondi corrotti, ossia dirottati, che ammontano a miliardi. La Credit Suisse, la seconda banca più grande della Svizzera, ha fatto scalpore perché coinvolta nel caso di corruzione attorno alla FIFA.

Cosa rende il mercato finanziario svizzero così vulnerabile al riciclaggio di denaro?

Il motivo di questa vulnerabilità si trova nello specifico modello di affari delle banche svizzere, le quali si affermano nel mondo della concorrenza internazionale come crocevia dell’amministrazione dei patrimoni privati. Ci sono vari motivi per cui i clienti in tutto il mondo scelgono la Svizzera come paese d’investimento. Sicuramente influisce il segreto bancario svizzero, anche se esso è diventato più permeabile. La Svizzera, infatti, ha dovuto accettare lo scambio di informazioni fiscali secondo gli standard della OCSE.

Il private banking per i clienti benestanti e il wealth management, che riguarda la gestione di patrimoni privati, sono sempre un asset importante del mercato finanziario della Svizzera. Si parla nello specifico della complessiva tutela finanziaria di persone private e dei loro patrimoni. In Svizzera, banche ed amministratori dei beni gestiscono in totale 3,7 biliardi di franchi svizzeri. Il 62 % di loro non sono domiciliati all’estero. Il mercato finanziario svizzero occupa tra 1/4 e 1/3 del mercato globale. L’ amministrazione dei patrimoni è dunque uno dei servizi di esportazione più importanti della Svizzera. I patrimoni privati che vengono gestiti oltre confine sono aumentati di 300 miliardi di franchi svizzeri dal 2013 al 2018.

L’amministrazione dei beni privati ha una vasta infrastruttura di personale. Fanno parte di questo network non solo le banche svizzere ma anche fiduciari ed avvocati. Viene da sé osservare che questi servizi finanziari attraggano anche i criminali. I fondi che vengono generati illegalmente vengono fatti girare più volte tra prestanomi e società offshore. Nella fase finale del riciclaggio, cioè la fase degli investimenti, questi fondi vengono poi immessi verso prodotti finanziari e nell’economia reale.

In questo modo il wealth management è una porta d’accesso per la criminalità finanziaria e per l’economia sommersa.

Il modello di affari dell’amministrazione dei beni privati è cambiato nel secondo decennio di questo secolo.

Una delle attività principali della maggior parte delle banche svizzere era stata fino ad ora la tutela di clienti stranieri.. I principali beneficiari erano i clienti statunitensi ed europei, soprattutto tedeschi, che si servivano di succursali e società affiliate come tramite. I patrimoni di questi clienti spesso consistevano in fondi neri. In Germania, tra l’altro, il ministro delle finanze del Nordreno-Vestfalia, comprò i cosiddetti Steuersünder Cd’s, dei CD che contenevano i dati rubati riguardanti i clienti delle banche che operavano evasione fiscale. Ottenuti questi dati, vennero avviati molti procedimenti di frode fiscale contro clienti in Germania e contro le banche svizzere. Quindi, i clienti con fondi illeciti nei conti bancari in Svizzera ritennero opportuno auto-denunciarsi per ottenere un’attenuazione delle pene.

In aggiunta, la Svizzera perse in una controversia fiscale con gli Stati Uniti scoppiata nel 2008. Ne conseguì che, all’inizio del 2009, l’autorità fiscale statunitense IRS annunciò un programma di condono. Gli evasori fiscali americani, per legalizzare i loro fondi ed evitare di essere perseguiti penalmente, dovettero nominare banche e consulenti che li avevano aiutati ad incanalare il loro denaro verso le autorità fiscali. I dipendenti delle banche svizzere negli Stati Uniti vennero arrestati e condannati al carcere. Il “modello d’affari” delle banche svizzere fallì. Di conseguenza, gli affari con clienti americani ed europei oltre i confini dovettero essere limitati drasticamente. Davanti agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la Svizzera si atteggiò a peccatore pentito che avrebbe seguito in futuro una “strategia di soldi puliti” (“Weißgeldstrategie”) per riottenere la riputazione persa. La Svizzera dunque avrebbe accettato solo investimenti di cui le origini legali fossero state controllate dalle banche e considerando la legge fiscale nazionale alla quale i clienti devono attenersi per assicurare l’assenza di pericolo.

Una strategia di soldi puliti è un’altra cosa

In realtà, le banche svizzere non abbandonarono interamente il vecchio modello di affari, bensì lo modificarono. Rafforzarono invece le loro attenzioni ai super ricchi nei mercati emergenti, che sono di solito controllati da autorità dei mercati finanziari, enti fiscali ed autorità inquirenti più lassiste. Nei mercati dell’Asia e del Sudamerica, molti fondi di clienti dubbi sono stati ricevuti da gestori finanziari delle banche svizzere in loco. In questo modo, i soldi ricevuti dalle banche svizzere e quindi riciclati non dovevano più essere trasferiti sui conti bancari e depositi svizzeri, ma potevano essere immessi in paesi terzi.

Gli “High Performer” tra i consulenti incassavano dei bonus enormi in questo nuovo settore di affari immensamente proficuo. Inoltre, all’avvio delle relazioni d’affari, sui nuovi clienti e sui loro valori patrimoniali non veniva effettuato quasi alcun controllo da parte dei consigli di amministrazione delle banche svizzere e dei loro ‘’compliance officers’’ dei servizi interni antiriciclaggio. Mentre i requisiti interni rispetto all’assistenza verso i clienti dovevano eseguiti dagli impiegati bancari sempre più attentamente, ed il numero dei sospetti segnalati dalle banche svizzere – com’è successo pure presso le banche UE – è aumentato notevolmente, le punte di diamante nel ramo della consulenza avevano invece campo libero per reclutare nuovi clienti. Infatti, vi erano ben pochi casi sospetti segnalati alle istituzioni statali per questo tipo di clientela. In seguito, l’autorità fiscale svizzera FINMA ha definito requisiti più severi nei confronti della “know your customer policy” – soprattutto nel caso della banca privata Julius Bär.

Usare due pesi e due misure non è però soltanto un fenomeno svizzero. Simili deficit si sono notati anche presso delle banche dell’UE. Quale banca orientata al profitto segnala a cuor leggero alle autorità fiscali i suoi clienti migliori che generano ricavi elevati? Anche se con questo modo di agire si corre il rischio che una volta fatta chiarezza la banca si trovi di fronte enormi problemi di reputazione e debba aspettarsi dei rischi operativi nel bilancio. In questa prospettiva il divorzio dal “buon cliente” sarà più l’eccezione che la regola.

Un ampio “Whistleblowing System” deve fiancheggiare la segnalazione dei sospetti

Secondo l’opinione di mafianeindanke, una strategia efficace contro il riciclaggio di denaro deve partire dal ripensamento dell’attuale approccio che è diventato standard in Europa e a livello globale.

Naturalmente è sensato che le autorità di vigilanza continuino ad esigere il rigoroso rispetto dell’obbligo di segnalazione dei sospetti e degli obblighi di assistenza alla clientela da parte delle banche e di altri soggetti obbligati. Tuttavia, i meccanismi di esaminazione delle autorità fiscali – anche se il numero delle prove in loco aumentasse notevolmente – non rilevano pienamente i casi gravi di riciclaggio di denaro. Le banche possono correre il rischio di non rispettare la legge sul riciclaggio di denaro perché nella maggior parte dei casi sfuggono ai controlli delle autorità di vigilanza e investigazione.

Una maggiore quantità di controlli potrebbe essere ottenuta affiancando all’esistente meccanismo della segnalazione di sospetti un funzionante sistema di Whistleblower, ovvero di informatori. I Whistleblower sono persone che rivelano o denunciano violazioni della legge o altri comportamenti scorretti. Ci sono delle aree sociali ed economiche in cui gli informatori sono indispensabili. Per esempio, nell’ambito del riciclaggio di denaro e della corruzione. La creazione di “sistemi di whistleblower” fa parte degli obblighi delle autorità di vigilanza nella legge tedesca sul riciclaggio di denaro. In pratica, però, questi obblighi hanno solamente un carattere simbolico se formulati in termini generici.  Finora questi sistemi non sono operativi. Non proteggono efficacemente l’informatore quando lui si rivolge all’esterno. Non c’è quindi da stupirsi che molti dipendenti di banche e di altre aziende che vogliono denunciare irregolarità preferiscano rimanere anonimi o addirittura tenere per sé le loro conoscenze.

In Svizzera la situazione è ancora più insoddisfacente. Finora il Consiglio federale (Bundesrat) ha respinto qualsiasi iniziativa di regolamentazione giuridica in questo settore.  Gli informatori quindi rischiano di essere licenziati, ed essere soggetti non solo ad una condanna sociale ma anche ad un’azione penale nei loro confronti.

Nell’ottobre 2019 l’Unione Europea ha emesso una direttiva per proteggere le persone che nel loro ambito professionale segnalano le violazioni delle vigenti leggi europee. La legislazione tedesca deve implementare questa direttiva entro due anni. La società civile dovrebbe interessarsi alla questione fin da subito.

Mafianeindanke lo farà senz’altro.

Il Parlamento svizzero impedisce l’adeguamento della legge sul riciclaggio di denaro agli standard internazionali


Il 2 marzo di quest’anno il Consiglio nazionale svizzero ha impedito che venissero introdotte nuove norme contro il riciclaggio di denaro, proposte dal Governo svizzero (Consiglio Federale) già il 1° giugno 2018. Finora i media internazionali non hanno prestato molta attenzione a questo voto.

Le modifiche sulla legge antiriciclaggio dovrebbero, tra l’altro, includere un’estensione degli obblighi di dovuta diligenza per avvocati, notai e altre professioni di consulenza come fiduciari o consulenti fiscali. Attualmente, solo le banche e i fornitori di servizi finanziari sono destinatari della legge antiriciclaggio. Questo include già eccezionalmente gli avvocati, nella misura in cui forniscano servizi finanziari in singoli casi.

In futuro la legge dovrebbe valere anche per le attività di mera consulenza, come quelle offerte alle società all’estero, alle società di comodo esistenti in Svizzera, ai trust o ai servizi come la costituzione, la gestione o l’amministrazione di questi veicoli. Un tale ampliamento della cerchia delle persone obbligate nel regime antiriciclaggio è in linea con lo standard attuale del Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale contro il riciclaggio di denaro (GAFI) istituito dai Paesi del G7, di cui la Svizzera fa parte. La petizione del GAFI è già stata attuata negli Stati Europei con la quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro del 5 giugno 2015. Gli scandali scoperti dalle reti di ricerca internazionali, che dimostrano l’uso di società di comodo offshore a scopo di riciclaggio di denaro sporco, compresa l’evasione fiscale (“Panama Papers”), avevano portato a questa estensione degli standard. In qualità di membro del GAFI, la Svizzera si è impegnata ad attuare questo standard nel diritto nazionale.

La decisione è stata presa in seno al Consiglio nazionale con 107 voti favorevoli e 89 contrari. Ad eccezione di un numeroso gruppo di dissidenti, a votare contro una legge più severa sul riciclaggio di denaro sono state le fazioni di destra dell’SVP (Partito Popolare Svizzero), del PLR liberale e del CVP (Partito Popolare Cristiano Democratico). I sostenitori di un’alleanza tra il SP (Partito socialdemocratico), i Verdi e i Verdi liberali non hanno potuto prevalere.

Nella fase successiva, il Consiglio degli Stati dei Cantoni (la cosiddetta Piccola Camera del Parlamento) deciderà sul progetto di legge. Se quest’ultimo non vorrá riaprire il dibattito, cosa che è attualmente prevedibile, il disegno di legge è del tutto affondato.

Nel corso del dibattito, i socialdemocratici svizzeri e i verdi hanno sottolineato che le rivelazioni sui Panama Papers dimostrano chiaramente quanto sia necessario agire in Svizzera per colmare questa lacuna giuridica. I documenti valutati hanno rivelato che gli avvocati svizzeri e altri consulenti sono stati coinvolti su larga scala nella creazione di società di domicilio problematiche (società di comodo) a Panama. E infatti si sono potute identificare migliaia di società di domicilio, acquistate e create da avvocati svizzeri, e banche private grazie alla mediazione dello studio legale Mossack Fonseca di Panama. È stata spesso individuata una combinazione di società prestanome nidificate in paesi offshore, gestite da amministratori fittizi che ricevono istruzioni da avvocati e fiduciari in Svizzera (e in altre piazze finanziarie). Gli avvocati e i fiduciari svizzeri sono quindi la cerniera logistica tra i paesi offshore e la Svizzera, il paese d’investimento.

Le “Luanda Leaks”, anch’esse scoperte nel gennaio 2020 da un consorzio internazionale di giornalisti investigativi, mostrano una rete che ha funzionato in modo simile. Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente angolano, aveva costruito una rete di 400 aziende in 41 paesi per appropriarsi sistematicamente di fondi pubblici del valore di miliardi. Banche internazionali, avvocati e altre società di consulenza hanno fornito supporto e chiudendo gli occhi di fronte a questa dinamica. Isabel dos Santos e l’intero clan familiare hanno potuto arricchirsi senza scrupoli per anni a spese dello Stato e della popolazione. Gli intermediari svizzeri hanno contribuito a far sì che una parte di questo denaro finisse in Svizzera.

Le argomentazioni degli oppositori dell’iniziativa legislativa rappresentano un rilancio del dibattito nell’Unione Europea

L’influenza degli avvocati e dei consulenti nel Parlamento svizzero è particolarmente forte.

In questo caso la Svizzera non si differenzia in modo significativo dal sistema parlamentare tedesco. Il blocco degli oppositori dell’iniziativa, sotto la guida della lobby degli avvocati, ha sottolineato il notevole lavoro aggiuntivo necessario per chiarire il tipo di cliente e gli eventuali beneficiari effettivi, e ha messo in guardia soprattutto dall’ “erosione del privilegio avvocato-cliente” e dalla funzione dell’avvocato nell’amministrazione della giustizia. La maggioranza parlamentare si è così avvalsa dell’argomentazione, già mortale in Europa e soprattutto nella discussione tedesca sugli obblighi dell’avvocato in materia di riciclaggio, secondo cui la legge in discussione alimenterebbe un clima di sfiducia tra avvocato e cliente. Alla fine, secondo loro, porterebbe a uno “stato totalitario”. I membri del gruppo parlamentare dell’UDC a Zugo non si sono risparmiati di sostenere il loro rifiuto facendo ricorso a parallelismi storici. Hanno citato dal libro dello storico berlinese Jörg Baberowski “Terra bruciata – Il regno della violenza di Stalin”: “Sotto Stalin, i membri del Comitato centrale hanno cominciato a bollare gli altri membri del partito come traditori contro il loro buon senso, in modo da non essere sospettati loro stessi’’.

La portavoce dell’UDC, Barbara Steinemann, in seno al Consiglio federale, è stata chiara sull’obiettivo finale del “no”: la Svizzera deve mantenere a tutti i costi la competitività della sua piazza finanziaria. È proprio questo che temono. Senza la rete di avvocati e fiduciari legati alle banche svizzere, lo specifico sistema bancario svizzero con le sue linee di prodotti leader a livello mondiale nel private banking e nella gestione patrimoniale sarebbe meno attraente per la clientela. Anche per i criminali nelle file dei mandatari e dei clienti.

L’atteggiamento del governo svizzero

Il punto più caratteristico del dibattito è che il ministro delle Finanze Ueli Maurer, che era responsabile dell’iniziativa legislativa, non si è discostato del tutto dalla posizione dei contrari. È un membro di spicco dell’SVP e si allontana dalla posizione dei suoi compagni di partito solamente su questioni tattiche. Fin dall’inizio ha sottolineato che la mancata attuazione degli standard del GAFI avrebbe causato a livello mondiale un problema di reputazione per l’intera piazza finanziaria svizzera. La Svizzera entrerebbe senza alcuna necessità in un confronto aperto con gli organismi internazionali. Il GAFI verifica regolarmente se le leggi dei suoi Stati membri sono conformi alle sue raccomandazioni. La prossima revisione della Svizzera è prevista per il 2021. Le argomentazioni di Maurer sono state attivamente sostenute dalla lobby svizzera delle banche e delle assicurazioni, che si è espressa anch’essa a favore dell’adozione dell’iniziativa legislativa.

Invano, il ministro delle Finanze ha affermato che “la zuppa non viene mangiata così calda come viene cucinata”. Dopotutto, il fattore decisivo è l’effettiva attuazione di una norma giuridica e non il modo in cui essa viene collocata nella vetrina di una legge federale o di una gazzetta ufficiale. Egli ha sottolineato che il privilegio avvocato-cliente sarà preservato anche con la revisione della legge, aggiungendo che gli avvocati sono obbligati a fare rapporto solo se questo non vìola il segreto professionale. E questo offre in Svizzera una solida fortezza che impedisce l’insorgere di obblighi di notifica.

La Germania si distingue positivamente dalla prassi giuridica svizzera?

La Germania in questo dibattito non può certo permettersi di puntare il dito contro la Svizzera peccatrice. Sebbene alla fine del 2019 il governo federale abbia provveduto (nell’ambito dell’attuazione della quinta direttiva sul riciclaggio di denaro) a garantire per legge che gli avvocati e altri liberi professionisti, come i notai, adempiano all’obbligo di segnalare i sospetti, finora queste le reazioni annuali di sospetto delle professioni libere non superano la singola cifra.

Inoltre, l’annuncio del governo federale non ha portato a risultati significativi nella riduzione del riciclaggio di denaro e nel controllo dell’attuazione di questa legge. Come in Svizzera, i liberi professionisti non sono ancora obbligati a notificare quando i fatti si riferiscono a informazioni ricevute nel corso di una consulenza legale o di una rappresentanza legale. Ciò dovrebbe valere solo se la parte obbligata sa che la parte contraente ha fatto ricorso alla consulenza legale o alla rappresentanza legale a scopo di riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo o altro reato. La lobby tedesca degli avvocati può convivere senza problemi con questa disposizione, in quanto offre sufficiente flessibilità sul lato soggettivo della prova certa.

Covid-19 e Mafia: come due virus si rafforzano a vicenda


Le frontiere chiuse e le strade vuote rendono più difficile il contrabbando di merci e il traffico di droga – ma davvero il virus ha indebolito il crimine organizzato? Secondo un articolo del Tagesschau, l’Associazione degli Investigatori Tedeschi ipotizza che controlli più intensivi dati dal COVID-19 avranno un effetto positivo sulla lotta alla criminalità organizzata, d’altro canto la Commissione Antimafia del Parlamento Italiano non ne è così certa. La Commissione, organo permanente del Parlamento, attraverso il suo portavoce ha recentemente dichiarato all’ONG “Global Initiative Against Transnational Organized Crime” (GI-TOC) che: “La mafia è come il Coronavirus – ti prenderà ovunque tu sia”. Che cosa ci aspetta dunque?

L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ha pochi precedenti nella storia e rischia di essere un’opportunità di conquista per il crimine organizzato in tutto il mondo. Dall’Italia arrivano i primi segnali da parte della Polizia di Stato che mette in guardia le forze locali nei confronti di possibili infiltrazioni delle mafie all’interno del tessuto economico di un paese indebolito e fragile: “L’impatto dell’attuale crisi sanitaria potrebbe esporre maggiormente imprenditori e commercianti delle varie categorie ai tentativi di reclutamento economico e di finanziamento illecito” così dichiara il Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina in un’intervista a La Repubblica. La disponibilità delle cosche di denaro liquido da una parte e la sempre maggiore difficoltà degli imprenditori e dei commercianti dall’altra porteranno a numerosi casi di usura e di acquisizione di aziende in crisi, in modo diretto o indiretto. Per non parlare poi del rischio concreto di corruzione nei confronti dei funzionari pubblici che saranno chiamati ad amministrare ingenti quantità di denaro derivanti da finanziamenti statali ed europei. In Italia è cosa nota: occorre prestare particolare attenzione agli appalti pubblici, presi d’assalto dalle mire delle mafie.

Tuttavia, non si può negare che una crisi di questa portata colpisca i mafiosi tanto quanto noi. Come sottolinea il professor Federico Varese: “Non dobbiamo pensare ai mafiosi come a dei supereroi, vivono nel nostro stesso mondo, e se la nostra vita è in pericolo, lo è anche la loro”. La criminalità organizzata, tuttavia, ha già dimostrato una resilienza invidiabile in passato, ad esempio durante la crisi finanziaria del 2008. “Accettano di perdere un po’ dei loro affari e aspettano tempi migliori”, ha così dichiarato il generale Giuseppe Governale, capo della Direzione Investigativa Antimafia all’Agenzia di Stampa Tedesca (DPA) a fine marzo. Un vecchio proverbio siciliano descrive perfettamente la situazione attuale: “Calati junco, ca passa la china” (Piegati giunco finché non è passata la piena).

L’esperto di mafia e autore di fama internazionale Roberto Saviano ha fatto un ulteriore passo e ha sottolineato che le organizzazioni criminali possono sfruttare qualsiasi forma di crisi per il proprio profitto. In un articolo su La Repubblica, Saviano descrive il motivo per cui la pandemia potrebbe giovare alla mafia: “Se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile”. Secondo Francesco Messina, le infrastrutture sanitarie, il settore agroalimentare e le piccole e medie imprese del turismo e della ristorazione sono particolarmente a rischio di infiltrazione.

Le autorità italiane hanno osservato il commercio illegale di maschere protettive che vengono esportate in Turchia, Russia, Kazakistan o India per poi essere reimportante in Italia – con l’aumento dei prezzi dei dispositivi di protezione, questo tipo di business sta diventando estremamente redditizio. A Roma e a Milano la Polizia ha sequestrato alcune mascherine contraffatte. La mancanza di beni sta aprendo nuovi mercati e campi d’azione soprattutto laddove la criminalità organizzata si è infiltrata nel sistema sanitario nazionale, come già avviene sia nel Nord che nel Sud Italia, Lombardia compresa.

La crisi attuale offre ampie possibilità di attività fraudolente, e non solo in Italia: L’Interpol segnala duemila siti web in tutto il mondo dove vengono venduti prodotti dubbi, come ad esempio un miracoloso “Spray contro il Corona”. Nel frattempo, Europol mette in guardia contro l’aumento del Cyber-crime a livello mondiale: circolano infatti e-mail non sicure in cui i criminali si spacciano per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per diffondere virus e per accedere ai dati personali. La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) riferisce inoltre che in Svizzera l’emergenza viene sfruttata da falsi medici, usurai e criminali informatici, cosicché le autorità inquirenti hanno intensificato i loro sforzi. Nelle favelas di Rio, invece, la criminalità organizzata si presenta come uno Stato migliore che garantisce sicurezza e ordine durante la crisi, acquisendo così una nuova legittimità sociale. I modi e i mezzi per trarre profitto dalla situazione sembrano infiniti. Anche Nicola Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro, ha espresso alla DPA la sua preoccupazione per le interruzioni dei procedimenti contro la mafia; le udienze non si stanno svolgendo.

Ma al di là della crisi sanitaria, l’attività quotidiana della mafia è ancora in corso: nei porti del Sud Italia si è registrato un aumento del traffico di merci. La circolazione delle stesse è ancora possibile e i controlli alle frontiere stanno diventando meno severi. Sul quotidiano tedesco “Neues Deutschland”, Wolf H. Wagner scrive che attualmente entrano nel Paese più droghe del solito attraverso le rotte sudamericane e africane. Né il consumo di droghe diminuisce solo perché siamo rinchiusi nelle nostre quattro mura: la noia e la solitudine possono aumentare il desiderio di consumare sostanze illegali, anche per contrastare malattie mentali come la depressione. Il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho ha confermato al quotidiano La Repubblica: “Chiuse le piazze di spaccio, la droga viene consegnata a domicilio”.

Ciò che queste analisi mostrano, è che l’attività della criminalità organizzata non si ferma e, come il virus, può diffondersi facilmente; così facendo può ottenere il controllo di interi pezzi dell’economia e della politica. Anche se l’ordine sociale cambia e l’eccezione diventa la nuova norma, la criminalità si adatta per massimizzare i propri profitti.

© mafianeindanke, 2 Aprile 2020

Il ricordo delle vittime innocenti delle mafie non si ferma: il 21 marzo sui social


Ogni 21 marzo in Italia si svolge la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Quest’anno, purtroppo, l’emergenza sanitaria venutasi a creare a causa del Coronavirus (Covid-19) ha fatto sì che la commemorazione ufficiale venisse posticipata ad ottobre. Nonostante ciò, il ricordo delle vittime delle mafie non si è fermato, e la campagna per il 21 marzo lanciata da Libera sui social media ha riscosso una grandissima partecipazione da parte di singoli e associazioni attive su tutto il territorio. Noi di mafianeindanke abbiamo aderito e ognuno di noi ha voluto ricordare una vittima di mafia con una foto e dedicandogli un fiore.

Non ci siamo fermati qui. Abbiamo voluto approfondire e ricostruire le storie delle vittime che abbiamo scelto, in modo tale da mantenerne vivo il ricordo. Qui di seguito potete trovare le storie di Annalise Borth, Ciro Rossetti, Silvia Ruotolo e Luigi Fanelli.

Prima, però, vogliamo raccontarvi la storia di come è nata un’iniziativa importante come quella del 21 marzo.

Era il 23 maggio 1993 e si teneva la prima commemorazione in ricordo delle vittime della strage di Capaci. Una donna, Carmela, si avvicinò in lacrime a Don Ciotti e gli disse ‘’Sono la mamma di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai? È morto come gli altri’’. Fino a quel momento Antonio e i suoi colleghi Vito Schifani e Rocco Dicillo venivano frettolosamente liquidati come ‘’i ragazzi della scorta’’.  L’iniziativa ha origine dal dolore di una madre che difende il diritto di suo figlio ad essere ricordato con il suo nome.

 La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce con l’idea di dare a tutte le vittime innocenti lo stesso diritto ad essere ricordate.

Le Storie

Annalise Borth

Ferentino, 26 settembre 1970

Annalise Borth era una ragazza tedesca di 18 anni, sposata con Gianni Aricò e incinta di un bambino. Originaria di Amburgo, aveva avuto un’adolescenza travagliata e ancora giovanissima era fuggita in Italia. ‘’Muki’’, come veniva soprannominata, faceva parte degli ‘’anarchici della Baracca’’, attivisti politici di fede anarchica attivi nell’area di Reggio Calabria, che prendevano il nome da un casolare abbandonato diventato loro base operativa. Erano gli anni della Strage di Piazza Fontana a Milano e della rivolta di Reggio, la protesta contro lo spostamento del capoluogo di regione a Catanzaro.

La sera del 26 settembre 1970, Annalise e Gianni Aricò si trovavano a bordo di una Mini Morris insieme ad altri tre compagni: Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Angelo Calise, tutti di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Si stavano recando a Roma, dove era prevista una manifestazione per contestare l’arrivo del presidente americano Nixon. I giovani erano diretti nella capitale per consegnare un dossier con delle informazioni scottanti all’avvocato Edoardo Di Giovanni. Avevano raccolto dei documenti che provavano la convergenza di interessi tra ‘ndrangheta e gruppi neofascisti, in particolare riguardo alla rivolta di Reggio e alla strage sul treno Freccia del Sud avvenuta a Gioia Tauro.

All’altezza di Ferentino la loro automobile si scontrò con un autotreno dedito al trasporto di conserve di pomodoro, In un’incidente dalla dubbia dinamica. I ragazzi morirono tutti. Annalise fu l’ultima ad andarsene, dopo 21 giorni di lotta per la vita in ospedale.

I documenti che portavano a bordo dell’auto sparirono. I conducenti del tir, rimasti illesi, erano dipendenti di un’azienda riconducibile al ‘’principe nero’’ Junio Valerio Borghese.

Solamente più di 20 anni dopo, nel 1993, si ottenne maggiore chiarezza sugli avvenimenti della rivolta di Reggio e sull’attentato dinamitardo che fece deragliare il treno Freccia del Sud provocando 6 vittime e 54 feriti. Le dichiarazioni di alcuni pentiti rivelarono che fu la ‘ndrangheta a procurare l’esplosivo utilizzato dai gruppi neofascisti per far deragliare il treno. Uno dei collaboratori di giustizia confessò anche la collusione tra criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra in occasione della rivolta di Reggio.

Gli anarchici della Baracca, invece, non ottennero mai giustizia.

Ciro Rossetti

Napoli, 11 ottobre 1980

Ciro era un giovane operaio di 31 anni. Quell’11 ottobre del 1980 si trovava con sua moglie e i suoi due figli a casa di sua madre, per vedere la partita di qualificazione ai mondiali Italia – Lussemburgo.

D’un tratto cominciò a sentire degli spari. Ciro pensò che fossero dei fuochi d’artificio per festeggiare la partita e si precipitò alla finestra.

Invece non c’era niente da celebrare; era in atto una delle tante guerre tra clan camorristici per il controllo del contrabbando di sigarette. Sulla strada sfrecciava un’auto dalla quale un uomo sparò quattro colpi. Uno di quei proiettili vaganti uccise Ciro.

Ciro che nulla aveva a che fare con la malavita.

Ciro che da quella finestra avrebbe voluto solo gioire per la sua nazionale.

Silvia Ruotolo

Napoli, 11 giugno 1997

Silvia Ruotolo amava la sua città, Napoli, amava il suo quartiere, il Vomero, amava la sua famiglia. Era una donna gioiosa, dal sorriso inconfondibile, sempre pronta ad aiutare il prossimo.

Dopo aver terminato gli studi magistrali incontrò Lorenzo Clemente, col quale decise di sposarsi. Era il 1987 quando restò incinta della sua prima figlia, Alessandra. Silvia diventò mamma, una mamma premurosa. Cinque anni dopo aveva di nuovo il pancione: c’era bisogno di una casa più grande, mentre il suo cuore lo era già, pronto ad accogliere il piccolo Francesco.

Si trasferì in una casa più spaziosa, al 9° piano di Salita Arenella 13/A, da cui poteva ammirare ancor meglio la sua città. Era una mamma presente e gioiosa, che seguiva molto i suoi bambini.

A 39 anni, l’11 giugno del 1997, Silvia teneva Francesco per mano. Era andata a prenderlo all’asilo, per poi percorrere Salita Arenella verso casa. Francesco aveva 5 anni. Ad attenderli sul balcone c’era Alessandra, che di anni ne aveva 10.

Improvvisamente due uomini scesero dalla loro auto e iniziarono a sparare all’impazzata. Silvia venne colpita a morte alla testa da uno dei 40 proiettili. L’obiettivo però non era lei, bensì due affiliati del Clan Cimmino, Salvatore R., ucciso anche lui, e Luigi F., ferito insieme ad uno studente universitario, Riccardo Valle.

L’ultimo tassello della vicenda giudiziaria arrivò solo nel 2011: la Corte d’ Assise d’ Appello confermò la condanna al carcere a vita a Mario C., l’ultimo degli imputati per il quale il procedimento era ancora aperto mentre divennero definitive le altre quattro condanne, compreso l’ergastolo al boss del Vomero Giovanni A., il mandante della spedizione di morte sfociata nel tragico omicidio.

Luigi Fanelli  

Bari, 26 settembre 1997

Luigi Fanelli era un ragazzo onesto e solare che aspirava alla carriera militare, infatti era recluta della Caserma Briscese di Bari. Aveva solo 19 anni quando in un giorno di permesso uscì di casa alle 21 avvertendo i suoi genitori che sarebbe rientrato tardi. Raggiunse i suoi amici in piazza e in seguito si recò insieme al suo amico Luca al ‘Ridemus’, un’enoteca di Bari. Lì incontrò Fausta B., con cui aveva avuto una relazione. I due litigarono e l’ex fidanzata si allontanò dal locale. Luigi rimase al Ridemus, dove si intrattenne con alcuni ragazzi, fra cui Paolo M. e Francesco S., ex fidanzato di Fausta.

Francesco e i suoi amici sostennero di averlo visto andare via a bordo di uno scooter Zip nero, insieme ad una persona a loro sconosciuta. Da quel momento nessuno ebbe più notizie di Luigi Fanelli.

Luigi non si allontanò dal ‘Ridemus’ di sua spontanea volontà.  La Procura di Bari ipotizzò che Fausta fosse adirata in seguito al litigio con Luigi. Telefonò dunque a due ragazzi, presumibilmente appartenenti al clan Di Cosola, chiedendo loro di impartire una lezione al giovane. I due si recarono al ‘Ridemus’ e convinsero Luigi ad allontanarsi con loro. Il suo corpo non venne più ritrovato.

Nell’ottobre del 2015, Paolo M., decise di collaborare con la giustizia. Il nipote del boss Antonio Di C. ammise di aver ucciso Luigi Fanelli con un colpo di pistola. Masciopinto non pagherà per questo delitto, perché per questo caso era stato già processato e assolto in via definitiva.

© mafianeindanke, pubblicato in data 29 marzo 2020

Il 21 marzo si dà un volto alle vittime di mafia


Uno dei termini più stupidi – se ci è concesso – nella discussione sulla mafia è “crimine senza vittime”. Si dice sempre che la criminalità organizzata spesso rientra in questa categoria, poiché il riciclaggio di denaro sporco, ad esempio, non produce vittime. Questo punto di vista viene meno se, ad esempio, gli affitti aumentano a causa delle massicce attività di riciclaggio di denaro sporco nel settore immobiliare, in quanto ciò produce sicuramente delle vittime! Ed è anche di fatto scorretto. Dal 1996 l’organizzazione antimafia italiana Libera, con la quale collaboriamo spesso, organizza ogni 21 marzo una giornata di commemorazione delle vittime innocenti delle mafie.

I parenti delle vittime di mafia si incontrano lì. Molti di loro raccontano le storie dei loro parenti o tengono in mano delle immagini. È spesso sconvolgente il motivo per cui i clan in Italia uccidono persone innocenti. Ricordiamo, ad esempio, un incontro con i parenti di un piccolo concessionario di macchine che è stato assassinato perché non aveva un certo olio per macchine in magazzino. Molte vittime sono persone uccise perché scambiate per altre o colpite di rimbalzo durante le sparatorie.

Nel frattempo, l’iniziativa del 21 marzo è stata riconosciuta ufficialmente dal Parlamento italiano che nel 2017 ha decretato la giornata nazionale di commemorazione in ricordo delle vittime delle mafie. In innumerevoli città si svolgono manifestazioni per commemorare una lista di oltre mille nomi (https://vivi.libera.it/it-ricerca_nomi) di vittime innocenti della mafia. Quest’anno l’evento nazionale era previsto a Palermo, ma non avverrà. A causa del Coronavirus, tutti gli eventi sono stati vietati sul territorio italiano. La cerimonia di commemorazione è stata rinviata a ottobre. Questo riguarda anche noi di Mafianeindanke: i voli già prenotati saranno cancellati, così come è stato rinviato anche l’incontro della rete antimafia europea CHANCE che doveva avvenire in accompagnamento alla commemorazione.

Mafianeindanke ha svolto per anni ricerche sulle vittime innocenti della mafia in Germania, finora con pochi risultati: abbiamo identificato un giovane, Thomas H., ucciso a colpi di pistola a Lommatzsch in Sassonia il 20.9.2005 da suo zio Giuseppe A., un mafioso. L’uccisone è stata preceduta da dispute riguardanti l’eredità di una casa. Giuseppe A. si è costituito alla polizia il giorno dopo il delitto ed è stato arrestato. Circa sei mesi dopo è stato rilasciato e l’anno successivo ha cancellato la propria registrazione in Germania sostenendo di tornare in Italia. Che Giuseppe A. fosse un mafioso è risaputo, dato che lui stesso aveva testimoniato ciò in processi in Italia anni prima. Oggi non si sa nulla riguardo alla sua posizione.

Un altro caso è stato portato alla nostra attenzione: la moglie di un ristoratore è scomparsa da un giorno all’altro e i parenti sono convinti che sia stata uccisa.

Se siete a conoscenza di casi simili, aiutateci a migliorare le nostre statistiche sugli omicidi di mafia in Germania e contattateci via Email o telefonicamente allo 00 49 157 31 79 78 21

© mafianeindanke, pubblicato in data 11 marzo 2020

Mafie: un problema europeo


Perché parlare di mafie al Parlamento Europeo? È con questa domanda che si è aperta la conferenza “Mafie: un problema europeo” lo scorso 5 febbraio a Bruxelles. Una domanda trasversale e provocatoria, a cui hanno provato a rispondere gli ospiti dell’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, la quale ha ricordato come, ancora troppo spesso, le mafie vengano percepite come un fenomeno solamente italiano, così come qualche tempo fa il problema veniva circoscritto soltanto come una questione del Sud Italia. L’autrice del libro “Le mafie sulle macerie del muro di Berlino” afferma come le organizzazioni criminali di stampo mafioso si insediano dove riescono a creare relazioni col territorio, anche e soprattutto in Europa dove dimostrano di riuscire a creare i legami giusti, infiltrandosi nell’economia e nelle istituzioni. Le mafie penetrano il tessuto economico europeo non attraverso la violenza, ciò alzerebbe il livello d’attenzione delle istituzioni europee, bensì grazie al denaro. Passano quindi inosservate, per loro è più semplice corrompere piuttosto che utilizzare la violenza. Il denaro, inoltre, permette loro di essere visti nei paesi in cui lo riciclano come dei benefattori. Ma questo denaro è sporco, in quanto deriva da attività criminali e traffici di sostanze stupefacenti. Viene quindi immesso nei mercati legali ed altera di fatto la libera concorrenza, danneggia le imprese pulite e inquina il sistema democratico. Per questo motivo, secondo l’On. Pignedoli, è fondamentale portare avanti un’opera di sensibilizzazione sul piano europeo, per arrivare ad una legislazione antimafia comunitaria. Così come a Palermo nel 2000 si è giunti ad una definizione di criminalità organizzata, ora è importante arrivare a produrre una definizione di criminalità organizzata di tipo mafioso, con le sue specificità. C’è poi la necessità di implementare la normativa sul sequestro dei patrimoni, in particolare quello preventivo, e di permettere alle forze investigative dei paesi europei di collaborare in maniera efficace.

Come accennato in precedenza, il gruppo di esperti chiamati a descrivere l’avanzata delle mafie in Europa era vasto ed eterogeneo: Federico Varese, professore di criminologia all’Università di Oxford, Alfonso Bonafede (in videoconferenza), Ministro della Giustizia, Filippo Spiezia, vicepresidente di Eurojust, Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg, Antonio Nicaso, professore alla Queen’s University of Kingston, Canada, Nicola Morra, Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Monika Hohlmeier, Europarlamentare e Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT) e Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento Europeo.

Federico Varese

In questo articolo ci concentreremo soprattutto sul fenomeno mafioso come un fenomeno europeo, e quindi analizzeremo quei fattori che hanno portato all’espansione della mafia in Europa e non solo – abbiamo inoltre elaborato due approfondimenti specifici: uno su Filippo Spiezia ed Eurojust e un altro su Uwe Mühlhoff e l’operazione Pollino. A questo proposito il Prof. Varese, autore del libro “Mafie in Movimento”, cerca di spiegare come si muovono le mafie al di fuori del loro territorio di origine, portando avanti la tesi secondo la quale “quello che avviene nei mercati illegali ha una sua corrispondenza nei mercati legali”. Se proviamo a fare ordine rispetto alle attività condotte dalla criminalità organizzata, si potranno ricavare le seguenti considerazioni: ci sono gruppi criminali che producono merci – cocaina, eroina, merci contraffatte – gli individui che producono queste merci sono diversi da quelli che poi conducono il traffico vero e proprio, e anche i loro guadagni sono estremamente diversi. Un chilogrammo di cocaina può costare qualche migliaio di dollari in Colombia, ma quando arriva nei porti europei può arrivare a costare anche 50.000 dollari. Ci sono quindi gruppi criminali che portano avanti le attività di traffico e spostamento di merci. Chi conduce queste attività avrà a sua volta un profilo diverso rispetto a chi si dedica, non solo alla produzione e al commercio, ma anche al vero e proprio governo del territorio. Il governo consiste nell’esercitare il potere sugli altri, nel permettere ad altri di produrre, commerciare ed esistere. La funzione di governo è propria delle mafie tradizionali, che svolgono questa funzione nei territori di origine: “si pensi ad esempio a organizzazioni come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra, mafia russa, Triadi cinesi ad Hong Kong, Yakuza, la mafia italo-americana. Queste organizzazioni effettuano tutte un’opera di governance sui mercati e sui territori di origine”. Ma cosa succede quando si spostano al di fuori dei territori tradizionali? “In alcuni casi governano, ma non è sempre facile”.  In altri casi fanno compravendita di merci illegali. Bisogna dunque distinguere tra il tentativo di commerciare e quello di governare. Anche se, chiaramente, un’attività può spingere verso l’altra. Una volta che si commercia potrebbero crearsi le condizioni per governare il territorio.

Quali sono dunque i meccanismi di trapianto fuori dai territori tradizionali? Come fanno le mafie a replicare la loro capacità di governo? Lo studio di questo fenomeno, spiega Varese, si è concentrato sugli esponenti mafiosi che si spostavano dai territori di origine. Si è notato che i territori di conquista sono spesso piccoli, non sono dunque direttamente le grandi capitali. Si prenda ad esempio Bardonecchia in Piemonte, primo comune sciolto per infiltrazioni al di fuori dei territori tradizionali (1995), dove la ‘ndrangheta è riuscita a trapiantarsi in maniera efficace. Il fattore cruciale è poi la presenza nei nuovi territori di mercati mal regolati. La mafia, producendo una domanda di governo illegale, entra in questi mercati legali e li governa. Spesso lo fa a favore degli imprenditori che già operano in quei mercati, riducendo la competizione, in modo che l’imprenditore già presente benefici di questo servizio. È impossibile capire le mafie se non si comprende che c’è sempre qualcuno al di fuori che ne trae vantaggio e beneficio.  Quindi, sostiene Varese, “La capacità di regolare i mercati mal-regolati dalle istituzioni ufficiali genera una domanda di mafia che può produrre un trapianto.

Sabrina Pignedoli

Uno studio quantitativo di Paolo Campana (2013) mostra come le mafie italiane in Europa investano in imprese legali (UK, Germania, Francia e Austria), siano presenti nel commercio della droga (Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio) e traffichino in merci contraffatte (est-Europa). È un contributo importante in quanto ci mostra che “le mafie nei vari paesi fanno cose diverse rispetto ai territori tradizionali e fanno cose diverse nei vari paesi in cui sono presenti”.

Infine, non solo ci sono mafie italiane che si spostano all’estero, ma ci sono casi in Europa di mafie autoctone, che spesso non vengono riconosciute dalle autorità locali. Si pensi ad esempio a Paul Massey di Salford, per la morte del quale si tennero dei funerali degni di quelli dei Casamonica a Roma. Massey, boss locale, si candidò a suo tempo alle elezioni comunali. Non prese molti voti, ma ottenne un risultato migliore rispetto ad alcuni partiti tradizionali inglesi. Anche nel Regno Unito, dunque, vi è un consenso sociale basato sulla violenza. Bisogna effettuare uno sforzo duplice: da una parte capire dove vanno le mafie italiane e dall’altro riuscire a riconoscere le mafie autoctone, che spesso presentano caratteristiche simili alle mafie tradizionali italiane.

Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sottolineato come “la criminalità, capace di agire su scala globale, richiede una risposta repressiva e preventiva da parte delle istituzioni” per questo la cooperazione giudiziaria penale e di polizia deve essere una priorità dell’Unione Europea, così come fu intuito inizialmente da Giovanni Falcone “che fu tra i primi a comprendere la necessità di condurre uno sforzo comune a livello internazionale contro le mafie”. Quell’intuizione è alla base della Convenzione di Palermo di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale. Il Ministro Bonafede sottolinea inoltre come la cooperazione di polizia sia un punto cardine per arginare l’avanzata delle organizzazioni mafiose, permettendo un più efficace scambio di informazioni e di dati tra i vari paesi. “Sempre sulla scorta della lezione di Giovanni Falcone”, conclude il Ministro, “occorre investire sugli strumenti di aggressione e confisca dei patrimoni illeciti delle organizzazioni criminali, ovunque essi siano”.

Antonio Nicaso

Un altro intervento proveniente dal mondo dell’Accademia è quello di Antonio Nicaso, che ricorda una differenza essenziale: “La criminalità mafiosa è diversa dalla criminalità organizzata. È più strutturata, più complessa, più articolata e non solo perché riesce a coniugare tradizione e innovazione, ma anche perché non potrebbe sopravvivere senza l’apporto significativo di quel capitale sociale, fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico. Le modalità operative delle mafie coinvolgono professionisti, imprenditori, dirigenti del settore pubblico e privato che facilitano, in vario modo, l’ingresso delle cellule mafiose nell’economia legale”. Quello delle mafie è un genoma che muta e si evolve nel tempo, come dimostra la propensione ad operare, soprattutto nei territori di espansione e colonizzazione, senza necessariamente ricorrere a condotte di natura violenta. La ‘ndrangheta si conferma come l’organizzazione criminale più potente e pericolosa, con articolazioni consolidate non solo in Calabria ma anche nel centro e nel Nord Italia, oltre che in diversi paesi europei ed extraeuropei. La forza è confermata dai numeri, soprattutto quelli relativi ai sequestri di beni: “su un totale di quasi 60 miliardi, quasi 13, pari al 21%, sono riconducibili alla ‘ndrangheta che continua ad essere anche quella meno esposta alle defezioni”. Il Prof. Nicaso sottolinea come la ‘ndrangheta possa contare su un fatturato di decine di miliardi di euro l’anno che investe nel settore dell’edilizia, dell’accoglienza, della sanità, dei servizi sociali, dell’energia alternativa e del gioco d’azzardo. “Manca purtroppo consapevolezza della pericolosità e della pervasività di questa organizzazione criminale di tipo mafioso. E manca anche la volontà politica a combattere fenomeni che per troppo tempo sono stati visti soprattutto all’estero come opportunità, piuttosto che come pericolo”. I soldi sporchi delle mafie sono diventati ossigeno dell’economia legale con una facilità impressionante “favoriti dalla mancanza di consapevolezza rispetto a un fenomeno che ancora oggi viene considerato esclusivamente come qualcosa riconducibile all’Italia, ma anche grazie al totale disinteresse di una classe politica che non ha mai individuato come priorità, né in Italia né all’estero, la lotta alle mafie e ai capitali mafiosi”. In ambito legislativo, secondo Nicaso, “ci si è bloccati con l’idea improbabile dell’armonizzazione delle leggi. Trovare una definizione comune è impresa ardua non soltanto a livello legislativo, ma anche a livello accademico”.

Cosa fare dunque? Il riconoscimento delle misure cautelari e patrimoniali per far fronte alle differenti legislazioni dei paesi in cui opera la ‘ndrangheta potrebbe essere un punto di partenza. La cooperazione internazionale, come auspicata recentemente dall’Interpol con il progetto I-CAN, potrebbe favorire e intensificare la cattura dei latitanti e lo scambio multilaterale di informazioni con relativa condivisione dei database. Bisognerebbe investire sullo studio dei cosiddetti “dati freddi” relativi a indagini già chiuse con l’obiettivo di individuare per tempo i segni premonitori e anticipare i rischi legati alla minaccia della ‘ndrangheta, attraverso l’uso di software di analisi predittiva e di business intelligence. Questo consentirebbe alle forze di polizia di arrivare prima e non quando un territorio è stato già infiltrato dalle cosche attraverso una colonizzazione che replica all’estero il modello strutturale radicato in Calabria. Un altro aspetto fondamentale è l’aggressione ai patrimoni criminali. I boss tollerano il carcere ma non sopportano gli accertamenti patrimoniali. L’impoverimento dei clan è l’unica strategia vincente nella lotta alla criminalità mafiosa. Infine, a una ‘ndrangheta globale bisogna rispondere con una lotta globale.

Purtroppo, finora, le mafie si sono globalizzate, ma l’azione di contrasto non riesce a fare altrettanto. L’Europa, oggi più che mai, non può permettersi l’esistenza di santuari come quelli che nel Medioevo garantivano l’impunità a chi cercava di sfuggire ai rigori della legge. L’Europa deve comprendere l’importanza della lotta alle mafie e alla corruzione. Un cambio di passo a livello europeo che potrebbe rappresentare un monito per tanti paesi. Non è possibile sacrificare altre vite umane, altri servitori dello Stato. “La lotta alle mafie passa dall’acquisizione di consapevolezza” conclude Nicaso, “l’essere consapevole significa avere cognizione, avere coscienza delle proprie responsabilità e agire con responsabilità significa comprendere che la lotta alle mafie non spetti solo alle forze dell’ordine e alla magistratura. Ma a tutti. Nessuno escluso. Il tempo delle parole è passato e le discolpe sono inutili”.

Nicola Morra

Il Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Nicola Morra, ha ricordato come oramai le vittime della guerra contro la criminalità organizzata non sono più soltanto cittadini italiani, ma riguardano tutta Europa, come dimostrano gli omicidi dei due giornalisti investigativi Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak. Ma non solo: ci sono paesi dei 27 stati membri – come Cipro, Malta e altri – che beneficiano dei capitali criminali che vengono riciclati nelle loro economie. Le mafie, attualmente la ‘ndrangheta, hanno la capacità di gestire capitali immensi, capitali che vengono volutamente sottratti alla tracciabilità evitando di passare attraverso i circuiti bancari e finanziari. Questi capitali alimentano l’economia in nero, e l’evasione fiscale. Si deve fare tanto a livello normativo, ma, aggiunge Morra “non possiamo pensare che la guerra si vinca solo attraverso un intervento ex-post repressivo, e questo spiega il motivo per cui è importante che si moltiplichino i momenti di dibattito pubblico su questi temi”. Il potere economico non si auto-perimetra, ma ricerca invece una sinergia con il potere politico, culturale e mediatico, per realizzare una capacità di manipolazione del mercato e delle coscienze dei cittadini, i quali vengono risospinti ad una condizione di sudditanza. Le organizzazioni mafiose conoscono tutto, perché conoscenza è potere. “Il primo intervento è da farsi in istruzione e cultura. Bisogna correggere prima la mentalità, che replica schemi e chiavi interpretative anche in terre lontane”.

Monika Hohlmeier

Monika Hohlmeier, Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT), chiude la conferenza con delle riflessioni molto importanti: in ambito internazionale si tende molto di più a parlare di terrorismo piuttosto che di criminalità organizzata, questo perché è un problema difficile e complesso da comprendere, soprattutto per coloro i quali non provengono dai territori di origine delle mafie, molti non comprendono che la criminalità organizzata si sta diffondendo in tutta Europa perché non tutti riescono a percepirla. Le autorità europee sono inoltre poco attrezzate per affrontarle. “La Commissione che presiedo” continua Hohlmeier, “ha lo scopo di favorire le misure che possano mitigare e bloccare le attività criminali”. In ambito europeo, la criminalità organizzata accede ai famosi fondi europei, partecipa, di fatto, a meccanismi decisionali che avvengono all’interno dell’Unione: “la criminalità organizzata è riuscita a utilizzare i fondi agricoli europei a scapito della popolazione locale”. I sistemi di controllo di difesa dell’Unione hanno parecchie lacune, mentre i criminali sono molto rapidi e agiscono subito: “noi stiamo sempre ad inseguire, ma bisogna riuscire a stare al loro passo”.

© mafianeindanke, 11 marzo 2020

Unione Europea: Le competenze per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco saranno concentrate presso l’Autorità bancaria europea – con scarse conseguenze giuridiche


Il regolamento (UE) 2019/2175 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2019 ha trasferito le competenze delle autorità nazionali di vigilanza su assicurazioni, valori mobiliari e mercati in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo all’Autorità bancaria europea (ABE), precedentemente responsabile solo per le banche.

A tal fine, il Regolamento (UE) 1093/2010 è stato modificato. Il legislatore si augura che ciò migliori la vigilanza utilizzando le competenze e le risorse dell’ABE per ottimizzare l’attuazione delle disposizioni della direttiva UE sul riciclaggio di denaro. Tuttavia, il regolamento modificato non comporta per l’ABE poteri di intervento qualitativamente nuovi. In parole povere, ciò significa che la vigilanza su banche, assicurazioni, imprese d’investimento e altri fornitori di servizi finanziari sul riciclaggio di denaro rimarrà ai sensi della legge in gran parte inalterata presso le autorità di vigilanza degli Stati membri dell’UE. Innumerevoli scandali di riciclaggio di denaro nel settore finanziario degli Stati membri dell’UE, che spesso hanno carattere transfrontaliero, evidenziano tuttavia che queste autorità di vigilanza nazionali hanno in molti casi svolto in modo inadeguato i loro compiti e che la cooperazione transfrontaliera tra le istituzioni di vigilanza nazionali nell’UE non funziona.

Il ruolo dell’ABE nella vigilanza finanziaria europea

L’ABE è stata istituita il 1° gennaio 2011 sulla base del Regolamento (UE) n. 1093/2010. In risposta alla crisi dei mercati finanziari, il suo compito è quello di garantire una regolamentazione e una vigilanza efficaci del settore bancario europeo e contribuire così alla stabilità finanziaria nell’UE. Ciò include la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo, in quanto questi meccanismi di prevenzione sono un elemento importante per l’integrità e la reputazione degli attori finanziari e per la stabilità del mercato finanziario europeo.

L’ABE fa parte del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (“SEVIF “). Esso è stato creato nel 2008. Il SEVIF è concepito per garantire un’applicazione armonizzata e adeguata delle norme applicabili al settore finanziario in tutti gli Stati membri. Lo scopo è di preservare la stabilità finanziaria, costruire la fiducia nel sistema finanziario nel suo complesso e una sufficiente protezione dei consumatori. Oltre all’ABE, il SEVIF comprende:

– il Comitato europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board “ESRB”).

– l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (European Insurance and Occupational Pensions Authority “EIOPA”).

– il Comitato congiunto delle autorità di vigilanza europee.

– le autorità nazionali di vigilanza degli Stati membri.

ABE, EIOPA ed ESMA sono le tre autorità di vigilanza europee (AEV). Il compito principale delle AEV, oltre a fornire consulenza alla Commissione europea, è quello di stabilire un unico insieme di regole per la vigilanza finanziaria nel mercato unico europeo. Ciò include l’elaborazione di standard tecnici di regolamentazione e di attuazione che vengono poi adottati dalla Commissione come atti delegati o di esecuzione. Pubblicano anche linee guida e formulano raccomandazioni. Per quanto riguarda la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco, queste misure saranno ora attuate dall’ABE a sportello unico.

Le linee guida e le raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Tuttavia, se le autorità nazionali di vigilanza non desiderano seguirle, devono comunicarne il motivo entro un certo periodo di tempo.

Le AEV hanno il potere di richiedere alle autorità nazionali di vigilanza di intervenire in caso di crisi. Tuttavia, non hanno poteri di intervento diretto nelle istituzioni e nelle imprese degli Stati membri, né diritti di controllo propri. Il controllo continuo delle istituzioni e i necessari diritti di controllo, nonché l’esecuzione e le misure sanzionatorie, continueranno quindi ad essere di competenza delle autorità di vigilanza nazionali, in Germania la Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht (BaFin).

I problemi strutturali
delle autorità europee di vigilanza finanziaria rimangono immutati

Dal 1° gennaio 2020 l’ABE svolge ora il ruolo di guida, coordinamento e vigilanza a livello dell’Unione nella prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo e adotta diverse misure per compensare la mancata piena armonizzazione degli obblighi di diligenza previsti dalla direttiva sul riciclaggio di denaro. Ciò non ne fa tuttavia un’autorità di vigilanza nel campo della lotta al riciclaggio di denaro. La direttiva UE sul riciclaggio di denaro, che è stata aggiornata più volte, regola solo i requisiti minimi. Il contenuto normativo delle leggi di attuazione negli Stati membri non è quindi identico e si differenzia l’uno dall’altro. Ove possibile in questo contesto problematico, l’ABE dovrebbe utilizzare il suo nuovo ruolo soprattutto per garantire una maggiore armonizzazione degli approcci nazionali alla lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo e per assicurare una prassi di attuazione uniforme.

Nel suo “Factsheet on the EBA’s new role” del 5. febbraio 2020, l’ABE annuncia le misure che intende adottare a tal fine. Queste includeranno:

– Sviluppare una strategia a livello europeo per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco attraverso norme tecniche di regolamentazione e di attuazione, linee guida e raccomandazioni.

– l’attuazione di questa strategia e della legislazione UE che ne è alla base, tra l’altro introducendo una procedura di domande e risposte.

– Raccogliere, valutare e diffondere informazioni sui rischi di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo in tutta l’UE e sviluppare un approccio comune per mitigare tali rischi.

– l’istituzione di un comitato interno permanente per la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo.

– la creazione di una banca dati contenente, tra l’altro, informazioni sulle carenze delle singole istituzioni nella prevenzione del riciclaggio e le misure adottate dalle autorità competenti per porre rimedio a tali carenze.

– facilitare la cooperazione con le autorità di paesi terzi per garantire che le violazioni da parte di istituzioni che operano a livello transfrontaliero siano affrontate in modo completo e tempestivo.

Ci si può aspettare ben poco da questo pacchetto di competenze. Il cosiddetto Consiglio delle autorità di vigilanza è il più importante organo decisionale dell’autorità. Le autorità di vigilanza degli Stati membri sono membri votanti di questo organo. Essi svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto del lavoro dell’ABE. Come dimostra chiaramente la dura critica del Parlamento europeo al Consiglio delle autorità di vigilanza per aver impedito che lo scandalo della Danske Bank venisse trattato dal Consiglio delle autorità di vigilanza l’anno scorso, nessuna autorità di vigilanza nazionale di uno Stato membro X attaccherà un suo collega supervisore di uno Stato membro Y, indipendentemente dalla gravità delle violazioni da parte della rispettiva autorità di vigilanza.

Di riforme del regime antiriciclaggio a livello UE degne di questo nome si potrebbe parlare solo se la Commissione europea, il Consiglio e il Parlamento europeo potessero raggiungere un accordo per creare una struttura di vigilanza indipendente e autonoma a livello UE, con propri diritti di intervento e di controllo negli Stati membri, con risorse umane e materiali adeguate. Tuttavia, nonostante gli inni all’importanza della lotta contro il riciclaggio di denaro sporco nel mercato interno dell’UE, questo trasferimento di competenze nazionali non viene sostenuto da nessuno Stato membro – nemmeno dal governo federale tedesco.

© mafianeindanke, 11 marzo 2020