Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

Mafia Foggia – Arresti durante l’operazione di polizia internazionale


Il 16 ottobre 2018 si è svolta nella città italiana di Foggia un’importante operazione di polizia con la quale il giudice istruttore barese, su richiesta della Procura Antimafia, ha disposto la custodia cautelare nei confronti di Giovanni C.. È accusato di essere coinvolto nel quadruplo omicidio del 9 agosto 2017 nei dintorni di Apricenas, che ha causato la morte di un leader della criminalità organizzata locale, del suo autista e di due persone non coinvolte. Il caso ha anche una dimensione internazionale: un altro uomo sospettato di avere avuto un legame con l’omicidio è stato assassinato due mesi dopo ad Amsterdam.

Due mesi dopo l’episodio di Apricena veniva, infatti, ucciso nella capitale olandese Saverio T. che si sospettava potesse aver fatto parte all’omicidio nel foggiano; a confermare i sospetti sono stati le confessioni dell’assassino Carlo M. che ha raccontato nel corso degli interrogatori come l’uomo avesse ammesso più volte di essere coinvolto nel quadruplice omicidio. Visti i collegamenti tra i due, la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e il procuratore Volpe hanno richiesto alle autorità olandesi l’estradizione, e grazie anche alla collaborazione con Eurojust, l’uomo è stato consegnato alla magistratura italiana. Dalle indagini è emerso come l’episodio di agosto fosse avvenuto per ridefinire gli assetti di potere della criminalità organizzata nel Gargano.

La complessa operazione, coordinata tra il Comando Provinciale di Foggia e il Reparto del R.O.S. di Roma, assieme al Comando Provinciale di Bari e alla Compagnia Carabinieri di Barletta, ha un’importanza particolare per diversi motivi: il coordinamento internazionale da parte di Eurojust ha infatti svolto un ruolo chiave nell’organizzazione delle operazioni tra l’Olanda e l’Italia. Inoltre la denuncia da parte dell’uomo che ha ucciso il sospettato ad Amsterdam ha aperto una frattura nel muro di omertà che contraddistingue il territorio e che fa sperare, da parte delle autorità competenti, in un nuovo corso nella lotta alla criminalità organizzata locale.

Giornalista uccisa in Bulgaria: in un anno è il terzo caso in Europa


Solo nell’ultimo anno abbiamo dovuto leggere dell’omicidio di tre giornalisti: la terza è Viktoria Marinova, di trent’anni, stuprata e uccisa il 7 ottobre mentre faceva jogging nel parco. Era reporter e responsabile amministrativo del canale televisivo privato Tvn di Russe, nel nord della Bulgaria, luogo dove è morta.

Come ha riferito il ministro dell’Interno bulgaro Mladen Marinov, non è ancora chiaro il motivo di questo nuovo delitto né se sia legato strettamente al lavoro della Marinova.

L’autore di questo gesto potrebbe essere un maniaco sessuale o un ospite di un centro psichiatrico vicino al parco. Il sospettato è stato arrestato in Germania, dove si era recato subito dopo l’omicidio: il soggetto era già ricercato per omicidio e stupro.

Quel che è sicuro è che questo episodio accende le luci sulla libertà di stampa in Bulgaria, al 111° posto su 180 nell’ultimo Rapporto mondiale sulla libertà di stampa di Reporters Sans Frontières (Rsf): la situazione bulgara è la più grave nell’Ue poiché la corruzione dei media impedisce di fatto di informare liberamente. La Bulgaria è inoltre al 71° posto in Europa tra paesi corrotti, come ha rilevato un anno fa Transparency International.

Ciò che lega questa giovane donna agli altri due giornalisti uccisi nell’ultimo anno – Daphne Caruana Galizia nell’ottobre 2017 e Jan Kuciak questo febbraio – forse non è la causa dell’uccisione, ma è il fatto che anche lei si sia occupata di indagini su presunti casi di corruzione relativi all’utilizzo di fondi europei: solo una settimana prima nel suo programma “Lie Detector” aveva trattato alcuni casi di presunta corruzione relativa all’erogazione di fondi strutturali dall’Unione europea.

Nello specifico ha intervistato due giornalisti, il bulgaro Dimitar Stoyanov del sito internet “Bivol” e il romeno Attila Biro della Rise Project Romania che nei giorni successivi sono stati arrestati mentre svolgevano indagini giornalistiche per corruzione e abusi sui fondi Ue da parte della compagnia edilizia bulgara “Gp Group”. La GP Group Joint stock company detiene il controllo della distribuzione di gas e petrolio, della realizzazione di infrastrutture, dell’edilizia residenziale ed industriale e della gestione di strutture alberghiere sia comunitarie che pubbliche.

Le reazioni

Il portavoce ufficiale della Commissione europea ha chiesto alla Bulgaria “un’indagine rapida e approfondita”. Nel suo recente discorso sull’Unione, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha affermato : “Dovremo proteggere meglio i nostri giornalisti, che sono anche attori importanti della nostra democrazia” e che “troppi giornalisti vengono intimiditi, attaccati e persino uccisi”.

La sera dell’8 ottobre nella capitale Sofia e in altre città bulgare sono scese in piazza centinaia di persone per chiedere che si indaghi sulle responsabilità di questo omicidio, sul quale il premier bulgaro Boyko Borissov ha dichiarato che la cattura del responsabile sia questione di tempo dal momento che gli inquirenti dispongono di tracce del suo Dna.

L’arresto dei killer di Jan Kuciak

Ci sono degli aggiornamenti invece per quanto riguarda l’uccisione del giornalista slovacco Kuciak e della fidanzata, di cui abbiamo parlato qualche newsletter fa.

Nonostante non si conosca ancora il ruolo della ‘ndrangheta, sono stati individuati e arrestati gli esecutori materiali dell’omicidio: i killer sono l’ex poliziotto Tomas Szabo e l’ex militare Miroslav Marcek, ma sono stati arrestati anche l’interprete di italiano Alena Zsuzsova che li ha incaricati e l’imprenditore Zoltan Andrusko che fungeva da intermediario. La Zsuzsova lavorava per l’imprenditore slovacco Marian Kocner e avrebbe pagato almeno 70mila euro, di cui 50mila sono stati versati agli esecutori: lei come gli altri è soltanto l’ultimo anello della catena dietro a questo omicidio, dato che avrebbe agito dietro mandato di altri soggetti ancora non identificati.

Non ci sono ancora risposte certe sul movente di questo omicidio, ma è assai probabile che le indagini di Kuciak disturbassero Kocner, dal momento che hanno fatto emergere il suo coinvolgimento in una speculazione immobiliare su cui era stato indagato e successivamente assolto.

La BaFin (Autorità federale di vigilanza finanziaria) nomina un suo rappresentante straordinario presso la Deutsche Bank per monitorare l’attuazione delle misure antiriciclaggio


Il 25 settembre 2018 l’Autorità federale di vigilanza finanziaria (BaFin) ha annunciato di aver nominato un rappresentante straordinario presso la più grande banca tedesca il cui ruolo è quello di controllare l’attuazione delle misure ordinate dalla BaFin nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo presso l’istituto finanziario.

È la prima volta che l’Autorità ha ordinato una tale misura di vigilanza per una banca, nell’ambito della prevenzione del riciclaggio del denaro sporco. Da anni, tuttavia, la Deutsche Bank è stata criticata dall’autorità di vigilanza tedesca, da quelle statunitensi e britanniche per le sue carenze nella prevenzione del riciclaggio di denaro. In Germania e negli Stati Uniti sono state inflitte alla banca sanzioni per milioni o (negli Stati Uniti) addirittura miliardi.

La società di revisione KPMG è stata nominata rappresentante speciale in quanto la BaFin e la Deutsche Bundesbank non dispongono di personale qualificato a tal fine: una lacuna che deve essere colmata il più rapidamente possibile da parte di chi supervisiona. È però discutibile se KPMG sia l’istituzione più adatta a questo scopo, tanto più che non si possono escludere conflitti d’interesse: KPMG è stata nominata, infatti, revisore dei conti annuali da parte della stessa banca.

Si presume che la misura decisa dalla Bafin non abbia uno scopo specifico e non sia collegata agli attuali scandali di riciclaggio di denaro sporco presso la Danish Danske Bank, l’INB olandese e altre banche europee. Tuttavia, se la stessa Deutsche Bank, come risposta al provvedimento adottato dalla BaFin, ritiene che le sue misure antiriciclaggio siano “da migliorare”, in particolare nell’investment banking, ciò può anche significare che sia la banca sia la BaFin ritengono che i rischi di riciclaggio finora sconosciuti siano latenti all’interno dell’istituto e che possa emergere un scandalo in qualsiasi momento.

Gli scandali accumulatosi nel settore finanziario europeo nell’attuazione delle misure legali comunitarie contro il riciclaggio di denaro sporco dimostrano due cose dal punto di vista di “Mafia? Nein, Danke!”:

Il settore finanziario continua a svolgere un ruolo chiave per il riciclaggio di denaro grazie al suo ventaglio di servizi, in particolare come agente nel mercato dei capitali e come intermediario nei pagamenti nazionali e transfrontalieri. Anche solo per ragioni logistiche, l’attrattiva dei servizi bancari basata sulla loro velocità e la qualità dei loro servizi non può essere completamente sostituita da società non finanziarie, mercati ombra e sistemi di trasferimento illegale nel capitalismo clandestino. Nonostante questo, alcuni metodi piuttosto semplici di riciclaggio di denaro (depositi in contanti) si sono in parte trasferiti ad altre società, anche a causa degli effetti delle misure interne da parte delle banche e delle garanzie richieste dalle autorità di vigilanza dei singoli Stati nazionali. Però per quanto riguarda il processo di riciclaggio di denaro, le banche continuano a essere al centro dell’attenzione, sia per l’introduzione di fondi illegali nel ciclo finanziario legale, sia per l’occultamento di redditi illegali già inseriti nel ciclo finanziario. I rischi legati al riciclaggio di denaro di molti prodotti finanziari riguardano in linea di principio tutte le banche.

I preoccupanti sviluppi a livello comunitario contraddicono la valutazione costantemente ripetuta dall’opposizione e dai media in Germania che, in un contesto europeo, la Germania è (esclusivamente) considerata un “paradiso del riciclaggio di denaro sporco” e di cui è soprattutto il settore non finanziario, in particolare il mercato immobiliare, ad essere al centro dell’attenzione.

mafianeindanke presenta misure contro la criminalità organizzata alla seduta della Commissione per gli affari interni, la sicurezza e l’ordine del Parlamento di Berlino


Dopo l’omicidio in un ambiente clan avvenuto ai margini di una zona berlinese di svago, l’ex aeroporto Tempelhof, la Commissione degli interni del Parlamento di Berlino si è occupata di criminalità organizzata. All’incontro mafianeindanke ha proposto degli approcci nuovi e innovativi, preventivamente efficaci. Anche l’ARD Tagesthemen ha riferito sulle proposte. Da allora, questi sono stati ampiamente discussi e Mafia? Nein, Danke! sta lavorando alla loro attuazione con l’obiettivo di ridurre il rischio di strutture claniche in futuro.

Invitata come rappresentate della società civile ed esperta sul tema della criminalità organizzata, l’associazione attraverso le parole del presidente Sandro Mattioli non ha potuto che confermare un peggioramento dello scenario del fenomeno nella capitale tedesca. Riducendo il tema al solo fattore criminale e dimenticando l’infiltrazione di queste organizzazioni a livello economico, sociale e culturale la lotta si limita ai singoli autori del reato senza approfondirne il contesto e capirne la vera realtà. In questo senso il ruolo fondamentale lo giocano le misure preventive, applicate in ogni campo con un approccio multidisciplinare. Mafia? Nein, Danke! a tal proposito ha proposto cinque progetti di misure preventive, in ambiti differenti, per ottenere dei risultati più efficaci nel contrasto al fenomeno.

Gli interventi sono stati molto attenti e interessati, su tanti aspetti del fenomeno e soprattutto su alcune delle proposte concrete presentate da Mafia? Nein, Danke!. Tra i tanti interventi, dal presidente della BDK (Bund Deutsch Kriminalbeamter) Daniel Kretzschmar sono emerse le difficoltà strutturali che non aiutano nel lavoro quotidiano della lotta alla criminalità organizzata: la mancanza e la continua rotazione del personale della polizia non aiutano e si necessita un bisogno di personale più specializzato con una formazione ad hoc nel settore. Kretzschmar ha, infatti, evidenziato come la polizia sia già in possesso di una quantità enorme di dati sul tema delle organizzazioni criminali, che però non sono mai stati elaborati: il problema non è quindi la mancanza d’informazioni al riguardo ma le capacità di studiarle.

Martin Hikel, sindaco di Neukölln, è intervenuto esponendo nel dettaglio la situazione attuale del suo quartiere: Hikel parla di otto grandi famiglie di clan arabi e di 1000 membri che ne fanno parte. Uno dei grandi problemi rilevati dal sindaco è quello dell’affiliazione giovanile alla criminalità organizzata: i primi contatti avverrebbero nei Shisha Bar, luogo dove tanti giovani si ritrovano per sfuggire da famiglie numerose in spazi esigui: qui però iniziano anche ad avvicinarsi alle strategie dei clan. La via criminale deve essere quindi resa meno attrattiva per giovani che vivono quotidianamente in queste realtà. Hikel ha aggiunto un ultimo appunto sulla possibilità che il sequestro di beni illegali sia reso più efficace di quanto sia tuttora.

La presidente della LKA di Berlino Barbara Slowik ha auspicato un rafforzamento nel campo informatico e delle indagini per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata ed ha espresso interesse ai progetti presentati da Mafia? Nein, Danke! soprattutto quelli riguardanti l’aiuto ai giovani e alle donne e alla possibilità di creare una hotline dedicata a chi vuole riportare la sua esperienza in queste realtà criminali.

Ciò che ha suscitato il maggiore interesse da parte dei parlamentari ha riguardato il progetto “Liberi di Scegliere” uno delle cinque proposte di mafianeindanke (qui il riassunto del progetto). Il protocollo implementato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria riguarda la possibilità dell’allontanamento dei minori dalle loro famiglie di origine criminale: attraverso questo percorso i ragazzi hanno l’occasione di scoprire e sperimentare una vita diversa da quella di provenienza grazie ad un inserimento in realtà associative o comunità educative. Su questo progetto l’interesse dei partecipanti alla seduta è stato alto e sono state poste domande e richieste di dettagli. Quello che più incuriosiva era la modalità d’attuazione del progetto, in che forma fosse implementato e quali fossero gli attori coinvolti: è anche emerso come dietro al concetto di “allontanamento dei bambini dalla famiglia criminale” ci siano ancora parecchie domande e dubbi che possono però essere risolti presentando la buona riuscita del progetto in Italia, il quale, numeri alla mano, ha funzionato e che potrebbe essere esportato dopo un’attenta analisi del contesto e degli attori locali.

Quello che è parso chiaro dal confronto durante la seduta parlamentare è stata la necessità di trovare una definizione del concetto di criminalità organizzata. Il pericolo che si riducano i clan arabi a semplice criminalità rischia non solo di fraintendere il vero fenomeno ma anche di usare degli strumenti non efficaci per contrastarlo. Una definizione unanime è quindi di fondamentale importanza per capirne la vera realtà e per unire le forze nel contrasto a questo fenomeno: una collaborazione tra i tanti enti coinvolti è quello che è stato richiesto durante il confronto al parlamento ed è quello che serve per ottenere dei risultati. Ma come ricorda il presidente di mafianeindanke una collaborazione è possibile solo se si cambia prospettiva dalla semplice applicazione della legge ad un’ottica di prevenzione del fenomeno.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

Don Luigi Ciotti, una vita d’impegno sociale


Venerdì 8 giugno è stato presentato in Italia su Rai3 il documentario di Paolo Santolini “Così in terra”, sulla vita di don Luigi Ciotti, una delle figure più importanti per l’impegno sociale in Italia. Sacerdote, fondatore di Libera, sotto scorta da più di vent’anni per la sua lotta quotidiana alla criminalità organizzata, Don Ciotti è un esempio d’impegno personale contro ogni forma d’ingiustizia.

Il regista ha seguito per oltre due anni Don Ciotti e gli uomini della sua scorta, in occasioni pubbliche e private, alternando nel suo documentario, momenti di condivisione a quelli di riflessione e di raccoglimento. Le immagini delle piazze e del microfono si avvicendano a quelle più intime e solitarie, in macchina, in viaggio da una parte all’altra dell’Italia, sempre in movimento. Il filo conduttore del documentario è il viaggio, non solo fisico tra le varie realtà italiane cui Don Ciotti è invitato ogni giorno, ma anche un viaggio personale del sacerdote, tra le scelte che ha fatto e le persone che incontra e aiuta quotidianamente.

Quello che emerge dal documentario di Santolini è la forza di un uomo che ha fatto della sua vita un impegno quotidiano di lotta, che invita sempre a riflettere sulla realtà in cui ci si trova e ad impegnarsi in prima persona, per creare un reale cambiamento: “La prima grande riforma da fare è l’autoriforma: è la riforma delle nostre coscienze. È il risveglio delle nostre coscienze. Il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi”.

Chi è Don Ciotti

Nato nel 1945 a Pieve di Cadore in provincia di Belluno, si sposta da piccolo con la famiglia a Torino: da qui inizia l’impegno sociale che caratterizzerà la sua vita. Nel 1965 fonda assieme ad altre persone un gruppo di aiuto per i tossicodipendenti che stanno in strada e per chi ha bisogno, che più tardi diventerà il Gruppo Abele, associazione ancora oggi attiva e presente sul territorio. Alcune delle loro attività iniziali sono la fondazione di comunità giovanili alternative alle carceri e l’organizzazione di percorsi educativi all’interno dei carceri minorili. (link gruppo abele : http://www.gruppoabele.org/)

Una volta ottenuti i voti sacerdotali, nel 1972, la sua parrocchia diventa la “strada”, dove affronta il disagio sociale che sta esplodendo in quegli anni: il problema della droga. Per aiutare i giovani tossicodipendenti che trova quotidianamente per strada, apre prima un centro di ascolto e di accoglienza, per poi fondare, nel 1974, la prima comunità italiana. Attivo anche politicamente, contribuisce al dibattito politico che si sta sollevando in quel periodo sul tema, che sfocia nell’adozione della legge n685, prima legge italiana non repressiva sulla droga.

Il tema del contrasto alla droga accompagnerà Don Ciotti anche negli anni successi, con inviti da diverse parti del mondo per incontri e dibattiti sul tema. Negli anni ‘80 saranno due le nuove sfide che contribuirà a fondare: nel 1982 il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza e nel 1986 la Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS (LILA), importante associazione italiana che assiste i malati di aids e che combatte la diffusione del virus HIV.

Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992 (dove persero la vita rispettivamente i giudici Falcone e Borsellino, assieme alla moglie di Falcone e alcuni uomini della scorta), il tema delle contrasto alla criminalità organizzata e alla mafia comincia a diventare importante per Don Ciotti. Fonda nel 1993 il mensile “Narcomafie”, di cui sarà per anni il direttore: il mensile studia e parla del fenomeno della mafia e del narcotraffico (link di approfondimento: http://www.narcomafie.it/)

Nel 1995 fonda a seguito di questo suo impegno l’associazione “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, con lo scopo non solo di sensibilizzare la società civile al fenomeno mafioso ma anche quello di creare una comunità alternativa e attiva di contrasto alle mafie stesse, promuovendo la legalità e la giustizia. Negli anni l’associazione è diventata sempre più importante non solo a livello civile ma aiutando ad adottare misure politiche di fondamentale importanza: grazie alla raccolta di un milione di firme sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, la proposta è accolta in Parlamento e diventa legge il 7 marzo del 1996. Nel gennaio 2013 assieme al Gruppo Abele lancia la campagna “Riparte il futuro”, che porta l’anno successivo alla modifica dell’articolo 416 ter del codice penale in tema di voto di scambio politico – mafioso. Dal 1 marzo 2017, grazie alla votazione unanime della camera dei deputati, è stata istituita ufficialmente in Italia il 21 marzo come “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Non si può descrivere Don Luigi Ciotti con una sola parola: attivista, sacerdote, giornalista, docente, Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, presidente di svariate associazioni e cittadino onorario di diverse città. Ma per capire veramente chi è, e per seguire, in piccolo, il suo esempio, si possono semplicemente prendere in prestito le sue parole: “Sono solo un cittadino che sente prepotente dentro di sé il bisogno di giustizia”.

La Germania e l’indice di segretezza finanziaria


È settimo il posto in cui si colloca la Germania nell’indice di segretezza finanziaria, pubblicato ad inizio 2018 dal Tax Justice Network che vede sul podio rispettivamente Svizzera, Stati Uniti e Cayman Island. La Tax Justice Network è una rete indipendente nata nel 2003, con lo scopo di combattere le disuguaglianze sociali e la povertà nel mondo, richiamando l’attenzione sull’ingente ricchezza sottratta alla tassazione e quindi alla ridistribuzione, grazie all’esistenza di paradisi fiscali e di giurisdizioni che garantiscono la segretezza di transazioni e azioni finanziarie. Dal 2009 pubblica un report biennale denominato “Indice di segretezza finanziaria”, quello pubblicato quest’anno è il quinto report.

L’indice di segretezza finanziaria è una classifica di 112 paesi che misura il grado di segretezza dei singoli stati, per capire meglio dove si collocano i paradisi fiscali e le giurisdizioni segrete, che cos’è il segreto finanziario ad esse legate e dove finiscono i capitali segreti. L’indice combina due fattori: uno più qualitativo che analizza le leggi e le giurisdizioni dei singoli paesi per capire il loro livello di segretezza quando si parla di conti finanziari ed evasione fiscale. L’altro conta invece il peso economico del singolo paese a livello globale e la rilevanza delle attività finanziarie offshore presenti nei loro confini.

Si calcola che la cifra di capitale finanziario privato, nascosta nei paradisi fiscali e soggetto quindi a nessuna (o ad una bassa) tassazione, oscilli intorno ai 21 ai 32 trilioni di dollari. Inoltre, i flussi di capitale illecito sono stati stimati attorno a 1-1.6 trilioni per anno. I soli paesi africani hanno perso dagli anni 70 quasi 1 trilione d dollari in capitali verso l’estero. Contestualmente i loro debiti verso l’estero sono meno di 200 billioni di dollari, diventando così un creditore molto importante per il resto del mondo.

Sono diversi gli elementi che emergono dall’indice di segretezza finanziaria: innanzitutto bisogna sfatare il mito che i paradisi fiscali si trovino solo in isole soleggiate, lontane da tutto: leggendo la classifica presentata quest’anno si vede fin da subito che nei primi dieci posti ci sono paesi molto ricchi, con un peso importante nell’economia mondiale. E’ fondamentale quindi prendere coscienza di questo fatto, per comprenderne le implicazioni a livello politico ed economico e per capire quali stati usano la segretezza offshore come strumento di business.

La Germania si è posta al settimo posto di questa classifica, con un dato nella media dal punto di vista della segretezza, ma combinato con un peso globale molto importante, contando più del 5% del mercato globale per i servizi finanziari offshore. Inoltre il paese, pur non avendo delle leggi sul segreto bancario come altri paesi, vede al suo interno delle pecche legislative che, unite alla segretezza con cui gestisce le informazioni relative alla tassazione, rendono il paese una meta appetibile da chi vuole nascondere i propri profitti. Pur avendo adottato delle leggi e applicato delle direttive per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro, queste vedono al loro interno delle eccezioni che rendono il lavoro di contrasto più complicato.

Le società tedesche devono pubblicare i loro conti all’interno di un registro gratuito, ma molte fondazioni e compagnie, anche molto grandi, ne sono esenti, a danno della società civile. Inoltre con l’adozione della direttiva antiriciclaggio la registrazione presso il registro centrale da parte delle società è obbligatoria solo per le società controllate direttamente (e non indirettamente) dai beneficiari effettivi e l’accesso pubblico è riservato alle autorità o a chi ha un interesse legittimo. La Germania ha stipulato scambi bilaterali con 63 paesi per quanto riguardo lo scambio di informazioni fiscali e finanziarie ma si è opposta alla pubblicazioni di questi dati.

L’amministrazione tedesca non sembra essere nemmeno troppo preparata ad affrontare il problema: anni di tagli al settore pubblico ha prodotto mancanza di personale che non riesce da solo a rielaborare le informazioni che arrivano dai conti finanziari, complice anche la frammentazione del sistema regionale di riscossione delle tasse.

Anche in Germania il riciclo di denaro sporco è diventato un tema molto importante a fronte del sempre più crescente aumento di segnalazioni al riguardo; per affrontare il problema dell’alto numero di agenzie che affrontavano questa tematica è stato deciso nel 2016 di spostare la UIF (unità di informazione finanziaria) dall’ufficio federale di polizia criminale all’autorità doganale federale, a capo del ministero delle finanze, aumentando anche il numero degli impiegati negli uffici.

Le norme antiriciclaggio tedesche non sembrano essere molto efficaci alla prevenzione del riciclaggio di denaro sporco in Germania: grandi banche tedesche sono state spesso coinvolte in casi di riciclaggio di perseguiti da autorità giudiziarie straniere e hanno accettato di pagare sanzioni anche ingenti per evitare condanne. Delle numerose segnalazioni di transizione sospette ricevute dalla UIF solo l’1% porta ad una condanna (numeri del 2016). Poca trasparenza c’è anche rispetto ai beni sequestrati e confiscati, mancano statistiche precise che differenziano in base al tipo di bene.

Per il Financial Action Task Force (FATF) nel 2010 erano depositati in Germania 1.8 trilioni di dollari in conti titolati a non residenti e successivamente Markus Meinzer nel suo libro “Tax Heaven Germany” parlava per il 2013 di 2.5 – 3 trilioni di dollari di beni esenti da tassazione da parte di stranieri1. Negli ultimi 10 anni la Germania ha confiscato più o meno 6 milioni di euro per anno dalla mafia italiana (dati ufficiali) e 100 billioni di euro vengono riciclati in Germania ogni anno.

Per approfondire il tema

 

1https://www.financialsecrecyindex.com/PDF/Germany.pdf

mafianeindanke a Roma con Libera


mafianeindanke ha preso parte, dal 22 al 24 giugno, ad un weekend di incontro e formazione a Roma, organizzato da Libera. Presenti assieme ad altre associazioni della rete europea di Libera, è stata l’occasione per discutere tra i rappresentanti degli altri gruppi internazionali i prossimi progetti da portar avanti in rete e potersi confrontare sulle diverse realtà. I seminari sono stati delle occasioni di approfondimento su tematiche di molta importanza nella lotta contro la criminalità organizzata in Italia e specifiche dell’ordinamento giuridico italiano. L’assemblea di Libera si è chiusa domenica con la conferma alla presidenza di Don Luigi Ciotti, con due nuovi presidenti onorari, l’ex procuratore di Torino Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa e con la votazione di un nuovo ufficio di presidenza.

Mafia vietnamita a Berlino


Non si parla molto della mafia vietnamita a Berlino, ma il 29 giugno è avvenuto un fatto eclatante: l’irruzione della polizia in un appartamento in Rhinstraße (Friedrichsfelde), che ha fatto seguito a un’indagine sul sospetto di tratta di esseri umani e di lesione personale grave. Due uomini hanno cercato di fuggire, ma sono caduti dal quinto piano: uno è morto, l’altro è gravemente ferito e ricoverato in ospedale; erano presenti anche altri due giovani sospettati tra i 15 e i 34 anni, che sono stati arrestati.

Come accaduto per la mafia italiana, la caduta del Muro ha coinciso con la possibilità di arricchimento: i vietnamiti che vivevano a Est erano Gastarbeiter, i quali decisero per lo più di non tornare a casa dopo il 1989; a Ovest vivevano gli ex rifugiati di guerra. La maggior parte dei vietnamiti ha risposto alle difficoltà di integrazione lavorando onestamente, spesso con orari di lavoro molto prolungati; guadagnare in modo legale è sembrata una strada troppo impervia a coloro che entrarono a far parte della mafia vietnamita, che iniziarono a specializzarsi nella vendita illegale di sigarette; a loro si aggiunse poi una parte degli emigrati che arrivarono in Germania dopo la riunificazione.

Negli anni al contrabbando di sigarette si sono aggiunti il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la prostituzione; anche il traffico di droga è un forte interesse della mafia vietnamita, in particolare le droghe leggere, soprattutto la marijuana, le cui piantagioni vengono coltivate all’interno di appartamenti affittati con questa finalità.

Negli anni Novanta si sono verificate guerre tra bande, ma sarebbe impossibile parlare di un numero preciso di morti, dal momento che molte non sono state denunciate: è possibile dire però che tra il 1992 e il 1996 sono morte 39 persone. Un episodio noto risale al maggio 1996, quando a Marzahn si verificò l’esecuzione di sei giovani vietnamiti, riconducibile alla lotta di potere allora in corso tra due bande rivali, gli esecutori Ngoc-Thien e i Quang Binh. A dimostrazione della brutalità anche di questi ultimi, pare che abbiano sparato a cinque persone, tra cui due donne, in un alloggio per rifugiati di Marzahn: questo episodio è rimasto impunito.

La politica, nello specifico l’allora senatore degli Interni Jörg Schönbohm (CDU) tese a utilizzare questo problema per lanciare una campagna di espulsione che avrebbe potuto coinvolgere anche i vietnamiti non coinvolti nella criminalità organizzata. La LKA costituì il “Gruppo investigativo Vietnam” (Ermittlungsgruppe Vietnam), che permise di trovare tra gli altri il padrino della banda Ngoc-Thien: al processo ai componenti della banda, di 16 imputati 13 sono stati condannati per i reati di omicidio e di appartenenza a un’organizzazione criminale. Il capo fu condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio plurimo; ha continuato comunque a esercitare il suo potere, dato che nel 2005 un ex-affiliato ha rinunciato a portare la propria testimonianza perché da lui minacciato in aula.

All’epoca l’attenzione posta su queste bande criminali condusse al calo della violenza nel commercio illegale di sigarette, ma negli ultimi anni la mafia vietnamita ha proseguito in questo traffico già di per sé prospero, con una vendita annua solo a Berlino di 330 milioni di sigarette illegali, con un danno fiscale di circa 55 milioni di euro. Una particolare attenzione meriterebbe anche la produzione di metanfetamina, poiché la maggior parte di quella venduta a Berlino proviene dai laboratori vietnamiti di droga della Repubblica Ceca.

Questi problemi non solo non sono mai stati risolti, ma sono stati accresciuti e ampliati dalla facilità con cui adesso è possibile fare rete con altre criminalità organizzate: l’ultimo episodio potrebbe accendere di nuovo l’attenzione su di essi.