Una procura europea


A marzo 2017, è stata firmata a Bruxelles una lettera di notifica al fine di chiedere l’avvio di una cooperazione rafforzata per la creazione di una Procura europea (EPPO – European Public Prosecutor’s Office). L’organo, già previsto dall’ Art. 86 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea TFUE, avrebbe lo scopo di rafforzare l’impegno degli Stati nella lotta contro i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione e tutelare così i contribuenti al bilancio dell’Unione.

Secondo la Commissione Europea (2016), ogni anno circa 50 miliardi di euro in entrate Iva vanno persi a causa di frodi internazionali (cross-border fraud). La criminalità transfrontaliera, oltre ad essere aumentata negli ultimi anni, è commessa da gruppi estremamente mobili che operano in molteplici giurisdizioni e settori.

L’EPPO, qualora fosse istituita, non sostituirebbe ma lavorerebbe a stretto contatto con l’OLAF – Ufficio europeo per la lotta antifrode – ed Eurojust – organo di cooperazione giudiziaria dell’UE. In particolare, l’OLAF oggi è l’unico ufficio abilitato a condurre indagini, seppure unicamente amministrative, a livello sovranazionale. Il valore aggiunto di una Procura europea sarebbe proprio quello di rafforzare la lotta ai reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione attraverso l’azione penale dinanzi agli organi giurisdizionali competenti degli Stati Membri.

La prima proposta della Commissione Europea per la creazione dell’Ufficio del Pubblico Ministero Europeo risale al luglio del 2013. Dopo quasi 4 anni, la scelta di proseguire attraverso la ‘cooperazione rafforzata’ (strumento previsto dai Trattati che prevede un minimo di 9 paesi) per la creazione di una Procura Europea è dovuta al fatto che i Paesi Membri non sono riusciti a trovare un accordo all’unanimità; tra i nodi, il valore oltre il quale un caso sospetto è trasmesso automaticamente al procuratore europeo.

Per alcuni quello firmato oggi si tratterrebbe di un progetto svuotato del suo contenuto innovativo iniziale, motivo per cui l’Italia non ha dato il proprio consenso, nonostante sia stata sin dall’inizio attiva sostenitrice dell’iniziativa, vedendo nella possibile Procura Europea un concreto alleato nella lotta alla criminalità organizzata. Proprio l’Italia auspica una riapertura dei negoziati al più presto per ridiscuterne gli strumenti, la struttura e la competenza; se infatti, la proposta avanzata a febbraio poteva essere giustificata dalla ricerca dell’unanimità, secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, in caso di ‘cooperazione rafforzata’, l’accordo diventerebbe ridicolo.

Per il momento i ministri della giustizia di 16 Stati Membri su 28 hanno formalmente comunicato alle tre istituzioni europee l’intenzione di dare vita alla ‘cooperazione rafforzata’, nello specifico Finlandia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Portogallo, Francia, Germania, Lussemburgo, Lituania, Spagna, Bulgaria, Romania, Grecia, Belgio, Croazia e Cipro. In caso di approvazione, un altro nodo da sciogliere sarà il finanziamento di questa nuova Procura Europea, alla luce del fatto che non tutti gli Stati Membri parteciperanno. A questo si aggiunge il problema di come verranno tutelati gli interessi finanziari dell’Unione da parte degli Stati Membri non partecipanti alla ‘cooperazione rafforzata’. Alcune soluzioni si stanno già delineando.

Alla luce di quanto descritto, sorgono spontanee le seguenti domande: siamo davanti ad una delle prime iniziative di una Unione Europea a più velocità? Constata l’assenza di unanimità in seno al Consiglio dell’Unione, l’istituzione della Procura Europea mediante ‘cooperazione rafforzata’ rappresenta l’unico rimedio possibile?

L’obbiettivo è di concludere il negoziato entro giugno, per poi passare all’approvazione del Parlamento Europeo, da tempo impegnato a ribadire la necessità di ridurre l’attuale frammentazione degli interventi nazionali di contrasto volti a proteggere il bilancio UE. A tal proposito, il Parlamento europeo ha sottolineato come la Procura Europea dovrebbe avere competenza prioritaria per i reati definiti nella proposta di direttiva relativa alla lotta contro la frode, che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale (direttiva PIF, proposta dalla Commissione Europea nel 2012), la quale dovrebbe comprendere anche l’IVA nel suo ambito di applicazione. Si attendono sviluppi anche in tal senso.

Per ora, la significativa differenza tra giurisdizioni, tradizioni giuridiche e sistemi giudiziari tra i vari Stati Membri, continua ad ostacolare e indebolire la lotta contro frodi e criminalità a danno dell’Unione, in un’era in cui sempre più reati presentano una dimensione transfrontaliera. Se l’urgenza quindi di una più efficace protezione degli interessi finanziari a livello europeo è colta da tutti gli Stati Membri, rimane per alcuni di loro il timore di un’eccessiva perdita di sovranità conseguente all’istituzione dell’organo.

Una “lista nera” federale per le imprese macchiatesi di reati economici


Il Ministero Federale dell’Economia tedesco vuole introdurre un nuovo strumento nella lotta alla criminalità economica: una „lista nera“ di imprese da escludere dagli appalti pubblici. Una mossa importante, in un Paese che ogni anno muove tra i 280 e i 300 miliardi di euro in commissioni pubbliche.

Finora queste liste sono esistite a livello regionale, mentre da adesso verrà istituita una banca dati centrale a livello federale. Al suo interno verranno raccolti i nomi delle imprese che sono state giudicate penalmente responsabili di svariati reati economici, dalla corruzione all’evasione fiscale. Per una lista completa dei reati rilevanti, si clicchi qui.

Per entrare a far parte della “lista nera” servirà quindi o una condanna penale, oppure una condanna a sanzione per un minimo di 2.500 euro. I committenti pubblici saranno tenuti a loro volta a consultare tale lista per appalti di valore superiore ai 30.000 euro, per decidere se escludere da appalti pubblici e commissioni le aziende registratevi. Infatti, a livello tecnico, l’esclusione di un’impresa dall’appalto non è conseguenza diretta della sua iscrizione al registro, anche se le intenzioni del Ministero dell’Economia vanno in questa direzione.

Una volta iscritta alla “lista nera”, un’impresa può uscirne dopo 3 o 5 anni, dipendendo dalle condizioni. Se l’azienda dovesse intraprendere azioni concrete volte al contrasto alla criminalità economica al proprio interno, la durata della permanenza nel registro può venire ridotta.

La proposta di legge è stata approvata il 29 marzo 2017 al gabinetto federale, e si trova al momento al vaglio del Parlamento.

Non sono mancate le critiche di Transparency International: sebbene l’introduzione di un registro a livello federato venga vista positivamente, il limite per essere registrati nella lista sembra troppo alto. Secondo l’organizzazione infatti, la condanna penale è un requisito troppo alto e l’iscrizione al registro dovrebbe accadere ben prima, ovvero quando non sussista più alcun dubbio sulla colpevolezza dell’impresa in questione. In questo modo si eviterebbe di dover aspettare la conclusione del processo, per la quale si può aspettare diversi anni.

Tra calcioscommesse e furto di opere d’arte: Patrick Kluivert nel vortice delle accuse che lo avvicinano alla Camorra


L’attuale direttore sportivo del Paris Saint Germain, l’olandese Patrick Kluivert, si trova in una situazione spinosa. Gli elementi ci sono tutti: calcioscommesse, mafia, furto di opere d’arte. Che cosa abbiano in comune queste tre cose, lo sanno sopratutto Kluivert ed il suo legale, che adesso si trovano a dover spiegare una situazione che di semplice ha ben poco.

Ma facciamo un passo indietro. Ai tempi in cui Kluivert era ancora l’allenatore della squadra Twente, nella città olandese Enschede, tra il 2011 ed il 2012, avrebbe scommesso sulle partite del suo stesso club. A causa di tale attività, non ancora illegale in quel momento, pare che Kluivert abbia accumulato ingenti debiti, che, secondo indiscrezioni, ammonterebbero ad un milione di euro. In questo modo, l’attuale direttore sportivo del Psg sarebbe finito nella morsa di un gruppo criminale legato al mondo del calcio-scommesse: fino all’arresto da parte della polizia olandese di cinque di loro, avvenuto a Febbraio, Kluivert sarebbe stato pesantemente ricattato a causa dei suoi debiti. Lo avrebbero minacciato di pubblicare una registrazione in cui avrebbe parlato del suo debito, rovinando quindi la sua reputazione nel mondo calcistico.

Il legale dell’olandese, Gerard Spong, sostiene che la posizione del suo assistito sia quella di vittima: l’ex allenatore è stato, infatti, chiamato a processo solo in qualità di testimone.

La notizia diventa particolarmente interessante anche alla luce di un’altra vicenda che riguarda Kluivert e che sta facendo il giro dei giornali. Questa volta si lascia il mondo del calcioscommesse, ma non quello della criminalità organizzata.

Dagli stadi ai musei: Patrick Kluivert avrebbe avuto un ruolo, seppur marginale, nel famoso furto dei due quadri di Van Gogh – la “Spiaggia di Scheveningen” e la “Chiesa di Nuenen”- dal museo Van Gogh di Amsterdam del 2002. I quadri sono stati ritrovati a Castellammare di Stabia nel settembre del 2016 grazie all’operato della Guardia di Finanza di Napoli e del pool anticamorra, nel corso di un’operazione contro un clan camorristico locale. I quadri si trovavano nella casa del noto camorrista Raffaele Imperiale, un importante trafficante di droga, attualmente latitante a Dubai.

Il traffico di opere d’arte è un mercato particolarmente proficuo per i criminali. La pratica non è nuova ed è stata utilizzata in passato anche da gruppi terroristici, come l’irlandese IRA: si chiama “art-napping” e consiste nel rubare un’opera d’arte di grande valore, e di conseguenza insostituibile, per poter essere nella posizione di trattare con lo Stato – un rapimento in piena regola, ma con un quadro invece che vite umane ad ostaggio. Si comprende molto bene come un traffico del genere risponda bene agli interessi della camorra. Il ladro dei due dipinti di Van Gogh li avrebbe venduti ad Imperiale per 350.000 euro.

La storia del furto dei celebri quadri di Van Gogh e del coinvolgimento di Kluivert è degna di un romanzo criminale. In questo caso, Kluivert sarebbe accusato di aver dato ospitalità e nascosto in casa propria a Barcellona il ladro dei dipinti, Octave Durham detto “The Monkey”. I due vengono proprio dallo stesso quartiere olandese, un quartiere popolare, con un alto tasso di criminalità. È proprio lí che, secondo le parole dello stesso Durham, si sarebbero conosciuti: “Un mio amico era Patrick Kluivert. Viveva nel mio quartiere ad Amsterdam. L’ho incontrato nuovamente a Barcellona e gli ho detto di essere ricercato dalla polizia. Quindi mi ha detto: ‘perché stai in un albergo? Perché non vieni a casa mia?”. Al tempo, Kluivert giocava nel Barcellona. Nel corso del furto, Durham avrebbe inoltre perso il suo cappello, rendendo quindi molto semplice agli inquirenti risalire alla sua identità attraverso il DNA. Un nascondiglio gli sarebbe quindi stato molto utile per provare ad evitare la cattura. Non sarà abbastanza: Durham verrà comunque preso dalla polizia spagnola a Marbella nel dicembre del 2003.

Kluivert respinge adesso tutte le accuse a suo carico e annuncia azioni legali contro le dichiarazioni del criminale. “Kluivert potrebbe averlo incontrato qualche volta, ma non gli ha mai dato ospitalità. Non è mai stato a casa sua. Queste dichiarazioni sono estremamente diffamatorie, e non rimarranno senza conseguenze”,  afferma il legale di Kluivert, Gerard Spong. Secondo il regista olandese Vincent Verweij, che ha diretto un documentario proprio su questa storia, ci sono altri testimoni che possono confermare le affermazioni di Durham. Ci sarebbe anche una traccia audio originale che ne darebbe conferma.

In attesa delle risposte della giustizia, Kluivert si trova adesso nel bel mezzo di un vortice di accuse che lo porterebbero sempre più vicino alla criminalità organizzata. Quale sia stato il suo ruolo nel corso di queste vicende verrà chiarito dalle autorità competenti.

Nuova confisca del parco eolico di Isola di Capo Rizzuto finanziato dalla HSH Nordbank


Non dovrebbe essere possibile che una banca come la HSH Nordbank finanzi un progetto che viene poi bloccato per ben due volte a causa di infiltrazioni mafiose. Invece, è successo, proprio a questa banca che, insieme ad altre, è di proprietà degli stati federati Schleswig-Holstein ed Amburgo; in particolare, uno dei parchi eolici da questa finanziati, con un valore di circa 250 milioni di euro, è stato nuovamente confiscato a marzo dalla procura di Catanzaro. Già nel 2012, le stesse autorità avevano sequestrato lo stabilimento ma l’atto era poi stato annullato in seguito ad una lunga battaglia legale.

Il parco eolico di Isola di Capo Rizzuto in provincia di Crotone (Calabria) non è il solo ad essere stato finanziato dalla Germania. Anche le imprese preposte alla pianificazione e la costruzione, così come i fornitori, hanno sede in Germania ed alcune di loro sono aziende ben note. Ci si chiede per quale motivo nessuna delle aziende coinvolte non si sia impegnata a valutare con chi avessero a che fare sul fronte italiano. Almeno sarebbero dovuti sorgere dei dubbi anche solo in seguito ad una semplice ricerca Google; digitando, infatti, “Arena” ed “Isola di Capo Rizzuto” sarebbe stato chiaro fin da subito di star facendo affari con la mafia. Quindi, o la ricerca non è stata effettuata in toto, oppure il fatto di lavorare con mafiosi era semplicemente indifferente per le aziende coinvolte. In particolare, per quanto riguarda il caso della HSH Nordbank è stato provato che molti dei lavoratori della banca si trovavano proprio sull’Isola di Capo Rizzuto e che quest‘ultimi sarebbero stati portati dagli stessi familiari di Nicola Arena sui terreni dove in seguito si sarebbe costruito il parco eolico.

Ciò che è sicuro è che una buona parte dei 48 rotori eolici sono stati costruiti su terreni che, direttamente o indirettamente, appartengono al clan, che ne avrebbe quindi tratto un enorme profitto. Un altro elemento interessante di questo caso è che lo stabilimento sarebbe stato costruito parzialmente su aree non edificabili – in quanto si tratterebbero di aree prossime alla zona abitata e, in più, sotto tutela paesaggistica ed ambientale. Per questo motivo anche il funzionario che ha rilasciato l’autorizzazione si trova adesso sotto accusa; secondo quest’ultimo il luogo sarebbe stato adatto allo stabilimento per via della forza del vento, che in quell’area soffia regolarmente.

La HSH Nordbank ha rilasciato poche parole sulla nuova confisca. Una interlocutrice della banca afferma che l’informazione sia arrivata solo da pochi giorni; in più, la HSH non sarebbe coinvolta nel processo e quindi non riceverà alcuna informazione da le autorità italiane.

Alla domanda sul se e come vengano verificate le credenziali dei partner da parte della banca – una pratica che in investimenti di tali dimensioni, è assolutamente standard – l’interlocutrice ha preferito non pronunciarsi. Anche la domanda sul se siano state date delle garanzie nel caso del parco eolico di Isola Capo Rizzuto, e se sì quali, è rimasta senza risposta.

Un’ipotesi al vaglio degli investigatori italiani è quella che si sarebbe trattato di un finanziamento solo di facciata da parte della banca: i soldi, infatti, che sarebbero andati alla società dirigente del progetto, sarebbero stati segretamente coperti da una garanzia calabrese. L’idea è che quindi tutto questo progetto non sarebbe altro che un’enorme operazione di riciclaggio di denaro. Se questa supposizione abbia un fondo di verità, è ancora da capire. Non sono ancora state trovate prove a supporto di questa tesi. Di conseguenza, sono state fatte delle ricerche anche presso la banca, che in passato si è fatta notare per pratiche commerciali poco ortodosse. La banca è però allo stato attuale non oggetto di indagine.

Opera in programma a Berlino: Falcone – Il tempo sospeso del volo


“Questo lavoro, basato interamente su documenti, testimonianze, atti giudiziari, articoli di stampa riguardanti la storia del giudice Giovanni Falcone, intende essere una riappropriazione collettiva di una vicenda umana fondamentale della nostra storia recente. Preservare la memoria, sviluppare la riflessione: questi gli scopi che questa opera si propone, superando la descrizione della cronaca con la libertà e la profondità che solo il teatro musicale possiede.” (FRdM, NS)

In occasione del 25esimo anniversario della morte del giudice anti-mafia, Giovanni Falcone, andrà in scena lo spettacolo “Il tempo sospeso del volo” presso lo Schiller Theater, nel quartiere di Charlottenburg a Berlino. La memoria della strage di Capaci, in cui morirono oltre al giudice Falcone anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro è una data incancellabile per gli italiani ed è un evento che ha aperto nuovi orizzonti nella lotta alla mafia.

Calcio e mafia: scoppia il caso juventino


Il calcio in Europa è più che uno sport. Basti guardare ai milionari ingaggi dei calciatori più in vista, all’enorme giro di scommesse legato alle partite, o alle personalità politiche o imprenditoriali che sono a capo delle maggiori società calcistiche. Naturalmente, non bisogna dimenticare le tifoserie organizzate, spesso protagoniste di violenti scontri dentro o fuori lo stadio. Non a caso, si sono rese necessarie soluzioni drastiche come la DASPO, il divieto di accesso a eventi sportivi per i soggetti che hanno portato maggiore scompiglio.

Non è difficile immaginare un collegamento tra gli ultras più estremi e la malavita, e non soltanto nel Sud Italia. L’ultimo scandalo che ha investito il mondo del calcio riguarda i presunti rapporti sospetti tra la Juventus ed esponenti della ‘ndrangheta. Le parole del gip Stefano Vitelli pesano come macigni per la società bianconera: “La Juventus ha intrattenuto rapporti opachi con la ‘ndrangheta, per mantenere la pace e la serenità nelle curve. […] Alcuni alti dirigenti avrebbero manifestato persino soggezione e sudditanza. Secondo Vitelli, lo scenario sarebbe “preoccupante” e vedrebbe “alti esponenti di un’importantissima società calcistica a livello nazionale ed internazionale consentire di fatto un bagarinaggio abituale e diffuso come forma di compromesso con alcuni esponenti del tifo ultras”. Le accuse sono decisamente pesanti e minano la credibilità dell’intera dirigenza Juve in uno scandalo che sarà difficile da giustificare.

Pare che i contatti tra la Juve e la ‘ndrangheta abbiano degli importanti precedenti: Guido Nucera, che attualmente vive in Svizzera e probabilmente in odore di mafia, è stato a lungo autista ufficiale del club calcistico. Negli ultimi sviluppi ci si concentra invece soprattutto sulla situazione delle curve ultrà.

A seguito dell’inchiesta penale condotta dalla squadra mobile della Questura di Torino, condotta dal dirigente Marco Martino e dai sostituti procuratori Monica Abbatecola e Paolo Toso, 16 persone legate al tifo organizzato bianconero erano già state arrestate nel luglio del 2016. Le accuse erano di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, detenzione di armi e tentato omicidio. Tra i soggetti arrestati, figurano Rocco e Saverio Dominello, ritenuti esponenti di spicco della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, attivi nelle zone dell’Alto Piemonte, e ideatori del gruppo ultras “i Gobbi”, presenti dalla primavera del 2013 allo stadio della Juventus. Sarebbero proprio loro i punti di contatto tra le cosche ‘ndranghetiste e la dirigenza bianconera, che avrebbe quindi ceduto a patti con loro al fine di mantenere la calma nelle tifoserie.

Dalle intercettazioni disposte dalle autorità inquirenti, emergerebbe come il bagarinaggio fosse una prassi conosciuta e ufficiosamente accettata. In particolare, in una telefonata tra Dominello ed il security manager della Juventus Alessandro D’Angelo, in data 20 Febbraio 2014, quest’ultimo avrebbe affermato “io voglio che voi state tranquilli e che noi siamo tranquilli e che viaggiamo insieme. Allora se il compromesso è questo a me va bene. Se gli accordi saltano… allora ognuno faccia la propria strada”. Il compromesso si riferirebbe proprio alla vendita illecita dei biglietti.

ll prezzo della cosiddetta tranquillità sugli spalti sarebbe stato quindi il chiudere un occhio sul palese bagarinaggio illegale gestito dai Dominello, così come concedergli posti fissi nella curva sud dello stadio e garantirgli rapporti esclusivi con l’amministratore delegato della Juventus, Giuseppe Marotta. Esempi lampanti di bagarinaggio si verificavano soprattutto in occasione delle partite di Champions League, dove i prezzi dei biglietti venivano gonfiati fino a sei volte il loro prezzo originale.

I Dominello si sarebbero avvicinati alla dirigenza bianconera tramite un ex ultra, Fabio Germani, che li avrebbe prima introdotti al settore della sicurezza, poi a quello della biglietteria, con l’intenzione di favorire una rete di bagarinaggio. il 15 Febbraio 2014 Germani avrebbe fatto incontrare Rocco e Saverio Dominello con il dirigente Marotta, dando così inizio ai loro rapporti. In un sms intercettato dalla polizia inquirente, si legge come Marotta chieda proprio a Germani la “massima riservatezza” sulla natura di tali incontri.

Germani si trova dal luglio 2016 in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Lo scandalo sembra riguardare l’intera alta dirigenza della Juventus, incluso il presidente Agnelli, che dalle intercettazioni risulta aver avuto anch’esso contatti con i Dominello. In audizione davanti alla commissione antimafia, il legale bianconero Luigi Chiappero difende la sua parte, sostenendo che la dirigenza juventina non fosse a conoscenza dell’identità malavitosa dei Dominello, incontrando però lo scetticismo della presidente della commissione Rosy Bindi.

Il processo, denominato “Alto Piemonte”, è iniziato il 22 marzo di quest’anno a Torino. Ad essere ascoltati saranno non solo Andrea Agnelli, ma anche il presidente della Figc Carlo Tavecchio, Tomassi per l’Associazione Italiana Calciatori (AIC) e presidenti di altre società calcistiche. Lo scopo, afferma Rosy Bindi, è “capire come uscire da una realtà innegabile”, quella del collegamento sempre più forte tra tifoserie organizzate e mafie.

I contatti tra squadre di calcio e clan mafiosi sono un fenomeno preoccupante, che si può osservare non solo a Torino. Clan mafiosi investono anche in giocatori, come ad esempio nel caso del giocatore Salvatore Aronica, che ha fatto parte delle giovanili della Juventus, secondo un testimone chiave del clan Vrenna-Bonaventura. Il difensore ha anche giocato per il Napoli in Champions League. In precedenza, era già in prestito al club di serie A FC Crotone, il cui Presidente Raffaele Vrenna è noto per i suoi legami con la mafia. Suo cugino è Luigi Bonaventura, ex capo clan e pentito. A volte i contatti mafiosi risultano lampanti. Ad esempio, il Calcio Catania ha ricordato con un minuto di silenzio un ultrà pluri-condannato per mafia. Nel frattempo la Commissione antimafia del Parlamento italiano si sta sempre più concentrando sui pericolosi contatti della malavita con le squadre di calcio italiane.

Si può presumere che tali contatti non siano esclusivi ai club calcistici italiani, ma che anche in Germania possano esservi casi simili. Almeno un caso è noto: uno dei membri della cellula di ‘ndrangheta a Singen risulta essere stato attivo in un club sportivo tedesco nell’ambiente amatoriale.

 

A Berlino in piazza contro le mafie


Quest’anno il 21 marzo, Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, è stato celebrato per la prima volta anche a Berlino presso la porta di Brandeburgo, luogo simbolo della città. I partecipanti si sono uniti alle voci provenienti non solo dalle tante piazze in Italia, ma anche da numerose altre in Europa, ricordando insieme le tante vittime innocenti della violenza delle mafie. Un segnale forte da e per l’Europa, che testimonia finalmente lo sviluppo di una rete antimafia che supera i confini dell’Italia, che si organizza sempre di più a livello internazionale, per rispondere a un fenomeno, quello delle mafie, che è internazionale da decenni.

L’iniziativa è stata organizzata dall’associazione Mafia? Nein, danke! e.V., già partner di Libera in numerosi progetti ed eventi. Un breve discorso ha introdotto la lettura dei nomi, che è proseguita per l’intera durata della manifestazione, in tedesco ed italiano. Alla lettura si sono alternate decine di persone di entrambe le nazionalità. La posizione centrale scelta per l’occasione ha fatto sì che i passanti si siano incuriositi ed avvicinati per chiedere informazioni, tra cui qualche vivace scolaresca italiana in gita nella capitale tedesca.

La lettura è stata emozionante e partecipata: ad interrompere il flusso dei nomi, arrivavano alcune delle storie delle vittime. Come quella di Giuseppe Letizia, ucciso a soli 13 anni per essere stato testimone scomodo dell’omicidio di Placido Rizzotto; o Francesco Imposimato, morto nel 1983 per intimidire il fratello giudice; o Lea Garofalo, donna coraggiosa, uccisa dall’ex compagno, con il quale aveva una bambina, perché pentita di ‘ndrangheta.

L’evento ha ricevuto il prezioso supporto dell’Ambasciata Italiana a Berlino. Erano presenti anche la RAI, che ha effettuato alcune riprese andate in onda nei telegiornali quotidiani, e altri media locali. Un ringraziamento particolare va a Berlino Magazine, il Mitte, Berlin24 Network, il blog Italiani a Berlino e COSMO – Radio Colonia per aver promosso l’evento.

Proprio quest’anno è stato inoltre dato il via libera definitivo da parte della Camera per l’istituzione del 21 marzo come Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, giornata che viene celebrata ogni anno ormai dal 1996 per iniziativa dell’associazione Libera e Avviso Pubblico, insieme ai familiari delle vittime. L’approvazione unanime arrivata ad inizio marzo dalla Camera riconosce nella memoria condivisa un tassello essenziale per fronteggiare vecchie e nuove mafie in tutta Europa.

Per ascoltare l’intervista originale al Presidente di Mafia? Nein, danke! e.V. Sandro Mattioli, di seguito il link: clicca qui

La cultura scopre la mafia


É difficile comunicare al pubblico in maniera adeguata un tema complesso come quello della mafia e della criminalità organizzata. Roberto Saviano ha mostrato con il suo romanzo Gomorra come la produzione culturale possa raggiungere milioni di lettori, anche senza sfruttare cliché o stereotipi. Ad aprile, due rinomate case di produzione hanno contemporaneamente annunciato una première a tema mafia: la Staatsoper di Berlino mostra lo spettacolo “Falcone” di Nicola Sani in onore del giudice, ed il Teatro di Costanza mostra il pezzo “Gomorra”,  ispirato al romanzo di Saviano, première per la Germania.

Sensazionale campagna antimafia a Milano


Da qualche giorno, le strade di Milano sono tappezzate da una ottantina di enormi manifesti. Sui cartelloni, di 6 metri per 3, figurano i nomi dei dieci boss più importanti di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta, che vivono tutti nei dintorni di Milano.

La campagna è frutto del lavoro del giornalista ed esperto di mass-media Klaus Davi ed è nata in collaborazione con la Omnmicom Media Group di Milano. I cartelloni mostrano la guglia del Duomo di Milano, ma al posto della Madonnina sovrastano invece una pistola automatica ed un fiore. Il testo del manifesto: “ la ‘Ndrangheta chiama: Milano risponde. Ecco i nomi di 10 boss che vivono nella nostra città che fa affari con loro”. Seguono i nomi dei boss e, in fondo, il titolo di una serie di reportage curati da Davi: “Gli Intoccabili”. Secondo la pagina ufficiale del reportage, sarebbe “il primo docureality sulla criminalità organizzata”, che si propone di premiare anche l’instancabile lavoro della giustizia e della polizia. Questo format è disponibile da Maggio 2016 settimanalmente sul LaC canale 19 o su Youtube.

La campagna dei manifesti viene affiancata da alcuni video-reportage sui boss; la prima puntata per la Lombardia è dedicata al boss della ‘ndrangheta Giuseppe Calabrò, “il fantasma” di San Luca. Ilda Boccassini, celebre procuratore antimafia di Milano, ha curato le indagini a suo carico nel 2016. Sarebbe il proprietario della farmacia “Caiazzo”, in pieno centro città, che egli avrebbe acquistato con il denaro dei traffici di droga ed armi dello zio (tra l’altro: il prezzo, 220.000 Euro, sarebbe stato pagato in contanti).

Il procuratore antimafia ha notato già da molto tempo che i figli e le figlie di noti boss mafiosi studiano sempre più Farmacia e che nelle farmacie di Milano i clienti sono serviti in numero sempre maggiore da dipendenti calabresi. Questo fatto appare particolarmente interessante soprattutto alla luce delle indagini condotte già da molti anni dalla Boccassini sulle infiltrazioni delle mafie nel settore sanitario al Sud. Anche la Direzione Nazionale Antimafia si concentra da molti anni su medici, ospedali, cliniche private, farmacie ed in generale sul sistema sanitario.

Ma per quale motivo le farmacie sono così interessanti per le mafie? “Farmacia vuol dire denaro, posti di lavoro e rilievo nella società”, chiarisce il magistrato milanese Paolo Storari.

Dalle farmacie si raggiungono facilmente anche altri settori particolarmente interessanti per le mafie, ad esempio le amministrazioni pubbliche, come si evince dal caso dell’arresto del direttore della ASL di Pavia lo scorso anno. Il boss ‘ndranghetista Francesco Pelle ha potuto inoltre farsi operare con documenti falsi nella clinica “Maugeri” di Pavia, a dimostrazione del fatto che certe collusioni in questo ambiente possono essere utilizzate anche e soprattutto da boss latitanti.

Inoltre, tramite le reti dei farmacisti e dei medici legati alla malavita, l’influsso della mafia si può estendere anche al settore accademico e soprattutto alla politica. Si evince quindi come i mafiosi abbiano trovato nel settore sanitario un punto di interessi strategico, perfetto anche per riciclare grandi somme di denaro.

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Anis Amri e la criminalità (organizzata)


A quasi tre mesi dall’attentato al mercatino di Natale a Berlino, l’autopsia sul cadavere di Anis Amri conferma che l’uomo utilizzasse regolarmente cocaina ed hashish e probabilmente fosse sotto l’effetto di droghe anche il giorno dell’attentato. Gli inquirenti tedeschi avevano già nell’agosto del 2016 scoperto del consumo di droghe di Amri grazie ad intercettazioni telefoniche , come si evince da un rapporto delle autorità di sicurezza tedesche. Questa sorveglianza, dopo che Amri era stato classificato come “pericoloso” per via del sospetto che potesse preparare un grave reato ai danni dello Stato, ha anche rivelato che Amri facesse il pusher a Görlitzer Park nel quartiere Kreuzberg di Berlino per sostentarsi. Inoltre, gli atti riportano uno scontro fisico di Amri con un gruppo rivale nel giro di droga all’inizio del luglio 2016, così come di un suo coinvolgimento sempre più forte nel mondo della droga all’inizio dell’agosto 2016. Anche nel luglio del 2016 viene indagato per un accoltellamento in un locale di Neukölln.

La storia inizialmente di micro-criminalità di Amri è lunga ed ha inizio già nel suo paese natale, la Tunisia. In Italia poi, dove arrivò come richiedente asilo nel 2011, è stato condannato ad una pena di quattro anni per incendio doloso, aggressione, e furto. Questi reati lo hanno portato a passare anni in diverse carceri minorili italiane, in cui si sarebbe lentamente radicalizzato. Infatti, una volta scarcerato e arrivato in Germania si sarebbe mosso agilmente nei giri salafiti, accelerando sempre più il suo processo di radicalizzazione. Nell’ottobre del 2016 gli inquirenti hanno scoperto che Anis Amri era un simpatizzante dell’ISIS e che desiderava potersi unire alla lotta dello Stato Islamico in Siria, Iraq o in Libia.

Il rapporto delle autorità di sicurezza tedesche fornisce anche delle informazioni sulle diverse identità dell’attentatore. Le autorità in Italia credono che Amri abbia ricevuto supporto da gruppi criminali italiani ad esempio per procurarsi documenti falsi, una specialità della Camorra, che ultimamente sembra aver avuto contatti con più presunti terroristi in Europa. Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia, sottolinea come l’Italia non sia soltanto un “centro per la produzione di documenti falsi”, ma che offra a sempre più terroristi o presunti tali una rete logistica di supporto, oltre a sfruttare ampie possibilità di guadagno attraverso il traffico di droga e di armi con tali soggetti.

Il caso Amri è un esempio di come le organizzazioni mafiose abbiano scoperto un business redditizio nella cooperazione, almeno economica, con il terrorismo, e che le vulnerabilità di soggetti come i richiedenti asilo debbano essere maggiormente prese in considerazione dalle istituzioni. Dimostra anche come la risposta repressiva non sia sufficiente nella lotta al terrorismo, ma che piuttosto la cooperazione transnazionale debba essere migliorata, così come servano nuove leggi e meno ostacoli burocratici.