Angela Iantosca a Berlino


La giornalista e scrittrice Angela Iantosca il 25 maggio ha presentato il suo ultimo libro “Una sottile linea bianca. Dalle piazze di spaccio alla comunità San Patrignano” (Perrone Editore) presso la libreria Mondolibro – libreria italiana di Berlino. Nel libro si parla di una struttura di aiuto per chi ha problemi di droga, con alti tassi di successo e una metodologia originale e insolita.

In questo lavoro la Iantosca alterna i dati relativi all’uso e allo spaccio di droga alle storie in prima persona di quindici giovani che ne sono stati dipendenti e che dopo un lungo periodo di alienazione e di vuoto interiore hanno deciso di iniziare il percorso previsto dalla comunità di San Patrignano. La comunità è un importante centro di recupero per tossicodipendenti in provincia di Rimini, che compie quest’anno quarant’anni.

Le storie protagoniste del libro sono storie di vuoti da riempire, di profonde sofferenze che in fondo sono dei dolori comuni a tutti. Ecco cosa c’è alla base delle vite dei giovani che danno voce al libro. Le storie narrate dai ragazzi creano un ritratto trasversale dell’Italia, sia geografica che sociale, che permettono anche di capire la trasversalità del fenomeno e come sta cambiando l’approccio alle droghe rispetto al passato: a differenza di una volta sono infatti aumentate le poli-assunzioni, quindi l’uso di tutti i tipi di stupefacenti senza distinzioni, registrando nel frattempo un aumento di morti per overdose da eroina. Un altro pericolo è rappresentato dalle nuove sostanze psicoattive disponibili sul deep web: per questi nuovi stupefacenti non ci sono ancora cure a disposizione e addirittura alcuni di essi creano degli effetti psichici non più curabili.

Il ruolo della famiglia è importante per capire il percorso dei ragazzi in comunità: esse accompagnano i racconti di tutti i protagonisti e condividono in prima persona un percorso di analisi all’interno della comunità, parallelo a quello dei figli.  La presa di coscienza da parte sia dei ragazzi sia delle loro famiglie è la base che consente di cominciare a lavorare, iniziando quindi il percorso di autoanalisi e comprensione dei problemi che li ha portati fino a lì.

La struttura di San Patrignano accoglie circa 1300 persone: le percentuali indicano una maggioranza di ragazzi che vi si rivolgono, ma nell’ultimo periodo si è registrato un numero sempre più crescente di ragazze. Il percorso che viene intrapreso da ognuno di loro è lungo e faticoso, ha una durata minima di tre anni e solo dopo il primo anno e mezzo i giovani cominciano a vedere dei miglioramenti e a capire veramente chi sono. Nella maggior parte delle volte, chi comincia resta fino a completamento del percorso, con una percentuale di successo del 70%. Le regole della comunità sono ferree: non è ammesso l’utilizzo del cellulare, i telegiornali non possono essere visti se non registrati dopo qualche ora dalla messa in onda, si può comunicare all’esterno solo attraverso carta e penna. La cosa più importante della comunità è la conoscenza e la cura di sé e per arrivare a questo obiettivo ogni  persona ha un tutor di riferimento, ragazzi più grandi che hanno fatto il loro stesso percorso e che possono comprendere tutti i meccanismi psicologici in atto.

Come si finanzia però questa struttura in modo da garantire tutti i servizi? Per il 50% si tratta di autofinanziamento e per il rimanente 50% di aiuti da parte di privati. La comunità è costituita da settori in cui i ragazzi lavorano quotidianamente e che aiutano a mantenere in vita la comunità: i prodotti del centro vengono venduti nel ristorante pizzeria della struttura, chiamato Lo Spaccio, al cui interno si trova anche il negozio. I finanziamenti arrivano anche grazie al metodo dell’SMS solidale e attraverso il lavoro nelle scuole.

Durante la presentazione c’è stato il tempo per parlare brevemente anche della connessione tra le droghe e le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. I due temi sono strettamente connessi: il 70% della gestione della cocaina è infatti nelle mani della ‘ndrangheta, che in Italia viene gestita assieme agli albanesi; l’eroina  arriva dall’Afghanistan e la gestione è in mano agli albanesi e ai turchi. In Albania nel frattempo cresce la coltivazione di marjuana.

Chi è Angela Iantosca?

Dal 2017  è direttrice del mensile Acqua&Sapone e negli anni ha collaborato con svariate testate, tra cui Donna Moderna e ilfattoquotidiano.it. Inviata de “La vita in Diretta” su RaiUno e “L’aria che tira” su La7 si occupa da anni di mafie; nel 2013 ha pubblicato il suo primo saggio  “Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile” (Rubbettino Editore) e dopo essersi occupata delle donne si è dedicata ai figli con il secondo saggio “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta” (Perrone Editore) del 2015. Nel 2017 un suo contributo è stato pubblicato in “Under” (Perrone Editore) a cura di Danilo Chirico e Marco Carta, una raccolta di articoli e inchieste sul rapporto dei giovani, le periferie e le mafie. Tanti però i progetti in diversi ambiti, tra cui “Ti leggo” che da novembre 2017 le permette insieme alla Treccani di girare tra i licei italiani a parlare di giornalismo e la rubrica che cura su Radio Luna Radio Libera dal 2016.

 

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

Comunicato stampa sulla situazione a livello federale delle droghe nel 2017: il traffico di droga – un business in piena espansione


La cocaina è diventata una droga di uso quotidiano per molte persone in Germania, come il consumo della cannabis e quello dell’alcool. Questo è ciò che emerge dal rapporto federale del BKA sui crimini legati agli stupefacenti, secondo il quale i reati di cocaina sono aumentati di quasi il 20% e la quantità di stupefacenti sequestrati è moltiplicata. Anche il fatto che il prezzo al consumo della cocaina non cambi nonostante la confisca di stupefacenti è un segnale allarmante: attualmente in Europa stiamo assistendo a un’ondata di cocaina di cui le autorità sono praticamente incapaci di occuparsi.

L’attuale politica restrittiva in materia di droga si sta rivelando inefficace: non limita l’uso di droghe come la cocaina e, al tempo stesso, garantisce che i profitti delle organizzazioni criminali continuino ad aumentare. Per impedire il più possibile l’importazione e il traffico di stupefacenti, occorre intensificare gli sforzi per sequestrare i capitali criminali. La nuova versione della legge sul sequestro dei beni, adottata l’anno scorso, ha migliorato in una certa misura lo spazio giuridico; ora la legge deve essere applicata e ulteriormente adattata alla situazione in Germania.

In questo contesto a Mafia? Nein, Danke! manca un dato importante nel discorso: i capitali confiscati dal narcotraffico. Il problema maggiormente legato al narcotraffico è che le organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta perseguono dei guadagni enormi. Questo denaro viene ripulito, soprattutto anche in Germania, che per la mafia è un Paese assai allettante per il riciclaggio di denaro a causa delle sue strutture politiche ed economiche e la legislatura insufficiente sul tema. Al tempo stesso il rischio che i profitti criminali vengano confiscati è ragionevolmente esiguo. Tra il 2007 e il 2017 il governo del Land ha tolto alle organizzazioni mafiose italiane soltanto 5,85 milioni di euro. Per fare un confronto: è provato che nell’arco di un’unica giornata solo a Berlino vengono spacciati circa dieci chilogrammi di cocaina, cosa che frutta qualcosa come tre-quattro milioni di fatturato, di conseguenza un fatturato annuo di circa 275 milioni di euro. Estrapolando dalla Germania risultano miliardi di fatturato solo con la cocaina: soldi che, al netto dei costi del traffico di droga, rimangono nelle casse dei criminali. Ciò significa che in Germania non solo vengono prodotti miliardi di fatturato con il traffico criminale di droga, ma che questo denaro viene anche qui reinvestito.

Dal punto di vista di una ONG che si occupa di criminalità organizzata, è intollerabile che si accumulino notizie di sospetti di riciclaggio di denaro, come emerge dai dati delle autorità di controllo preposte ai crimini finanziari, della Financial Intelligence Unit FIU. Lo scorso anno l’organizzazione è passata dalla BKA alla dogana, ma ciò non ha incrementato la sua efficacia: ha infatti una coda di elaborazione di circa 30000 casi, e oltre a ciò mancano ancora strutture che possano fare luce su casi ulteriormente complessi come l’accesso agli atti della polizia. Urge in modo particolare il bisogno di rimediare a questa mancanza. Al tempo stesso offrono facilmente eccellenti possibilità a coloro che utilizzano strutture finanziarie come i trust e i fondi chiusi, capitale derivante da reati da investire in grande quantità nel settore immobiliare; tali investimenti assicurano la sua base di potere. Tutto ciò rende la Germania un paradiso per i trafficanti di stupefacenti e per la criminalità organizzata.

Se si analizzano i dati disponibili, si nota che gli indagati di origine italiana sono presenti in scarsa misura nelle statistiche della criminalità tedesca. La leadership globale della ‘ndrangheta, la mafia calabrese, nel commercio della cocaina, è indiscussa. I presunti membri della mafia italiana stanno organizzando il commercio globale anche dalla Germania, come dimostrano le indagini della polizia italiana. In particolare i rappresentanti della ‘ndrangheta hanno dei contatti diretti nei paesi produttori di cocaina per organizzarne l’importazione in Europa. La bassa percentuale di indagati si spiega con la tendenza che persone di altre nazionalità, ad esempio albanesi, agiscono in questo contesto, come già notato dalla polizia, come scagnozzi al servizio di organizzazioni mafiose italiane.

40 anni dalla morte di Peppino Impastato


Un eroe dell’antimafia, che da 40 anni continua a vivere nella memoria, è il giornalista e attivista Giuseppe Impastato, detto Peppino, che fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo. Impastato è uno dei circa due dozzine di giornalisti assassinati dalla mafia per il loro lavoro (il numero esatto è difficile da dare perché gli assassini e i mandanti non sempre sono stati identificati): In Italia, ad esempio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono tra le vittime della mafia per aver svolto ricerche sui rifiuti e sull’esportazione di armi in Somalia. Non è chiaro quale ruolo abbia svolto la mafia nella loro morte violenta. Anche i servizi segreti potrebbero essere responsabili della loro morte, poiché vi era il rischio che il vivace commercio di armi per la Somalia, pagato anche con i fondi per gli aiuti allo sviluppo, venisse reso noto.

Impastato è diventato una figura eroicamente omaggiata degli attivisti antimafia. Aveva fondato una radio, “Radio Aut”, e nel suo programma aveva ripetutamente accusato il boss della mafia locale, Gaetano Badalamenti. Fu soprattutto Badalamenti a decidere che l’Impastato doveva morire.

I responsabili della sua morte la fecero sembrare in un primo momento un suicidio, facendo saltare il suo cadavere con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani: non fu possibile collegare quella linea interrotta dall’esplosione alla scomparsa di Impastato. Del resto in Italia quel giorno le attenzioni erano rivolte prevalentemente al ritrovamento del cadavere del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro e questo portò gli investigatori a pensare in un primo momento che Impastato avesse tentato di piazzare una bomba sulla ferrovia per eseguire un attentato terroristico: come ha raccontato il fratello Giovanni, oltre al dolore della perdita lui e la madre hanno dovuto subire l’umiliazione delle perquisizioni nella loro abitazione (furono perquisite anche le case della zia e degli amici).

Solo la determinazione della madre Felicia e del fratello ha permesso loro di non rendere sterile quella sofferenza e di fare luce sulla scomparsa di Peppino, per quanto i veri e propri risultati in tal senso siano stati ottenuti dopo circa vent’anni: solo nel 1996 l’inchiesta sul caso Impastato fu riaperta, in seguito alle affermazioni del pentito Salvatore Palazzolo che indicò come mandanti dell’omicidio Badalamenti e Vito Palazzolo; era stata proprio la famiglia Impastato a chiedere la riapertura del caso.

Il giorno della sua morte, a Cinisi si tenne la prima manifestazione di piazza contro la mafia a cui parteciparono migliaia di giovani e quest’anno numerose iniziative lo hanno ricordato. A Cinisi è stato organizzato un presidio presso il casolare dove Impastato è stato ucciso; a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è stato ricordato un Peppino a tutto tondo tramite fotografie, spettacoli teatrali, concerti e convegni sul lavoro. Impastato non si occupò solo di mafia ma anche di altri temi tra cui la politica – si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria – con una speciale attenzione verso il tema dell’ecologia e dell’emancipazione femminile.

Nel programma “Onda pazza” faceva satira su mafiosi e politici e con ironia Cinisi veniva trasformata in Mafiopoli, il corso Umberto I in corso Luciano Liggio (boss di Cosa Nostra).

Gaetano Badalamanenti veniva appellato invece come “Tano Seduto” ed è nella sua casa confiscata che “Radio Cento Passi” va in onda dal 2014. Esiste già dal 2010 come web radio, ideata dagli amici di Impastato, e trasmette anche fuori dalla Sicilia.

Qui il link per ascoltare in streaming la radio

Numerose aziende non s’impegnano contro i rischi della corruzione: discussione sul tema a Berlino


La corruzione in Germania è un fenomeno sottovalutato, soprattutto quando si parla di corruzione in ambito privato. Questo è stato il punto di partenza per uno studio pilota innovativo, condotto in quattro Paesi europei, con lo scopo di raccogliere informazioni sulla corruzione nel settore privato. Mafia? Nein, Danke! è stata responsabile della parte tedesca dello studio intitolato “PCB – The Private Corruption Barometer” e  presentato il 10 aprile presso la Berliner Landeszentrale für politische Bildung. La discussione con relatori di alto livello ha fornito degli interessanti spunti di confronto e riflessione.

Si può parlare dell’aeroporto BER senza toccare il tema della corruzione? Questa è la domanda iniziale, rivolta al dottor Rüdiger Reiff, capo dell’Ufficio centrale per la lotta alla corruzione della Procura della Repubblica di Berlino, che però non è direttamente coinvolto con ciò che è successo all’aeroporto BER. Sono infatti i suoi colleghi di Brandeburgo ad essere ritenuti responsabili dei casi di corruzione nella progettazione e  nella costruzione del nuovo grande aeroporto di Berlino. “E’ chiaro che quando nel progetto emergono tracce di corruzione, la costruzione stessa risentirà dello stesso problema”.  Reiff si rammarica che questi reati non siano denunciati con maggiore frequenza. Nel caso BER si sono verificati pochi procedimenti e a Berlino l’anno scorso si sono registrati in tutto 126 casi di corruzione. Reiff ha elogiato però la sensibilizzazione portata avanti sul tema: esiste la figura di un avvocato di fiducia, che ascolta chi vuole dare informazioni volendo però rimanere nell’anonimato, cosa che avviene anche se si vogliono fornire delle informazioni online. Tuttavia sono state ricevute poche indicazioni, tali da non poter proseguire con delle indagini. Poter denunciare questi casi senza doversi esporre è molto importante: spesso le denunce vengono fatte all’interno dello stesso ambiente lavorativo e questa condiziona l’emersione del fenomeno. Le grandi aziende si sono organizzate in questo senso: hanno un ufficio adibito alla sorveglianza dei casi, soprattutto perché questo potrebbe portare al pagamento di sanzioni molto elevate, in particolar modo nel caso di attività commerciali internazionali. Discorso diverso per quanto riguarda le piccole o medie imprese, che spesso non dispongono delle risorse necessarie per prevenire la corruzione e tutte le pratiche non lecite.

Oliver Schieb, socio amministratore di Comfield, società di consulenza di Berlino, vuole cambiare questa situazione. La sua società aiuta le piccole o medie imprese ad attuare con successo le misure necessarie di prevenzione alla corruzione. Egli ha sottolineato in particolare il pericolo legato a queste piccole realtà. Le piccole o medie imprese sono spesso a gestione familiare, credono di conoscere perfettamente i loro dipendenti e i loro partner commerciali: hanno fiducia nella loro onestà. Essi pensano inoltre che il modo di operare dei dipendenti sia privo di rischi e contribuisca in tutto al successo e alla crescita dell’azienda. Il punto importante di questo discorso è la questione della consapevolezza: i dipendenti ma anche il management stesso deve saper riconoscere il problema della corruzione e adottare quindi delle misure per prevenirla. Non esiste una procedura standardizzata per raggiungere questo scopo, ci sono però delle misure che si sono dimostrate efficaci e che possono essere adottate come un codice di condotta vincolante per tutti. Schieb aggiunge ad ogni modo che ogni azienda deve adottare individualmente una sua procedura, poiché una determinata condotta che funziona solo sulla carta non aiuta in realtà nessuno. Egli ha sottolineato come le misure devono essere concepite nel loro divenire e non essere assimilate senza comprendere quanto invece possano velocemente cambiare.

Sebastian Wegner lavora per la Humboldt Viadrina Good Governance Platform, Think Tank con sede a Berlino, che indaga su grandi sfide sociali, cercando di trovare soluzioni a diversi problemi coinvolgendo diversi attori. Il suo gruppo di lavoro si è concentrato soprattutto sull’adottare delle azioni contro la corruzione. A livello globale gli approcci sono diversi: la situazione cambia quando ci si trova in un paese la cui procura lavora attivamente per contrastare la corruzione, rispetto a un posto dove questo fenomeno non viene considerato. Come mezzo di contrasto alla corruzione le sanzioni sono uno strumento importante, che non devono essere stabilite però solo dallo Stato. Le grandi aziende possono aiutare i loro partner a prendere provvedimenti contro la corruzione e a prevenirla. In questo contesto è importante citare anche il ruolo degli investitori. La Humboldt – Viadrina – Platform lavora ad esempio in Nigeria, assieme alla borsa finanziaria locale, con lo scopo di ottenere cambiamenti positivi attraverso gli investitori finanziari. Questo punto è diventato centrale nella discussione, nel corso della quale diversi esperti hanno sottolineato l’importanza di un sistema di sanzioni efficaci (cosa, tra l’altro, che può essere sviluppata anche in Germania).  Le contromisure e le misure di prevenzione, ha aggiunto Wegner, non devono però essere troppo costose per le piccole e medie imprese.

Max Haywood di Transparency International osserva l’attuazione delle misure di anticorruzione in tutto il mondo con pensieri contrastanti. I provvedimenti, infatti, non sono mai così avanzati come potrebbero e dovrebbero essere. Forse, ha ipotizzato, ciò è dovuto anche al fatto che la corruzione è percepita come un problema  da un periodo di tempo ancora relativamente troppo breve;  e le persone non riescono ancora a concepire quali conseguenze la corruzione potrebbe portare. Haywood ha scelto un esempio per spiegare il suo discorso il commercio immobiliare. A Berlino non ci sono stati molti studi in materia, ma le analisi a Londra hanno mostrato i costi sociali. Se, ad esempio, il proprietario di una casa a Berlino decide di vendere il suo immobile, e un investitore russo gli offre il doppio del prezzo di acquisto per investire denaro sporco, il proprietario non rifiuta ma conclude l’accordo. La conseguenza di questo si vede nei prezzi più alti di compravendita e di conseguenza negli affitti più elevati. Ci sono centinaia di misure contro la corruzione che si possono adottare, conclude Haywood. Quello che dev’essere fatto è noto, ora dev’essere solo messo in pratica.

 

Sentenza storica sulla trattativa Stato-mafia


Il 20 aprile la Corte di Assise di Palermo ha emesso una sentenza decisiva sulle presunte trattative avvenute nel corso degli anni Novanta in Italia tra politici e mafiosi. Il processo, che è durato cinque anni e sei mesi, ha determinato una pena compresa tra gli otto e i ventotto anni di carcere prevista per mafiosi e uomini delle istituzioni. Il reato di cui sono stati ritenuti colpevoli è violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art. 338 cp): nel concreto sono accusati di aver minacciato il governo di rispondere con altre bombe e stragi a un eventuale proseguimento dell’offensiva antimafia dell’esecutivo.

La sentenza ha visto coinvolti nomi noti: ha stabilito una pena di otto anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e per Massimo Ciancimino, quest’ultimo accusato di concorso in associazione mafiosa e calunnia dell’ex capo della polizia De Gennaro, al quale dovrà risarcire i danni. Ammontano a ventotto gli anni di reclusione previsti per il cognato di Totò Riina, il boss Leoluca Bagarella; dodici anni invece al medico fedele di Riina, Antonino Cinà; le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca sono state prescritte e due ministri imputati, Nicola Mancino e Calogero Mannino, sono stati invece assolti. Gli ex vertici del Ros, Mario Mori e Antonio Subranni, sono stati condannati a dodici anni, ma sono stati assolti invece per quanto riguarda il periodo successivo al 1993.

Più complesso il discorso riguardo l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannato a dodici anni per lo stesso reato. Già nella sentenza della Cassazione del 2012 si affermavano i suoi contatti con Cosa nostra nel periodo dagli anni Settanta al 1992: nel 1974 organizzò un incontro tra Berlusconi e i vertici di Cosa nostra (all’epoca i boss Bontade e Teresi), cui seguì l’accordo che prevedeva la protezione della famiglia di Berlusconi in cambio del pagamento periodico di cospicue somme di denaro con il tramite di Dell’Utri. Questi nel 1983 tornò alle dipendenze di Berlusconi e vi rimase fino al 1992, quando pareva fossero terminati i pagamenti di Berlusconi a Cosa nostra. La nuova sentenza definisce però un’ulteriore solidità di questi rapporti, come ha sottolineato il pm  titolare dell’inchiesta Nino Di Matteo (qui un link di approfondimento), e stabilisce che non ci sono state interruzioni di questo rapporto, anzi, dal 1993 era continuato anche durante il  governo Berlusconi. Mori, Subranni, De Donno, Dell’Utri e i boss Nino Cinà e Leoluca Bagarella dovranno anche risarcire 10 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio costituitasi parte civile.

Molti hanno espresso soddisfazione per la sentenza, tra cui anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, pur essendo critico rispetto all’assoluzione di Mancino e consapevole che ci sono ancora ulteriori risultati da perseguire. Uno di questi riguarda il ruolo dei politici che, escludendo la condanna a Dell’Utri, non è stato esaminato fino in fondo.

La Svizzera e la mafia: un rapporto complicato


In realtà, l’operazione di polizia di cui parla ora il giornalista Frank Garbely, è avvenuta molto tempo fa. Nel 2006 l’Autorità Nazionale Antimafia italiana (DIA), in collaborazione  con la Procura Federale Svizzera, aveva avviato il monitoraggio di un bocciodromo, considerato luogo di incontro di quattro persone sospettate di fare parte di una organizzazione mafiosa: i presunti mafiosi Fortunato M., Francesco R., Antonio M. e Bruno P. si incontravano lì e si sedevano per la maggior parte delle volte allo stesso tavolo. Le autorità svizzere avevano acconsentito a tale osservazione, a determinate condizioni. Secondo Garbely, infatti, solo quella precisa area poteva essere monitorata. Molte cose però andarono storte durante le misure di sorveglianza: furono riscontrati parecchi problemi tecnici e alla fine il materiale raccolto fu cancellato perché le registrazioni non mostravano solo i quattro sospettati ma anche giudici, giornalisti e funzionari pubblici. Il monitoraggio era stato interrotto dopo tre mesi, “a causa di problemi tecnici”, secondo l’articolo.

Le azioni di sorveglianza erano state eseguite da un’azienda italiana, impresa di copertura dietro la quale lavorava la DIA. Fortunato M. fu in seguito arrestato ed estradato.

L’intera operazione è stata al centro di dubbi e scandali in diversi articoli perché, tra le altre cose, le intercettazioni non erano state eseguite da tecnici svizzeri. Nello stesso periodo sono uscite anche notizie su presunti problemi di salute  che avevano colpito in prigione Fortunato M.. Naturalmente non sono mancati i commenti sul fatto che M., un pittore, non poteva essere un mafioso, descrivendolo come una persona amichevole o un collega e un artigiano.

Ciò che è interessante notare di questa vicenda è che i documenti interni sono stati divulgati e di questo non saranno soddisfatte le autorità italiane, le quali da molto tempo intrattengono relazioni particolarmente difficili con le autorità svizzere: come in Germania anche la Svizzera ha, infatti, delle leggi per la lotta alla mafia inadeguate. Nello stesso tempo gli investigatori italiani hanno reso pubblico una registrazione del bocciodromo senza consultare i colleghi svizzeri.

In occasione di una conferenza tenutasi a fine febbraio, il procuratore generale Michael Lauber ha fornito informazioni sul  procedimento penale: secondo il procuratore, in questo momento, in Svizzera, ci sono venti casi giudiziari aperti in cui il paese è interessante perché luogo di riciclaggio di denaro ed è “il più vulnerabile per crimini finanziari”. Lauber vorrebbe in futuro avvalersi maggiormente di testimoni che abbiano presentato domanda di protezione: “Dobbiamo scoprire che cosa avviene all’interno dei circoli mafiosi” ha spiegato il procuratore. Tuttavia la Svizzera non dispone ancora di una  legislazione sufficiente in materia.

Questi toni sono sorprendenti visto che Lauber aveva implicato che non avrebbe più condotto ulteriori indagini sulla mafia per mancanze di prospettive di successo.

Speriamo che le autorità svizzere stiano procedendo a un cambio di posizione. Il pericolo d’infiltrazioni mafiose è presente indubbiamente anche in Svizzera. Solo di recente si è saputo che un’impresa di costruzioni poco trasparente aveva vinto un’importante commessa per la costruzione di un tunnel dal valore di oltre un miliardo di franchi svizzeri. La certificazione antimafia è stata ritirata alla casa madre italiana e cinque dei suoi dipendenti sono stati arrestati perché appartenenti alla mafia. Sono stati anche accusati di corruzione.

Boss della ‘ndrangheta arrestato


Il 6 aprile 2018 è stato arrestato dopo due anni di latitanza il boss della ndrangheta Giuseppe P., figlio di ‘Ntoni P. Gambazza: l’operazione si è svolta a Condufuri, vicino San Luca, e ha visto coinvolti 50 uomini della squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo (SCO), coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina. L’uomo viveva da qualche mese in una casa isolata dell’entroterra della Locride, in una zona impervia e difficilmente accessibile. Nel momento dell’arresto altre persone erano presenti con il boss, ma nessuno di loro ha opposto resistenza.

Giuseppe P. è considerato uno dei più importanti capi strategici dell’organizzazione criminale calabrese, appartiene alla “Provincia”, organo di vertice della ndrangheta. Il suo potere è inoltre aumentato grazie al matrimonio con Marianna B., figlia del boss ora all’ergastolo Francesco B. – u castanu – , capo della famiglia omonima di Platì. Nei suoi confronti era stata emessa nel luglio del 2017 un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, per tentata estorsione e illecita concorrenza aggravate dal metodo mafioso nell’ambito dell’inchiesta “Mandamento Ionico” che aveva già portato all’arresto di altre 115 persone e 200 indagati.

Secondo gli investigatori, Giuseppe P. gestiva non solo dei rapporti con la criminalità, spartendo affari e lavori pubblici tra i clan della zona, ma anche con la politica. Se ne ha notizia a proposito delle elezioni regionali in Sicilia del 2010, quando decine di candidati passarono da lui: uno di questi fu l’allora sindaco Santi Z., che risultò il primo eletto della provincia con gli 11000 voti ricevuti.

Utilizzò il suo potere anche per far entrare il nipote Antonio alla facoltà di Architettura di Reggio Calabria, ma i suoi contatti con l’Università non si sono limitati a questo caso, dato che garantì a una persona l’ammissione del figlio alla facoltà di Medicina tramite la conoscenza di un “amico”.

Lo stato della corruzione a Berlino


È cosa nota che Berlino abbia da tempo un problema con lo spaccio di droga, ma ancora non era saltato alle cronache che persino elementi della polizia vi fossero coinvolti in prima persona anche in termini di corruttela. Possiamo dire che ci sia ancora molto lavoro da fare, dal momento che, se consideriamo gli oltre 20000 agenti di polizia della città, la questione è stata affrontata in modo piuttosto limitato, contando un numero dai tre ai sei processi per corruzione contro agenti di polizia. La polizia berlinese ha iniziato l’anno 2018 con uno scandalo, come del resto all’inizio dell’anno scorso si trovò nel pieno delle accuse (respinte) a seguito dell’attentato del dicembre 2016: si sospettava infatti che quella disattenzione pre-attentato fosse dovuta alla presenza di infiltrazioni criminali arabe.

Lo scandalo attuale riguarda un caso di tutt’altro genere: infatti è del 16 marzo la notizia dell’arresto di un poliziotto trentanovenne di Berlino insieme a due indagati turchi, con l’accusa di corruzione e di coinvolgimento nel traffico di droga. Si sospetta anche che sia colpevole del reato di rivelazione dei segreti d’ufficio: pare che fosse solito avvertire quattro operatori della ristorazione ogni volta che fosse imminente un controllo della polizia; in cambio riceveva somme fino a 3000€. Gestiva inoltre un poker club a Pankow, “Magic Card”, il cui magazzino era adibito a deposito temporaneo di stupefacenti. Cinquanta agenti e le forze speciali dell’Ufficio della Polizia Criminale statale (LKA) hanno fatto incursione nel locale, a seguito delle quali sono stati sequestrati per il momento, oltre ai telefoni cellulari e al denaro contante, beni pari a oltre 55000€.

Non molto dopo, il 28 marzo, il sospetto di corruzione è caduto su altri tre poliziotti (uno di 28 anni, due di 42) che si ipotizza lavorassero per il Dipartimento 4, che si occupa dei distretti Tempelhof-Schöneberg e Steglitz-Zehlendorf. I poliziotti avrebbero diffuso informazioni interne a cinque spacciatori di eroina libanesi; in cambio pare che fossero ricompensati con 800 € a settimana. Gli investigatori hanno perquisito le loro abitazioni e gli uffici dei commissariati di polizia, si è parlato di prove esaustive ma ancora deve essere completata la fase di valutazione.

Questi scandali seguono di poco la pubblicazione del rapporto sulla corruzione relativo all’anno 2017 (qui  per il download), in cui risulta che 114 sono i casi pendenti di corruzione e 119 i procedimenti conclusi; 94 casi sono stati invece archiviati perché le prove del reato non erano sufficienti.

Una condanna descritta nel report è relativa a una società di sicurezza responsabile dell’alloggio per rifugiati presso l’Ufficio regionale del Land per la salute e gli affari sociali: il caposezione aveva accettato una tangente di 143000 € dall’amministratore delegato e a seguito del riconoscimento del reato, è stata effettuata una confisca pari nel complesso a 480000 €.

I gruppi di lavoro anticorruzione dell’amministrazione di Berlino si sono soffermati anche sui casi lievi di mancata trasparenza, come per esempio il rilascio ai senatori di biglietti gratuiti per eventi sportivi e culturali. Questo rapporto ci conferma quanto potevamo pensare leggendo le notizie sugli scandali nella polizia: le mancanze e i ritardi nelle procedure di condanna del reato di corruzione anche in Germania contribuiscono alla convinzione di alcuni di rimanere impuniti.

La criminalità organizzata a Berlino – le grandi famiglie arabe


L’ultima operazione della polizia tedesca contro la criminalità organizzata a Berlino ha avuto luogo a fine febbraio 2018: in un’azione che ha coinvolto 120 poliziotti sono stati eseguiti 19 mandati di perquisizione con l’arresto di tre giovani, sospettati di far parte di uno dei più grandi clan criminali arabi di Berlino. Tutti e tre sono accusati di furti e ricettazione.

La capitale tedesca non è immune alla presenza di criminalità organizzata e quest’ultima operazione evidenzia una presenza mafiosa ormai radicata nei quartieri berlinesi. Le attività criminali di Berlino sono in mano alle cosiddette grandi famiglie arabe, presenti soprattutto nella parte occidentale della città. Spesso vengono definite come delle vere e proprie società parallele con al loro interno le proprie regole. Si parla all’incirca di 20 clan che dominano la scena della criminalità berlinese, compresi i gruppi di minore importanza: di questa ventina, 7 o 8 sono nel mirino della polizia. Si contano quasi 1000 criminali che fanno parte dei clan arabi berlinesi.

Le attività gestite dai gruppi criminali sono molteplici: riciclaggio di denaro sporco, gestione della droga e della prostituzione, implicazioni nel mondo del gioco d’azzardo. I soldi guadagnati da questi introiti illegali vengono in parte rispediti alle famiglie d’origine fuori dalla Germania e quelli che rimangono reinseriti nell’economia legale attraverso il riciclaggio. Questo rende impossibile da parte della polizia risalire alla loro origine illegale e quindi procedere con l’incarcerazione dei criminali stessi. I clan sono composti da famiglie molto unite. La chiusura dei nuclei famigliari impedisce l’uso di infiltrati da parte della polizia, e al contempo sono rare le possibili fuoriuscite di possibili testimoni che ne denuncino la criminalità. Il problema si presenta anche per quanto riguarda i testimoni oculari esterni: i gruppi criminali hanno raggiunto un tale potere intimidatorio  che spesso riescono ad esercitare un potere tale da costringere le persone a ritirare le loro denunce.

Sono i mafiosi che cercano di delegittimare il ruolo della polizia diffondendo voci false su reati commessi da parte dei poliziotti in modo da screditarne le figure e potersi muovere in un clima di maggiore sfiducia verso la legalità. Spesso però gli strumenti che hanno a disposizione gli agenti non sono comunque efficaci: la tracciabilità del denaro sporco è ostacolata dall’impossibilità di poter visionare i redditi dei criminali. La mancanza di tecnici spesso è un problema nella gestione delle indagini. Tutto questo porta alla creazione di problemi in una situazione già molto delicata. Quello che si auspica è quindi l’implementazione degli strumenti investigativi e legislativi per aiutare il lavoro di contrasto ai clan criminali.