Giornalista uccisa in Bulgaria: in un anno è il terzo caso in Europa


Solo nell’ultimo anno abbiamo dovuto leggere dell’omicidio di tre giornalisti: la terza è Viktoria Marinova, di trent’anni, stuprata e uccisa il 7 ottobre mentre faceva jogging nel parco. Era reporter e responsabile amministrativo del canale televisivo privato Tvn di Russe, nel nord della Bulgaria, luogo dove è morta.

Come ha riferito il ministro dell’Interno bulgaro Mladen Marinov, non è ancora chiaro il motivo di questo nuovo delitto né se sia legato strettamente al lavoro della Marinova.

L’autore di questo gesto potrebbe essere un maniaco sessuale o un ospite di un centro psichiatrico vicino al parco. Il sospettato è stato arrestato in Germania, dove si era recato subito dopo l’omicidio: il soggetto era già ricercato per omicidio e stupro.

Quel che è sicuro è che questo episodio accende le luci sulla libertà di stampa in Bulgaria, al 111° posto su 180 nell’ultimo Rapporto mondiale sulla libertà di stampa di Reporters Sans Frontières (Rsf): la situazione bulgara è la più grave nell’Ue poiché la corruzione dei media impedisce di fatto di informare liberamente. La Bulgaria è inoltre al 71° posto in Europa tra paesi corrotti, come ha rilevato un anno fa Transparency International.

Ciò che lega questa giovane donna agli altri due giornalisti uccisi nell’ultimo anno – Daphne Caruana Galizia nell’ottobre 2017 e Jan Kuciak questo febbraio – forse non è la causa dell’uccisione, ma è il fatto che anche lei si sia occupata di indagini su presunti casi di corruzione relativi all’utilizzo di fondi europei: solo una settimana prima nel suo programma “Lie Detector” aveva trattato alcuni casi di presunta corruzione relativa all’erogazione di fondi strutturali dall’Unione europea.

Nello specifico ha intervistato due giornalisti, il bulgaro Dimitar Stoyanov del sito internet “Bivol” e il romeno Attila Biro della Rise Project Romania che nei giorni successivi sono stati arrestati mentre svolgevano indagini giornalistiche per corruzione e abusi sui fondi Ue da parte della compagnia edilizia bulgara “Gp Group”. La GP Group Joint stock company detiene il controllo della distribuzione di gas e petrolio, della realizzazione di infrastrutture, dell’edilizia residenziale ed industriale e della gestione di strutture alberghiere sia comunitarie che pubbliche.

Le reazioni

Il portavoce ufficiale della Commissione europea ha chiesto alla Bulgaria “un’indagine rapida e approfondita”. Nel suo recente discorso sull’Unione, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha affermato : “Dovremo proteggere meglio i nostri giornalisti, che sono anche attori importanti della nostra democrazia” e che “troppi giornalisti vengono intimiditi, attaccati e persino uccisi”.

La sera dell’8 ottobre nella capitale Sofia e in altre città bulgare sono scese in piazza centinaia di persone per chiedere che si indaghi sulle responsabilità di questo omicidio, sul quale il premier bulgaro Boyko Borissov ha dichiarato che la cattura del responsabile sia questione di tempo dal momento che gli inquirenti dispongono di tracce del suo Dna.

L’arresto dei killer di Jan Kuciak

Ci sono degli aggiornamenti invece per quanto riguarda l’uccisione del giornalista slovacco Kuciak e della fidanzata, di cui abbiamo parlato qualche newsletter fa.

Nonostante non si conosca ancora il ruolo della ‘ndrangheta, sono stati individuati e arrestati gli esecutori materiali dell’omicidio: i killer sono l’ex poliziotto Tomas Szabo e l’ex militare Miroslav Marcek, ma sono stati arrestati anche l’interprete di italiano Alena Zsuzsova che li ha incaricati e l’imprenditore Zoltan Andrusko che fungeva da intermediario. La Zsuzsova lavorava per l’imprenditore slovacco Marian Kocner e avrebbe pagato almeno 70mila euro, di cui 50mila sono stati versati agli esecutori: lei come gli altri è soltanto l’ultimo anello della catena dietro a questo omicidio, dato che avrebbe agito dietro mandato di altri soggetti ancora non identificati.

Non ci sono ancora risposte certe sul movente di questo omicidio, ma è assai probabile che le indagini di Kuciak disturbassero Kocner, dal momento che hanno fatto emergere il suo coinvolgimento in una speculazione immobiliare su cui era stato indagato e successivamente assolto.

La BaFin (Autorità federale di vigilanza finanziaria) nomina un suo rappresentante straordinario presso la Deutsche Bank per monitorare l’attuazione delle misure antiriciclaggio


Il 25 settembre 2018 l’Autorità federale di vigilanza finanziaria (BaFin) ha annunciato di aver nominato un rappresentante straordinario presso la più grande banca tedesca il cui ruolo è quello di controllare l’attuazione delle misure ordinate dalla BaFin nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo presso l’istituto finanziario.

È la prima volta che l’Autorità ha ordinato una tale misura di vigilanza per una banca, nell’ambito della prevenzione del riciclaggio del denaro sporco. Da anni, tuttavia, la Deutsche Bank è stata criticata dall’autorità di vigilanza tedesca, da quelle statunitensi e britanniche per le sue carenze nella prevenzione del riciclaggio di denaro. In Germania e negli Stati Uniti sono state inflitte alla banca sanzioni per milioni o (negli Stati Uniti) addirittura miliardi.

La società di revisione KPMG è stata nominata rappresentante speciale in quanto la BaFin e la Deutsche Bundesbank non dispongono di personale qualificato a tal fine: una lacuna che deve essere colmata il più rapidamente possibile da parte di chi supervisiona. È però discutibile se KPMG sia l’istituzione più adatta a questo scopo, tanto più che non si possono escludere conflitti d’interesse: KPMG è stata nominata, infatti, revisore dei conti annuali da parte della stessa banca.

Si presume che la misura decisa dalla Bafin non abbia uno scopo specifico e non sia collegata agli attuali scandali di riciclaggio di denaro sporco presso la Danish Danske Bank, l’INB olandese e altre banche europee. Tuttavia, se la stessa Deutsche Bank, come risposta al provvedimento adottato dalla BaFin, ritiene che le sue misure antiriciclaggio siano “da migliorare”, in particolare nell’investment banking, ciò può anche significare che sia la banca sia la BaFin ritengono che i rischi di riciclaggio finora sconosciuti siano latenti all’interno dell’istituto e che possa emergere un scandalo in qualsiasi momento.

Gli scandali accumulatosi nel settore finanziario europeo nell’attuazione delle misure legali comunitarie contro il riciclaggio di denaro sporco dimostrano due cose dal punto di vista di “Mafia? Nein, Danke!”:

Il settore finanziario continua a svolgere un ruolo chiave per il riciclaggio di denaro grazie al suo ventaglio di servizi, in particolare come agente nel mercato dei capitali e come intermediario nei pagamenti nazionali e transfrontalieri. Anche solo per ragioni logistiche, l’attrattiva dei servizi bancari basata sulla loro velocità e la qualità dei loro servizi non può essere completamente sostituita da società non finanziarie, mercati ombra e sistemi di trasferimento illegale nel capitalismo clandestino. Nonostante questo, alcuni metodi piuttosto semplici di riciclaggio di denaro (depositi in contanti) si sono in parte trasferiti ad altre società, anche a causa degli effetti delle misure interne da parte delle banche e delle garanzie richieste dalle autorità di vigilanza dei singoli Stati nazionali. Però per quanto riguarda il processo di riciclaggio di denaro, le banche continuano a essere al centro dell’attenzione, sia per l’introduzione di fondi illegali nel ciclo finanziario legale, sia per l’occultamento di redditi illegali già inseriti nel ciclo finanziario. I rischi legati al riciclaggio di denaro di molti prodotti finanziari riguardano in linea di principio tutte le banche.

I preoccupanti sviluppi a livello comunitario contraddicono la valutazione costantemente ripetuta dall’opposizione e dai media in Germania che, in un contesto europeo, la Germania è (esclusivamente) considerata un “paradiso del riciclaggio di denaro sporco” e di cui è soprattutto il settore non finanziario, in particolare il mercato immobiliare, ad essere al centro dell’attenzione.

mafianeindanke presenta misure contro la criminalità organizzata alla seduta della Commissione per gli affari interni, la sicurezza e l’ordine del Parlamento di Berlino


Dopo l’omicidio in un ambiente clan avvenuto ai margini di una zona berlinese di svago, l’ex aeroporto Tempelhof, la Commissione degli interni del Parlamento di Berlino si è occupata di criminalità organizzata. All’incontro mafianeindanke ha proposto degli approcci nuovi e innovativi, preventivamente efficaci. Anche l’ARD Tagesthemen ha riferito sulle proposte. Da allora, questi sono stati ampiamente discussi e Mafia? Nein, Danke! sta lavorando alla loro attuazione con l’obiettivo di ridurre il rischio di strutture claniche in futuro.

Invitata come rappresentate della società civile ed esperta sul tema della criminalità organizzata, l’associazione attraverso le parole del presidente Sandro Mattioli non ha potuto che confermare un peggioramento dello scenario del fenomeno nella capitale tedesca. Riducendo il tema al solo fattore criminale e dimenticando l’infiltrazione di queste organizzazioni a livello economico, sociale e culturale la lotta si limita ai singoli autori del reato senza approfondirne il contesto e capirne la vera realtà. In questo senso il ruolo fondamentale lo giocano le misure preventive, applicate in ogni campo con un approccio multidisciplinare. Mafia? Nein, Danke! a tal proposito ha proposto cinque progetti di misure preventive, in ambiti differenti, per ottenere dei risultati più efficaci nel contrasto al fenomeno.

Gli interventi sono stati molto attenti e interessati, su tanti aspetti del fenomeno e soprattutto su alcune delle proposte concrete presentate da Mafia? Nein, Danke!. Tra i tanti interventi, dal presidente della BDK (Bund Deutsch Kriminalbeamter) Daniel Kretzschmar sono emerse le difficoltà strutturali che non aiutano nel lavoro quotidiano della lotta alla criminalità organizzata: la mancanza e la continua rotazione del personale della polizia non aiutano e si necessita un bisogno di personale più specializzato con una formazione ad hoc nel settore. Kretzschmar ha, infatti, evidenziato come la polizia sia già in possesso di una quantità enorme di dati sul tema delle organizzazioni criminali, che però non sono mai stati elaborati: il problema non è quindi la mancanza d’informazioni al riguardo ma le capacità di studiarle.

Martin Hikel, sindaco di Neukölln, è intervenuto esponendo nel dettaglio la situazione attuale del suo quartiere: Hikel parla di otto grandi famiglie di clan arabi e di 1000 membri che ne fanno parte. Uno dei grandi problemi rilevati dal sindaco è quello dell’affiliazione giovanile alla criminalità organizzata: i primi contatti avverrebbero nei Shisha Bar, luogo dove tanti giovani si ritrovano per sfuggire da famiglie numerose in spazi esigui: qui però iniziano anche ad avvicinarsi alle strategie dei clan. La via criminale deve essere quindi resa meno attrattiva per giovani che vivono quotidianamente in queste realtà. Hikel ha aggiunto un ultimo appunto sulla possibilità che il sequestro di beni illegali sia reso più efficace di quanto sia tuttora.

La presidente della LKA di Berlino Barbara Slowik ha auspicato un rafforzamento nel campo informatico e delle indagini per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata ed ha espresso interesse ai progetti presentati da Mafia? Nein, Danke! soprattutto quelli riguardanti l’aiuto ai giovani e alle donne e alla possibilità di creare una hotline dedicata a chi vuole riportare la sua esperienza in queste realtà criminali.

Ciò che ha suscitato il maggiore interesse da parte dei parlamentari ha riguardato il progetto “Liberi di Scegliere” uno delle cinque proposte di mafianeindanke (qui il riassunto del progetto). Il protocollo implementato dal Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria riguarda la possibilità dell’allontanamento dei minori dalle loro famiglie di origine criminale: attraverso questo percorso i ragazzi hanno l’occasione di scoprire e sperimentare una vita diversa da quella di provenienza grazie ad un inserimento in realtà associative o comunità educative. Su questo progetto l’interesse dei partecipanti alla seduta è stato alto e sono state poste domande e richieste di dettagli. Quello che più incuriosiva era la modalità d’attuazione del progetto, in che forma fosse implementato e quali fossero gli attori coinvolti: è anche emerso come dietro al concetto di “allontanamento dei bambini dalla famiglia criminale” ci siano ancora parecchie domande e dubbi che possono però essere risolti presentando la buona riuscita del progetto in Italia, il quale, numeri alla mano, ha funzionato e che potrebbe essere esportato dopo un’attenta analisi del contesto e degli attori locali.

Quello che è parso chiaro dal confronto durante la seduta parlamentare è stata la necessità di trovare una definizione del concetto di criminalità organizzata. Il pericolo che si riducano i clan arabi a semplice criminalità rischia non solo di fraintendere il vero fenomeno ma anche di usare degli strumenti non efficaci per contrastarlo. Una definizione unanime è quindi di fondamentale importanza per capirne la vera realtà e per unire le forze nel contrasto a questo fenomeno: una collaborazione tra i tanti enti coinvolti è quello che è stato richiesto durante il confronto al parlamento ed è quello che serve per ottenere dei risultati. Ma come ricorda il presidente di mafianeindanke una collaborazione è possibile solo se si cambia prospettiva dalla semplice applicazione della legge ad un’ottica di prevenzione del fenomeno.

Svizzera: iniziato il processo contro un presunto esponente dell’ˋndrangheta


Il 9 ottobre 2018 è iniziato presso il Tribunale Penale Federale di Bellinzona, in Svizzera, il processo nei confronti di Cosimo L., 61enne di origine calabrese ma residente nel canton Berna, accusato di essere stato affiliato ai locali ˋndranghetisti di Giussano e Seregno, in Lombardia. La richiesta da parte del procuratore federale è la pena di quattro anni di carcere.

Tra i capi di accusa si legge il traffico di droga, reati di ricettazione, denuncia mendace e traffico di armi: l’uomo, infatti, è stato accusato di aver fornito ai boss in Italia armi provenienti dalla Svizzera e di detenere diversi revolver senza averne i permessi necessari. Cosimo L. sarebbe stato anche in contatto con i boss piemontesi, e avrebbe partecipato anche a diversi summit dell’ˋndrangheta in Calabria: sembra che egli fosse infatti referente e messaggero per diversi boss calabresi.

Don Luigi Ciotti, una vita d’impegno sociale


Venerdì 8 giugno è stato presentato in Italia su Rai3 il documentario di Paolo Santolini “Così in terra”, sulla vita di don Luigi Ciotti, una delle figure più importanti per l’impegno sociale in Italia. Sacerdote, fondatore di Libera, sotto scorta da più di vent’anni per la sua lotta quotidiana alla criminalità organizzata, Don Ciotti è un esempio d’impegno personale contro ogni forma d’ingiustizia.

Il regista ha seguito per oltre due anni Don Ciotti e gli uomini della sua scorta, in occasioni pubbliche e private, alternando nel suo documentario, momenti di condivisione a quelli di riflessione e di raccoglimento. Le immagini delle piazze e del microfono si avvicendano a quelle più intime e solitarie, in macchina, in viaggio da una parte all’altra dell’Italia, sempre in movimento. Il filo conduttore del documentario è il viaggio, non solo fisico tra le varie realtà italiane cui Don Ciotti è invitato ogni giorno, ma anche un viaggio personale del sacerdote, tra le scelte che ha fatto e le persone che incontra e aiuta quotidianamente.

Quello che emerge dal documentario di Santolini è la forza di un uomo che ha fatto della sua vita un impegno quotidiano di lotta, che invita sempre a riflettere sulla realtà in cui ci si trova e ad impegnarsi in prima persona, per creare un reale cambiamento: “La prima grande riforma da fare è l’autoriforma: è la riforma delle nostre coscienze. È il risveglio delle nostre coscienze. Il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi”.

Chi è Don Ciotti

Nato nel 1945 a Pieve di Cadore in provincia di Belluno, si sposta da piccolo con la famiglia a Torino: da qui inizia l’impegno sociale che caratterizzerà la sua vita. Nel 1965 fonda assieme ad altre persone un gruppo di aiuto per i tossicodipendenti che stanno in strada e per chi ha bisogno, che più tardi diventerà il Gruppo Abele, associazione ancora oggi attiva e presente sul territorio. Alcune delle loro attività iniziali sono la fondazione di comunità giovanili alternative alle carceri e l’organizzazione di percorsi educativi all’interno dei carceri minorili. (link gruppo abele : http://www.gruppoabele.org/)

Una volta ottenuti i voti sacerdotali, nel 1972, la sua parrocchia diventa la “strada”, dove affronta il disagio sociale che sta esplodendo in quegli anni: il problema della droga. Per aiutare i giovani tossicodipendenti che trova quotidianamente per strada, apre prima un centro di ascolto e di accoglienza, per poi fondare, nel 1974, la prima comunità italiana. Attivo anche politicamente, contribuisce al dibattito politico che si sta sollevando in quel periodo sul tema, che sfocia nell’adozione della legge n685, prima legge italiana non repressiva sulla droga.

Il tema del contrasto alla droga accompagnerà Don Ciotti anche negli anni successi, con inviti da diverse parti del mondo per incontri e dibattiti sul tema. Negli anni ‘80 saranno due le nuove sfide che contribuirà a fondare: nel 1982 il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza e nel 1986 la Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS (LILA), importante associazione italiana che assiste i malati di aids e che combatte la diffusione del virus HIV.

Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio del 1992 (dove persero la vita rispettivamente i giudici Falcone e Borsellino, assieme alla moglie di Falcone e alcuni uomini della scorta), il tema delle contrasto alla criminalità organizzata e alla mafia comincia a diventare importante per Don Ciotti. Fonda nel 1993 il mensile “Narcomafie”, di cui sarà per anni il direttore: il mensile studia e parla del fenomeno della mafia e del narcotraffico (link di approfondimento: http://www.narcomafie.it/)

Nel 1995 fonda a seguito di questo suo impegno l’associazione “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, con lo scopo non solo di sensibilizzare la società civile al fenomeno mafioso ma anche quello di creare una comunità alternativa e attiva di contrasto alle mafie stesse, promuovendo la legalità e la giustizia. Negli anni l’associazione è diventata sempre più importante non solo a livello civile ma aiutando ad adottare misure politiche di fondamentale importanza: grazie alla raccolta di un milione di firme sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, la proposta è accolta in Parlamento e diventa legge il 7 marzo del 1996. Nel gennaio 2013 assieme al Gruppo Abele lancia la campagna “Riparte il futuro”, che porta l’anno successivo alla modifica dell’articolo 416 ter del codice penale in tema di voto di scambio politico – mafioso. Dal 1 marzo 2017, grazie alla votazione unanime della camera dei deputati, è stata istituita ufficialmente in Italia il 21 marzo come “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Non si può descrivere Don Luigi Ciotti con una sola parola: attivista, sacerdote, giornalista, docente, Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, presidente di svariate associazioni e cittadino onorario di diverse città. Ma per capire veramente chi è, e per seguire, in piccolo, il suo esempio, si possono semplicemente prendere in prestito le sue parole: “Sono solo un cittadino che sente prepotente dentro di sé il bisogno di giustizia”.

La Germania e l’indice di segretezza finanziaria


È settimo il posto in cui si colloca la Germania nell’indice di segretezza finanziaria, pubblicato ad inizio 2018 dal Tax Justice Network che vede sul podio rispettivamente Svizzera, Stati Uniti e Cayman Island. La Tax Justice Network è una rete indipendente nata nel 2003, con lo scopo di combattere le disuguaglianze sociali e la povertà nel mondo, richiamando l’attenzione sull’ingente ricchezza sottratta alla tassazione e quindi alla ridistribuzione, grazie all’esistenza di paradisi fiscali e di giurisdizioni che garantiscono la segretezza di transazioni e azioni finanziarie. Dal 2009 pubblica un report biennale denominato “Indice di segretezza finanziaria”, quello pubblicato quest’anno è il quinto report.

L’indice di segretezza finanziaria è una classifica di 112 paesi che misura il grado di segretezza dei singoli stati, per capire meglio dove si collocano i paradisi fiscali e le giurisdizioni segrete, che cos’è il segreto finanziario ad esse legate e dove finiscono i capitali segreti. L’indice combina due fattori: uno più qualitativo che analizza le leggi e le giurisdizioni dei singoli paesi per capire il loro livello di segretezza quando si parla di conti finanziari ed evasione fiscale. L’altro conta invece il peso economico del singolo paese a livello globale e la rilevanza delle attività finanziarie offshore presenti nei loro confini.

Si calcola che la cifra di capitale finanziario privato, nascosta nei paradisi fiscali e soggetto quindi a nessuna (o ad una bassa) tassazione, oscilli intorno ai 21 ai 32 trilioni di dollari. Inoltre, i flussi di capitale illecito sono stati stimati attorno a 1-1.6 trilioni per anno. I soli paesi africani hanno perso dagli anni 70 quasi 1 trilione d dollari in capitali verso l’estero. Contestualmente i loro debiti verso l’estero sono meno di 200 billioni di dollari, diventando così un creditore molto importante per il resto del mondo.

Sono diversi gli elementi che emergono dall’indice di segretezza finanziaria: innanzitutto bisogna sfatare il mito che i paradisi fiscali si trovino solo in isole soleggiate, lontane da tutto: leggendo la classifica presentata quest’anno si vede fin da subito che nei primi dieci posti ci sono paesi molto ricchi, con un peso importante nell’economia mondiale. E’ fondamentale quindi prendere coscienza di questo fatto, per comprenderne le implicazioni a livello politico ed economico e per capire quali stati usano la segretezza offshore come strumento di business.

La Germania si è posta al settimo posto di questa classifica, con un dato nella media dal punto di vista della segretezza, ma combinato con un peso globale molto importante, contando più del 5% del mercato globale per i servizi finanziari offshore. Inoltre il paese, pur non avendo delle leggi sul segreto bancario come altri paesi, vede al suo interno delle pecche legislative che, unite alla segretezza con cui gestisce le informazioni relative alla tassazione, rendono il paese una meta appetibile da chi vuole nascondere i propri profitti. Pur avendo adottato delle leggi e applicato delle direttive per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro, queste vedono al loro interno delle eccezioni che rendono il lavoro di contrasto più complicato.

Le società tedesche devono pubblicare i loro conti all’interno di un registro gratuito, ma molte fondazioni e compagnie, anche molto grandi, ne sono esenti, a danno della società civile. Inoltre con l’adozione della direttiva antiriciclaggio la registrazione presso il registro centrale da parte delle società è obbligatoria solo per le società controllate direttamente (e non indirettamente) dai beneficiari effettivi e l’accesso pubblico è riservato alle autorità o a chi ha un interesse legittimo. La Germania ha stipulato scambi bilaterali con 63 paesi per quanto riguardo lo scambio di informazioni fiscali e finanziarie ma si è opposta alla pubblicazioni di questi dati.

L’amministrazione tedesca non sembra essere nemmeno troppo preparata ad affrontare il problema: anni di tagli al settore pubblico ha prodotto mancanza di personale che non riesce da solo a rielaborare le informazioni che arrivano dai conti finanziari, complice anche la frammentazione del sistema regionale di riscossione delle tasse.

Anche in Germania il riciclo di denaro sporco è diventato un tema molto importante a fronte del sempre più crescente aumento di segnalazioni al riguardo; per affrontare il problema dell’alto numero di agenzie che affrontavano questa tematica è stato deciso nel 2016 di spostare la UIF (unità di informazione finanziaria) dall’ufficio federale di polizia criminale all’autorità doganale federale, a capo del ministero delle finanze, aumentando anche il numero degli impiegati negli uffici.

Le norme antiriciclaggio tedesche non sembrano essere molto efficaci alla prevenzione del riciclaggio di denaro sporco in Germania: grandi banche tedesche sono state spesso coinvolte in casi di riciclaggio di perseguiti da autorità giudiziarie straniere e hanno accettato di pagare sanzioni anche ingenti per evitare condanne. Delle numerose segnalazioni di transizione sospette ricevute dalla UIF solo l’1% porta ad una condanna (numeri del 2016). Poca trasparenza c’è anche rispetto ai beni sequestrati e confiscati, mancano statistiche precise che differenziano in base al tipo di bene.

Per il Financial Action Task Force (FATF) nel 2010 erano depositati in Germania 1.8 trilioni di dollari in conti titolati a non residenti e successivamente Markus Meinzer nel suo libro “Tax Heaven Germany” parlava per il 2013 di 2.5 – 3 trilioni di dollari di beni esenti da tassazione da parte di stranieri1. Negli ultimi 10 anni la Germania ha confiscato più o meno 6 milioni di euro per anno dalla mafia italiana (dati ufficiali) e 100 billioni di euro vengono riciclati in Germania ogni anno.

Per approfondire il tema

 

1https://www.financialsecrecyindex.com/PDF/Germany.pdf

mafianeindanke a Roma con Libera


mafianeindanke ha preso parte, dal 22 al 24 giugno, ad un weekend di incontro e formazione a Roma, organizzato da Libera. Presenti assieme ad altre associazioni della rete europea di Libera, è stata l’occasione per discutere tra i rappresentanti degli altri gruppi internazionali i prossimi progetti da portar avanti in rete e potersi confrontare sulle diverse realtà. I seminari sono stati delle occasioni di approfondimento su tematiche di molta importanza nella lotta contro la criminalità organizzata in Italia e specifiche dell’ordinamento giuridico italiano. L’assemblea di Libera si è chiusa domenica con la conferma alla presidenza di Don Luigi Ciotti, con due nuovi presidenti onorari, l’ex procuratore di Torino Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa e con la votazione di un nuovo ufficio di presidenza.

Mafia vietnamita a Berlino


Non si parla molto della mafia vietnamita a Berlino, ma il 29 giugno è avvenuto un fatto eclatante: l’irruzione della polizia in un appartamento in Rhinstraße (Friedrichsfelde), che ha fatto seguito a un’indagine sul sospetto di tratta di esseri umani e di lesione personale grave. Due uomini hanno cercato di fuggire, ma sono caduti dal quinto piano: uno è morto, l’altro è gravemente ferito e ricoverato in ospedale; erano presenti anche altri due giovani sospettati tra i 15 e i 34 anni, che sono stati arrestati.

Come accaduto per la mafia italiana, la caduta del Muro ha coinciso con la possibilità di arricchimento: i vietnamiti che vivevano a Est erano Gastarbeiter, i quali decisero per lo più di non tornare a casa dopo il 1989; a Ovest vivevano gli ex rifugiati di guerra. La maggior parte dei vietnamiti ha risposto alle difficoltà di integrazione lavorando onestamente, spesso con orari di lavoro molto prolungati; guadagnare in modo legale è sembrata una strada troppo impervia a coloro che entrarono a far parte della mafia vietnamita, che iniziarono a specializzarsi nella vendita illegale di sigarette; a loro si aggiunse poi una parte degli emigrati che arrivarono in Germania dopo la riunificazione.

Negli anni al contrabbando di sigarette si sono aggiunti il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la prostituzione; anche il traffico di droga è un forte interesse della mafia vietnamita, in particolare le droghe leggere, soprattutto la marijuana, le cui piantagioni vengono coltivate all’interno di appartamenti affittati con questa finalità.

Negli anni Novanta si sono verificate guerre tra bande, ma sarebbe impossibile parlare di un numero preciso di morti, dal momento che molte non sono state denunciate: è possibile dire però che tra il 1992 e il 1996 sono morte 39 persone. Un episodio noto risale al maggio 1996, quando a Marzahn si verificò l’esecuzione di sei giovani vietnamiti, riconducibile alla lotta di potere allora in corso tra due bande rivali, gli esecutori Ngoc-Thien e i Quang Binh. A dimostrazione della brutalità anche di questi ultimi, pare che abbiano sparato a cinque persone, tra cui due donne, in un alloggio per rifugiati di Marzahn: questo episodio è rimasto impunito.

La politica, nello specifico l’allora senatore degli Interni Jörg Schönbohm (CDU) tese a utilizzare questo problema per lanciare una campagna di espulsione che avrebbe potuto coinvolgere anche i vietnamiti non coinvolti nella criminalità organizzata. La LKA costituì il “Gruppo investigativo Vietnam” (Ermittlungsgruppe Vietnam), che permise di trovare tra gli altri il padrino della banda Ngoc-Thien: al processo ai componenti della banda, di 16 imputati 13 sono stati condannati per i reati di omicidio e di appartenenza a un’organizzazione criminale. Il capo fu condannato all’ergastolo per omicidio e tentato omicidio plurimo; ha continuato comunque a esercitare il suo potere, dato che nel 2005 un ex-affiliato ha rinunciato a portare la propria testimonianza perché da lui minacciato in aula.

All’epoca l’attenzione posta su queste bande criminali condusse al calo della violenza nel commercio illegale di sigarette, ma negli ultimi anni la mafia vietnamita ha proseguito in questo traffico già di per sé prospero, con una vendita annua solo a Berlino di 330 milioni di sigarette illegali, con un danno fiscale di circa 55 milioni di euro. Una particolare attenzione meriterebbe anche la produzione di metanfetamina, poiché la maggior parte di quella venduta a Berlino proviene dai laboratori vietnamiti di droga della Repubblica Ceca.

Questi problemi non solo non sono mai stati risolti, ma sono stati accresciuti e ampliati dalla facilità con cui adesso è possibile fare rete con altre criminalità organizzate: l’ultimo episodio potrebbe accendere di nuovo l’attenzione su di essi.

Un’efficace prevenzione del riciclaggio di denaro è ostacolata da un deficit generale nell’applicazione della normativa in tutta l’Unione europea


Il 2018 non sembra essere un anno positivo per la lotta contro il riciclaggio di denaro. Gli Stati Baltici sono in prima pagina a causa di una serie di scandali bancari sul riciclaggio di denaro. In passato, le banche lettoni sono state ripetutamente sospettate di ricevere e trasferire fondi da fonti illegali. La terza banca dell’epoca, ABLV, è stata l’ultima a essere presa di mira dalle autorità finanziarie statunitensi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel febbraio 2018 per riciclaggio di denaro. Nel frattempo, la sua licenza è stata revocata. L’ABLV non è un caso isolato. Secondo l’autorità di vigilanza finanziaria lettone, all’inizio di marzo 2018 vi erano più di 26000 società di comodo registrate come clienti nelle banche dello Stato baltico che non svolgevano nessuna attività nel paese. Queste società spesso servono a nascondere il vero proprietario del conto o l’origine delle attività.

Nell’aprile 2018 è stata la volta della vicina Estonia, con il caso della Versobank. Anche per quanto riguarda questa banca, la licenza è stata revocata. Si tratta di una filiale estone della più grande banca danese, la Danske Bank. È accusata di aver riciclato più di 8 miliardi di euro; per questo, alcuni dirigenti del Danske si sono dimessi, le sorti della banca si sono aggravate e il governo danese ha annunciato l’intenzione di confiscare i proventi delle operazioni di riciclaggio del denaro. I fatti non sono ancora del tutto chiari; le relazioni intermedie indicano che il volume dei fondi riciclati è ancora più elevato di quanto si sapesse all’inizio. Si dice che un informatore abbia richiamato l’attenzione della sede centrale sulla situazione già nel 2013. Ma non è successo nulla.

Nel luglio 2018, l’Autorità Bancaria dell’UE (EBA)1 ha accusato Malta di non aver attuato la direttiva UE sul riciclaggio dei proventi di attività illecite. L’applicazione delle norme UE presentava “carenze generali e sistematiche”. L’ABE ha riesaminato l’approccio della FIFAG (Autorità investigativa maltese sul riciclaggio di denaro) per le indagini sulle circostanze sospette presso la Pilatus Bank. La giornalista Caruana Galizia, assassinata nell’ottobre 2017, aveva scoperto uno scandalo di corruzione alla Pilatus Bank e accusato l’istituto di riciclaggio di denaro. Secondo la relazione, il Primo Ministro maltese Joseph Muscat avrebbe raccolto tangenti, tra gli altri, dall’Azerbaigian. I depositi presso la Pilatus Bank sono attualmente congelati.

Le autorità maltesi non hanno adottato alcuna misura contro la Pilatus Bank fino all’inizio del 2018, sebbene nel 2016 fossero già stati sollevati sospetti nei suoi confronti per riciclaggio di denaro. La vigilanza a Malta è intervenuta nei confronti della Pilatus Bank solo dopo che il proprietario della banca era stato sanzionato negli Stati Uniti. Come nel caso della Lettonia, l’autorità di vigilanza nazionale è diventata attiva solo quando le autorità statunitensi – simili all’ABLV in Lettonia – hanno assunto il ruolo di “autorità di vigilanza sostitutive” a livello mondiale. Tali incidenti gettano una cattiva luce sulla reputazione dell’Unione bancaria europea e delle sue istituzioni.

Tutti i casi elencati hanno una causa comune: dimostrano l’inadeguato monitoraggio dell’attuazione della direttiva UE sul riciclaggio di denaro e delle normative UE da parte delle autorità competenti nei singoli Stati membri dell’UE. Non è mai stato un segreto che Malta e gli Stati Baltici abbiano enormi problemi con il riciclaggio di denaro sporco. Le strutture di vigilanza esistenti, che sono di natura puramente nazionale, presentano evidenti lacune di controllo, che possono anche diventare pericolose per gli Stati membri, per le istituzioni e le imprese in cui l’attuazione e la vigilanza funzionano, se le autorità non sono in grado o non sono disposte a svolgere i loro compiti.

La direttiva UE sul riciclaggio di denaro non si concentra sui requisiti relativi al contenuto, alla qualità e alla profondità della vigilanza sul riciclaggio di denaro.

Dall’adozione della prima direttiva sul riciclaggio di denaro, l’obbligo di cautela contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo è diventato sempre più preciso e denso per le istituzioni e le imprese coinvolte. I requisiti previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro, come quelli che devono essere soddisfatti a seguito della quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro attuata dagli Stati membri lo scorso anno e della (quinta) direttiva UE sul riciclaggio di denaro adottata nel giugno 2018, sono stati continuamente adattati ai maggiori rischi.

Tuttavia, vi è una crescente discrepanza tra questi requisiti regolamentari e l’effettiva attuazione da parte delle istituzioni o il monitoraggio dell’attuazione da parte delle autorità nazionali di vigilanza. La Commissione europea è consapevole di questo problema. Ritiene inoltre necessario intervenire a causa dell’applicazione incoerente degli obblighi esistenti in materia di assistenza alla clientela basati sul rischio nei singoli Stati membri e delle conseguenti differenze nel livello di attuazione. Non vi può essere alcun dubbio sulla parità di condizioni nell’attuazione. Questa accusa riguarda non solo i destinatari delle norme antiriciclaggio, vale a dire gli istituti e le società, ma in particolare anche le autorità nazionali di vigilanza del settore finanziario e altre imprese commerciali.

Sebbene la Direttiva UE sul riciclaggio di denaro abbia continuamente rafforzato e ampliato l’obbligo di cooperazione tra tutte le parti coinvolte, le parti obbligate e le autorità attraverso lo scambio di informazioni e di esperienze. Il fatto è, tuttavia, che le modalità di controllo del diritto del riciclaggio, la selezione e l’organizzazione dell’autorità competente, nonché la qualità e la densità delle misure di controllo dei tempi non sono prescritte agli Stati membri. In linea di principio, essa è lasciata agli Stati membri. La clausola generale di cui all’articolo 48, paragrafo 1, della direttiva prevede semplicemente che le autorità competenti “esercitano una vigilanza effettiva e prendono le misure necessarie per garantire il rispetto della presente direttiva”. Il presente regolamento è stato integrato solo da orientamenti dell’ABE. Gli orientamenti comuni definiscono quelle che l’EBA considera pratiche di vigilanza appropriate nell’ambito del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria o le modalità di applicazione del diritto dell’Unione in un determinato settore. Le autorità competenti dovrebbero integrare in modo appropriato gli orientamenti comuni ad esse applicabili nelle loro pratiche di vigilanza (ad esempio modificando il loro quadro giuridico o le loro procedure di vigilanza), compresi gli orientamenti comuni che si rivolgono principalmente agli enti.

Come si può risolvere il problema?

Alla luce del palese fallimento delle autorità nazionali di vigilanza in alcuni paesi dell’Unione europea, il problema non può più essere rinviato. I membri del Parlamento europeo, la Commissione europea e anche la Banca centrale europea sono d’accordo su questo punto. Il Parlamento europeo invita la Banca centrale europea (BCE) a trasferire in misura maggiore i poteri di vigilanza previsti dalla legge sul riciclaggio di denaro nell’ambito del meccanismo unico di vigilanza (MES). Secondo l’SSM, dal 2014 la Banca centrale europea (BCE) è direttamente responsabile della vigilanza bancaria di banche (gruppi) importanti. Una banca (o un gruppo bancario) è significativa se il suo totale di bilancio è pari ad almeno 30 miliardi di euro (o al 20% del prodotto interno lordo nazionale) ed è uno dei tre maggiori istituti di credito del paese partecipante. Tuttavia, ciò non si applica alla vigilanza sul riciclaggio di denaro, per la quale la BCE non si riteneva sufficientemente competente al momento della creazione del MES nel 2014, in quanto la lotta contro il riciclaggio di denaro era una questione multidisciplinare per le autorità di vigilanza e investigative. Pertanto, non le sono stati conferiti poteri di questo tipo nel quadro del MES. Questa posizione negativa della BCE non è cambiata.

La vigilanza e l’applicazione delle norme europee in materia di riciclaggio di denaro nei confronti delle banche sono attualmente formalmente di competenza esclusiva delle autorità di vigilanza degli Stati membri e della Commissione europea. Tuttavia, la BCE ha anche il dovere di controllare i dirigenti bancari e gli organi di vigilanza in relazione ai reati finanziari, di richiedere alle banche capitale aggiuntivo in caso di rischi latenti e di ritirare la propria autorizzazione in caso di gravi reati di riciclaggio di denaro. Per questo motivo la BCE non può sottrarsi facilmente agli attuali scandali nel settore bancario e fare riferimento unicamente alla competenza delle autorità nazionali di vigilanza in tale settore. È pertanto necessario migliorare la cooperazione e ottimizzare lo scambio di informazioni tra le autorità di vigilanza nazionali e la BCE.

Tuttavia, un completo trasferimento di competenze alla BCE nel settore della prevenzione del riciclaggio di denaro non sarebbe sufficiente. La BCE non ha poteri al di fuori del settore bancario, né per altri enti del settore finanziario, come le compagnie di assicurazione o le imprese di investimento, né per altre persone soggette agli obblighi di riciclaggio, come le imprese commerciali o le libere professioni, la cui vigilanza è ancora più difficile che nel settore finanziario, nonostante gli attuali rischi di riciclaggio dei proventi di attività illecite.

La Commissione europea deve pertanto svolgere un ruolo più incisivo nella lotta contro il riciclaggio di denaro e disporre di maggiori informazioni e di maggiori diritti in materia di revisione contabile, anche sul campo, per poter seguire da vicino le autorità nazionali di vigilanza. A tal fine, in collaborazione con l’ABE e le altre istituzioni, occorre istituire un meccanismo di audit corrispondente della Commissione dell’UE. Se i risultati della revisione indicano che le autorità nazionali degli Stati membri non rispettano i loro obblighi in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro nel settore finanziario o in quello non finanziario, dovrebbero essere avviati procedimenti di infrazione. L’attuale task force della Commissione per la prevenzione del riciclaggio di denaro e della criminalità finanziaria deve disporre di personale notevolmente più numeroso e di risorse adeguate. Ciò che è già possibile nella lotta contro il terrorismo, sia in termini di personale che di risorse materiali, deve essere possibile anche nella lotta contro il riciclaggio di denaro.

1L’Autorità bancaria europea (ABE), in quanto parte del meccanismo europeo di vigilanza, mira a garantire una regolamentazione e una vigilanza efficaci nel settore bancario europeo per garantire la stabilità finanziaria nell’UE e tutelare l’integrità, l’efficienza e il corretto funzionamento del settore bancario.

L’ABE fa parte del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (ESFS), che comprende tre autorità di vigilanza: l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (AESFEM), l’Autorità bancaria europea (ABE) e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (AEAP). L’ABE è indipendente ma risponde del suo operato al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e alla Commissione europea.

Mentre le autorità nazionali di vigilanza e la Banca centrale europea sono responsabili della vigilanza dei singoli istituti finanziari, l’EBA ha la responsabilità primaria di contribuire all’elaborazione del quadro unico europeo per il settore finanziario adottando standard e orientamenti tecnici vincolanti. L’Autorità svolge inoltre un ruolo cruciale nel promuovere l’armonizzazione delle pratiche di vigilanza al fine di garantire un’applicazione armonizzata delle norme. Inoltre, l’ABE ha il compito di valutare i rischi e le debolezze del settore bancario dell’UE, in particolare mediante relazioni periodiche di valutazione dei rischi e prove di stress a livello europeo.

Tra gli altri compiti dell’ABE figurano l’indagine sull’inadeguata applicazione del diritto dell’UE da parte dell’autorità nazionali, i poteri decisionali in situazioni di crisi, la risoluzione delle controversie tra autorità competenti nei casi transfrontalieri e la prestazione di consulenza indipendente al Parlamento europeo, al Consiglio e alla Commissione.

Michael Findeisen

La legge sul riciclaggio di denaro: aggiornamenti


Ci sono novità in Europa nel contrasto al riciclaggio di denaro: il 19 giugno nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea è stata pubblicata la “V Direttiva Antiriciclaggio 2018/843” del 30 maggio 2018, che prevede l’aumento dei poteri delle Unità di informazione finanziaria dell’Unione europea e che ha come obiettivi la protezione del sistema finanziario tramite la prevenzione, l’individuazione e l’indagine del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo; il monitoraggio dell’anonimato delle valute virtuali e la limitazione dei rapporti d’affari o delle operazioni che implicano i paesi terzi ad alto rischio.

È stato inoltre aumentato il numero dei soggetti obbligati a rispettare le regole sul riciclaggio: sono stati inclusi i prestatori di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali, i prestatori di servizi di portafoglio digitale, i galleristi e i gestori di case d’asta.

Ma a che punto è la Germania nell’affrontare la questione?

Quando si tratta di riciclaggio di denaro, è noto che il settore immobiliare sia uno dei più a rischio: soprattutto in questo periodo di forte espansione del mercato immobiliare tedesco, molte attività di riciclaggio di denaro vengono svolte mediante investimenti in beni immobili; nel 2016 di 563 casi di criminalità organizzata registrati, il 7% concerneva casi di riciclaggio di denaro. I dati dell’Ufficio federale di polizia criminale riportano che ogni anno il riciclaggio di denaro sporco riguarda complessivamente 25 miliardi di euro e avviene tramite l’acquisto di beni immobili e terreni; è ancora quindi troppo facile nascondere l’origine dei ricavati di un’attività.

C’è quindi ancora molto da fare in Germania per contrastare il problema: come ha dichiarato il ministro delle finanze al WirtschaftsWoche, i Länder devono adoperarsi per migliorare il controllo del rispetto della legge sul riciclaggio dei capitali. Un anno fa è stata apportata una modifica legislativa per far fronte al problema (legge del 26 giugno 2017 sul riciclaggio di denaro), la quale permette alle autorità di confiscare i beni se suppone che la provenienza sia criminale e anche se a questa supposizione non seguono delle vere e proprie prove.

José Andrés Asensio Pagan, capo dell’ufficio centrale della Procura della Repubblica di Hamm, ha recentemente riferito che grazie a questa legge molti beni in possesso di criminali sono stati confiscati: un episodio recente è stato la confisca all’aeroporto di Düsseldorf di beni con un valore di circa 8 milioni di euro.

Permangono comunque le difficoltà da parte dello Stato di raccogliere e aggiornare le informazioni sul numero di casi sospetti e sul volume del riciclaggio di denaro nel settore immobiliare in Germania: è per questo che l’appello del ministro Scholz è rivolto in modo particolare ai Länder, i quali devono però fare fronte alla carenza di personale. I Verdi hanno criticato questa dichiarazione, nello specifico Lisa Paus ha rimarcato i rapporti tra riciclaggio ed espansione del mercato immobiliare, riconducendoli in buona parte alla debolezza dei controlli statali e alla conseguente necessità di far approvare ulteriori riforme.

Con la legge dello scorso anno è stato introdotto, anche come effetto dei Panama Papers, il registro per la trasparenza: non è ancora utilizzato da tutte le autorità fiscali, sono state iscritte finora 55504 imprese operanti in Germania; nel registro sono inseriti tutti i partecipanti a società, cooperative e fondazioni che detengono più del 25% del capitale o delle azioni con diritto di voto di una società o impresa.

Tuttavia anche il registro per la trasparenza presenta degli aspetti da rivedere e da migliorare, come quello dell’accessibilità al pubblico e della visibilità di tutti i registri nazionali: l’esperta finanziaria Marina Popzov di Transparency International ritiene che sarebbe importante divulgare gli aventi diritto economici di società, fondazioni e trust, anche con una quota del 10%. Di altro parere è il presidente dell’Unione fiscale tedesca, Thomas Eigenthaler, secondo cui si è già arrivati a un buon risultato potendo identificare con più facilità coloro che danno vita a un’impresa.

Nell’accordo della Große Koalition è stato delineato come prioritario l’impegno contro il riciclaggio di denaro, insieme a quello contro l’evasione fiscale, l’elusione e la concorrenza fiscale sleale: SPD e CDU sono concordi nel gestire questi problemi a partire dalla tassazione dell’economia digitale.

Per approfondire