‘ndrangheta in Emilia-Romagna: le conclusioni del Processo Aemilia


Martedì 16 ottobre si è svolta la 195esima e ultima udienza del processo Aemilia, relativa all’operazione iniziata nella notte tra il 28 e il 29 gennaio del 2015 che ha fatto emergere l’esistenza di una ‘ndrina attiva da anni in Emilia-Romagna e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, autonoma ma diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro.

Come già riferito in qualche newsletter fa, questo è il più grande processo per mafia mai tenuto nel Nord Italia, con più di 200 imputati accusati di appartenere a un unico clan della ‘ndrangheta o di essere a esso collusi. Le accuse sono di: estorsione, usura, intestazione fittizia dei beni, falso in bilancio, detenzione illegale di armi, emissione di fatture false, caporalato e riciclaggio, fino ad arrivare al reato più grave: l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Tra gli indagati non ci sono solamente i presunti affiliati al clan, ma anche coloro che a quel clan si sono rivolti per evadere le tasse, per aumentare i profitti e per aggiudicarsi gli appalti. Il settore dell’edilizia è quello maggiormente coinvolto, in modo particolare lo sono gli appalti per la ricostruzione a seguito del terremoto del 2012.

Sono stati processati 150 imputati, le condanne sono 118 con rito ordinario (la più alta a 21 anni e otto mesi) e 24 con rito abbreviato per 325 anni per reati commessi dal carcere durante il processo: in totale si parla di oltre 1200 anni di carcere.

Gianluigi Sarcone, fratello del capo in Emilia Nicolino e reggente della cosca reggiana, è stato condannato nel rito ordinario a tre anni e sei mesi, contro i 18 chiesti dalla Procura.

La pena più alta è stata inflitta a Carmine Belfiore, 21 anni e otto mesi. Tra gli imprenditori emiliani collusi con la ‘ndrangheta, ci sono i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, condannati entrambi a quasi 30 anni (sommando i due riti) e Omar Costi (13 anni e nove mesi). Nella politica invece, è stato condannato a nove anni in ordinario (ne avevano chiesti 19) e 14 anni nell’abbreviato Eugenio Sergio, parente della moglie del sindaco di Reggio Emilia Maria Sergio.

Giuseppe Iaquinta è stato condannato a 19 anni per associazione mafiosa, dopo essere già stato oggetto nel 2012 di un provvedimento dal prefetto di Reggio Emilia che gli vietava di detenere armi e munizioni proprio a causa della scoperta di rapporti con la ‘ndrangheta. Il figlio dell’imputato è l’ex calciatore della Juventus Vincenzo Iaquinta e ha anch’egli giocato un ruolo in questa vicenda, infatti è stato condannato a due anni per detenzione di armi.

Nel rito ordinario il collegio presieduto da Francesco Maria Caruso e composto dai giudici Cristina Beretti e Andrea Rat ha assolto 24 persone; un imputato è deceduto prima della sentenza, cinque casi sono andati in prescrizione.

Uno degli imputati, Francesco Amato – condannato a 19 anni per associazione mafiosa – , il 5 novembre ha preso in ostaggio cinque persone chiedendo di incontrare il Ministro dell’Interno Matteo Salvini: si è consegnato spontaneamente dopo otto ore di trattative. Questo episodio ha fatto naturalmente crescere la tensione attorno ai giudici del maxi processo.

Le reazioni violente di alcuni imputati rivelano la difficoltà nell’accettare che sia stata scoperta la presenza della ‘ndrangheta a Reggio Emilia e nel Nord Italia in generale: come ha commentato Giuseppe Amato, procuratore capo di Bologna e coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia, il processo Aemilia è stato un successo dell’antimafia ma è anche la presa in considerazione giuridica di un fenomeno già da troppo tempo conosciuto e sopportato dagli emiliani.

Nona conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale


A diciotto anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, altrimenti detta Convenzione di Palermo – a cui aderirono 189 su 193 Paesi – e a quindici anni dalla sua entrata in vigore, dal 15 al 19 ottobre si è tenuta a Vienna la nona sessione della Conferenza ONU sul contrasto alla criminalità organizzata transnazionale promossa dalla United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC).

Più di ottocento soggetti (rappresentanti di governi, esperti in criminalità ed esponenti di organizzazioni della società civile) hanno partecipato alla discussione sulla revisione della Convenzione di Palermo che tenga presente il cambiamento del fenomeno mafioso in prospettiva globale. La risoluzione è stata sponsorizzata anche dall’Ue, dagli Usa, dalla Cina, dal Giappone e dalla Russia.

Per l’Italia ha partecipato una delegazione composta da Maria Falcone, sorella di Giovanni, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dal consigliere giuridico della Rappresentanza italiana Permanente nella sede dell’Onu a Vienna Antonio Balsamo e dal Prof. Nando Dalla Chiesa, docente alla facoltà di Scienze Politiche a Milano.

La prospettiva di una rete transnazionale unita nel contrasto alla criminalità organizzata rispecchia l’ideale di Giovanni Falcone di una lotta alle mafie fondata sulla sinergia tra Paesi. L’obiettivo di questa revisione è superare gli ostacoli che hanno impedito una completa concretizzazione di questo ideale mediante l’utilizzo di strumenti condivisi tra gli Stati: con ciò si intende il controllo sulle legislazioni degli Stati, sull’organizzazione giudiziaria, sulle attività di repressione e prevenzione e lo sviluppo di ulteriori tecniche investigative. Questi accorgimenti possono essere impiegati sia per l’incriminazione sia per portare avanti la prevenzione del fenomeno.

Alcuni reati che hanno da adesso una validità comune sono: l’associazione criminale, il riciclaggio, la corruzione, l’intralcio alla giustizia, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e i reati legati alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco.

Maria Falcone ha così commentato la revisione della Convenzione di Palermo: «Oggi si realizza il sogno di Giovanni di una piena cooperazione tra gli Stati nella lotta alla criminalità organizzata. Davanti a mafie globali che operano ben oltre i confini nazionali, dare piena attuazione e migliorare la Convenzione di Palermo del 2000 era fondamentale (…). Giovanni aveva intuito quanto fosse importante un’azione comune a tutti i Paesi contro la criminalità organizzata già negli anni ’80, quando, da pioniere, avviò la sua collaborazione con gli investigatori americani nell’inchiesta Pizza Connection. Il risultato raggiunto oggi è la realizzazione di una sua lungimirante visione».

Creazione di una rete europea della società civile antimafia a Marsiglia


Nei prossimi due anni come possiamo generare con una strategia condivisa un impatto europeo per contrastare mafie e corruzione promuovendo diritti e giustizia sociale?

Nel fine settimana del 10-11 novembre 2018, questa domanda ha occupato intensamente quasi 20 attivisti che hanno accettato l’invito di Libera di riunirsi tutti a Marsiglia.

L’obiettivo era quello di creare una rete di diversi attori antimafia della società civile e di sviluppare con loro un piano d’azione strategico. Un tentativo simile, FLAIR, era fallito nel 2016 ma la lezione è stata appresa: questa volta si tratta di una cooperazione orizzontale tra associazioni giuridicamente indipendenti di diversi paesi europei, che hanno tutti un obiettivo comune: combattere la mafia e la corruzione seguendo l’esempio della rete latino-americana ALAS anch’essa creata su iniziativa di Libera.

Lo stesso fine settimana, Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, è stato a Marsiglia, dove ha visitato una scuola la mattina e ha raccontato la sua impressionante storia e la sua motivazione la sera ad un vasto pubblico all’Istituto Italiano di Cultura. Non ha dimenticato di ricordare che solo quattro giorni prima una ragazza italiana, Simona, era morta insieme ad altre sette persone sotto le macerie di una vecchia casa crollata nel quartiere povero di Marsiglia.

Dalla Germania hanno partecipato Mafia? Nein Danke! di Berlino e Monaco, come anche Eine Welt di Lipsia. Erano inoltre presenti rappresentanti di varie associazioni della Svizzera, del Belgio e della Francia.

I prossimi passi saranno la nomina di un responsabile per organizzazione, incontri regolari virtuali ed il sesto incontro fisico nel febbraio 2019 per decidere sia nome e logo della rete sia l’agenda politica, dato che un incontro con due rappresentanti della Commissione europea è previsto già per i primi di aprile 2019.

Parallelamente, è in corso la seconda fase del progetto “LIBERA IDEE”, che intende fornire una panoramica aggiornata sulla percezione della mafia e della corruzione anche fuori dall’Italia.

Si prevede di presentare i risultati ad un vasto pubblico tedesco già nel maggio 2019.

Scampia on the road


Scampia on the road“ è il nome di un progetto antimafia del „Centro Giovani Vintola 18 di Bolzano presentato da loro al gruppo monacense di Mafia? Nein Danke! a metà novembre.

Attraverso la tematica delle mafie i giovani altoatesini ogni anno da ormai quattro anni hanno la possibilità di conoscere il cuore della resistenza alla Camorra nel napoletano. Lo scopo del progetto è di offrire un percorso di conoscenza e allo stesso tempo una presa di coscienza della tematica di cittadinanza attiva. Il progetto prevede tre fasi.

Nella prima fase i giovani vengono preparati. Vengono spiegate loro le finalità del progetto e viene guardato il filmato „Scampia è cosa mia“, realizzato dai partecipanti dell’anno 2016. Ha poi luogo un loro incontro – sempre nellAlto Adige – con esperti sul tema della Mafia.

Nella seconda fase vanno insieme a Scampia, nel napoletano. Lì hanno la possibilità di visitare i luoghi simbolo della legalità a Napoli e di lavorare sul primo bene agricolo confiscato a Napoli – Fondo Rustico „Amato Lamberti“ a Chiaianoe all’interno dell’Officina delle culture „Gelsomina Verde“, presidio di legalità del quartiere Scampia, e di partecipare a incontri formativi incontrando testimoni che in prima persona hanno avuto a che fare con la Camorra e di avere un confronto diretto con loro.

Durante la settimana i ragazzi hanno il compito di rielaborare la propria esperienza attraverso l’arte: fotografia, scrittura, musica.

Nella terza fase i giovani presentano i loro elaborati e le loro storie durante una serata aperta al pubblico di Bolzano e alla quale sono presenti anche ospiti rappresentativi della realtà del quartiere Scampia.

Noi come „Mafia? Nein Danke!“ discuteremo a Dicembre su come possiamo collaborare con questo bellissimo progetto e come possiamo adattarlo anche alla realtà tedesca.

La distanza tra Monaco e Bolzano è anche inferiore rispetto a quella tra Monaco e Berlino. Il nostro gruppo di lavoro con i giovani è molto piccolo e cerchiamo rinforzi per questo settore.

Chiunque abbia voglia di aiutarci si faccia sentire!

La cooperazione internazionale come chiave di successo nel contrasto alla mafia


L’operazione avvenuta alle prime luci dell’alba del 5 dicembre, denominata operazione Pollino – dal nome del parco nazionale in Sud Italia da cui provengono le organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione – è un primo entusiasmante esempio di come si possa contrastare efficacemente la criminalità organizzata agendo in modo unitario in ambito europeo ed internazionale.

Per la prima volta, infatti, gli investigatori dei diversi paesi europei hanno lavorato in un’unica squadra investigativa comune (Joint Investigative Team – JIT), un’unità coordinata in tempo reale. Questo elemento di essenziale importanza ha portato all’arresto di circa 90 persone tra Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo e al sequestro di numerosi beni, tra cui ingenti quantità di droga, contanti e altre prove utili allo sviluppo del procedimento penale.

Al centro dell’operazione il clan della ‘ndrangheta dei Pelle-Vottari, originario di San Luca, piccolo paese della Calabria, già tristemente noto in Germania per la strage di Duisburg, avvenuta nel 2007 davanti alla pizzeria Da Bruno.

Le attività emerse dalle indagini mostrano un sistema complesso ed estremamente organizzato legato al traffico internazionale di stupefacenti, soprattutto cocaina, ma anche hashish, ecstasy e altre droghe sintetiche. Il traffico era gestito e coordinato dalla ‘ndrangheta di San Luca, che ancora una volta mostra capacità di agire su scala globale e di creare partnership chiave con altri gruppi criminali. In questo caso sono emerse collaborazioni con clan attivi in Campania a contatto con la Camorra, ma anche clan albanesi e turchi, che mettevano a disposizione automobili con i doppifondi per trasportare la droga attraverso l’Europa centrale.

La ‘ndrangheta ha dimostrato un’enorme capacità di adattarsi alle variabili esterne, muovendo le rotte della cocaina verso nord, dai porti italiani di Gioia Tauro in Calabria, Napoli, Livorno e Genova si sono spostati sempre di più verso i porti più sicuri di Anversa e Rotterdam, aprendo nuove sedi di stoccaggio in Olanda, Belgio e Germania. La novità che emerge da queste indagini sta nel fatto che la ‘ndrangheta non usi più gli altri paesi europei con il solo fine di investire proventi illeciti, ma ci si sia anche stabilita, utilizzando i nuovi centri come base di attività illegali e come dimore protette per i latitanti.
L’ammontare di cocaina e altri stupefacenti interessate dall’operazione superano le quattro tonnellate, di cui solo una parte è stata intercettata e sequestrata, il resto è riuscito ad entrare nel mercato della droga. Tali quantità sono solo una piccola parte del business svolto dalla ‘ndrangheta in questo settore, che si rapporta alla pari con i cartelli della droga sud- e centro-americani e ha soggetti affiliati residenti stabilmente in tutti i paesi in cui viene prodotta la cocaina.

Gli uomini e gruppi specializzati da Italia, Germania, Belgio e Paesi Bassi hanno agito congiuntamente grazie anche al significativo sforzo di coordinamento e supporto analitico da parte di Eurojust ed Europol.

Per quanto riguarda la Germania, 47 sono le persone indagate di cui 14 sono già in state arrestate durante le operazioni del 5 dicembre. Il coordinamento è stato guidato dalle procure di Duisburg, Colonia e Aquisgrana con 440 agenti in azione. La gran parte delle perquisizioni si sono svolte nella regione del Nord-Reno Vestfalia, ma anche altrove, per esempio nella zona intorno Monaco di Baviera e a Berlino.

Il quadro tedesco che ne emerge è di un mercato della droga, in particolare della cocaina, sotto il controllo delle cosche calabresi che, con la collaborazione di altre organizzazioni criminali, stoccano e trasportano i carichi dalle zone strategicamente centrali della regione Nord-Reno Vestfalia. I proventi di tali traffici vengono poi investiti in attività economiche redditizie, come nel campo della ristorazione; una simile dinamica è stata osservata in Belgio.
Nell’attesa di avere nei prossimi giorni maggiori dettagli sulle operazioni svoltesi in Germania e sulle loro conseguenze, possiamo intanto accogliere con grande positività il risultato di questa storica azione coordinata con un JIT contro la criminalità organizzata. È evidente che gli strumenti a disposizione in Europa, se utilizzati al meglio, permettono di arginare le problematiche legate ai diversi ordinamenti e culture giuridiche dei diversi Stati membri. Il miglioramento di alcuni strumenti di contrasto essenziali, quali il sequestro e la confisca a fini preventivi e i sistemi di raccolta e condivisione a lungo termine delle informazioni, favorirebbero ulteriormente il lavoro degli investigatori europei.

Ci auguriamo quindi che la cooperazione internazionale per il contrasto alle mafie continui e si sviluppi seguendo questo esempio, e che in futuro si arrivi anche all’istituzione in una procura centrale europea antimafia.

Europol lancia un progetto biennale per l’arresto di mafiosi di alto livello


In un comunicato stampa Europol evoca “una nuova era” nella lotta contro la criminalità organizzata. In effetti, l’istituzione della rete operativa potrebbe contribuire in modo significativo al miglioramento della lotta contro le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata in Europa. La nuova rete prevede lo spiegamento di investigatori specializzati che devono essere richiesti dagli Stati membri dell’UE. Il progetto è stato preparato dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ed è sostenuto da Europol e dalle autorità di Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi e Spagna, tutti paesi in cui la criminalità organizzata italiana è fortemente presente. La cooperazione, tuttavia, riguarda ogni forma di criminalità organizzata di stampo mafioso, compresi i gruppi rocker e le bande albanesi, che sempre più spesso collaborano con la mafia italiana.

L’ufficio di coordinamento ONNET è finanziato dalla Commissione Europea per 24 mesi. L’obiettivo principale è migliorare lo scambio di informazioni e coinvolgere i criminali di alto livello nelle indagini internazionali. Ciò è importante anche nella misura in cui i clan mafiosi agiscono a livello transnazionale e sfruttano concretamente le lacune della legislazione dei diversi paesi.

L’inizio ufficiale del progetto è stato il 1° novembre. Il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, direttore della DIA, l’ha avviata insieme a Jari Liukku, capo dell’European Serious and Organized Crime Centre di Europol. Governale ha affermato che ONNET compenserà l’attuale carenza di fondi UE per la lotta contro le organizzazioni criminali di stampo mafioso: questo aspetto non è attualmente al centro dell’attenzione della piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali.

Will van Gemert, vicedirettore di Europol, ha dichiarato: “Negli Stati membri dell’UE, il numero di gruppi della criminalità organizzata è in crescita e stanno diventando attivi in diversi settori della criminalità allo stesso tempo. Questo progetto rappresenta un’opportunità unica per Europol di offrire il suo pieno sostegno alle autorità di contrasto nel perseguire questi gruppi criminali internazionali di alto livello che rappresentano la minaccia maggiore per gli Stati membri dell’UE”.

Liberi di scegliere – il giudice mostra ai giovani delle famiglie mafiose una vita senza crimine


I giovani che crescono in famiglie di criminalità organizzata spesso non conoscono altre realtà della vita. Il progetto “Liberi di scegliere”, ideato dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, ha l’obiettivo di consentire loro di ricevere una formazione professionale e culturale fondamentalmente diversa dalla cultura mafiosa. Si tratta di una misura di protezione non molto diversa da quella prevista per i figli di genitori violenti, alcolisti o tossicodipendenti, un progetto che può fornire importanti incentivi per riflettere sulla situazione in Germania.

Gli interventi non vengono effettuati in maniera preventiva per il solo fatto che un giovane viva all’interno di un contesto mafioso, ma qualora tale contesto sia per lui nocivo.

Spesso sono le madri stesse a incoraggiare il distacco da un contesto che rischia di mettere in pericolo i figli sia dal punto di vista psicologico che fisico, chiedono ai giudici del Tribunale dei Minori di aiutarle a evitare che il figlio diventi mafioso, un killer o vittima di una faida. Anche nei casi in cui non sono d’accordo con l’allontanamento del figlio, le madri si convincono successivamente della necessità di questa scelta.

Sono oltre 40 i ragazzi che hanno già intrapreso questo percorso, molti dei quali per espressa richiesta delle madri: spesso decidono di non ritornare nel paese d’origine.

L’accordo “Liberi di scegliere” del 2017 è stato siglato dai Ministeri di Giustizia e degli Interni, dalla Regione Calabria e dalle Corti di Appello e ha come obiettivo la tutela e l’educazione di minori e di giovani adulti provenienti da famiglie coinvolte nella criminalità organizzata.

I punti di riferimento sono costituiti dalla Dichiarazione dei diritti del Fanciullo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 20 novembre 1959), che riconosceva il bisogno dei giovani di attenzioni e cure particolari, data la sua immaturità fisica e intellettuale; dalle Regole di Pechino (Risoluzione del 29 novembre 1985), secondo cui il processo di sviluppo nazionale dei Paesi non può prescindere dalla giustizia minorile; infine dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), per la quale l’educazione del bambino deve preparare a una vita responsabile in una società libera.

Il riferimento alla libertà del titolo dell’accordo deriva dal fatto che spesso le famiglie mafiose chiedono ai figli di contribuire economicamente nella prosecuzione delle attività criminali, senza alcuna facoltà di opporsi a questa scelta. “Liberi di scegliere” costituisce un’alternativa a una strada apparentemente già tracciata: è una garanzia per l’esecuzione dei provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria Minorile, che assiste gli adolescenti nella loro crescita e li aiuta poi a reinserirsi nella società mediante il lavoro.

L’intervento dell’Autorità Giudiziaria Minorile è regolato dai seguenti decreti: il Decreto del Presidente della Repubblica (D.P.R.) del 22 settembre 1988 n. 448 “Disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”, il Decreto legislativo (D.lgs.) del 28 luglio 1989, n.272 “Norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del D.P.R. 448/88”, la legge del 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” e il D.P.R. del 30 giugno 2000, n.230, “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”.

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si occupa dei detenuti, tra cui quelli nei circuiti di alta sicurezza e quelli sottoposti al regime speciale (art.41-bis dell’ordinamento penitenziario).

La Questura attraverso l’Ufficio Minori della Divisione Anticrimine tutela i minori in situazioni di disagio socio-familiare in cooperazione con gli altri organismi istituzionali e con l’Autorità giudiziaria.

Su richiesta delle Procure della Repubblica, i Tribunali per i minorenni di Catanzaro e di Reggio Calabria applicano delle misure per tutelare in particolare i minori che provengono dai contesti di criminalità organizzata.

La Regione Calabria è delegata all’esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi dei servizi sociali e socio-sanitari e al compito di raccordo tra gli enti locali.

Il decreto n. 138 del 13 maggio 2005 del Ministero dell’Interno determina le “Misure per il reinserimento sociale dei collaboratori di giustizia e delle altre persone sottoposte a protezione, nonché dei minori compresi nelle speciali misure di protezione” prevede all’art. 10 che “gli Organi competenti all’attuazione delle speciali misure di protezione e del programma speciale di protezione assicurano, mediante personale specializzato appartenente ai Servizi dipendenti dal Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia o mediante accordi con le strutture pubbliche sul territorio, la necessaria assistenza psicologica ai minori in situazioni di disagio”. Nel progetto, il Ministero dell’Interno si occupa di fornire all’Autorità giudiziaria il personale specializzato del Servizio centrale di protezione e della Divisione anticrimine presso le Questure di Reggio Calabria.

Il Ministero della Giustizia ha il compito di prendere in carico tutti i minori provenienti da contesti della criminalità organizzata qualora siano stati elaborati dei provvedimenti che li allontanino dalla famiglia.

Contenuti del progetto

I minori vengono reinseriti tramite l’offerta di attività e programmi rivolti anche al contesto familiare di provenienza. Delle équipe multidisciplinari sovrintendono alla partecipazione degli assistenti sociali del servizio della Giustizia, del Servizio sanitario regionale – il cui compito è assicurare l’assistenza psicologica e l’intervento educativo e di sostegno sociale da parte degli enti territoriali.

Fondamentale è l’individuazione del circuito di accoglienza per questi minori: la comunità, i gruppi appartamento oppure le famiglie affidatarie.

Occorre specificare quali tra i minori siano interessati da questo accordo:

  • coloro che sono inseriti in contesti di criminalità organizzata devono essere soggetti a un provvedimento amministrativo e/o penale da parte del Tribunale per i minorenni;

  • i minori interessati da procedure di volontaria giurisdizione ex artt. 330, 333 e 336 ultimo comma del codice civile nell’ambito dei quali sia stato emesso un provvedimento che incide sulla responsabilità genitoriale disponendo l’allontanamento dei minori dal contesto familiare e/o territoriale di appartenenza;

  • i figli di soggetti indagati/imputati o condannati per i reati di cui all’art. 51 comma 3-bis. c.p.p. allorquando si ravvisano situazioni pregiudizievoli e condizionanti ricollegabili al degradato contesto familiare;

  • i minori in carico al Tribunale per i Minorenni per procedimenti civili scaturiti ex art. 32 comma 4 DPR 448 del 1988 o ai sensi dell’art. 609 decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare legato a dinamiche criminali;

  • i minori e giovani adulti, inseriti nel circuito penale anche in misura alternativa alla detenzione che siano provenienti da nuclei familiari contigui alla criminalità organizzata del territorio;

  • i minori sottoposti a protezione e quelli compresi nelle speciali misure di protezione secondo le previsioni di cui al D.M. 13 maggio 2005 n. 138.

Mafia e informazione in primo piano alla scuola estiva sulla criminalità organizzata


La discussione sulla criminalità organizzata in Italia è più estesa che in Germania, come lo dimostra il fatto che si tengano seminari sull’argomento durante le vacanze del semestre estivo. Mafia? Nein, danke? nel settembre di quest’anno ha partecipato alla Summer School on Organized Crime, organizzata dall’Università degli studi di Milano. Il tema di quest’anno è stato il rapporto tra i media e la mafia, argomento assai importante per il ruolo che il giornalismo riveste nel descrivere la realtà.

Il tema di quest’anno era il rapporto tra mafia e informazione e le persone intervenute – giornalisti, ma anche ricercatori e politici – sono state prevalentemente giornalisti che con le loro inchieste hanno sperimentato cosa significhino l’intimidazione e il rischio per la propria vita e per quella dei propri cari. Alcuni di loro sono stati minacciati, altri isolati, altri ancora hanno raccontato le vicende di loro colleghi che sono stati uccisi; il giornalista che oggi racconta di mafia rischia non tanto la vita, quanto la solitudine e l’emarginazione.

Nel corso della storia italiana la mafia ha ucciso undici giornalisti, di cui sei lavoravano a “L’Ora”, quotidiano con sede a Palermo, ed è proprio a “L’Ora” che nel 1958 un pool di giornalisti pubblica l’inchiesta sulla mafia dal titolo “Quest’uomo è pericoloso”: è la prima volta che il boss Luciano Liggio viene sbattuto in prima pagina e che la mafia ha un nome e cognome.

Studiare la mafia vuol dire studiare la storia d’Italia, e infatti la storia della repubblica italiana ha avuto inizio nel 1947 nello stesso anno in cui è avvenuta la strage di Portella della Ginestra, un chiaro tentativo di impedire l’evoluzione democratica del Paese. Quella strage esprimeva anche la volontà delle mafie di sovrapporsi alla Costituzione formale, che del resto sarebbe stata approvata pochi mesi dopo: in seguito continueranno a perseguire questo obiettivo cercando di modellare il consenso e creando una mitologia su se stesse.

Nel corso della Summer school si è molto riflettuto sull’attenzione posta dai media italiani in merito al tema della criminalità organizzata: se negli anni Sessanta c’era una grande attenzione per il reportage giornalistico e gli approfondimenti del TG1 venivano mandati in prima serata, oggi spesso l’orario della messa in onda è le 23.40.

Quella che i mafiosi interpretano come il superamento di un limite non è altro che la sete di conoscenza propria dei mestieri intellettuali, fondati sul dubbio e sulla ricerca: dopotutto, come è stato notato, la parola scoop significa testualmente “scavare col cucchiaio”. I giornali sono cambiati, da essere scritti per i lettori sono passati al compiacimento degli editori e quindi al conformismo e al silenzio sugli argomenti che potrebbero disturbare qualcuno; un primo cambiamento, un primo allontanamento della stampa dal tema della mafia, era già percepibile negli anni Ottanta, quando i movimenti giovanili antimafia furono prevalentemente sminuiti.

Le fiction suppliscono all’assenza di informazioni che la stampa dà sull’argomento, ma il rischio di banalizzare e di spettacolare la mafia è molto alto se chi guarda le serie televisive non può parallelamente disporre della sufficiente informazione sui temi. Come potrebbe essere altrimenti in un Paese in cui i media parlano così debolmente della trattativa Stato-mafia e del caso Montante*?

L’eccessiva semplificazione riguarda spesso anche i modi in cui si scrive di mafia, perché è facile leggere delle notizie che in realtà sono dei semplici copia e incolla: come è stato affermato con forza nel corso di questa Summer school, l’Italia è fatta di province e di territori ed è ripartendo da questi che può essere ritrovato il senso del mestiere di giornalista.

[*approfondiremo il caso Montante nella prossima Newsletter]

Federico Varese, professore a Oxford, sulla criminalità organizzata in una prospettiva globale


Federico Varese, professore di Criminologia all’Università di Oxford e uno dei maggiori esperti nel campo della criminalità organizzata, mette a confronto nel suo lavoro organizzazioni criminali di tutto il mondo. Ha presentato a Berlino il suo libro “Vita di mafia – amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato” . Ha anche partecipato a una tavola rotonda sulla politica delle droghe al Festival Internazionale della Letteratura invitato da Mafia? Nein, danke!.

Vita di mafia” è un testo particolare nel suo genere, perché, a differenza di altri lavori, non studia una singola organizzazione criminale, ma prende in analisi mafie diverse tra di loro e ne confronta degli elementi che in realtà hanno tutte in comune. Dalla mafia italiana alla yakuza giapponese passando per quella russa e arrivando alle triadi di Hong Kong, in tutte si possono ravvedere caratteristiche simili, dal rito d’iniziazione alla vita criminale, ad una struttura gerarchica con un coordinamento tra boss e ad un controllo totale del territorio in cui si impongono. Attraverso questi elementi Varese approfondisce non solo l’organizzazione delle mafie in sé, ma esamina anche il profilo umano di boss e membri mafiosi che, a dispetto delle rappresentazioni cinematografiche, conducono una vita mediocre.

Il professor Varese ha risposto ad alcune domande.

Dalla caduta del muro di Berlino un neoliberismo sempre più forte ha favorito lo sviluppo delle organizzazioni criminali. Per quale motivo secondo lei?

FV: Quello che è successo in Russia e in molti paesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica è la stessa cosa che è successa anche in Giappone e nella Sicilia nell’800 ed è il motivo per il quale l’origine di molte mafie contemporanee, distanti tra loro, è simile. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del muro di Berlino, i beni dell’ex regime comunista vennero immediatamente privatizzati: questa privatizzazione selvaggia non fu però accompagnata da uno Stato in grado di difendere i diritti reali e di risolvere le dispute tra i nuovi proprietari di beni; alla base di questo c’era infatti la convinzione della teoria liberalista che i mercati fossero in grado di autoregolarsi senza bisogno di un controllo statale. Questo assunto è secondo me errato e porta al potenziale sviluppo delle organizzazioni criminali.

Il mercato, infatti, non esiste in natura, è una costruzione sociale che dev’essere gestita dallo stato e dalle istituzioni, non si autoregola autonomamente e se viene lasciato a se stesso favorisce la comparsa di nuove forme di controllo del territorio, di fatto criminali, che tentano di governare i mercati attraverso la violenza. Quindi la forma di governo ideale per impedire la crescita delle organizzazioni criminali prevede un mercato che funzioni, aperto e sottoposto al controllo delle istituzioni statali e una comunità che abbia fiducia in questo stato. Quando queste cose non sono presenti, emerge una serie di fenomeni tra i quali appunto la presenza di organizzazioni mafiose.

Che ruolo gioca l’integrazione nello sviluppo delle organizzazioni criminali?

FV. Quando esiste una comunità alienata rispetto a una società che non fa abbastanza per integrarla si sviluppano delle forme di governo della stessa comunità, alternative a quelle ufficiali dello stato nazionale. Queste forme possono essere benigne, come, per esempio, quando si parla di un particolare attivismo o di una presenza religiosa, ma possono essere anche maligne, quando emergono organizzazioni criminali. Tali tipologie di organizzazioni sono molto pericolose perché non si tratta di semplice criminalità, ma entra in gioco anche la funzione di leadership che prende il posto dello stesso stato. In questo senso l’integrazione è un elemento fondamentale per ridurre il rischio della loro crescita.

In un contesto del genere, qual è il ruolo della società civile, sia nel combattere che nel favorire la crescita della criminalità organizzata?

FV: La società civile ha un ruolo importantissimo nella lotta contro le mafie, è un elemento fondamentale per questo compito, assieme certo alla polizia, alla magistratura, all’economia e allo stato. Mi viene in mente al riguardo un principio gandhiano che dovrebbe guidare la nostra vita: “non fare del male, non mentire e non collaborare con chi fa del male”. Quest’ultimo elemento, “non collaborare con chi fa del male”, può essere visto come il principio di attivismo di chi vuol fare antimafia. Però certo l’altro lato della medaglia vede le mafie contare non solo sui propri membri affiliati, ma anche su tante altre persone che stanno intorno all’organizzazione, definite “colletti bianchi” (in inglese, i Neighbours), avvocati, commercialisti, funzionari di banca e politici. Anche il ruolo delle istituzioni bancarie è di fondamentale importanza in questo senso. Penso, infatti, all’esempio incredibile del Messico, dove erano presenti delle filiali di grandi banche americane su cui i narcos messicani depositavano il denaro, scoperte da due grossi indagini del Senato statunitense. L’FBI ha dimostrato come milioni e milioni di dollari passavano attraverso queste strutture sanzionate semplicemente tramite il pagamento di una multa che non ha in realtà cambiato nulla. Quindi la connivenza del sistema bancario e di una rete internazionale di contorno è ciò che permette a queste organizzazioni di vivere e avere successo. Senza questo tutte le mafie non esisterebbero, perché non avrebbero modo di riciclare il denaro, di ottenere passaporti e permessi.

In una seduta della commissione per l’ordine interno e la sicurezza del parlamento di Berlino di settembre si è discusso se definire i clan arabi presenti a Berlino organizzazione criminale o semplice criminalità. Lei cosa ne pensa?

FV: Io non sono un esperto di Germania, però secondo me abbiamo gli strumenti per riconoscere le organizzazioni criminali, che emergono quando il gruppo vuole ottenere il monopolio di un certo territorio e controllarlo il più possibile in tutte le sue attività. Questo è il criterio da usare per capire se i clan arabi possono essere ricondotti a mafia o meno. Se questi gruppi sono gli unici in quel territorio a voler gestire attività illecite come prostituzione e droga, allora fanno un salto di qualità dall’essere solo “criminalità” e rientrano nelle organizzazioni criminali. Il compito dei tedeschi è cogliere questa differenza.

Mafia Foggia – Arresti durante l’operazione di polizia internazionale


Il 16 ottobre 2018 si è svolta nella città italiana di Foggia un’importante operazione di polizia con la quale il giudice istruttore barese, su richiesta della Procura Antimafia, ha disposto la custodia cautelare nei confronti di Giovanni C.. È accusato di essere coinvolto nel quadruplo omicidio del 9 agosto 2017 nei dintorni di Apricenas, che ha causato la morte di un leader della criminalità organizzata locale, del suo autista e di due persone non coinvolte. Il caso ha anche una dimensione internazionale: un altro uomo sospettato di avere avuto un legame con l’omicidio è stato assassinato due mesi dopo ad Amsterdam.

Due mesi dopo l’episodio di Apricena veniva, infatti, ucciso nella capitale olandese Saverio T. che si sospettava potesse aver fatto parte all’omicidio nel foggiano; a confermare i sospetti sono stati le confessioni dell’assassino Carlo M. che ha raccontato nel corso degli interrogatori come l’uomo avesse ammesso più volte di essere coinvolto nel quadruplice omicidio. Visti i collegamenti tra i due, la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e il procuratore Volpe hanno richiesto alle autorità olandesi l’estradizione, e grazie anche alla collaborazione con Eurojust, l’uomo è stato consegnato alla magistratura italiana. Dalle indagini è emerso come l’episodio di agosto fosse avvenuto per ridefinire gli assetti di potere della criminalità organizzata nel Gargano.

La complessa operazione, coordinata tra il Comando Provinciale di Foggia e il Reparto del R.O.S. di Roma, assieme al Comando Provinciale di Bari e alla Compagnia Carabinieri di Barletta, ha un’importanza particolare per diversi motivi: il coordinamento internazionale da parte di Eurojust ha infatti svolto un ruolo chiave nell’organizzazione delle operazioni tra l’Olanda e l’Italia. Inoltre la denuncia da parte dell’uomo che ha ucciso il sospettato ad Amsterdam ha aperto una frattura nel muro di omertà che contraddistingue il territorio e che fa sperare, da parte delle autorità competenti, in un nuovo corso nella lotta alla criminalità organizzata locale.