Il Coronavirus ha fatto uscire di prigione molti capi mafiosi? – un tentativo di chiarimento


L’Italia è nota per aver avuto uno dei più lunghi e più duri lockdown per contenere la pandemia di Covid 19. La copertura mediatica si è concentrata soprattutto sugli aggiornamenti quotidiani delle nuove infezioni e dei decessi, mentre il resto del Paese si è fermato. Da metà aprile, tuttavia, si è potuto osservare un acceso dibattito mediatico e pubblico, che si è concentrato sul rilascio, in gran parte temporaneo, dei detenuti agli arresti domiciliari. Il 21 aprile Lirio Abbate ha scritto su L’Espresso la notizia del rilascio agli arresti domiciliari del boss mafioso palermitano Francesco Bonura, gravemente ammalato, prevedendo la liberazione di altri boss di alto rango e, di conseguenza, la rinnovata ascesa delle famiglie mafiose. In precedenza Bonura era stato tenuto in isolamento sotto il regime particolarmente severo del 41bis, in cui il contatto con il mondo esterno è considerato di fatto impossibile, cosa che in determinate circostanze non può essere garantita agli arresti domiciliari. A ciò hanno fatto seguito ulteriori uscite e un’ondata di indignazione del pubblico. Come si leggeva nei giornali in quei giorni: “i rilasci di prigionieri di mafia sono del tutto ingiustificati ed é il risultato di un decreto del governo sconsiderato per far fronte all’attuale emergenza”. Le conseguenze sono state le dimissioni del direttore dell’autorità di amministrazione penitenziaria DAP e il riarresto anticipato di alcuni capi.

Nel frattempo la situazione è tornata in una certa misura alla normalità e gli animi si sono raffreddati. Ciò che resta è l’impressione di un dibattito pubblico emozionato e condotto in modo improprio, in cui quasi nessuno ha osato mettere in dubbio la conclusione generale secondo cui i rilasci erano senza eccezioni ingiustificati. Di seguito, mafianeindanke ha cercato di presentare un’analisi degli eventi il più possibile appropriata.

Già prima della proclamazione dell’isolamento in tutta Italia – che illustrava dolorosamente la minaccia rappresentata dal Covid-19 – intorno all’8 marzo sono scoppiati disordini carcerari in decine di carceri italiane, che la polizia penitenziaria è riuscita a contenere solo con difficoltà. La conseguenza è stata la temporanea presa di ostaggi da parte delle guardie carcerarie, vari decessi ed evasioni come quella di Foggia, in Puglia. Mentre il sovraffollamento cronico delle carceri italiane, il timore associato di un’epidemia di Coronavirus e i divieti di visita frettolosamente annunciati sono riconosciuti come i principali fattori scatenanti, è stato sottolineato in particolare che i disordini sono avvenuti più o meno contemporaneamente – nel giro di pochi giorni. Nicola Gratteri, probabilmente il più noto procuratore antimafia nella lotta contro la ‘Ndrangheta, ha interpretato questo come una conseguenza della diffusione inavvertita dei cellulari nelle carceri. Alcuni degli investigatori coinvolti sono dell’opinione che solo la mafia può essere dietro una così meticolosa organizzazione delle operazioni. Mentre il coronavirus continuava a diffondersi e i primi casi si diffondevano nelle carceri, il Ministero della Giustizia italiano si trovò in un dilemma. Occorreva soppesare il pericolo di rivolte incontrollabili nei penitenziari e di diffusione del coronavirus con la questione se le misure per ridurre il numero dei detenuti, come l’imposizione degli arresti domiciliari, non sarebbero state interpretate come un cedimento dello Stato alla criminalità e quindi anche alla mafia.

Il 17 marzo è stato pubblicato un decreto che ha causato un’incredibile confusione in relazione ai successivi rilasci. Tra le molte altre misure relative alla pandemia, il decreto “Cura Italia” conteneva anche un passaggio secondo il quale i detenuti con una pena residua di massimo 18 mesi – indipendentemente dalla pena totale – potevano chiedere il rilascio agli arresti domiciliari almeno fino alla fine di giugno. Tuttavia, la pericolosità dei detenuti e la disponibilità di un alloggio adeguato doveva essere verificata dall’amministrazione del rispettivo istituto. Diverse categorie di detenuti sono state esplicitamente escluse a priori dall’applicazione del provvedimento, tra cui tutti i criminali gravi e quindi anche i condannati per associazione mafiosa. Come il decreto del 17 marzo, una circolare dell’amministrazione penitenziaria del 21 marzo ha portato poi a numerosi malintesi. In particolare, la lettera invitava le guardie carcerarie a segnalare in tribunale i detenuti che soffrivano di gravi condizioni preesistenti o che avevano almeno 70 anni. Questa lettera apparentemente non conteneva ulteriori spiegazioni su ciò che doveva accadere a questi detenuti, né, a differenza del decreto del 17 marzo, distingueva tra detenuti di diverso grado di pericolo.

Quando, intorno al 21 aprile, il suddetto boss Francesco Bonura è stato rilasciato dal carcere di massima sicurezza di Opera, nel sud di Milano, agli arresti domiciliari di Palermo, la negligenza nella formulazione della circolare si è resa immediatamente evidente. La lettera stessa è stata ampiamente interpretata come un invito al rapido rilascio di vecchi e/o malati delinquenti – tra cui molti boss della mafia – senza un ulteriore esame della loro pericolosità individuale. I media hanno anche perso di vista il fatto che tali azioni non avrebbero potuto accadere a causa del decreto “Cura Italia”, che escludeva esplicitamente i criminali gravi. Media autorevoli come il settimanale L’Espresso e la redazione online Fanpage non hanno mancato di stilizzare immediatamente liste spaventosamente lunghe di boss mafiosi che teoricamente rispondevano ai criteri della circolare. Tra loro c’erano Leoluca Bagarella, che, dopo l’arresto di Totó Riina fino al suo stesso arresto, ha dichiarato guerra allo Stato con una strategia di violenza; Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, e Pippo Calò, ex governatore di Cosa Nostra a Roma.

Anche la notizia di un’imminente ricomposizione dei clan mafiosi indeboliti da parte dei capi agli arresti domiciliari è stata spesso ripresa e discussa in questo Paese. Nei giorni successivi furono rilasciati altri boss importanti, tra cui Pasquale Zagaria, presunto cervello economico del clan dei Casalesi ormai indebolito. L’elenco di quelli rilasciati è trapelato al quotidiano La Repubblica all’inizio di maggio, che ha prontamente pubblicato il titolo: “376 boss della mafia in libertà”. La lista segreta, di cui i tribunali sono stati allertati”. Successivamente il numero fu corretto da 376 a 498. Il pubblico ministero Nino di Matteo ipotizzò pubblicamente che lo Stato si stesse arrendendo alla mafia a seguito dei disordini in carcere, così come il criminologo Nando Dalla Chiesa. L’opinione pubblica, che intuì uno scandalo, trovò rapidamente i responsabili e attaccò a testa alta il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, accusandolo, tra l’altro, di aver ignorato le autorità competenti nella sua decisione. Egli ha sottolineato pubblicamente la completa indipendenza dei tribunali che avevano ordinato il rilascio e respinto le richieste di dimissioni. Il direttore dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, ha però lasciato il suo incarico a fine aprile, dopo essere stato fortemente criticato dopo i disordini carcerari, anche a causa della circolare non chiara del 21 marzo. Sotto la nuova guida di Dino Petralia, è stato emanato in fretta e furia un nuovo decreto legislativo con l’obiettivo dichiarato di adottare misure per riportare al più presto in carcere i criminali rilasciati. La Repubblica ha paragonato la misura a “cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto”, mentre Bonafede ha cercato di mettersi in buona luce.

Perché è urgente una spiegazione sobria degli eventi

Chiunque dedichi più tempo all’argomento scoprirà rapidamente che la cronologia di cui sopra è il risultato di una mancanza di trasparenza, di una cattiva comunicazione e soprattutto di una segnalazione volutamente distorta o non corretta. Come già detto, nemmeno il numero totale dei rilasciati era chiaro: all’inizio di maggio si parlava di 376 di criminali gravi rilasciati, poco dopo il numero è stato corretto a 498. Un altro problema: molti media equiparano più o meno consapevolmente i criminali gravi ai boss mafiosi e pubblicano titoli come “376 boss mafiosi in libertà” (La Repubblica). In alcuni casi, l’articolo stesso ha poi specificato che tra i 376 erano inclusi anche semplici membri o affiliati dei clan. Spesso è stato anche suggerito che tutti o la maggior parte di questi detenuti fossero soggetti al più rigoroso regime carcerario ai sensi dell’articolo 41bis. Se così fosse stato, si sarebbe potuta giustificare un’ampia discussione, poiché questo regime carcerario particolarmente severo prevede l’isolamento e una passeggiata in cortile, limitata nel tempo e anche da trascorrere da soli, che dovrebbe ridurre al minimo la possibilità di contagio. Infatti, solo quattro detenuti colpiti dal 41bis sono stati temporaneamente rilasciati dal carcere agli arresti domiciliari, tra cui Francesco Bonura e Pasquale Zagaria.

Naturalmente, questo non significa che solo quattro mafiosi siano stati colpiti dal provvedimento. Tra coloro che sono stati liberati anche dalle altre ali di alta sicurezza c’erano alcuni criminali condannati per appartenenza alla mafia, solo che dal punto di vista legale non svolgono un ruolo di primo piano all’interno della loro organizzazione – altrimenti sarebbero stati incarcerati sotto il regime del 41bis. Si può quindi concludere che molti media hanno ulteriormente alimentato il dibattito pubblico, travisando consapevolmente l’umore e diffondendo informazioni imprecise.

Dal punto di vista giuridico è nuovamente necessario chiarire la base giuridica effettiva dei rilasciamenti. Come già detto, il contenuto del decreto “Cura Italia” non poteva essere applicato ai boss mafiosi. Invece, i rilasci – almeno secondo le ultime informazioni 498 – sono stati decisi sulla base del diritto penale ordinario. Il giudice competente può decidere di sospendere la pena se il detenuto si trova in uno stato di salute tale da rendere impossibile un’ulteriore detenzione. In ogni caso, occorre prima esaminare se esiste un rischio concreto che l’autore del reato commetta un nuovo reato. In caso contrario, il giudice può ordinare gli arresti domiciliari invece della libertà provvisoria. Inoltre, ogni comunicazione con il mondo esterno può essere proibita e può essere ordinato un costante controllo del rispetto di questo requisito da parte delle forze dell’ordine. I giornalisti hanno trovato meno sorprendente una presenza di polizia impressionante nelle case dei boss mafiosi agli arresti domiciliari.

Non c’è ragione per le teorie cospirazioniste

Sulla base dell’ultimo paragrafo, si può senz’altro affermare che i giudici competenti, nel decidere l’imposizione degli arresti domiciliari, hanno avuto tutti i mezzi per valutare adeguatamente il caso estremo del rilascio di un boss mafioso di alto rango e prendere una decisione ponderata. É’ quindi ingiustificata l’ipotesi generalizzata di molti critici che i boss mafiosi siano stati mandati agli arresti domiciliari in fretta e furia e con un controllo lassista, dove avrebbero potuto ricostruire i loro clan in poco tempo. Allo stesso tempo, speculazioni come l’adozione di un nuovo accordo tra lo Stato e la mafia, simile a quello adottato dopo la serie di attentati terroristici degli anni Novanta, delegittima la magistratura. Mentre le famiglie delle vittime mafiose possono sentire che i loro diritti sono stati violati dal rilascio temporaneo degli aguzzini dei loro parenti, le accuse pubbliche contro la magistratura da parte dei rappresentanti delle vittime o di personaggi di spicco sono certamente molto più distruttive. Se la popolazione è fondamentalmente sospettosa della capacità dello Stato di combattere adeguatamente la mafia, il movimento antimafia si indebolirà e la mafia si rafforzerà da questo in maniera più rilevante rispetto al rilascio di alcuni capi agli arresti domiciliari.

Purtroppo ci sono anche casi che suggeriscono che non tutti i rilasci siano stati gestiti con la necessaria cautela e che alcune decisioni possano essere messe in discussione. Ad esempio, Pasquale Zagaria, importante leader del clan Casalesi e già detenuto in un carcere di massima sicurezza nel nord della Sardegna, è stato rilasciato agli arresti domiciliari a Brescia, una delle province più colpite dalla pandemia, a seguito di una serie di infelici decisioni. Come gli altri tre rilasciati e detenuti in 41bis, era gravemente malato e ha dovuto sottoporsi regolarmente a chemioterapia nell’ospedale di Sassari. Dopo che il reparto di oncologia fu convertito in un reparto Covid 19 durante la pandemia, fu richiesto che Zagarias fosse trasferito in un carcere più adatto sulla terraferma. Non avendo ricevuto alcuna risposta tempestiva da parte dell’amministrazione carceraria, si è deciso di mettere Zagarias agli arresti domiciliari e di continuare la terapia oncologica a Brescia. Questa mancanza di risposta è stata successivamente individuata da un responsabile dell’autorità nella configurazione del sistema di posta elettronica. Anche se gli errori possono accadere in un periodo caotico come quello dell’isolamento per la pandemia attuale, è da valutare criticamente il fatto che lo Stato consideri la protezione della salute dei criminali come una priorità, soprattutto in un periodo in cui le terapie salvavita spesso non erano disponibili per i comuni cittadini e quindi sono suscettibili di provocare un numero significativo di morti indirette per pandemia. Anche senza un’ulteriore attenzione mediatica, questo potrebbe essere interpretato come un segnale molto negativo per la popolazione nel suo complesso.
Infine ci sono state anche segnalazioni di membri della mafia “di basso rango” rilasciati, i cui arresti domiciliari erano poco regolamentati. Nel caso di Sebastiano Giorgi, ufficialmente condannato per traffico di droga e di armi, ma anche come membro riconosciuto di un clan mafioso, è stata dispensata una cavigliera elettronica e gli sono state concesse due ore di tempo libero al giorno, ufficialmente per l’alimentazione degli animali nella stalla.

Sintesi di un dibattito distorto

Questo articolo vuole dimostrare come una combinazione di scarso lavoro giornalistico, sensazionalismo e mancanza di trasparenza possa portare ad un dibattito politico emotivo e concentrato sullo scandalo. Invece di riportare in cella i boss mafiosi, gli effetti del dibattito sul rilascio potrebbero essere stati molto più distruttivi delle singole decisioni sbagliate dei tribunali. Dopo che l’errata segnalazione aveva scosso la fiducia della popolazione nello Stato di diritto, questa impressione è stata rafforzata dalle voci di alcuni importanti combattenti antimafia che sospettavano addirittura un nuovo compromesso tra lo Stato e la mafia. Se da un lato è chiaro che la base giuridica delle decisioni era solida e che i rilasci non sono stati causati da regolamenti per la pandemia o dalla circolare mal formulata delle autorità carcerarie, dall’altro non vi sono prove concrete che il ministro della Giustizia abbia influenzato i tribunali o addirittura che ci fosse stato un nuovo “patto stato-mafia”. Né sono noti casi in cui criminali gravi siano sfuggiti dagli arresti domiciliari. Allo stesso tempo, i grandi boss come Raffaele Cutolo o Leoluca Bagarella, che in origine erano stati stilizzati come i prossimi candidati al rilascio, sono rimasti dietro le sbarre per tutto il tempo. Ciò che resta è il deplorevole stato generale delle carceri italiane, che si riflette nel sovraffollamento e nell’aumento del tasso di suicidi.

Mafianeindanke ritiene che la trasparenza e la corretta comunicazione da parte delle autorità e della stampa sia l’unico modo per evitare dibattiti così sbagliati. Per combattere efficacemente la mafia, deve esserci una fiducia diffusa tra la popolazione nell’efficacia delle leggi a disposizione dello Stato a tal fine. Affermazioni sconsiderate ed emotive e teorie cospirazioniste che accusano lo stato di collusione con la mafia danneggiano questo obiettivo e anche la cultura antimafia in generale. Se un giudice, sulla base di queste leggi e dopo un attento esame, rilascia un boss mafioso gravemente malato agli arresti domiciliari, questa decisione dovrebbe essere accettata e il giudice non dovrebbe essere accusato a priori di corruzione o incompetenza.

Nuova versione del reato di riciclaggio di denaro sporco – Un po’ di luce e molta ombra


Posizione di mafianeindanke e.V. (13.9.2020)

All’inizio di agosto 2020, il Ministero federale della giustizia e della protezione dei consumatori (BMJV) ha presentato un “progetto di legge per migliorare la lotta penale contro il riciclaggio di denaro sporco”. Si tratta dell’attuazione della “Direttiva (UE) 2018/1673 del 23 ottobre 2018 relativa agli aspetti penali della lotta contro il riciclaggio di denaro”, entrata in vigore il 2 dicembre 2018. A differenza delle precedenti direttive UE sul riciclaggio di denaro, che riguardavano principalmente le disposizioni di diritto commerciale preventivo, la direttiva (UE) 2018/1673 contiene disposizioni di diritto penale e di procedura penale. Deve essere recepito nel diritto nazionale entro il 03.12.2020. In particolare, l’elenco esistente dei reati presupposto per il riciclaggio di denaro deve essere cancellato. Di conseguenza, il riciclaggio di denaro dovrebbe essere in grado di fare riferimento a qualsiasi reato presupposto (“approccio basato su tutti i reati”). Secondo la decisione del Consiglio federale sul progetto, esso deve essere discusso in sede di procedura parlamentare ed entrare in vigore a tempo debito.

La bozza viene respinta a maggioranza nella discussione pubblica. Tuttavia, si pone la questione di chi sta egemonizzando l’attuale dibattito nei media. Sono l’associazione bancaria (BdB) e i grandi studi legali, posizionati a livello internazionale, che si occupano della difesa dei colletti bianchi oltre che della conformità per le banche e le imprese industriali. La loro principale accusa: la proposta va ben oltre la direttiva, soprattutto per quanto riguarda l’approccio di tutti i reati, e porterebbe a un drastico aumento delle segnalazioni di attività sospette ai sensi della legge sul riciclaggio di denaro e a un numero incalcolabile di procedimenti penali che “gravano inutilmente sulla magistratura” (come da “Legal Tribune Online” del 26.8.2020). I procuratori penali non commentano il disegno di legge in pubblico. Si posizionano dietro le quinte attraverso le dichiarazioni dei Länder nel processo legislativo.

La posizione di mafianeindanke

I.È necessaria un’estensione degli elementi oggettivi del reato

Nella sua “Prima analisi dei rischi per la lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo” dell’ottobre 2019, il governo federale non nega che la minaccia di riciclaggio di denaro sia da considerarsi “medio-alta” in considerazione dell’elevata attrattività economica della Germania come sede di investimenti di capitale, dell’elevata intensità di liquidità del ciclo economico e della sua complessità economica. Nella motivazione della legge, il BMJV ammette inoltre che il perseguimento del riciclaggio di denaro è caratterizzato da notevoli difficoltà dovute al complesso contenuto del reato di riciclaggio di denaro (art. 261 del Codice penale tedesco) e che tale norma non è quindi efficiente nonostante la legge sia stata modificata più volte dal 1992. Per questo motivo, a nostro avviso, non c’è modo di aggirare una revisione generale di questa norma, indipendentemente dal fatto che essa sia già conforme alla Direttiva (UE) 2018/1673 sotto molti aspetti. Per questo motivo, è anche ovvio che in futuro tutti i reati dovranno essere inclusi come reati di riciclaggio.

Facendo a meno di un catalogo di reati presupposto, che definisce un catalogo di reati considerati “reati gravi”, ci si aspetta una lotta più efficace contro la criminalità organizzata. Di conseguenza, dovrebbe essere facilitata la prova del reato presupposto. Così facendo, il BMJV sta seguendo un percorso che è stato a lungo intrapreso nella maggior parte dei paesi dell’UE, ma che non ha portato al rifiuto corazzato della lobby come in Germania. L’approccio “all crimes approach” appartiene anche allo standard internazionale del Gruppo di azione finanziaria internazionale (GAFI). La prevista revisione del reato di riciclaggio di denaro non è dovuta a una valutazione critica da parte del BMJV delle carenze di questo standard nella pratica, ma soprattutto al fatto che il sistema antiriciclaggio della Germania sarà sottoposto a revisione dal GAFI nei prossimi mesi. La Germania è membro del GAFI e si è impegnata ad attuare gli standard politici del GAFI. Il governo federale deve temere che, dal punto di vista dell’efficacia, il GAFI dia tra l’altro una pessima valutazione di questo reato. I rapporti di audit del GAFI sono pubblicati. Gli scarsi risultati hanno un impatto sulla reputazione di un centro finanziario.

L’affermazione dei rappresentanti dell’industria bancaria tedesca e dei grandi studi legali secondo cui l’estensione del reato di riciclaggio di denaro oggettivo porterebbe a una marea di segnalazioni supplementari da parte dei soggetti obbligati ai sensi della legge sul riciclaggio di denaro (LRD) all’Unità centrale dei servizi finanziari (UIF) non è un argomento contro questo disegno di legge. Al contrario. La lobby, le istituzioni e le aziende che rappresenta si mettono così in cattiva luce. Se vi sono fatti che indicano che uno dei tre elementi alternativi del reato di cui all’art. 43 (1) GWG è soddisfatto, la società obbligata deve segnalare immediatamente questo fatto all’Ufficio centrale per le indagini sulle transazioni finanziarie (UIF). Ciò vale anche per fatti che non si rivelano successivamente come “reati gravi” nel corso di un procedimento preliminare. La “soglia di sospetto” per una segnalazione è bassa (BT-Drs. 17/6804, 35). A causa della formulazione (“indicare”), il debitore non ha bisogno di essere certo che una transazione o un rapporto d’affari sia collegato al riciclaggio di denaro o a un corrispondente specifico del reato presupposto. Anche nell’attuale situazione giuridica, essi non possono, come un pubblico ministero, sottostare ai fatti del caso per quanto riguarda l’esistenza o meno di un reato specifico del catalogo ai sensi del § 261 StGB. Per questo motivo, le parti obbligate non hanno alcun margine di discrezionalità, ma solo un certo margine di giudizio basato sull’esperienza generale e sulla loro esperienza professionale. Se in passato il sistema di segnalazione dei sospetti è stato gestito correttamente dagli obbligati, non ci si deve quindi aspettare un aumento significativo del sistema di segnalazione ai sensi dell’art. 43 GwG. Per quanto riguarda il significativo aumento del numero di procedimenti investigativi, sospettato anche dalla lobby, non è possibile fare una dichiarazione valida per il futuro senza un riscontro empirico.

Per quanto riguarda la nuova versione degli elementi oggettivi del reato, va inoltre rilevato positivamente che l’uso del termine “beni riciclabili” porta ad una semplificazione della gestione degli elementi del reato, in quanto è stato ora chiarito che esso comprende i proventi di reato, i prodotti del crimine e i rispettivi surrogati. In questo modo si risolve la questione, finora talvolta difficile, di delimitare se un bene “ha avuto origine” da un reato presupposto della legge sul riciclaggio di denaro.

Tuttavia, nonostante questi miglioramenti, nessuno dovrebbe aspettarsi che la semplice estensione della definizione oggettiva del reato e l’abbandono dell’elenco dei reati presupposto possano portare ad una rapida svolta nel perseguimento del riciclaggio di denaro. Questo passo verso la riforma è una pietra miliare necessaria, ma è una pietra miliare tra le tante necessarie per ottimizzare il quadro giuridico. Tipologie complesse di riciclaggio di denaro, in cui, ad esempio, l’origine dei beni ha un legame con l’estero o l’effettivo titolare economico può nascondersi dietro complesse strutture societarie o società di cassette postali in paradisi fiscali, sono ancora difficili da perseguire anche in Paesi che hanno già legiferato sull'”approccio di tutti i reati”. Ciò è dovuto al fatto che il requisito che il patrimonio abbia un passato criminale, che continuerà ad esistere anche in futuro, è anch’esso difficile da dimostrare. Ciò vale in particolare per molti casi di criminalità organizzata, mentre la razionalizzazione degli elementi oggettivi del crimine dovrebbe facilitare gli investigatori in casi meno complessi di riciclaggio di denaro. Anche in futuro, quando una persona sarà condannata per riciclaggio, si dovrà stabilire con soddisfazione del tribunale che l’oggetto del riciclaggio è derivato da qualche reato e che l’autore ne era consapevole, almeno sotto forma di contingenza. Il disegno di legge afferma a questo proposito che nel caso del reato (oggettivo e soggettivo) non è sufficiente il “mero riconoscimento della possibilità di un’origine illecita”; piuttosto, il riciclatore di denaro deve aver fatto di “qualsiasi idea concreta che possa essere determinata da una situazione di fatto” un reato presupposto. Il riciclatore di denaro professionale che non è coinvolto nel reato presupposto eviterà per quanto possibile di fare domande all’autore del reato presupposto per avere “idee concrete che possano essere determinate dai fatti del caso”.

II.La paura del proprio coraggio del BMJV compensa gli effetti positivi del disegno di legge

Cambiamenti nel reato soggettivo :

L’estensione degli elementi oggettivi del reato è intesa a rendere necessario per il BMJV limitare l’ambito di applicazione, in particolare attraverso l’elemento soggettivo del reato, per ragioni di “limitazione ed equilibrio della minaccia di punizione”. Il BMJV non cita alcuna ragione valida per questo passo fatale, che in ogni caso non è prescritto dalla Direttiva (UE) 2018/1673.

Secondo l’attuale situazione giuridica, chiunque non conosca l’origine di un bene da un reato presupposto, ma questa ignoranza si basi sull’imprudenza (cioè sulla negligenza grave) può essere punito anche per riciclaggio di denaro sporco. Questa punibilità, precedentemente prevista dal § 261, comma 5, StGB, e che è stata creata dal legislatore a causa delle difficoltà di provare il reato presupposto, deve essere abolita. Mafianeindanke è a favore del mantenimento della temerarietà dell’elemento soggettivo del reato.

Tuttavia, l’intento del legislatore di “ridurre le difficoltà di prova” nell’applicazione del reato di riciclaggio non è stato raggiunto eliminando l’elenco dei reati presupposto dai fatti oggettivi. Come già spiegato al punto I., queste difficoltà di prova continuano a sussistere, soprattutto nei casi complessi di criminalità organizzata, anche dopo che gli elementi oggettivi del reato sono stati inaspriti, se i fatti del caso non sono sufficienti a dimostrare all’autore del reato che i beni da riciclare provengono effettivamente da un reato.

È vero che il nuovo reato non deve presupporre la conoscenza attendibile dell’autore del reato. Dovrebbe essere sufficiente l’intento condizionale (dolus eventualis) per quanto riguarda il requisito dell’origine criminale, vale a dire che è sufficiente che l’autore del reato accetti l’origine illegale. Tuttavia, l’incoscienza e l’intento condizionale non sono la stessa cosa. L’incoscienza è un livello speciale di negligenza in cui, come nel caso di una grave negligenza nel diritto civile, l’autore del reato deve agire solo “con grave negligenza”. Né la motivazione della legge dice che la necessità di avventatezza sarebbe completamente, ma solo “in gran parte”, eliminata dalla nuova disposizione. Il BMJV accetta quindi una lacuna nella responsabilità penale, in particolare nella lotta contro la criminalità organizzata, per rispondere alle critiche della lobby del diritto penale secondo cui il reato avrebbe in futuro un’applicazione “illimitata”. A scapito di una lotta efficace contro la criminalità organizzata.

Il BMJV invia alla prassi legale segnali sbagliati in merito alla responsabilità penale del riciclaggio di denaro sporco e al significato e allo scopo della disposizione penale.

Il risarcimento per l’estensione degli elementi oggettivi del reato e quindi l’effettivo valore aggiunto di questo disegno di legge si basa anche sul fatto che, contrariamente alla tendenza internazionale delle sentenze, la pena per riciclaggio non sarà aumentata. Infatti, si rinuncerà alla precedente pena minima per il reato base. Questo per segnalare alla magistratura che, oltre ai numerosi procedimenti già interrotti, in futuro si farà un uso ancora più generoso della possibilità di interrompere i procedimenti nelle “aree meno gravi di criminalità” del riciclaggio di denaro.

Le ragioni di questo: Si dovrebbe evitare uno “squilibrio con la minaccia di sanzioni per favorire e ricevere beni rubati”. Il BMJV ritorna così alla sua precedente e insostenibile visione internazionale che il reato di riciclaggio di denaro – come per la ricezione (§ 259 StGB) e il vantaggio (§ 257 StGB) – è (solo) un reato contro l’amministrazione della giustizia, e che l’ingiusto reato di riciclaggio di denaro è quindi identico a questi due reati. La cosiddetta opinione prevalente nella letteratura giuridica va ancora oltre. Il commento standard per la prassi penale, pubblicato dall’ex giudice del Tribunale federale e attuale editorialista di spiegel-online Thomas Fischer, ritiene addirittura che il reato di riciclaggio di denaro non sia altro che un’attività costosa e sostanzialmente del tutto inutile e inaccettabile per lo Stato di diritto in quanto un doppione del caso di ricettazione. E non è il solo a condividere questa visione tra gli avvocati penalisti. Questo posizionamento non è una discussione distaccata nel nido del cuculo delle nubi della dogmatica del diritto penale in Germania. Ha plasmato il trattamento giudiziario del reato di riciclaggio di denaro fin dalla creazione del reato di riciclaggio di denaro nel 1992.

Nell’ambito di una modifica del reato di riciclaggio di denaro di cui all’articolo 261 (9) del Codice penale tedesco (StGB), il Ministero federale della giustizia (BMJV), anche in risposta alle pressioni del Ministro federale delle finanze, ha chiarito al legislatore nell’anno in esame che lo scopo del reato di riciclaggio di denaro è quello di impedire che i beni patrimoniali incriminati entrino nel ciclo economico legale e, tra l’altro, di prevenire le distorsioni della concorrenza. Di conseguenza, l’oggetto della tutela del § 261 StGB è la solidità, l’integrità e la stabilità degli istituti di credito e finanziari, nonché la fiducia nel sistema finanziario nel suo complesso (BT-Drs. 18/6389, pag. 13). Questo era già stato formulato come un bene di protezione essenziale, considerando i punti 1 e 2 della direttiva sul riciclaggio di denaro 25005/60 del 26 ottobre 2005. Il disegno di legge non fa più riferimento a questo obiettivo essenziale nella lotta contro il riciclaggio di denaro. Ne consegue che un disegno di legge che non vuole salvare lo status quo giuridico in un modo un po’ diverso, ma vuole invece prendere sul serio la riforma nel vero senso della parola, dovrebbe avere un contenuto diverso.

III.Gli Stati federali hanno un evidente problema di attuazione nella lotta contro il riciclaggio di denaro – senza l’eliminazione di questo problema, la lotta contro il riciclaggio di denaro con i mezzi del diritto penale rimane una politica giuridica simbolica

Per gli investigatori finanziari della polizia e del pubblico ministero il lavoro non si esaurisce quindi, e l’azione penale non è diventata più facile. In ogni caso, nulla cambierà in meglio senza un sostanziale aumento del personale della polizia e della magistratura, la qualificazione del personale e l’accorpamento delle responsabilità, in particolare nel settore del perseguimento della criminalità organizzata e della confisca dei beni negli Stati federali. Da decenni in Germania esiste un evidente problema di attuazione nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco, con un divario sempre più ampio tra la definizione di standard da parte del governo federale e l’attuazione coerente da parte dei Länder.

La lotta contro il riciclaggio di denaro sporco è fallita non solo a causa dell’inadeguatezza del quadro giuridico del governo federale, ma soprattutto a causa delle risorse umane e materiali disponibili per l’attuazione nei bilanci dei Länder. Se la discussione in seno al Bundestag sul disegno di legge nelle prossime settimane (ancora una volta) escluderà la questione senza fare proposte concrete ai Länder o, in questo contesto, offerte finanziarie ai Länder attraverso i loro bilanci, la regolamentazione nel settore della prevenzione e della lotta al riciclaggio di denaro sporco continuerà ad essere condannata ad essere una politica simbolica.

Nel ricordo di Giovanni Falcone


Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne ucciso nella Strage di Capaci insieme a sua moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Circa 500kg di tritolo posizionati sul tratto di Autostrada A29 allo svincolo tra Isola delle Femmine e Capaci furono fatti esplodere al momento del passaggio della macchina del giudice e della sua scorta.  

Il terribile attentato fu diretto ad eliminare uno dei migliori servitori dello Stato, colui che aveva colpito duramente la mafia nel quadro del maxiprocesso di Palermo, e continuava a rappresentare un pericolo per via della sua capacità investigativa all’avanguardia e l’infaticabile determinazione nel contrasto del fenomeno mafioso.

In sede giudiziaria vennero accertate le responsabilità di Cosa Nostra con le condanne dei vertici e degli esecutori materiali dell’organizzazione criminale. Tuttavia, a 28 anni da quella strage rimangono ancora dei punti irrisolti. A portare all’eliminazione di Giovanni Falcone prima e di Paolo Borsellino poi fu difatti una convergenza di interessi di più ampia portata. Il professor Nando dalla Chiesa la chiamò una strage a due tempi, in quanto c’era un filo che collegava la strage di Capaci del 23 maggio 1992 e la strage di via d’Amelio del 19 luglio dello stesso anno.

I giudici erano sicuramente nel mirino di Cosa Nostra da tempo, visto il loro impegno investigativo nel pool antimafia che portò al maxiprocesso istituito nel 1986 e da loro fortemente voluto. In quell’occasione, anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si fu in grado di appurare la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, che Falcone aveva già intuito durante il processo a Rosario Spatola. Falcone stesso, nel libro-intervista Cose di Cosa Nostra realizzato da Marcelle Padovani, affermò che Buscetta era riuscito a dare loro una chiave di lettura fondamentale dell’organizzazione criminale. Il maxiprocesso si concluse in primo grado il 16 dicembre 1987 con un elenco interminabile di condanne: in totale furono 346 – tra cui 19 ergastoli – e 2665 anni di carcere complessivi. L’impianto accusatorio resse anche in secondo grado seppur con qualche alleggerimento.

La storia volle che quando il processo arrivò in Cassazione, Giovanni Falcone si trovasse al ministero di Grazia e di Giustizia nelle vesti di Direttore degli affari Penali, con compito di coordinamento a livello nazionale della lotta al crimine organizzato. Falcone sollecitò l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli affinché venisse introdotto il criterio di rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione per togliere spazio alle contaminazioni. La scelta dei giudici per il Maxiprocesso si fece a sorteggio, per evitare che ad occuparsene fosse come sempre il presidente della prima sezione Corrado Carnevale, anche noto come ‘’l’Ammazza-sentenze’’ e che nella sua carriera aveva disposto l’annullamento di numerose sentenze di mafia provocando la scarcerazione dei criminali mafiosi.

Il processo si concluse dunque il 20 gennaio del 1992 con una sentenza senza precedenti che confermò definitivamente le condanne e addirittura rimosse le attenuazioni sancite in appello.

La vendetta di Cosa Nostra non si sarebbe fatta attendere, ma a preoccupare la mafia e i mondi con cui questa intrecciava relazioni era anche e soprattutto ciò che Falcone prima e Borsellino poi avrebbero ancora potuto fare.

L’eredità di Falcone

Il giudice Falcone, nel suo periodo di permanenza al ministero di Grazia e Giustizia a partire dagli inizi del 1991 promosse la creazione di strutture che oggi risultano fondamentali nel contrasto della criminalità organizzata di stampo mafioso in Italia e che sono invidiate a livello internazionale. Fatto tesoro dell’esperienza del pool antimafia di Palermo ideato da Rocco Chinnici e poi messo in pratica da Antonino Caponnetto con lo scopo di centralizzare le indagini sulla mafia, Falcone ripropose l’idea di un centro di coordinamento delle indagini e scambio di informazioni sul fenomeno mafioso a livello nazionale.

Nacque così la Direzione Nazionale Antimafia (DNA), con il fine di coordinare in modo orizzontale le indagini e semplificare la comunicazione tra le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA). A questi organi venne affiancata la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), composta da forze dell’ordine e vero e proprio polo operativo preposto ad attività di investigazione giudiziaria.

La visione di Falcone andava oltre ai confini nazionali. Era convinto infatti che la lotta alla mafia andasse portata avanti con la cooperazione a livello globale. Fu promotore di una conferenza internazionale con lo scopo di costruire le fondamenta per un approccio di tipo multilaterale nella lotta alla criminalità organizzata. C’era bisogno di una legislazione adeguata al fenomeno che si andava a combattere e che ormai colpiva le istituzioni e società in tutte le parti del mondo. L’idea di Falcone andò poi a concretizzarsi con la conferenza mondiale di Napoli del 1994 e la successiva adozione della Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale nel 2000.   

A livello nazionale, però, le iniziative di Falcone come direttore degli Affari Penali vennero criticate anche all’interno della magistratura stessa, in quanto si temeva un eccessivo accentramento di poteri che in realtà venne smentito alla prova dei fatti. Fu introdotta la figura del Procuratore Nazionale Antimafia e ben presto Giovanni Falcone divenne il candidato ideale. Questa prospettiva infastidì molti, ma soprattutto la mafia e gli ambienti economici e istituzionali con cui essa intesseva rapporti. Ci si sarebbe ritrovati di fronte il magistrato più competente in tema di lotta alla mafia, e questa volta in veste di Superprocuratore in grado di agire non più solo dagli uffici di Palermo, bensì su scala nazionale. Questo spaventò non poco Cosa Nostra, così come li spaventò il fatto che dopo la Strage di Capaci potesse essere Paolo Borsellino, ‘’gemello’’ di Falcone, a ricoprire quella carica. E’ qui che va inquadrata quella convergenza di interessi che portò all’eliminazione dei due giudici nella cosiddetta ‘’strage a due tempi’’.

Durante il periodo al ministero, poi, Falcone aveva concepito una serie di strumenti di contrasto alla mafia che comprendevano oltre alla Superprocura anche una nuova norma sui collaboratori di giustizia, l’istituzione del carcere duro per i boss mafiosi – tra cui le strutture di Pianosa e dell’Asinara – e l’obbligo per banche e istituti finanziari di segnalare le operazioni sospette riguardanti il riciclaggio di denaro sporco.

Spesso si sente parlare del ‘’Metodo Falcone’’, per sottolineare le sue capacità d’indagine. Si ricorda infatti la sua intuizione secondo cui la chiave fosse seguire le tracce lasciate dal denaro (‘’Follow the money’’). Bisognava dunque seguire i flussi finanziari per comprendere le strategie di espansione economica della mafia in Italia e oltre confine, tramite le indagini giudiziarie e le investigazioni preventive. Falcone fu innovativo perché non rimase ancorato ai codici ma comprese la necessità di sviluppare anche un altro tipo di competenze.  

Ma il suo pensiero non si fermò qui. Per comprendere la mafia non è sufficiente seguire il denaro. Il magistrato palermitano fu anche colui che sottolineò che la mafia fosse un fenomeno di potere. La mafia si inserisce in un sistema sociale e fa affidamento su alleanze più o meno consapevoli. Controlla il territorio attraverso l’uso della violenza e compie attività illecite, alimentando questo sistema e rinforzandosi con il denaro che fa circolare nell’economia.

C’era chi sosteneva già negli anni ’80 che la mafia fosse oramai nei circuiti dell’alta finanza in centri internazionali come Londra, Zurigo e Francoforte – e Falcone rispondeva che la testa fosse a Palermo. Perché la mafia si evolve pur rimanendo sé stessa.

Fu Falcone poi a introdurre l’idea del concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato era profondamente convinto che senza la connivenza di tutta una serie di figure professionali e senza l’aiuto dei cosiddetti ‘’piccoli e grandi cantori’’, la mafia non riuscirebbe a realizzare i propri obiettivi. Questo concetto fu espresso anche dal Professor Nando dalla Chiesa, che sostenne già nel 1987 nel libro scritto con Pino Arlacchi La palude e la città che ‘’la forza della mafia sta fuori dalla mafia’’. Si sottolineò dunque la necessità di concentrarsi sugli aiuti esterni alla mafia, perché sono quelli che le permettono di essere vincente.

Per contrastare il fenomeno mafioso bisogna studiarlo attentamente, e Falcone capì che bisognava imparare a pensare e ragionare come loro, entrare nelle loro logiche d’azione e analizzarne i comportamenti.

Le critiche e le difficoltà

Mentre oggi è riconosciuto e ricordato come uno dei più alti simboli della lotta alla mafia, durante la sua vita Giovanni Falcone fu soggetto ad attacchi di ogni genere. C’era una parte della società, della stampa e anche della magistratura che lo criticava duramente. Tra i vari epiteti che gli vennero affibbiati c’era quello di ‘’giudice sceriffo’’; venne poi a seconda dell’occasione accusato di essere amico di questo o quel partito politico; e in seguito al fallito attentato dell’Addaura ai suoi danni si sostenne addirittura che lo avesse organizzato da solo per ottenere visibilità.

A colpirlo indirettamente fu anche la polemica nata dall’articolo di Leonardo Sciascia sui ‘’professionisti dell’Antimafia’’ dell’87, che aveva come obiettivo esplicito Paolo Borsellino e la sua nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala per merito invece che per il classico criterio di anzianità di servizio. Si polemizzava sul fatto che ‘’nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso’’. I denigratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non potevano sperare in occasione migliore e si sentirono ancora più legittimati nei propri attacchi ai giudici.

In quel clima di invidie, calunnie e screditamenti finì per essere colpita anche la carriera professionale di Giovanni Falcone. Quando Antonino Caponnetto si ritirò per motivi di salute, Falcone fu visto con il naturale successore a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, ma a lui il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) preferì Antonino Meli (14 voti per Meli, 10 per Falcone e 5 astenuti), collega più anziano ma senza la benché minima esperienza in processi di mafia. La conseguenza fu il progressivo smantellamento del pool antimafia.

Come ricordano la sua amica e collega Alessandra Camassa e il collega ai tempi del pool antimafia Leonardo Guarnotta nel documentario Uomini Soli del 2012, ogni volta che Falcone si candidò per un posto a cui aspirava – e per cui ovviamente era il miglior candidato possibile – venne sempre bocciato. Gli si poteva riconoscere quello che aveva dimostrato di saper fare nella lotta alla mafia e invece non fu mai promosso. Subito dopo la bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione gli venne preferito Domenico Sica come Alto Commissario per la lotta alla mafia e nel 1990 non ottenne il posto di consigliere al CSM. Falcone decise quindi di andare a Roma al ministero di Giustizia per fare ciò che non sentiva di riuscire più a fare a Palermo.

Le loro idee camminano sulle nostre gambe

Ad una conferenza in occasione del trentennale del maxiprocesso di Palermo, l’ex magistrato Leonardo Guarnotta sostenne che ciò che ci hanno lasciato Falcone e Borsellino è ‘’un patrimonio ricco di insegnamenti, gesti e parole, di comportamenti, di memoria’’. La testimonianza del loro sacrificio e del loro impegno ci infonde coraggio. Le loro vite sono state caratterizzate da importanti vittorie e da brucianti sconfitte ma loro non si sono arresi alle difficoltà e si sono sempre fatti promotori di cambiamento. Sono stati i più alti servitori dello Stato e l’hanno fatto per amore della legalità.

Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia va studiata, compresa e infine contrastata. C’è bisogno di rigore professionale. Non si può affrontare veri professionisti del crimine con i dilettanti. Le persone migliori e più competenti devono ricoprire i posti di responsabilità, altrimenti questa lotta non la si vincerà mai.

I loro insegnamenti riguardano tutti noi. L’eredità che ci hanno lasciato è nostro patrimonio culturale.

“Volevo semplicemente capire cosa fosse la mafia”. Una conversazione con il criminologo ed esperto di diritto penale Prof. Dr. Frank Neubacher M.A.


Le università e gli istituti sono vuoti, la cronaca si occupa quasi esclusivamente di un unico argomento: il COVID-19. Il fatto che attualmente gli incontri personali siano possibili solo in misura limitata non impedisce però a un rinomato professore dell’Università di Colonia di parlare con gli studenti. Non è la prima volta che il Prof. Dr. Frank Neubacher M.A. incontra ostacoli durante la ricerca sulla criminalità organizzata. Il titolare della Cattedra di Criminologia e Diritto Penale e direttore dell’Istituto di Criminologia risponde per iscritto alle domande poste da mafianeindanke e ci regala retroscena importanti, che dimostrano la difficoltà di fare ricerca sulla mafia in Germania.

mafianeindanke: Nel suo saggio “Mafia und Kriminologie in Deutschland” (Mafia e criminologia in Germania) pubblicato nel 2014 Lei scrive: “Non ho mai capito perché la criminologia tedesca – a differenza di altri paesi – ha sempre ostinatamente taciuto sul tema della mafia e come mai rimetta la narrativa di questo fenomeno a reticenti funzionari di polizia e a loquaci giornalisti”. La sua opinione è cambiata?

Prof. Dr. Frank Neubacher: La mia opinione è rimasta sempre la stessa, poiché la situazione non è mutata. Il mio saggio voleva essere una sorta di campanello d’allarme, ma nessuno reagì. Da studioso è importante esercitare un’autocritica alla ricerca stessa se emergono delle zone d’ombra. Senza una presa di posizione da parte del mondo accademico manca senza dubbio una voce importante all’interno della discussione pubblica.

MND: La ricerca di informazioni sulla criminalità organizzata e specialmente sulla mafia in Germania avviene con successo? Le autorità e in particolare il Bundeskriminalamt (Ufficio Federale della Polizia Criminale) sono disponibili quando si tratta di rilasciare informazioni per una ricerca accademica?

F.N: Le pubblicazioni rilasciate dalle autorità sono le solite, tra cui il report annuale sulla criminalità organizzata della BKA. In questo documento, di circa 70 pagine, vengono raccolti i principali dati sui procedimenti presi in esame dall’ufficio di polizia. Le informazioni sui gruppi criminali italiani costituiscono solo una piccola parte di questo documento. Inoltre, vengono riportati solo casi conosciuti, ma proprio quando si parla di mafia è importante conoscere ciò che non si trova alla luce del sole, ciò che agli occhi delle autorità rimane nascosto.
Le informazioni che la polizia elabora per il pubblico- come i report annuali – vengono rilasciati volentieri; tanto che sono liberamente accessibili su internet. Al di là di questo esempio però, l’ufficio di polizia federale è molto restio, specialmente quando si parla di mafia o, come viene definita nel gergo istituzionale, “grave criminalità organizzata”, a rilasciare informazioni più approfondite. In questi casi non scoprono le loro carte. Proprio per questo motivo è difficile giudicare in che modo la polizia sia schierata nella lotta al crimine. Forse questo è uno dei motivi che spiega la loro riservatezza.

MND: Lei ha mai avuto un’esperienza negativa, o meglio, ha mai dovuto interrompere la sua attività di ricerca per la mancata ricezione di informazioni richieste?

F.N: In seguito ad una fuga di notizie, nel 2008, ad un anno dalla Strage di Duisburg, la stampa tedesca pubblicò un articolo nel quale veniva resa nota una relazione segreta, prodotta dall’ufficio di polizia federale. In seguito a ciò, richiesi al Presidente della BKA la possibilità di poter prendere visione di quei documenti per fini accademici. Rinnovai questa richiesta a più riprese, ma invano. Nonostante alcune parti della relazione fossero già di dominio pubblico, l’Ufficio di Polizia Federale persisteva nel mantenere in riserbo l’intero documento. A mio avviso questo comportamento precluse una buona opportunità di collaborazione con la ricerca accademica.

MND: Reputa necessario richiedere sussidi statali per incentivare la ricerca accademica, specialmente per quanto riguarda il tema mafia in Germania?

F.N: Generalmente, i sussidi statali per sostenere la ricerca sono una cosa buona, quando quest’ultima è libera di scegliere come suddividere i fondi e non è vincolata sul tema da approfondire. Un sistema del genere esiste già tramite la “Deutsche Forschungsgemeinschaft” (Comunità dei Ricercatori Tedesca). Quando si parla di mafia penso che il problema non siano i soldi, ma – come si dice tra noi ricercatori – “l’accesso al campo”. Come faccio a trovare un modo che mi porti direttamente a confrontarmi col fenomeno? È possibile un’osservazione partecipante? Direi di no, dato che i problemi pratici ed etici sono visibili a tutti! Inoltre, come riesco a trovare un interlocutore disposto a rilasciare un’intervista, o un soggetto che è stato sottoposto a interrogatorio riguardo, per esempio, la pratica del racket? Come faccio a conoscere i motivi per i quali alcuni partecipano o meno? Quanto sono affidabili queste informazioni? Potrei mettere in pericolo qualcuno?

MND: In quanto criminologo, come mai ha ritenuto importante la questione della mafia in Germania e ha poi deciso di affrontarla?

F.N: La strage avvenuta a Duisburg nel 2007 è stata una cesura, un’interruzione; dopodiché, la domanda che ci si deve porre è perché non ci si occupi di questo tema. Che il mio interesse nascesse già negli anni ’90 è dovuto in primo luogo al fatto che mi sono sempre sentito legato all’Italia e volevo solo capire cosa fosse la mafia. Prima che Internet cambiasse le nostre vite (non in peggio!), portavo con me tutti i libri che riuscivo a raccogliere dall’Italia. Poi capii che il mio lavoro consisteva nel riportare in Germania ciò di cui si discuteva in Italia. Nel 2006, per esempio, ebbi l’occasione di scrivere una recensione del libro “Gomorra” di Roberto Saviano per una rivista scientifica tedesca, quando la versione tradotta in tedesco ancora non esisteva. Il significato e la forza di quest’opera mi furono chiari fin da subito.

MND: Pensa che le persone siano per loro natura più inclini alle influenze mafiose?

F.N: Questa è una domanda difficile alla quale vorrei rispondere brevemente, poiché va ben al di là della mia competenza scientifica.
Fondamentalmente, l’essere umano è capace di gesti tanto nobili quanto spregevoli. Però sì, alcuni sono più vulnerabili di altri perché vogliono percorrere la strada più comoda, meno scoscesa: non mettono in discussione nulla, si accontentano di seguire le “autorità” e di ricevere assistenza da quest’ultime. In fin dei conti, la corruzione inizia dalle piccole cose. Possiamo notarlo nel nostro stesso comportamento, quando accettiamo di venir meno ai nostri principi per un piccolo vantaggio. L’aspetto peggiore è che ci convinciamo che sia la cosa giusta da fare.

MND: Ha mai avuto a che fare con un mafioso?

F.N: Non che io sappia! Nel 2003 ho viaggiato in Sicilia ed è lì che ho avuto modo di incontrare la mafia per la prima volta, specialmente a Palermo. Ricordo come alla radio locale la mattina nei bar si ascoltavano notizie di sparatorie, arresti, indagini. Allo stesso tempo, però, mi era chiaro quanto la situazione fosse migliorata rispetto ai decenni precedenti. Inoltre, il movimento dell’antimafia aveva sicuramente acquisito maggiore visibilità. Vi è poi da aggiungere che in molte situazioni ero solo un turista, talmente rapito dalla bellezza dell’isola e dal fascino dei suoi abitanti che non riuscivo a pensare alla mafia.

MND: Nelle sue lezioni tratta spesso di mafia e criminalità organizzata. Che feedback riceve dagli studenti? Mostrano interesse o lo percepiscono come un problema “estraneo”?

F.N: Gli studenti pongono tante domande a riguardo, sono molto curiosi e questo è un bene, perché la curiosità è l’inizio di ogni scienza. Tuttavia, rispetto ad altre materie in cui discutono con entusiasmo, quando si tratta di mafia si astengono dall’esprimere troppe opinioni personali. La mia impressione è che essi ritengano che la loro “conoscenza” derivi principalmente da film sulla mafia che non rispecchiano la realtà attuale.

MND: L’impegno universitario può far richiamare l’attenzione sulla mafia e il suo modus operandi. Quanto è importante che nelle università si sensibilizzino i ragazzi su questo tema? Partendo dall’esempio dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (CROSS) nato all’Università Statale di Milano dal Prof. Nando dalla Chiesa, ritiene che anche nelle università tedesche sia necessario costituirne uno?

F.N: Credo che le università siano fondamentali su tanti fronti. Sono fermamente convinto che siano di estrema importanza per la formazione e lo sviluppo della personalità degli studenti, come avrete notato, ho consapevolmente evitato di parlare di un mero compito di formazione. All’università si può e si dovrebbe poter discutere di tutto e quindi anche – ma non solo – di mafia. Un osservatorio è un’idea allettante. Perché no? Sarebbe un contesto perfetto per svolgervi il lavoro di sensibilizzazione di cui si è parlato prima. Si potrebbe allestire una biblioteca e far interagire attori diversi, giornalisti, scienziati, forze dell’ordine.

MND: Si è mai sentito o si sente solo nella ricerca in merito alla mafia in Germania?

F.N: Per favore, non mi sopravvalutate. Non sono totalmente solo e mi occupo per lo più secondariamente di criminalità organizzata. Il mio principale campo di attività è la ricerca sul sistema penitenziario. Ma come si dice? – “Nel paese dei ciechi, un guercio è re”.

MND: Quanto il lavoro accademico influenza gli sviluppi politici attuali?

F.N: Il tema mafia non ha alcuna influenza, perché il corrispondente lavoro accademico non esiste. In generale l’influenza della criminologia sulla politica è debole, se non quasi inesistente. È un’illusione credere che la politica faccia quello che la scienza consiglia, presupponendo che la scienza sia anche unanime. Nell’attuale crisi in merito al Corona, la scienza viene ascoltata di più. Questo è incoraggiante e spero che ciò appartenga a quelle cose che rimarranno anche nel periodo post Corona.

MND: In una scala da 1 (“per niente preparato”) a 10 (“del tutto preparato”), quanto preparato giudicherebbe Lei il sistema giuridico tedesco rispetto alla mafia? La Germania è terreno fertile per i mafiosi?

F.N: Non si è mai troppo prudenti – quindi 7. Dai rapporti del Bundeskriminalamt sulla situazione si deduce che sono rari i casi in cui la criminalità organizzata ha influenzato – o provato a influenzare – la polizia, la pubblica amministrazione o la giustizia. Un tema molto importante, non solo con riferimento alla mafia, sono le norme antiriciclaggio. Ma vale anche qui: le leggi non sono tutto, devono soprattutto essere applicate, e a tal fine, sul piano della trasposizione, c’è bisogno di un numero sufficiente di esperti qualificati.

MND: Se avesse a disposizione qualsiasi materiale e non ci fossero impedimenti di nessun tipo, da quale libro, elaborato, commentario, comincerebbe a lavorare?

F.N: In realtà scriverei volentieri un libro sulla mafia. Dovrebbe però essere uno scritto in grado di soddisfare i criteri scientifici e allo stesso tempo essere interessante e ben leggibile per un vasto pubblico. Circa 10 anni fa ci ero quasi riuscito, poi però ho interrotto il mio lavoro. Non mi sentivo a mio agio con un lavoro del genere, perché, pur avendo presente tutta la letteratura, non avevo un mio accesso empirico, come ad esempio attraverso dati specifici, materiali di interviste o atti giuridici. Chissà – forse un giorno.

MND: Quale buon scritto accademico sulla Mafia in Germania consiglierebbe ai nostri lettori? Avrebbe dei consigli di lettura per un primo approccio alla tematica mafia in Germania?

F.N: Questa domanda mi imbarazza, perché avrei qualche libro sull’Italia da nominare mentre per la Germania non me ne viene in mente alcuno. Potrebbe essere un buon tema per una vostra tesi?

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La nostra associazione sta attraversando un momento complicato a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Le classiche attività aggregative e gli eventi in programma sono stati posticipati o cancellati, e ci ritroviamo ora a dover ripensare a nuovi metodi per portare avanti il nostro lavoro. Abbiamo deciso di concentrarci sulle attività che ci permettono di essere incisivi anche da remoto.
Stiamo innanzitutto ristrutturando il nostro sito web. Presto sarà online in forma rinnovata. Inoltre, garantiamo settimanalmente informazione di qualità tramite il nostro ‘’The Weekly Focus’’ e mensilmente tramite la nostra Newsletter. Stiamo preparando un podcast sui temi della criminalità organizzata e abbiamo intenzione di offrire alcuni Webinar di approfondimento a chi ci segue e sostiene.

Mafianeindanke fonda le sue attività principali sul lavoro dei volontari europei. I ragazzi di quest’anno sono giunti al termine del loro servizio di volontariato finanziato dal progetto Erasmus +. Impossibilitati a rientrare a casa in Italia per via delle nuove misure introdotte dai governi nazionali, continueranno la loro attività all’interno dell’associazione pur senza la garanzia di una borsa Erasmus che li sostenga.
Data la difficile situazione vorremmo garantire loro un sostegno ancorché minimo per permettere il proseguimento delle attività dell’associazione. Anche perché, vista la situazione attuale, al momento non abbiamo la certezza di poter accogliere nuovi volontari nel breve periodo.

Dicono di noi

Saviano – La Repubblica: ‘’L’azione di contrasto alle mafie è affidata prevalentemente all’associazionismo, con movimenti come Mafia? Nein danke!, che sopperiscono anche a un’informazione sul crimine organizzato che in Germania è molto carente per via di rigide leggi sulla tutela dei diritti della personalità e di un codice della stampa che spesso si trasforma in censura.’’

Il nostro lavoro

Mafianeindanke è l’unica associazione tedesca che si concentra apertamente sui problemi causati dalla criminalità organizzata sul territorio tedesco e si impegna attivamente per una società libera dal fenomeno criminale. Dal 2007 sensibilizziamo i politici, le imprese e la società civile sulla crescente presenza della mafia e della criminalità organizzata in Germania.
Organizziamo eventi di sensibilizzazione e formazione per istituzioni, esperti del settore e cittadini. Partecipiamo a progetti di ricerca e facciamo parte di reti di cooperazione a livello europeo, come la rete CHANCE (Civil Hub agAinst OrgaNized Crime in Europe).
Partecipiamo a progetti di prevenzione della criminalità e promuoviamo a livello europeo le pratiche virtuose nella lotta alla cultura di stampo mafioso.
Informiamo i cittadini sui fatti più attuali relativi al crimine organizzato e mettiamo in rete attivisti, giornalisti e accademici con forze dell’ordine, giudici, rappresentanti delle istituzioni e politici.
L’associazione nasce a Berlino ma cerchiamo di essere presenti là dove le mafie sono più attive e stiamo creando gruppi locali in tutta la Germania.

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Misure contro il riciclaggio di denaro: le banche svizzere si girano dall’altra parte


Come le loro controparti in Unione Europea, anche le banche svizzere sono molto spesso coinvolte in eventi di riciclaggio di denaro sporco. Ecco qualche esempio recente. Nel febbraio 2019 un tribunale parigino ha condannato la maggiore banca svizzera, la UBS, a pagare una multa record di 3,7 miliardi di euro nonché 800 milioni di risarcimento per riciclaggio di denaro e frode fiscale a favore di clienti francesi. Tuttavia, questi avvenimenti hanno nella maggior parte dei casi un contesto internazionale, che non si limita quindi alla sola Svizzera, e sono in relazione diretta con la corruzione. Nello scandalo del fondo statale della Malaysia 1MDB erano coinvolte tra l’altro la UBS, la banca privata BSI, la Falcon Private Bank e la banca privata Coutts. Da questo fondo sono stati dirottati 7,5 miliardi di dollari. Inoltre, le banche svizzere erano coinvolte nei casi di corruzione della multinazionale energetica Petrobras e del consorzio edilizio Odebrecht, ambedue aziende brasiliane. Anche qui si parla di fondi corrotti, ossia dirottati, che ammontano a miliardi. La Credit Suisse, la seconda banca più grande della Svizzera, ha fatto scalpore perché coinvolta nel caso di corruzione attorno alla FIFA.

Cosa rende il mercato finanziario svizzero così vulnerabile al riciclaggio di denaro?

Il motivo di questa vulnerabilità si trova nello specifico modello di affari delle banche svizzere, le quali si affermano nel mondo della concorrenza internazionale come crocevia dell’amministrazione dei patrimoni privati. Ci sono vari motivi per cui i clienti in tutto il mondo scelgono la Svizzera come paese d’investimento. Sicuramente influisce il segreto bancario svizzero, anche se esso è diventato più permeabile. La Svizzera, infatti, ha dovuto accettare lo scambio di informazioni fiscali secondo gli standard della OCSE.

Il private banking per i clienti benestanti e il wealth management, che riguarda la gestione di patrimoni privati, sono sempre un asset importante del mercato finanziario della Svizzera. Si parla nello specifico della complessiva tutela finanziaria di persone private e dei loro patrimoni. In Svizzera, banche ed amministratori dei beni gestiscono in totale 3,7 biliardi di franchi svizzeri. Il 62 % di loro non sono domiciliati all’estero. Il mercato finanziario svizzero occupa tra 1/4 e 1/3 del mercato globale. L’ amministrazione dei patrimoni è dunque uno dei servizi di esportazione più importanti della Svizzera. I patrimoni privati che vengono gestiti oltre confine sono aumentati di 300 miliardi di franchi svizzeri dal 2013 al 2018.

L’amministrazione dei beni privati ha una vasta infrastruttura di personale. Fanno parte di questo network non solo le banche svizzere ma anche fiduciari ed avvocati. Viene da sé osservare che questi servizi finanziari attraggano anche i criminali. I fondi che vengono generati illegalmente vengono fatti girare più volte tra prestanomi e società offshore. Nella fase finale del riciclaggio, cioè la fase degli investimenti, questi fondi vengono poi immessi verso prodotti finanziari e nell’economia reale.

In questo modo il wealth management è una porta d’accesso per la criminalità finanziaria e per l’economia sommersa.

Il modello di affari dell’amministrazione dei beni privati è cambiato nel secondo decennio di questo secolo.

Una delle attività principali della maggior parte delle banche svizzere era stata fino ad ora la tutela di clienti stranieri.. I principali beneficiari erano i clienti statunitensi ed europei, soprattutto tedeschi, che si servivano di succursali e società affiliate come tramite. I patrimoni di questi clienti spesso consistevano in fondi neri. In Germania, tra l’altro, il ministro delle finanze del Nordreno-Vestfalia, comprò i cosiddetti Steuersünder Cd’s, dei CD che contenevano i dati rubati riguardanti i clienti delle banche che operavano evasione fiscale. Ottenuti questi dati, vennero avviati molti procedimenti di frode fiscale contro clienti in Germania e contro le banche svizzere. Quindi, i clienti con fondi illeciti nei conti bancari in Svizzera ritennero opportuno auto-denunciarsi per ottenere un’attenuazione delle pene.

In aggiunta, la Svizzera perse in una controversia fiscale con gli Stati Uniti scoppiata nel 2008. Ne conseguì che, all’inizio del 2009, l’autorità fiscale statunitense IRS annunciò un programma di condono. Gli evasori fiscali americani, per legalizzare i loro fondi ed evitare di essere perseguiti penalmente, dovettero nominare banche e consulenti che li avevano aiutati ad incanalare il loro denaro verso le autorità fiscali. I dipendenti delle banche svizzere negli Stati Uniti vennero arrestati e condannati al carcere. Il “modello d’affari” delle banche svizzere fallì. Di conseguenza, gli affari con clienti americani ed europei oltre i confini dovettero essere limitati drasticamente. Davanti agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la Svizzera si atteggiò a peccatore pentito che avrebbe seguito in futuro una “strategia di soldi puliti” (“Weißgeldstrategie”) per riottenere la riputazione persa. La Svizzera dunque avrebbe accettato solo investimenti di cui le origini legali fossero state controllate dalle banche e considerando la legge fiscale nazionale alla quale i clienti devono attenersi per assicurare l’assenza di pericolo.

Una strategia di soldi puliti è un’altra cosa

In realtà, le banche svizzere non abbandonarono interamente il vecchio modello di affari, bensì lo modificarono. Rafforzarono invece le loro attenzioni ai super ricchi nei mercati emergenti, che sono di solito controllati da autorità dei mercati finanziari, enti fiscali ed autorità inquirenti più lassiste. Nei mercati dell’Asia e del Sudamerica, molti fondi di clienti dubbi sono stati ricevuti da gestori finanziari delle banche svizzere in loco. In questo modo, i soldi ricevuti dalle banche svizzere e quindi riciclati non dovevano più essere trasferiti sui conti bancari e depositi svizzeri, ma potevano essere immessi in paesi terzi.

Gli “High Performer” tra i consulenti incassavano dei bonus enormi in questo nuovo settore di affari immensamente proficuo. Inoltre, all’avvio delle relazioni d’affari, sui nuovi clienti e sui loro valori patrimoniali non veniva effettuato quasi alcun controllo da parte dei consigli di amministrazione delle banche svizzere e dei loro ‘’compliance officers’’ dei servizi interni antiriciclaggio. Mentre i requisiti interni rispetto all’assistenza verso i clienti dovevano eseguiti dagli impiegati bancari sempre più attentamente, ed il numero dei sospetti segnalati dalle banche svizzere – com’è successo pure presso le banche UE – è aumentato notevolmente, le punte di diamante nel ramo della consulenza avevano invece campo libero per reclutare nuovi clienti. Infatti, vi erano ben pochi casi sospetti segnalati alle istituzioni statali per questo tipo di clientela. In seguito, l’autorità fiscale svizzera FINMA ha definito requisiti più severi nei confronti della “know your customer policy” – soprattutto nel caso della banca privata Julius Bär.

Usare due pesi e due misure non è però soltanto un fenomeno svizzero. Simili deficit si sono notati anche presso delle banche dell’UE. Quale banca orientata al profitto segnala a cuor leggero alle autorità fiscali i suoi clienti migliori che generano ricavi elevati? Anche se con questo modo di agire si corre il rischio che una volta fatta chiarezza la banca si trovi di fronte enormi problemi di reputazione e debba aspettarsi dei rischi operativi nel bilancio. In questa prospettiva il divorzio dal “buon cliente” sarà più l’eccezione che la regola.

Un ampio “Whistleblowing System” deve fiancheggiare la segnalazione dei sospetti

Secondo l’opinione di mafianeindanke, una strategia efficace contro il riciclaggio di denaro deve partire dal ripensamento dell’attuale approccio che è diventato standard in Europa e a livello globale.

Naturalmente è sensato che le autorità di vigilanza continuino ad esigere il rigoroso rispetto dell’obbligo di segnalazione dei sospetti e degli obblighi di assistenza alla clientela da parte delle banche e di altri soggetti obbligati. Tuttavia, i meccanismi di esaminazione delle autorità fiscali – anche se il numero delle prove in loco aumentasse notevolmente – non rilevano pienamente i casi gravi di riciclaggio di denaro. Le banche possono correre il rischio di non rispettare la legge sul riciclaggio di denaro perché nella maggior parte dei casi sfuggono ai controlli delle autorità di vigilanza e investigazione.

Una maggiore quantità di controlli potrebbe essere ottenuta affiancando all’esistente meccanismo della segnalazione di sospetti un funzionante sistema di Whistleblower, ovvero di informatori. I Whistleblower sono persone che rivelano o denunciano violazioni della legge o altri comportamenti scorretti. Ci sono delle aree sociali ed economiche in cui gli informatori sono indispensabili. Per esempio, nell’ambito del riciclaggio di denaro e della corruzione. La creazione di “sistemi di whistleblower” fa parte degli obblighi delle autorità di vigilanza nella legge tedesca sul riciclaggio di denaro. In pratica, però, questi obblighi hanno solamente un carattere simbolico se formulati in termini generici.  Finora questi sistemi non sono operativi. Non proteggono efficacemente l’informatore quando lui si rivolge all’esterno. Non c’è quindi da stupirsi che molti dipendenti di banche e di altre aziende che vogliono denunciare irregolarità preferiscano rimanere anonimi o addirittura tenere per sé le loro conoscenze.

In Svizzera la situazione è ancora più insoddisfacente. Finora il Consiglio federale (Bundesrat) ha respinto qualsiasi iniziativa di regolamentazione giuridica in questo settore.  Gli informatori quindi rischiano di essere licenziati, ed essere soggetti non solo ad una condanna sociale ma anche ad un’azione penale nei loro confronti.

Nell’ottobre 2019 l’Unione Europea ha emesso una direttiva per proteggere le persone che nel loro ambito professionale segnalano le violazioni delle vigenti leggi europee. La legislazione tedesca deve implementare questa direttiva entro due anni. La società civile dovrebbe interessarsi alla questione fin da subito.

Mafianeindanke lo farà senz’altro.

Il Parlamento svizzero impedisce l’adeguamento della legge sul riciclaggio di denaro agli standard internazionali


Il 2 marzo di quest’anno il Consiglio nazionale svizzero ha impedito che venissero introdotte nuove norme contro il riciclaggio di denaro, proposte dal Governo svizzero (Consiglio Federale) già il 1° giugno 2018. Finora i media internazionali non hanno prestato molta attenzione a questo voto.

Le modifiche sulla legge antiriciclaggio dovrebbero, tra l’altro, includere un’estensione degli obblighi di dovuta diligenza per avvocati, notai e altre professioni di consulenza come fiduciari o consulenti fiscali. Attualmente, solo le banche e i fornitori di servizi finanziari sono destinatari della legge antiriciclaggio. Questo include già eccezionalmente gli avvocati, nella misura in cui forniscano servizi finanziari in singoli casi.

In futuro la legge dovrebbe valere anche per le attività di mera consulenza, come quelle offerte alle società all’estero, alle società di comodo esistenti in Svizzera, ai trust o ai servizi come la costituzione, la gestione o l’amministrazione di questi veicoli. Un tale ampliamento della cerchia delle persone obbligate nel regime antiriciclaggio è in linea con lo standard attuale del Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale contro il riciclaggio di denaro (GAFI) istituito dai Paesi del G7, di cui la Svizzera fa parte. La petizione del GAFI è già stata attuata negli Stati Europei con la quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro del 5 giugno 2015. Gli scandali scoperti dalle reti di ricerca internazionali, che dimostrano l’uso di società di comodo offshore a scopo di riciclaggio di denaro sporco, compresa l’evasione fiscale (“Panama Papers”), avevano portato a questa estensione degli standard. In qualità di membro del GAFI, la Svizzera si è impegnata ad attuare questo standard nel diritto nazionale.

La decisione è stata presa in seno al Consiglio nazionale con 107 voti favorevoli e 89 contrari. Ad eccezione di un numeroso gruppo di dissidenti, a votare contro una legge più severa sul riciclaggio di denaro sono state le fazioni di destra dell’SVP (Partito Popolare Svizzero), del PLR liberale e del CVP (Partito Popolare Cristiano Democratico). I sostenitori di un’alleanza tra il SP (Partito socialdemocratico), i Verdi e i Verdi liberali non hanno potuto prevalere.

Nella fase successiva, il Consiglio degli Stati dei Cantoni (la cosiddetta Piccola Camera del Parlamento) deciderà sul progetto di legge. Se quest’ultimo non vorrá riaprire il dibattito, cosa che è attualmente prevedibile, il disegno di legge è del tutto affondato.

Nel corso del dibattito, i socialdemocratici svizzeri e i verdi hanno sottolineato che le rivelazioni sui Panama Papers dimostrano chiaramente quanto sia necessario agire in Svizzera per colmare questa lacuna giuridica. I documenti valutati hanno rivelato che gli avvocati svizzeri e altri consulenti sono stati coinvolti su larga scala nella creazione di società di domicilio problematiche (società di comodo) a Panama. E infatti si sono potute identificare migliaia di società di domicilio, acquistate e create da avvocati svizzeri, e banche private grazie alla mediazione dello studio legale Mossack Fonseca di Panama. È stata spesso individuata una combinazione di società prestanome nidificate in paesi offshore, gestite da amministratori fittizi che ricevono istruzioni da avvocati e fiduciari in Svizzera (e in altre piazze finanziarie). Gli avvocati e i fiduciari svizzeri sono quindi la cerniera logistica tra i paesi offshore e la Svizzera, il paese d’investimento.

Le “Luanda Leaks”, anch’esse scoperte nel gennaio 2020 da un consorzio internazionale di giornalisti investigativi, mostrano una rete che ha funzionato in modo simile. Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente angolano, aveva costruito una rete di 400 aziende in 41 paesi per appropriarsi sistematicamente di fondi pubblici del valore di miliardi. Banche internazionali, avvocati e altre società di consulenza hanno fornito supporto e chiudendo gli occhi di fronte a questa dinamica. Isabel dos Santos e l’intero clan familiare hanno potuto arricchirsi senza scrupoli per anni a spese dello Stato e della popolazione. Gli intermediari svizzeri hanno contribuito a far sì che una parte di questo denaro finisse in Svizzera.

Le argomentazioni degli oppositori dell’iniziativa legislativa rappresentano un rilancio del dibattito nell’Unione Europea

L’influenza degli avvocati e dei consulenti nel Parlamento svizzero è particolarmente forte.

In questo caso la Svizzera non si differenzia in modo significativo dal sistema parlamentare tedesco. Il blocco degli oppositori dell’iniziativa, sotto la guida della lobby degli avvocati, ha sottolineato il notevole lavoro aggiuntivo necessario per chiarire il tipo di cliente e gli eventuali beneficiari effettivi, e ha messo in guardia soprattutto dall’ “erosione del privilegio avvocato-cliente” e dalla funzione dell’avvocato nell’amministrazione della giustizia. La maggioranza parlamentare si è così avvalsa dell’argomentazione, già mortale in Europa e soprattutto nella discussione tedesca sugli obblighi dell’avvocato in materia di riciclaggio, secondo cui la legge in discussione alimenterebbe un clima di sfiducia tra avvocato e cliente. Alla fine, secondo loro, porterebbe a uno “stato totalitario”. I membri del gruppo parlamentare dell’UDC a Zugo non si sono risparmiati di sostenere il loro rifiuto facendo ricorso a parallelismi storici. Hanno citato dal libro dello storico berlinese Jörg Baberowski “Terra bruciata – Il regno della violenza di Stalin”: “Sotto Stalin, i membri del Comitato centrale hanno cominciato a bollare gli altri membri del partito come traditori contro il loro buon senso, in modo da non essere sospettati loro stessi’’.

La portavoce dell’UDC, Barbara Steinemann, in seno al Consiglio federale, è stata chiara sull’obiettivo finale del “no”: la Svizzera deve mantenere a tutti i costi la competitività della sua piazza finanziaria. È proprio questo che temono. Senza la rete di avvocati e fiduciari legati alle banche svizzere, lo specifico sistema bancario svizzero con le sue linee di prodotti leader a livello mondiale nel private banking e nella gestione patrimoniale sarebbe meno attraente per la clientela. Anche per i criminali nelle file dei mandatari e dei clienti.

L’atteggiamento del governo svizzero

Il punto più caratteristico del dibattito è che il ministro delle Finanze Ueli Maurer, che era responsabile dell’iniziativa legislativa, non si è discostato del tutto dalla posizione dei contrari. È un membro di spicco dell’SVP e si allontana dalla posizione dei suoi compagni di partito solamente su questioni tattiche. Fin dall’inizio ha sottolineato che la mancata attuazione degli standard del GAFI avrebbe causato a livello mondiale un problema di reputazione per l’intera piazza finanziaria svizzera. La Svizzera entrerebbe senza alcuna necessità in un confronto aperto con gli organismi internazionali. Il GAFI verifica regolarmente se le leggi dei suoi Stati membri sono conformi alle sue raccomandazioni. La prossima revisione della Svizzera è prevista per il 2021. Le argomentazioni di Maurer sono state attivamente sostenute dalla lobby svizzera delle banche e delle assicurazioni, che si è espressa anch’essa a favore dell’adozione dell’iniziativa legislativa.

Invano, il ministro delle Finanze ha affermato che “la zuppa non viene mangiata così calda come viene cucinata”. Dopotutto, il fattore decisivo è l’effettiva attuazione di una norma giuridica e non il modo in cui essa viene collocata nella vetrina di una legge federale o di una gazzetta ufficiale. Egli ha sottolineato che il privilegio avvocato-cliente sarà preservato anche con la revisione della legge, aggiungendo che gli avvocati sono obbligati a fare rapporto solo se questo non vìola il segreto professionale. E questo offre in Svizzera una solida fortezza che impedisce l’insorgere di obblighi di notifica.

La Germania si distingue positivamente dalla prassi giuridica svizzera?

La Germania in questo dibattito non può certo permettersi di puntare il dito contro la Svizzera peccatrice. Sebbene alla fine del 2019 il governo federale abbia provveduto (nell’ambito dell’attuazione della quinta direttiva sul riciclaggio di denaro) a garantire per legge che gli avvocati e altri liberi professionisti, come i notai, adempiano all’obbligo di segnalare i sospetti, finora queste le reazioni annuali di sospetto delle professioni libere non superano la singola cifra.

Inoltre, l’annuncio del governo federale non ha portato a risultati significativi nella riduzione del riciclaggio di denaro e nel controllo dell’attuazione di questa legge. Come in Svizzera, i liberi professionisti non sono ancora obbligati a notificare quando i fatti si riferiscono a informazioni ricevute nel corso di una consulenza legale o di una rappresentanza legale. Ciò dovrebbe valere solo se la parte obbligata sa che la parte contraente ha fatto ricorso alla consulenza legale o alla rappresentanza legale a scopo di riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo o altro reato. La lobby tedesca degli avvocati può convivere senza problemi con questa disposizione, in quanto offre sufficiente flessibilità sul lato soggettivo della prova certa.

Covid-19 e Mafia: come due virus si rafforzano a vicenda


Le frontiere chiuse e le strade vuote rendono più difficile il contrabbando di merci e il traffico di droga – ma davvero il virus ha indebolito il crimine organizzato? Secondo un articolo del Tagesschau, l’Associazione degli Investigatori Tedeschi ipotizza che controlli più intensivi dati dal COVID-19 avranno un effetto positivo sulla lotta alla criminalità organizzata, d’altro canto la Commissione Antimafia del Parlamento Italiano non ne è così certa. La Commissione, organo permanente del Parlamento, attraverso il suo portavoce ha recentemente dichiarato all’ONG “Global Initiative Against Transnational Organized Crime” (GI-TOC) che: “La mafia è come il Coronavirus – ti prenderà ovunque tu sia”. Che cosa ci aspetta dunque?

L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ha pochi precedenti nella storia e rischia di essere un’opportunità di conquista per il crimine organizzato in tutto il mondo. Dall’Italia arrivano i primi segnali da parte della Polizia di Stato che mette in guardia le forze locali nei confronti di possibili infiltrazioni delle mafie all’interno del tessuto economico di un paese indebolito e fragile: “L’impatto dell’attuale crisi sanitaria potrebbe esporre maggiormente imprenditori e commercianti delle varie categorie ai tentativi di reclutamento economico e di finanziamento illecito” così dichiara il Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina in un’intervista a La Repubblica. La disponibilità delle cosche di denaro liquido da una parte e la sempre maggiore difficoltà degli imprenditori e dei commercianti dall’altra porteranno a numerosi casi di usura e di acquisizione di aziende in crisi, in modo diretto o indiretto. Per non parlare poi del rischio concreto di corruzione nei confronti dei funzionari pubblici che saranno chiamati ad amministrare ingenti quantità di denaro derivanti da finanziamenti statali ed europei. In Italia è cosa nota: occorre prestare particolare attenzione agli appalti pubblici, presi d’assalto dalle mire delle mafie.

Tuttavia, non si può negare che una crisi di questa portata colpisca i mafiosi tanto quanto noi. Come sottolinea il professor Federico Varese: “Non dobbiamo pensare ai mafiosi come a dei supereroi, vivono nel nostro stesso mondo, e se la nostra vita è in pericolo, lo è anche la loro”. La criminalità organizzata, tuttavia, ha già dimostrato una resilienza invidiabile in passato, ad esempio durante la crisi finanziaria del 2008. “Accettano di perdere un po’ dei loro affari e aspettano tempi migliori”, ha così dichiarato il generale Giuseppe Governale, capo della Direzione Investigativa Antimafia all’Agenzia di Stampa Tedesca (DPA) a fine marzo. Un vecchio proverbio siciliano descrive perfettamente la situazione attuale: “Calati junco, ca passa la china” (Piegati giunco finché non è passata la piena).

L’esperto di mafia e autore di fama internazionale Roberto Saviano ha fatto un ulteriore passo e ha sottolineato che le organizzazioni criminali possono sfruttare qualsiasi forma di crisi per il proprio profitto. In un articolo su La Repubblica, Saviano descrive il motivo per cui la pandemia potrebbe giovare alla mafia: “Se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile”. Secondo Francesco Messina, le infrastrutture sanitarie, il settore agroalimentare e le piccole e medie imprese del turismo e della ristorazione sono particolarmente a rischio di infiltrazione.

Le autorità italiane hanno osservato il commercio illegale di maschere protettive che vengono esportate in Turchia, Russia, Kazakistan o India per poi essere reimportante in Italia – con l’aumento dei prezzi dei dispositivi di protezione, questo tipo di business sta diventando estremamente redditizio. A Roma e a Milano la Polizia ha sequestrato alcune mascherine contraffatte. La mancanza di beni sta aprendo nuovi mercati e campi d’azione soprattutto laddove la criminalità organizzata si è infiltrata nel sistema sanitario nazionale, come già avviene sia nel Nord che nel Sud Italia, Lombardia compresa.

La crisi attuale offre ampie possibilità di attività fraudolente, e non solo in Italia: L’Interpol segnala duemila siti web in tutto il mondo dove vengono venduti prodotti dubbi, come ad esempio un miracoloso “Spray contro il Corona”. Nel frattempo, Europol mette in guardia contro l’aumento del Cyber-crime a livello mondiale: circolano infatti e-mail non sicure in cui i criminali si spacciano per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per diffondere virus e per accedere ai dati personali. La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) riferisce inoltre che in Svizzera l’emergenza viene sfruttata da falsi medici, usurai e criminali informatici, cosicché le autorità inquirenti hanno intensificato i loro sforzi. Nelle favelas di Rio, invece, la criminalità organizzata si presenta come uno Stato migliore che garantisce sicurezza e ordine durante la crisi, acquisendo così una nuova legittimità sociale. I modi e i mezzi per trarre profitto dalla situazione sembrano infiniti. Anche Nicola Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro, ha espresso alla DPA la sua preoccupazione per le interruzioni dei procedimenti contro la mafia; le udienze non si stanno svolgendo.

Ma al di là della crisi sanitaria, l’attività quotidiana della mafia è ancora in corso: nei porti del Sud Italia si è registrato un aumento del traffico di merci. La circolazione delle stesse è ancora possibile e i controlli alle frontiere stanno diventando meno severi. Sul quotidiano tedesco “Neues Deutschland”, Wolf H. Wagner scrive che attualmente entrano nel Paese più droghe del solito attraverso le rotte sudamericane e africane. Né il consumo di droghe diminuisce solo perché siamo rinchiusi nelle nostre quattro mura: la noia e la solitudine possono aumentare il desiderio di consumare sostanze illegali, anche per contrastare malattie mentali come la depressione. Il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho ha confermato al quotidiano La Repubblica: “Chiuse le piazze di spaccio, la droga viene consegnata a domicilio”.

Ciò che queste analisi mostrano, è che l’attività della criminalità organizzata non si ferma e, come il virus, può diffondersi facilmente; così facendo può ottenere il controllo di interi pezzi dell’economia e della politica. Anche se l’ordine sociale cambia e l’eccezione diventa la nuova norma, la criminalità si adatta per massimizzare i propri profitti.

© mafianeindanke, 2 Aprile 2020

Il ricordo delle vittime innocenti delle mafie non si ferma: il 21 marzo sui social


Ogni 21 marzo in Italia si svolge la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Quest’anno, purtroppo, l’emergenza sanitaria venutasi a creare a causa del Coronavirus (Covid-19) ha fatto sì che la commemorazione ufficiale venisse posticipata ad ottobre. Nonostante ciò, il ricordo delle vittime delle mafie non si è fermato, e la campagna per il 21 marzo lanciata da Libera sui social media ha riscosso una grandissima partecipazione da parte di singoli e associazioni attive su tutto il territorio. Noi di mafianeindanke abbiamo aderito e ognuno di noi ha voluto ricordare una vittima di mafia con una foto e dedicandogli un fiore.

Non ci siamo fermati qui. Abbiamo voluto approfondire e ricostruire le storie delle vittime che abbiamo scelto, in modo tale da mantenerne vivo il ricordo. Qui di seguito potete trovare le storie di Annalise Borth, Ciro Rossetti, Silvia Ruotolo e Luigi Fanelli.

Prima, però, vogliamo raccontarvi la storia di come è nata un’iniziativa importante come quella del 21 marzo.

Era il 23 maggio 1993 e si teneva la prima commemorazione in ricordo delle vittime della strage di Capaci. Una donna, Carmela, si avvicinò in lacrime a Don Ciotti e gli disse ‘’Sono la mamma di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai? È morto come gli altri’’. Fino a quel momento Antonio e i suoi colleghi Vito Schifani e Rocco Dicillo venivano frettolosamente liquidati come ‘’i ragazzi della scorta’’.  L’iniziativa ha origine dal dolore di una madre che difende il diritto di suo figlio ad essere ricordato con il suo nome.

 La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce con l’idea di dare a tutte le vittime innocenti lo stesso diritto ad essere ricordate.

Le Storie

Annalise Borth

Ferentino, 26 settembre 1970

Annalise Borth era una ragazza tedesca di 18 anni, sposata con Gianni Aricò e incinta di un bambino. Originaria di Amburgo, aveva avuto un’adolescenza travagliata e ancora giovanissima era fuggita in Italia. ‘’Muki’’, come veniva soprannominata, faceva parte degli ‘’anarchici della Baracca’’, attivisti politici di fede anarchica attivi nell’area di Reggio Calabria, che prendevano il nome da un casolare abbandonato diventato loro base operativa. Erano gli anni della Strage di Piazza Fontana a Milano e della rivolta di Reggio, la protesta contro lo spostamento del capoluogo di regione a Catanzaro.

La sera del 26 settembre 1970, Annalise e Gianni Aricò si trovavano a bordo di una Mini Morris insieme ad altri tre compagni: Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Angelo Calise, tutti di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Si stavano recando a Roma, dove era prevista una manifestazione per contestare l’arrivo del presidente americano Nixon. I giovani erano diretti nella capitale per consegnare un dossier con delle informazioni scottanti all’avvocato Edoardo Di Giovanni. Avevano raccolto dei documenti che provavano la convergenza di interessi tra ‘ndrangheta e gruppi neofascisti, in particolare riguardo alla rivolta di Reggio e alla strage sul treno Freccia del Sud avvenuta a Gioia Tauro.

All’altezza di Ferentino la loro automobile si scontrò con un autotreno dedito al trasporto di conserve di pomodoro, In un’incidente dalla dubbia dinamica. I ragazzi morirono tutti. Annalise fu l’ultima ad andarsene, dopo 21 giorni di lotta per la vita in ospedale.

I documenti che portavano a bordo dell’auto sparirono. I conducenti del tir, rimasti illesi, erano dipendenti di un’azienda riconducibile al ‘’principe nero’’ Junio Valerio Borghese.

Solamente più di 20 anni dopo, nel 1993, si ottenne maggiore chiarezza sugli avvenimenti della rivolta di Reggio e sull’attentato dinamitardo che fece deragliare il treno Freccia del Sud provocando 6 vittime e 54 feriti. Le dichiarazioni di alcuni pentiti rivelarono che fu la ‘ndrangheta a procurare l’esplosivo utilizzato dai gruppi neofascisti per far deragliare il treno. Uno dei collaboratori di giustizia confessò anche la collusione tra criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra in occasione della rivolta di Reggio.

Gli anarchici della Baracca, invece, non ottennero mai giustizia.

Ciro Rossetti

Napoli, 11 ottobre 1980

Ciro era un giovane operaio di 31 anni. Quell’11 ottobre del 1980 si trovava con sua moglie e i suoi due figli a casa di sua madre, per vedere la partita di qualificazione ai mondiali Italia – Lussemburgo.

D’un tratto cominciò a sentire degli spari. Ciro pensò che fossero dei fuochi d’artificio per festeggiare la partita e si precipitò alla finestra.

Invece non c’era niente da celebrare; era in atto una delle tante guerre tra clan camorristici per il controllo del contrabbando di sigarette. Sulla strada sfrecciava un’auto dalla quale un uomo sparò quattro colpi. Uno di quei proiettili vaganti uccise Ciro.

Ciro che nulla aveva a che fare con la malavita.

Ciro che da quella finestra avrebbe voluto solo gioire per la sua nazionale.

Silvia Ruotolo

Napoli, 11 giugno 1997

Silvia Ruotolo amava la sua città, Napoli, amava il suo quartiere, il Vomero, amava la sua famiglia. Era una donna gioiosa, dal sorriso inconfondibile, sempre pronta ad aiutare il prossimo.

Dopo aver terminato gli studi magistrali incontrò Lorenzo Clemente, col quale decise di sposarsi. Era il 1987 quando restò incinta della sua prima figlia, Alessandra. Silvia diventò mamma, una mamma premurosa. Cinque anni dopo aveva di nuovo il pancione: c’era bisogno di una casa più grande, mentre il suo cuore lo era già, pronto ad accogliere il piccolo Francesco.

Si trasferì in una casa più spaziosa, al 9° piano di Salita Arenella 13/A, da cui poteva ammirare ancor meglio la sua città. Era una mamma presente e gioiosa, che seguiva molto i suoi bambini.

A 39 anni, l’11 giugno del 1997, Silvia teneva Francesco per mano. Era andata a prenderlo all’asilo, per poi percorrere Salita Arenella verso casa. Francesco aveva 5 anni. Ad attenderli sul balcone c’era Alessandra, che di anni ne aveva 10.

Improvvisamente due uomini scesero dalla loro auto e iniziarono a sparare all’impazzata. Silvia venne colpita a morte alla testa da uno dei 40 proiettili. L’obiettivo però non era lei, bensì due affiliati del Clan Cimmino, Salvatore R., ucciso anche lui, e Luigi F., ferito insieme ad uno studente universitario, Riccardo Valle.

L’ultimo tassello della vicenda giudiziaria arrivò solo nel 2011: la Corte d’ Assise d’ Appello confermò la condanna al carcere a vita a Mario C., l’ultimo degli imputati per il quale il procedimento era ancora aperto mentre divennero definitive le altre quattro condanne, compreso l’ergastolo al boss del Vomero Giovanni A., il mandante della spedizione di morte sfociata nel tragico omicidio.

Luigi Fanelli  

Bari, 26 settembre 1997

Luigi Fanelli era un ragazzo onesto e solare che aspirava alla carriera militare, infatti era recluta della Caserma Briscese di Bari. Aveva solo 19 anni quando in un giorno di permesso uscì di casa alle 21 avvertendo i suoi genitori che sarebbe rientrato tardi. Raggiunse i suoi amici in piazza e in seguito si recò insieme al suo amico Luca al ‘Ridemus’, un’enoteca di Bari. Lì incontrò Fausta B., con cui aveva avuto una relazione. I due litigarono e l’ex fidanzata si allontanò dal locale. Luigi rimase al Ridemus, dove si intrattenne con alcuni ragazzi, fra cui Paolo M. e Francesco S., ex fidanzato di Fausta.

Francesco e i suoi amici sostennero di averlo visto andare via a bordo di uno scooter Zip nero, insieme ad una persona a loro sconosciuta. Da quel momento nessuno ebbe più notizie di Luigi Fanelli.

Luigi non si allontanò dal ‘Ridemus’ di sua spontanea volontà.  La Procura di Bari ipotizzò che Fausta fosse adirata in seguito al litigio con Luigi. Telefonò dunque a due ragazzi, presumibilmente appartenenti al clan Di Cosola, chiedendo loro di impartire una lezione al giovane. I due si recarono al ‘Ridemus’ e convinsero Luigi ad allontanarsi con loro. Il suo corpo non venne più ritrovato.

Nell’ottobre del 2015, Paolo M., decise di collaborare con la giustizia. Il nipote del boss Antonio Di C. ammise di aver ucciso Luigi Fanelli con un colpo di pistola. Masciopinto non pagherà per questo delitto, perché per questo caso era stato già processato e assolto in via definitiva.

© mafianeindanke, pubblicato in data 29 marzo 2020

Il 21 marzo si dà un volto alle vittime di mafia


Uno dei termini più stupidi – se ci è concesso – nella discussione sulla mafia è “crimine senza vittime”. Si dice sempre che la criminalità organizzata spesso rientra in questa categoria, poiché il riciclaggio di denaro sporco, ad esempio, non produce vittime. Questo punto di vista viene meno se, ad esempio, gli affitti aumentano a causa delle massicce attività di riciclaggio di denaro sporco nel settore immobiliare, in quanto ciò produce sicuramente delle vittime! Ed è anche di fatto scorretto. Dal 1996 l’organizzazione antimafia italiana Libera, con la quale collaboriamo spesso, organizza ogni 21 marzo una giornata di commemorazione delle vittime innocenti delle mafie.

I parenti delle vittime di mafia si incontrano lì. Molti di loro raccontano le storie dei loro parenti o tengono in mano delle immagini. È spesso sconvolgente il motivo per cui i clan in Italia uccidono persone innocenti. Ricordiamo, ad esempio, un incontro con i parenti di un piccolo concessionario di macchine che è stato assassinato perché non aveva un certo olio per macchine in magazzino. Molte vittime sono persone uccise perché scambiate per altre o colpite di rimbalzo durante le sparatorie.

Nel frattempo, l’iniziativa del 21 marzo è stata riconosciuta ufficialmente dal Parlamento italiano che nel 2017 ha decretato la giornata nazionale di commemorazione in ricordo delle vittime delle mafie. In innumerevoli città si svolgono manifestazioni per commemorare una lista di oltre mille nomi (https://vivi.libera.it/it-ricerca_nomi) di vittime innocenti della mafia. Quest’anno l’evento nazionale era previsto a Palermo, ma non avverrà. A causa del Coronavirus, tutti gli eventi sono stati vietati sul territorio italiano. La cerimonia di commemorazione è stata rinviata a ottobre. Questo riguarda anche noi di Mafianeindanke: i voli già prenotati saranno cancellati, così come è stato rinviato anche l’incontro della rete antimafia europea CHANCE che doveva avvenire in accompagnamento alla commemorazione.

Mafianeindanke ha svolto per anni ricerche sulle vittime innocenti della mafia in Germania, finora con pochi risultati: abbiamo identificato un giovane, Thomas H., ucciso a colpi di pistola a Lommatzsch in Sassonia il 20.9.2005 da suo zio Giuseppe A., un mafioso. L’uccisone è stata preceduta da dispute riguardanti l’eredità di una casa. Giuseppe A. si è costituito alla polizia il giorno dopo il delitto ed è stato arrestato. Circa sei mesi dopo è stato rilasciato e l’anno successivo ha cancellato la propria registrazione in Germania sostenendo di tornare in Italia. Che Giuseppe A. fosse un mafioso è risaputo, dato che lui stesso aveva testimoniato ciò in processi in Italia anni prima. Oggi non si sa nulla riguardo alla sua posizione.

Un altro caso è stato portato alla nostra attenzione: la moglie di un ristoratore è scomparsa da un giorno all’altro e i parenti sono convinti che sia stata uccisa.

Se siete a conoscenza di casi simili, aiutateci a migliorare le nostre statistiche sugli omicidi di mafia in Germania e contattateci via Email o telefonicamente allo 00 49 157 31 79 78 21

© mafianeindanke, pubblicato in data 11 marzo 2020