Mafie in Europa


Era il 1962 quando il matematico statunitense Edward Lorenz studiò ed elaborò il cosiddetto “effetto farfalla”, probabilmente ispiratosi ad “A Sound of Thunder”, racconto di Ray Bradbury. Lo scrittore del celebre romanzo Fahrenheit 451 immagina che, in futuro distopico fissato nel 2055, il protagonista, un cacciatore che intraprende un “safari nel tempo”, calpesta e uccide una farfalla, causando mutamenti politici, sociali, culturali nel suo presente.

Lorenz elaborò matematicamente e fisicamente l’ipotesi per cui “un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre”: il gabbiano, divenuto poi una più romantica farfalla, causerebbe uno spostamento di materia tale da innescare infinitesimali ma determinanti mutamenti nel reale che potrebbero anche far originare un uragano in tutt’altra parte del mondo.

La più che suggestiva teoria lorenziana, dotata di una prorompente forza immaginifica, è stata la base per sceneggiature di successo come Donnie Darko e The Butterfly Effect; ha ispirato cantanti ed artisti e, nel tempo, è servita a spiegare teorie filosofiche, legate al destino umano e teorie ambientali, relative al cambiamento climatico.

Tra le varie applicazioni del concetto, interessante è l’uso strumentale che spesso si fa dell’effetto farfalla per spiegare la globalizzazione: il mercato globale, erroneamente definito come inevitabile e parte dell’evoluzione umana, ha innescato nel tempo legami invisibili tra luoghi del mondo apparentemente sconnessi. Un incendio in una fabbrica di scarpe in Thailandia, ad esempio, può causare ingenti danni ad una multinazionale con sede in America, facendo calare a picco la sua quotazione in borsa e incidendo sull’occupazione nelle zone del mondo in cui la multinazionale opera. L’esempio più emblematico è sicuramente quello della Grande Crisi del 2008: la deregulation dei mercati finanziari permise delle incredibili – e complicate – speculazioni da parte dei più grandi attori finanziari degli USA (Goldman Sachs e JP Morgan fra tutte), soprattutto nel mercato immobiliare. Allo scoppio della bolla speculativa si è innescato un effetto domino che ha portato dapprima alla bancarotta della più grande assicurazione del mondo (l’AIG), poi al crollo della borsa mondiale, sino ad incidere tassello dopo tassello, sulla vita quotidiana di miliardi di persone, specialmente dei paesi più poveri e sottosviluppati.

La globalizzazione ci ha permesso di trovare sugli scaffali dei nostri supermercati prodotti orientali o sudamericani; ha consentito di conoscere le controversie politiche di questo o quel paese subsahariano; ha dato modo di connettere e creare ponti tra realtà economiche e sociali molto distanti tra loro. Ma come l’effetto farfalla insegna, ad ogni battito di ali corrisponde un uragano.

Uno dei tanti, troppi effetti negativi e incontrollati – ma non incontrollabili – della globalizzazione è stato ed è tutt’ora l’esponenziale crescita della criminalità organizzata: le simil-feudali famiglie mafiose siciliane, le barbare ‘ndrine della ‘ndrangheta, i clan camorristici hanno deciso di imparare l’inglese, il tedesco, lo spagnolo ed hanno avuto la capacità di oltrepassare i confini italiani ed europei.

Per questo, definire oggi le caratteristiche delle organizzazioni criminali italiane è assai arduo e complesso. Come Giano Bifronte, infatti, da un lato esse sono profondamente legate ai territori di origine, dove continuano a mantenere un potere profondamente legato al consenso popolare; dall’altro, invece, hanno acquisito una forte propensione ad emigrare ed esplorare oltre i confini italiani alla ricerca dei terreni più fertili per seminare e poi raccogliere i propri frutti criminali.

A questo punto occorre aprire una parentesi. Da decenni le mafie hanno differenziato i propri settori d’investimento, alla ricerca di una gigantesca “lavatrice” del proprio denaro sporco sempre in funzione. È fondamentale per le mafie investire il più possibile in attività legali che permettono di utilizzare il proprio denaro sporco derivante da attività come il commercio di droga, la prostituzione, il pizzo etc. etc. Per questo parlare di “organizzazione mafiosa” oggi significa parlare di una vera e propria “impresa mafiosa”, il cui fine primario è il profitto, caratterizzata da una rinnovata capacità di mimetizzarsi con il mercato cd legale e con gli agenti attivi nel panorama economico europeo e mondiale. Le mafie guadagnano, investono, rischiano esattamente come ogni società e, data la loro immensa capacità economica, sono paragonabili a poche multinazionali al mondo. Secondo un recente studio della Commissione Parlamentare antimafia le mafie italiane hanno un fatturato (ossia una somma di ricavi) pari a circa 150 miliardi di euro, più della prima multinazionale italiana (Exor, al cui interno vi sono la Juventus e Fiat ad esempio, che nel 2018 ha avuto un fatturato di 143 miliardi di euro).

Capitale. Investimenti. Globalizzazione. Le parole d’oro che caratterizzano il neo liberismo sfrenato, oggi, sono le stesse parole utilizzabili per le varie forme di criminalità organizzata, italiane (la ‘ndrangheta sopra tutte) e straniere (come i Narcos messicani e colombiani e la mafia russa). Ed anche in questo caso l’effetto farfalla fa il suo corso. Come quando nel 2007 una delle tipiche faide interne alla ‘ndrangheta – quella tra i clan Nirta-Strangio e Pelle-Vottari – originatasi nell’entroterra calabro, a San Luca, madrepatria aspromontina di quella che è oggi riconosciuta come la più forte organizzazione criminale del mondo e monopolista del mercato europeo della cocaina – ebbe i suoi devastanti effetti su luoghi distantissimi, geograficamente e culturalmente. È la Germania, infatti, lo scenario in cui, il giorno di ferragosto di dodici anni, fa si consumò definitivamente la guerra intestina tra i clan calabresi: a Duisburg, città famosa per l’acciaio ed il suo immenso porto fluviale, dinanzi al ristorante Da Bruno (uno delle tante “lavatrici” della ‘ndrangheta), il tipico silenzio teutonico fu spezzato dall’esplodere di decine e decine di colpi. 6 le vittime, tutte facenti parte del clan Pelle-Vottari, dai 16 ai 39 anni. I due principali mandanti, Giovanni Strangio e Francesco Nirta, sono stati arrestati qualche anno dopo non nell’arida San Luca, non in bunker ben nascosti tra le reti fognarie calabresi, non in casali protetti da un vicinato spaventato e silenzioso, ma in Olanda. Il primo, infatti, è stato arrestato ad Amsterdam, nel 2009; il secondo vicino Utrecht, a Nieuwegein, nel 2013.

Una faida a San Luca, una strage a Duisburg, due arresti in Olanda: ecco la globalizzazione. Ecco l’effetto farfalla. Storie lontane che si incrociano, paesi distanti che divengono scenari delle medesime tragedie, linee all’apparenza parallele che si intersecano dando vita a contorti labirinti. Come anche le storie delle ultime due vittime innocenti di mafia, Jan Kuciak e Martina Kusnirova, ventisettenni slovacchi, fidanzati e promessi sposi, e Antonino Vadalà, nato a Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria, noto da anni dalle autorità italiane. Jan era un giornalista brillante e stava lavorando ad un’inchiesta sui rapporti tra la ‘ndrangheta ed il primo ministro slovacco Robert Fico, volta a scoprire un immenso giro d’affari basato sull’intercettazione illecita di fondi europei. Vadalà, già conosciuto dagli investigatori italiani per aver nascosto il trafficante di droga Domenico “Mico” Ventura, da Bova Marina scappò in Slovacchia dove avviò ferventi attività imprenditoriali e acquisì sempre più potere come referente dell’associazione criminale, intessendo rapporti anche con il Primo Ministro del paese. Le inchieste di Jan furono brutalmente silenziate il 21 febbraio 2018, giorno in cui lui e Martina sono stati freddati nella loro abitazione, ma l’effetto farfalla, questa volta, ha portato ad un’uragano di rabbia collettiva e solidarietà: Robert Fico, infatti, fu costretto a dimettersi dalle piazze slovacche, riempitesi come mai prima sin dalla Rivoluzione di velluto del 1989 per chiedere a gran voce nuove elezioni.

Immensa disponibilità economica (paragonabile a pochi Stati o multinazionali al mondo), ramificazioni intercontinentali e capacità permeante in molteplici settori della società: forse aveva ragione Marlon Brando, l’attore interprete del celebre Padrino, quando affermava che “la mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo”.

Lacrime e brividi – la Summer School a Milano su ‘’Mafia e donne’’ impartisce nuove conoscenze


Può accadere che ascolti il racconto di una procuratrice intenzionata a fermare una collaboratrice di giustizia sulla strada per la rovina – il cui veicolo sembrava passare inosservato attraverso ogni barriera stradale – e tutto quello che aveva a sua disposizione era unicamente un segnale GPS. Nessun tipo di auto, nessuna intercettazione, solo un punto sullo schermo.

Può succedere che tu ti chieda perché è meglio non vedere le donne nei clan mafiosi come vittime, ma piuttosto considerare i fattori che le rendono particolarmente vulnerabili, perché la debolezza deriva dalla condizione di vittima, ma la vulnerabilità può essere una risorsa di forza.

Accade anche che tu – e quasi tutti gli altri partecipanti al corso, compresi i professori – siate commossi fino alle lacrime da un’opera teatrale e dalla forza delle parole. E può succedere che dopo una settimana e un totale di 40 ore di insegnamento, il più alto procuratore antimafia italiano ti presenti e ti consegni il diploma personalmente. La Summer School presso l’Università degli Studi di Milano sui diversi temi riguardanti la criminalità organizzata è senza dubbio qualcosa di speciale. Parteciparvi, se si parla italiano, è un grande privilegio.

Ma se vieni dalla Germania, ti lascia anche un po’ triste. Per il fatto che un evento di questo tipo – che si rivolge sia ad un pubblico professionale che ad un pubblico di massa – in Germania non esiste. E poi c’è naturalmente la solita (e vecchia) considerazione: il tema della criminalità organizzata e della mafia in Italia sta ricevendo l’attenzione e il sostegno che si cerca invano anche in Germania. Per la nona volta, l’Università Statale di Milano ha organizzato questo seminario strutturato in blocchi. Quest’anno l’argomento era “Mafia e donne”. Si tratta di un evento portato avanti anche in collaborazione con l’associazione italiana antimafia Libera. Sul versante universitario, il programma è stato progettato da tre professori: Nando dalla Chiesa, Monica Massari e Ombretta Ingrascí. Sono tutti ricercatori di spessore sul tema delle mafie e della criminalità organizzata. Basterebbe solo questo a dimostrare quanto l’Italia sia all’avanguardia in questo campo rispetto alla Germania. Tra gli organizzatori c’è anche Sarah Mazzenzana, nostra volontaria presso mafianeindanke qualche tempo fa. Quest’anno, tra i circa 40 partecipanti c’erano poliziotti, pubblici ministeri, studenti, insegnanti, pensionati e cittadini attivi e interessati. C’era anche un partecipante venuto appositamente da Washington.

È difficile riassumere una settimana così ricca di impressioni e intuizioni. Una conclusione ammissibile è che la visione maschile delle donne presenti nelle strutture della criminalità organizzata ha reso per troppo tempo praticamente impossibile una visione globale del fenomeno. Su larga scala, l’illusione generalmente creata dei clan come entità puramente maschili prevale ancora oggi. Le donne, in realtà, svolgono un ruolo importante in tutte le principali organizzazioni criminali italiane (‘ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e altri gruppi minori).

La camorra napoletana, che si considera l’organizzazione ‘’più progressista’’, ha al proprio interno anche donne che ricoprono il ruolo di boss. Vi è persino l’esempio di una trans alla guida di un gruppo criminale. Diversi interrogatori a collaboratrici di giustizia hanno inoltre dimostrato che il ruolo delle donne è molto più importante rispetto alla semplice educazione dei figli e alla trasmissione dei (dis)valori della mafia. È anche vero, però, che all’interno della ‘ndrangheta calabrese è importante che i clan mantengano le donne sotto il maggior controllo possibile, proprio perché la loro funzione è vitale per i clan – anche se non possono formalmente diventare membri e quindi non assumono una funzione ufficiale. Ad esempio, quando si è saputo che Giusy Pesce è diventata collaboratrice di giustizia e ha cambiato schieramento, il clan Bellocco ha celebrato e deriso i Pesce per il fatto che questi non riuscissero a tenere le loro donne sotto controllo.

Le donne dei clan esercitano spesso anche la professione di avvocatesse, consulenti finanziarie e contabili. Ciò aiuta a comprendere che la ‘ndrangheta non sia un blocco monolitico, bensì una rete di clan diversi che non mantengono tutti le stesse regole e gli stessi schemi procedurali.

Nella Summer School, però, non ci si è concentrati solo sulle donne di mafia, ma anche su quelle che la combattono. Alcune di loro erano presenti di persona, come i pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Alessandra Dolci. Ascoltare il modo in cui lavorano con le testimoni chiave è stato emozionante, scioccante, illuminante. Le loro storie assomigliavano a un thriller con figure femminili come protagoniste. Anche le donne che hanno abbandonato la scuola hanno avuto la possibilità di esprimersi. Il regista teatrale Mimmo Sorrentino, ad esempio, ha raccontato come sono state create le sue opere teatrali. Lavora con donne con legami mafiosi detenute in prigioni di massima sicurezza. Viene a conoscenza delle loro storie chiedendo loro di raccontare la storia delle compagne di prigionia. Solo questo trucco permette loro di affrontare la propria vita. Due donne che hanno recitato nelle sue opere teatrali hanno riferito quanto possa essere impressionante. Una delle attrici ha raccontato di come si è innamorata di un giovane uomo, un mafioso di alto livello di una famiglia ben nota. Sono anche testimonianze come queste che non solo approfondiscono la conoscenza della criminalità organizzata, ma la rendono vivida.

Il sostegno della Summer School da parte delle più alte autorità è stato sorprendente. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, è venuto all’inaugurazione e ha annunciato che il comune sosterrà la decima edizione della Summer School il prossimo anno. Il più alto procuratore antimafia italiano Federico Cafiero de Raho ha portato la propria testimonianza in conclusione dei lavori, affiancato da altre personalità molto importanti.

La mafia uccide


Qualche tempo fa ha fatto molto scalpore un messaggio inviato da McDonald’s ai suoi clienti in Austria: “Hey Mafioso, try our new Bacon della Casa now! Bella Italia”. L’azienda americana si era giustificata dicendo che l’utilizzo della parola mafioso fosse un errore. Tuttavia, sui cartelloni pubblicitari apparsi a Vienna veniva riportata la seguente frase: “Für echte Mampfiosi” (“Per i veri Mampfiosi”) per pubblicizzare un nuovo panino in salsa mediterranea. La frase si basa su un gioco di parole tra il verbo mampfen (ingozzarsi) e il termine mafiosi. Tralasciando le deboli giustificazioni e la propaganda politica che si è generata attorno a questo avvenimento, la parola mafia e lo status di mafioso sono nuovamente utilizzati all’estero con una sorta di vanto.

Come detto non è il primo e non sarà sicuramente l’ultimo esempio di questo tipo, l’anno scorso gli occhi dell’opinione pubblica erano puntati sulla catena di ristoranti spagnola “La Mafia se siente a la mesa” (“La mafia si siede a tavola”), presente in Spagna con oltre 40 locali e che utilizza il brand “mafia” per fare business. Il Tribunale dell’Unione Europea, in seguito ad una domanda formale di annullamento del marchio da parte dell’Italia, ha dichiarato che il nome della catena non poteva essere registrato presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) con la seguente motivazione: “l’elemento verbale ‘la mafia’ domina il marchio della società spagnola ed è globalmente inteso come facente riferimento ad un’organizzazione criminale che, in particolare, ha fatto ricorso all’intimidazione, alla violenza fisica e all’omicidio per svolgere le sue attività, che comprendono il traffico illecito di droghe e di armi, il riciclaggio di denaro e la corruzione”. E ancora: “simili attività criminali violano i valori stessi sui quali si fonda l’Unione, in particolare, i valori del rispetto della dignità umana e della libertà, che sono indivisibili e costituiscono il patrimonio spirituale e morale dell’Unione. Inoltre, tenuto conto della loro dimensione transnazionale, le attività criminali della mafia rappresentano una minaccia seria per la sicurezza di tutta l’Unione”.

Anche qui a Berlino abbiamo purtroppo degli esempi di questo tipo, in cui la parola mafia non solo è utilizzata in concezione positiva, ma la stessa struttura dell’organizzazione criminale viene portata ad essere un elemento fondante di chi la utilizza. È questo l’esempio del gruppo di teatro d’improvvisazione Mafia Penguins che descrive il proprio team come “La Familia”. Oppure la scuola di tedesco Sprachmafia che offre corsi di lingua nel quartiere di Neukölln.

Tutto questo non è più accettabile. E non per un mero senso d’orgoglio nazionale, ma tuttalpiù per rispetto. Rispetto per quelle 1011 vittime innocenti delle mafie che sono state uccise da colpi di pistola, bombe, attacchi terroristici, per chi, in Italia e all’estero, ha combattuto e combatte la mafia con tutte le proprie forze, facendo il proprio lavoro. Oggi la mafia, la criminalità organizzata, la corruzione, il riciclaggio di denaro sporco, sono problemi che riguardano tutti i paesi, la mafia si è globalizzata, ed è tempo che anche il sentire popolare e gli sforzi dei paesi vadano in una direzione comune di contrasto a questi fenomeni che non sono più tutti italiani.

Perché sì, la mafia uccide, non si siede a tavola, e la parola mafia è macchiata dal sangue di vittime innocenti e non può essere utilizzata per futili motivi di business.

CoReAct 2019


Due anni fa, Mafiaindanke e i suoi partner hanno organizzato una grande conferenza presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino per fare il punto della situazione dieci anni dopo la strage di mafia avvenuta a Duisburg.

In origine, l’evento sarebbe dovuto durare due giorni per dare alle organizzazioni della società civile lo spazio per conoscersi e stabilire una cooperazione. Per motivi tecnici abbiamo dovuto ridimensionare la conferenza, ma è stata comunque una pietra miliare importante nella lotta antimafia: l’allora ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maizière, ha infatti promosso la modifica della legge e dunque la riforma per la confisca dei beni. Speriamo che presto dimostri il suo valore nella confisca di 77 proprietà a Berlino.

Ora, però, vogliamo realizzare ciò che all’epoca non siamo riusciti a fare. In collaborazione con i nostri partner, l’organizzazione italiana anti-mafia Libera e la rete europea contro la criminalità organizzata CHANCE, abbiamo in progetto un grande incontro internazionale che coinvolga e permetta di creare rete tra le organizzazioni della società civile. L’incontro sarà in lingua inglese e avrà luogo a metà novembre a Berlino. Stiamo dunque organizzando il CoReAct2019 per e con le realtà attive nella lotta contro la mafia, la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro, la corruzione e allo stesso tempo favorevoli ad una maggiore trasparenza e accessibilità ai dati. Attualmente stiamo lavorando al programma, presto usciranno gli inviti. Se desiderate sostenerci idealmente, finanziariamente, con proposte riguardo a programma, sponsor, relatori o più semplicemente con il vostro impegno, contattateci all’indirizzo coreact@mafianeindanke.de. Grazie. Un foglio informativo sulla conferenza è collegato qui.

Sicilia: terra di antimafia


NO MAFIA MEMORIAL

Dall’assassinio di Peppino Impastato da parte della mafia il 9 maggio 1978 – noto ad un pubblico cinematografico per il film “I 100 passi” – non solo la madre, ma anche gli amici di Impastato Umberto Santino e Anna Puglisi, sono instancabilmente impegnati nella ricerca della verità sul suo assassinio e ad informare sulla criminalità organizzata. Il Centro di Documentazione Giuseppe Impastato di Cinisi, fondato nel 1977, raccoglie da allora materiale sulla storia della mafia e sul movimento antimafia.

Ora il Centro ha aperto un museo nel cuore di Palermo, nel Palazzo Storico di Gulì, donato dal comune. Il nuovo “No Mafia Memorial” ospita tre mostre permanenti e una temporanea e non dà solo un accesso multimediale al tema, ma vuole anche essere un luogo di incontro. E lo è! A mia grande sorpresa, sia Umberto Santino – autore di molti libri sull’argomento – che anche Anna Puglisi (autrice del libro “Donne, Mafia e Antimafia”) erano presenti nel museo e abbiamo subito iniziato una vivace conversazione sui processi riguardanti la Trattativa Stato-mafia, sulle false testimonianze e sulla mafia in Germania.

La visita al No Mafia Memorial è gratuita e proprio qui, come da mafianeindanke, si può vedere quanto impegno, anima e cuore ci vuole per fare un buon lavoro con pochi soldi, basandosi solo su donazioni e sul volontariato! Continuate così, Umberto Santino, Anna Puglisi e Ario Mendiola (Art Director del Museo)!

Lo sapevate? Anche noi di mafianeindanke stiamo progettando un centro virtuale di documentazione, o meglio, un osservatorio indipendente sulla criminalità organizzata in Germania e stiamo cercando finanziamenti per questo.

MONUMENTO ALLE VITTIME DELLA STRAGE DI CAPACI

Ci trovavamo con degli amici al mare, proprio di fronte all’Isola delle Femmine, a meno di 300 metri dal luogo dove il 23 maggio 1992 la mafia compì un grave assassinio, noto come la Strage di Capaci, in cui il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre membri della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, furono assassinati ed altre 23 persone rimasero ferite. Oggi, proprio accanto all’autostrada che collega Palermo all’aeroporto e a Trapani, c’è un giardino dedicato alla memoria delle vittime della mafia. Lì, accanto ad un’alta stele, c’è un bosco di ulivi, vecchi e giovani, ed ogni albero è dedicato ad una vittima della mafia.

Lì incontriamo un uomo che rimuove della spazzatura. Un volontario, un visitatore romano, che anche lui è in vacanza in Sicilia. Portiamo con noi il figlio dei nostri amici, un 11enne italo-tedesco di Berlino. Conosce la storia della strage, ne conosce i dettagli. La strage di Capaci ha per gli italiani un peso simile a quello dell’attacco alle Torri Gemelle negli Stati Uniti. Tutti sanno dov’erano quel giorno. E da allora, molto è cambiato, niente è come prima. Quasi tutte le iniziative antimafia di oggi in Italia hanno la loro origine o la loro motivazione che risale proprio alla triste estate del 1992. È sempre importante ricordare, anche in Germania, quante vittime innocenti della mafia ci sono in Italia e non solo, ma anche in Slovacchia, a Malta, in Germania. Perché troppo spesso si pensa che le vittime della mafia siano solamente i mafiosi stessi che si uccidono a vicenda durante le sanguinose guerre di mafia. È sbagliato. Dietro ad ogni euro mafioso riciclato in Germania ci sono vittime innocenti che pagano un prezzo alto, a volte con la propria vita.

ADDIOPIZZO

Il Comitato Addiopizzo, partner di mafianeindanke, è nato 15 anni fa ed i soci fondatori facevano parte del cresencet movimento antimafia nato dopo le Stragi di Capaci e di Via d’Amelio, in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino. Quando questi giovani scrissero il business plan per un’attività gastronomica che avrebbero voluto aprire, gli fu ricordato di inserire una spesa mensile per il pizzo – un’ingiustizia che non potevano sopportare! I fondatori di Addiopizzo decisero quindi di sorprendere tutta Palermo con adesivi appiccicati in tutta la città di notte che graficamente ricordavano gli annunci dei funerali, che dicevano: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.

I Palermitani per cui il valore della dignità è molto importante, si sentirono offesi e oltraggiati mentre la stampa cercava freneticamente di capire chi fossero gli autori dell’adesivo. Una volta usciti allo scoperto i fondatori di Addiopizzo raccolsero dapprima migliaia di firme da cittadini che si dichiaravano disponibili ad acquistare in negozi che esplicitamente non pagavano il pizzo e a mangiare in pizzerie e ristoranti pizzo-free per sostenerli e evitare che per paura si svuotassero e rimanessero isolati. Solo dopo aver raccolto le firme di diverse migliaia di potenziali clienti si sono poi recati presso i ristoratori e commercianti con questo elenco per raccogliere le loro adesioni alla rete di chi si oppone al pagamento del pizzo.

Ancora oggi, dopo 15 anni e 10.000 membri dopo, Addiopizzo organizza annualmente una fiera dove fornitori e clienti possono incontrarsi e presentarsi direttamente, assicurando così la giusta clientela a chi si espone contro la mafia. Nel frattempo, il Comitato ha fondato anche un’agenzia di viaggi, Addiopizzotravel, che offre viaggi attraverso la bella Sicilia Occidentale dove si dorme e si magia in strutture che non pagano il pizzo. Inoltre offrono dei tour antimafia a Palermo, Cinisi e Corleone della durata di mezza giornata, prenotabili sia direttamente, che attraverso vari portali, dove si imparano elementi della storia della mafia, ma soprattutto la storia del vasto movimento antimafia in Sicilia. A noi di mafianeindanke ci viene spesso chiesto, che cosa può fare un tedesco contro la mafia? Può per esempio viaggiare in Sicilia con Addiopizzotravel e sostenere tutti coloro che hanno detto no alla mafia e al pizzo. A proposito, ci sono ancora posti disponibili per il viaggio in Sicilia ad Ottobre con Addiopizzo.

Un viaggio “on the road”: Messina, tra antimafia sociale e voglia di riscatto.


Tornare in Sicilia ha sempre un sapore agrodolce, ti dà la sensazione di trovarti in un luogo in cui il tempo si è fermato, ma sotto sotto, in realtà, tutto si muove molto velocemente. Quest’anno ho partecipato ad uno dei tanti campi estivi che Libera, associazione contro le mafie, organizza in tutta Italia nei beni confiscati alla criminalità organizzata. Ero a Messina nel bene confiscato di via Roosevelt, sede attuale del comitato cittadino di Addiopizzo. Un campo atipico, itinerante, che ha cercato di toccare con mano le varie sfaccettature della città, ascoltando le voci e le testimonianze di chi ogni giorno la racconta, la vive e cerca di renderla più giusta.

Quale modo migliore per cominciare a conoscerla se non camminando attraverso le sue strade, ammirandone le bellezze e ascoltando la sua storia e, inevitabilmente, gli intrecci mafiosi che hanno avuto luogo durante gli anni. È stato Nuccio Anselmo, giornalista della Gazzetta del Sud, a farci da Cicerone raccontandoci i fatti salienti accaduti in città dandoci un’efficace panoramica utile per proseguire il nostro percorso alla scoperta della città. È stata poi la volta di conoscere con mano quali azioni di contrasto vengano attuate a Messina grazie all’incontro con il Procuratore Aggiunto Vito Di Giorgio che dal 1999 segue le indagini in città, crocevia di innumerevoli interessi che si legano ad un forte potere occulto e al traffico di droga.

La città di Messina risulta essere divisa in zone d’influenza, che molto spesso equivalgono ai quartieri stessi, ognuno retto da un clan mafioso che impone il proprio potere. Messina però non è mai stata una chiave di volta all’interno dell’organizzazione criminale dell’isola, il ruolo preponderante rispetto alle famiglie palermitane e corleonesi lo ha sempre avuto Barcellona Pozzo di Gotto. La famiglia barcellonese ha da sempre avuto un’influenza maggiore sulla provincia di Messina anche grazie alla sua organizzazione interna verticistica, simile a quella di Cosa Nostra palermitana. Secondo l’esperienza di Di Giorgio è una mafia prettamente imprenditoriale che si è inserita in modo costante all’interno dell’economia legale controllando gran parte delle imprese coinvolte nelle grandi opere pubbliche e riuscendo ad imporre il proprio potere grazie alla forza e alla violenza anche attraverso molti omicidi di mafia, circa 280, per due motivi fondamentali: una sorta di pulizia interna e l’eliminazione di soggetti che creavano disturbo all’organizzazione criminale.

Il territorio messinese fa da sempre i conti con la piaga del pizzo, un’estorsione capillare in tutta la provincia che, secondo uno studio della Fondazione Chinnici, risulta essere la più salata di tutta la Sicilia. La richiesta del pizzo avviene per due motivi principali: innanzitutto per motivi economici e di disponibilità di liquidi che possano essere subito utilizzati su vari fronti, come per esempio il mantenimento degli affiliati in carcere e delle loro famiglie, c’è poi anche un motivo di affermazione del proprio potere sul territorio, questo genera inoltre un meccanismo di paura che, unito alla poca tutela garantita dallo Stato, si traduce in poche denunce da parte dei commercianti che preferiscono pagare piuttosto che rischiare. Ed è qui che Di Giorgio sottolinea come sia fondamentale che le denunce aumentino, ma questo può essere possibile solo avendo un’alta fiducia nei confronti delle istituzioni, ciò dipende in gran parte dalle azioni degli “operatori del diritto”. Uno strumento fondamentale e molto efficace per sconfiggere le mafie e ridurne drasticamente il potere è quello di colpirne il patrimonio: risulta quindi fondamentale lo strumento del sequestro e della confisca dei beni che diventa mortale per un mafioso.

In questa dinamica si inserisce il lavoro di Libera e Addiopizzo che cercano di portare in città una lotta alla mafia partecipata, un’antimafia sociale che non si limiti al contrasto della criminalità organizzata ma che veicoli dei valori e delle scelte che si discostino totalmente dalla mentalità mafiosa. È questo il caso della campagna di “reclutamento” di commercianti pizzo-free: creare una rete di commercianti che si oppongono al pagamento del pizzo ai quali dare supporto morale e giuridico. Creare quindi un’alternativa pulita e funzionante rispetto a quella mafiosa.

Per portare concretamente il nostro contributo abbiamo creato dei volantini da distribuire ai commercianti e ai consumatori per sponsorizzare il consumo critico, ovvero l’acquisto di prodotti da negozi che decidono di non pagare il pizzo. Un’altra testimonianza di antimafia sociale ci è stata portata da Angelo Cavallaro, dirigente scolastico dell’IC Catalfamo e Salvatore Rizzo di Ecosmed, che ci hanno raccontato come stanno cercando di cambiare la città iniziando da progetti nelle scuole e, a livello urbanistico, con l’assegnazione di case a famiglie in situazioni precarie con il Progetto Capacity. Un altro esempio pratico che abbiamo toccato con mano è stato quello di Gigliopoli, un’associazione che organizza campi estivi per bambini e progetti di accoglienza, una realtà unica che fa dell’inclusione e della legalità il suo punto focale, con il presidente dell’associazione, Vincenzo Scaffidi, abbiamo ragionato di consumo etico e critico, autoproduzione, educazione e inclusione, tanti temi che si collocano perfettamente all’interno di questa visione.

Uno dei pilastri di Libera è quello della memoria: una memoria viva e costante, delle storie e dei volti che possano essere d’ispirazione e d’esempio. Sono stati due i momenti dedicati a questo durante il campo: il primo in ricordo di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese di cui ricorreva il quarantesimo anniversario dalla morte proprio in quei giorni, il secondo è stato il racconto della storia di Domenico Nicolò Pandolfo, primario neurochirurgo agli ospedali riuniti di Reggio Calabria, barbaramente ucciso il 20 marzo 1993, la sua unica colpa: quella di non essere riuscito a salvare la figlia del boss Cosimo Cordì colpita da tumore al cervello. A moltiplicare l’emozione del momento è stato il fatto che questa storia ci sia stata raccontata da Marco Pandolfo, figlio di Domenico, che durante la settimana avevamo conosciuto solo come cuoco e compagno di viaggio e che ci ha regalato la storia di un padre per bene.

Estate Liberi significa tutto questo e tanto altro: significa convivere con persone da tutte le parti d’Italia, con storie e percorsi diversi che convergono in una settimana di impegno, di studio, di riscatto. Significa trovare un’alternativa alla visione distorta della realtà che le mafie ci impongono, significa vedere il bello dove è complicato vederlo, significa scavare in profondità. Un viaggio non soltanto fisico ma anche interiore.

La violenza dei clan montenegrini attraversa l’Europa. L’ultimo caso a Forst, Brandeburgo


I recenti omicidi avvenuti a Forst (Brandeburgo) gettano luce sulle attività dei clan montenegrini in Germania e in Europa. I gruppi criminali di Kotor accompagnano al traffico di droga una violenza efferata, che nella guerra tra clan ha portato alla morte di almeno 40 persone. La cooperazione internazionale tra gli Stati interessati sembra essere l’unica opzione percorribile per contrastare questo fenomeno criminale in ascesa e così socialmente pericoloso.

Ha destato particolare scalpore l’omicidio di due uomini originari del Montenegro accaduto il 13 maggio a Forst (Brandeburgo). L’agguato è avvenuto in un appartamento della cittadina tedesca con l’utilizzo di armi da fuoco silenziate ritrovate poi non lontano dall’abitazione. Nell’attacco hanno perso la vita Darko M. e Nikola J., mentre sono rimasti feriti altri due uomini: Miloš V. e Miloš P. A soccombere nell’agguato sono stati alcuni personaggi legati allo Škaljarski clan, gruppo criminale originario di Kotor, graziosa città costiera del Montenegro che si affaccia sul mare adriatico. Il gruppo criminale di Kotor, un tempo unito, è al momento diviso in due fazioni in lotta tra loro. Lo Škaljarski e il Kavacki clan prendono il nome da due località della città di Kotor e sono attualmente protagonisti di una guerra iniziata nel 2014. La sparizione di 200 kg di cocaina arrivati dal Sud America e nascosti in un appartamento a Valencia è stato il motivo scatenante di una faida che ha portato ad oggi a più di 40 morti. La furia omicida di questi clan criminali ha portato ad una guerra senza frontiere. I primi episodi di violenza si sono verificati proprio a Valencia, per poi proseguire in diverse città del Montenegro, della vicina Serbia ed estendersi infine anche ad altri Stati europei.

Il 21 dicembre 2018 l’omicidio a Vienna di Vladimir Roganovic, ritenuto un membro del Kavacki clan, e il ferimento di un suo sodale avevano scosso fortemente la capitale austriaca, in quanto l’attentato è stato eseguito davanti ad un ristorante in pieno centro. Questo episodio è avvenuto al termine di un anno particolarmente intenso nella lotta tra gruppi criminali montenegrini, che si era aperto l’1° gennaio con un omicidio in un garage a Belgrado ed era proseguito con altre esecuzioni brutali. Gli arresti all’estero del leader del Kavacki clan (Slobodan Kašcelan, arrestato a settembre in Turchia), e del leader dello Škaljarski clan (Jovan Vukotic, arrestato a metà dicembre in Repubblica Ceca), entrambi trovati in possesso di documenti falsi, non hanno però fermato la lunga scia di sangue.
Omicidi, esplosioni, attentati e altre forme di intimidazione hanno colpito non solo gli esponenti dei gruppi criminali in lotta, ma anche i loro familiari, testimoni, giornalisti e altre vittime innocenti completamente estranee alle dinamiche delle lotte criminali tra clan. Gli esecutori materiali riescono nella maggior parte dei casi a sfuggire alla cattura e continuano ad essere una minaccia per la sicurezza dei cittadini.
I clan montenegrini sono dediti soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti e ricoprono un ruolo di prim’ordine per via della posizione strategica occupata lungo la rotta balcanica, principale luogo di transito degli oppiacei in arrivo dal Medio Oriente e diretti verso i mercati dell’Europa occidentale. Oltre a ciò, i gruppi criminali montenegrini sono ritenuti molto affidabili anche da parte dei partner sudamericani, principalmente per quel che riguarda il traffico di cocaina diretto in Europa. La violenza e gli scontri tra clan della regione sono dunque da ricondurre al tentativo di controllo del remunerativo traffico di droga.

La criminalità organizzata di origine montenegrina esercita una forte influenza su vari settori della società e in particolare può contare su importanti legami con le istituzioni locali che le consentono di investire i proventi ricavati dai traffici illeciti in attività legittime. L’ingresso nel traffico di stupefacenti è stato per i criminali montenegrini solo la naturale evoluzione del contrabbando di sigarette imbastito negli anni ’90 con la partecipazione diretta delle istituzioni e delle strutture statali. Durante i conflitti in ex-Jugoslavia, in risposta alle sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite al regime di Milosevic, è nata la cosiddetta ‘’Montenegro connection’’. Questo traffico di sigarette di contrabbando diretto verso l’Italia – e in particolare verso il porto di Bari e Brindisi – coinvolgeva importanti esponenti di spicco delle istituzioni locali, tra cui l’attuale Presidente della Repubblica Milo Djukanovic, servizi di sicurezza e criminali montenegrini, compagnie di tabacco come la Philipp Morris e la R.J. Raynolds, esponenti di organizzazioni criminali italiane quali la Camorra e la Sacra Corona Unita.

Con la fine delle guerre jugoslave e l’ingresso nel più redditizio traffico di droga, i criminali montenegrini hanno potuto continuare a fare affidamento sulle connessioni create negli anni ’90, in particolar modo con i servizi di sicurezza dello Stato. I recenti spargimenti di sangue mettono però in crisi le istituzioni montenegrine, che sulla strada verso l’ingresso in Unione Europea hanno come compito essenziale quello di combattere la criminalità organizzata e la corruzione, garantendo stabilità e sicurezza al paese. Soddisfare le richieste dell’UE diventa difficile se si considera che il paese è permeato da un forte sistema corruttivo e una fitta rete clientelare creata ad arte proprio da Djukanovic in più di 20 anni passati ai vertici delle istituzioni. Nonostante ciò, alla luce del recente incremento degli scontri tra clan rivali, il Montenegro ha promesso un maggiore impegno nella lotta al crimine organizzato.

Lo stesso ha fatto la vicina Serbia, in seguito all’omicidio di Sale ‘Mutavi’, criminale belgradese molto vicino al Kavacki clan e legato ad importanti rappresentanti delle istituzioni del paese. I gruppi criminali montenegrini possono contare su rilevanti alleanze nel sottobosco criminale serbo. Se da una parte lo Škaljarski clan è vicino a Luka Bojovic, leader del rinnovato clan di Zemun e al momento incarcerato in Spagna, dall’altra parte il Kavacki clan può contare su forti legami col gruppo di Sale ‘Mutavi’ e avvalersi delle sue protezioni a livello politico.

I criminali montenegrini vedono Belgrado come un rifugio sicuro dove portare avanti i propri traffici illeciti e proseguire le lotte intestine. I controlli nei loro confronti non sono efficaci. Essi dispongono di libertà di movimento e riescono ad ottenere con relativa facilità i documenti e la cittadinanza serba.

Per una credibile ed efficace lotta alla criminalità organizzata è necessario che le istituzioni e i servizi di sicurezza di questi paesi recidano in maniera decisa i rapporti con i gruppi criminali. Le posizioni chiave per la lotta al crimine organizzato dovrebbero essere ricoperte da persone competenti ed integre, mentre bisognerebbe allontanare dai posti di responsabilità le personalità più compromesse.

Infine, è fondamentale che gli Stati cooperino tra loro nel contrasto della criminalità organizzata transnazionale. Come visto, l’espansione e i traffici portati avanti da questi gruppi criminali non conoscono confini. A livello regionale, la criminalità di origine balcanica ha approfittato a lungo della reciproca sfiducia e della scarsa comunicazione delle autorità dei singoli paesi. Gli strascichi dei conflitti degli anni ’90 e l’inaffidabilità della controparte, spesso ritenuta collusa con i poteri criminali e quindi non degna di fiducia, hanno pesato molto in tal senso. I gruppi criminali della regione hanno invece stretto in più occasioni importanti sodalizi tra loro, indipendentemente dall’origine e dall’etnia, al fine di ottenere importanti guadagni dai traffici illeciti.

I recenti episodi di Forst e Vienna dimostrano come la cooperazione internazionale tra le forze di polizia e le procure dei diversi paesi sia più che mai necessaria. Come afferma Stevan Dojcinovic, redattore di KRIK, portale di giornalismo investigativo in Serbia, ‘’non può esserci una vera lotta alla mafia senza cooperazione internazionale perché la criminalità non conosce frontiere. I gruppi criminali, compresi quelli in lotta tra loro nel nostro paese, operano in più Stati e continenti: gli stupefacenti vengono contrabbandati dall’America Latina verso l’Europa; il denaro proveniente da attività illecite viene riciclato in vari paesi; un omicidio può essere organizzato in un paese ed eseguito in un altro’’.

Cosa vogliono i partiti…


Programmi
elettorali

Per scoprire ciò che i principali partiti che partecipano alle elezioni europee hanno detto sui nostri temi, abbiamo cercato nei testi ciò che riguardasse criminalità organizzata, corruzione, mafie e droga. 

CDU

L’FBI europeo: la nostra Europa combatte insieme contro i terroristi e la criminalità organizzata.

I criminali e i terroristi non si fermano ai confini nazionali. Per questo motivo le autorità di sicurezza devono creare una rete internazionale per poter operare al di là delle frontiere nazionali. Ciò
di cui abbiamo bisogno in Europa è un’unione di sicurezza. Più sicurezza in
Europa e attraverso l’Europa significa anche più sicurezza per la Germania.
Stiamo ampliando i programmi di scambio e di partenariato tra agenzie di
sicurezza. L’autorità di polizia europea Europol deve diventare un’FBI europea.
I poteri operativi di polizia rimarranno naturalmente di competenza degli Stati membri. La cooperazione tra la magistratura e le dogane nell’UE e con i paesi terzi deve essere intensificata. Poniamo particolare enfasi sulla lotta contro la criminalità transfrontaliera. Sosteniamo sistemi di raccolta dei dati europei e nazionali compatibili per le autorità di sicurezza, sia a livello nazionale che internazionale. Vogliamo che le autorità di sicurezza in Europa siano in grado di scambiare dati su potenziali pericoli in modo intensivo e automatizzato e di recuperarli. I data pot del sistema di identificazione delle impronte digitali EURODAC, del sistema d’informazione VISA, del sistema d’informazione Schengen e dei dati INPOL devono essere collegati in modo tale che tutte le informazioni disponibili su visti, migrazione e sicurezza possano essere recuperate congiuntamente dalle autorità nazionali. Le nostre autorità nazionali devono avere accesso a questi dati.

Allargamento: la nostra Europa conosce i suoi confini.

Per noi, il principio è: approfondimento prima dell’allargamento. Facciamo in modo che la nostra Europa rimanga stabile e di successo. La coesione interna dell’Unione europea non deve essere indebolita dall’adesione di nuovi membri. Sulla base dell’esperienza maturata finora con i processi di adesione, non riteniamo possibile ammettere altri paesi nei prossimi cinque anni. In particolare, non ci devono essere tagli allo Stato di diritto, alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. I paesi candidati non possono aderire all’UE finché non saranno in grado di soddisfare pienamente e permanentemente i criteri politici ed economici di adesione. Ci impegniamo a mantenere i legami tra gli Stati dei Balcani occidentali e l’Unione europea.

SPD

Non si parla né di criminalità organizzata, né di mafia, né di droga. Questo paragrafo dovrebbe essere menzionato in termini di politica di sicurezza:

Al fine di salvaguardare la nostra libertà e la democrazia, è urgentemente necessaria una più stretta cooperazione tra le autorità di sicurezza a livello europeo. Dobbiamo pensare ancora di più alla politica interna e di sicurezza. Che si tratti di terrorismo, criminalità informatica o furto con scasso – la criminalità non si ferma alle frontiere nazionali. Per proteggere meglio le persone, dobbiamo quindi migliorare le strutture e gli scambi comuni. Siamo impegnati a garantire che un maggior numero di competenze nazionali siano trasferite al Centro europeo per la lotta al terrorismo (ECTC).
Abbiamo anche bisogno di una strategia europea per la sicurezza informatica che riduca la frammentazione in questo settore e migliori gli standard di
sicurezza. Nel caso in cui non tutti gli Stati membri siano in grado o disposti a partecipare, sfrutteremo l’opportunità di una cooperazione rafforzata.

I Verdi

 COMBATTERE LA CRIMINALITÀ E IL TERRORISMO, GARANTIRE LA LIBERTÀ

Le barriere non creano più sicurezza. Per difendere la nostra libertà e contro la criminalità e il terrorismo, abbiamo bisogno di una maggiore cooperazione europea tra le autorità di sicurezza. Numerosi reati come il furto con scasso, il borseggio e la frode sono commessi al di là delle frontiere. Di conseguenza, la polizia deve agire anche al di là delle frontiere.

Il terrorismo islamista ed estremista di destra agisce anche al di là delle frontiere. Ci opponiamo risolutamente a tutto questo per difendere la nostra libertà e proteggere i nostri cittadini. A tal fine, ci concentriamo su una prevenzione e un’azione penale efficaci. Ciò vale in particolare per lo scambio di dati in tutta l’UE e per la manutenzione delle banche dati. Per tutte le nostre misure, le norme costituzionali come la chiarezza giuridica, il principio di certezza del diritto e il principio di proporzionalità hanno la massima priorità. In altre parole, a differenza della politica attualmente perseguita, non vogliamo che le nostre forze di sicurezza raccolgano una grande quantità di dati senza alcuna causa, né vogliamo che la tecnologia obsoleta impedisca confronti efficaci. Vogliamo un’azione penale precisa e coerente. Una politica eccessiva di violazioni sempre più ampie dei diritti fondamentali, d’altro canto, indebolisce la nostra libertà e non garantisce una maggiore sicurezza.

 Creazione di un Ufficio europeo per le indagini penali

La nostra sicurezza non deve essere compromessa dall’incapacità delle autorità di polizia degli Stati membri di cooperare e dalla fine della sorveglianza degli indagati alle frontiere interne europee. Chiediamo pertanto l’istituzione di un Ufficio europeo di polizia criminale (EKA). Ciò significa che l’autorità di polizia europea Europol, che attualmente è in gran parte priva di autorità, sarà trasformata in una forza di polizia europea sul modello dell’Ufficio federale di polizia criminale con proprie squadre investigative. Ha bisogno di possibilità e poteri investigativi indipendenti per poter intervenire direttamente nei casi pertinenti di criminalità transfrontaliera. Deve intervenire in modo efficace contro i
sospetti terroristi, le organizzazioni mafiose, la tratta di esseri umani, le bande transfrontaliere di criminali in conformità con lo Stato di diritto. Ha bisogno di risorse e personale sufficienti a tal fine. A breve termine, vogliamo rafforzare Europol attraverso squadre investigative multinazionali (squadre investigative comuni) nel quadro del diritto vigente.

 Rete di polizia a livello europeo

Mentre altre parti chiedono nuovi poteri di intervento, nuove leggi di sorveglianza e violazioni dei diritti fondamentali, noi vogliamo migliorare la cooperazione tra le autorità di polizia degli Stati membri dell’Unione europea. A tal fine, vogliamo istituire un programma di scambio a livello europeo per le forze di polizia. Vogliamo chiedere la cooperazione dei poliziotti nelle squadre investigative transnazionali con fondi aggiuntivi provenienti dal bilancio dell’UE. Coloro che hanno lavorato insieme in una squadra raggiungeranno più rapidamente il telefono per informare i colleghi di altri Stati membri dell’UE o per chiedere consiglio. Per noi è importante che questa rete soddisfi i più elevati standard di protezione dei dati, il diritto civile e lo Stato di diritto. Per questo motivo, rifiutiamo anche il trasferimento di dati personali sensibili a Stati che non li rispettano. A questa condizione, l’attuale sistema di informazione Europol (SIE) può anche essere ulteriormente ampliato in modo che le banche dati nazionali della polizia possano essere riconciliate con i sistemi Europol, consentendo agli investigatori sul campo di determinare più rapidamente se i criminali agiscono a livello transfrontaliero e se l’assistenza legale della polizia può essere ulteriormente estesa.

Ampliamento della Procura europea

Abbiamo un atteggiamento positivo nei confronti del futuro procuratore europeo. In quanto autorità centrale di indagine e di azione penale, essa può svolgere un ruolo decisivo anche nel perseguimento del terrorismo transfrontaliero e della criminalità organizzata e non dovrebbe limitarsi a perseguire le frodi a spese dell’UE. Tuttavia, non tutti gli Stati membri partecipano ancora alla procura europea. Non e’ abbastanza.
Vogliamo il coinvolgimento di tutti gli Stati membri e vogliamo che il futuro Ufficio europeo per le indagini penali svolga indagini per conto della procura europea. Lo Stato di diritto e la protezione delle vittime, nonché i diritti fondamentali, i diritti degli imputati e i diritti della difesa devono essere garantiti senza abbassare il livello di protezione, anche nel caso di ordini transfrontalieri di consegnare e conservare prove elettroniche nei procedimenti penali (e-Evidence).

 Lotta contro la criminalità organizzata – Scoprire le reti terroristiche

Per prosciugare le fonti di finanziamento delle reti nel campo della criminalità organizzata e del terrorismo, volevamo creare un’autorità centrale europea per la lotta contro il riciclaggio di denaro sporco. Vogliamo che le banche si occupino solo di sospetti concreti e sospetti
di riciclaggio di denaro.

I contenuti online di propaganda e terroristici illegali, che favoriscono la violenza, devono non solo essere cancellati il più rapidamente possibile secondo criteri costituzionali trasparenti, ma anche essere perseguiti in modo coerente dalle autorità nazionali responsabili dell’azione penale. Ciò richiede una cooperazione affidabile tra le piattaforme e le autorità preposte all’applicazione della legge.

Prevenzione e legislazione forte in materia di utilizzo di armi

Vogliamo prevenire la radicalizzazione e la criminalità fin dall’inizio ed estendere i programmi di prevenzione in tutta Europa. In particolare, vogliamo stabilire e rafforzare i programmi di deradicalizzazione e di abbandono della scena islamista e violenta di destra. Al fine di prevenire reati gravi come l’amoktat , l’accesso alle armi deve essere reso più difficile. L’accesso alle armi da fuoco illegali e alle armi decorative convertite è ancora troppo facile. Tutte le armi pericolose devono essere completamente registrate e l’idoneità e l’affidabilità dei loro proprietari devono essere regolarmente controllate. Vogliamo introdurre una marcatura uniforme in tutta Europa e norme comuni per la disattivazione delle armi da fuoco. In considerazione dell’aumento della violenza razzista e della diffusione delle idee di destra, la società civile democratica deve essere rafforzata ulteriormente. Mentre i gruppi antidemocratici si scambiano opinioni a livello internazionale e uniscono le forze, le iniziative democratiche rimangono generalmente arrestate a livello locale. Appoggiamo il sostegno finanziario, la creazione di reti e lo scambio internazionale di forze democratiche. Occorre aumentare i finanziamenti e i programmi adeguati a livello comunitario. Un ruolo particolare è svolto dal lavoro educativo nelle scuole e nelle istituzioni giovanili che è legato alla vita quotidiana e al mondo in cui viviamo.

4.6 PORRE FINE ALLE GUERRE DELLA DROGA

La guerra globale alla droga è fallita. Richiede la criminalità organizzata, mina la salute dei tossicodipendenti, viola i diritti umani e contribuisce alla destabilizzazione degli stati. In tal modo si impedisce lo sviluppo politico ed economico dei paesi interessati. In quanto regione di consumo, l’Europa è responsabile degli effetti della domanda di droga. Vogliamo quindi che l’Unione europea operi a livello di Nazioni Unite per porre fine alla guerra della droga. Le misure nazionali di riforma della
politica in materia di droga, come in vari paesi dell’America latina, dovrebbero essere sostenute e non ostacolate. L’Unione europea dovrebbe sostenere una riforma della politica in materia di droga negli Stati membri che si concentri in primo luogo sulla prevenzione, l’aiuto, la riduzione del danno, la depenalizzazione e la regolamentazione – e non sui divieti e la repressione. La distribuzione controllata di cannabis nei singoli Stati membri e i progetti pilota a livello regionale possono contribuire a ridurre la criminalità organizzata nell’UE.

Die Linke

Niente da trovare su mafia e crimine organizzato.

La guerra contro la droga è fallita. Non è adatta a ridurre i problemi legati alla droga nei paesi di esportazione o di importazione. L’UE dovrebbe sostenere nei suoi Stati membri misure incentrate sulla prevenzione, l’assistenza, la riduzione dei danni, la depenalizzazione e
la regolamentazione della droga.

 Svuotate la palude: I lobbisti delle grandi aziende spingono indietro

 Dal 2008 esiste un registro volontario delle lobby dell’UE, ma un registro vincolante delle lobby è finora fallito a causa dell’opposizione del Parlamento e del Consiglio dell’UE e della maggioranza dei democratici cristiani e socialdemocratici al suo interno. Manca anche un registro vincolante per la trasparenza che potrebbe chiarire la portata degli interventi di lobbismo. I
registri del lobbismo e della trasparenza rafforzano il controllo democratico.
La corruzione e la corruzione, la concessione di vantaggi, l’utilizzo di
vantaggi, la mancanza di trasparenza e la sponsorizzazione dei partiti non
devono poter determinare la politica.

DIE LINKE richiede lobby e registri per la trasparenza vincolanti e leggibili in formato digitale per l’UE e per la Germania. Con loro dovrebbe essere reso pubblico con quale bilancio, a nome di chi e su quale argomento i lobbisti influenzano la politica. Vogliamo ampliare e rafforzare l’Agenzia europea per la lotta alla corruzione, l’Ufficio europeo
per la lotta antifrode OLAF.

FDP

Niente da trovare sulla droga e sulla mafia.

 La criminalità e il terrorismo non si fermano alle frontiere. Attraverso una maggiore cooperazione tra polizia e autorità giudiziarie, possiamo sfruttare le sinergie e rendere l’Europa più sicura.

Per un ulteriore sviluppo di Europol nell’Ufficio europeo di polizia criminale

Noi liberaldemocratici vogliamo sviluppare ulteriormente l’Unione europea come spazio di libertà, sicurezza e giustizia. A tal fine, l’autorità di polizia europea Europol deve trasformarsi in un ufficio
europeo per le indagini penali. Europol deve essere in grado di sostenere il lavoro degli Stati membri nei casi transfrontalieri con efficaci poteri
investigativi. Un’estensione dei poteri richiede una regolamentazione
dettagliata sotto forma di una legge di polizia europea, che non deve essere inferiore agli standard dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto che abbiamo sviluppato in Germania. Inoltre, maggiori poteri richiedono un controllo migliore e più efficace da parte del Parlamento europeo e degli Stati membri. In particolare, deve essere chiara anche la responsabilità politica dell’azione di Europol. Nel settore della sicurezza, Europol deve riunire le conoscenze delle varie autorità nazionali ed europee per essere particolarmente efficace contro la criminalità internazionale e il terrorismo. Respingiamo anche l’uso di troiani di Stato senza una stretta supervisione giudiziaria indipendente.

Procura europea

Noi liberaldemocratici vogliamo compiere gli sforzi necessari per garantire che la procura europea possa essere operativa più rapidamente che nei prossimi tre anni e diventare un’istituzione di tutti gli Stati membri. Ci impegniamo inoltre a garantire i diritti fondamentali di protezione individuale attraverso garanzie procedurali europee. Ciò dovrebbe impedire che il livello di protezione dei cittadini contro le misure nazionali venga abbassato. In futuro, i compiti della pubblica amministrazione dell’Unione europea dovranno essere estesi ai compiti della lotta contro il terrorismo; tuttavia, i corrispondenti reati penali devono prima essere armonizzati in tutta Europa.

Per un sistema transfrontaliero funzionante di informazione sui casellari giudiziari

Noi liberaldemocratici siamo favorevoli ad estendere l’accesso alle informazioni sui casellari giudiziari nell’Unione europea (UE) attraverso il sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS) ai dati relativi ai cittadini di paesi terzi o agli apolidi condannati nell’UE. Occorre fare in modo che i periodi di conservazione o le autorizzazioni di accesso nonché la portata dei dati siano opportunamente limitati in conformità con lo stato di diritto.

 L’Europa come comunità fortificata basata sullo Stato di diritto

L’ordine europeo vincolante dei valori firmato da tutti gli Stati membri e mai stabilito dall’articolo 2 del trattato UE ha bisogno di regole che siano rispettate e applicate. La nostra comunità basata sullo stato di diritto deve difendere i nostri diritti civili e umani sia all’interno che all’esterno. Non dobbiamo quindi stare a guardare questi diritti, come la libertà di stampa e di espressione e l’indipendenza della magistratura, messi in discussione o addirittura smantellati apertamente in alcuni Stati membri, come sta accadendo in particolare in Ungheria, Polonia e Romania. In questi paesi, l’indipendenza della magistratura e la libertà dei media sono sistematicamente limitate, la libertà artistica e accademica è compromessa, la lotta alla corruzione è ostacolata e impedita da misure
amministrative e legislative. Violazioni e restrizioni come l’occupazione
partigiana della Corte costituzionale di Varsavia, l’espulsione di parti
importanti dell’Università dell’Europa centrale da Budapest e il licenziamento del capo dell’autorità anticorruzione di Bucarest sono inaccettabili. In questi casi noi europei dobbiamo essere in grado di intervenire in modo più efficace. Questo è il motivo per cui noi liberaldemocratici vogliamo rafforzare ulteriormente il meccanismo dello Stato di diritto. Solo coloro che vivono i propri valori possono difenderli in modo credibile nei confronti degli altri.

AfD

Niente su droghe e mafia.

6.6 La protezione delle frontiere è la protezione dei cittadini

Per proteggere i cittadini, non solo i controlli alle frontiere esterne dell’UE, ma anche i controlli alle frontiere nazionali devono essere reintrodotti in modo permanente. Allo stesso tempo, facilitano la lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo internazionale.

2.3 Lobbying, corruzione e arricchimento

A causa della mancanza di prossimità ai cittadini, della mancanza di trasparenza delle istituzioni europee, del loro ampio potere normativo e della loro decisione su ingenti fondi, un meccanismo di rappresentanti con più di 25.000 lobbisti si è insediato nei centralini dell’UE. Cerca di influenzare le decisioni politiche, spesso nell’area grigia della corruzione. L’impatto sulla burocrazia di Bruxelles è allarmante e disinibito, con direttive e progetti di legge talvolta elaborati direttamente dai lobbisti. Le misure adottate per regolamentare il lobbismo dopo innumerevoli scandali sono solo una farsa. Anche prima che siano attuate le necessarie misure di riforma dell’Unione europea, chiediamo l’istituzione di un registro obbligatorio delle lobby in cui tutti i contatti con i lobbisti siano pubblicati tempestivamente e completamente. Oltre alla completa trasparenza, chiediamo obblighi concreti e sanzioni coerenti per tutti i funzionari e i dipendenti dell’Unione europea. Vogliamo sanzionare la corruzione e le frodi sui sussidi con la perdita automatica dell’eleggibilità e della capacità di ricoprire cariche pubbliche. Chiediamo inoltre la pubblicazione illimitata delle attività secondarie dei deputati al Parlamento europeo e dei funzionari dell’UE, nonché un periodo di attesa di tre anni per il passaggio dalla politica all’economia (“principio della porta girevole”).

Il dipendente della Volksbank nominato mafioso onorario / la nostra e-mail di protesta


In Germania il fenomeno mafioso viene sempre
più sottovalutato.

Molto spesso riceviamo lettere di persone
indignate che conoscono il pericolo derivante dalla presenza della mafia.

Per questo motivo abbiamo scritto la seguente
e-mail:

Cari membri del Consiglio di Sorveglianza,
caro signor Leson,

mi chiamo Sandro Mattioli, sono il presidente
dell’associazione berlinese mafianeindanke e.V.

Dal 2007 siamo impegnati nella lotta contro i
clan mafiosi e la criminalità organizzata in Germania e in Europa. Siamo nati
come reazione alla strage di Duisburg. In quell’occasione, gli assassini di un
clan della ‘ndrangheta hanno sparato per strada a sei membri di un clan avversario.
Questo evento ha sconvolto molti tedeschi e ha fatto capire loro chiaramente
che cosa sia la mafia, anche in Germania.

Nell’ Aachener Zeitung si legge che Thomas
Leson, direttore di filiale della Volks- und Raiffeisenbank Aachen Region, è
stato nominato Mafioso onorario 2020. A questo proposito, ci troviamo di fronte
ad alcune domande importanti. In che modo la sua funzione in un istituto
finanziario organizzato come cooperativa si integra con la valutazione positiva
della mafia, che lei, signor Leson, sostiene come nuovo mafioso onorario 2020?
Qual è la posizione del suo datore di lavoro sul fatto che lei, anche seppure
scherzosamente, si dichiara di appartenere ad un’organizzazione criminale che
ha sulla coscienza migliaia di persone assassinate, tra cui più di mille
persone innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, o
che sono state vittime di un errore da parte dei loro assassini? O che sono
stati uccisi da bambini perché l’obiettivo era quello di colpire i loro
genitori? Come conciliate la vostra coscienza con quella di rappresentare una
tale organizzazione criminale i cui membri negano la vita comunitaria e
democratica e sottomettono l’economia legale con l’uso della violenza, delle
intimidazioni e dei ricatti?

Chi avvelena centinaia di persone con rifiuti
tossici scaricati illegalmente? Quanto è compatibile lei, onorevole Leson, con
l’idea di servizio pubblico di una banca se non prende chiaramente le distanze
dall’appartenenza a organizzazioni la cui attività principale è, tra l’altro,
il riciclaggio di denaro sporco, che il suo datore di lavoro è tenuto a
prevenire?

Questa lista potrebbe essere molto più lunga.
Ci aspettiamo una maggiore sensibilità da parte di un’istituzione finanziaria
impegnata per il bene comune e pertanto la invitiamo, onorevole Leson, a
rinunciare a questa iscrizione onoraria con effetto immediato. Sarebbe anche
una buona idea che l’associazione carnevalesca della ‘’Mafia del Musica’’
cambiasse nome. Sarebbe meglio non scegliere un’organizzazione criminale,
perché nessuno penserebbe neanche per scherzo di chiamare un’associazione
Waffen-SS. (E se questo è assolutamente necessario, allora almeno rendetelo
grammaticalmente corretto). Abbiamo pubblicato questa notizia come lettera
aperta sulla nostra homepage e saremmo felici di avere una risposta da parte
vostra e dei vostri datori di lavoro.

Non dobbiamo più banalizzare la criminalità
organizzata in Germania, e purtroppo lei, onorevole Leson, sta dando un
importante contributo in tal senso. Se posso fare un commento personale, non
potrei sopportare di essere accostato a persone che hanno brutalmente fatto
saltare in aria persone oneste e integre come i due procuratori antimafia
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Hanno ucciso il giudice Pio La Torre per
aver fatto dell’appartenenza alla mafia un reato penale.

Uccisero il quindicenne Giuseppe di Matteo
affinché suo padre, il testimone principale Santino Di Matteo, non collaborasse
più con la polizia. Almeno nove giornalisti sono stati uccisi da clan mafiosi
per il loro lavoro, e molti miei colleghi come Roberto Saviano devono vivere
nella paura costante. Qui potete trovare una lista delle vittime innocenti
della mafia, che viene letta in Italia ogni anno il 21 marzo in molte città:
http://vivi.libera.it/it-ricerca_nomi. Ci vogliono più di 20 minuti per
leggerle i nomi, anche solo velocemente. Non potete approvare tutto questo. Vi
prego di riconsiderare l’accettazione del titolo del ‘’disonore’’ e restituirlo
al mittente. Sentite liberi di contattarmi e vi spiegherò volentieri in
dettaglio tutto ciò che di negativo può significare il titolo di mafioso
onorario, anche in Germania.

Un caro saluto,

Sandro Mattioli

presidente mafianeindanke e.V.