Le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella tifoseria bianconera


La sentenza dell’inchiesta Alto Piemonte che vede tra i condannati Rocco Dominello e il padre Saverio, esponenti della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, riaccende il nostro interesse sul tema “Calcio e Mafia”. Il procedimento penale pendente dinanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino, sebbene non abbia coinvolto nessun tesserato del club bianconero, ha però innescato un effetto domino che ha investito il presidente Agnelli, più volte ascoltato davanti alla Commissione Antimafia. Il guaio per il vertice della società juventina è che gli atti dell’inchiesta siano finiti fin da subito in mano alla procura federale della FIGC, la quale ha avviato un processo sportivo nei suoi confronti e in quelli dei suoi più stretti collaboratori.

Dopo l’interruzione del 26 maggio 2017 a causa dell’impegno imminente che attendeva la squadra a Cardiff, la sezione disciplinare del tribunale federale nazionale si è riunita nuovamente il 15 settembre. Nel frattempo Andrea Agnelli ha ottenuto la carica di presidente dell’ECA (European Club Association), ambito ruolo dirigenziale che tutt’ora ricopre. Le accuse nei suoi confronti sono quelle di aver intrattenuto rapporti con la tifoseria organizzata per l’acquisto e la successiva vendita di tagliandi a prezzo maggiorato, contribuendo alla realizzazione di guadagni illeciti da parte di organizzazioni malavitose. In particolare, è palese la violazione dell’art.1bis comma 1 (principi di lealtà e correttezza) e dell’art.12 commi 1,2,3 e 9 (prevenzione di fatti violenti) del Codice di Giustizia Sportiva, motivo per cui la Procura ha inizialmente richiesto trenta mesi di inibizione, unitamente al pagamento di 50.000 euro di ammenda.

Alcune violazioni sono state in parte ammesse dagli imputati nel corso del processo sportivo, i quali hanno dichiarato di aver violato il decreto Pisanu vendendo più di 4 biglietti a ogni acquirente e motivando il fatto con “ragioni di carattere pubblico”. Secondo l’accusa si tratterebbe, dunque, di un accordo tacitamente concesso dalla dirigenza per cercare di “accontentare” la tifoseria organizzata e arginare eventi spiacevoli, al fine di mantenere la pace in curva. L’insorgere di atti violenti, infatti, comporterebbe il pagamento di sanzioni particolarmente onerose per la società, che a quanto pare si è adoperata, più o meno legalmente, per evitare questo inconveniente.

Il presidente Agnelli invece ha negato fermamente il suo coinvolgimento in queste pratiche poco ortodosse e anzi ha riversato la responsabilità sul collega Calvo, all’epoca dei fatti direttore commerciale della Juventus. La millantata estraneità del dirigente viene respinta dal Tribunale sportivo per diversi motivi, tra cui il lungo periodo in esame (5 stagioni sportive) e l’ingente numero di tagliandi venduti i in maniera impropria. Quello che invece non è stato confermato è il presunto rapporto tra Andrea Agnelli e Rocco Dominello; a questo proposito, la difesa ha sottolineato con decisione che il presidente non poteva essere a conoscenza del ruolo malavitoso del soggetto, reso pubblico soltanto dopo la loro “sporadica” frequentazione, che si è poi immediatamente interrotta.

Alla luce di ciò, il TFN ha accolto solo parzialmente le richieste della Procura e ha disposto che Andrea Agnelli, Stefano Merulla, Francesco Calvo paghino un’ammenda di 20.000 euro e scontino 12 mesi di inibizione; Alessandro d’Angelo dovrà invece scontare 15 mesi di inibizione per non essersi opposto all’introduzione di materiale pericoloso e offensivo in occasione del derby della Mole. La società Juventus FC pagherà un’ammenda di 300.000 euro a titolo di responsabilità diretta, ma non dovrà disputare alcuna gara a porte chiuse, come inizialmente richiesto dalla Procura.

Tuttavia, a prescindere dalla comprovata inconsapevolezza del dirigente, le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva sud della Juventus non sono state affatto smentite. Secondo il Tribunale di Torino, nelle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna dei Dominello, si legge che la ‘ndrangheta si è “di fatto imposta nel tifo organizzato, esercitando un vero e proprio controllo dei gruppi che supportano la Juventus”, ottenendo quindi una grossa fetta degli introiti derivanti dalla rivendita a prezzo maggiorato dei biglietti. Si noti, infatti, che il bagarinaggio in Italia è attualmente punito alla stregua di un illecito amministrativo e in questo potremmo individuare uno dei motivi che ha suscitato l’interesse della ‘ndrangheta per questo affare poco rischioso.

Con l’accusa di tentato omicidio e di bagarinaggio a seguito dell’infiltrazione nei gruppi ultras juventini, Saverio Dominello è stato condannato a 12 anni di carcere, mentre il figlio a 7 anni. Fabio Germani, il presidente dell’associazione ItaliaBianconera, arrestato nel 2016 e ritenuto l’anello di congiunzione tra Dominello e la Juventus, è stato invece assolto; il suo legale ha precisato che il rapporto di amicizia che intercorreva tra i due non avrebbe implicato il supporto all’attività dell’‘ndrangheta.

Per il giudice Marson, però, risulta improbabile che la Juventus non fosse a conoscenza della gestione “poco trasparente” dei biglietti destinati agli ultrà. Un campanello d’allarme avrebbe potuto essere l’episodio risalente al 2014, in cui un tifoso svizzero presentò un reclamo dopo aver pagato 620 euro per un biglietto facente parte della dotazione di tagliandi di Rocco Dominello che ne vale 140.

A rendere ancor meno trasparente la questione della relazione tra criminalità organizzata e mondo calcistico, ci pensa l’inchiesta sui “biglietti omaggio” che il Napoli avrebbe concesso ai fratelli Esposito, tre imprenditori di Posillipo noti alle autorità per aver intrattenuto rapporti con la Camorra. In questi mesi, il procuratore federale Pecoraro ha ascoltato numerosi tesserati e giocatori, e a inizio novembre ha chiuso il cerchio con l’audizione del presidente del club partenopeo, Aurelio de Laurentiis. A quanto pare, l’indagine è stata archiviata perché il fatto non sussiste, ma un secondo filone di inchiesta suggerisce che, diversamente dal caso juventino, ad essere implicati questa volta siano i giocatori e le violazioni si siano consumate all’insaputa del presidente de Laurentiis.

Aggiornamento dall’Europa: approvato definitivamente il regolamento istitutivo della Procura Europea


Dopo il necessario via libera da parte del Parlamento europeo (lo scorso 5 ottobre), i 20 Stati membri che partecipano alla cooperazione rafforzata hanno firmato il regolamento che istituisce la Procura Europea; tra i firmatari anche il ministro della giustizia tedesco e quello italiano. L’ufficio, con sede a Lussemburgo, sarà composto da magistrati che avranno il compito di indagare, perseguire e portare a giudizio gli autori di reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea; nello specifico, i reati perseguibili sono quelli di frode relativi ai fondi dell’UE di entità superiore ai 10 000 euro, corruzione o frodi transfrontaliere in materia di IVA superiori a 10 milioni di euro (per la competenza dell’EPPO si rinvia alla direttiva UE 2017/1371 sulla protezione degli interessi finanziari dell’Unione, la direttiva PIF).

Per quanto riguarda la struttura, l’organismo sarà strutturato su due livelli, quello centrale e quello nazionale. Il livello decentrato sarà composto da procuratori europei distaccanti negli stati partecipanti. Quest’ultimi potranno continuare a fare i pubblici ministeri nazionali, ricoprendo pertanto una duplice veste, a condizione che mantengano l’autonomia dalle autorità giudiziarie nazionali qualora esercitino le loro funzioni per conto della Procura europea. Il livello centrale sarà invece costituito dal procuratore capo europeo, 20 procuratori europei (uno per ogni stato membro) e da apposito personale tecnico e investigativo. La procura europea dovrebbe quindi garantire una maggiore efficacia e omogeneità dell’azione penale; inoltre, si auspica il recupero, almeno parziale, delle somme oggetto di frode. Da notare il fatto che la Procura Europea non procederà agli arresti ma resterà prerogativa delle forze di polizia nazionali. In ogni caso, prima di vedere all’opera l’intera macchina organizzativa dovremo aspettare alcuni anni: la procura potrebbe diventare operativa tra il 2020 e il 2021. Nel frattempo gli stati membri non partecipanti – con cui è innegabile una relazione complessa – potranno aderire in qualsiasi momento, anche in una fase successiva.

Per quanto riguarda invece la lotta alla mafia, quello che si evince dalla lettura del regolamento è che per ora la partecipazione ad un’organizzazione criminale verrà perseguita limitatamente al caso in cui l’attività dell’organizzazione sia incentrata sulla commissione dei reati elencati nella direttiva PIF. Il fronte della lotta al crimine organizzato risulta pertanto ancora al minimo delle sue potenzialità. L’augurio è che le proposte di allargamento della competenza della Procura europea, già avanzate da alcuni paesi in previsione dell’adozione da parte della Commissione europea di una comunicazione “in prospettiva 2025”, non si limitino ai reati di terrorismo ma proprio alla lotta a 360 gradi della criminalità organizzata transfrontaliera.

Come ricordato dal procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato durante la conferenza “Bribery, fraud, cheating – how to explain and to avoid organizational wrongdoing” tenutasi ad Hannover in ottobre, la mafia oggi è un paradigma internazionale. Essa offre i propri servizi a sempre più cittadini comuni (droghe, gioco d’azzardo, prostituzione, prodotti contraffatti) e imprenditori (smaltimento illegale dei rifiuti, fornitura sottocosto di manodopera, prestito di capitali). La violenza continua ad essere praticata si nei territori di origine ma i soldi vengono investiti nei paesi del centro Europa, dove investono in proprio o si inseriscono in aziende già radicate sul territorio. Il risultato sono gruppi criminali altamente specializzati che si fondano sempre meno sugli individui e sempre di più sui capitali e sull’organizzazione stessa, in una logica di mercato che non ha confini. Il procuratore di Palermo ha sottolineato più volte l’urgenza di creare almeno le premesse per costruire un diritto penale europeo delle organizzazioni criminali; a questo si aggiunge la figura del procuratore europeo con pieno potere investigativo sul tema.

In un momento storico in cui non sembra ci sia troppo interesse in Europa nel colmare questo gap culturale generale, e quando si parla di mafia se ne parla come se fosse quella di un tempo, sfugge così il nuovo paradigma interpretativo delle mafie di oggi. La creazione della neo Procura europea sembra essere (vogliamo credere sia) un punto di partenza verso una reale cooperazione europea in materia e verso obbiettivi più ambiziosi. Ci auguriamo che l’attività e il know-how prezioso della Direzione Nazionale Antimafia italiana possa essere valorizzato da questo quadro europeo in evoluzione, all’apertura di una partita decisiva per la nostra democrazia e per il futuro dell’Europa.

Quando vale la pena essere criminali? Osservazioni teoriche sulla mafia e i suoi costi


Nella Gran Bretagna del dopoguerra, sfinita dal secondo conflitto mondiale, venne stipulato un patto informale degno di nota: la convenzione sul disarmo della polizia. Tradizionalmente, i “Bobbies”, come vengono affettuosamente chiamati i poliziotti inglesi, non hanno nessuna arma da fuoco con sé, ma solo il manganello. Questo disarmo fu possibile grazie ad un accordo verbale che le autorità conclusero con i criminali, in cui questi ultimi accettarono a loro volta di non utilizzare armi da fuoco: questo fu l’unico modo di arrivare a una tale conclusione, in quanto allora, né la polizia, né i fuorilegge avevano il potere di imporre l’abbandono delle armi alla controparte. In parole povere: una durevole e reciproca fiducia è stata raggiunta grazie al rispetto delle regole da ambo le parti. I criminali che avessero infranto questa legge, sarebbero stati malvisti non solo dalla popolazione, bensì da tutti gli altri fuorilegge. Il disarmo prometteva un guadagno relativamente alto per entrambi gli attori in gioco, in quanto teneva sotto controllo la possibilità che si verificasse una sparatoria. Cosa ci insegna, dunque, questa storia che a prima vista sembra così semplice?

Questo articolo si propone di mettere in luce l’importanza di una coordinazione sociale, che può essere generata attraverso il senso di comunità e il cambiamento sociale. Verrà dimostrato come la mafia, attraverso i suoi metodi, tenti di minare questa fiducia e metta in pericolo anche la fiducia nella democrazia. Di questo rapporto tra la criminalità organizzata e la funzionalità della democrazia viene di frequente accennato negli articoli e alle conferenze di Mafia? Nein, Danke!. A partire dalle riflessioni di autori come Paul Collier, Robert Putnam e John Nash, tenteremo di rappresentare questa relazione intuitiva in un sistema modello.

Nel suo lavoro principale „Making Democracy Work“, Putnam attribuisce le differenze regionali della Repubblica Italiana a ciò che lui chiama „il capitale sociale“. Per questo articolo non è tanto centrale il fatto che l’Italia sia stata scelta come case study, quanto che il concetto del capitale sociale, analizzato in questo studio, sia traslabile in diversi contesti. Cosa si intende con ciò? Il capitale sociale rappresenta per il filosofo la fiducia reciproca nella validità legale e l’osservanza di regole e valori condivisi, ma allo stesso tempo la possibilità di rimandare a relazioni interpersonali e credere alla stabilità delle stesse.

È difficile spiegare il motivo per cui uno stato assistenziale venga sostenuto anche da coloro i quali hanno in media una qualità della vita soddisfacente e per i quali, da un punto di vista economico, la ridistribuzione della ricchezza significhi più costi che benefici. Deve esserci un meccanismo efficace che motivi i cittadini a contribuire in un sistema comune, anche a discapito del proprio singolo calcolo di costi e benefici; in breve si tratta di mostrare solidarietà. Inoltre, la presenza di un sistema organizzativo come lo Stato, offre un’altra possibilità: la cooperazione. Numerosi beni astratti, tra cui anche la fiducia (o il disarmo della polizia), si ottengono con la collaborazione fattiva tra due parti. Ci si fida del fatto che lo Stato, nonostante la sua grandezza, possa creare questi legami ai quali si collegano i concetti di fiducia e giustizia. In questo caso, senza dubbio, ci troviamo davanti a una costruzione sociale, ma sappiamo che le mafie riescono ad insediarsi, con un’efficacia estrema e senza pressapochismi, in ambiti caratterizzati da una governance molto debole e, quando non riescono a infiltrarsi, si oppongono in maniera ostile allo stato stesso.

Per riuscire a collaborare, c’è sempre bisogno di un certo numero, vale a dire di una massa critica, che sia interessato a questo consenso. Il consenso premia i comportamenti conformi, e applica delle sanzioni qualora l’ordine sociale e civile venga violato. Dunque, come appare la struttura costi-benefici di coloro i quali si contrappongono all’ordine sociale e di coloro che reagiscono ai fuorilegge? Una situazione complessa di decisioni aggregate, soprattutto sotto una mancanza parziale di trasparenza, offre sempre l’incentivo di abbandonare questo ordine, o di fare la propria parte in modo insufficiente, come nel caso dei cosiddetti freeloaders. Un esempio molto semplice: il servizio della metropolitana è garantito anche se io non ho il biglietto, in quanto il costo sociale per un ticket non acquistato è marginale. È chiaro che se tutti viaggiassero senza biglietto, però, la rete metropolitana ad un certo punto collasserebbe. E questo è il motivo per cui i biglietti vengono controllati. I controllori percepiscono uno stipendio e, comportando un costo, vengono assunti in numero limitato, ma il numero ottimale di controllori che dovrebbero essere assunti è dato dal numero di persone che contravvengono alle regole. Allontaniamoci dunque dallo schema in cui tutti comprano il biglietto e non vi è la necessità di effettuare controlli, per avvicinarci a quello in cui i controllori vengono assunti in base al numero di persone che viaggiano senza biglietto. Ognuno, nella misura in cui agisce razionalmente, calcolerà il rischio di essere trovato senza biglietto e avrà calcolato il suo beneficio di conseguenza, al netto dei costi risparmiati. Anche in questo caso, sicuramente, in base al numero dei controlli, i fuorilegge adotterebbero una strategia e si tratterebbe di una situazione in cui vi è un equilibrio tra “cattivi” ed “eroi” (coloro che si attengono alle regole).

Nella realtà dei fatti, però, è andata diversamente: il prezzo dei titoli di viaggio è aumentato per tutti, perché alcuni non li acquistavano e perché i controllori devono essere pagati. Prendiamo come esempio una società normale, dove i costi non vengono intesi solo in una dimensione economica. Voi stessi potreste essere intesi come costo della perdita di fiducia. Ad ogni modo i costi della cooperazione aumenteranno proporzionalmente a tutti coloro i quali decidono di non partecipare a questi costi comuni. Gli organi preposti al controllo e alla disposizione delle sanzioni hanno un costo sempre maggiore e alcune opzioni verranno a mancare in quanto non efficaci e non coordinabili. Ma chi preferisce che questo servizio statale non venga più offerto?

Nella terminologia di Collier, i “super-cattivi” (Collier, 2016) sono coloro che traggono beneficio da situazioni precarie e puniscono persino coloro i quali vogliono punire “i cattivi”. Il terrorista è l’esempio perfetto, il cui scopo è quello di minare la sicurezza di un’intera società tramite minacce, piuttosto che quello di provocare danni al singolo (vedi terrorismo come strategia di comunicazione). Questo soggetto non ha nessun interesse ad ottenere un equilibrio ottimale: la persona che viaggia senza biglietto vuole che la rete di trasporti continui a funzionare in modo da poterla sfruttare, mentre il terrorista vuole che l’infrastruttura crolli per ottenere visibilità.

I metodi che la mafia predilige, tra cui nepotismo, corruzione, evasione fiscale, estorsioni, sono pericolosi non solo perché causano ingenti danni economici, ma soprattutto perché fanno vacillare le credenze degli “eroi”, ovvero coloro che si attengono alle regole. L’aspettativa di un sistema economico e di tassazione corretti, del monopolio statale della violenza, legittimato democraticamente. Attenersi a questa metodologia criminale non è vantaggioso solo per la mafia, bensì, in alcune circostanze, anche per la popolazione che mira egoisticamente a raggiungere uno stato di benessere molto ambito. Il lavoro nero è relativamente vantaggioso se si nota che gli introiti non vengono dichiarati. Non si tratta di minimizzare la mafia, quanto di renderci conto che il nostro comportamento sociale, che si contrappone al rifiuto della mafia, rappresenta una coordinazione. In entrambi i casi, però, la pratica coordinativa viene indebolita.

Un’ulteriore aspetto è la vendetta: gli atti di ritorsione della mafia sono decisamente inefficienti, in quanto comportano costi sociali molto rilevanti. L’azione vendicativa che implica una reazione, termina in un circolo vizioso in cui la brutalità nel farsi giustizia da sé aumenta esponenzialmente. Organizzazioni parastatali come la mafia, che lavorano secondo un proprio sistema di giustizia ed agiscono in un sistema basato sulla logica dell’occhio per occhio, sono molto instabili perché non offrono via d’uscita dalla spirale della criminalità. Il sistema di giustizia ufficiale al contrario, riconosce non solo l’aspetto della compensazione (che si rifà al principio dell’occhio per occhio), ma anche quello della riabilitazione e della legalità che ristabilizzano le aspettative della comunità.

La buona notizia, che però assume anche aspetti negativi, è che, quando si tratta di mafia, abbiamo a che fare solamente, nella terminologia di Collier con “cattivi” e non con “supercattivi”. Ciò significa che, da un lato, nel contrastarli, riusciamo a tenerli a bada, ma dall’altro essi hanno un grande interesse nel mantenere la stabilità dell’instabilità del loro stato subottimale. In questo caso si parla di un rischio prolungato (forse costante), ma allo stesso tempo calcolabile (la Camorra potrebbe rappresentare un’eccezione, in quanto le sanguinose faide in cui è coinvolta rischiano di turbare l’equilibro locale).

Ciò che è sconcertante riguardo alla mafia, è il fatto che si identifichi in termini come “onore” e “impegno”, creando di conseguenza una struttura sociale di fiducia, che però si contrappone alla struttura democratica. La struttura mafiosa rimane, infatti, molto legata all’interesse del singolo. La rete interpersonale creata della mafia ricorre in grande misura al capitale sociale nella sua forma caricaturale, a scapito di molti e a beneficio di pochissimi.

Addiopizzo vince il Friedenspreis di Brema, l’impegno dell’associazione nella lotta alle estorsioni viene riconosciuto anche in Germania


Addiopizzo è un’associazione antimafia che ha origine a Palermo, attiva soprattutto sul fronte della lotta alle estorsioni mafiose – vale a dire, il cosiddetto “pizzo”.

L’associazione nasce nel 2004, quasi per caso: alcuni ragazzi vogliono aprire un’attività indipendente, ma si scontrano immediatamente con la possibilità di finire presto o tardi nel mirino del racket. I giovani si rendono conto di quanto ci sia bisogno di una realtà che, a monte, affianchi i negozianti che quotidianamente devono affrontare le richieste di estorsione da parte della mafia, e li supporti nel processo di denuncia. Forti di questa constatazione, simbolicamente, passano la notte del 29 luglio ad attaccare adesivi dal contenuto quantomeno rivoluzionario sul territorio cittadino: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. A Palermo, il mattino dopo, si respira un’aria diversa: la città si sveglia con un servizio del telegiornale regionale sull’azione degli “attacchini”, e le reazioni, positive e negative, non si fanno attendere molto.

Qualche tempo dopo, uno striscione allo stadio recante la scritta “Uniti contro il pizzo” attira l’attenzione di un imprenditore, trovatosi solo dopo aver denunciato le estorsioni alle forze dell’ordine. L’uomo decide dunque di contattare i ragazzi, dimostrando come non tutti i commercianti si siano arresi al pagamento del pizzo. L’anno successivo, l’associazione pubblica un manifesto in cui viene promosso ed incentivato il “consumo critico”, concetto per il quale i consumatori si impegnano a investire in un’economia scevra dalla componente estorsiva, acquistando prodotti e servizi da imprese che hanno deciso di non pagare il pizzo. Circa 3500 persone aderiscono all’iniziativa e creano i presupposti affinché, nel 2006, il gruppo esca dall’anonimato e inizi a organizzare iniziative, promuovendo la campagna ufficiale “Uniti contro il pizzo, cambia i consumi”.

L’associazione si fa portavoce dei commercianti e, annualmente, oltre ad organizzare la commemorazione della morte di Libero Grassi, imprenditore simbolo della lotta contro il pizzo, assassinato nel 1991 dalla mafia, celebra la festa del consumo critico Addiopizzo, in cui è possibile conoscere tutti coloro che aderiscono al manifesto. Le nuove imprese che aderiscono al network sono li costantemente aggiornate, cosi come sulla mappa pizzo-free della città di Palermo. Ad oggi, i negozi aderenti alla rete Addiopizzo sono 1043, mentre quasi 13500 sono i consumatori che li sostengono. Inoltre, Addiopizzo ha avviato un percorso di sensibilizzazione all’interno delle scuole sul tema “pizzo”, realizzato anche grazie al contributo di istituzioni attive nell’antiracket, e negli ultimi anni ha ampliato il suo raggio d’azione, impegnandosi anche sul fronte di supporto alle vittime di estorsione: agli utenti viene fornito un breve vademecum per tutelarsi e informarsi sulle legislazioni antiracket e antiusura.

Parallelamente all’azione preventiva, Addiopizzo si impegna attivamente accanto ai commercianti che denunciano il racket mafioso, costituendosi parte civile ai processi: In questa fase, gli operatori economici e l’associazione stessa sono affiancati da un’equipe di quattro avvocati che forniscono assistenza legale. Dal punto di vista istituzionale, invece, l’attività di lobbying dell’associazione si è tradotta nell’appoggio di alcuni uomini politici e nella presa di posizione di enti come Confindustria, contro imprese che non hanno rispettato lo statuto di Addiopizzo. La lotta alla mafia deve essere efficace sul fronte politico, come su quello civile e l’attivismo dell’associazione palermitana ha reso possibile qualcosa che qualche tempo fa era impensabile: portare avanti o aprire un esercizio pubblico senza temere le richieste di estorsione della mafia. Lo scetticismo iniziale nei confronti di Addiopizzo ha lasciato spazio al dato di fatto che l’invincibilità della mafia sia stata minata, fatto confermato anche dalle parole del pentito Di Maio, che ha dichiarato che “la mafia è più prudente con chi fa parte di Addiopizzo”.

La proficua e instancabile attività dell’associazione è stata notata anche fuori dai confini nazionali; la fondazione die Schwelle, con sede a Brema, ha assegnato il Friedenpreis 2017, ovvero il “premio della pace”, proprio ai ragazzi del Comitato Addiopizzo, per aver perseguito con il loro operato ideali di giustizia e di pace. Dopo il ritiro del premio, due rappresentanti dell’associazione sono stati ospiti a Berlino, da Mafia? Nein, Danke!, per raccontare a soci e sostenitori una realtà che presenta delle similitudini con l’associazione berlinese, ma che è nata in un territorio in cui il fenomeno delle estorsioni è diffuso in maniera capillare.

Il tema del racket, infatti, è familiare anche a Mafia? Nein, Danke!, sorta a Berlino a seguito di un tentativo di estorsione a danno di alcuni ristoratori, che decisero di unirsi per denunciare il fatto alla polizia. Il gruppo creatosi ha dato vita all’associazione, registrata ufficialmente nel 2009. Sebbene la realtà di Mafia? Nein, Danke! non si occupi principalmente di combattere il fenomeno estorsivo, rappresenta ancora una volta l’unione della società civile nel movimento antimafia e, in qualche modo, il riadattamento di Addiopizzo in un contesto completamente diverso, dove la popolazione deve innanzitutto ammettere la presenza della mafia.

Uno degli obiettivi di questo incontro è quello di sensibilizzare la comunità tedesca, che sembra essere ignara del fatto che la Germania, e anche la stessa Berlino, sia gremita di associazioni a stampo mafioso, siano esse italiane o straniere, e a dimostrare l’importanza di sviluppare un sentimento di Zivilcourage (coraggio civile) nella lotta alla mafia, che può fare la differenza. Il contributo vincente di Addiopizzo in Italia deve essere d’esempio e incentivare la creazione di realtà simili anche all’estero, soprattutto ora, che il tema dell’espansione della mafia è all’ordine del giorno.

Perquisizioni in Turingia e a Berlino dopo il presunto assalto mafioso a Erfurt


La sera dell’11 ottobre, un gruppo formato da circa 20 uomini ha turbato la quiete del centro storico di Erfurt, facendo irruzione in un ristorante sulla Michaelisstraße. Il padrone dell’attività è stato ferito durante l’accaduto, e insieme a lui i due figli. La polizia sta indagando per individuare il motivo dell’aggressione ma alcune delle vittime si sono rifiutate di testimoniare e questo, insieme al dubbio che si tratti di un attacco pianificato ai danni del proprietario armeno del locale, riconduce il fatto alla criminalità organizzata. In particolare si pensa ai gruppi mafiosi russo-armeni, da tempo radicati in Turingia e nella città di Erfurt, le cui rivalità interne sono già note alle forze dell’ordine.

A seguito di questo attacco, la polizia tedesca ha disposto una serie di perquisizioni nelle città di Erfurt, Berlino e Zwickau, in cui sono state rinvenute diverse armi da fuoco, manganelli, spray lacrimogeni, taser, nonché 29.000 euro in contanti e 50g di cocaina. Sono stati arrestati 6 uomini, tra cui un membro dell’organizzazione criminale Hells Angels, e due soggetti con un precedente per aver importato cristalli di metanfetamina dalla Repubblica Ceca a Erfurt, dove sono stati successivamente venduti.

Nuova sede per il BND: almeno il servizio di intelligence esterna tedesco ha trovato casa a Berlino (ma non economica)


I lavori strutturali sono conclusi ed i primi 400 agenti del dipartimento “Terrorismo Internazionale e Crimine Organizzato” sono pronti a trasferirsi nella nuova sede della BND, il servizio di intelligence esterna della Germania, nel centro di Berlino, Chauseestrasse. A breve è previsto il trasferimento di altri dipendenti: si parla di 4000 agenti nei nuovi uffici. La precedente sede si trovava a Pullach, nei pressi di Monaco. Secondo i desideri del governo bavarese, 1000 agenti rimarranno li. Anche la sede provvisoria a Berlino di Lichtenfelde rimarrà attiva, sebbene con capacità ridotta.

Il BND opera come servizio informazioni federale, raccogliendo informazioni sensibili per la sicurezza del paese. Tra i temi caldi si annoverano il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti, il riciclaggio ed informazioni militari. Il BND agisce sotto il controllo di un cancelliere – ruolo ricoperto da Bruno Kahl dal 2016.

Il nuovo edificio, enorme, rispetta altissimi standard di sicurezza. Il trasferimento a Berlino arriva finalmente dopo anni di attesa ed una spesa che si aggira al miliardo di euro. Con il suoi 260.000 metri quadrati, la nuova sede è uno dei complessi abitativi più grandi della capitale.

La mossa sembra essere motivata da considerazioni di coordinamento più efficace, sopratutto in vista dei pericoli del terrorismo – e della criminalità organizzata. Come riporta il Tagesspiegel,  le dichiarazioni del portavoce del BND sono laconiche: “La priorità più alta per noi è che si resti pienamente operativi”*. Il trasferimento a Berlino faciliterà il coordinamento con il governo e con le istituzioni per affrontare prontamente le nuove minacce alla sicurezza nazionale.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo rende più difficile scrivere di mafia


Nel 2008, la casa editrice Droemer Verlag di Monaco ha pubblicato un libro dell’autrice Petra Reski, diventato poi Bestseller: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Nel libro la scrittrice parla di un oste ancora attivo in Germania, il quale avrebbe numerosi collegamenti con la mafia. Gli atti degli investigatori sia italiani che tedeschi mostrano un quadro dettagliato degli ambienti mafiosi di alto livello vicini a questo uomo. Il gestore della trattoria si è difeso legalmente per anni allo scopo di dimostrare la propria estraneità a tali ambienti. Anche lo staff del film che aveva segnalato il caso è stato denunciato dall’uomo.

Quello che può apparire come una situazione assurda, ha come concausa l’incertezza della legge tedesca. La legislazione, infatti, non riconosce la sola appartenenza ad una associazione di stampo mafioso come proprietà criminale (in Italia invece il solo fatto di essere membro è reato). Allo stesso tempo, tacciare una persona come mafiosa comporta una denuncia di diffamazione dietro l’altra; lo dimostra l’oste che ha citato in giudizio Petra Reski per violazione del diritto della persona.

L’editore, d’altro canto, ha denunciato davanti alla Corte dei diritti dell’uomo la sentenza in quanto lesiva della libertà di stampa e della libertà di opinione. La Corte ha ora respinto questa obiezione.

La giornalista Petra Reski durante la sua ricerca si era basata su documenti interni che la Corte di giustizia europea non ha ritenuto sufficienti (opinione discutibile se si pensa come ulteriori ricerche in materia avrebbero destato l’attenzione degli interessati). Secondo la Corte, un giornalista può astenersi da ulteriori ricerche qualora si basasse su fonti ufficiali. Ma questo non può avvenire nel caso del ristoratore in esame, in quanto la legge tedesca non riconosce il reato di associazione mafiosa.

Prima della pubblicazione del libro, l’autrice avrebbe dovuto ottenere un parere dal ristoratore su tale affermazione, afferma la corte. Questo è un ulteriore esempio della mancanza di protezione per i giornalisti che toccano queste tematiche. Ci si auspicava invece che la Corte di giustizia suggerisse che anche alla luce di ulteriori ricerche, la conclusione dell’autrice sarebbe stata la stessa. E sarebbe stato importante farlo. I giudici probabilmente non sono consapevoli che così facendo hanno posto ulteriori ostacoli nel denunciare l’affiliazione di soggetti alla mafia in Germania. Il diritto in questo caso è stato utilizzato a servizio della mafia.

Una morte evitabile


La presenza della criminalità organizzata non è mai stata un tratto distintivo della cittadina di Hechingen, ai piedi delle Alpi sveve nel Baden-Württemberg. Recentemente però, due sparatorie e un procedimento legale hanno turbato l’atmosfera idilliaca che vi regnava. Il processo ha svelato come il traffico di droga sia gestito in grande stile dagli italiani, ma anche come essi, di tanto in tanto, agiscano in maniera approssimativa. Questo modo “dilettantistico” di gestire gli affari è risultato fatale per un giovane che non aveva nulla a che fare con la criminalità organizzata. A causa di un debito di 5000 euro per l’acquisto di 1kg di marijuana, il ragazzo è stato ucciso il 1° dicembre 2016 con dei colpi di pistola provenienti da un’automobile in corsa.

È consuetudine associare la mafia italiana al traffico di cocaina ma essa si occupa anche del commercio di marijuana, sebbene non in grandi quantità. I principali motivi di questa scelta sono due: in primis, gli utili derivanti dallo spaccio di marijuana sono molto più bassi rispetto a quelli che si ottengono con la vendita della cocaina. Secondo, il rischio di essere scoperti è decisamente più alto a causa della minore affidabilità dei consumatori di cannabis. Tuttavia, per confermare il coinvolgimento della mafia nel caso di Hechingen, sarebbe necessario indagare in Italia; che gli imputati abbiano un passato all’interno della criminalità organizzata è, però, assolutamente irrilevante per il processo in Germania e le indagini non sono state approfondite. Fino a poco tempo fa, infatti, l’appartenenza ad un’associazione di stampo mafioso non era perseguibile penalmente e ad oggi, anche dopo una modifica della legge, questo capo di imputazione viene attribuito solo in casi specifici. In Italia, al contrario, è un presupposto molto importante per la condanna e talvolta costituisce un’aggravante, motivo per cui l’appartenenza o meno ad una associazione di stampo mafioso gioca un ruolo decisivo nel processo di Hechingen.

Nell’ambito dell’operazione “Prato Verde”, la Procura di Catania ha individuato una rete criminale dedita al traffico di droga operante soprattutto in Sicilia, dove intratteneva contatti con la mafia. Uno dei membri, arrestato in Italia, è stato rilasciato dalla autorità in Germania, dove abitava, per ragioni squisitamente burocratiche. La decisione di trasferirsi in Germania si è rivelata più che azzeccata: infatti, il mandato d’arresto disposto nei suoi confronti dalla procura di Catania non è stato riconosciuto dalle autorità tedesche per più di due anni. Il procuratore catanese, a dir poco adirato, ha dichiarato che, nonostante abbia collaborato spesso con Procure della Germania, non gli era mai capitata una cosa del genere. Gli inquirenti hanno lavorato per mesi alle operazioni di intercettazione, i cui risultati non sono stati presi seriamente dalle autorità tedesche. Queste ultime, infatti, erano confuse dal fatto che nelle intercettazioni si parlasse di “due pneumatici e mezzo”; un termine che, ignorando il contesto in cui avvenivano le conversazioni, non ha nessun senso ma che nella realtà si riferiva alla fornitura di droga. Questa negligenza ha comportato non solo l’agire indisturbato del soggetto nella sua nuova patria, bensì il consolidamento della sua consapevolezza che le stesse autorità che lo avevano rilasciato dopo il suo arresto, non avrebbero preso provvedimenti nei suoi confronti.

La parola “Catania” ha un ruolo centrale anche nel processo di Hechingen: è proprio così che l’uomo era salvato nella rubrica di due suoi giovani clienti. Ora “Catania” è in prigione e, insieme a lui, i due ragazzi. Sembrerebbe essere proprio lui ad aver venduto a questi “aspiranti” spacciatori il kg di marijuana che non è stato pagato dall’acquirente. Ed è quindi nei suoi confronti che i ragazzi avevano maturato il debito di 5000 euro. Debito, che “Catania” voleva venisse saldato al più presto.

Le autorità del Land tedesco di Baden-Württemberg, che al tempo non avevano riconosciuto il mandato d’arresto nei suoi confronti, dovrebbero porsi qualche domanda. Se il soggetto in questione fosse stato arrestato, non avrebbe potuto vendere marijuana ai due giovani spacciatori, che non avrebbero contratto alcun debito nei suoi confronti. Di conseguenza, il 23enne ucciso nella sparatoria di Hechingen, in auto insieme al cliente che non aveva pagato la droga, sarebbe ancora vivo. Ma il mandato d’arresto disposto dalle autorità italiane non è stato legittimato.

Blitz antimafia: 37 arresti tra Roma e Colonia


Dal maggio 2015 la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, con l’appoggio delle Procure di Karlsruhe e Colonia (due città della Germania occidentale), teneva sotto controllo le attività di Salvatore R., reggente del Clan di Gela, ramo di Cosa Nostra. L’intervento delle autorità locali competenti ha permesso di riscontrare, nel mese di gennaio 2016, l’operatività di una cellula criminale gestita dal boss, intenta a riattivare una rete di traffico di stupefacenti sull’asse Germania-Italia. Il nucleo esecutivo era composto da Ivano M., luogotenente del boss in Germania, e Paolo R., deputato all’organizzazione e alla gestione dei traffici. I due, a questo proposito, avevano tentato di stringere rapporti con Antonio Strangio, ora latitante ed ex-gestore del locale dove nel 2007 ebbe luogo la nota “strage di Duisburg”.

A seguito di indagini più approfondite, è emerso che Salvatore R. sarebbe entrato in possesso, proprio in Germania, di 3 kg di cocaina destinata alla vendita; coinvolti in questo affare anche Angelo e Calogero M., padre e figlio esponenti della Stidda, storicamente presente nelle città di Mannheim e Pforzheim, nel land tedesco di Baden-Württemberg, e Michele Laveneziana, pugliese domiciliato a Pforzheim. Nell’agosto 2015 la Polizia Tedesca ha effettuato una perquisizione nei confronti di quest’ultimo, rinvenendo due pistole semiautomatiche e un fucile a canne mozze.

Nei primi giorni di ottobre di quest’anno le DDA di Roma e Caltanissetta hanno disposto un’operazione antimafia denominata “Druso” – “Extrafines”, coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, proprio nei confronti del clan gelese. Le attività investigative hanno portato alla luce il grande interesse del boss di espandere la commercializzazione di prodotti ittici (settore dominato dalla famiglia Rinzivillo, grazie ad alleanze strette con mafiosi operanti nel settore su diverse province) all’estero e in particolare nel mercato tedesco. La cellula criminale si occupava anche di verificare la possibilità per il boss di infiltrarsi anche nell’economia legale tedesca. È noto che la rete di affari del clan di Gela sia caratterizzata da natura binaria: una parte imprenditoriale legata al territorio e una dedicata all’attività criminale, i cui proventi illeciti vengono riciclati nel settore alimentare e edilizio.

Dalle investigazioni parallele delle Direzioni Distrettuali Antimafia che hanno disposto l’operazione, è emerso anche come Rinzivillo avesse riunito attorno a sé un gran numero di uomini fidati, tra cui un pubblico ufficiale, Marco L., che manteneva per lui i contatti con il luogotenente M. e non di rado si prestava ad atti intimidatori ai danni della famiglia Berti di Roma, a cui il clan Rinzivillo ha estorto 180.000 euro. Assieme a lui sono stati arrestati il collega Cristiano P. e Giandomenico D’A., avvocato romano che, oltre ad informare Rinzivillo circa le indagini in corso, non esitava a sfruttare i “metodi mafiosi” del clan a suo favore.

Gli sforzi congiunti delle Autorità Giudiziarie italiane e delle Procure di Karlsruhe e Colonia, nonché l’intervento di circa 600 agenti delle Forze di Polizia, hanno portato all’arresto di 37 persone, di cui due a Sürth, un quartiere a sud di Colonia. Salvatore R. che, dalla scarcerazione nel 2013, gestiva il clan con il supporto dei fratelli Antonio e Crocifisso, detenuti in Italia a regime di “carcere duro”, è stato arrestato per intestazione fittizia di società, estorsione e traffico di droga tra Germania e Italia. Inoltre, la DDA di Caltanissetta ha ottenuto il sequestro di beni per un valore di 11 milioni di euro.