Lo smercio di olio extravergine d’oliva contraffatto: 33 arresti tra gli Stati Uniti e la Calabria


La contraffazione alimentare di prodotti italiani all’estero è un business notevolmente proficuo. Basti pensare al valore dell’export di cibo italiano del 2016: 38 miliardi di euro sono entrati nelle casse italiane grazie alle vendite all’estero di vino, formaggi, olio e prodotti ortofrutticoli, secondo la Coldiretti. Il cibo targato “made in Italy” funziona e la criminalità organizzata ne è consapevole. La cosiddetta “Agromafia” non è nuova: già nel 2011 Coldiretti stimava un introito di circa 12,5 miliardi di Euro, cifra approssimata al ribasso, per la vendita all’estero di prodotti alimentari contraffatti. Mozzarella di bufala campana prodotta nel Nord Italia e con latte scadente e/o annacquato, ma etichettata “Campana DOP”, vino contraffatto con miscele illecite o etichette fallaci (i marchi IGP e DOP utilizzati impropriamente per aumentare le vendite), pesce ri-confezionato e ri-etichettato, modificandone la data di scadenza.

Il rapporto di Legambiente e Movimento a Difesa del Cittadino “Italia a Tavola 2013. Rapporto sulla Sicurezza Alimentare” abbonda di casi e tratteggia un’immagine preoccupante sulla dimensione del fenomeno. Oltre 50 diversi clan mafiosi sono implicati nel business e una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori su cosa si acquista e dove deve accompagnare i controlli effettuati dalle autorità.

A fine Gennaio 2016, 33 appartenenti al clan Piromalli della ‘ndrangheta calabrese sono stati arrestati tra la Calabria e la Lombardia proprio per frode alimentare internazionale. I Piromalli sono inoltre uno storico clan che si è da tempo insediato nella criminalità internazionale, con numerose attività illecite oltre i confini italiani. Questa volta, a farne le spese sono stati i consumatori statunitensi: gli scaffali di Walmart ed altri simili grandi distributori hanno ospitato litri di olio contraffatto, etichettato come “Olio d’Oliva DOP” ma in realtà olio di sansa, proveniente dalla Grecia, dalla Turchia o dalla Siria. La catena di montaggio era piuttosto articolata. L’olio veniva ricevuto in Calabria, dove il clan si occupava di una breve lavorazione. Successivamente veniva spedito negli Stati Uniti, come olio di sansa, e lí le cellule del clan attive sul luogo si impegnavano a cambiarne le etichette e a rivederlo come un prodotto di qualità di molto superiore.

Il clan dei Piromalli è conosciuto per la sua espansione internazionale e nel Nord Italia. Negli Stati Uniti, l’uomo di riferimento sarebbe Rosario Vizzari, cittadino americano e conoscenza di lunga data di Antonio Piromalli. Lui sarebbe il responsabile principale dei contatti con le mafie statunitensi, così come con la Olive Oil Company, essendo presidente della “Global Freight Service inc”, compagnia che si occupa del trasporto di beni di consumo ai supermercati. In ogni caso, la collaborazione con le forze dell’ordine americane è ottima. Gli Stati Uniti rimangono consapevoli dell’enorme problema causato dalla frode alimentare, sopratutto per quanto riguarda lo smercio di olio extravergine d’oliva contraffatto. Un produttore di olio siciliano negli USA, Nicola Clemenza, ha creato un consorzio che riunisce più di 200 aziende produttrici di olio legale.  In un’intervista data all’agenzia di informazione americana CBS ai primi di Gennaio, racconta delle intimidazioni ricevute: “Il giorno in cui ho avviato il consorzio, mi hanno bruciato la macchina, hanno bruciato parte di casa mia, mentre ero dentro con mia moglie e mia figlia”.

Il giornalista investigativo Tom Müller stima che il 70-80% dell’olio extravergine d’oliva nei mercati statunitensi sia contraffatto: “ É difficile dire quante gocce di olio abbiano sangue mafioso”, racconta a CBS.

Dato lo stato delle cose, la parola e l’azione riguardano in primo luogo i consumatori, che, a fronte delle contraffazioni, possono sentirsi inermi in un meccanismo difficile da controllare. L’aumento delle frodi è legato indissolubilmente non solo alla voglia di profitto della criminalità organizzata, che da organizzazione imprenditoriale illegale sa bene dove trovare il business migliore, ma anche agli effetti devastanti della crisi economica. Con la diminuzione del potere d’acquisto della classe media, si va alla ricerca del prodotto meno costoso ed all’apparenza migliore. I prezzi stracciati su prodotti sedicenti “DOP” invitano all’acquisto immediato, nella convinzione di aver appena fatto un affare. Ma ogni prodotto di buona qualità ha un costo, che deve coprire non solo la qualità della materia prima, ma anche il giusto trattamento dei lavoratori e le sue legali spese di produzione. Questa consapevolezza è una delle poche armi di un consumatore cosciente, insieme alla fiducia accordata a marchi notoriamente mafia-free.

Transparency International: il nuovo Indice di Percezione della Corruzione 2016


Il 25 gennaio 2017 Transparency International ha pubblicato la nuova edizione del Corruption Perception Index (CPI) per l’anno 2016. L’indicatore misura la percezione della corruzione nel settore pubblico in 176 diversi Stati, su una scala che va da 0 (molta corruzione) a 100 (poca corruzione). L’indice è il risultato di una sintesi di diversi altri indicatori e sondaggi, dai quali sono state estrapolate le Informazioni riguardo la percezione della corruzione in ambito pubblico.

Il quadro che emerge quest’anno non è rassicurante. Il 69% dei Paesi hanno ricevuto un punteggio minore di 50, e in generale sono più i Paesi che sono peggiorati rispetto a quelli che sono migliorati.

Al primo posto, a pari merito, si trovano Danimarca e Nuova Zelanda (90) seguite dalla Finlandia (89) e dalla Svezia (88). La Somalia continua ad occupare l’ultimo posto con un preoccupante punteggio di 10 punti.

Viene confermato il quadro in cui i Paesi dotati di una solida struttura democratica (governo, libertà di stampa, potere giudiziario indipendente, libertà civili) riescono ad arginare meglio le pratiche corruttive, e ad assicurare tali reati alla giustizia. Gli Stati che si sono mossi in questa direzione hanno infatti sperimentato un miglioramento del proprio punteggio (come la Georgia).

La corruzione invece dilaga ove queste strutture sono deboli, dove non c’è volontà politica di combattere questo fenomeno. Risulta sempre più evidente come la corruzione sia un importante mezzo di allacciamento tra mondo politico e imprenditoriale, usato laddove gli interessi di queste realtà si incontrano. Come abbiamo visto nella mostra “Hunting the stolen billions” tenutasi a dicembre presso la Kunsthaus Somos, l’uso sistematico della corruzione ad alti livelli governativi canalizza ingenti quantità di denaro fuori dalle casse del Paese interessato, facendo innescare un circolo vizioso che contribuisce al suo impoverimento e alla acutizzazione delle ineguaglianze. Le conseguenze sono più ampie e profonde di quanto possa sembrare: ne risentono i diritti umani, viene frenato lo sviluppo sostenibile e fomentata l’esclusione sociale. Chi trae vantaggio da questa situazione sono i movimenti politici populistici, con la loro retorica contro le classi dirigenti “che rubano” e la promessa del ritorno del potere nelle mani del popolo. La storia, anche contemporanea, ci insegna però come siano proprio i governi populistici a innescare nuovi circuiti di corruzione, in cui nuovamente mondo politico e imprenditoriale gestiscono le proprie cointeressenze.

Emerge con evidenza come l’impegno volontario di cittadinanza attiva e le iniziative a livello nazionale non possono essere sufficienti per combattere un fenomeno che si svolge sempre più su un piano transnazionale. Nemmeno il perfezionamento tecnico degli strumenti legislativi anti-corruzione è abbastanza. Transparency International sottolinea l’urgenza di profonde riforme del sistema atte a livellare diseguaglianza e distanza tra cittadini e governanti, che quindi mettano in grado i cittadini di controllare l’operato delle classi dirigenti e che permettano una efficace persecuzione dei reati di corruzione. L’associazione nomina, tra le altre riforme, l’introduzione dei registri dei “beneficial owners” delle imprese, come anche sanzioni per i professionisti che facilitano il trasferimento all’estero del denaro frutto della corruzione.

LA GERMANIA

La Germania conferma la posizione numero dieci, con 81 punti su 100. Tra i Paesi europei é la numero cinque. Nonostante ciò, a un’analisi più approfondita i risultato è comunque allarmante. Soprattutto nell’economia le cose non sembrano andare particolarmente bene: l’integrità del Paese potrebbe essere a rischio. Secondo l’Executive Opinion Survey redatto dal World Economic Forum e inserito tra le fonti del CPI, i manager tedeschi reputano sempre più normale il fatto di prestare “pagamenti irregolari” alle amministrazioni. Un simile quadro viene dipinto da indagini svolte da diversi soggetti indipendenti, come KPMG o PricewaterouseCoopers, che effettuano regolarmente degli studi sulla criminalità economica nel Paese.

L’ITALIA

L’Italia guadagna tre decisivi punti, da 50 a 47, e conquista la posizione 60, un posto in più rispetto all’anno precedente. In Europa rimane comunque un fanalino di coda, peggio di lei fanno solo Grecia e Bulgaria. In occasione della presentazione del CPI 2016, il presidente di Transparency International Italia, Virginio Carnevali, e quello dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione, Raffaele Cantone, hanno firmato un protocollo d’intesa in materia della segnalazione di illeciti economici da parte dei dipendenti pubblici.

È importante sottolineare che si tratta di un’indagine sulla percezione della corruzione, e non quindi una quantificazione precisa del dilagare del fenomeno. Una maggiore percezione non è direttamente riconducibile a una maggiore presenza del fenomeno, ma indica invece una maggiore sensibilità del cittadino rispetto ad essa. Una minore sensibilità può condurre a una notevole sottovalutazione del fenomeno. Ovviamente, una proporzionalità tra le due misure – oggettiva e soggettiva – esiste, ma le due grandezze non sono da confondere.

Mentre Transparency International si occupa di quantificare la percezione della corruzione in ambito pubblico, il progetto PCB – Private Corruption Barometer, di cui Mafia? Nein, Danke! è partner,

Il “Sistema Tedesco” – le banche tedesche come bancomat per la Mafia


Come sempre i fascicoli giudiziari italiani portano a scoperte sorprendenti sulle attività dei mafiosi in Germania. Per gli investigatori locali, l’efficacia dei criminali italiani si presenta spesso come una scatola nera, dato che contro di loro mancano gli strumenti giuridici che potrebbero fornire una comprensione maggiore sulle attività dei mafiosi. Oppure a volte le indagini da parte dei Pubblici Ministeri non sono nemmeno avviate – sia per la scarsa conoscenza della pericolosità dei “gangster italiani” in Germania o perché manca la volontà politica. Fortunatamente dall’Italia arrivano spesso informazioni importanti e le indagini hanno qui la loro origine.

Un procedimento giudiziario dai tempi biblici, che è al momento in corso a Reggio Emilia, mostra che come la ‘ndrangheta sfrutti questo specifico disinteresse tedesco a proprio vantaggio: i mafiosi fanno affidamento sui bancomat tedeschi. Utilizzano quindi il denaro “tedesco” per affari sporchi. Questo metodo ha anche assunto un suo nome proprio: “il Sistema Tedesco”.

A Reggio Emilia sono attualmente imputate circa 200 persone sospettate di far parte di una banda criminale. Si tratta principalmente di mafiosi, ma tra questi ci sono anche stranieri, per i quali non è chiaro se siano stati affiliati alla ‘ndrangheta (che da qualche anno è diventato possibile ed anche attuato) o se siano semplicemente dei complici. Alcuni dei sospetti mafiosi ricevono uno stipendio tedesco, ad esempio Giovanni A. di Schwerte, Antonio B., il cui luogo di nascita non è specificato agli atti, Gennaro G. di Dernbach, Francesco M. di Fürth, Domenico S. di Bad Aibling, Salvatore D’A. di Wipperfurth.

Il Sistema Tedesco è chiaramente una reazione diretta alle modifiche legislative in Italia. “Le nuove leggi sul riciclaggio in Italia – dice un imputato – rendevano molto più difficile raggiungere il capitale”. A seguire un dialogo tra i criminali:

C: allora io dovevo andare da quell’altro, non sono andato perché c’è il problema… quelli mandano
il bonifico… so anche che sono capaci di non farlo, so che stanno stringendo le cose, è venuto che…
mi prendo l’impegno e lo prendiamo… io avevo chiamato in Germania per farmi fare i prelievi…
ed allora se arrivano gli assegni lo versi tu nella banca, poi te lo mando sul conto..
F:eh!
C: sul conto tuo, dal conto tuo ti mando un bonifico tuo in Germania…
F: si!
C: su un conto tuo personale…
F: si!
C: vai in Germania e puoi prelevare…
F: e si può fare?
C: si può fare, vai in Germania e prelevi…

Alcuni degli imputati viaggiavano appositamente verso la Germania per aprire un conto in banca, altri usavano dei collaboratori già residenti in Germania per tale scopo. Nel corso di un controllo della polizia sono stati trovati a bordo di un’auto numerosi sospettati, tra i quali alcuni che disponevano di contatti con altri sospettati di mafia in Germania. Alla fine le autorità italiane si sono rivolte alla BKA, la polizia federale tedesca.

La BKA ha individuato numerosi conti convolti in banca in Germania.

Donne nell’ombra?


Tra i numerosi arresti ad inizio febbraio grazie alle indagini della Dia di Napoli, guidata da Giuseppe Linares, ci sono anche le due figlie e la nuora di Francesco Bidognetti, capo storico del clan dei Casalesi con Francesco Schiavone, arrestato nel 1993 e ora in carcere a l’Aquila in regime di 41 bis. Le tre donne, tutte incensurate, sono ora accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, ricettazione ed estorsione.

Un nucleo strategico e decisionale tutto al femminile della fazione Bidognetti del clan dei Casalesi; indispensabile per le indagini la testimonianza della moglie del boss e madre delle due ragazze, che dal 2007 collabora con la giustizia.

Il fatto che un gruppo di donne abbia un ruolo tanto prominente è sorprendente, essendo le organizzazioni mafiose italiane state considerate da molto tempo come puramente maschili. A lungo le donne non sono state nel mirino degli investigatori, anche quando hanno cominciato ad avere funzioni di rappresentanza sempre più importanti.

Il Clan dei Casalesi ha guadagnato risonanza anche tramite il libro di Roberto Saviano “Gomorra”. Già vent’anni fa, un pentito ha indebolito notevolmente il Clan, dominante a Napoli, attraverso le sue dichiarazioni. Carmine Schiavone ha così favorito la cattura di decine di membri e sostenitori del gruppo camorristico nel mondo della politica, della giustizia e negli apparati di sicurezza.

L’ex Boss ha anche denunciato lo smaltimento in Campania di rifiuti radioattivi provenienti dalla Germania.

Trump e la mafia – un passato da insabbiare?


L’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti, in tutta probabilità la posizione attualmente con più potere a livello globale, è stata sicuramente un duro colpo per molti. Le posizioni politiche del nuovo Presidente sono state spesso certamente radicali, per non dire fantasiose, così come non convenzionali sono i suoi modi di fare politica. In particolare modo, a preoccupare è proprio il suo passato.

Tra i numerosi scandali che riguardano Trump, sembra di avere già l’immagine di un uomo che si è mosso agilmente e senza particolari scrupoli in numerose zone grigie. In particolare, la sua attività di imprenditore con grandi capitali a disposizione, in gran parte ereditati dal successo del padre, a sua volta protagonista dell’imprenditoria immobiliare, lo ha portato spesso a stretto contatto con personaggi di dubbia moralità. Non pare che eventuali scrupoli di Trump nel rapportarsi a tali individui abbiano inficiato l’effettiva collaborazione lavorativa. Avendo raggiunto la Presidenza degli Stati Uniti, e dunque una notorietà ed un potere considerevoli, la soluzione scelta dal magnate per tutelare la propria immagine consiste principalmente nel negare di ricordare i suoi contatti più dubbi, o nel minimizzare collaborazioni che, fatti alla mano, sono tutto tranne che veniali.

Un caso esemplificativo riguarda la celebre costruzione della Trump Tower sulla Fifth Avenue di New York,  definita dal giornalista del New Yorker Wayne Barrett come un “monumento della mafia”. La serietà di queste accuse richiede un approfondimento sulle loro motivazioni e sulla storia che circonda questo mastodontico grattacielo, che, anche nella piena skyline newyorkese, risalta per sfarzo e dimensioni. A partire dal materiale di costruzione della Trump Tower fino ad arrivare all’impiego di operai polacchi senza regolare contratto, il ruolo della criminalità organizzata sembra essere stato importante. Innanzitutto, bisogna provare a spiegare delle scelte che paiono inspiegabili. Il grattacielo è stato costruito in cemento, nonostante l’acciaio fosse più economico e più leggero. Il premio Pulitzer David Cay Johnston ha pubblicato un articolo in cui formula 21 domande aperte a Donald Trump. Una di queste è proprio: “ Per quale motivo non hai utilizzato cemento invece del tradizionale acciaio (nella costruzione dei 58 piani della Trump Tower)?”. Sebbene Trump si sia sempre rifiutato di rispondere, pare che un paio di spiegazioni portino ai contatti di Trump con circoli mafiosi operativi a New York, che al tempo dominavano l’industria del calcestruzzo. Ciò avrebbe dunque orientato la scelta verso questo materiale. In particolare modo, il cemento sarebbe stato acquistato dalla ditta S&A Concrete, che ha anche gestito la costruzione. La ditta risulta di proprietà di Paul Castellano, della famiglia dei Gambino, e di Anthony “Fat Tony” Salerno, della famiglia dei Genovese, esponenti di spicco della criminalità organizzata newyorkese. Ciò avrebbe garantito a Trump che il suo grattacielo venisse costruito velocemente, senza intoppi e, sopratutto, senza scioperi. E così fu.

I contatti erano anche piuttosto stretti con il sindacalista mafioso John Cody, che ha scontato una pena di cinque anni in carcere nel 1983 per estorsione e intimidazioni di stampo mafioso. Trump  fu accusato di aver dato ad un prezzo molto conveniente uno degli appartamenti della Trump Tower alla maîtraisse di Cody in cambio della garanzia di mantenere l’ordine tra i lavoratori durante la costruzione.

I rapporti tra Trump e Cody erano per la maggior parte gestiti dall’avvocato del magnate, Roy Cohn. Quest’ultimo, uomo di mondo e con conoscenze utili e di dubbia moralità, sarebbe stato un altro tassello essenziale nello stabilire i contatti tra Trump e la criminalità organizzata newyorkese. Infatti, altri due clienti dell’avvocato erano proprio i già citati mafiosi delle costruzioni Anthony “Tony” Salerno e Paul Castellano. La gravità di tali contatti ed effettive collaborazioni viene esacerbata anche dall’atteggiamento di Trump che, a detta di Barrett, non sarebbe stato costretto a favoreggiare la mafia, bensì ne sarebbe stato persino “entusiasta”. Nel suo libro “The Art of the Deal”, Trump si vanta persino del fatto che, all’apertura del suo casino ad Atlantic City, sia riuscito a convincere le istituzioni giudiziarie preposte ai controlli a non investigare sul suo passato oltre ai sei mesi prima.

 

Nella storia della Casa Bianca, nessun presidente riesce ad eguagliare il record di Trump in contatti loschi. Secondo lo storico presidenziale Douglas Brinkley, l’unico che può avvicinarsi a tali livelli è solo Warren G. Harding, che tra il 1921 ed il 1922 fu implicato nello scandalo di corruzione “Teapot Dome” che infine portò il segretario dell’Interno in prigione. Ma, crucialmente, in quel caso si trattava di preoccupante corruzione e non di mafia.

La domanda adesso resta: cosa fare? I quattro anni del mandato presidenziale appaiono più lunghi che mai. Ma la società civile ha il dovere di informarsi ed esercitare un forte controllo sulle azioni presidenziali.

I vescovi calabresi manifestano la loro posizione contro la ‘Ndrangheta


Combattere la ‘ndrangheta è un compito che riguarda tutti e che dovrebbe avere tutti sulla stessa linea d’onda. È quindi gratificante che la Chiesa Cattolica con Papa Francesco si sia posta completamente sul lato dell’antimafia. Ciò ha un’importanza di rilievo, dato che le organizzazioni mafiose si sono a lungo avvalse di simboli religiosi come il “battesimo” dei nuovi membri per i loro rituali ed evocano ripetutamente i propri santi, come San Michele Arcangelo (che è ricordato anche per essere misericordioso, conquistatore di Satana e peraltro Santo protettore dei Carabinieri). Un prete da anni discusso deve adesso rendersi conto delle conseguenze di tale chiara presa di posizione.

Questa immagine mostra un poster con scritto “LA ‘NDRANGHETA E’ L’ANTIVANGELO”: annuncia un evento a cui parteciperanno non solo i rappresentanti della Chiesa, ma anche il Prefetto della Calabria Michele Di Bari, ed il Procuratore Generale di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho. La giornata è presentata con un testo che dichiara la palese avversità da parte della Chiesa Cattolica rispetto al fenomeno mafioso.

Nella loro spiegazione i vescovi criticano duramente l’abuso di simboli religiosi. “Chi usa la violenza, glorifica il denaro ed ambisce solo al potere, non ha capito il messaggio cristiano”, recita il messaggio. Questa foto è stata scattata nella chiesa di San Luca, una delle roccaforti della ‘ndrangheta. Il prete locale, Don Pino Strangio, fu accusato di aver sostenuto la ‘ndrangheta, ma di fatto non ricevette mai una condanna. Ora il procuratore di Reggio Calabria ha ripreso le indagini contro di lui, indagandolo per concorso esterno in associazione mafiosa e per la violazione della Legge Anselmo, che vieta la costituzione di associazioni segrete. Strangio è difatti anche sospettato di far parte di un gruppo massonico con il fine di prendere parte e influenzare decisioni degli enti locali ed importanti vicende economiche.

Secondo la procura di Reggio Calabria che sta svolgendo le indagini, la posizione di Strangio risultava strategica per il mondo dell’illegalità calabrese. Sfruttando la sua posizione ecclesiastica e la sua reputazione, Strangio sarebbe riuscito a fare da intermediario tra grandi nomi del luogo: esponenti della ‘ndrangheta, delle forze dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Don Pino Strangio non è solo il sacerdote di San Luca, un nido ai piedi dei monti dell’Aspromomnte, in cui molti importanti clan hanno la loro base, tra i quali entrambi i gruppi parti della faida che ha portato alla strage di Duisburg nell’Agosto 2007. Strangio è anche il responsabile della festa annuale in onore della Madonna di Polsi, situata sulle montagne che sovrastano San Luca. Qui si recavano nel passato i boss della ‘ndrangheta per i loro incontri segreti. Il vescovo Francesco Oliva, capo di Don Pino Strangio, ha dichiarato inequivocabilmente che membri della ‘ndrangheta non sono i benvenuti alla festa di Polsi. Francesco Oliva ha voluto rendere molto chiara la sua distanza da Don Pino Strangio.

Requiem per un boss – vietato


Nel maggio 2016 Rocco Sollecito è stato ucciso nella sua macchina, gli hanno sparato. La vettura è stata perforata da innumerevoli proiettili. Gli investigatori canadesi considerano Sollecito in importante boss del clan Rizzuto. Il 27 dicembre il prete del suo paese natale in Puglia voleva tenere un requiem in onore del defunto. Un avviso annunciava la messa a lui dedicata: “Il Parroco Don Michele delle Foglie, spiritualmente unito ai familiari residenti in Canada e con il figlio Franco venuto in visita nella nostra cittadina, invita la comunità dei fedeli alla celebrazione di una Santa Messa in memoria del loro congiunto Rocco Sollecito […] il 27 Dicembre […] nella ricorrenza del settimo mese dalla sua dipartita […]”. L’annuncio era completato da un estratto dal Vangelo secondo Giovanni: “Chiunque crede in me,

Schäuble vuole impiegare più personale contro il riciclaggio


Finora nella Financial Intelligence Unit (FIU) della BKA 25 persone sono impiegate alla lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo. Ora il Ministero Federale delle Finanze si incaricherà dell’unità, assegnata finora al Ministero dell’Interno e la potenzierà dotandola di 165 esperte ed esperti. Per questo a fine gennaio verrà approvata dal governo una nuova versione della legge antiriciclaggio. Evidentemente al Ministero delle Finanze ci si è accorti dei rischi che una carente legislazione antiriciclaggio comporta. Un problema rimangono le segnalazioni di operazioni sospette che stanno alla base delle indagini: solo lo 0,9% vengono dal settore non finanziario, il che lascia concludere, che in questo ambito il riciclaggio avviene quasi indisturbato.

Si licenzia il responsabile antiriciclaggio della Deutsche Bank


A luglio dello scorso anno Peter Hazlewood entrò in servizio nel suo nuovo lavoro come Global Head of Anti-Financial Crime e responsabile del riciclaggio (sic!) presso la Deutsche Bank – certamente non un compito facile lottare per un’economia corretta e legale in un’azienda, che ha accumulato miliardi di accantonamenti per rischi di processi giudiziari. Così dovrebbero poter essere saldate eventuali sanzioni. Hazlewood aveva già lavorato in questa posizione per altre banche. Secondo i media, Hazlewood aveva sollecitato un’azione più risoluta da parte del suo dipartimento. La Deutsche Bank non ha voluto commentare le dimissioni di Hazlewood.

Europol: traffico di droga ed esseri umani in aumento


Per lungo tempo c’è stata poca pressione per le ricerche di trafficanti nel Nordafrica. Solo da quando specializzate procure italiane indagano anche al di fuori dei confini statali, le loro attività tornano sotto i riflettori. Ora è attiva anche la polizia comunitaria Europol. Per perseguire i trafficanti e i contrabbandieri a febbraio 2016 è stato istituito lo European Migrant Smuggling Center (EMSC), sostenuto da Europol e Interpol. “Abbiamo sempre più evidenze a supporto del fatto che i grandi criminali cercano di ottenere sempre più guadagni dalle attività di traffico”, dice Michael Rauschenbach, capo della sezione operativa contro il crimine organizzato dell’Europol, in un’intervista per il Funke Mediengruppe.  Il prezzo per il passaggio del Mediterraneo diventa sempre più caro. In una conversazione con giornalisti dello Spiegel, gli inquirenti italiani hanno lamentato una scarsa cooperazione con gli altri Stati europei. Avevano indagato anche i flussi di denaro dei trafficanti e scoperto, che i loro guadagni finiscono anche in Germania.