Confisca a Berlino: sequestrati beni per un valore di circa 10 milioni di euro


Non c’è quasi nulla di più tedesco di un centro abitato con gli orticelli. Come se ci fosse bisogno di un segno che la criminalità organizzata è arrivata in mezzo alla società, il clan della famiglia Remmo ha comprato un terreno vicino a Berlino. Ora è stato confiscato dalla polizia, insieme a più di 70 proprietà per un valore di circa dieci milioni di euro. Mafia? Nein, Danke! lavora da anni per aumentare l’uso della confisca in Germania. Accogliamo pertanto con favore le misure che sono state adottate e speriamo che i sequestri sopravvivano al controllo giurisdizionale. Vorremmo che in Germania si discutesse di un altro approccio che si è dimostrato valido in Italia: il trasferimento di beni immobili confiscati a enti benefici della società civile. Non sarebbe bello se una targa fosse attaccata a una casa nel centro di Neukölln? “Questa casa apparteneva a un clan altamente criminale che ha ricattato gli imprenditori di Berlino e rubato milioni di euro di beni. Abbiamo restituito questi beni alla società. Il tuo Stato di Berlino”.  Questo sarebbe un messaggio forte – anche per i giovani in viaggio verso una carriera criminale. Per evitare proprio questo, il vicesindaco di Neukölln, Falko Liecke, ha accolto un nostro suggerimento: sviluppare programmi di abbandono per i membri delle famiglie di clan. In passato ne abbiamo già discusso con importanti politici e parlamentari del Senato e stiamo preparando un’altra riunione di esperti sull’argomento.

L’Ufficio federale della polizia criminale: indagini soprattutto sul riciclaggio di denaro e sul traffico di stupefacenti  


L’Ufficio federale della polizia criminale (BKA) ha presentato oggi il suo nuovo quadro dello stato federale della criminalità organizzata, il riepilogo di tutte le indagini condotte nell’area criminalità organizzata nel 2017. Si tratta quindi di una descrizione dei crimini ufficialmente riconosciuti. Di conseguenza, non ci sorprende che la proporzione di italiani nel procedimento – solo 14 – sia rivolta contro i clan mafiosi (“ndrangheta: sette procedimenti, Cosa Nostra: tre procedimenti, Camorra: due procedimenti e Stidda, uno scissione di Cosa Nostra: un procedimento). I clan agiscono quindi come al solito in modo poco appariscente. È interessante notare che un caso su tre contro gruppi della criminalità organizzata indaghi anche su attività di riciclaggio di denaro. In questo contesto, il BKA sottolinea che sta diventando sempre più difficile per la polizia scoprire le misure che utilizzano i gruppi criminali per occultare i loro beni incriminati. Ciò dimostra che dobbiamo fare di più per indebolire i clan . Inoltre più di un terzo dei procedimenti vanno ad indagare il traffico di droga. E quasi la metà delle persone che vengono indagate sono di nazionalità tedesca.

Inizia a Costanza il maxi-processo alla mafia  


Il processo contro presunti mafiosi a Costanza, che dovrebbe iniziare il 21 settembre, si è rivelato difficoltoso fin dall’inizio. Per prima cosa, non c’era spazio disponibile che potesse contenere gli imputati e i loro rappresentanti legali insieme ad un pubblico di interessati, cosicché l’udienza nella causa principale non sarà aperta a Costanza, ma a Karlsruhe. Poiché la ricerca di un locale adeguato è durata così a lungo e il tribunale di Costanza ha pertanto deciso di aprire il procedimento in ritardo, un primo imputato sarà liberato dall’arresto. A tal fine, alcuni reati hanno dovuto essere considerati in termini di equivalenza con la situazione giuridica italiana, il che dimostra che l’armonizzazione delle leggi europee renderebbe molto più facile la lotta contro la criminalità organizzata transnazionale. La prova principale dovrebbe rivelare interessanti informazioni sulle attività della mafia nel sud della Germania. Oltre al traffico di droga e alla detenzione di armi e al tentato omicidio, il processo riguarda anche la presunta cooperazione tra Cosa Nostra e la ‘ndrangheta da parte di vari attori provenienti da diverse parti della Germania meridionale. Gli esperti dicono da tempo che le varie organizzazioni mafiose italiane stanno collaborando strettamente. Tuttavia, finora non vi è quasi alcuna prova di questo all’estero – questo processo potrebbe approfondire la comprensione degli affari dei clan nel paese.

Tre importanti arresti in Germania


Sono tre gli uomini fermati in territorio tedesco nell’ultimo mese e mezzo, sospettati di far parte di associazioni mafiose. Tutti sono stati in seguito estradati in Italia e consegnati alle autorità competenti. I tre arresti dimostrano che cooperando efficacemente con le autorità italiane, ci possono essere delle azioni di contrasto alla mafia presente in Germania, anche grazie alle leggi italiane più rigide. Allo stesso tempo, gli arresti chiariscono ulteriormente che l’attenzione alle organizzazioni criminali non deve diminuire. E ancora una volta è evidente come la mafia sia presente non solo nelle grandi città, ma anche nelle zone limitrofe.

Il primo in ordine temporale è avvenuto il 30 aprile 2018 a Traunstein, un capoluogo dell’Alta Baviera, in un’azione coordinata tra la polizia italiana e quella tedesca. Il 21enne catturato è Arcangelo C., esponente del Clan Mazzarella e destinatario di un mandato di arresto europeo per associazione a delinquere di stampo mafioso: al giovane era stato inviato lo stato di fermo da parte della procura di Napoli il 15 febbraio nel periodo in cui nella parte orientale di Napoli si stavano verificando episodi di natura camorrista per il controllo delle piazze di spaccio di stupefacenti e di estorsioni. Arcangelo C. lavorava in Germania come cuoco e barista probabilmente già da prima dello stato di fermo di febbraio; il giovane, nonostante fosse latitante, continuava ad aggiornare la sua pagina Facebook con foto e post, che hanno aiutato la polizia italiana a localizzare l’area per la sua successiva cattura.

Il secondo importante arresto è avvenuto il 7 maggio a Biebesheim, in Assia. In un’azione coordinata tra la polizia italiana di Catania e Adrano e le autorità tedesche di Darmstadt è stato arrestato un importante esponente di Cosa Nostra del Clan Scalisi, detto “Cola tri piedi”, Nicola A.. Latitante da luglio, il 37enne era sfuggito ad un’importante blitz antimafia condotta dalla  Squadra Mobile di Catania e dal Commissariato di Adrano che aveva visto l’arresto di 39 persone sospettate di far parte del clan Scalisi. L’uomo era destinatario di mandato di arresto europeo per associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, detenzione e spaccio di droga, estorsione, rapina, ricettazione, crimini legati alle armi, danneggiamento seguito da incendio.  L’operazione che ha portato al suo arresto va a inserirsi nel progetto chiamato “Eurosearch”, avviato dall’Europol e dal Servizio Centrale Operativo atto a localizzare e catturare i latitanti mafiosi in ambito europeo; l’arresto di Nicola A. è il primo risultato di questo progetto europeo.

Il terzo arresto è avvenuto il 12 maggio, a Colonia, in Renania Settentrionale – Vestfalia. Antonino C., detto Ninu u Paturnisi, 27 anni, latitante dallo scorso gennaio, è l’ultimo importante arrestato in Germania e il secondo risultante del progetto “Eurosearch”. L’uomo faceva parte del Clan Santangelo di Adrano. Antonino C. era sfuggito lo scorso 30 gennaio ad una misura cautelare avviata dalla Squadra mobile di Catania e dal commissariato di Adrano che aveva coinvolto altre 32 persone. Anche per lui era stato rilasciato un mandato di arresto europeo per associazione di stampo mafioso con l’aggravante di associazione armata, estorsione, rapina, traffico di droga, furto, armi, danneggiamento seguito da incendio. L’azione è stata condotta dalla DDA di Catania, assieme alla polizia e alla squadra mobile di Catania, al commissariato di Adrano e con l’aiuto delle autorità tedesche e il supporto di Europol.

 

L’estradizione di Antonino V. in Italia


Antonino V. è stato estradato il 15 maggio 2018 dalla Slovacchia all’Italia in seguito ad un’indagine della Direzione distrettuale Antimafia di Venezia; l’uomo è coinvolto in un’associazione di stampo mafioso, dedita al traffico internazionale di stupefacenti.  Secondo gli inquirenti, si sarebbe occupato di organizzare l’importazione di droga dal Sud America attraverso canali legali e società che sono state ricondotte a lui.  Le autorità italiane hanno richiesto l’estradizione alle autorità slovacche che hanno deciso di eseguire il mandato d’arresto europeo e di consegnare l’uomo alle autorità competenti italiane.

Il nome di Antonino V. era emerso negli scorsi mesi poiché l’uomo era già stato fermato il 26 febbraio, e in seguito rilasciato dalla polizia slovacca, in merito all’uccisione del giornalista slovacco Jan Kuciak, assassinato a febbraio assieme alla ragazza (qui il link del nostro articolo di approfondimento). Il giornalista al momento dell’uccisione stava indagando sul collegamento tra politici slovacchi e imprenditori locali con l’‘ndrangheta; V. era stato però subito rilasciato per mancanza di prove.

Chi è Antonino V.?

Antonino V. detto “compare Nino” è figlio di Giovanni V. detto “Cappiddazzu” e fratello di Bruno e Sebastiano, originari di Bova Marina, in provincia di Reggio Calabria. All’inizio degli anni duemila era stato accusato di aver aiutato la latitanza di Domenico V., quest’ultimo condannato in seguito all’ergastolo per omicidio. Gli inquirenti sospettavano che V. fosse diventando il collegamento tra i clan di Bova Marina e la cosca Zindato di Reggio Calabria (legata alla famiglia mafiosa dei Libri). Nel 2014 la Guardia di Finanza italiana viene in seguito a scoprire di un summit in provincia di Lodi, al quale avrebbe partecipato anche Antonino V. come potenziale interessato per discutere di una fornitura di cocaina. Secondo le indagini Antonino V. si sarebbe già spostato in quel periodo in Slovacchia. Dai quotidiani slovacchi l’uomo viene dipinto come un imprenditore con interessi nell’agricoltura, nel settore immobiliare e in quello energetico e con collegamenti con importanti politici vicini al premier che all’indomani dell’uccisione di Kuciak si sono dimessi.

Finora non è stato ancora stabilito chi fossero gli esecutori dell’omicidio di Kuciak e della sua fidanzata. Non si sa nemmeno chi sia all’origine del reato. Di recente la polizia slovacca ha suscitato parecchie reazioni confiscando il telefono di un giornalista ceco che aveva lavorato a stretto contatto con Kuciak. Il telefono non è stato ancora restituito al giornalista. Non è chiaro, tuttavia, perché la polizia slovacca si sia impegnata così tanto per saperne di più sui colleghi di Kuciak. Le organizzazioni giornalistiche criticano le loro azioni con parole forti; invece di indagare gli assassini, si dice che la polizia sia più preoccupata a mettere a rischio le fonti di un giornalista giusto e coraggioso.

Angela Iantosca a Berlino


La giornalista e scrittrice Angela Iantosca il 25 maggio ha presentato il suo ultimo libro “Una sottile linea bianca. Dalle piazze di spaccio alla comunità San Patrignano” (Perrone Editore) presso la libreria Mondolibro – libreria italiana di Berlino. Nel libro si parla di una struttura di aiuto per chi ha problemi di droga, con alti tassi di successo e una metodologia originale e insolita.

In questo lavoro la Iantosca alterna i dati relativi all’uso e allo spaccio di droga alle storie in prima persona di quindici giovani che ne sono stati dipendenti e che dopo un lungo periodo di alienazione e di vuoto interiore hanno deciso di iniziare il percorso previsto dalla comunità di San Patrignano. La comunità è un importante centro di recupero per tossicodipendenti in provincia di Rimini, che compie quest’anno quarant’anni.

Le storie protagoniste del libro sono storie di vuoti da riempire, di profonde sofferenze che in fondo sono dei dolori comuni a tutti. Ecco cosa c’è alla base delle vite dei giovani che danno voce al libro. Le storie narrate dai ragazzi creano un ritratto trasversale dell’Italia, sia geografica che sociale, che permettono anche di capire la trasversalità del fenomeno e come sta cambiando l’approccio alle droghe rispetto al passato: a differenza di una volta sono infatti aumentate le poli-assunzioni, quindi l’uso di tutti i tipi di stupefacenti senza distinzioni, registrando nel frattempo un aumento di morti per overdose da eroina. Un altro pericolo è rappresentato dalle nuove sostanze psicoattive disponibili sul deep web: per questi nuovi stupefacenti non ci sono ancora cure a disposizione e addirittura alcuni di essi creano degli effetti psichici non più curabili.

Il ruolo della famiglia è importante per capire il percorso dei ragazzi in comunità: esse accompagnano i racconti di tutti i protagonisti e condividono in prima persona un percorso di analisi all’interno della comunità, parallelo a quello dei figli.  La presa di coscienza da parte sia dei ragazzi sia delle loro famiglie è la base che consente di cominciare a lavorare, iniziando quindi il percorso di autoanalisi e comprensione dei problemi che li ha portati fino a lì.

La struttura di San Patrignano accoglie circa 1300 persone: le percentuali indicano una maggioranza di ragazzi che vi si rivolgono, ma nell’ultimo periodo si è registrato un numero sempre più crescente di ragazze. Il percorso che viene intrapreso da ognuno di loro è lungo e faticoso, ha una durata minima di tre anni e solo dopo il primo anno e mezzo i giovani cominciano a vedere dei miglioramenti e a capire veramente chi sono. Nella maggior parte delle volte, chi comincia resta fino a completamento del percorso, con una percentuale di successo del 70%. Le regole della comunità sono ferree: non è ammesso l’utilizzo del cellulare, i telegiornali non possono essere visti se non registrati dopo qualche ora dalla messa in onda, si può comunicare all’esterno solo attraverso carta e penna. La cosa più importante della comunità è la conoscenza e la cura di sé e per arrivare a questo obiettivo ogni  persona ha un tutor di riferimento, ragazzi più grandi che hanno fatto il loro stesso percorso e che possono comprendere tutti i meccanismi psicologici in atto.

Come si finanzia però questa struttura in modo da garantire tutti i servizi? Per il 50% si tratta di autofinanziamento e per il rimanente 50% di aiuti da parte di privati. La comunità è costituita da settori in cui i ragazzi lavorano quotidianamente e che aiutano a mantenere in vita la comunità: i prodotti del centro vengono venduti nel ristorante pizzeria della struttura, chiamato Lo Spaccio, al cui interno si trova anche il negozio. I finanziamenti arrivano anche grazie al metodo dell’SMS solidale e attraverso il lavoro nelle scuole.

Durante la presentazione c’è stato il tempo per parlare brevemente anche della connessione tra le droghe e le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. I due temi sono strettamente connessi: il 70% della gestione della cocaina è infatti nelle mani della ‘ndrangheta, che in Italia viene gestita assieme agli albanesi; l’eroina  arriva dall’Afghanistan e la gestione è in mano agli albanesi e ai turchi. In Albania nel frattempo cresce la coltivazione di marjuana.

Chi è Angela Iantosca?

Dal 2017  è direttrice del mensile Acqua&Sapone e negli anni ha collaborato con svariate testate, tra cui Donna Moderna e ilfattoquotidiano.it. Inviata de “La vita in Diretta” su RaiUno e “L’aria che tira” su La7 si occupa da anni di mafie; nel 2013 ha pubblicato il suo primo saggio  “Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile” (Rubbettino Editore) e dopo essersi occupata delle donne si è dedicata ai figli con il secondo saggio “Bambini a metà – i figli della ‘ndrangheta” (Perrone Editore) del 2015. Nel 2017 un suo contributo è stato pubblicato in “Under” (Perrone Editore) a cura di Danilo Chirico e Marco Carta, una raccolta di articoli e inchieste sul rapporto dei giovani, le periferie e le mafie. Tanti però i progetti in diversi ambiti, tra cui “Ti leggo” che da novembre 2017 le permette insieme alla Treccani di girare tra i licei italiani a parlare di giornalismo e la rubrica che cura su Radio Luna Radio Libera dal 2016.

 

Processo Aemilia: minacce e violenze ai danni dei collaboratori di giustizia


Da quando esistono, i collaboratori di giustizia sono da sempre una ricca fonte di informazione per comprendere il fenomeno mafioso. In Italia, permettono agli investigatori di farsi un’idea del mondo altrimenti isolato della mafia. In Germania, sono raramente utilizzati nelle procedure mafiose, anche se possono essere una fonte preziosa di informazioni. Tuttavia, il programma italiano di clemenza è stato più volte oggetto di critiche: le persone che si ritirano non sono completamente protette e alcune imprese che hanno richiesto il trattamento favorevole godono anche del loro status protetto per effettuare operazioni criminali. Anche il processo Aemilia ha mostrato ora delle carenze nel sistema. Gli eventi mostrano che, nonostante vengano trasferiti in località protette, è ugualmente alto il rischio di essere vittime di ritorsioni da parte degli affiliati della cosca a cui essi appartenevano.

È ciò che è avvenuto a Paolo Signifredi, contabile del clan Aracri, che ha contatti significativi anche in Germania. È stato patron del Carpi e del Brescello calcio (tra l’altro il comune di Brescello nel 2016 è stato sciolto per mafia, il primo in Emilia-Romagna): è collaboratore di giustizia dal 2015, dopo essere stato condannato a sei anni nel processo Pesci per estorsione e associazione di stampo mafioso. Signifredi ha avuto un ruolo in due processi: nel processo Aemilia, che mostrò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, così come nel processo Kyterion a Crotone, che si occupa degli affari calabresi della cosca di Cutro. È coinvolto anche nella frode da 130 milioni di euro in cui è implicato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo che ha avuto un ruolo nella trattativa tra lo Stato italiano e la mafia siciliana.

L’8 maggio 2018 si è avuta notizia che Signifredi nel mese di aprile è stato aggredito e pestato da tre uomini e pare che gli aggressori gli abbiano detto “Quando ti riprendi rettifica le tue dichiarazioni”, frase pronunciata per mettere in allarme non solo lui ma anche gli altri collaboratori di giustizia. E così è stato: il processo Aemilia si basa sulle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia, che comprensibilmente hanno diffuso tra loro il nervosismo. Infatti nello stesso periodo il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, pentito dal maggio 2017, ex tesoriere della cosca Grande Aracri ha ricevuto una lettera di minacce; nel processo Kyterion ha contribuito a svelare il retroscena dell’omicidio del boss Antonio Dragone.

Il primo collaboratore di giustizia del processo Aemilia è stato Pino Giglio, l’ultimo è stato Antonio Valerio, esponente di spicco del clan, ha testimoniato sia per il processo Aemilia sia per i procedimenti Pesci e Kyterion. Ha reso manifesti i rapporti non solo interni ma anche esterni alla cosca, in modo tale da ricostruire le responsabilità di imprenditori, amministratori, politici ed esponenti delle forze dell’ordine. Proprio Antonio Valerio ha espresso preoccupazione e dubbi sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia: ha dichiarato infatti di sentirsi minacciato dagli imputati Antonio Crivaro e Alfonso Paolini.

Cos’è il processo Aemilia?

La ‘ndrina Grande Aracri opera a Cutro, in provincia di Catanzaro, ma si è espansa anche nel nord Italia, in particolare in Emilia-Romagna, e anche in Germania.

L’Operazione Aemilia è iniziata nel 2015 e ha portato al sequestro di oltre dieci milioni di euro a Palmo Vertinelli, imprenditore legato alla cosca. Alla fine del gennaio 2015 questa operazione ha coinvolto 117 persone accusate di associazione di tipo mafioso: tra gli arrestati vi fu consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, del partito Forza Italia, il cui reato era concorso esterno in associazione mafiosa. Uno degli indagati era il sindaco di Mantova Nicola Sodano, anche lui di Forza Italia.

Questa operazione non è terminata col 2015: nel gennaio di questo anno è stato arrestato Riccardo Antonio Cortese, nipote del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, con l’accusa di detenzione illegale di armi.

I pm Marco Mesciolini e Beatrice Ronchi della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di Bologna hanno recentemente richiesto la condanna per i 148 imputati: le accuse sono non soltanto di affiliazione alla ‘ndrangheta ma anche di frode, usura ed estorsione. 

La condanna decisa dai pm riguarda anche due pentiti, ovvero Salvatore Muto (8 anni in abbreviato) e per Antonio Valerio (15 anni e 10 mesi con rito ordinario, più 10 anni per associazione di stampo mafioso con rito abbreviato).

Il 24 maggio 2018 gli enti pubblici che si sono costituiti parte civile hanno chiesto un risarcimento di almeno quattordici milioni di euro.

Per approfondire

Comunicato stampa sulla situazione a livello federale delle droghe nel 2017: il traffico di droga – un business in piena espansione


La cocaina è diventata una droga di uso quotidiano per molte persone in Germania, come il consumo della cannabis e quello dell’alcool. Questo è ciò che emerge dal rapporto federale del BKA sui crimini legati agli stupefacenti, secondo il quale i reati di cocaina sono aumentati di quasi il 20% e la quantità di stupefacenti sequestrati è moltiplicata. Anche il fatto che il prezzo al consumo della cocaina non cambi nonostante la confisca di stupefacenti è un segnale allarmante: attualmente in Europa stiamo assistendo a un’ondata di cocaina di cui le autorità sono praticamente incapaci di occuparsi.

L’attuale politica restrittiva in materia di droga si sta rivelando inefficace: non limita l’uso di droghe come la cocaina e, al tempo stesso, garantisce che i profitti delle organizzazioni criminali continuino ad aumentare. Per impedire il più possibile l’importazione e il traffico di stupefacenti, occorre intensificare gli sforzi per sequestrare i capitali criminali. La nuova versione della legge sul sequestro dei beni, adottata l’anno scorso, ha migliorato in una certa misura lo spazio giuridico; ora la legge deve essere applicata e ulteriormente adattata alla situazione in Germania.

In questo contesto a Mafia? Nein, Danke! manca un dato importante nel discorso: i capitali confiscati dal narcotraffico. Il problema maggiormente legato al narcotraffico è che le organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta perseguono dei guadagni enormi. Questo denaro viene ripulito, soprattutto anche in Germania, che per la mafia è un Paese assai allettante per il riciclaggio di denaro a causa delle sue strutture politiche ed economiche e la legislatura insufficiente sul tema. Al tempo stesso il rischio che i profitti criminali vengano confiscati è ragionevolmente esiguo. Tra il 2007 e il 2017 il governo del Land ha tolto alle organizzazioni mafiose italiane soltanto 5,85 milioni di euro. Per fare un confronto: è provato che nell’arco di un’unica giornata solo a Berlino vengono spacciati circa dieci chilogrammi di cocaina, cosa che frutta qualcosa come tre-quattro milioni di fatturato, di conseguenza un fatturato annuo di circa 275 milioni di euro. Estrapolando dalla Germania risultano miliardi di fatturato solo con la cocaina: soldi che, al netto dei costi del traffico di droga, rimangono nelle casse dei criminali. Ciò significa che in Germania non solo vengono prodotti miliardi di fatturato con il traffico criminale di droga, ma che questo denaro viene anche qui reinvestito.

Dal punto di vista di una ONG che si occupa di criminalità organizzata, è intollerabile che si accumulino notizie di sospetti di riciclaggio di denaro, come emerge dai dati delle autorità di controllo preposte ai crimini finanziari, della Financial Intelligence Unit FIU. Lo scorso anno l’organizzazione è passata dalla BKA alla dogana, ma ciò non ha incrementato la sua efficacia: ha infatti una coda di elaborazione di circa 30000 casi, e oltre a ciò mancano ancora strutture che possano fare luce su casi ulteriormente complessi come l’accesso agli atti della polizia. Urge in modo particolare il bisogno di rimediare a questa mancanza. Al tempo stesso offrono facilmente eccellenti possibilità a coloro che utilizzano strutture finanziarie come i trust e i fondi chiusi, capitale derivante da reati da investire in grande quantità nel settore immobiliare; tali investimenti assicurano la sua base di potere. Tutto ciò rende la Germania un paradiso per i trafficanti di stupefacenti e per la criminalità organizzata.

Se si analizzano i dati disponibili, si nota che gli indagati di origine italiana sono presenti in scarsa misura nelle statistiche della criminalità tedesca. La leadership globale della ‘ndrangheta, la mafia calabrese, nel commercio della cocaina, è indiscussa. I presunti membri della mafia italiana stanno organizzando il commercio globale anche dalla Germania, come dimostrano le indagini della polizia italiana. In particolare i rappresentanti della ‘ndrangheta hanno dei contatti diretti nei paesi produttori di cocaina per organizzarne l’importazione in Europa. La bassa percentuale di indagati si spiega con la tendenza che persone di altre nazionalità, ad esempio albanesi, agiscono in questo contesto, come già notato dalla polizia, come scagnozzi al servizio di organizzazioni mafiose italiane.

40 anni dalla morte di Peppino Impastato


Un eroe dell’antimafia, che da 40 anni continua a vivere nella memoria, è il giornalista e attivista Giuseppe Impastato, detto Peppino, che fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo. Impastato è uno dei circa due dozzine di giornalisti assassinati dalla mafia per il loro lavoro (il numero esatto è difficile da dare perché gli assassini e i mandanti non sempre sono stati identificati): In Italia, ad esempio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono tra le vittime della mafia per aver svolto ricerche sui rifiuti e sull’esportazione di armi in Somalia. Non è chiaro quale ruolo abbia svolto la mafia nella loro morte violenta. Anche i servizi segreti potrebbero essere responsabili della loro morte, poiché vi era il rischio che il vivace commercio di armi per la Somalia, pagato anche con i fondi per gli aiuti allo sviluppo, venisse reso noto.

Impastato è diventato una figura eroicamente omaggiata degli attivisti antimafia. Aveva fondato una radio, “Radio Aut”, e nel suo programma aveva ripetutamente accusato il boss della mafia locale, Gaetano Badalamenti. Fu soprattutto Badalamenti a decidere che l’Impastato doveva morire.

I responsabili della sua morte la fecero sembrare in un primo momento un suicidio, facendo saltare il suo cadavere con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani: non fu possibile collegare quella linea interrotta dall’esplosione alla scomparsa di Impastato. Del resto in Italia quel giorno le attenzioni erano rivolte prevalentemente al ritrovamento del cadavere del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro e questo portò gli investigatori a pensare in un primo momento che Impastato avesse tentato di piazzare una bomba sulla ferrovia per eseguire un attentato terroristico: come ha raccontato il fratello Giovanni, oltre al dolore della perdita lui e la madre hanno dovuto subire l’umiliazione delle perquisizioni nella loro abitazione (furono perquisite anche le case della zia e degli amici).

Solo la determinazione della madre Felicia e del fratello ha permesso loro di non rendere sterile quella sofferenza e di fare luce sulla scomparsa di Peppino, per quanto i veri e propri risultati in tal senso siano stati ottenuti dopo circa vent’anni: solo nel 1996 l’inchiesta sul caso Impastato fu riaperta, in seguito alle affermazioni del pentito Salvatore Palazzolo che indicò come mandanti dell’omicidio Badalamenti e Vito Palazzolo; era stata proprio la famiglia Impastato a chiedere la riapertura del caso.

Il giorno della sua morte, a Cinisi si tenne la prima manifestazione di piazza contro la mafia a cui parteciparono migliaia di giovani e quest’anno numerose iniziative lo hanno ricordato. A Cinisi è stato organizzato un presidio presso il casolare dove Impastato è stato ucciso; a “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è stato ricordato un Peppino a tutto tondo tramite fotografie, spettacoli teatrali, concerti e convegni sul lavoro. Impastato non si occupò solo di mafia ma anche di altri temi tra cui la politica – si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria – con una speciale attenzione verso il tema dell’ecologia e dell’emancipazione femminile.

Nel programma “Onda pazza” faceva satira su mafiosi e politici e con ironia Cinisi veniva trasformata in Mafiopoli, il corso Umberto I in corso Luciano Liggio (boss di Cosa Nostra).

Gaetano Badalamanenti veniva appellato invece come “Tano Seduto” ed è nella sua casa confiscata che “Radio Cento Passi” va in onda dal 2014. Esiste già dal 2010 come web radio, ideata dagli amici di Impastato, e trasmette anche fuori dalla Sicilia.

Qui il link per ascoltare in streaming la radio

Numerose aziende non s’impegnano contro i rischi della corruzione: discussione sul tema a Berlino


La corruzione in Germania è un fenomeno sottovalutato, soprattutto quando si parla di corruzione in ambito privato. Questo è stato il punto di partenza per uno studio pilota innovativo, condotto in quattro Paesi europei, con lo scopo di raccogliere informazioni sulla corruzione nel settore privato. Mafia? Nein, Danke! è stata responsabile della parte tedesca dello studio intitolato “PCB – The Private Corruption Barometer” e  presentato il 10 aprile presso la Berliner Landeszentrale für politische Bildung. La discussione con relatori di alto livello ha fornito degli interessanti spunti di confronto e riflessione.

Si può parlare dell’aeroporto BER senza toccare il tema della corruzione? Questa è la domanda iniziale, rivolta al dottor Rüdiger Reiff, capo dell’Ufficio centrale per la lotta alla corruzione della Procura della Repubblica di Berlino, che però non è direttamente coinvolto con ciò che è successo all’aeroporto BER. Sono infatti i suoi colleghi di Brandeburgo ad essere ritenuti responsabili dei casi di corruzione nella progettazione e  nella costruzione del nuovo grande aeroporto di Berlino. “E’ chiaro che quando nel progetto emergono tracce di corruzione, la costruzione stessa risentirà dello stesso problema”.  Reiff si rammarica che questi reati non siano denunciati con maggiore frequenza. Nel caso BER si sono verificati pochi procedimenti e a Berlino l’anno scorso si sono registrati in tutto 126 casi di corruzione. Reiff ha elogiato però la sensibilizzazione portata avanti sul tema: esiste la figura di un avvocato di fiducia, che ascolta chi vuole dare informazioni volendo però rimanere nell’anonimato, cosa che avviene anche se si vogliono fornire delle informazioni online. Tuttavia sono state ricevute poche indicazioni, tali da non poter proseguire con delle indagini. Poter denunciare questi casi senza doversi esporre è molto importante: spesso le denunce vengono fatte all’interno dello stesso ambiente lavorativo e questa condiziona l’emersione del fenomeno. Le grandi aziende si sono organizzate in questo senso: hanno un ufficio adibito alla sorveglianza dei casi, soprattutto perché questo potrebbe portare al pagamento di sanzioni molto elevate, in particolar modo nel caso di attività commerciali internazionali. Discorso diverso per quanto riguarda le piccole o medie imprese, che spesso non dispongono delle risorse necessarie per prevenire la corruzione e tutte le pratiche non lecite.

Oliver Schieb, socio amministratore di Comfield, società di consulenza di Berlino, vuole cambiare questa situazione. La sua società aiuta le piccole o medie imprese ad attuare con successo le misure necessarie di prevenzione alla corruzione. Egli ha sottolineato in particolare il pericolo legato a queste piccole realtà. Le piccole o medie imprese sono spesso a gestione familiare, credono di conoscere perfettamente i loro dipendenti e i loro partner commerciali: hanno fiducia nella loro onestà. Essi pensano inoltre che il modo di operare dei dipendenti sia privo di rischi e contribuisca in tutto al successo e alla crescita dell’azienda. Il punto importante di questo discorso è la questione della consapevolezza: i dipendenti ma anche il management stesso deve saper riconoscere il problema della corruzione e adottare quindi delle misure per prevenirla. Non esiste una procedura standardizzata per raggiungere questo scopo, ci sono però delle misure che si sono dimostrate efficaci e che possono essere adottate come un codice di condotta vincolante per tutti. Schieb aggiunge ad ogni modo che ogni azienda deve adottare individualmente una sua procedura, poiché una determinata condotta che funziona solo sulla carta non aiuta in realtà nessuno. Egli ha sottolineato come le misure devono essere concepite nel loro divenire e non essere assimilate senza comprendere quanto invece possano velocemente cambiare.

Sebastian Wegner lavora per la Humboldt Viadrina Good Governance Platform, Think Tank con sede a Berlino, che indaga su grandi sfide sociali, cercando di trovare soluzioni a diversi problemi coinvolgendo diversi attori. Il suo gruppo di lavoro si è concentrato soprattutto sull’adottare delle azioni contro la corruzione. A livello globale gli approcci sono diversi: la situazione cambia quando ci si trova in un paese la cui procura lavora attivamente per contrastare la corruzione, rispetto a un posto dove questo fenomeno non viene considerato. Come mezzo di contrasto alla corruzione le sanzioni sono uno strumento importante, che non devono essere stabilite però solo dallo Stato. Le grandi aziende possono aiutare i loro partner a prendere provvedimenti contro la corruzione e a prevenirla. In questo contesto è importante citare anche il ruolo degli investitori. La Humboldt – Viadrina – Platform lavora ad esempio in Nigeria, assieme alla borsa finanziaria locale, con lo scopo di ottenere cambiamenti positivi attraverso gli investitori finanziari. Questo punto è diventato centrale nella discussione, nel corso della quale diversi esperti hanno sottolineato l’importanza di un sistema di sanzioni efficaci (cosa, tra l’altro, che può essere sviluppata anche in Germania).  Le contromisure e le misure di prevenzione, ha aggiunto Wegner, non devono però essere troppo costose per le piccole e medie imprese.

Max Haywood di Transparency International osserva l’attuazione delle misure di anticorruzione in tutto il mondo con pensieri contrastanti. I provvedimenti, infatti, non sono mai così avanzati come potrebbero e dovrebbero essere. Forse, ha ipotizzato, ciò è dovuto anche al fatto che la corruzione è percepita come un problema  da un periodo di tempo ancora relativamente troppo breve;  e le persone non riescono ancora a concepire quali conseguenze la corruzione potrebbe portare. Haywood ha scelto un esempio per spiegare il suo discorso il commercio immobiliare. A Berlino non ci sono stati molti studi in materia, ma le analisi a Londra hanno mostrato i costi sociali. Se, ad esempio, il proprietario di una casa a Berlino decide di vendere il suo immobile, e un investitore russo gli offre il doppio del prezzo di acquisto per investire denaro sporco, il proprietario non rifiuta ma conclude l’accordo. La conseguenza di questo si vede nei prezzi più alti di compravendita e di conseguenza negli affitti più elevati. Ci sono centinaia di misure contro la corruzione che si possono adottare, conclude Haywood. Quello che dev’essere fatto è noto, ora dev’essere solo messo in pratica.