Hunting the Stolen Billions


 

Si è conclusa domenica 11 dicembre 2016 la mostra „Hunting the Stolen Billions“, organizzata da Mafia? Nein, Danke! e.V. in collaborazione con l’associazione CiFAR e.V. (Civil Forum For Asset Recovery). L’iniziativa è stata finanziata dal programma “Engagement Global” del Ministero tedesco di Cooperazione allo Sviluppo (Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung).

L’esposizione, composta da oltre una trentina tra foto e pannelli informativi organizzati in un percorso tematico, è stata inaugurata giovedì 8 dicembre con un vernissage ben partecipato. Nelle due serate successive sono stati organizzati interessanti incontri con esperti sul tema: venerdì è stato affrontato il lato delle problematiche. In apertura, la nostra Verena Zoppei insieme a Jackson Oldfield hanno parlato di riciclaggio, corruzione e criminalità organizzata transnazionali, tracciando la situazione a livello internazionale e tedesco. A seguire si è parlato dei Panama Papers con Lisa Grossman di Tax Justice Network Germany. I Panama Papers sono stati il tema centrale anche del documentario conclusivo “PanamaPapers – The Shady World of Offshore Companies”, prodotto da Das Erste – NDR (tra i partner del progetto di giornalismo investigativo), che ha raccontato storia, sviluppi e ripercussioni internazionali del data leak. Sabato si è invece parlato delle “soluzioni” alle problematiche affrontate il giorno precedente, e quindi di confisca e riutilizzo sociale dei beni,restituzione di beni pubblici sottratti illegalmente, e norme anti-riciclaggio. Molto interessante il workshop sul contrasto al riciclaggio internazionale condotto da Max Hayworth di Transparency International e nuovamente Verena (che a riguardo ha scritto la sua tesi di dottorato). Un divertente quiz è stato l’espediente per analizzare la problematica e accompagnare riflessioni riguardo ai metodi di contrasto.

Ringraziamo i numerosi partecipanti, che hanno contribuito con grande attenzione agli incontri.

Ringraziamo inoltre i nostri supporters Ricarda, Vincenzo, Claudia, Florian e Tai che hanno aiutato con le traduzioni e l’organizzazione pratica. E un particolare ringraziamento va a Tino e Jackson di CiFAR che hanno reso tutto questo possibile. Alla prossima collaborazione!

Blitz in Italia contro la famiglia mafiosa dei Marrazzo, attiva anche in Germania


In Italia un blitz contro il clan della ‘ndrangheta Marrazzo ha portato all’arresto di 36 persone. Il clan Marrazzo è basato a belvedere Spinello, provincia di Crotone, nel sud della Calabria, ma è attivo in tutta Italia e in altri Paesi dell’Europa. Gli arresti, avvenuti in tutta la penisola, hanno coinvolto più di 150 agenti delle forze dell’ordine. Gli arrestati sono accusati,  oltre che di associazione mafiosa, di traffico di sostanze stupefacenti, omicidio, estorsione, detenzione illegale di armi, favoreggiamento e ricettazione. Dall’accusa emerge che il clan avrebbe estorto anche grandi multinazionali, tra cui le americane Halliburton e Baker Hughes, attive nel settore petrolifero,  imponendo loro il 5% sugli appalti ottenuti. La famiglia Marrazzo è stata (per lo meno nel passato) attiva anche in Germania. Ha cooperato con il clan Vrenna, e per questo risultano nelle indagini della polizia statale a Düsseldorf. Ad esempio un membro dei Marrazzo ricevette per posta ingenti quantità di denaro in contanti dall’Italia, per il qual fatto aleggiava l’accusa del riciclaggio. La stessa persona avrebbe pianificato un assalto a un portavalori, che ebbe in effetti luogo sempre a Düsseldorf. In Italia la polizia scoprì che il membro del clan trasportava grosse partite di cocaina da Düsseldorf a Torino.

Film “Lea” e incontro “La testimonianza come responsabilità civile” con Enza Rando e Giulia Baruzzo


La storia di Lea e Denise non lascia nessuno indifferente. Commuove ed ispira, e ha lasciato il pubblico del Babylon in un silenzio carico di emozione. Questa tensione è proseguita quando, a raccontare altri dettagli e ad interpretare quanto successo alle due donne, è intervenuta l’avvocato Enza Rando, legale difensore di Denise al processo contro il padre e che ha conosciuto e assistito Lea nel suo ultimo anno di lotta per la libertà.

Il discorso è stato approfondito durante l’incontro di Enza Rando e Giulia Baruzzo (coordinatrice della sezione internazionale di Libera link) con gli studenti della Facoltà di Romanistica della Freie Universität di Berlino.
Seguono delle riflessioni a riguardo.

La scelta di Lea e di Denise di testimoniare in nome della propria responsabilità civile ha ispirato molte donne, soprattutto in Calabria, a rompere il silenzio e denunciare cosa succede nelle famiglie e nelle terre ‘ndranghetiste. Alcune di esse sono esterne alla mafia, ma altre sono state coinvolte negli affari criminali, magari sono state in prigione e una volta uscite, dopo aver sentito la storia di Lea, hanno deciso di collaborare. E, racconta Enza, dopo un po’ di tempo queste donne diventano più dolci, più “mamme”. Perché la mafia inaridisce i sentimenti.

Un tema cruciale per il contrasto e la prevenzione della mafia, che Libera segue assiduamente, è quello dei minori che hanno entrambi i genitori in carcere. È necessario che questi giovani vengano tolti tempestivamente dal circuito mafioso e venga loro offerta un’alternativa, prima che la rete della ‘ndrangheta li prenda sotto la propria “ala” e ne faccia dei “bravi soldati”. Sottrarre alla mafia la preziosa risorsa dei “suoi” giovani è una delle cose che essa teme di più, perché le toglie capitale umano, le toglie il terreno sotto ai piedi, la priva di una prospettiva per il futuro e di legittimazione. Ecco perché questa azione è così importante.

Un altro pericolo per la mafia è la cultura. Perché la cultura rende capaci di scegliere la libertà,  quando la mafia è il contrario di libertà, il contrario di benessere, il contrario di vita: il maggior numero di morti per mano della mafia sono membri dell’associazione stessa. La cultura permette di ergersi apertamente contro la mafia, di guardarla in faccia e, dopo averla conosciuta, rifiutarla. Per questo offrire accesso alla cultura ai figli di mafiosi è la minaccia più grande per l’associazione criminale. Per lo stesso motivo il movimento antimafia, in Italia e all’estero, cerca di portare i suoi temi e le sue battaglie nelle scuole e nelle Università.

Per questo motivo è anche importante partecipare ai processi come la mafia: solo nei processi si possono vedere i mafiosi in faccia, conoscerli e rifiutarli. Non per altro da anni in Italia le scuole, insieme a Libera, partecipano a questi processi. E i mafiosi si arrabbiano, non vogliono essere visti in faccia, non vogliono essere denunciati e screditati pubblicamente. Ma, come dice Enza, “noi i mafiosi li vogliamo fare arrabbiare”. Anche durante il processo contro i Cosco, gli autori dell’omicidio di Lea, partivano corriere piene di studenti dall’Emilia Romagna alla volta di Milano, per presenziare in Aula. Il sostegno dei suoi coetanei è stato per Denise cruciale: la ragazza, appena maggiorenne, si è improvvisamente ritrovata sola, senza madre, contro la propria intera famiglia mafiosa. Le ragazze le mandavano dei bigliettini di incoraggiamento e vicinanza, l’hanno accompagnata in questo calvario e l’hanno aiutata a farsi forza.

Qual è il ruolo della società civile in un processo contro la mafia? Può fare altro oltre a essere spettatrice attenta? Certo, la società civile, o i suoi rappresentanti, si possono costituire parte civile a fianco delle vittime dirette. Questa è da anni la scelta (link ufficio legale) dell’associazione Libera. Com’è legittimata questa presa di posizione? La mafia crea dolore, impoverisce il territorio; fa un danno agli individui e alla società, rovinando un tessuto sociale, economico e politico sano. Per questi motivi, per questo danneggiamento, la società civile è anche vittima di mafia, ed è legittimata a costituirsi parte civile nei processi e a chiedere i danni ai mafiosi.

L’avvocato Rando ha invitato calorosamente chi fosse interessato a partecipare come spettatore ad un processo a non esitare a farlo. Per qualsiasi informazione a riguardo non esitate a contattare Mafia? Nein, danke? e.V., che sarà più che lieta di aiutarvi a organizzare tale partecipazione.

L’Europa ha bisogno di un’azione congiunta di contrasto sociale alla cultura mafiosa, sottolineano anche Giulia Baruzzo e l’on. Laura Garavini, anche ospiti al Babylon. La cultura mafiosa non è la mafia stessa ma è la lascività dei costumi, la permissività nei confronti di condotte ambigue, in nome ad esempio di una momentanea proliferazione economica. Ma la mafia, se all’inizio può sembrare “comoda” perché offre scorciatoie, non molto tardi rivela il suo volto predatore e violento.

Schäuble vuole combattere le shell companies


È ormai passato del tempo da quando, con la pubblicazione die Panama Papers, si sono accesi i riflettori su quello che è lo strumento preferito per molti affari criminali: le shell companies. Queste strutture servono a nascondere pagamenti, all’evasione fiscale e anche al risparmio (legale) sulle tasse. Per troppo tempo il Ministero Federale delle Finanze è stato guardare, senza impedire o ostacolare tali condotte illecite. Ora ha elaborato una bozza di legge, che rende per lo meno più difficile l’incorporazione di shell companies per scopi illegali.  Chi fa affari utilizzando questo tipo di imprese, dovrà in futuro renderlo pubblicamente noto. Se ciò non verrà fatto, secondo a un rapporto del Süddeutsche Zeitung incorreranno sanzioni fino a 25 000 Euro. Se inoltre una shell company verrà utilizzata a scopo di evasione fiscale, queste sanzioni aumenteranno. Anche per le banche ci sono dei cambiamenti: dovranno comunicare alle autorità fiscali se avranno fatto aprire ad un cliente una simile impresa. Anche per le banche sono previste sanzioni nel caso di evasione fiscale per mezzo di una shell company: avranno la responsabilità delle perdite causate. Il Ministero ha mandato la bozza ai vari gruppi parlamentari,  che dovrà essere ora discussa.

Secondo l’opinione di Mafia? Nein, Danke! e.V. la bozza è un buon primo passo per iniziare a ostacolare il ruolo dei crime enablers che supportano il crimine organizzato. Essa deve però essere seguita da altre, ad esempio le condizioni per l’apertura di un closed-end fund devono essere stabilite in modo da rendere trasparente chi sono i contribuenti al fondo.

David vs. Goliath: Combattere la mafia con l’economia sociale


Il 20 ottobre ci siamo incontrati, insieme ai colleghi di Ashoka, con Vincenzo e Manuela del Gruppo Cooperativo Goel, Magdalena Schaffrin e la nostra esperta di mafia Verena Zoppei per parlare di come economia ed innovazione sociali possono essere strumenti efficaci nella lotta contro la mafia.

La storia che ci ha raccontato Vincenzo è una storia di cambiamento, di diritti e di felicità. Il Gruppo Cooperativo Goel nasce come risposta di un gruppo di cittadini a due grandi quesiti: Perché la Calabria è una delle ultime regioni a livello Europeo? Qual è la strategia da adottare per perseguire un vero cambiamento della società in Calabria?

La risposta alla prima domanda è stata individuata nella condizione di precarietà che caratterizza la regione. Con il 23% di disoccupazione – e il 65% di disoccupazione giovanile, dati ISTAT 2015 – la situazione socio-economica della Calabria è la peggiore dell’Italia, e in coda all’Europa. E, secondo Linarello, questa precarietà socio-economica sarebbe il risultato di un progetto ben orchestrato (e non di starne congiunture) da una cordata di persone, formata principalmente da due gruppi, che hanno trovato nella precarietà il mezzo per soddisfare i propri interessi. Si tratterebbe di una minoranza della criminalità organizzata calabrese, circa il 10%, che detiene il 90% del patrimonio della ‘ndrangheta (l’altro 90% racconta Vincenzo, che gli ‘ndranghetisti li conosce, vive una vita di stenti), in alleanza con settori della massoneria deviata, un network di potenti collusi e corrotti. In che modo questa precarietà risponde ai loro interessi? La precarietà crea dipendenza, e la dipendenza permette di controllare i voti della popolazione, il che a sua volta dà accesso al controllo degli investimenti pubblici. Qual è, come funziona il collegamento tra massonerie deviate ed élite ‘ndranghetista? I gruppi criminali raccolgono i voti sul proprio territorio e li offrono ai politici. Il politico che accetta, per ripagare il favore consegna ai mafiosi il controllo di posizioni chiave nella pubblica amministrazione, quelle che hanno il potere di concedere autorizzazioni o servizi di primaria necessità al cittadino (crediti, autorizzazioni lavorative, sistema sanitario etc.). In questo modo i politici hanno i voti, e la ‘ndrangheta ha il controllo del territorio, e il tutto accade senza spargere sangue.

Per quanto riguarda la seconda domanda – cosa fare per cambiare veramente ed in maniera sostenibile la società calabrese, è evidente che è impossibile cambiare il sistema individualmente, ed è altrettanto evidente che è inconcludente parlare di “fare la cosa giusta”. Quello che serve alla Calabria (e a qualsiasi terra che ha bisogno di rinnovarsi) è la creazione di un’alternativa conveniente e vincente. Che riesca a salvare un gruppo di persone, a farle crescere, e che renda la loro scelta un esempio da seguire per gli altri. Seguendo questo principio è nato quello che ora è il Gruppo Cooperativo Goel.

Il primo nucleo è stata la fondazione di una cooperativa agricola. La differenza è stata fatta da un gruppo di agricoltori che, ricevute minacce e danneggiamenti da parte delle ‘ndrine locali, invece di rivolgersi al boss per chiedere protezione sono andati dal gruppo Goel. Così è stata fondata la prima cooperativa di vittime di intimidazione, che facendosi forza in gruppo e facendosi proteggere dalla forza dell’opinione pubblica, sono riusciti a creare un circuito economico alternativo a quello mafioso. E il loro impegno ha dato frutti: ora i membri di Goel vendono le arance a 0.40€/kg, contro i 0.05€/kg della grande distribuzione (com’è possibile stoppare lo sfruttamento della manodopera con simili prezzi?) e garantiscono ai propri lavoratori una condizione lavorativa dignitosa. Perché secondo Goel bisogna smettere di parlare di etica, e di considerare la scelta etica “la scelta giusta”. La scelta etica deve essere quella vincente, quella conveniente, quella che porta al successo economico, altrimenti perché sceglierla? Seguendo questo principio il Gruppo Goel si è espanso fondando presidi in tutti quei settori che forniscono servizi base ai cittadini, quelli le cui chiavi vengono consegnate dai corrotti in mano ai mafiosi. È quindi presente anche nel settore sanitario, nel settore del turismo responsabile, in quello dell’assistenza sociale, dell’accoglienza ai migranti. Infine, recuperando un’antica arte che stava andando perduta, ha fondato il primo marchio etico di alta moda in Italia, Cangiari.

Così il Gruppo Cooperativo Goel ha creato un’alternativa valida e conveniente. Per chi non ha la possibilità di partecipare al Gruppo, Goel rappresenta un importante esempio di successo: la scelta della legalità non è quella di chi “non capisce come funzionano le cose”, ma è la scelta del più intelligente! A maggior dimostrazione, quando un membro del Gruppo subisce danneggiamenti da parte della ‘ndrangheta (perché sì, è comunque una lotta continua contro le cosche), Goel organizza una “Festa della Ripartenza”: la comunità si unisce in supporto della vittima e lo aiuta con la ricostruzione. E così se viene bruciato un vecchio trattore, la comunità ne regala all’agricoltore due, e nuovi! E in più si sono tutti divertiti alla festa: un segno chiaro e forte, per decidere da che parte stare.
Come mai tutto ciò interessa la Germania? Perché nella Repubblica Federale ci sono 230 clan di origine calabrese, 1200 membri tra loro simpatizzanti e collaboratori, e 283 membri della ‘ndrangheta (fonte BKA 2008 e 2014). I soldi delle attività illecite vengono portati massivamente in Germania, dove la politica per gli investimenti esteri è molto permissiva, e gli strumenti legali per ostacolare i flussi di capitali illeciti, e quindi il riciclaggio e l’evasione fiscale, sono insufficienti. La mafia è quindi presente anche qua, e nella maniera più subdola e radicata: nel circuito economico tedesco. Non ha più bisogno di sparare, è chiaro. La società civile tedesca allora ha la responsabilità di ostracizzare l’espansione mafiosa nella propria economia, rifiutando e denunciando condotte illecite o poco trasparenti, e scegliendo con il proprio potere di acquisto di non sostenere il circuito mafioso o colluso, bensì quello alternativo, come quello di Goel o di Addiopizzo. Gli strumenti per riconoscere le economie “buone” ci sono, e noi di Mafia? Nein, danke! e.V. ci impegniamo a fornire queste informazioni.

Anche temi che apparentemente non centrano con la mafia, come il consumo critico e la moda etica, possono in realtà avere una relazione con la lotta al crimine organizzato, e ci aiutano a portare il nostro messaggio a un pubblico più vasto. La sala che il Social Impact Lab di Berlino ci ha gentilmente concesso era piena di persone nuove, e noi non potevamo augurarci di meglio.

Sgominata rete criminale attiva anche in germania e dedita alle frodi IVA


Un buon esempio di cooperazione internazionale tra forze dell’ordine e giudiziarie a livello europeo ha permesso di sgominare un’associazione criminale che eseguiva sistematicamente frodi all’IVA – per un valore di 320 milioni di Euro – in più Paesi europei: Germania, Austria, Belgio, Irlanda, Italia, Olanda, Norvegia, Polonia Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Tramite una complessa infrastruttura fatta di strumenti societari, il gruppo criminale riciclava denaro proveniente anche da fonti illecite.
Con il supporto decisivo di Europol ed Eurojust, l’operazione conclusasi il 19 ottobre 2016 ha dato luogo a 18 arresti (di cui 14 mandati di arresto europei),   3 ordinanze di sequestro/confisca, 38 perquisizioni, 10 udienze di testimoni e indagati, più di 570’000£ confiscate più diversi conti congelati in Svizzera.

L’operazione è stata resa possibile solo grazie alla dedizione e allo sforzo cooperativo delle diverse entità nazionali coinvolte. Ha svelato la natura sofisticata e la complessità della rete con cui operano questi pericolosi gruppi di criminalità organizzata dediti a reati finanziari transnazionali.

Tutto ciò richiama alla mente quanto sollecitato dal Piano d’Azione comune per la lotta alla criminalità organizzata appena approvato dal Parlamento europeo

Un comune piano d’azione contro la criminalità organizzata


Il Parlamento Europeo ha approvato una relazione, a cura dell’eurodeputata Laura Ferrara (M5S), che chiede l’adozione di un comune Piano d’Azione contro la criminalità organizzata, la corruzione ed il riciclaggio. Esprimendo preoccupazione e rammarico per lo stato della lotta contro i suddetti reati a livello europeo e ribadendo la gravità della minaccia che la criminalità organizzata, le sue attività illecite, la sua infiltrazione del tessuto economico, politico e sociale e la zona grigia di connivenza rappresentano per la società e l’economia d’impresa, esorta la Commissione e gli Stati Membri (SM) ad adottare una legislazione armonizzata e a sviluppare i necessari strumenti investigativi e giudiziari che migliorino la cooperazione e l’efficacia della lotta contro il crimine organizzato.
La relazione del Parlamento verte su diverse aree di intervento, che sono in seguito riassunte.

1) Assicurare il recepimento e la corretta trasposizione delle norme esistenti, monitorarne l’applicazione e valutarne l’efficacia
Esorta gli SM a recepire ed applicare gli strumenti esistenti a livello europeo, tra cui la direttiva relativa all’ordine europeo di indagine penale e la quarta direttiva antiriciclaggio (si ricordi che la Germania in passato ha tentato di ostacolare la creazione in Europa di un registro pubblico delle imprese cartiere ). Chiede inoltre alla Commissione di monitorare il recepimento e l’attuazione di tali strumenti, e prevedere sanzioni per i casi di non-compliance. Raccomanda l’adesione dell’UE a GRECO , una migliore cooperazione con l’UNODC ed esorta un maggiore impegno nella lotta contro la corruzione: monitorando questo fenomeno anche all’interno dei corpi dell’Unione, e sollecitando la pubblicazione della seconda relazione sulla lotta alla corruzione (in ritardo di quasi un anno). Raccomanda infine un approccio pluridisciplinare al contrasto contro la criminalità organizzata, e particolare attenzione alla prevenzione, soprattutto per mezzo della promozione di una cultura della legalità (concetto che fuori dall’Italia non è semplice da spiegare).

2) Priorità e struttura operativa per la lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione
Propone, per questo ciclo legislativo, l’adozione di uno strumento legislativo che renda l’appartenenza ad un’associazione di tipo mafioso perseguibile penalmente, ad immagine del 416bis italiano. In questo modo non sarebbero perseguiti solo i “reati-fine”, ovvero quelli per cui l’associazione è stata istituita, e verrebbe riconosciuta la pericolosità del vincolo associativo stesso. Contestualmente chiede la creazione di un’unità specializzata di Europol per il contrasto al crimine organizzato, mentre gli SM dovrebbero dotarsi di strumenti e meccanismi che garantiscano lo svolgimento coordinato delle attività investigative.

3) Un quadro legislativo più forte
Invita la Commissione a perfezionare il quadro normativo vigente, precisare le definizioni comuni dei reati, colmare le lacune – ad esempio per quanto riguarda la perseguibilità penale degli ecoreati, la tutela dei testimoni e collaboratori di giustizia, la protezione degli informatori (whistleblowers),   il rafforzamento dei diritti delle persone indagate o imputate in procedimenti penali
4) Una più efficiente cooperazione giudiziaria e di polizia a livello dell’UE
Criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio hanno ormai una dimensione transfrontaliera mentre, come ci diceva anche l’Avv. Enza Rando, chi le combatte si scontra con i confini legislativi. Il Parlamento esorta quindi l’adozione di prassi per lo scambio di informazioni tra Paesi, l’ammissibilità reciproca delle prove e l’istituzione di squadre investigative comuni. Pone inoltre l’accento sull’importanza di un’azione di sensibilizzazione circa i danni umani, sociali ed economici causati da tali reati. Mafia? Nein, danke! e.V., che dal 2007 si impegna con questo obiettivo, si rallegra che la priorità della sensibilizzazione venga ufficialmente riconosciuta dal Parlamento Europeo, e si augura che vengano previsti strumenti di incentivazione alle realtà che si impegnano in questo senso.

5) Colpire il patrimonio delle organizzazioni criminali e favorirne il riutilizzo sociale
Un altro punto per il quale l’associazione berlinese si batte da anni: il recepimento da parte degli SM della direttiva 2014/42/UE sulla confisca. Il Parlamento consiglia l’impiego di un metodo comune per il rintracciamento, congelamento e confisca dei beni alle organizzazioni criminali come misura dissuasiva. Ciò deve essere accompagnato dal riconoscimento reciproco degli ordini di sequestro e confisca, la cui attuale mancanza rappresenta un enorme ostacolo al completamento del lavoro dei magistrati italiani, e impedisce di intaccare gli ingenti capitali che le mafie nascondono all’estero (dove sanno che la giustizia italiana non li può raggiungere). Inoltre viene richiesta l’ammissibilità della confisca anche in assenza di condanna definitiva. Nuovamente si sollecita la creazione ed il rafforzamento degli strumenti per la gestione dei beni sequestrati e confiscati e si raccomanda il loro reimpiego per fini sociali e come indennizzo alle vittime: dove un tempo la mafia creava povertà, lo Stato dà alla comunità una risorsa.

6) Prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata e della corruzione nell’economia legale
Nell’ottico di ridurre il rischio di corruzione negli appalti pubblici il Piano d’azione consiglia lo stillamento di una “lista nera” di imprese con comprovati legami con la criminalità organizzata o coinvolte in pratiche corruttive, in modo da escluderle dal circuito dei finanziamenti pubblici e da impedir loro la contaminazione della pubblica amministrazione. La lista deve essere ovviamente condivisa e deve anche servire da incentivo ad adottare e migliorare le procedure interne in materia di integrità. Per quanto riguarda il riciclaggio chiede agli SM di introdurre misure che aumentino la trasparenza e la tracciabilità delle transazioni, la trasparenza sulle strutture societarie, sulle concessioni di licenze ad autorizzazioni e di ostacolare la possibilità di creare complesse strutture societarie, attraverso le quali il denaro “sporco” viene facilmente iniettato nell’economia legale. Viene richiesto un particolare impegno alla lotta contro le frodi ai fondi UE (monitorandone meglio non solo l’assegnazione ma anche l’impiego) e all’IVA, e al contrasto dell’infiltrazione e della corruzione nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni quali banche,  che con i loro atteggiamenti permissivi aiutano il riciclaggio.

7) Procura europea (EPPO)
Sollecita la creazione di una Procura europea, imparziale ed indipendente dai governi nazionali, competente per perseguire tutti i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione e per affrontare la criminalità organizzata. Urge definire al meglio la sua interazione con le procure nazionali e gli altri organismi europei come OLAF, Eurojust ed Europol. Questi ultimi tre organi, infatti, non hanno e non possono avere il mandato per condurre indagini. L’EPPO sarà invece dotata proprio di questo mandato, con giurisdizione allargata a tutta l’UE, ed esclusiva per quanto riguarda i crimini che le sono stati assegnati.

Il Piano d’Azione continua ricordando l’urgenza di intervento contro specifici crimini che sono contraffazione, traffico di stupefacenti, gioco d’azzardo, paradisi fiscali, reati contro l’ambiente, criminalità informatica, criminalità organizzata e terrorismo, tratta e traffico di esseri umani. Conclude con delle riflessioni riassuntive su come dovrebbe essere organizzata la dimensione esterna della lotta al crimine organizzato.

La strada da percorrere verso un’azione coordinata dei diversi sistemi investigativi e giudiziari non è semplice, perché si scontra con le diverse tradizioni giuridiche e culturali. L’importanza e quindi l’ammissibilità del sequestro a scopo preventivo, ovvero senza che ci sia un processo in corso, è difficile da comprendere per chi non ha vissuto in prima persona, come in Italia, l’urgenza di bloccare il potere economico mafioso prima che venga nascosto e vengano a mancare le prove dei proventi illeciti. O ad esempio per un Paese come l’Olanda, che nel suo ordinamento giuridico non prevede il reato di associazione a delinquere, è difficile pensare di introdurre quello di associazione mafiosa. Inoltre in molti Paesi l’iniezione di capitali nella propria economia è vista di buon grado, e si chiude più di un occhio sulla loro provenienza. L’interesse economico pare quindi prevalere su quello della giustizia, della democrazia e della preservazione del libero mercato. Per oltrepassare questi ostacoli è stata proposta la condivisione di norme minimi comuni.

Il Rapporto 2015 della polizia federale tedesca sulla criminalità organizzata


La criminalità organizzata diventerà sempre più una minaccia per i cittadini in Germania. Che si tratti di riciclaggio di denaro, spaccio di droga o furti con scasso – dietro a molti reati si nascondono gruppi criminali. Per questo motivo ogni anno la polizia federale tedesca pubblica il Rapporto sulla Criminalità Organizzata, nel quale riassume i risultati delle indagini dell’anno precedente.

Il 14 ottobre è stata presentata al pubblico l’ultima edizione del Rapporto. A un primo sguardo pare che la lotta alla criminalità organizzata stia portando i primi frutti. Sia il numero di arresti che il numero di indagini avviate sono quasi pari a quelle dell’anno precedente, con una leggerissima decrescita. Gli 8675 indagati sono quasi pari a quelli del 2014 (8700), e anche il numero di indagini (566) e quasi invariato rispetto all’anno precedente, che ne contava 571. La maggior parte dei delitti riguarda traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, crimini contro la proprietà, crimini economici, frodi fiscali e doganali. Inoltre, in conseguenza ai flussi migratori diretti verso la Germania, si registra un incremento dei reati legati al traffico di esseri umani.

I gruppi mafiosi italiani sono tra i più pericolosi gruppi di criminalità organizzata. Nel 2015 sono stati istruiti 14 processi contro la criminalità organizzata italiana, di cui otto contro la ‘ndrangheta, tre contro la camorra e tre contro Cosa Nostra siciliana. Inoltre c’è stato un processo contro la Stidda, altra organizzazione criminale in Sicilia, e anche contro due gruppi la cui affiliazione non è stata definibile con certezza. La maggior parte dei reati sono stati commessi da gruppi composti unicamente da cittadini italiani.

Come negli anni precedenti, e in concordanza con le stime degli esperti, lo spettro dei reati perpetrati dalla criminalità organizzata italiana è composto principalmente da traffico di sostanze stupefacenti (specialmente cocaina), riciclaggio di denaro, contraffazione (soprattutto di denaro) e frodi fiscali e doganali.

Il riciclaggio di denaro è da sempre il metodo utilizzato dalla criminalità organizzata per occultare l’origine dei proventi delle loro attività illecite. Anche a causa della legislazione, che in confronto ad altri Paesi si può definire qui più “permissiva”, la Germania è diventata uno dei luoghi di ritiro preferiti da mafia & co, dove riciclano i loro guadagni miliardari. Nel 2015, in 208 dei procedimenti contro la criminalità organizzata ci sono stati segnali di attività di riciclaggio. Oltre ai procedimenti contro il solo riciclaggio, sono stati riscontrati casi di riciclaggio soprattutto nei procedimenti per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti (in 31 casi).

Le indagini hanno inoltre mostrato una ininterrotta tendenza della criminalità organizzata all’internazionalizzazione. Delle 566 istruttorie,   488 avevano un carattere internazionale. 94 procedimenti avevano un nesso con l’Italia, il che dimostra l’importanza dell’Italia e delle mafie come partener anche per altri gruppi organizzati.

Sebbene i dati presentati, a causa dei numeri in leggera decrescita, potrebbero dare l’impressione che la criminalità organizzata in Germania sia in via di ritirata, bisogna tenere conto nel fatto che nel Rapporto sono presenti solo informazioni note alle forze dell’ordine. Vengono elencati solo i sospettati e i gruppi su cui indaga la polizia – i gruppi, che rimangono invece sconosciuti, chiaramente non emergono. Per questo la situazione qui presentata dipende in gran misura dall’ordine di priorità fissato dalla politica, che soprattutto in tempi di flussi migratori destina risorse e personale ad altre azioni. A questo si aggiunge la critica all’obsoleta, seppur ancora usata, definizione di criminalità organizzata. Considerati la crescente cybercriminalità e le mutanti strutture d’azione, l’attuale definizione di criminalità organizzata formulata negli anni Novanta rappresenta oggi solo una fetta dei moderni gruppi e delitti. Dietro a questa evoluzione zoppicano quindi ancora “le autorità tedesche in materia sicurezza e applicazione della legge”, conclude anche Dr. Arndt Sinn del centro per gli Studi Europei ed internazionale di Diritto Penale dell’Università di Osnabrück. Dovrebbe quindi essere sorprendente, se la politica responsabile della persecuzione della criminalità organizzata si rallegra di fronte a dei numeri di procedimenti in leggero calo,

L’intelligence tedesca su armi illegali provenienti dall’Italia per neonazisti: la polizia statale indagò nel 1998 a Jena


Riportiamo un articolo diffuso dai giornalisti di MDR – vi ricordate l’articolo della scorsa Newsletter? Sono quelli che sono stati denunciati dal mafioso per diffamazione. Secondo informazioni dell’intelligence tedesca (Bundesnachrichtendienst), nel 1998 la polizia della Turingia ha svolto indagini riguardanti armi illegali provenienti dall’Italia. In seguito all’emersione di legami con il gruppo terroristico di estrema destra NSU (Nationalsozialistischer Untergrund), prossimamente la commissione d’indagine del processo NSU si occuperà del tema “Collegamenti tra la criminalità organizzata e la scienza neonazista”.

Erfurt/Jena. La polizia di stato della Turingia è risalita a una presunta fornitura di armi avvenuta a Jena poco prima della fuga del trio NSU del 1998. Secondo una ricerca condotta da MDR THÜRINGEN ci fu all’epoca un giro di contrabbando di pistole Beretta dall’Italia alla Turingia. L’informazione sembra essere arrivata da una fonte italiana al servizio di intelligence federale (BND – Bundesnachrichtendienst), e da lì alla polizia criminale federale (BKA – Bundeskriminalamt). Gli investigatori della Turingia avrebbero ricevuto informazioni sul fatto che le armi erano state rubate senza numero di serie da una fabbrica italiana – questo per rendere il loro utilizzo irrintracciabile.

Secondo le informazioni di MDR THÜRINGEN nel presunto traffico di armi dovrebbero essere coinvolti un italiano che vive a Jena e diversi criminali già noti. Le armi a quanto pare erano destinate a una banda, che dalla metà degli anni novanta era controllata a Jena da due gemelli. Entrambi erano informatori della polizia ed erano stati chiamati come testimoni a Monaco di Baviera nel processo NSU. Lì però si sono rifiutati di testimoniare. Uno dei due, secondo una testimonianza, avrebbe incontrato nel 1997 i presunti terroristi di destra Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt. Non è noto però se questo incontro abbia portato a una possibile vendita di armi. Fino ad ora le pistole Beretta non hanno avuto alcun ruolo nei processi di NSU.

Secondo una ricerca condotta da MDR THÜRINGEN, le autorità italiane già allora seguirono con attenzione i traffici di Beretta a Jena. Alla base c’erano apparentemente delle indagini svolte in Italia contro la ‘ndrangheta – organizzazione mafiosa calabrese – che è coinvolta nel traffico mondiale di armi. Sembra quindi che i membri della ‘ndrangheta abbiano contrabbandato le armi dall’Italia e dalla Svizzera, per arrivare in Germania. Da un’indagine da parte del BKA emerge che, dalla metà degli anni novanta fino ad oggi, ci sono gruppi di ‘ndranghetisti attivi in molte città tedesche, tra cui Erfurt, Weimar, Jena ed Eisenach.

La polizia di stato monitorò il traffico di armi in diversi locali e appartamenti a Jena tra il 1997 e il 1998. Senza però ottenere un risultato tangibile. Per caso fu poi ritrovata una Beretta senza numero di serie nella macchina di un italiano a Gera, durante un controllo anti-droga. Non è mai stato chiarito se quest’arma fosse parte del traffico, fino allora sconosciuto, proveniente dall’Italia.

La polizia criminale della Turingia e l’allora procuratore di Gera confermarono la presenza del traffico di armi, ma la documentazione in questione è stata distrutta entro i termini prestabiliti. Il BND non ha voluto commentare le richieste di chiarimento sul proprio “lavoro operativo”. Il BKA ha comunicato che per la suddetta operazione non ci sono più documenti disponibili. La commissione d’inchiesta NSU del parlamento dello stato della Turingia prenderà presto in considerazione la questione delle “Connessioni tra criminalità organizzata e la scena neonazista”.

L’Europa vieta l’uso della parola “mafia” nei nomi di locali


La catena di ristoranti spagnola “La Mafia se sienta a la mesa” (“La mafia si siede a tavola”) deve cambiare nome, grazie ad una decisione dell’Unione Europea. In questo modo l’Ufficio Marchi e Disegni – Divisione Cancellazioni europeo, responsabile della protezione dei marchi di fabbrica, ha dato ragione a un ricorso presentato dal Governo italiano. Roma temeva, oltre all’uso improprio del termine, un danno d’immagine per la cucina italiana.

Nei 38 locali della catena gli ospiti potevano gustare piatti italiani circondati da foto di boss della mafia come Vito Corleone o Lucky Luciano. Oltre a questo ruolo decorativo, la strategia di marketing della catena di ristoranti si ispirava alla mafia anche per i nomi dei menù e per lo slogan “La mafia crea empleo” (“la mafia crea lavoro”), con il quale difendevano la loro scelta.

La Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi sottolinea l’importanza della decisione dell’Europa: “Le organizzazioni criminali di tipo mafioso sono una chiara e presente minaccia per tutta l’Unione europea perché non sono attive solo in Italia ma anche in altri Stati membri: la Spagna è uno dei Paesi preferiti da molte di loro”.

Con questa decisione l’Europa stessa assume una chiara posizione contro lo sminuimento della mafia e la sua sempre maggiore influenza nella nostra cultura. La catena di ristoranti spagnola rigetta tutte le accuse e vuole fare ricorso contro la decisione dell’Europa, consultabile a questo link.

La campagna sugli stereotipi mafiosi che Mafia? Nein, Danke? e.V. sta per lanciare verterà proprio su questo tema e cercherà di comprenderlo più a fondo.