Il ruolo della società civile nella lotta alla mafia: ‘Contromafie’ come laboratorio di idee


Mafia? Nein, Danke! e.V era tra le file della delegazione Libera in Europa alla quarta edizione di Contromafie, intitolata “Contromafiecorruzione”; l’iniziativa si è svolta a Roma dal 2 al 4 febbraio 2018 e ha riunito i rappresentanti dei gruppi territoriali del movimento antimafia, provenienti da tutta Italia insieme alla delegazione europea e latino americana, con l’obiettivo di discutere di legalità, lotta alla mafia e alla corruzione. Il titolo, intenzionalmente, ha voluto sottolineare il legame sempre più stretto tra il fenomeno mafioso e quello corruttivo, definito come una mano che strozza con i guanti bianchi. Filo conduttore della tre giorni è stato proprio il ruolo attivo o propositivo della società civile, parallelamente al lavoro indispensabile delle istituzioni. A testimonianza di questo rinnovato impegno della società civile, al termine dei lavori, sono state presentate proposte concrete e sostenibili per combattere in campi diversi il sistema mafioso e corruttivo.

In particolare, il seminario dedicato alle organizzazioni criminali attraverso una prospettiva internazionale si è rivelato particolarmente interessante per il lavoro dell’associazione; tra i relatori, infatti, anche Claudio Clemente, dal 2013 direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia. L’UIF è l’autorità istituita presso la Banca d’Italia allo scopo di contrastare il riciclaggio di denaro ed il finanziamento del terrorismo: essa acquisisce e analizza flussi finanziari ritenuti sospetti di riciclaggio, trasmessi da intermediari operanti del settore. Perché è così importante capire la connessione tra il denaro e le mafie? Perché, come diceva Falcone, bisogna seguire le tracce di denaro per intercettare la criminalità organizzata. Infatti, chi ha ingenti somme di denaro generato da attività illecite, le ricollocherà nell’economia legale per poterle effettivamente ripulire. Interessante notare come dal 2007 a oggi tali segnalazioni all’autorità sono passate da 12.000 a oltre 100.000, di cui, nel 2016, circa 14.000 sono collegate in vario modo alla criminalità organizzata. A questo si aggiunge il crescente accento transnazionale del fenomeno; la mafia italiana è diventata, infatti, un’esportatrice netta di proventi illeciti all’estero, distribuiti in tutto il mondo, soprattutto in America del Nord e alcune zone dell’America del Sud. In Europa, i proventi illeciti sono distribuiti in gran parte degli stati, e in maniera rilevante in Svizzera, Malta e Germania. Perché in Germania? La criminalità organizzata sceglie lo stato dove esportare capitali illeciti sulla base di una valutazione dei rischi; in questo caso, il costo collegato al rischio è relativamente basso. L’UIF tedesca, e il sistema di contrasto che ruota intorno ad essa, ha una scarsa capacità di intercettare questi capitali e di aggredirli; ne consegue un vuoto di cui le mafie hanno approfittato. Il riciclaggio dev’essere quindi affrontato in una azione corale; tale collaborazione tra i gli enti statali che si occupano della materia è resa difficoltosa dai diversi sistemi normativi di riferimento ma si sta lavorano per favorire una maggiore collaborazione in questo senso.

La rete ALAS

Il tema delle relazioni e dell’impegno civile è stato centrale invece dell’incontro, svoltosi lunedì mattina, con alcuni rappresentanti della rete ALAS – America Latina Alternativa Social. La rete raggruppa più di 50 associazioni provenienti da 11 paesi dell’America del Centro/Sud. A Roma erano presenti alcuni esponenti dal Brasile, Colombia, Messico e Argentina, i quali sono testimoni di impegno civile all’interno delle loro comunità, da alcuni anni in rete tra loro. Toccante l’intervento di Yolanda Morán Isais, fondatrice di Fundem (Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México), madre di un giovane scomparso, la quale, assieme alle altre 605 famiglie che compongono l’associazione, raccontano la guerra interna tra narcotrafficanti e istituzioni che lo stato non riconosce e gestisce con l’esercito e la conseguenza più evidente di questo, la scomparsa di migliaia di giovani. Ufficialmente dal 2006 al 2017 i cosiddetti desaparecidos sono 33.000, ma solo una famiglia su 6 denuncia la scomparsa di un famigliare, per paura e per la criminalizzazione delle vittime da parte delle autorità messicane. Per questo le madri e le famiglie negli anni si sono unite e specializzate per la ricerca dei famigliari e per incalzare il governo ad agire. Uno degli obiettivi ultimi di questo movimento è anche quello di dotare la normativa messicana di una legge sull’uso sociale dei beni confiscati, anche a favore delle stesse famiglie di desaparecidos, che sacrificano tutto nel tentativo di trovare i propri figli e che spesso si ritrovano senza lavoro e casa. Attraverso le testimonianze delle associazioni presenti, è emerso come la collaborazione e il confronto all’interno della rete ALAS/Libera sia fondamentale per creare una rete sociale sempre più ampia ed un punto scambio di buone pratiche contro le mafie e fenomeni corruttivi che hanno una dimensione sempre più internazionale.

Per chi volesse approfondire quanto emerso dalla tre giorni, al seguente link trova i documenti riassuntivi, divisi in quattro aree tematiche.

La mente dietro l’operazione Stige


“Beato il paese che non ha nessun eroe… No.

Beato il paese che non ha bisogno di eroi.”

(Bertolt Brecht)

Il politologo Herfried Münkler ha definito qualche anno fa la società europea “post-eroica“. Negli stati democratici costituzionali che si trovano in uno stato di pace nel proprio territorio, c’è sempre meno bisogno di persone che si impegnano a tal punto da rischiare la propria vita. La situazione è però differente in Italia, dove la figura dell’eroe, è più importante che mai. Stiamo parlando dei magistrati, impegnati nella lotta contro le mafie nelle regioni italiane. Uno di questi è Nicola Gratteri. Ma non è forse fuorviante il concetto di eroe in questo caso? Non succede già troppo spesso che si celebri un sacrificio insensato riconducendolo all’eroismo?

Cerchiamo di definire questo concetto nel modo più neutrale possibile. Un eroe si caratterizza per (1) azioni notevoli, coraggiose e risolute, (2) in un ambiente sfavorevole, (3) orientato verso un concetto pubblico di verità che ne dimostri un atteggiamento integro; (4) a questo si aggiunge il fatto che lo status di eroe non è definito dal suo successo o dal suo fallimento (come nel teatro greco, in cui gli eroi sono i protagonisti sia di tragedie che di commedie). Nicola Gratteri soddisfa questi criteri?

1- Azioni

La mente dietro l’operazione “Stige”, che nel gennaio 2018 ha portato a 169 arresti e alla confisca di beni per un valore di 50 milioni di Euro (alcuni arresti sono stati effettuati anche in Germania) è proprio Nicola Gratteri. Per il lavoro di Mafia? Nein, danke! Gratteri è una figura molto importante, perché è stato uno dei primi a porre l’attenzione su quanto l’´ndrangheta sia diventata un sistema economico e di relazioni attivo a livello globale, che ormai opera in tutti i continenti. Proprio lui ha rivelato come l’80% della cocaina che si muove in Europa è gestita dall’´ndrangheta. Lui ha analizzato le reazioni che hanno seguito il bagno di sangue a Duisburg undici anni fa, scoprendo che questa era stata considerata, a posteriori, da parte dell’´ndrangheta, un errore. Da lì in poi, le faide si sarebbero dovute risolvere a San Luca. Recentemente Gratteri si è occupato con preoccupazione delle crescenti infiltrazioni da parte della mafia nelle istituzioni statali. Attraverso i soldi della cocaina gli ‘ndranghetisti non si sono fatti problemi ad arrivare a occupare posizioni decisive nell’amministrazione pubblica o quantomeno influenzarne pesantemente il processo decisionale.

2 – Ambiente ostile

Dopo essere entrato in magistratura, il 59enne calabrese ha cominciato a lavorare in Calabria, occupandosi fin da subito della lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Per il suo lavoro, da quasi trent’anni Gratteri vive sotto scorta; questo non significa soltanto che riceve protezione durante le apparizioni pubbliche. La scorta della polizia nei casi di pubblici ministeri che si occupano di mafia implica, in Italia, una sorveglianza continua 24 ore su 24. Gratteri ha una famiglia, ama il cibo italiano e adora la sua terra. Tuttavia è difficile immaginare quale prezzo stia pagando per il suo lavoro. La sfera privata, che è tutelata come diritto inalienabile dell’uomo, è sacrificata per uno scopo più alto. E’ purtroppo necessario aggiungere anche questo: è sopravvissuto già a due attentati da parte della criminalità organizzata. La lista dei pubblici ministeri attaccati frontalmente dalla Mafia e che hanno pagato con la vita il loro impegno si può leggere come una triste testimonianza di tale destino. Gratteri, tuttavia, non sembra essere intimidito da questa cosa. Alla domanda se non è troppo chiedere di correre il rischio di essere uccisi per inseguire la propria missione, la sua risposta arriva concisa e diretta: «Tutto nella vita ha il suo prezzo».

E intanto le indagini continuano a Catanzaro, una cittadina a sud, sulla punta calabrese. Gratteri e il suo team, lontani dalle grandi città, lavorano sui prossimi passi contro la criminalità organizzata calabrese, così come all’estero, dove arriva la mano lunga dell’Ndrangheta.

3 – Ambito pubblico e atteggiamento

La personalità di Gratteri è caratterizzata da uno stile calmo, riflessivo e sincero. Durante una intervista, il magistrato sottolinea come sia necessaria tanta ricerca e una raccolta di fatti obbiettivi e incontrastabili per individuare le realtà mafiose. I toni aspri e forti non lo possono quindi aiutare a lavorare al meglio per raggiungere quest’obiettivo. Le sue apparizioni pubbliche e televisive sono caratterizzate da commenti brevi e laconici. In Italia, l’opinione pubblica ripone enorme fiducia in questi magistrati, che sono ammirati e considerati alla stregua di moderni eroi; la frustrazione in cui vivono da decenni i cittadini italiani quando si parla di corruzione e mafia, ha portato i magistrati a guadagnarsi uno status quasi mitico e una tale notorietà che è imparagonabile alla realtà tedesca. Questo naturalmente ha anche i suoi lati negativi; le aspettative e le idealizzazioni possono condurre spesso a delusione. Non bisogna, infatti, dimenticare che i protagonisti di queste mitizzazioni sono sempre condizionati dal contesto in cui si muovono: nella realtà concreta, il lavoro di Gratteri dipende da molti altri fattori, oltre che dalla sua volontà.

Non sono soltanto le indagini della procura, però, ad impegnare la vita di Gratteri. Diventato autore di numerosi libri divulgativi sul tema mafioso, il magistrato vede come uno dei suoi tanti compiti quello di sgretolare il fascino negativo ed impedire il reclutamento da parte delle mafie di giovani leve; tutto questo attraverso un enorme lavoro di sensibilizzazione pubblica. Egli vede come un dovere della sua professione, quello di agire come una sorta di ambasciatore antimafia e di far comprendere quanto siano nocive le strutture mafiose a contatto soprattutto con i giovani calabresi. Gratteri partecipa ed è il protagonista di incontri nelle scuole, dove spiega la realtà mafiosa agli studenti e mostra come all’interno dell’’ndrangheta la possibilità di guadano economico non sia reale e che la redistribuzione della ricchezza non sia per nulla equa. Anche senza argomentare il discorso da un punto di vista strettamente morale, egli cerca di convincere i giovani a non lasciarsi affascinare dalle realtà mafiose che promettono loro falsi guadagni. Facendo l’esempio dello spacciatore di droga, Gratteri sottolinea come razionalmente non ne valga la pena. E in una regione come la Calabria, una delle più povere d’ Europa, questo è un argomento cruciale.

Attraverso il suo operato, Gratteri stava già agendo come possibile Ministro della Giustizia, salvo poi comprendere che qualcosa ne aveva impedito la nomina. Rimangono comunque invariate le sue richieste come magistrato alla politica italiana: l’accelerazione dei processi penali attraverso la digitalizzazione, per evitare di rinviare le sentenze fino alla scadenza dei termini di prescrizione; una maggiore coerenza e collaborazione nel procedimento penale tra gli organismi istituzionali. Gratteri critica inoltre pubblicamente figure come il ministro degli Interni italiano Marco Minniti, dal quale avrebbe voluto sentire una dichiarazione chiara a seguito dell’Operazione Stige avvenuta a inizio gennaio. Il magistrato segue in maniera costante anche come viene percepita e combattuta la mafia all’estero. Egli rimprovera la Germania di non aver ancora riconosciuto fino a che punto la mafia italiana, e in particolare l’ˋndrangheta, sia riuscita a coltivare il proprio capitale sociale anche oltreconfine. Inoltre, egli critica – assieme ad altri esperti di mafia – come il procedimento penale in Germania non ammetta una piena inversione dell’onere della prova. Gratteri e il suo team ha inoltre scoperto numerose reti legate alla mafia calabrese che arrivano fino in Canada, un paese che generalmente non è associato alla criminalità organizzata italiana.

4 – il successo non è determinante per lo status di eroe

Gratteri è senza dubbio un eroe e se questo termine ha ancora un senso, allora dev’essere usato per persone come lui che, nonostante le avversità in cui si muovono, si sono impegnate sempre e fino in fondo nella lotta contro la mafia. Tutti noi speriamo che Gratteri non finisca tra le fila di quei tragici eroi che, alla fine, falliscono nel loro lavoro e in quello che si erano prefissati; ma al contrario, che sia la società stessa a non averne più bisogno. Perché purtroppo la figura di un eroe è necessaria solo in un contesto drammatico e dove c’è bisogno di un appiglio a cui aggrapparsi. La sua vicenda non va però dimenticata: alla fine non si tratta solo di lui e di quello che fa, ma si tratta di quello che facciamo e di quello che siamo tutti noi.

“Un paese fatto da cittadini con coraggio civile non ha bisogno di eroi.”

(Franca Magnani, giornalista)

Il fascino degli strumenti di pagamento virtuali


Quando parliamo di riciclaggio, non possiamo non tener conto della recente e straordinaria diffusione della criptovaluta virtuale[1] e le sue implicazioni. La domanda che sorge spontanea è: questo strumento danneggia la lotta al riciclaggio di denaro e alla criminalità organizzata? I bitcoin [2]non sono né emessi né garantiti da una banca centrale come avviene nel caso del denaro tradizionale: proprio questa struttura decentralizzata e le transazioni preudoanonime della criptovaluta la rendono attrattiva, quindi, non solo per fruitori legittimi ma anche per gruppi criminali. Il ‘denaro virtuale’ ha un valore concordato tra le parti, sulla base della legge della domanda e dell’offerta, ed è scambiato direttamente tra un utente e l’altro. Il venir meno del bisogno di intermediari, primi tra tutti le banche tradizionali, ha posto il problema di chi oggi ha il compito di segnalare alle autorità competenti le attività o transazioni sospette. Sia diversi istituti internazionali che si occupano di misure antiriciclaggio, sia le autorità europee parlano della necessità di una strategia di prevenzione per contrastarne l’abuso. A tale proposito, sono state proposte una serie di modifiche della quarta Direttiva europea antiriciclaggio, pubblicata nel maggio 2015 e avente come quadro di riferimento il rafforzamento della lotta contro il finanziamento del terrorismo. Tra le modifiche proposte dalla Commissione europea c’è quella di far rientrare nel campo d’applicazione della direttiva antiriciclaggio almeno le piattaforme di scambio di valute virtuali (gli organismi di exchange) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale (custodian wallet provider).

Lo scopo è quello di identificare, perseguire, ma soprattutto prevenire reati finanziari che implicano l’uso di criptovalute virtuali. La sfida in questo senso è implementare una pratica normativa che rimanga favorevole all’innovazione, nel rispetto dei diritti fondamenti dei singoli – compresa la protezione dei dati e le libertà economiche -, che non si riveli quindi una regolamentazione restrittiva tout court. A tale proposito, secondo le raccomandazioni stilate ad inizio 2017 al termine del progetto di ricerca BITCRIME, finanziato dal Ministero tedesco dell’educazione e della ricerca (BMBF), l’integrazione di criptovalute virtuali nel metodo classico di prevenzione del riciclaggio di denaro è considerato inadeguato, oltre che impattare negativamente sugli utenti legittimi. È auspicabile pertanto una regolamentazione obbligatoria ad hoc, ad esempio basata su liste nere delle transizioni, finalizzata a prevenire lo scambio di criptovalute della lista nera in valute reali o beni e servizi reali. Tale regolamentazione deve essere uniforme a livello europeo ma dovrebbe puntare fin da subito ad una più ampia e condivisa cooperazione internazionale; questo per due motivi: il primo, per evitare strategie di elusione, il secondo per ovviare ad effetti di spostamento dal mercato europeo. Sempre tra gli obiettivi a breve termine, rimane quello di uniformare la punibilità dei reati connessi alla criminalità informatica.

Sebbene i flussi finanziari complessivi in criptovaluta risultino ancora modesti rispetto a quelli globali, l’evoluzione di questa tecnologia (cosiddetta del blockchain) sta aprendo scenari inediti, offrendo sia nuove opportunità che rischi. Le criptovalute permettono di pagare da qualsiasi parte del globo in tempi ridotti, in modo sicuro e senza lo scambio di informazioni sensibili, oltre al fatto che per aprire un conto in criptovaluta, il cosiddetto ‘wallet’ bastano pochi minuti. La necessità di capirne la natura tecnica e limitarne, quindi, le implicazioni criminali non deve essere percepita come contrario all’utilizzo di criptovalute virtuali in sè (lo stesso discorso vale per l’utilizzo del web, in questo caso del dark web, che ha influenzato pesantemente il mondo criminale ma non per questo si nega la natura rivoluzionaria di internet), anche se c’è il rischio di  ostacolare lo sviluppo di questo strumento in nome della lotta all’uso criminale della criptovaluta. La nascita e diffusione del bitcoin, infatti, rappresenta una sfida al sistema bancario tradizionale, in particolare critica alla base la politica monetaria attuata dalle Banche Centrali, e mette al centro l’intera community degli utilizzatori.

Come sottolineato da più voci, il futuro della criptomoneta virtuale (NB: non la sua esistenza) varierà a seconda dello sviluppo legislativo in materia da parte degli stati e degli organi internazionali/sovranazionali. Per ora ogni paese inquadra la criptovaluta virtuale nel proprio ordinamento in modo differente (si veda il caso della Cina e della Corea del Sud che hanno dichiarato di volerne limitare pesantemente l’utilizzo) e le norme in materia sono in continua evoluzione. In particolare, le misure adottate e quelle che verranno proposte per prevenire e contrastare il rischio concreto di usi illeciti (compravendita di materiale illecito, cybercrime ed evasione fiscale), money dirtying e riciclaggio mediante criptovalute impatteranno sul futuro della criptovaluta stessa. Quello che è certo è che, mentre sulla materia aleggia ancora una forte incertezza giuridica e molti sono ancora gli ostacoli nello scambio informativo tra le forze dell’ordine e investigatori tra i diversi paesi, la criminalità organizzata si sta servendo delle più moderne tecnologie informatiche.

[1] Attualmente le criptovalute virtuali in circolazione sono più di 500; le principali dopo il Bitcoin, sono Litecoin, Ethereum, Ripple, Dash Digital Cash e Monero.

[2] Esempio di criptovaluta virtuale più conosciuta; dominio apparso per la prima volta nel 2008; solo nel 2017 ha registrato una crescita del 1000 per cento.

Operazione Stige: il filo conduttore tra Germania e Italia


“Questa, per numero di arresti, è la più grande operazione contro la criminalità organizzata degli ultimi 23 anni”. Ecco com’è stata definita l’Operazione Stige da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, il quale ha emesso il mandato di arresto per i membri del clan Farao-Marincola il 9 gennaio. Ma se le indagini sono partite dal sud Italia, le ramificazioni delle attività criminali del clan hanno superato da tempo confini geografici gettando luce, ancora una volta, sull’espansione dell’´ndrangheta sempre più a nord. I numeri e i luoghi coinvolti lo dimostrano: 169 gli arresti, due i paesi coinvolti, Italia e Germania, otto regioni italiane interessate (Calabria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Toscana, Campania) e due Länder tedeschi (Hessen und Baden-Württemberg). Cinquanta i milioni di euro di beni sequestrati preventivamente.

Per riuscire in questa maxi-operazione gli sforzi sono stati congiunti, dimostrando quanto la collaborazione e un comune scopo possano dare i loro frutti: l’inchiesta, infatti, è stata coordinata dalla Procura di Catanzaro, con la collaborazione dei carabinieri del ROS e del comando provinciale catanzarese assieme alla polizia federale tedesca che ha effettuato gli arresti in Germania. L’operazione è stata facilitata dall’agenzia Eurojust, organismo europeo istituito nel 2002 con lo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria e investigativa tra gli stati per contrastare la criminalità transnazionale all’interno dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la Germania, sono undici gli uomini arrestati durante l’operazione, dieci dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il dato interessante che troviamo leggendo diverse fonti e quotidiani italiani (in Germania i nomi e i dati completi degli arrestati non sono stati resi pubblici)  è il fatto che le persone arrestate e che operavano in Germania non provengono tutte dalle provincie crotonesi, ma alcuni di loro sono residenti e persino nate nelle regioni centrali tedesche, nello specifico da Bald Wildungen, Rotemburg e Kassel; tra i fermati anche un uomo nato a Monaco di Baviera e tutt’oggi domiciliato in Germania (vedi figura 1). Grazie all’ottima conoscenza del territorio e la rete stabile di contatti, gli uomini legati alla cosca Farao-Marincola agivano fino a quel momento indisturbati, intimidendo e imponendo a ristoranti e pizzerie, gestite in gran parte da calabresi, i “loro” prodotti, quelli decisi appunto dal clan. L’’ndrangheta, quindi, di fatto non è diventata anche europea? Che fosse anche un problema tedesco, questo lo si sapeva già da tempo. Nella figura 2 vediamo, invece, i luoghi dove secondo l’ordinanza del tribunale di Catanzaro gli uomini della cosca avevano negozi e ristoranti sotto la loro diretta influenza. Nello specifico, le città interessate sono Eiterhagen, Malsfeld, Borken, Spangenberg, Melsungen, Fritzlar, Felsberg, Hessisch Lichtenau, Frielendorf, Kassel e Bad Zwesten.

L’operazione Stige deve il suo nome al fiume dell’oltretomba descritto dai classici greco e latini, che, nelle tradizioni successive, s’identifica con corsi d’acqua fangosi e paludosi che accompagnerebbe l’ingresso nell’oltretomba; un’immagine che si presta benissimo all’´ndrangheta oggi. Sebbene gli arresti d’inizio gennaio abbiano lanciato un segnale importante anche in Germania, non hanno però sconfitto l’ndrangheta in toto, anzi. Come il clan Farao-Marincola ha agito indisturbato fino a quel momento, così tanti altri gruppi attivi in Germania hanno potuto trovare spazio di azione, studiando e infiltrando l’economia legale sempre più a nord fino ad arrivare nel cuore della Germania. Come Gratteri ha spesso ripetuto la Germania è uno dei territori più fertili per la criminalità organizzata. La ricchezza tedesca crea un’importante base per i traffici illeciti delle cosche mafiose e la mancanza di una chiara ed efficace legislazione contro questa realtà, va a creare un buco che le cosche non fanno fatica a sfruttare. L’adozione di misure e azioni comuni è quindi sempre più necessaria, quando si tratta di criminalità transazionale. Una tale operazione è, come ha detto Gratteri “da portare nelle scuole di magistratura per spiegare come si fa un’indagine per 416bis”.

I risultati dell’interrogazione parlamentare sulla mafia in Baviera


I risultati dell’interrogazione parlamentare presentata a fine 2017 da Katharina Schulze, capo gruppo dei Verdi al parlamento bavarese sulla presenza della mafia nella regione, sono stati definiti in un comunicato stampa “allarmanti”. La regione, infatti, è descritta non solo come “area di riposo e di ritiro” per i soggetti legati alle mafie italiane, ma da tempo è luogo di investimento del capitale economico e sociale. Dopo la Renania Settentrionale-Vestfalia, la Baviera, infatti, è il secondo Land tedesco per popolazione e per importanza economica. Al centro del fenomeno mafioso non solo il capoluogo, Monaco di Baviera, ma anche Augusta e Norimberga, così come l’alta baviera dove si registra la presenza di membri dell’´ndrangheta. In generale, le attività principali rimangono quelle tradizionali come il traffico di droga e il conseguente riciclaggio di denaro, ma nel corso degli anni i gruppi attivi nella zona hanno dimostrato un’ottima capacità di adattamento alle nuove realtà economiche, giuridiche e tecnologiche. Lo scopo è quello di massimizzare i profitti e ridurre al minimo il rischio di essere scoperti, anche in Germania. Accanto al lavoro delle forze di polizia bavarese, dal 1994 l’Ufficio statale bavarese per la protezione della Costituzione (Bayerisches Landesamt für Verfassungsschutz) è giuridicamente responsabile di osservare/raccogliere dati sulla criminalità organizzata nella regione.

Secondo i dati disponibili (NB: i dati riportati nella richiesta scritta dei Verdi si riferiscono al lasso temporale che va dal 2007 al 2016), in Baviera vivono 136 soggetti legati a gruppi criminali italiani, tutti residenti in Germania. 80 di questi sono collegati all’´ndrangheta calabrese, particolarmente attiva nella regione e presente almeno dagli anni ‘70. Dal 2014 al 2016 è aumentato del 10% il numero dei membri legati all’ ´ndrangheta (sarebbe interessante capire  se questo trend negli ultimi due anni è rimasto costante o ha subito variazioni). Per quanto riguarda le strutture delle ‘ndrine in Germania, l’interrogazione scritta riporta come siano un riflesso delle strutture nel territorio di origine. Lo stesso vale per la metodologia di lavoro, regole e rituali.  Per quanto riguarda la Camorra si registra la loro presenza in Baviera a partire dagli anni ’70; oggi vanta strutture radicate che fungono da basi operative per attività criminali di vario genere, in particolare la contraffazione di articoli. Ad oggi si registrano 30 camorristi, organizzati in circa 6 gruppi.  Cosa Nostra risulta, invece, subordinata a Camorra e ‘ndrangheta per numero di affiliati e indagini della polizia a loro carico (circa 20 persone, numero che è rimasto invariato negli ultimi anni). La stessa cosa vale per la Sacra Corona Unita, che ha sfruttato la Baviera principalmente come area di ritiro. Attualmente sono 6 le persone segnalate e questo numero è sostanzialmente rimasto invariato da anni. Ad eccezione di quest’ultima, le 3 organizzazioni sopracitate sono attive nel settore gastronomico, dove in parte investono i loro introiti. Un ulteriore dato interessante che si evince dal documento è il fatto che i gruppi italiani lavorano occasionalmente a contatto anche con altri gruppi provenienti dall’estero (in particolare gruppi russo o eurasiatici), così come i Rocker o gruppi simili.

Purtroppo mancano a livello regionale dati attendibili sul patrimonio immobiliare, acquistati con gli utili delle attività criminali o sotto il diretto controllo economico, né si legge una stima del fatturato annuo totale delle mafie italiane. Nonostante questo, c’è la consapevolezza della minaccia economica rappresentata dalle mafie italiane in Baviera e c’è una confermata e crescente attenzione sul tema da parte delle autorità; quello su cui invece non si pone sufficiente attenzione sono i casi di corruzione o di influenza sulla politica, i media, la pubblica amministrazione o la magistratura. È auspicabile che anche questo aspetto venga considerato prioritario, compresa la raccolta di segnalazioni in questo ambito. Per concludere, l’interrogazione parlamentare ha toccato il tema della cooperazione tra le forze dell’ordine tedesche e italiane, la quale è risultata di tipo temporaneo e si concentra su casi concreti e circoscritti. Non esiste quindi nella regione una squadra investigativa congiunta italo-tedesca permanente. L’interesse del gruppo espresso al termine della procedura è quello di continuare ad approfondire il tema e proseguire la raccolta di informazioni aggiornate con interrogazioni parlamentari sulla presenza della mafia albanese, turca e russa in Baviera. Rainer Nachtigall, portavoce di un sindacato della polizia bavarese (DPolG) sottolinea come ci sia bisogno non solo di pattuglie sul campo ma di più specialisti sulla tematica, in primis presso gli uffici della polizia criminale federale.

III Formazione di Libera Contro le Mafie in Europa a Gent, in Belgio: confisca e corruzione i temi affrontati


Dopo Parigi e Berlino, la rete di associazioni che collaborano con Libera a livello europeo – in questa occasione composta da 20 attivisti provenienti da Belgio, Svizzera, Germania, Francia e Regno Unito – si è riunita per la terza volta a Gent ad inizio dicembre. Una tre giorni in cui abbiamo discusso del progetto Libera Idee in Europa e dell’Agenda per il 2018; durante il momento di formazione collettivo hanno partecipato anche Alberto Perduca, procuratore della Repubblica, che ha parlato dello strumento della confisca e Alberto Vannucci, professore ordinario presso Il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa, esperto di organizzazioni criminali e corruzione politico-amministrativa.

Tra gli strumenti “antimafia” più efficaci, infatti, citiamo la conoscenza teorica del fenomeno corruttivo – per sua natura, l’oggetto che vogliamo imparare a conoscere e combattere è invisibile (a maggior ragione quando è efficace) – e l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso lo strumento dapprima del sequestro e successivamente della confisca. Entrambi sono elementi chiave nel contrasto alla criminalità organizzata; la consapevolezza a riguardo è cresciuta negli anni anche a livello europeo, come dimostrano numerosi strumenti legislativi, in primis la Direttiva europea 2014/42, relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi del reato nell’Unione Europea. Guardando alle diverse tipologie di confisca che sono state inserite nella direttiva però, un grosso punto di domanda rimane per quanto riguarda l’utilizzo della confisca di prevenzione – bai passata in alcuni casi una buona cooperazione transfrontaliera – e il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Anti-Mafia Talks

A conclusione del weekend all’insegna dell’antimafia, abbiamo partecipato ad una giornata pubblica intitolata “Anti-Maffia Talks” (circa 350 partecipanti), promossa dal Centro d’arte Vooruit, Libera Internazionale e Antico Sapore, con la partecipazione di don Luigi Ciotti, intervistato dalla giornalista belga Ine Roox. A seguire lo spettacolo “Mafia Liquida”, realizzato dalla troupe di Cinemovel (link): lavagna luminosa, proiettore digitale e musica, sono stati gli strumenti utilizzati per tradurre in immagini storie quotidiane di sopraffazione mafiosa. Salvatore di Rosa e Mario Portanova, giornalisti d’inchiesta rispettivamente da Belgio e Italia e Giulia Baruzzo di Libera Internazionale hanno chiuso la tre giorni parlando dell’incessante diffusione delle mafie oltre i confini dell’Italia. Auspicare una Europa sempre più impegnata contro la criminalità organizzata – nel nostro piccolo promuovere una progettualità comune dell’antimafia sociale a livello europeo – risulta quindi sempre più attuale e necessario.

 

Daphne Caruana Galizia: l`inchiesta va avanti; 3 sospettati, ma ancora poca chiarezza


Il premier maltese Joseph Muscat ha annunciato lo stato di fermo a danno di tre soggetti, sospettati di aver avuto un ruolo attivo nel brutale attentato che ha portato alla morte della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia. I tre sarebbero giá noti alle forze dell’ordine dell´isola. Le accuse li identificherebbero come gli esecutori materiali : i mandanti, infatti, restano purtroppo ad oggi ignoti. In data 4 dicembre, il governo maltese aveva comunicato l´arresto di dieci sospettati – tra questi anche i 3 in stato di fermo. Si tratterebbe dei fratelli George ed Alfred Degiorgio e di Vincent Muscat, tutti poco piú che cinquantenni con precedenti penali per reati comuni. L`accusa nei loro confronti é di omicidio ed uso criminale di esplosivi. Trattandosi di cosiddetti “delinquenti comuni”, la reporter non si era mai occupata di loro nei suoi pezzi. É dunque da escludere un omicidio di vendetta. Durante l´ udienza, svoltasi il 5 dicembre, i tre si sono dichiarati non colpevoli.

La notizia dovrebbe però essere accolta con cautela, soprattutto per la mancanza di progressi sul lato dei mandanti dell´omicidio. Non dimentichiamo, infatti, il contesto in cui si sono svolte le indagini fino ad oggi, cosí come il contesto in cui si muoveva Caruana Galizia. A causa del suo lavoro investigativo, costante e senza timori reverenziali nell´accusare di reati gravi alti ranghi della politica, della criminalitá organizzata o della finanza internazionale, la giornalista aveva attorno a se´ un cerchio di nemici molto potenti. Tra questi, anche il premier maltese Muscat. Come esposto nelle istanze depositate dalla famiglia della vittima alla Corte Costituzionale maltesele indagini sono apparse subitoviziate dalla partecipazione di soggetti che non possono essere considerati imparziali, in quanto giá nel mirino delle inchieste di Caruana Galizia.. Le anomalie denunciate dai parenti della giornalista si osservano giá nei primi minuti dopo lo scoppio dell´autobomba; tra le prime persone ad arrivare sul luogo del delitto troviamoil magistrato Consuelo Scerri Herrera, vecchia conoscenza di Caruana Galizia: era stata proprio lei, infatti, a denunciare la reporter per calunnia e diffamazione nel 2011, in seguito a numerosi articoli pubblicati sul blog della giornalista maltese. Il magistrato è stato dichiarato incompatibile solo in un momento successivo – nonostante la sua posizione ambigua, già evidenziata all´inizio delle indagini.

Ma il caso di Herrera non é l´unico a destare i sospetti della famiglia di Caruana Galizia. Le indagini sono attualmente condotte dal vice commissario Silvio Valletta, marito di  Justyne Caruana (nessun legame di parentela con la giornalista), a sua volta nominata ministro dell´isola di Gozo dal premier Muscat. Entrambi sono finiti nel mirino delle indagini di Caruana Galizia nel suo blog. Valletta ha anche ricoperto il ruolo di rappresentante della polizia presso il consiglio d’ amministrazione dell´Unitá di Analisi dell´Intelligence Finanziaria – un ente preposto a verificare la presenza di illeciti finanziari a Malta. Caruana Galizia non aveva mai nascosto le sue critiche nei confronti del lavoro svolto esattamente da questo organismo,; le indagini in ambito finanziario della reporter infatti, avevano più volte messo in luce le numerose falle nel sistema di verifica finanziaria maltese.

Già il 22 novembre scorso la famiglia aveva presentato istanza di rimozionedel vice commissario dall’incarico davanti alla corte costituzionale maltese: “Il suo coinvolgimento porta non solo a seri dubbi sull’indipendenza e l’imparzialità della stessa indagine, ma mina l’indipendenza e l’imparzialità che richiede un’indagine per omicidio”.

Nel mese di novembre, sette deputati del Parlamento Europeo hanno visitato l´isola per accertarsi sullo stato delle indagini. La loro reazione é stata di “seria preoccupazione”, preoccupazione che sarà accuratamente riportata in una relazione che verrà consegnata alla Commissione Europea. Secondo quanto dichiarato dall`eurodeputato Sven Giegoold, si pensa anche ad utlizzare lo strumento sancito dall´ articolo 7 del Trattato UE, vale a dire la contestazione formale da parte del Parlamento Europeo di una violazione grave dello stato di diritto. Si attendono aggiornamenti da Malta e da Bruxelles: la veritá sulla morte della reporter pare ancora lontana.

Le iniziative antimafia in Germania


A seguire, l´abstract dell´articolo accademico pubblicato da un nostro membro, Giulia Norberti, sulle principali iniziative antimafia presenti in Germania. Il lavoro si basa su informazioni raccolte negli ultimi mesi, coinvolgendo scuole, universitá, associazioni e non solo sull´intero territorio tedesco. Questo articolo é ad oggi l`unico a fornire una panoramica sui movimenti e sulle iniziative principali che si occupano di antimafia in Germania. Nonostante le molteplici iniziative presenti sul territorio, reperirne informazioni ha presentato delle difficoltá, dato il carattere spontaneo della maggior parte di esse. Non possiamo che augurarci che continuino a nascere e crescere tante altre attivitá dal basso che si occupino del tema e ci auguriamo che Giulia Norberti continui a mapparle.

Vi invitiamo inoltre a segnalarci eventuali altre iniziative mancanti, in modo da poterle inserire nel nostro giovane database, mantenere aggiornata la mappatura ed incoraggiare il networking.

L´articolo completo é al momento disponibile solo in lingua inglese e vi si puó accedere tramite il link in fondo alla pagina.

Abstract

Le ricerche degli ultimi anni suggeriscono che l’espansione delle mafie italiane in territorio tedesco stia avvenendo nell’indifferenza generale. Stato e autorità locali, così come società civile e media, non stanno dedicando sufficiente attenzione alla tematica. L’obiettivo di questo articolo è invece di identificare e mappare le numerose organizzazioni e i tanti eventi che sono stati organizzati negli ultimi anni, nel tentativo di analizzare la dimensione e le dinamiche del movimento antimafia in Germania. I risultati raccolti suggeriscono che, contrariamente al previsto, esistono molte persone e gruppi attivi in questo settore, anche se non sempre raggiungono un visibile impatto.

Link all´articolo completo: https://riviste.unimi.it/index.php/cross/article/view/9277/pdf

 

Flash news – 8,4 kili di cocaina trovati in un´automobile a Passau: alla guida, un italiano


Durante uno dei controlli giornalieri della polizia autostradale di Passau, nei pressi di Monaco di Baviera, é stato rinvenuto dagli agenti un ingente carico di cocaina in un´automobile diretta in Austria. Alla guida del mezzo, un italiano di 63 anni, le quali generalità non sono state rese note dalle forze dell`ordine. L´evento risale agli inizi di novembre.

La vettura si trovava nei pressi del parcheggio di Haammerbach dell´autostrada A3. L´uomo alla guida del mezzo di trova attualmente in arresto. Le indagini sono adesso in corso da parte della polizia di dogana (Zoll) di Monaco, dal gruppo investigativo antidroga dell´LKA Bavarese (GER) e dalla procura di Passau.

Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.