Sentenza storica sulla trattativa Stato-mafia


Il 20 aprile la Corte di Assise di Palermo ha emesso una sentenza decisiva sulle presunte trattative avvenute nel corso degli anni Novanta in Italia tra politici e mafiosi. Il processo, che è durato cinque anni e sei mesi, ha determinato una pena compresa tra gli otto e i ventotto anni di carcere prevista per mafiosi e uomini delle istituzioni. Il reato di cui sono stati ritenuti colpevoli è violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art. 338 cp): nel concreto sono accusati di aver minacciato il governo di rispondere con altre bombe e stragi a un eventuale proseguimento dell’offensiva antimafia dell’esecutivo.

La sentenza ha visto coinvolti nomi noti: ha stabilito una pena di otto anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e per Massimo Ciancimino, quest’ultimo accusato di concorso in associazione mafiosa e calunnia dell’ex capo della polizia De Gennaro, al quale dovrà risarcire i danni. Ammontano a ventotto gli anni di reclusione previsti per il cognato di Totò Riina, il boss Leoluca Bagarella; dodici anni invece al medico fedele di Riina, Antonino Cinà; le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca sono state prescritte e due ministri imputati, Nicola Mancino e Calogero Mannino, sono stati invece assolti. Gli ex vertici del Ros, Mario Mori e Antonio Subranni, sono stati condannati a dodici anni, ma sono stati assolti invece per quanto riguarda il periodo successivo al 1993.

Più complesso il discorso riguardo l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannato a dodici anni per lo stesso reato. Già nella sentenza della Cassazione del 2012 si affermavano i suoi contatti con Cosa nostra nel periodo dagli anni Settanta al 1992: nel 1974 organizzò un incontro tra Berlusconi e i vertici di Cosa nostra (all’epoca i boss Bontade e Teresi), cui seguì l’accordo che prevedeva la protezione della famiglia di Berlusconi in cambio del pagamento periodico di cospicue somme di denaro con il tramite di Dell’Utri. Questi nel 1983 tornò alle dipendenze di Berlusconi e vi rimase fino al 1992, quando pareva fossero terminati i pagamenti di Berlusconi a Cosa nostra. La nuova sentenza definisce però un’ulteriore solidità di questi rapporti, come ha sottolineato il pm  titolare dell’inchiesta Nino Di Matteo (qui un link di approfondimento), e stabilisce che non ci sono state interruzioni di questo rapporto, anzi, dal 1993 era continuato anche durante il  governo Berlusconi. Mori, Subranni, De Donno, Dell’Utri e i boss Nino Cinà e Leoluca Bagarella dovranno anche risarcire 10 milioni di euro alla Presidenza del Consiglio costituitasi parte civile.

Molti hanno espresso soddisfazione per la sentenza, tra cui anche Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, pur essendo critico rispetto all’assoluzione di Mancino e consapevole che ci sono ancora ulteriori risultati da perseguire. Uno di questi riguarda il ruolo dei politici che, escludendo la condanna a Dell’Utri, non è stato esaminato fino in fondo.

La Svizzera e la mafia: un rapporto complicato


In realtà, l’operazione di polizia di cui parla ora il giornalista Frank Garbely, è avvenuta molto tempo fa. Nel 2006 l’Autorità Nazionale Antimafia italiana (DIA), in collaborazione  con la Procura Federale Svizzera, aveva avviato il monitoraggio di un bocciodromo, considerato luogo di incontro di quattro persone sospettate di fare parte di una organizzazione mafiosa: i presunti mafiosi Fortunato M., Francesco R., Antonio M. e Bruno P. si incontravano lì e si sedevano per la maggior parte delle volte allo stesso tavolo. Le autorità svizzere avevano acconsentito a tale osservazione, a determinate condizioni. Secondo Garbely, infatti, solo quella precisa area poteva essere monitorata. Molte cose però andarono storte durante le misure di sorveglianza: furono riscontrati parecchi problemi tecnici e alla fine il materiale raccolto fu cancellato perché le registrazioni non mostravano solo i quattro sospettati ma anche giudici, giornalisti e funzionari pubblici. Il monitoraggio era stato interrotto dopo tre mesi, “a causa di problemi tecnici”, secondo l’articolo.

Le azioni di sorveglianza erano state eseguite da un’azienda italiana, impresa di copertura dietro la quale lavorava la DIA. Fortunato M. fu in seguito arrestato ed estradato.

L’intera operazione è stata al centro di dubbi e scandali in diversi articoli perché, tra le altre cose, le intercettazioni non erano state eseguite da tecnici svizzeri. Nello stesso periodo sono uscite anche notizie su presunti problemi di salute  che avevano colpito in prigione Fortunato M.. Naturalmente non sono mancati i commenti sul fatto che M., un pittore, non poteva essere un mafioso, descrivendolo come una persona amichevole o un collega e un artigiano.

Ciò che è interessante notare di questa vicenda è che i documenti interni sono stati divulgati e di questo non saranno soddisfatte le autorità italiane, le quali da molto tempo intrattengono relazioni particolarmente difficili con le autorità svizzere: come in Germania anche la Svizzera ha, infatti, delle leggi per la lotta alla mafia inadeguate. Nello stesso tempo gli investigatori italiani hanno reso pubblico una registrazione del bocciodromo senza consultare i colleghi svizzeri.

In occasione di una conferenza tenutasi a fine febbraio, il procuratore generale Michael Lauber ha fornito informazioni sul  procedimento penale: secondo il procuratore, in questo momento, in Svizzera, ci sono venti casi giudiziari aperti in cui il paese è interessante perché luogo di riciclaggio di denaro ed è “il più vulnerabile per crimini finanziari”. Lauber vorrebbe in futuro avvalersi maggiormente di testimoni che abbiano presentato domanda di protezione: “Dobbiamo scoprire che cosa avviene all’interno dei circoli mafiosi” ha spiegato il procuratore. Tuttavia la Svizzera non dispone ancora di una  legislazione sufficiente in materia.

Questi toni sono sorprendenti visto che Lauber aveva implicato che non avrebbe più condotto ulteriori indagini sulla mafia per mancanze di prospettive di successo.

Speriamo che le autorità svizzere stiano procedendo a un cambio di posizione. Il pericolo d’infiltrazioni mafiose è presente indubbiamente anche in Svizzera. Solo di recente si è saputo che un’impresa di costruzioni poco trasparente aveva vinto un’importante commessa per la costruzione di un tunnel dal valore di oltre un miliardo di franchi svizzeri. La certificazione antimafia è stata ritirata alla casa madre italiana e cinque dei suoi dipendenti sono stati arrestati perché appartenenti alla mafia. Sono stati anche accusati di corruzione.

Boss della ‘ndrangheta arrestato


Il 6 aprile 2018 è stato arrestato dopo due anni di latitanza il boss della ndrangheta Giuseppe P., figlio di ‘Ntoni P. Gambazza: l’operazione si è svolta a Condufuri, vicino San Luca, e ha visto coinvolti 50 uomini della squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo (SCO), coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina. L’uomo viveva da qualche mese in una casa isolata dell’entroterra della Locride, in una zona impervia e difficilmente accessibile. Nel momento dell’arresto altre persone erano presenti con il boss, ma nessuno di loro ha opposto resistenza.

Giuseppe P. è considerato uno dei più importanti capi strategici dell’organizzazione criminale calabrese, appartiene alla “Provincia”, organo di vertice della ndrangheta. Il suo potere è inoltre aumentato grazie al matrimonio con Marianna B., figlia del boss ora all’ergastolo Francesco B. – u castanu – , capo della famiglia omonima di Platì. Nei suoi confronti era stata emessa nel luglio del 2017 un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, per tentata estorsione e illecita concorrenza aggravate dal metodo mafioso nell’ambito dell’inchiesta “Mandamento Ionico” che aveva già portato all’arresto di altre 115 persone e 200 indagati.

Secondo gli investigatori, Giuseppe P. gestiva non solo dei rapporti con la criminalità, spartendo affari e lavori pubblici tra i clan della zona, ma anche con la politica. Se ne ha notizia a proposito delle elezioni regionali in Sicilia del 2010, quando decine di candidati passarono da lui: uno di questi fu l’allora sindaco Santi Z., che risultò il primo eletto della provincia con gli 11000 voti ricevuti.

Utilizzò il suo potere anche per far entrare il nipote Antonio alla facoltà di Architettura di Reggio Calabria, ma i suoi contatti con l’Università non si sono limitati a questo caso, dato che garantì a una persona l’ammissione del figlio alla facoltà di Medicina tramite la conoscenza di un “amico”.

Lo stato della corruzione a Berlino


È cosa nota che Berlino abbia da tempo un problema con lo spaccio di droga, ma ancora non era saltato alle cronache che persino elementi della polizia vi fossero coinvolti in prima persona anche in termini di corruttela. Possiamo dire che ci sia ancora molto lavoro da fare, dal momento che, se consideriamo gli oltre 20000 agenti di polizia della città, la questione è stata affrontata in modo piuttosto limitato, contando un numero dai tre ai sei processi per corruzione contro agenti di polizia. La polizia berlinese ha iniziato l’anno 2018 con uno scandalo, come del resto all’inizio dell’anno scorso si trovò nel pieno delle accuse (respinte) a seguito dell’attentato del dicembre 2016: si sospettava infatti che quella disattenzione pre-attentato fosse dovuta alla presenza di infiltrazioni criminali arabe.

Lo scandalo attuale riguarda un caso di tutt’altro genere: infatti è del 16 marzo la notizia dell’arresto di un poliziotto trentanovenne di Berlino insieme a due indagati turchi, con l’accusa di corruzione e di coinvolgimento nel traffico di droga. Si sospetta anche che sia colpevole del reato di rivelazione dei segreti d’ufficio: pare che fosse solito avvertire quattro operatori della ristorazione ogni volta che fosse imminente un controllo della polizia; in cambio riceveva somme fino a 3000€. Gestiva inoltre un poker club a Pankow, “Magic Card”, il cui magazzino era adibito a deposito temporaneo di stupefacenti. Cinquanta agenti e le forze speciali dell’Ufficio della Polizia Criminale statale (LKA) hanno fatto incursione nel locale, a seguito delle quali sono stati sequestrati per il momento, oltre ai telefoni cellulari e al denaro contante, beni pari a oltre 55000€.

Non molto dopo, il 28 marzo, il sospetto di corruzione è caduto su altri tre poliziotti (uno di 28 anni, due di 42) che si ipotizza lavorassero per il Dipartimento 4, che si occupa dei distretti Tempelhof-Schöneberg e Steglitz-Zehlendorf. I poliziotti avrebbero diffuso informazioni interne a cinque spacciatori di eroina libanesi; in cambio pare che fossero ricompensati con 800 € a settimana. Gli investigatori hanno perquisito le loro abitazioni e gli uffici dei commissariati di polizia, si è parlato di prove esaustive ma ancora deve essere completata la fase di valutazione.

Questi scandali seguono di poco la pubblicazione del rapporto sulla corruzione relativo all’anno 2017 (qui  per il download), in cui risulta che 114 sono i casi pendenti di corruzione e 119 i procedimenti conclusi; 94 casi sono stati invece archiviati perché le prove del reato non erano sufficienti.

Una condanna descritta nel report è relativa a una società di sicurezza responsabile dell’alloggio per rifugiati presso l’Ufficio regionale del Land per la salute e gli affari sociali: il caposezione aveva accettato una tangente di 143000 € dall’amministratore delegato e a seguito del riconoscimento del reato, è stata effettuata una confisca pari nel complesso a 480000 €.

I gruppi di lavoro anticorruzione dell’amministrazione di Berlino si sono soffermati anche sui casi lievi di mancata trasparenza, come per esempio il rilascio ai senatori di biglietti gratuiti per eventi sportivi e culturali. Questo rapporto ci conferma quanto potevamo pensare leggendo le notizie sugli scandali nella polizia: le mancanze e i ritardi nelle procedure di condanna del reato di corruzione anche in Germania contribuiscono alla convinzione di alcuni di rimanere impuniti.

La criminalità organizzata a Berlino – le grandi famiglie arabe


L’ultima operazione della polizia tedesca contro la criminalità organizzata a Berlino ha avuto luogo a fine febbraio 2018: in un’azione che ha coinvolto 120 poliziotti sono stati eseguiti 19 mandati di perquisizione con l’arresto di tre giovani, sospettati di far parte di uno dei più grandi clan criminali arabi di Berlino. Tutti e tre sono accusati di furti e ricettazione.

La capitale tedesca non è immune alla presenza di criminalità organizzata e quest’ultima operazione evidenzia una presenza mafiosa ormai radicata nei quartieri berlinesi. Le attività criminali di Berlino sono in mano alle cosiddette grandi famiglie arabe, presenti soprattutto nella parte occidentale della città. Spesso vengono definite come delle vere e proprie società parallele con al loro interno le proprie regole. Si parla all’incirca di 20 clan che dominano la scena della criminalità berlinese, compresi i gruppi di minore importanza: di questa ventina, 7 o 8 sono nel mirino della polizia. Si contano quasi 1000 criminali che fanno parte dei clan arabi berlinesi.

Le attività gestite dai gruppi criminali sono molteplici: riciclaggio di denaro sporco, gestione della droga e della prostituzione, implicazioni nel mondo del gioco d’azzardo. I soldi guadagnati da questi introiti illegali vengono in parte rispediti alle famiglie d’origine fuori dalla Germania e quelli che rimangono reinseriti nell’economia legale attraverso il riciclaggio. Questo rende impossibile da parte della polizia risalire alla loro origine illegale e quindi procedere con l’incarcerazione dei criminali stessi. I clan sono composti da famiglie molto unite. La chiusura dei nuclei famigliari impedisce l’uso di infiltrati da parte della polizia, e al contempo sono rare le possibili fuoriuscite di possibili testimoni che ne denuncino la criminalità. Il problema si presenta anche per quanto riguarda i testimoni oculari esterni: i gruppi criminali hanno raggiunto un tale potere intimidatorio  che spesso riescono ad esercitare un potere tale da costringere le persone a ritirare le loro denunce.

Sono i mafiosi che cercano di delegittimare il ruolo della polizia diffondendo voci false su reati commessi da parte dei poliziotti in modo da screditarne le figure e potersi muovere in un clima di maggiore sfiducia verso la legalità. Spesso però gli strumenti che hanno a disposizione gli agenti non sono comunque efficaci: la tracciabilità del denaro sporco è ostacolata dall’impossibilità di poter visionare i redditi dei criminali. La mancanza di tecnici spesso è un problema nella gestione delle indagini. Tutto questo porta alla creazione di problemi in una situazione già molto delicata. Quello che si auspica è quindi l’implementazione degli strumenti investigativi e legislativi per aiutare il lavoro di contrasto ai clan criminali.

Il narcotraffico e attori criminali sudamericani


Lucia Capuzzi, giornalista dell’Avvenire e grande esperta di Sud America, è intervenuta con un’interessante contributo in occasione della quarta edizione di “Contromafie” ad inizio febbraio 2018: il tema era incentrato sul narcotraffico e sui cartelli della droga messicani. L’intervento ci invita ad allargare lo sguardo anche ad altri attori criminali, che sono però in connessione con quelli europei e che con loro collaborano. E’ importante qui ricordare che l’ˋndrangheta è stata definita nell’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia egemone nel campo della cocaina e vicina ai narcotrafficanti sudamericani, con cui da tempo ha instaurato rapporti privilegiati e dove ha creato delle cellule strategiche per gestire al meglio il mercato degli stupefacenti.

L’America Latina è un continente solo formalmente in pace ma che in realtà nasconde tassi così alti di violenza pari quasi a una vera e propria epidemia: nel continente vive il 9% della popolazione mondiale ma è il territorio dove si concentrano , secondo le statistiche ufficiali, il 33% degli omicidi mondiali. Il 2017 ha battuto il record di violenza di sempre: in Messico si sono, registrati più di 25.000 omicidi, con una media di 80 uccisioni al giorno.

E’ questo il contesto in cui le organizzazioni criminali si muovono, sfruttando per i loro traffici illeciti il più grande mercato sommerso del continente, quello del narcotraffico. In Sud America si trovano infatti tre degli stati più importanti al mondo per produzione di cocaina: la Colombia, il Perù e la Bolivia. Inoltre, soprattutto in Messico, si producono oggi ingenti quantità di cannabis ed eroina, quest’ultima principale responsabile dell’attuale emergenza droga negli USA. I cartelli della droga messicani stanno sempre di più monopolizzando il mercato degli stupefacenti verso il Nord con gli Stati Uniti e stanno diventando attori importanti anche verso il Sud, gestendo i rapporti con i trafficanti colombiani; inoltre, i cartelli messicani hanno ampliato il proprio business verso l’Europa, il cui mercato è gestito principalmente dall’ˋndrangheta e da Cosa Nostra, con cui hanno instaurato rapporti di fiducia. I gruppi messicani sono entrati in contatto anche con Al Qaeda e Hezbollah attraverso lo smercio verso l’Africa e con le triadi cinesi per quanto riguarda la metanfetamina.

Il narcotraffico è l’attività principale dei cartelli messicani. Sul territorio i narcotrafficanti si muovono grazie a gruppi paramilitari che sono diventati il braccio violento dei cartelli; la droga viene poi esportata e consumata per la maggior parte in Europa e negli Stati Uniti, dove la domanda di stupefacenti non accenna a diminuire. I profitti derivanti dalla vendita di stupefacenti non servono più solo a corrompere e primeggiare, ma anche per accedere e sfruttare altri mercati, diversificando così i loro business. Uno tra quelli più redditizi al momento per l’America Latina è lo sfruttamento delle risorse naturali, in cui le organizzazioni criminali possono infiltrarsi. Non è un caso se in questo continente si conta il più grande numero di ambientalisti uccisi al mondo: occuparsi di questi temi e avvicinarsi a quest’ambito significa spesso opporsi ad interessi criminali milionari (secondo i dati riportati dall’ONG Global Witness sono 197 gli ambientalisti uccisi in Sudamerica solo nel 2017).

Perché quindi è importante porre lo sguardo anche sul narcotraffico in America Latina? La continua collaborazione con le mafie europee alimenta un circolo vizioso che permette ai gruppi criminali di sopravvivere e guadagnare grazie alla vendita di prodotti illegali. Con un enorme costo, per esempio, per la società civile messicana, che negli ultimi 10 anni si è trovata ad affrontare il triste fenomeno dei desaparecidos (35000 persone scomparse negli ultimi 10 anni in Messico). Il sequestro e la detenzione arbitraria di giovani da parte di gruppi criminali è un dramma che sta colpendo molte famiglie messicane; queste si ritrovano spesso inascoltate da parte delle istituzioni che avviano una vera e propria criminalizzazione della vittima al momento della denuncia da parte dei famigliari. L’identikit dei giovani scomparsi è sempre lo stesso: giovani uomini e donne, tra i 18 e i 32 anni. Le famiglie si sono quindi organizzate in associazioni per riuscire a ritrovare autonomamente i propri familiari e per chiedere in maniera corale una risposta da parte delle istituzioni: questo è ciò che fa l’associazione Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México (link), membro della rete internazionale di Libera, ALAS composta da diversi organizzazioni della società civile che si occupano di promuovere l’antimafia sociale lungo tutto il Centro e Sud America.

La relazione finale della Commissione parlamentare antimafia italiana


Il 21 febbraio 2018 è stata presentata al Senato italiano la relazione finale della commissione parlamentare Antimafia presieduta dall’onorevole Rosy Bindi che racchiude il lavoro svolto durante la legislatura 2013-2018. La commissione Antimafia, istituita per la prima volta nel 1962, ha una funzione d’inchiesta, indagine e informazione sul fenomeno mafioso ed è composta da deputati e senatori della Repubblica italiana. Il documento è molto importante al fine di capire la recente evoluzione delle mafie e racchiude il lavoro fatto fino ad ora, lasciando il testimone a chi sarà eletto alla commissione con la prossima legislatura. L’approfondimento appena pubblicato non si è limitato a studiare il fenomeno all’interno dei soli confini italiani, ma l’internalizzazione delle mafie ha portato la commissione a spostarsi e a confrontarsi con la sua evoluzione in Europa e non solo.

L’evoluzione delle mafie italiane

Il punto di partenza che apre la relazione e che è di fondamentale importanza per comprendere le mafie italiane oggi è la straordinaria capacità di adattamento delle mafie stesse alla società in cui oggi tutti noi viviamo. Se nel corso degli ultimi anni da un lato la lotta alla criminalità organizzata è cresciuta sempre di più grazie anche a un mirato lavoro dei giudici e a una crescente consapevolezza della società civile, questo di contro ha visto le mafie cercare e sfruttare opportunità di business laddove prima non c’erano e sempre di più in territori non tradizionali. Un secondo aspetto importante da notare è come il consenso silenzioso che prima arrivava dal basso ora è sempre di più un consenso d’élite: gli interlocutori delle criminalità organizzate sono spesso professionisti dell’economia e della politica, attori esterni all’associazione mafiosa i quali operano nella cosiddetta zona grigia; è evidente, quindi, il ricorso sempre più sporadico alla violenza perpetrata, prediligendo il metodo corruttivo. La mafia è sempre più imprenditrice, infiltrandosi nell’economia legale al fine di reinvestire e ripulire il profitto accumulato grazie a traffici illeciti.

L’internazionalizzazione della ‘ndrangheta

Il raggio d’azione mafioso arriva a toccare diversi stati europei, Germania compresa. Anche la relazione della commissione antimafia cita il paese come territorio d’infiltrazione mafiosa, in particolar modo da parte dell’ˋndrangheta. L’allarmante presenza di ˋndranghetisti in Germania è emersa ancora più chiaramente grazie all’importante operazione Stige di inizio gennaio 2018 (per i dettagli dell’azione qui il nostro articolo di approfondimento). L’operazione ha infatti identificato un’importante cosca crotonese e le sue ramificazioni in varie regioni italiane, in Germania e Svizzera. La flessibilità e l’adattamento dellˋndrangheta nei territori oltreconfine è favorita dalle legislazioni, meno severe e attente al fenomeno mafioso degli altri paesi europei: l’assenza di norme come quella italiana del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e delle misure legate alla prevenzione patrimoniale rende molto difficile sequestrare beni all’estero. Di questo le cosche ne sono consapevoli e ne approfittano comprando alberghi, ristoranti e strutture di altro genere, aprendo attività senza temere di vedere i propri beni sequestrati in Germania, Svizzera, Malta, Spagna e Francia. Inoltre, dai documenti emerge come l’ˋndrangheta sia attiva anche oltreoceano e America Latina: le cosche di Vibo Valentia e di Reggio Calabria continuano ad essere egemoni nel mercato della cocaina, mantenendo rapporti privilegiati con i cartelli del narcotraffico del Centro e Sud America.

Strumenti di contrasto comuni

La commissione ha auspicato, più volte, una maggiore cooperazione da parte delle istituzioni europee nella lotta contro la mafia, oltre a sollecitare i partner europei a un maggior impegno all’interno dei propri confini nazionali. Nondimeno è importante ricordare che la lotta alla criminalità organizzata non può essere lasciata al singolo stato, considerando anche i numeri delle mafie, che costano alle entrate fiscali dell’Unione Europea circa 670 miliardi. Diverse le misure che la commissione suggerisce in tal senso, ma di fondamentale importanza rimane un allineamento legislativo anche dal punto di vista penale. I risultati raggiunti in questi anni di lavoro hanno visto il 12 ottobre 2017 adottare formalmente a livello europeo il regolamento che istituisce la Procura europea. Sono venti gli Stati membri che vi partecipano, inclusa l’Italia. La procura europea avrà il compito di indagare e perseguire i reati che toccano gli interessi finanziari dell’Unione Europea, comprese le condotte di corruzione passiva o attiva e di appropriazione indebita legati a questi interessi finanziari. La proposta di disciplinare i provvedimenti di congelamento e confisca dei beni è stata approvata invece il 12 gennaio 2018, dando inizio ai negoziati inter-istituzionali per la stesura della legge. Da ultimo è importante ricordare i protocolli d’intesa da parte della Direzione Nazionale Antimafia italiana con cinquanta paesi che hanno lo scopo di semplificare e velocizzare la collaborazione sul tema.

Movimento antimafia

Un importante accenno viene fatto al sempre più crescente movimento antimafia, che in Italia si declina in progetti nelle scuole, in formazione degli insegnanti e in nuovi corsi di laurea nelle università. Recentemente è nato anche il primo dottorato di ricerca proprio sulla criminalità organizzata. Nel frattempo anche il movimento antimafia si è internazionalizzato, con tanti avamposti europei sparsi tra i paesi che, simili a quello di Mafia? Nein, danke! divulgano una crescente sensibilizzazione anti-mafiosa: da Berlino, a Bruxelles, Parigi, Marsiglia, Londra e Madrid. In questo Libera, l’associazione italiana antimafia per eccellenza è diventata un punto di riferimento per la sensibilizzazione e il lavoro su questa tematica; sono infatti 1600 le associazioni che con essa cooperano. Oltre a questi movimenti che nascono dalla società civile, viene citato anche l’esempio di Avviso pubblico, un movimento antimafia all’interno dell’amministrazione pubblica, dove confluiscono enti pubblici e Regioni che fanno della promozione dei valori della legalità e della formazione civile contro le mafie il loro scopo. Viene infine citato l’esempio della sempre più crescente sensibilità al tema nel campo dell’arte, del cinema e all’interno di blog creati ad hoc. Sono tre le motivazioni principali che la commissione individua per descrivere la crescente consapevolezza sull’argomento: la legittimazione da parte del pontificato di Francesco I, lo sviluppo del movimento antimafia anche nelle regioni del Nord d’Italia e la trasformazione di questa lotta come un dovere civile.

L’uccisione di Jan Kuciak: un nuovo attacco alla libertà di stampa


Nell’ultimo periodo di campagna elettorale, in Italia si è preferito continuare a parlare di tutto fuorché del problema della criminalità organizzata sia nel territorio che all’estero. Eppure, come ha osservato il Procuratore Gratteri, anche dopo la strage di Duisburg dell’agosto 2007, la mafia calabrese ha continuato pressoché indisturbata con i suoi affari, spesso in una zona grigia tra legalità e illegalità.

Lo dimostra il retroscena del recente attacco durissimo alla libertà di stampa, che segue di pochi mesi l’uccisione di Daphne Caruana Galizia: domenica 25 febbraio il giornalista slovacco di ventisette anni Jan Kuciak e la fidanzata Martina Kusnirova sono stati trovati morti nella loro abitazione a Velka Makva (65 km da Bratislava). Come la giornalista maltese, Kuciak si era occupato dei Panama Papers.

In Slovacchia un evento del genere ha suscitato un notevole trauma, in particolare tra la società civile, perché nessun giornalista d’inchiesta finora era stato ucciso nel Paese. Fin dai giorni successivi al suo assassinio, la testata online Aktuality.sk presso cui lavorava pareva non avere dubbi sui legami tra l’uccisione del collega e la mafia: a tutt’oggi campeggia la scritta “ndrangheta” sulla home del sito internet e il titolo “mafia italiana in Slovacchia”.

Le indagini di Kuciak negli ultimi tempi miravano a fare luce sui rapporti tra la ‘ndrangheta, la politica slovacca e il mondo imprenditoriale: già un anno fa la tensione era avvertibile da più lati, sia per le minacce che il giornalista ha ricevuto da parte dell’imprenditore Marian Kocner – denunciate, ma senza alcun esito – sia per la richiesta di dimissioni che centinaia di manifestanti fecero al ministro degli Interni Robert Kalinak, considerato vicino al costruttore del Five Star Residence Ladislav Basternak. Sulla vicenda di questi appartamenti di lusso probabilmente finalizzati alla frode fiscale, Kuciak ha pubblicato un articolo non subito ma solo il 9 febbraio. Nonostante ciò, il suo lavoro d’inchiesta non si è mai fermato: il giornalista, infatti, è stato ucciso poco prima della pubblicazione di questo articolo, in cui era arrivato a completare la rete dei collegamenti tra la politica e gli attori delle truffe a danno dei fondi europei. Del resto, una delle attività tipiche della ‘ndrangheta all’estero è proprio il riciclaggio di denaro in attività a prima vista legali.

In particolare nell’Est Europa la mafia calabrese si è insediata nel tessuto economico a partire dalla caduta del Muro di Berlino, approfittando delle nuove possibilità di investimento: in Slovacchia intorno agli affari in campo agricolo ruotano le famiglie delle ‘ndrine emigrate da Bova Marina e da Africo Nuovo. L’ultimo articolo di Kuciak costituisce uno dei pochi tentativi di approfondimento di questo fatto e riguarda in parte l’utilizzo di fondi UE dei settori dell’agricoltura e del fotovoltaico: le suddette famiglie si sono appropriate di più di otto milioni di euro slovacchi solo nel 2015-16, sei milioni per le energie alternative e due miliardi UE per lo sviluppo rurale (2014-2020).

La politica slovacca è entrata in una vera e propria crisi a seguito di queste uccisioni e dell’emergere di una fitta rete di corruzione all’interno del partito al governo (Smer-SD). Non ultimo, la consigliera del premier in carica Fico, Maria Troskova, nel 2011 con la GIA Management è entrata in affari con Antonino Vadalà, imprenditore in ambito fotovoltaico di cui Kuciak nel suo ultimo articolo ha individuato i rapporti con la ‘ndrangheta. La ex modella si è dimessa a seguito dell’uccisione del giovane giornalista, allo stesso modo di Viliam Jasan, segretario del Consiglio di sicurezza. Quest’ultimo era stato titolare della Prodest – agenzia di sicurezza privata – nel 2016 proprio con il cugino di Vadalà Pietro Catroppa e fu lui a introdurre la Troskova in politica (era la sua assistente parlamentare) tramite una conoscenza in comune mai rivelata ma oggi piuttosto chiara. La crisi politica della Slovacchia non si è placata dopo le dimissioni di Troskova, di Jasan e del ministro della Cultura Marek Madaric: l’opposizione chiede anche le dimissioni di Kalinak e del presidente della polizia Tibor Gaspar.

Vadalà è stato arrestato insieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa, ai quali sono stati aggiunti altri quattro uomini noti come Sebastiano V., Diego R., Antonio R. e Pietro C. Tutti sono stati rilasciati dopo 48 ore, una volta scaduti i termini di custodia cautelare, dal momento che non sono state raggiunte prove sufficienti per confermare l’arresto.

L’uccisione di Jan Kruciak e della sua compagna pone in evidenza, oltre al problema in sé della ‘ndrangheta in Europa, la necessità di ulteriori strategie che dovrebbero essere intraprese a livello europeo. Il parlamentare europeo Sven Giegolg sostiene che una FBI europea potrebbe essere un passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata e alle altre forme di violazione dei diritti. Dal Parlamento europeo è stata inviata una delegazione a Bratislava, mentre una immediata reazione è venuta dalla società civile, che venerdì 2 marzo ha manifestato silenziosamente (circa 25000 i partecipanti) per le strade della città; al corteo sono intervenuti alcuni giornalisti e il Presidente della Repubblica Andrej Kiska, il quale nei giorni scorsi si è dimostrato a favore di elezioni anticipate nel caso in cui non vengano raggiunti accordi per un rimpasto di governo. Il premier Robert Fico ha minimizzato le forti critiche di coloro che sono scesi in piazza governo slovacco riconducendole a un presunto interesse del partito di opposizione a scardinare ulteriormente la credibilità del suo governo: possiamo dire che al momento il governo slovacco non sembra avere intenzione di rispondere all’appello di Kiska di reagire alla crisi di fiducia che si è aperta.

21 marzo 2018, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie a Foggia


Dal 1996 Libera – l’associazione fondata da Don Luigi Ciotti per sensibilizzare la società civile sui temi della criminalità organizzata e della corruzione – organizza una giornata dedicata a ricordare le vittime della mafia e a stringersi attorno ai loro familiari: di anno in anno questo movimento della società civile ha acquisito sempre maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni, fino al DDL n.1894 dello scorso anno che gli ha dato pieno valore dichiarando il 21 marzo “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Il primo giorno di primavera, le associazioni, le scuole e le parrocchie sfilano in corteo in una città italiana e leggono i nomi di coloro che sono morti in quanto obiettivo prescelto oppure perché si trovavano nel posto sbagliato o somigliavano fatalmente alla persona che si voleva uccidere. Si ritiene importante celebrare non solo le vittime illustri, quelle a cui sono intitolate vie, piazze e scuole, ma anche le persone che sono state dimenticate o addirittura mai considerate come meritevoli di menzione.

Tra le storie troppo poco raccontate c’è quella di una piccola vittima che il 12 novembre 2000 si trovava nel posto sbagliato: Valentina, di due anni, nipote di Fausto Terracciano. Lo zio non era il bersaglio diretto del clan camorristico dei Veneruso, fu scelto perché congiunto del vero obiettivo, il suo fratellastro Domenico Arlistico; la morte della bambina fu controproducente non solo perché portò all’arresto di coloro che ne furono responsabili, ma anche perché fatti del genere sono considerati gravi persino nel codice d’onore camorristico. Anche il giovane Filippo Ceravolo il 25 ottobre 2012 si è trovato fatalmente nei pressi di un agguato di cui non era bersaglio ed è stato ucciso dalla ‘ndrangheta al posto di Domenico Tassone, colui che gli aveva dato un passaggio (parente del boss Bruno Emanuele). Alla tragicità di questa sua fine c’è da aggiungere che il caso è stato archiviato dal DDA di Catanzaro e che i responsabili ad oggi non sono ancora stati puniti.

Quest’anno la città scelta per il 21 marzo non a caso è Foggia, dopo un 2017 in cui la “Società Foggiana” – cartello criminale di stampo mafioso operante nelle città di Foggia, San Severo e Cerignola – è più volte saltata alle cronache per la brutalità con cui opera. Dopo gli anni ’70-primi anni ’80 si è iniziato a sottovalutare le sue attività, a ritenere comunemente che nella provincia la mafia non fosse un problema, contribuendo così ad accrescere nella mafia foggiana la convinzione di avere un potere illimitato.

Si è arrivati in questo modo all’assalto del servizio di vigilanza l’NP Serviceal Villaggio Artigiani di Foggia nel giugno 2014, che tenne in ostaggio la città, fino all’assassinio dei due contadini testimoni di un omicidio di mafia Luigi e Aurelio Luciani nell’agosto 2017, anche loro “colpevoli” di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi in questa legislatura 2013-2018 ha quindi dovuto affrontare il tema della mafia pugliese dopo oltre trent’anni in cui era rimasto nell’ombra. Nella relazione finale di questo 7 febbraio – un capitolo corposo viene riservato, infatti, alla provincia di Foggia – è emerso che la mafia foggiana, sebbene frammentata come quella barese, ha delle peculiarità che la distinguono dalle altre mafie del territorio pugliese: è stato confermato, infatti, quanto la sua vicinanza alle coste dell’Albania, per esempio, nel tempo l’abbia specializzata nel controllo del traffico di stupefacenti; inoltre per questa forma di criminalità sono di estrema importanza le alleanze con i gruppi del territorio così come quelle con la camorra e la ‘ndrangheta.

Il 21 marzo, contemporaneamente alla manifestazione nella città prescelta, le associazioni attive sul territorio si riuniranno nelle altre città italiane e all’estero. Mafia? Nein, danke! è tra queste e da Berlino parteciperà a questa iniziativa, organizzando un momento di riflessione e di discussione con la proiezione di film che ricordino una vittima innocente della mafia.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, di seguito il link della relazione conclusiva della Commissione parlare antimafia 2013-2018

21 marzo: commemorazione delle vittime innocenti della mafia


Quando abbiamo deciso di proiettare il film “Fortapasc” per il nostro evento di quest’anno in occasione della Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno Antimafia, non potevamo ancora intuire che il tema sarebbe diventato così tristemente attuale. “Fortapasc”, infatti, racconta la storia di Giancarlo Siani, un giovane giornalista che indagava sulla Camorra a Napoli negli anni ‘80: egli ricercava in particolar modo i coinvolgimenti tra politica e criminalità organizzata collegati alla ricostruzione della regione distrutta a seguito del terremoto. Era un giornalista scomodo, pieno di vita e sveglio. Le sue ricerche però compromettevano gli interessi economici dei clan coinvolti nel caso. Il 25 settembre 1985 chiamò un conoscente che dirigeva l’Osservatorio sulla Camorra e gli comunicò che aveva qualcosa da riferirgli, ma che sarebbe stato opportuno non farlo per telefono. Poche ore dopo, in quella stessa giornata, Siani fu ucciso, a soli 26 anni. Sia i suoi assassini sia i mandanti dell’omicidio vennero in seguito condannati.

Adesso ci ritroviamo nella stessa circostanza di piangere l’uccisione di un giovane giornalista, Jan Kuciak, e della sua compagna, continuando a ricordare Daphne Caruana Galizia, uccisa a Malta nell’esplosione di un’autobomba. Entrambi giornalisti, entrambi indagavano sui rapporti tra Stato e mafia.

Proprio per questo al termine del film discuteremo sui rapporti tra giornalismo e mafia.