L’internazionalizzazione della ‘ndrangheta nella Relazione Annuale della DNA


 

La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha diffuso la propria Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo luglio 2014 – giugno 2015

L’internazionalizzazione della ‘ndrangheta. Viene confermato il radicamento Locali di ‘Ndrangheta in ormai tutte le regioni d’Italia, dall’ormai presenza storica in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio, si registrano “cellule solidamente impiantate anche in Liguria, Umbria, Veneto e Marche”.

Le inchieste sul fenomeno condotte negli ultimi anni hanno accertato una “manifesta elasticità” dell’organizzazione criminale, “sufficiente per mantenere un profondo legame con l’associazione ‘madre’ senza rinunciare all’autonomia indispensabile per operare in territori distanti e diversi dalla Calabria”. Le  ‘ndrine hanno colonizzato i territori stranieri attraverso la nascita di “vere e proprie strutture estere, che replicano modelli organizzativi tipici delle locali calabresi”, soprattutto in Germania e Svizzera.

La ‘Ndrangheta ha saputo, meglio delle altre ‘mafie storiche’, sfruttare la globalizzazione e internazionalizzarsi creando solidi legami con altre organizzazioni criminali in Europa e non solo.

Leader nel traffico di stupefacenti, la ‘Ndrangheta ha sviluppato un rapporto “privilegiato, se non esclusivo” con i paesi produttori di cocaina in Sudamerica, grazie alla patente di affidabilità che le ‘ndrine si sono guadagnate con i cartelli, garantendo alla merce approdi sicuri in Europa dall’Olanda, dalla Germania e dall’Italia (grazie al totale controllo del porto di Gioia Tauro). Essa è fornitrice di cocaina in Europa, tanto che persino altre organizzazioni criminali italiane (oltre a molte straniere) si rivolgono alle cosche calabresi per rifornirsi. Il controllo del mercato non si esaurisce all’Europa ma è stata rilevata la presenza di ‘ndrine stabilitesi già da decenni in Canada, negli Stati Uniti e in America Centrale. Per avere un idea del mercato di cui si parla, solo negli ultimi tre anni, sono state sequestrate un quantitativo di sostanze stupefacenti pari a circa 3 tonnellate.

“L’altro dato – si legge nella Relazione – è costituito dalle rotte dell’eroina e della marijuana, importate in grosse quantità dall’est europeo, e in particolare dall’Albania”.

L’operatività delle cosche calabresi inoltre, è estesa e su più livelli:

a) illeciti (“dal traffico internazionale di stupefacenti e delle armi all’attività estorsiva, praticata con modalità diverse e sempre più sofisticate”)

b) di infiltrazione nell’economia legale (“dagli appalti pubblici alle attività imprenditoriali, nei settori del commercio, dei trasporti, dell’edilizia ed in quello di giochi e scommesse, soprattutto on line) con attività di riciclaggio di denaro sporco in Italia e soprattutto sui mercati stranieri.

La forza dell’organizzazione risiede ormai “nel suo potere economico e nel condizionamento della politica” attraverso il consenso che è in grado di gestire. I mafiosi si sono trasformati in managers inserendosi nell’imprenditoria attraverso una “infiltrazione silenziosa” e la rinuncia di azioni eclatanti che le ha consentito di acquisire una facciata di rispettabilità. Le cosche hanno invaso anche il settore degli ordini professionali, creando “rapporti stabili tra sodalizi e professionisti, sempre pronti a dare il proprio apporto rispetto alle esigenze associative via via prospettatisi”.

Smantellato un gruppo criminale dietro l’immigrazione illegale


 

L’ufficio della Procura della Repubblica del Salerno – Direzione Distrettuale Antimafia, in collaborazione con l’ufficio del Pubblico Ministero di Karlsruhe e con il supporto di Eurojust hanno portato a termine una operazione volta a smantellare un gruppo di criminalità organizzata coinvolto nella tratta illegale di cittadini extracomunitari.

Mentre la squadra mobile di Salerno effettuava 10 custodie cautelari in carcere e 3 arresti domiciliari, le autorità tedesche eseguivano diverse perquisizioni che portarono all’esecuzione di un Mandato di Arresto Europeo rivolto al principale sospettato ossia un cittadino tedesco di origini somale.

L’investigazione era già iniziata nella primavera 2015 all’indomani dell’approdo nel porto di Salerno della nave militare “Chimera” con a bordo 545 migranti di nazionalità somala, precedentemente messa in salvo grazie al provvidenziale soccorso della marina italiana, a largo delle coste di Tripoli.

Durante la tratta,  alcuni migranti erano rimasti per tre giorni senza acqua, cibo e medicinali ed erano affetti da scabbia e febbre alta. Per questo, ai membri del gruppo criminale sono stati contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, realizzata anche mediante l’impiego di trattamenti inumani e pericolosi per l’incolumità dei migranti.

Durante la fase di imbarco, alcuni migranti erano stati provvisti di numeri telefonici, anche esteri, da chiamare per organizzare il trasporto dalle coste libiche.  Le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato una connessione con altri Stati compresi Germania, Austria, Svezia, Belgio, Olanda e Norvegia.

Indubbio è che la riuscita finale di questa operazione, è stata possibile grazie ai molti incontri precedenti, tra i quali uno di coordinamento avvenuto nell’aprile 2016 presso Eurojust, nel corso del quale le autorità italiane e tedesche si sono scambiate informazioni sulle rispettive investigazioni.

Campagna “Stereotipi mafiosi in Germania”


 

È in corso la campagna per raccogliere gli stereotipi mafiosi sugli italiani a Berlino. Come partecipare? Basterà guardarsi attorno e fotografare quei ristoranti, negozi, menù,  pubblicità ecc. che adottano riferimenti inappropriati rispetto al tema Mafia, per poi postarle sulla pagina Facebook di Mafia? Nein Danke!

Per ogni foto spedita, noi ci impegniamo a metterci in contatto con l’autore dello stereotipo,  per indagarne le motivazioni che l’hanno portato a scegliere quel determinato riferimento e che cosa quel nome rappresenta per lui.

I risultati così ottenuti, assieme a tutte le foto raccolte ed eventualmente anche ad altre forme d’arte, saranno esposti in una mostra che verrà organizzata a conclusione del progetto, dove verrà premiato il contributo migliore.

Incontri internazionali


 

Nel mese di novembre MND ha partecipato agli incontri nazionali ed internazionali della rete di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Probabilmente molti di voi conoscono già questa realtà, per tutti gli altri può essere interessante sapere che Libera è il più grande movimento della società civile in Italia, nato nel 1995, raccoglie oggi singoli individui, scuole, organizzazioni e associazioni autonome. Oggi conta oltre 1500 enti distribuiti su tutto il territorio nazionale. Le attività di Libera sono numerose e si concentrano su diverse questioni: la rete si occupa con particolare energie al sostegno dei familiari delle vittime innocenti delle mafie, organizza numerosi percorsi educativi nelle scuole e nelle università, svolge una funzione di osservatorio sui territori e sulle amministrazioni locali, promuove e sostiene la nascita di cooperative che gestiscano i beni confiscati, e molto altro.

Siamo felici che MND sia un partner naturale di una realtà così ricca ed entusiasmante, fatta di persone che condividono le stesse finalità per una società più giusta e libera dalle mafie.

Gli incontri dell’11-13 novembre si sono svolti a Rimini con tutti i rappresentanti delle realtà locali (cosiddetti “presidi”), provinciali e regionali di Libera, e degli enti partner. Lo scopo dell’incontro è stato quello di riunire tutta la rete, per tracciare obiettivi e strategie per il futuro tutti insieme. Il tutto alla luce di un condiviso desiderio di rigenerazione, di fronte alle molte sfide che un impegno così vasto e serio implica. Oltre a momenti di lavoro a gruppi, ci sono stati gli interventi di chi combatte in prima linea le mafie, su diversi fronti: magistrati e accademici. Per noi “internazionali” è stato molto emozionante vedere con i nostri occhi la grandezza e generosità della rete di cui facciamo parte e, in più, da parte di essa riscontrare un grandissimo interesse nei nostri confronti. L’incontro è stato fondamentale per presentarci a tutta la rete,   e ribadire la necessità di integrare in maniera strutturata anche le realtà internazionali nella definizione delle strategie di azione e impegno della rete. Perché, siccome la mafia non conosce confini nazionali, nemmeno l’antimafia deve esserne ostacolata.

Il fine settimana del 26-27 novembre a Parigi si è tenuto l’incontro delle realtà europee di Libera. Con noi c’erano i componenti di Libera France – in particolare di Libera Parigi e Libera Marsiglia – i rappresentanti di Libera Bruxelles e i fondatori di Amici di Libera Svizzera. Ospite d’eccezione don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Durante i due giorni di incontri sono state evidenziati gli obiettivi e le problematiche che il movimento incontra in Europa. MND ha contribuito raccontando l’esperienza raccolta in questi nove anni di attività in Germania e ha ascoltato le interessanti attività che si svolgono in Francia, Belgio e Svizzera. Il fine settimana è servito a consolidare la rete internazionale di Libera e raccogliere preziose informazioni in vista della definizione delle strategie comuni.

A Parigi ci siamo salutati promettendo un prossimo incontro nel 2017, per rinnovare le collaborazioni e avviare alcune iniziative comuni.

Operazione contro la cybercriminalità e i “money mules”


 

Si è appena conclusa l’operazione EMMA2 (European Money Mules Action), la seconda azione europea coordinata contro il fenomeno dei “money mules”, che ha portato all’arresto di 178 persone. Questo è stato possibile grazie al supporto di Eurojust, che si è coordinata con il Centro Europeo del Crimine informatico dell’Europol nell’ambito della taskforce del crimine informatico (Joint Cybercrime Action Taskforce) nonché grazie al supporto della Federazione Bancaria Europea (Ebf).

I “money mules” sono persone reclutate da organizzazioni criminali come intermediari per il riciclaggio di denaro illecito spesso collegato a somme provenienti da frodi informatiche e campagne di phishing. Il più delle volte essi sono degli sprovveduti che, dopo aver trasferito nel proprio conto corrente le somme di denaro ricevute dai criminali, devono ritrasferirle su quello di altri, ricevendo per questo un piccolo compenso, parte dei soldi trasferiti.

All’operazione internazionale hanno partecipato le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie di 16 Paesi dell’Unione Europea (Bulgaria,  Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Latvia, Moldavia, Olanda, Polonia, Portogallo, Romania, Regno Unito, Spagna,   Ucraina, Ungheria) oltre che l’FBI e ai Sevizi Segreti americani.

In tutta Europa sono stati 580 i casi di money mules identificati e nel mese di novembre le forze dell’ordine nazionali hanno interrogato 380 persone, sospettate di aver messo in atto transazioni bancarie fraudolente per un totale di 23 milioni di euro.

Durante la settimane di arresti coordinati Eurojust e Europol hanno costituito un posto di comando e un centro di coordinamento giudiziario per assistere le autorità nazionali, effettuando controlli trasversale tra i database dei diversi Paesi e coinvolgendo 106 istituti bancari, nonchè partner privati.

Una vasta operazione internazionale di polizia, alla quale si è affiancata una “campagna di sensibilizzazione e prevenzione” iniziata il 21 novembre e conclusasi venerdì 25 volta a rendere consapevoli i cittadini sul fatto che prestarsi per favorire il  riciclaggio dei proventi di attività illecite, come le frodi online o il phishing, è un reato molto grave.

Quella dei crimini informatici è un’area di intervento prioritaria per l’Unione Europea che, alla dilagante criminalità cibernética ha risposto istitundo la EC3 Europol (European Cybercrime Centre) che è il Centro di Polizia Europea istituita all’inizio del 2013 per combattere la criminalità informatica nell’era digitale.

Hunting the Stolen Billions


 

Si è conclusa domenica 11 dicembre 2016 la mostra „Hunting the Stolen Billions“, organizzata da Mafia? Nein, Danke! e.V. in collaborazione con l’associazione CiFAR e.V. (Civil Forum For Asset Recovery). L’iniziativa è stata finanziata dal programma “Engagement Global” del Ministero tedesco di Cooperazione allo Sviluppo (Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung).

L’esposizione, composta da oltre una trentina tra foto e pannelli informativi organizzati in un percorso tematico, è stata inaugurata giovedì 8 dicembre con un vernissage ben partecipato. Nelle due serate successive sono stati organizzati interessanti incontri con esperti sul tema: venerdì è stato affrontato il lato delle problematiche. In apertura, la nostra Verena Zoppei insieme a Jackson Oldfield hanno parlato di riciclaggio, corruzione e criminalità organizzata transnazionali, tracciando la situazione a livello internazionale e tedesco. A seguire si è parlato dei Panama Papers con Lisa Grossman di Tax Justice Network Germany. I Panama Papers sono stati il tema centrale anche del documentario conclusivo “PanamaPapers – The Shady World of Offshore Companies”, prodotto da Das Erste – NDR (tra i partner del progetto di giornalismo investigativo), che ha raccontato storia, sviluppi e ripercussioni internazionali del data leak. Sabato si è invece parlato delle “soluzioni” alle problematiche affrontate il giorno precedente, e quindi di confisca e riutilizzo sociale dei beni,restituzione di beni pubblici sottratti illegalmente, e norme anti-riciclaggio. Molto interessante il workshop sul contrasto al riciclaggio internazionale condotto da Max Hayworth di Transparency International e nuovamente Verena (che a riguardo ha scritto la sua tesi di dottorato). Un divertente quiz è stato l’espediente per analizzare la problematica e accompagnare riflessioni riguardo ai metodi di contrasto.

Ringraziamo i numerosi partecipanti, che hanno contribuito con grande attenzione agli incontri.

Ringraziamo inoltre i nostri supporters Ricarda, Vincenzo, Claudia, Florian e Tai che hanno aiutato con le traduzioni e l’organizzazione pratica. E un particolare ringraziamento va a Tino e Jackson di CiFAR che hanno reso tutto questo possibile. Alla prossima collaborazione!

Blitz in Italia contro la famiglia mafiosa dei Marrazzo, attiva anche in Germania


In Italia un blitz contro il clan della ‘ndrangheta Marrazzo ha portato all’arresto di 36 persone. Il clan Marrazzo è basato a belvedere Spinello, provincia di Crotone, nel sud della Calabria, ma è attivo in tutta Italia e in altri Paesi dell’Europa. Gli arresti, avvenuti in tutta la penisola, hanno coinvolto più di 150 agenti delle forze dell’ordine. Gli arrestati sono accusati,  oltre che di associazione mafiosa, di traffico di sostanze stupefacenti, omicidio, estorsione, detenzione illegale di armi, favoreggiamento e ricettazione. Dall’accusa emerge che il clan avrebbe estorto anche grandi multinazionali, tra cui le americane Halliburton e Baker Hughes, attive nel settore petrolifero,  imponendo loro il 5% sugli appalti ottenuti. La famiglia Marrazzo è stata (per lo meno nel passato) attiva anche in Germania. Ha cooperato con il clan Vrenna, e per questo risultano nelle indagini della polizia statale a Düsseldorf. Ad esempio un membro dei Marrazzo ricevette per posta ingenti quantità di denaro in contanti dall’Italia, per il qual fatto aleggiava l’accusa del riciclaggio. La stessa persona avrebbe pianificato un assalto a un portavalori, che ebbe in effetti luogo sempre a Düsseldorf. In Italia la polizia scoprì che il membro del clan trasportava grosse partite di cocaina da Düsseldorf a Torino.

Film “Lea” e incontro “La testimonianza come responsabilità civile” con Enza Rando e Giulia Baruzzo


La storia di Lea e Denise non lascia nessuno indifferente. Commuove ed ispira, e ha lasciato il pubblico del Babylon in un silenzio carico di emozione. Questa tensione è proseguita quando, a raccontare altri dettagli e ad interpretare quanto successo alle due donne, è intervenuta l’avvocato Enza Rando, legale difensore di Denise al processo contro il padre e che ha conosciuto e assistito Lea nel suo ultimo anno di lotta per la libertà.

Il discorso è stato approfondito durante l’incontro di Enza Rando e Giulia Baruzzo (coordinatrice della sezione internazionale di Libera link) con gli studenti della Facoltà di Romanistica della Freie Universität di Berlino.
Seguono delle riflessioni a riguardo.

La scelta di Lea e di Denise di testimoniare in nome della propria responsabilità civile ha ispirato molte donne, soprattutto in Calabria, a rompere il silenzio e denunciare cosa succede nelle famiglie e nelle terre ‘ndranghetiste. Alcune di esse sono esterne alla mafia, ma altre sono state coinvolte negli affari criminali, magari sono state in prigione e una volta uscite, dopo aver sentito la storia di Lea, hanno deciso di collaborare. E, racconta Enza, dopo un po’ di tempo queste donne diventano più dolci, più “mamme”. Perché la mafia inaridisce i sentimenti.

Un tema cruciale per il contrasto e la prevenzione della mafia, che Libera segue assiduamente, è quello dei minori che hanno entrambi i genitori in carcere. È necessario che questi giovani vengano tolti tempestivamente dal circuito mafioso e venga loro offerta un’alternativa, prima che la rete della ‘ndrangheta li prenda sotto la propria “ala” e ne faccia dei “bravi soldati”. Sottrarre alla mafia la preziosa risorsa dei “suoi” giovani è una delle cose che essa teme di più, perché le toglie capitale umano, le toglie il terreno sotto ai piedi, la priva di una prospettiva per il futuro e di legittimazione. Ecco perché questa azione è così importante.

Un altro pericolo per la mafia è la cultura. Perché la cultura rende capaci di scegliere la libertà,  quando la mafia è il contrario di libertà, il contrario di benessere, il contrario di vita: il maggior numero di morti per mano della mafia sono membri dell’associazione stessa. La cultura permette di ergersi apertamente contro la mafia, di guardarla in faccia e, dopo averla conosciuta, rifiutarla. Per questo offrire accesso alla cultura ai figli di mafiosi è la minaccia più grande per l’associazione criminale. Per lo stesso motivo il movimento antimafia, in Italia e all’estero, cerca di portare i suoi temi e le sue battaglie nelle scuole e nelle Università.

Per questo motivo è anche importante partecipare ai processi come la mafia: solo nei processi si possono vedere i mafiosi in faccia, conoscerli e rifiutarli. Non per altro da anni in Italia le scuole, insieme a Libera, partecipano a questi processi. E i mafiosi si arrabbiano, non vogliono essere visti in faccia, non vogliono essere denunciati e screditati pubblicamente. Ma, come dice Enza, “noi i mafiosi li vogliamo fare arrabbiare”. Anche durante il processo contro i Cosco, gli autori dell’omicidio di Lea, partivano corriere piene di studenti dall’Emilia Romagna alla volta di Milano, per presenziare in Aula. Il sostegno dei suoi coetanei è stato per Denise cruciale: la ragazza, appena maggiorenne, si è improvvisamente ritrovata sola, senza madre, contro la propria intera famiglia mafiosa. Le ragazze le mandavano dei bigliettini di incoraggiamento e vicinanza, l’hanno accompagnata in questo calvario e l’hanno aiutata a farsi forza.

Qual è il ruolo della società civile in un processo contro la mafia? Può fare altro oltre a essere spettatrice attenta? Certo, la società civile, o i suoi rappresentanti, si possono costituire parte civile a fianco delle vittime dirette. Questa è da anni la scelta (link ufficio legale) dell’associazione Libera. Com’è legittimata questa presa di posizione? La mafia crea dolore, impoverisce il territorio; fa un danno agli individui e alla società, rovinando un tessuto sociale, economico e politico sano. Per questi motivi, per questo danneggiamento, la società civile è anche vittima di mafia, ed è legittimata a costituirsi parte civile nei processi e a chiedere i danni ai mafiosi.

L’avvocato Rando ha invitato calorosamente chi fosse interessato a partecipare come spettatore ad un processo a non esitare a farlo. Per qualsiasi informazione a riguardo non esitate a contattare Mafia? Nein, danke? e.V., che sarà più che lieta di aiutarvi a organizzare tale partecipazione.

L’Europa ha bisogno di un’azione congiunta di contrasto sociale alla cultura mafiosa, sottolineano anche Giulia Baruzzo e l’on. Laura Garavini, anche ospiti al Babylon. La cultura mafiosa non è la mafia stessa ma è la lascività dei costumi, la permissività nei confronti di condotte ambigue, in nome ad esempio di una momentanea proliferazione economica. Ma la mafia, se all’inizio può sembrare “comoda” perché offre scorciatoie, non molto tardi rivela il suo volto predatore e violento.

Schäuble vuole combattere le shell companies


È ormai passato del tempo da quando, con la pubblicazione die Panama Papers, si sono accesi i riflettori su quello che è lo strumento preferito per molti affari criminali: le shell companies. Queste strutture servono a nascondere pagamenti, all’evasione fiscale e anche al risparmio (legale) sulle tasse. Per troppo tempo il Ministero Federale delle Finanze è stato guardare, senza impedire o ostacolare tali condotte illecite. Ora ha elaborato una bozza di legge, che rende per lo meno più difficile l’incorporazione di shell companies per scopi illegali.  Chi fa affari utilizzando questo tipo di imprese, dovrà in futuro renderlo pubblicamente noto. Se ciò non verrà fatto, secondo a un rapporto del Süddeutsche Zeitung incorreranno sanzioni fino a 25 000 Euro. Se inoltre una shell company verrà utilizzata a scopo di evasione fiscale, queste sanzioni aumenteranno. Anche per le banche ci sono dei cambiamenti: dovranno comunicare alle autorità fiscali se avranno fatto aprire ad un cliente una simile impresa. Anche per le banche sono previste sanzioni nel caso di evasione fiscale per mezzo di una shell company: avranno la responsabilità delle perdite causate. Il Ministero ha mandato la bozza ai vari gruppi parlamentari,  che dovrà essere ora discussa.

Secondo l’opinione di Mafia? Nein, Danke! e.V. la bozza è un buon primo passo per iniziare a ostacolare il ruolo dei crime enablers che supportano il crimine organizzato. Essa deve però essere seguita da altre, ad esempio le condizioni per l’apertura di un closed-end fund devono essere stabilite in modo da rendere trasparente chi sono i contribuenti al fondo.

David vs. Goliath: Combattere la mafia con l’economia sociale


Il 20 ottobre ci siamo incontrati, insieme ai colleghi di Ashoka, con Vincenzo e Manuela del Gruppo Cooperativo Goel, Magdalena Schaffrin e la nostra esperta di mafia Verena Zoppei per parlare di come economia ed innovazione sociali possono essere strumenti efficaci nella lotta contro la mafia.

La storia che ci ha raccontato Vincenzo è una storia di cambiamento, di diritti e di felicità. Il Gruppo Cooperativo Goel nasce come risposta di un gruppo di cittadini a due grandi quesiti: Perché la Calabria è una delle ultime regioni a livello Europeo? Qual è la strategia da adottare per perseguire un vero cambiamento della società in Calabria?

La risposta alla prima domanda è stata individuata nella condizione di precarietà che caratterizza la regione. Con il 23% di disoccupazione – e il 65% di disoccupazione giovanile, dati ISTAT 2015 – la situazione socio-economica della Calabria è la peggiore dell’Italia, e in coda all’Europa. E, secondo Linarello, questa precarietà socio-economica sarebbe il risultato di un progetto ben orchestrato (e non di starne congiunture) da una cordata di persone, formata principalmente da due gruppi, che hanno trovato nella precarietà il mezzo per soddisfare i propri interessi. Si tratterebbe di una minoranza della criminalità organizzata calabrese, circa il 10%, che detiene il 90% del patrimonio della ‘ndrangheta (l’altro 90% racconta Vincenzo, che gli ‘ndranghetisti li conosce, vive una vita di stenti), in alleanza con settori della massoneria deviata, un network di potenti collusi e corrotti. In che modo questa precarietà risponde ai loro interessi? La precarietà crea dipendenza, e la dipendenza permette di controllare i voti della popolazione, il che a sua volta dà accesso al controllo degli investimenti pubblici. Qual è, come funziona il collegamento tra massonerie deviate ed élite ‘ndranghetista? I gruppi criminali raccolgono i voti sul proprio territorio e li offrono ai politici. Il politico che accetta, per ripagare il favore consegna ai mafiosi il controllo di posizioni chiave nella pubblica amministrazione, quelle che hanno il potere di concedere autorizzazioni o servizi di primaria necessità al cittadino (crediti, autorizzazioni lavorative, sistema sanitario etc.). In questo modo i politici hanno i voti, e la ‘ndrangheta ha il controllo del territorio, e il tutto accade senza spargere sangue.

Per quanto riguarda la seconda domanda – cosa fare per cambiare veramente ed in maniera sostenibile la società calabrese, è evidente che è impossibile cambiare il sistema individualmente, ed è altrettanto evidente che è inconcludente parlare di “fare la cosa giusta”. Quello che serve alla Calabria (e a qualsiasi terra che ha bisogno di rinnovarsi) è la creazione di un’alternativa conveniente e vincente. Che riesca a salvare un gruppo di persone, a farle crescere, e che renda la loro scelta un esempio da seguire per gli altri. Seguendo questo principio è nato quello che ora è il Gruppo Cooperativo Goel.

Il primo nucleo è stata la fondazione di una cooperativa agricola. La differenza è stata fatta da un gruppo di agricoltori che, ricevute minacce e danneggiamenti da parte delle ‘ndrine locali, invece di rivolgersi al boss per chiedere protezione sono andati dal gruppo Goel. Così è stata fondata la prima cooperativa di vittime di intimidazione, che facendosi forza in gruppo e facendosi proteggere dalla forza dell’opinione pubblica, sono riusciti a creare un circuito economico alternativo a quello mafioso. E il loro impegno ha dato frutti: ora i membri di Goel vendono le arance a 0.40€/kg, contro i 0.05€/kg della grande distribuzione (com’è possibile stoppare lo sfruttamento della manodopera con simili prezzi?) e garantiscono ai propri lavoratori una condizione lavorativa dignitosa. Perché secondo Goel bisogna smettere di parlare di etica, e di considerare la scelta etica “la scelta giusta”. La scelta etica deve essere quella vincente, quella conveniente, quella che porta al successo economico, altrimenti perché sceglierla? Seguendo questo principio il Gruppo Goel si è espanso fondando presidi in tutti quei settori che forniscono servizi base ai cittadini, quelli le cui chiavi vengono consegnate dai corrotti in mano ai mafiosi. È quindi presente anche nel settore sanitario, nel settore del turismo responsabile, in quello dell’assistenza sociale, dell’accoglienza ai migranti. Infine, recuperando un’antica arte che stava andando perduta, ha fondato il primo marchio etico di alta moda in Italia, Cangiari.

Così il Gruppo Cooperativo Goel ha creato un’alternativa valida e conveniente. Per chi non ha la possibilità di partecipare al Gruppo, Goel rappresenta un importante esempio di successo: la scelta della legalità non è quella di chi “non capisce come funzionano le cose”, ma è la scelta del più intelligente! A maggior dimostrazione, quando un membro del Gruppo subisce danneggiamenti da parte della ‘ndrangheta (perché sì, è comunque una lotta continua contro le cosche), Goel organizza una “Festa della Ripartenza”: la comunità si unisce in supporto della vittima e lo aiuta con la ricostruzione. E così se viene bruciato un vecchio trattore, la comunità ne regala all’agricoltore due, e nuovi! E in più si sono tutti divertiti alla festa: un segno chiaro e forte, per decidere da che parte stare.
Come mai tutto ciò interessa la Germania? Perché nella Repubblica Federale ci sono 230 clan di origine calabrese, 1200 membri tra loro simpatizzanti e collaboratori, e 283 membri della ‘ndrangheta (fonte BKA 2008 e 2014). I soldi delle attività illecite vengono portati massivamente in Germania, dove la politica per gli investimenti esteri è molto permissiva, e gli strumenti legali per ostacolare i flussi di capitali illeciti, e quindi il riciclaggio e l’evasione fiscale, sono insufficienti. La mafia è quindi presente anche qua, e nella maniera più subdola e radicata: nel circuito economico tedesco. Non ha più bisogno di sparare, è chiaro. La società civile tedesca allora ha la responsabilità di ostracizzare l’espansione mafiosa nella propria economia, rifiutando e denunciando condotte illecite o poco trasparenti, e scegliendo con il proprio potere di acquisto di non sostenere il circuito mafioso o colluso, bensì quello alternativo, come quello di Goel o di Addiopizzo. Gli strumenti per riconoscere le economie “buone” ci sono, e noi di Mafia? Nein, danke! e.V. ci impegniamo a fornire queste informazioni.

Anche temi che apparentemente non centrano con la mafia, come il consumo critico e la moda etica, possono in realtà avere una relazione con la lotta al crimine organizzato, e ci aiutano a portare il nostro messaggio a un pubblico più vasto. La sala che il Social Impact Lab di Berlino ci ha gentilmente concesso era piena di persone nuove, e noi non potevamo augurarci di meglio.