Un’efficace prevenzione del riciclaggio di denaro è ostacolata da un deficit generale nell’applicazione della normativa in tutta l’Unione europea


Il 2018 non sembra essere un anno positivo per la lotta contro il riciclaggio di denaro. Gli Stati Baltici sono in prima pagina a causa di una serie di scandali bancari sul riciclaggio di denaro. In passato, le banche lettoni sono state ripetutamente sospettate di ricevere e trasferire fondi da fonti illegali. La terza banca dell’epoca, ABLV, è stata l’ultima a essere presa di mira dalle autorità finanziarie statunitensi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel febbraio 2018 per riciclaggio di denaro. Nel frattempo, la sua licenza è stata revocata. L’ABLV non è un caso isolato. Secondo l’autorità di vigilanza finanziaria lettone, all’inizio di marzo 2018 vi erano più di 26000 società di comodo registrate come clienti nelle banche dello Stato baltico che non svolgevano nessuna attività nel paese. Queste società spesso servono a nascondere il vero proprietario del conto o l’origine delle attività.

Nell’aprile 2018 è stata la volta della vicina Estonia, con il caso della Versobank. Anche per quanto riguarda questa banca, la licenza è stata revocata. Si tratta di una filiale estone della più grande banca danese, la Danske Bank. È accusata di aver riciclato più di 8 miliardi di euro; per questo, alcuni dirigenti del Danske si sono dimessi, le sorti della banca si sono aggravate e il governo danese ha annunciato l’intenzione di confiscare i proventi delle operazioni di riciclaggio del denaro. I fatti non sono ancora del tutto chiari; le relazioni intermedie indicano che il volume dei fondi riciclati è ancora più elevato di quanto si sapesse all’inizio. Si dice che un informatore abbia richiamato l’attenzione della sede centrale sulla situazione già nel 2013. Ma non è successo nulla.

Nel luglio 2018, l’Autorità Bancaria dell’UE (EBA)1 ha accusato Malta di non aver attuato la direttiva UE sul riciclaggio dei proventi di attività illecite. L’applicazione delle norme UE presentava “carenze generali e sistematiche”. L’ABE ha riesaminato l’approccio della FIFAG (Autorità investigativa maltese sul riciclaggio di denaro) per le indagini sulle circostanze sospette presso la Pilatus Bank. La giornalista Caruana Galizia, assassinata nell’ottobre 2017, aveva scoperto uno scandalo di corruzione alla Pilatus Bank e accusato l’istituto di riciclaggio di denaro. Secondo la relazione, il Primo Ministro maltese Joseph Muscat avrebbe raccolto tangenti, tra gli altri, dall’Azerbaigian. I depositi presso la Pilatus Bank sono attualmente congelati.

Le autorità maltesi non hanno adottato alcuna misura contro la Pilatus Bank fino all’inizio del 2018, sebbene nel 2016 fossero già stati sollevati sospetti nei suoi confronti per riciclaggio di denaro. La vigilanza a Malta è intervenuta nei confronti della Pilatus Bank solo dopo che il proprietario della banca era stato sanzionato negli Stati Uniti. Come nel caso della Lettonia, l’autorità di vigilanza nazionale è diventata attiva solo quando le autorità statunitensi – simili all’ABLV in Lettonia – hanno assunto il ruolo di “autorità di vigilanza sostitutive” a livello mondiale. Tali incidenti gettano una cattiva luce sulla reputazione dell’Unione bancaria europea e delle sue istituzioni.

Tutti i casi elencati hanno una causa comune: dimostrano l’inadeguato monitoraggio dell’attuazione della direttiva UE sul riciclaggio di denaro e delle normative UE da parte delle autorità competenti nei singoli Stati membri dell’UE. Non è mai stato un segreto che Malta e gli Stati Baltici abbiano enormi problemi con il riciclaggio di denaro sporco. Le strutture di vigilanza esistenti, che sono di natura puramente nazionale, presentano evidenti lacune di controllo, che possono anche diventare pericolose per gli Stati membri, per le istituzioni e le imprese in cui l’attuazione e la vigilanza funzionano, se le autorità non sono in grado o non sono disposte a svolgere i loro compiti.

La direttiva UE sul riciclaggio di denaro non si concentra sui requisiti relativi al contenuto, alla qualità e alla profondità della vigilanza sul riciclaggio di denaro.

Dall’adozione della prima direttiva sul riciclaggio di denaro, l’obbligo di cautela contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo è diventato sempre più preciso e denso per le istituzioni e le imprese coinvolte. I requisiti previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro, come quelli che devono essere soddisfatti a seguito della quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro attuata dagli Stati membri lo scorso anno e della (quinta) direttiva UE sul riciclaggio di denaro adottata nel giugno 2018, sono stati continuamente adattati ai maggiori rischi.

Tuttavia, vi è una crescente discrepanza tra questi requisiti regolamentari e l’effettiva attuazione da parte delle istituzioni o il monitoraggio dell’attuazione da parte delle autorità nazionali di vigilanza. La Commissione europea è consapevole di questo problema. Ritiene inoltre necessario intervenire a causa dell’applicazione incoerente degli obblighi esistenti in materia di assistenza alla clientela basati sul rischio nei singoli Stati membri e delle conseguenti differenze nel livello di attuazione. Non vi può essere alcun dubbio sulla parità di condizioni nell’attuazione. Questa accusa riguarda non solo i destinatari delle norme antiriciclaggio, vale a dire gli istituti e le società, ma in particolare anche le autorità nazionali di vigilanza del settore finanziario e altre imprese commerciali.

Sebbene la Direttiva UE sul riciclaggio di denaro abbia continuamente rafforzato e ampliato l’obbligo di cooperazione tra tutte le parti coinvolte, le parti obbligate e le autorità attraverso lo scambio di informazioni e di esperienze. Il fatto è, tuttavia, che le modalità di controllo del diritto del riciclaggio, la selezione e l’organizzazione dell’autorità competente, nonché la qualità e la densità delle misure di controllo dei tempi non sono prescritte agli Stati membri. In linea di principio, essa è lasciata agli Stati membri. La clausola generale di cui all’articolo 48, paragrafo 1, della direttiva prevede semplicemente che le autorità competenti “esercitano una vigilanza effettiva e prendono le misure necessarie per garantire il rispetto della presente direttiva”. Il presente regolamento è stato integrato solo da orientamenti dell’ABE. Gli orientamenti comuni definiscono quelle che l’EBA considera pratiche di vigilanza appropriate nell’ambito del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria o le modalità di applicazione del diritto dell’Unione in un determinato settore. Le autorità competenti dovrebbero integrare in modo appropriato gli orientamenti comuni ad esse applicabili nelle loro pratiche di vigilanza (ad esempio modificando il loro quadro giuridico o le loro procedure di vigilanza), compresi gli orientamenti comuni che si rivolgono principalmente agli enti.

Come si può risolvere il problema?

Alla luce del palese fallimento delle autorità nazionali di vigilanza in alcuni paesi dell’Unione europea, il problema non può più essere rinviato. I membri del Parlamento europeo, la Commissione europea e anche la Banca centrale europea sono d’accordo su questo punto. Il Parlamento europeo invita la Banca centrale europea (BCE) a trasferire in misura maggiore i poteri di vigilanza previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro nell’ambito del meccanismo unico di vigilanza (MES). Secondo l’SSM, dal 2014 la Banca centrale europea (BCE) è direttamente responsabile della vigilanza bancaria di banche (gruppi) importanti. Una banca (o un gruppo bancario) è significativa se il suo totale di bilancio è pari ad almeno 30 miliardi di euro (o al 20% del prodotto interno lordo nazionale) ed è uno dei tre maggiori istituti di credito del paese partecipante. Tuttavia, ciò non si applica alla vigilanza sul riciclaggio di denaro, per la quale la BCE non si riteneva sufficientemente competente al momento della creazione del MES nel 2014, in quanto la lotta contro il riciclaggio di denaro era una questione multidisciplinare per le autorità di vigilanza e investigative. Pertanto, non le sono stati conferiti poteri di questo tipo nel quadro del MES. Questa posizione negativa della BCE non è cambiata.

La vigilanza e l’applicazione delle norme europee in materia di riciclaggio di denaro nei confronti delle banche sono attualmente formalmente di competenza esclusiva delle autorità di vigilanza degli Stati membri e della Commissione europea. Tuttavia, la BCE ha anche il dovere di controllare i dirigenti bancari e gli organi di vigilanza in relazione ai reati finanziari, di richiedere alle banche capitale aggiuntivo in caso di rischi latenti e di ritirare la propria autorizzazione in caso di gravi reati di riciclaggio di denaro. Per questo motivo la BCE non può sottrarsi facilmente agli attuali scandali nel settore bancario e fare riferimento unicamente alla competenza delle autorità nazionali di vigilanza in tale settore. È pertanto necessario migliorare la cooperazione e ottimizzare lo scambio di informazioni tra le autorità di vigilanza nazionali e la BCE.

Tuttavia, un completo trasferimento di competenze alla BCE nel settore della prevenzione del riciclaggio di denaro non sarebbe sufficiente. La BCE non ha poteri al di fuori del settore bancario, né per altri enti del settore finanziario, come le compagnie di assicurazione o le imprese di investimento, né per altre persone soggette agli obblighi di riciclaggio, come le imprese commerciali o le libere professioni, la cui vigilanza è ancora più difficile che nel settore finanziario, nonostante gli attuali rischi di riciclaggio dei proventi di attività illecite.

La Commissione europea deve pertanto svolgere un ruolo più incisivo nella lotta contro il riciclaggio di denaro e disporre di maggiori informazioni e di maggiori diritti in materia di revisione contabile, anche sul campo, per poter seguire da vicino le autorità nazionali di vigilanza. A tal fine, in collaborazione con l’ABE e le altre istituzioni, occorre istituire un meccanismo di audit corrispondente della Commissione dell’UE. Se i risultati della revisione indicano che le autorità nazionali degli Stati membri non rispettano i loro obblighi in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro nel settore finanziario o in quello non finanziario, dovrebbero essere avviati procedimenti di infrazione. L’attuale task force della Commissione per la prevenzione del riciclaggio di denaro e della criminalità finanziaria deve disporre di personale notevolmente più numeroso e di risorse adeguate. Ciò che è già possibile nella lotta contro il terrorismo, sia in termini di personale che di risorse materiali, deve essere possibile anche nella lotta contro il riciclaggio di denaro.

1L’Autorità bancaria europea (ABE), in quanto parte del meccanismo europeo di vigilanza, mira a garantire una regolamentazione e una vigilanza efficaci nel settore bancario europeo per garantire la stabilità finanziaria nell’UE e tutelare l’integrità, l’efficienza e il corretto funzionamento del settore bancario.

L’ABE fa parte del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (ESFS), che comprende tre autorità di vigilanza: l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (AESFEM), l’Autorità bancaria europea (ABE) e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (AEAP). L’ABE è indipendente ma risponde del suo operato al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e alla Commissione europea.

Mentre le autorità nazionali di vigilanza e la Banca centrale europea sono responsabili della vigilanza dei singoli istituti finanziari, l’EBA ha la responsabilità primaria di contribuire all’elaborazione del quadro unico europeo per il settore finanziario adottando standard e orientamenti tecnici vincolanti. L’Autorità svolge inoltre un ruolo cruciale nel promuovere l’armonizzazione delle pratiche di vigilanza al fine di garantire un’applicazione armonizzata delle norme. Inoltre, l’ABE ha il compito di valutare i rischi e le debolezze del settore bancario dell’UE, in particolare mediante relazioni periodiche di valutazione dei rischi e prove di stress a livello europeo.

Tra gli altri compiti dell’ABE figurano l’indagine sull’inadeguata applicazione del diritto dell’UE da parte dell’autorità nazionali, i poteri decisionali in situazioni di crisi, la risoluzione delle controversie tra autorità competenti nei casi transfrontalieri e la prestazione di consulenza indipendente al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione.

Michael Findeisen

La legge sul riciclaggio di denaro: aggiornamenti


Ci sono novità in Europa nel contrasto al riciclaggio di denaro: il 19 giugno nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea è stata pubblicata la “V Direttiva Antiriciclaggio 2018/843” del 30 maggio 2018, che prevede l’aumento dei poteri delle Unità di informazione finanziaria dell’Unione europea e che ha come obiettivi la protezione del sistema finanziario tramite la prevenzione, l’individuazione e l’indagine del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo; il monitoraggio dell’anonimato delle valute virtuali e la limitazione dei rapporti d’affari o delle operazioni che implicano i paesi terzi ad alto rischio.

È stato inoltre aumentato il numero dei soggetti obbligati a rispettare le regole sul riciclaggio: sono stati inclusi i prestatori di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali, i prestatori di servizi di portafoglio digitale, i galleristi e i gestori di case d’asta.

Ma a che punto è la Germania nell’affrontare la questione?

Quando si tratta di riciclaggio di denaro, è noto che il settore immobiliare sia uno dei più a rischio: soprattutto in questo periodo di forte espansione del mercato immobiliare tedesco, molte attività di riciclaggio di denaro vengono svolte mediante investimenti in beni immobili; nel 2016 di 563 casi di criminalità organizzata registrati, il 7% concerneva casi di riciclaggio di denaro. I dati dell’Ufficio federale di polizia criminale riportano che ogni anno il riciclaggio di denaro sporco riguarda complessivamente 25 miliardi di euro e avviene tramite l’acquisto di beni immobili e terreni; è ancora quindi troppo facile nascondere l’origine dei ricavati di un’attività.

C’è quindi ancora molto da fare in Germania per contrastare il problema: come ha dichiarato il ministro delle finanze al WirtschaftsWoche, i Länder devono adoperarsi per migliorare il controllo del rispetto della legge sul riciclaggio dei capitali. Un anno fa è stata apportata una modifica legislativa per far fronte al problema (legge del 26 giugno 2017 sul riciclaggio di denaro), la quale permette alle autorità di confiscare i beni se suppone che la provenienza sia criminale e anche se a questa supposizione non seguono delle vere e proprie prove.

José Andrés Asensio Pagan, capo dell’ufficio centrale della Procura della Repubblica di Hamm, ha recentemente riferito che grazie a questa legge molti beni in possesso di criminali sono stati confiscati: un episodio recente è stato la confisca all’aeroporto di Düsseldorf di beni con un valore di circa 8 milioni di euro.

Permangono comunque le difficoltà da parte dello Stato di raccogliere e aggiornare le informazioni sul numero di casi sospetti e sul volume del riciclaggio di denaro nel settore immobiliare in Germania: è per questo che l’appello del ministro Scholz è rivolto in modo particolare ai Länder, i quali devono però fare fronte alla carenza di personale. I Verdi hanno criticato questa dichiarazione, nello specifico Lisa Paus ha rimarcato i rapporti tra riciclaggio ed espansione del mercato immobiliare, riconducendoli in buona parte alla debolezza dei controlli statali e alla conseguente necessità di far approvare ulteriori riforme.

Con la legge dello scorso anno è stato introdotto, anche come effetto dei Panama Papers, il registro per la trasparenza: non è ancora utilizzato da tutte le autorità fiscali, sono state iscritte finora 55504 imprese operanti in Germania; nel registro sono inseriti tutti i partecipanti a società, cooperative e fondazioni che detengono più del 25% del capitale o delle azioni con diritto di voto di una società o impresa.

Tuttavia anche il registro per la trasparenza presenta degli aspetti da rivedere e da migliorare, come quello dell’accessibilità al pubblico e della visibilità di tutti i registri nazionali: l’esperta finanziaria Marina Popzov di Transparency International ritiene che sarebbe importante divulgare gli aventi diritto economici di società, fondazioni e trust, anche con una quota del 10%. Di altro parere è il presidente dell’Unione fiscale tedesca, Thomas Eigenthaler, secondo cui si è già arrivati a un buon risultato potendo identificare con più facilità coloro che danno vita a un’impresa.

Nell’accordo della Große Koalition è stato delineato come prioritario l’impegno contro il riciclaggio di denaro, insieme a quello contro l’evasione fiscale, l’elusione e la concorrenza fiscale sleale: SPD e CDU sono concordi nel gestire questi problemi a partire dalla tassazione dell’economia digitale.

Per approfondire

Confisca a Berlino: sequestrati beni per un valore di circa 10 milioni di euro


Non c’è quasi nulla di più tedesco di un centro abitato con gli orticelli. Come se ci fosse bisogno di un segno che la criminalità organizzata è arrivata in mezzo alla società, il clan della famiglia Remmo ha comprato un terreno vicino a Berlino. Ora è stato confiscato dalla polizia, insieme a più di 70 proprietà per un valore di circa dieci milioni di euro. Mafia? Nein, Danke! lavora da anni per aumentare l’uso della confisca in Germania. Accogliamo pertanto con favore le misure che sono state adottate e speriamo che i sequestri sopravvivano al controllo giurisdizionale. Vorremmo che in Germania si discutesse di un altro approccio che si è dimostrato valido in Italia: il trasferimento di beni immobili confiscati a enti benefici della società civile. Non sarebbe bello se una targa fosse attaccata a una casa nel centro di Neukölln? “Questa casa apparteneva a un clan altamente criminale che ha ricattato gli imprenditori di Berlino e rubato milioni di euro di beni. Abbiamo restituito questi beni alla società. Il tuo Stato di Berlino”.  Questo sarebbe un messaggio forte – anche per i giovani in viaggio verso una carriera criminale. Per evitare proprio questo, il vicesindaco di Neukölln, Falko Liecke, ha accolto un nostro suggerimento: sviluppare programmi di abbandono per i membri delle famiglie di clan. In passato ne abbiamo già discusso con importanti politici e parlamentari del Senato e stiamo preparando un’altra riunione di esperti sull’argomento.

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Inizia a Costanza il maxi-processo alla mafia  


Il processo contro presunti mafiosi a Costanza, che dovrebbe iniziare il 21 settembre, si è rivelato difficoltoso fin dall’inizio. Per prima cosa, non c’era spazio disponibile che potesse contenere gli imputati e i loro rappresentanti legali insieme ad un pubblico di interessati, cosicché l’udienza nella causa principale non sarà aperta a Costanza, ma a Karlsruhe. Poiché la ricerca di un locale adeguato è durata così a lungo e il tribunale di Costanza ha pertanto deciso di aprire il procedimento in ritardo, un primo imputato sarà liberato dall’arresto. A tal fine, alcuni reati hanno dovuto essere considerati in termini di equivalenza con la situazione giuridica italiana, il che dimostra che l’armonizzazione delle leggi europee renderebbe molto più facile la lotta contro la criminalità organizzata transnazionale. La prova principale dovrebbe rivelare interessanti informazioni sulle attività della mafia nel sud della Germania. Oltre al traffico di droga e alla detenzione di armi e al tentato omicidio, il processo riguarda anche la presunta cooperazione tra Cosa Nostra e la ‘ndrangheta da parte di vari attori provenienti da diverse parti della Germania meridionale. Gli esperti dicono da tempo che le varie organizzazioni mafiose italiane stanno collaborando strettamente. Tuttavia, finora non vi è quasi alcuna prova di questo all’estero – questo processo potrebbe approfondire la comprensione degli affari dei clan nel paese.

Tre importanti arresti in Germania


Sono tre gli uomini fermati in territorio tedesco nell’ultimo mese e mezzo, sospettati di far parte di associazioni mafiose. Tutti sono stati in seguito estradati in Italia e consegnati alle autorità competenti. I tre arresti dimostrano che cooperando efficacemente con le autorità italiane, ci possono essere delle azioni di contrasto alla mafia presente in Germania, anche grazie alle leggi italiane più rigide. Allo stesso tempo, gli arresti chiariscono ulteriormente che l’attenzione alle organizzazioni criminali non deve diminuire. E ancora una volta è evidente come la mafia sia presente non solo nelle grandi città, ma anche nelle zone limitrofe.

Il primo in ordine temporale è avvenuto il 30 aprile 2018 a Traunstein, un capoluogo dell’Alta Baviera, in un’azione coordinata tra la polizia italiana e quella tedesca. Il 21enne catturato è Arcangelo C., esponente del Clan Mazzarella e destinatario di un mandato di arresto europeo per associazione a delinquere di stampo mafioso: al giovane era stato inviato lo stato di fermo da parte della procura di Napoli il 15 febbraio nel periodo in cui nella parte orientale di Napoli si stavano verificando episodi di natura camorrista per il controllo delle piazze di spaccio di stupefacenti e di estorsioni. Arcangelo C. lavorava in Germania come cuoco e barista probabilmente già da prima dello stato di fermo di febbraio; il giovane, nonostante fosse latitante, continuava ad aggiornare la sua pagina Facebook con foto e post, che hanno aiutato la polizia italiana a localizzare l’area per la sua successiva cattura.

Il secondo importante arresto è avvenuto il 7 maggio a Biebesheim, in Assia. In un’azione coordinata tra la polizia italiana di Catania e Adrano e le autorità tedesche di Darmstadt è stato arrestato un importante esponente di Cosa Nostra del Clan Scalisi, detto “Cola tri piedi”, Nicola A.. Latitante da luglio, il 37enne era sfuggito ad un’importante blitz antimafia condotta dalla  Squadra Mobile di Catania e dal Commissariato di Adrano che aveva visto l’arresto di 39 persone sospettate di far parte del clan Scalisi. L’uomo era destinatario di mandato di arresto europeo per associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, detenzione e spaccio di droga, estorsione, rapina, ricettazione, crimini legati alle armi, danneggiamento seguito da incendio.  L’operazione che ha portato al suo arresto va a inserirsi nel progetto chiamato “Eurosearch”, avviato dall’Europol e dal Servizio Centrale Operativo atto a localizzare e catturare i latitanti mafiosi in ambito europeo; l’arresto di Nicola A. è il primo risultato di questo progetto europeo.

Il terzo arresto è avvenuto il 12 maggio, a Colonia, in Renania Settentrionale – Vestfalia. Antonino C., detto Ninu u Paturnisi, 27 anni, latitante dallo scorso gennaio, è l’ultimo importante arrestato in Germania e il secondo risultante del progetto “Eurosearch”. L’uomo faceva parte del Clan Santangelo di Adrano. Antonino C. era sfuggito lo scorso 30 gennaio ad una misura cautelare avviata dalla Squadra mobile di Catania e dal commissariato di Adrano che aveva coinvolto altre 32 persone. Anche per lui era stato rilasciato un mandato di arresto europeo per associazione di stampo mafioso con l’aggravante di associazione armata, estorsione, rapina, traffico di droga, furto, armi, danneggiamento seguito da incendio. L’azione è stata condotta dalla DDA di Catania, assieme alla polizia e alla squadra mobile di Catania, al commissariato di Adrano e con l’aiuto delle autorità tedesche e il supporto di Europol.

 

L’estradizione di Antonino V. in Italia


Antonino V. è stato estradato il 15 maggio 2018 dalla Slovacchia all’Italia in seguito ad un’indagine della Direzione distrettuale Antimafia di Venezia; l’uomo è coinvolto in un’associazione di stampo mafioso, dedita al traffico internazionale di stupefacenti.  Secondo gli inquirenti, si sarebbe occupato di organizzare l’importazione di droga dal Sud America attraverso canali legali e società che sono state ricondotte a lui.  Le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione alle autorità slovacche che hanno deciso di eseguire il mandato d’arresto europeo e di consegnare l’uomo alle autorità competenti italiane.

Il nome di Antonino V. era emerso negli scorsi mesi poiché l’uomo era già stato fermato il 26 febbraio, e in seguito rilasciato dalla polizia slovacca, in merito all’uccisione del giornalista slovacco Jan Kuciak, assassinato a febbraio assieme alla ragazza (qui il link del nostro articolo di approfondimento). Il giornalista al momento dell’uccisione stava indagando sul collegamento tra politici slovacchi e imprenditori locali con l’‘ndrangheta; V. era stato però subito rilasciato per mancanza di prove.

Chi è Antonino V.?

Antonino V. detto “compare Nino” è figlio di Giovanni V. detto “Cappiddazzu” e fratello di Bruno e Sebastiano, originari di Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria. All’inizio degli anni duemila era stato accusato di aver aiutato la latitanza di Domenico V., quest’ultimo condannato in seguito all’ergastolo per omicidio. Gli inquirenti sospettavano che V. fosse diventando il collegamento tra i clan di Bova Marina e la cosca Zindato di Reggio Calabria (legata alla famiglia mafiosa dei Libri). Nel 2014 la Guardia di Finanza italiana viene in seguito a scoprire di un summit in provincia di Lodi, al quale avrebbe partecipato anche Antonino V. come potenziale interessato per discutere di una fornitura di cocaina. Secondo le indagini Antonino V. si sarebbe già spostato in quel periodo in Slovacchia. Dai quotidiani slovacchi l’uomo viene dipinto come un imprenditore con interessi nell’agricoltura, nel settore immobiliare e in quello energetico e con collegamenti con importanti politici vicini al premier che all’indomani dell’uccisione di Kuciak si sono dimessi.

Finora non è stato ancora stabilito chi fossero gli esecutori dell’omicidio di Kuciak e della sua fidanzata. Non si sa nemmeno chi sia all’origine del reato. Di recente la polizia slovacca ha suscitato parecchie reazioni confiscando il telefono di un giornalista ceco che aveva lavorato a stretto contatto con Kuciak. Il telefono non è stato ancora restituito al giornalista. Non è chiaro, tuttavia, perché la polizia slovacca si sia impegnata così tanto per saperne di più sui colleghi di Kuciak. Le organizzazioni giornalistiche criticano le loro azioni con parole forti; invece di indagare gli assassini, si dice che la polizia sia più preoccupata a mettere a rischio le fonti di un giornalista giusto e coraggioso.

Angela Iantosca a Berlino


La giornalista e scrittrice Angela Iantosca il 25 maggio ha presentato il suo ultimo libro “Una sottile linea bianca. Dalle piazze di spaccio alla comunità San Patrignano” (Perrone Editore) presso la libreria Mondolibro – libreria italiana di Berlino. Nel libro si parla di una struttura di aiuto per chi ha problemi di droga, con alti tassi di successo e una metodologia originale e insolita.

In questo lavoro la Iantosca alterna i dati relativi all’uso e allo spaccio di droga alle storie in prima persona di quindici giovani che ne sono stati dipendenti e che dopo un lungo periodo di alienazione e di vuoto interiore hanno deciso di iniziare il percorso previsto dalla comunità di San Patrignano. La comunità è un importante centro di recupero per tossicodipendenti in provincia di Rimini, che compie quest’anno quarant’anni.

Le storie protagoniste del libro sono storie di vuoti da riempire, di profonde sofferenze che in fondo sono dei dolori comuni a tutti. Ecco cosa c’è alla base delle vite dei giovani che danno voce al libro. Le storie narrate dai ragazzi creano un ritratto trasversale dell’Italia, sia geografica che sociale, che permettono anche di capire la trasversalità del fenomeno e come sta cambiando l’approccio alle droghe rispetto al passato: a differenza di una volta sono infatti aumentate le poli-assunzioni, quindi l’uso di tutti i tipi di stupefacenti senza distinzioni, registrando nel frattempo un aumento di morti per overdose da eroina. Un altro pericolo è rappresentato dalle nuove sostanze psicoattive disponibili sul deep web: per questi nuovi stupefacenti non ci sono ancora cure a disposizione e addirittura alcuni di essi creano degli effetti psichici non più curabili.

Il ruolo della famiglia è importante per capire il percorso dei ragazzi in comunità: esse accompagnano i racconti di tutti i protagonisti e condividono in prima persona un percorso di analisi all’interno della comunità, parallelo a quello dei figli.  La presa di coscienza da parte sia dei ragazzi sia delle loro famiglie è la base che consente di cominciare a lavorare, iniziando quindi il percorso di autoanalisi e comprensione dei problemi che li ha portati fino a lì.

La struttura di San Patrignano accoglie circa 1300 persone: le percentuali indicano una maggioranza di ragazzi che vi si rivolgono, ma nell’ultimo periodo si è registrato un numero sempre più crescente di ragazze. Il percorso che viene intrapreso da ognuno di loro è lungo e faticoso, ha una durata minima di tre anni e solo dopo il primo anno e mezzo i giovani cominciano a vedere dei miglioramenti e a capire veramente chi sono. Nella maggior parte delle volte, chi comincia resta fino a completamento del percorso, con una percentuale di successo del 70%. Le regole della comunità sono ferree: non è ammesso l’utilizzo del cellulare, i telegiornali non possono essere visti se non registrati dopo qualche ora dalla messa in onda, si può comunicare all’esterno solo attraverso carta e penna. La cosa più importante della comunità è la conoscenza e la cura di sé e per arrivare a questo obiettivo ogni  persona ha un tutor di riferimento, ragazzi più grandi che hanno fatto il loro stesso percorso e che possono comprendere tutti i meccanismi psicologici in atto.

Come si finanzia però questa struttura in modo da garantire tutti i servizi? Per il 50% si tratta di autofinanziamento e per il rimanente 50% di aiuti da parte di privati. La comunità è costituita da settori in cui i ragazzi lavorano quotidianamente e che aiutano a mantenere in vita la comunità: i prodotti del centro vengono venduti nel ristorante pizzeria della struttura, chiamato Lo Spaccio, al cui interno si trova anche il negozio. I finanziamenti arrivano anche grazie al metodo dell’SMS solidale e attraverso il lavoro nelle scuole.

Durante la presentazione c’è stato il tempo per parlare brevemente anche della connessione tra le droghe e le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. I due temi sono strettamente connessi: il 70% della gestione della cocaina è infatti nelle mani della ‘ndrangheta, che in Italia viene gestita assieme agli albanesi; l’eroina  arriva dall’Afghanistan e la gestione è in mano agli albanesi e ai turchi. In Albania nel frattempo cresce la coltivazione di marjuana.

Chi è Angela Iantosca?

Dal 2017  è direttrice del mensile Acqua&Sapone e negli anni ha collaborato con svariate testate, tra cui Donna Moderna e ilfattoquotidiano.it. Inviata de “La vita in Diretta” su RaiUno e “L’aria che tira” su La7 si occupa da anni di mafie; nel 2013 ha pubblicato il suo primo saggio  “Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile” (Rubbettino Editore) e dopo essersi occupata delle donne si è dedicata ai figli con il secondo saggio “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta” (Perrone Editore) del 2015. Nel 2017 un suo contributo è stato pubblicato in “Under” (Perrone Editore) a cura di Danilo Chirico e Marco Carta, una raccolta di articoli e inchieste sul rapporto dei giovani, le periferie e le mafie. Tanti però i progetti in diversi ambiti, tra cui “Ti leggo” che da novembre 2017 le permette insieme alla Treccani di girare tra i licei italiani a parlare di giornalismo e la rubrica che cura su Radio Luna Radio Libera dal 2016.

 

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

Comunicato stampa sulla situazione a livello federale delle droghe nel 2017: il traffico di droga – un business in piena espansione


La cocaina è diventata una droga di uso quotidiano per molte persone in Germania, come il consumo della cannabis e quello dell’alcool. Questo è ciò che emerge dal rapporto federale del BKA sui crimini legati agli stupefacenti, secondo il quale i reati di cocaina sono aumentati di quasi il 20% e la quantità di stupefacenti sequestrati è moltiplicata. Anche il fatto che il prezzo al consumo della cocaina non cambi nonostante la confisca di stupefacenti è un segnale allarmante: attualmente in Europa stiamo assistendo a un’ondata di cocaina di cui le autorità sono praticamente incapaci di occuparsi.

L’attuale politica restrittiva in materia di droga si sta rivelando inefficace: non limita l’uso di droghe come la cocaina e, al tempo stesso, garantisce che i profitti delle organizzazioni criminali continuino ad aumentare. Per impedire il più possibile l’importazione e il traffico di stupefacenti, occorre intensificare gli sforzi per sequestrare i capitali criminali. La nuova versione della legge sul sequestro dei beni, adottata l’anno scorso, ha migliorato in una certa misura lo spazio giuridico; ora la legge deve essere applicata e ulteriormente adattata alla situazione in Germania.

In questo contesto a Mafia? Nein, Danke! manca un dato importante nel discorso: i capitali confiscati dal narcotraffico. Il problema maggiormente legato al narcotraffico è che le organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta perseguono dei guadagni enormi. Questo denaro viene ripulito, soprattutto anche in Germania, che per la mafia è un Paese assai allettante per il riciclaggio di denaro a causa delle sue strutture politiche ed economiche e la legislatura insufficiente sul tema. Al tempo stesso il rischio che i profitti criminali vengano confiscati è ragionevolmente esiguo. Tra il 2007 e il 2017 il governo del Land ha tolto alle organizzazioni mafiose italiane soltanto 5,85 milioni di euro. Per fare un confronto: è provato che nell’arco di un’unica giornata solo a Berlino vengono spacciati circa dieci chilogrammi di cocaina, cosa che frutta qualcosa come tre-quattro milioni di fatturato, di conseguenza un fatturato annuo di circa 275 milioni di euro. Estrapolando dalla Germania risultano miliardi di fatturato solo con la cocaina: soldi che, al netto dei costi del traffico di droga, rimangono nelle casse dei criminali. Ciò significa che in Germania non solo vengono prodotti miliardi di fatturato con il traffico criminale di droga, ma che questo denaro viene anche qui reinvestito.

Dal punto di vista di una ONG che si occupa di criminalità organizzata, è intollerabile che si accumulino notizie di sospetti di riciclaggio di denaro, come emerge dai dati delle autorità di controllo preposte ai crimini finanziari, della Financial Intelligence Unit FIU. Lo scorso anno l’organizzazione è passata dalla BKA alla dogana, ma ciò non ha incrementato la sua efficacia: ha infatti una coda di elaborazione di circa 30000 casi, e oltre a ciò mancano ancora strutture che possano fare luce su casi ulteriormente complessi come l’accesso agli atti della polizia. Urge in modo particolare il bisogno di rimediare a questa mancanza. Al tempo stesso offrono facilmente eccellenti possibilità a coloro che utilizzano strutture finanziarie come i trust e i fondi chiusi, capitale derivante da reati da investire in grande quantità nel settore immobiliare; tali investimenti assicurano la sua base di potere. Tutto ciò rende la Germania un paradiso per i trafficanti di stupefacenti e per la criminalità organizzata.

Se si analizzano i dati disponibili, si nota che gli indagati di origine italiana sono presenti in scarsa misura nelle statistiche della criminalità tedesca. La leadership globale della ‘ndrangheta, la mafia calabrese, nel commercio della cocaina, è indiscussa. I presunti membri della mafia italiana stanno organizzando il commercio globale anche dalla Germania, come dimostrano le indagini della polizia italiana. In particolare i rappresentanti della ‘ndrangheta hanno dei contatti diretti nei paesi produttori di cocaina per organizzarne l’importazione in Europa. La bassa percentuale di indagati si spiega con la tendenza che persone di altre nazionalità, ad esempio albanesi, agiscono in questo contesto, come già notato dalla polizia, come scagnozzi al servizio di organizzazioni mafiose italiane.