La zona d’ombra. Ovvero perché la mafia non appare nelle statistiche sulla criminalità


Ogni anno, la pubblicazione del rapporto sulle statistiche di criminalità del Ministero dell’Interno finisce in prima pagina sui media e la stampa tedeschi. Quest’anno, in particolare, a farla da padrone sui giornali è stata la domanda: quanto ha influito l’arrivo dei rifugiati sulla annuale statistica della criminalità in Germania? Nel report si è altresì parlato della criminalità organizzata riguardante gruppi stranieri. Ma dov’è la mafia in questa statistica? Fino a che punto le statistiche del Ministero degli Interni nascondono i problemi che possono essere ricondotti a quest’ultima? La statistica è uno strumento di potere molto efficace in mano ad uno stato burocratico. Era già chiaro a Max Weber, il quale sottolineava la necessità di una corretta interpretazione di quest‘ultima; in caso contrario, numeri grezzi possono portare, nella loro brevità, solo a false deduzioni.

Si può ipotizzare che nel caso della raccolta di dati a fini statistici delle attività della mafia si abbia a che fare con una doppia zona d’ombra. Vengono, infatti, registrati i reati che, dopo essere stati commessi, sono anche stati denunciati, e in base ai risultati del lavoro investigativo, vengono successivamente attribuiti ad una specifica categoria di reato. In questo modo, un aumento del numero dei reati o anche solo un numero maggiore di denunce sono da ricondurre o ad una aumentata intensità dei controlli o semplicemente a cambiamenti legislativi. Il tasso di casi risolti rispetto ai riportati mostra in che percentuale i reati vengano perseguiti. Nel report si osserva come solo la “zona chiara” dei reati venga presa in considerazione. Peccato che una organizzazione criminale come quella di stampo mafioso agisca nell’ombra e goda di una vasta comunità di sostegno – non ultima una consolidata rete familiare – nei territori in cui opera. Ciò porta alle seguenti ipotesi: 1. Si tratta di reati che sono osservati raramente (in quanto i soggetti affiliati ad una organizzazione criminale di stampo mafioso non sono al centro dell’attenzione in Germania, al contrario dei richiedenti asilo, i quali in confronto commettono meno reati) e 2. la mafia viene aiutata dal silenzio della società e dal fatto che venga raramente denunciata, in quanto di per se o non viene percepita come pericolosa o le sue vittime non vengono colpite in maniera diretta.  Qui calza a pennello l’esempio del riciclaggio di denaro, tipologia di reato, probabilmente molto meno visibile dei reati violenti, che inizialmente può essere visto come semplice investimento finanziario.

Ma come viene quindi stimata la diffusione della mafia in Germania? Nel passato ci sono state isolate indagini a riguardo, svolte dal Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca. In un rapporto del 2008 si legge di 230 clan con almeno 900 affiliati in Germania, solo tra gli appartenenti alla ‘ndrangheta. Questo dato risale però a quasi dieci anni fa e nel frattempo si deve considerare un aumento dei numeri. Inoltre, il documento interno non è stato piú reso disponibile ai giornalisti. Esistono infatti rapporti simili per altre organizzazioni mafiose come la Camorra e Cosa Nostra.

Una prima lettura alle statistiche attuali mostra che solo in 279 casi si parla di fondazione di un’organizzazione criminale in senso ampio, riportando una consistente diminuzione del quasi 60% rispetto al 2015 (689 casi). Allora tutto bene? Purtroppo è da notare come i numeri parlino solo delle organizzazioni sciolte nel corso dell’anno, quindi non è chiaro quanti gruppi di stampo mafioso agiscano ancora nell’ombra in Germania. Il solo essere membri peraltro non basta per rientrare all’interno del reato di “fondazione di un’organizzazione criminale”. Per questo motivo solo all’apparenza risulta esserci contraddizione tra il rapporto sulle mafie del 2008 e la statistica annuale di criminalità. Nonostante le loro carriere criminali, i mafiosi rimangono comunque in Germania, spesso in un ambito legale. In più, il numero di casi risolti rispetto a quelli denunciati si è ridotto ulteriormente e adesso si attesta al 60,9%. Quasi la metà delle denunce non vengono quindi accolte, cosa che potrebbe anche indicare una “zona di sicurezza” per la mafia. Un terzo problema riguarda la capacità della mafia di inserirsi in molteplici categorie, ma senza venire considerata come un fenomeno a se. Si osservi ad esempio il riciclaggio di denaro: con i suoi 11.541 casi, si nota un aumento di quasi il 20% rispetto ai 9641 casi del 2015. Allo stato attuale delle cose non è chiaro in che misura la mafia ne sia responsabile. Inoltre accadono in Germania anche operazioni di riciclaggio piuttosto goffe, ma non è la mafia a condurle. 

La mafia non è considerata come una categoria a se, di conseguenza l’ipotizzata connessione tra le due cose non risulta evidente. I reati riconducibili alla mafia raggiungono quindi solo potenzialmente le statistiche ufficiali. Il collegamento tra i singoli reati non viene chiarito.

La statistica può sempre solo rilevare ciò che viene richiesto dai criteri posti alla raccolta dei dati. Come già riportato, le condizioni per la polizia tedesca rispetto a quella italiana sono più difficili, come si può notare in una serie di punti: esiste, infatti, in Germania il reato di partecipazione ad un gruppo terroristico, ma non ad una associazione mafiosa. Un diritto penale di meri fatti e non di principi; nel caso in cui si vogliano consegnare alla giustizia dei mafiosi, bisogna necessariamente rifarsi alle loro concrete azioni criminali. Inoltre, gli importantissimi capitali finanziari e fisici della mafia non possono essere confiscati e le intercettazioni sono svolte solo dopo rigorose concessioni giudiziarie. Data la mancanza di coordinamento giudiziario tra l’Italia e la Germania, un reo può ritirarsi tranquillamente qui in Germania in virtù della mancanza di armonizzazione legislativa.  Un ulteriore punto decisivo è che l’evasione fiscale e l’aggiudicazione di appalti quindi la cosiddetta “criminalità dei colletti bianchi”, è commessa in primo luogo da una mafia con capitali, la quale non rientra nelle statistiche della polizia, ma piuttosto nelle indagini del Dipartimento delle Finanze: in questo modo, non ve ne è traccia nella Statistica sulla Criminalità del Ministero degli Interni. In ogni caso, rimane uno stretto collegamento tra l’attuale ordinamento legislativo e la mancata presenza della mafia nelle statistiche della polizia.

Ci possono essere buone ragioni per un approccio cauto rispetto ai metodi di sorveglianza statali. Lo stato di diritto è sempre dipendente da un bilanciamento tra libertà personali e sicurezza dei suoi cittadini. Ma si fa anche affidamento sul fatto che il controllo sia deciso in base alla pericolosità di certi soggetti e fenomeni criminali. Se è così, ed il caso della mafia dimostra chiaramente un esempio negativo, nel futuro a rimanere nel mirino della sicurezza saranno i rifugiati e la mafia continuerà a rimanere nell’ombra.

La Lidl sotto il mirino della mafia


Anche la catena di grande distribuzione tedesca Lidl è stata infiltrata da Cosa Nostra. Questo il risultato di una più ampia inchiesta che ha portato all’arresto di 14 persone, condotta dal pool antimafia di Milano, con il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, il pm Paolo Storari insieme alla Guardia di Finanza di Varese e alla Squadra Mobile della Questura di Milano. Il risultato per la società è l’amministrazione giudiziaria per sei mesi di quattro delle dieci direzioni generali della Lidl in Italia, precisamente in Lombardia, Piemonte e Sicilia, le quali gestiscono più di duecento punti vendita e quattro centri logistici. Ad essere coinvolto è il clan dei Laudani, originario di Catania. Tra i reati contestati l’associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati tributari, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, ricettazione, appropriazione indebita, favoreggiamento e corruzione.

Dall’indagine, avviata già nel giugno del 2015, emerge come la famiglia mafiosa dei Laudani avesse e sfruttasse contatti all’interno dell’organico Lidl attraverso consorzi di cooperative collegate al membro del clan Orazio Salvatore di Mauro, operanti nel settore della logistica e della vigilanza privata. Secondo le carte dell’inchiesta, il clan avrebbe ottenuto appalti di servizi e posti di lavoro, in Sicilia ed in Piemonte, attraverso dazioni di denaro corruttive. Interessante risulta la differenza dei metodi utilizzati tra le sedi del Nord e del Sud Italia: pare infatti che per i centri siciliani l’aggiudicazione degli appalti avvenisse attraverso un interessamento del clan mafioso, previo pagamento da parte degli imprenditori coinvolti all’organizzazione criminale; al Nord, i pagamenti sarebbero invece stati effettuati in maniera diretta e corruttiva a dirigenti della Lidl Italia compiacenti.

La Lidl (nome completo Lidl Stiftung & Co KG) è una catena europea (circa 10.000 punti vendita in 26 stati) di supermercati, fondata in Germania nel 1930 dalla famiglia Schwarz, appartenente oggi alla Holding company Schwarz Gruppe. Dall’apertura del primo punto vendita nel 1992 ad Arzignano, in provincia di Vicenza, oggi Lidl conta più 600 filiali aperte sul territorio italiano, confermandosi protagonisti del mercato che opera con la formula distributiva del Discount. Lidl non è indagata come società ma secondo i magistrati “la carenza di controlli interni ha fatto sì che l’attività imprenditoriale finisse per colposamente agevolare esponenti mafiosi”. La finalità dell’amministrazione giudiziaria è quella di contrastare la contaminazione mafiosa di imprese sane per restituirle il più rapidamente possibile al libero mercato. L’azienda si è resa subito disponibile a collaborare con le autorità per chiarire la vicenda quanto prima.

Oltre ad aver assunto la gestione della multinazionale tedesca in quattro direzioni generali italiane, il pool antimafia milanese ha proceduto a commissariare le società di sorveglianza privata dal Tribunale di Milano con più di 600 lavoratori ed è entrata al Comune di Milano per un fatto di corruzione legato ad un appalto scolastico. I tre interventi che avrebbero determinato 14 arresti (11 in carcere e 3 ai domiciliari), ordinati il 15 maggio 2017, e tutti del clan Laudani. Come sottolineato dalla procuratrice Ilda Boccassini, si tratterebbe di una dilagante corruzione nel capoluogo lombardo.

Approvato il Transparenzregister dal Bundestag: un compromesso che soddisfa pochi


Il 18 maggio 2017 il Bundestag ha approvato la legge sul  “Registro di Trasparenza” (Transparenzregister) – il registro elettronico delle persone giuridiche volto a raccogliere i dati sui beneficiari effettivi (“beneficial owners”) di tali enti. Essi sono coloro che, indipendentemente dalla forma in cui sia stata intestata la proprietà dell’ente giuridico, ne godono dei benefici di proprietà.

La legge introduce nel sistema legislativo tedesco una parte della Quarta Direttiva Antiriciclaggio approvata dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nel giugno del 2015 (Directive EU 2015/849), atta a predisporre misure preventive nella lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo (dello stesso “pacchetto” di provvedimenti fa parte il trasferimento della FIU – Financial Intelligence Unit dalla polizia criminale federale alla dogana). Il processo legislativo ha sicuramente subito un’accelerazione grazie allo scandalo dei Panama Papers, che hanno portato all’attenzione del grande pubblico – e quindi messo sotto pressione i policy makers – la questione delle società offshore, dei prestanome, delle strutture aziendali opache e a “scatole cinesi”, delle shell companies volte a nascondere l’identità della persona che detiene effettivamente il diritto sui proventi dell’ente in questione.

Il Registro, come approvato dal Bundestag, dovrà contenere i dati dei beneficial owners di tutte le entità giuridiche tedesche (imprese, fondazioni…), e sarà accessibile solo a chi – persona, autorità o altro ente – riuscirà a dimostrare un “interesse giustificato”.

Nonostante il dichiarato intento del governo federale di voler creare più trasparenza il risultato legislativo non sembra essere all’altezza di quanto promesso né di quanto richiesto dalla direttiva europea. Inutili sono state anche le sollecitazioni mosse da esperti e società civile, ultima delle quali l’intervento di Tax Justice Network, Netzwerk Steuergerechtigkeit e Transparency International all’audizione pubblica della legge presso la Commissione Finanziaria il 24 aprile 2017, a cui ha partecipato anche Mafia? Nein, danke!. L’approvazione della bozza di legge ha quindi sollevato reazioni critiche da parte delle organizzazioni promotrici della trasparenza, di alcuni schieramenti politici e da parte degli stessi Stati federali.

I punti particolarmente critici – al cui riguardo die Linke e die Gruene avevano proposto emendamenti poi non accolti – sono tre.

  1. L’accesso al registro, non libero ma arbitrariamente limitabile in quanto soggetto all’interpretazione della definizione di “interesse legittimo”. Inoltre, l’obbligo di dimostrare un interesse legittimo da parte di ONG e giornalisti potrebbe esporli al rischio di essere spiati nelle proprie attività.
  2. La definizione di beneficial owner (BO), che nella forma adottata permetterebbe di riuscire comunque a nascondere la vera identità del beneficiario effettivo e faciliterebbe l’utilizzo di strutture aziendali straniere per occultarlo.
  3. La portata stessa del Registro, che risulterebbe drasticamente limitata da alcune predisposizioni. Ad esempio, le entità giuridiche tedesche hanno l’obbligo di dichiarare il proprio BO solo quando i propri stakeholders sono controllati direttamente dal BO stesso. Nel caso di un controllo indiretto (tramite più livelli di persone giuridiche), l’obbligo di identificazione del BO decade, ed è il BO stesso ad essere sottoposto all’obbligo di auto-dichiarazione: una chiara scappatoia, che potrebbe persino violare l’ 30 della Quarta Direttiva Antiriciclaggio, che asserisce l’obbligo incondizionato di indentificare il BO.

Oltre alle voci dalla società civile, aspre critiche sono giunte dal portavoce della frazione Die Linke presso il Bundestag per le questioni di politica finanziaria Axel Troost, che in un comunicato stampa definisce il provvedimento un passo indietro rispetto agli standard europei nella lotta al riciclaggio, e in materia di legislazione antiriciclaggio colloca la Germania dietro persino la Gran Bretagna. Non solo, Trost ritiene che l’attuale configurazione del Registro possa andare a minare la stessa efficacia dell’intera legislazione antiriciclaggio tedesca.

Pare che le possibilità di un miglioramento della legge siano scarse: il compito spetterebbe al Bundesrat, ma data la situazione politica e le imminenti elezioni sembra un’ipotesi lontana.

La stessa legge modifica anche i provvedimenti riguardo l’obbligo di monitoraggio e denuncia di transazioni sospette. Il gruppo dei soggetti economici obbligati a controllare i movimenti finanziari a rischio di finanziamento del terrorismo e riciclaggio viene ampliato a coloro i quali gestiscono trasferimenti in contanti superiori a 10.000€ (la soglia precedente era di 15.000€). Il provvedimento interessa in particolare i gestori di giochi di fortuna.

Tra la Germania e l’Italia: annullata la custodia cautelare per l’ ‘ndranghetista Domenico Nesci


La Cassazione ha deciso: Domenico Nesci, 49 anni e uno dei principali boss del clan ‘ndranghetista di Fabrizia (provincia di Vibo Valentia, Calabria) e Rielasingen (Baden-Württemberg), non necessita di custodia cautelare in carcere. Il provvedimento era stato inizialmente emesso dal gip distrettuale di Reggio Calabria nel febbraio 2015 ed era stato annullato già nel maggio 2016, per poi essere nuovamente ordinato dal Tribunale del Riesame. Si tratta quindi del secondo annullamento di custodia cautelare per Nesci.

Il provvedimento rientra nel processo in corso al Tribunale Collegiale di Locri in seguito all’operazione “Rheinbrücke”, avviata nel luglio 2015 grazie ad una stretta collaborazione tra i Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e il Landeskriminalamt. L’operazione mirava a scardinare le ‘ndrine presenti in Germania, in particolare nei paesi di Rielasingen, Engen, Singen e Ravensburg, tutti comuni in Baden-Württemberg. In seguito all’operazione erano state emesse 12 ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa aggravata dalla transnazionalità dei reati. Tra gli arrestati Antonio C., capo della ‘ndrina di Rielasingen e Domenico ‘Mimmo’ Nesci, suo vice, così come Achille Primerano, già noto alle forze dell’ordine dal 2009 (Operazione ‘Santa’) e nuovamente sotto arresto; sarebbe infatti un ‘ndranghetista di primo ordine, capace anche di ordinare i nuovi membri del clan.

L’operazione “Rheinbrücke” ha rappresentato il proseguimento dell’operazione “Helvetia”, avviata nel 2012, la quale si era focalizzata sulla presenza mafiosa in Svizzera. Quest’ultima ha confermato la diffusione del modello ‘ndranghetista fuori dai confini nazionali italiani, facendo luce sulle strutture dei clan all’estero e sui loro stretti contatti con la Calabria. L’operazione ha portato a 18 arresti in terra svizzera, tutti membri dell’articolazione territoriale denominata “Società di Frauenfeld (Svizzera)” – dipendente dal clan “Crimine di Polsi” e con collegamenti alla “Società di Rosarno” ed alla “Locale di Fabrizia (Vibo Valentia)”.

Alla luce di tali precedenti e del radicamento dei clan in Svizzera e Germania, l’annullamento della custodia cautelare per Domenico Nesci risulta sorprendente. La motivazione addotta dai giudici della Cassazione riguarda la presunta mancanza della “effettiva e riscontrabile capacità di intimidazione che deve essere percepita nel luogo ove opera il sodalizio (…)”. Si tratta dunque del problema della “mafia silente”, quella che opera all’estero e che dunque utilizza mezzi ben diversi da quelli riscontrabili nei territori d’origine. Il problema è anche giuridico ed era già stato dibattuto, ma non risolto, dalle Sezioni Unite della Cassazione in occasione dell’operazione ‘Helvetia’. La domanda è fino a che punto si possa applicare l’articolo 416bis – nel codice penale italiano tale articolo regola l’associazione a delinquere di stampo mafioso – nel caso di clan operanti all’estero, mancando ad essi la forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà del territorio in cui operano.

Si attende adesso la prossima udienza del processo che determinerà le condanne definitive ai 12 imputati.

La forza del teatro musicale dedicato all’ uomo Falcone


Entrando allo Schiller Theater dove va in scena l’opera “Falcone: Il Tempo Sospeso del Volo“, gli spettatori sono accolti da una musica cupa, che li accompagnerà durante tutta la durata dello spettacolo. Anche l’atmosfera della sala non presenta di certo toni caldi; i gradoni, dove siedono gli astanti, non sono separati dal palco, che resta quindi la parte centrale circondata da essi, come un’arena senza forti luci. Al contrario, la luce è soffusa, quasi tetra. Si sta per cominciare un viaggio, accompagnato dalla musica e dalla recitazione, dentro la mente di un uomo, Giovanni Falcone, e dentro la sua personale battaglia contro Cosa Nostra.

Lo spettacolo in scena per la prima volta a Berlino ed in lingua tedesca, segue il libretto di Franco Ripa di Meana, che commenta così l’opera: “Questo lavoro, basato interamente su documenti, testimonianze, atti giudiziari, articoli di stampa riguardanti la storia del giudice Giovanni Falcone, intende essere una riappropriazione collettiva di una vicenda umana fondamentale della nostra storia recente. Preservare la memoria, sviluppare la riflessione: questi gli scopi che questa opera si propone, superando la descrizione della cronaca con la libertà e la profondità che solo il teatro musicale possiede”.

L’opera, senza mai diventare retorica, si è proposta di raccontare l’uomo Falcone attraverso la rappresentazione di momenti topici, come l’attentato fallito contro la sua persona all’Addaura o lo storico Maxiprocesso contro Cosa Nostra; allo stesso tempo ha cercato di indagarne i pensieri, un flusso solitamente inscenato durante i voli da Roma a Palermo. Il tema del volo e dell’aereo che si libra nell’aria è ricorrente nel corso dell’opera. È infatti proprio durante “il tempo sospeso del volo” che si mescolano pensieri, ricordi, paure e stralci di vita.

La regia di Benjamin Wäntig ha adattato l’opera ad un pubblico tedesco, ideando anche scene di forte impatto visuale. Come la scena finale, in cui il sedile del volo Roma-Palermo sul quale era seduto Falcone, immerso nei suoi pensieri, lentamente si reclina, fino a diventare una bara, che sparisce dietro il sipario. Notevole la scelta di non rappresentare la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, ma di evocarne la costante e preziosa presenza attraverso un quartetto femminile.

A quasi venticinque anni dalla morte del giudice, di sua moglie e degli uomini della sua scorta, l’opera colpisce forse ancora maggiormente lo spettatore, ribadendo con la forza del teatro musicale l’importanza del ricordo attivo di una strage che ha lasciato il segno nel mondo dell’antimafia.

La visita di don Luigi Ciotti a Berlino


Il 3 maggio presso l’ambasciata italiana a Berlino si è svolto il tanto atteso appuntamento con Don Luigi Ciotti, grande testimone di impegno civile e di dedizione alla missione antimafia sul campo. Entrando subito nel vivo, l’ospite ha intrecciato dettagli di vita personale con quella battaglia culturale e politica che ha investito l’Italia negli ultimi cinquant’anni in tema di dipendenze e lotta alle mafie.

L’impegno di Don Ciotti nell’accogliere le persone in difficoltà inizia in giovane età, quando nel 1966 diventa promotore di un gruppo giovanile che opera in numerose realtà segnate dall’emarginazione, che prenderà poi il nome di Gruppo Abele. Ma è dal 1972, quando viene ordinato sacerdote, che la sua parrocchia diventa ufficialmente la strada; in quegli anni è testimone della diffusione delle droghe per le strade di Torino, uno spettro quello delle dipendenze, che si allarga con il passare del tempo. Negli anni novanta poi intensifica la sua opera di denuncia al potere mafioso dando vita prima al periodico mensile “Narcomafie” e successivamente a “Libera- Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”; il network nasce da diverse realtà di volontariato impegnate sul tema e coordina oggi oltre 700 associazioni e gruppo nell’impegno antimafia. Una vita spesa di fianco alle fasce della popolazione più vulnerabile ma che sin dai primi anni si intreccia con una azione educativa ed una battaglia culturale su più fronti.

«Le mafie – ricorda – non sono figlie di povertà ed arretratezza, come si può pensare comunemente, ma si avvalgono di povertà ed arretratezza. La scuola, la cultura, la volontà di educare alla bellezza, i servizi sociali in supporto a persone in difficoltà e alle loro famiglie restano il primo antidoto alle mafie». E a questo proposito, il presidente nazionale di Libera parla non a caso di criminalità organizzata, criminalità politica e criminalità economica, un intreccio sempre più difficile da distinguere, una zona grigia di trame corruttive.

Un messaggio forte quello di don Ciotti, che ha ripetuto il giorno seguente davanti agli studenti del liceo italo-tedesco Albert Einstein di Berlino, dove era presente anche Pietro Benassi, Ambasciatore d’Italia in Germania: «Il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi – ha ribadito – cominciando dalla quotidianità; vi invito ad essere cittadini non ad intermittenza, ma cittadini responsabili e volenterosi di conoscere i problemi sociali, che sfuggono la malattia della rassegnazione e della delega. In questo modo, se lo Stato non fa, è sollecitato a fare da noi cittadini, rivedendo così politiche pallide».

Un “noi” ripetuto più volte nel corso di questa due giorni, perché il cambiamento non è opera di “navigatori solitari ma di un gruppo”; e alla domanda se teme per la propria vita risponde che si uccide una persona ma non si uccide un movimento, sempre più organizzato e numeroso. Lezione quindi di coraggio e speranza ed un invito alla fiducia nella democrazia, la quale si posa su due pilastri fondamentali quali la responsabilità e la giustizia; un incontro che i ragazzi non dimenticheranno facilmente.

‘Guardate il cielo senza dimenticare la responsabilità verso la terra,

Il nuovo numero di telefono


Il numero telefonico di Mafia? Nein, Danke! a subito variazioni: oltre al numero di rete fissa
+49 – 30 -25 90 06 13,
è ora attivo il nuovo numero di cellulare
+49 – 157 – 31 79 78 21.

‘Il movimento Antimafia in Germania’ all’Università di Milano 


Dal 14 al 16 marzo a Milano si è svolto il primo seminario internazionale sul tema “Mafia ed antimafia in Europa”, presso Palazzo Greppi dell’Università Statale di Milano, organizzato dall’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata CROSS. L’idea di presentare, per la prima volta, un seminario internazionale è nato dalla consapevolezza che mafie e antimafia non siano più solo un fenomeno italiano, e sia quindi necessario creare una comunità scientifica e civile che condivida informazioni e ricerche su questi temi in ambito internazionale. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di dodici paesi europei, i quali hanno presentato al numeroso pubblico di studenti e professionisti lo stato dell’arte nei diversi stati e alcuni casi studio. In particolare, Giulia di Mafia? Nein danke! e.V. ha presentato il movimento anti-mafia in Germania, frutto di una prima approfondita ricerca sulle attività antimafia svolte in Germania negli ultimi anni. Ne è emerso un quadro di attività complesso e interessante, però spesso tra loro isolate e portate avanti da pochi volontari molto motivati. L’obiettivo futuro di MND sarà anche di dare spazio a queste singole realtà creando una rete di contatti e materiali disponibili. Un altro membro del nostro team, Verena, ha presentato la situazione della criminalità organizzata in Germania, disegnando un quadro abbastanza preoccupante di corruzione, riciclaggio e clan criminali attivi sul territorio.

Il seminario, nato dallo stimolo del prof. Dalla Chiesa, ha visto anche la partecipazione di figure di riferimento del movimento antimafia, dell’accademia e delle istituzioni quali Raffaele Cantone (Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione), Federico Varese (professore presso l’Università di Oxford), Michele Prestipino, Procuratore a Roma; e Claudio Fava.

Recensione del libro “La mafia in Germania. La pentita Maria G. fa le valige”


“La mafia in Germania. La pentita Maria G. fa le valige” di David Schraven, Maik Meuser, et al., Econ. marzo 2017 (titolo originale in lingua tedesca: ‘Die Mafia in Deutschland. Kronzeugin Maria G. packt aus’)

Il libro, scritto da più autori, racconta la storia di una giovane calabrese, Maria G., una pentita di ‘ndrangheta nata in Germania (più precisamente a Backnang, vicino Stoccarda) che ha passato l’infanzia tra il Baden-Württemberg e Rossano, in Calabria. É stata costretta dai genitori a sposare un ‘ndranghetista e ha dovuto da allora condurre una vita in prigione, una prigione i cui muri erano fatti di intimidazioni, minacce, violenza fisica e tradimenti. Alla fine è stata anche costretta a diventare complice di vari reati, trasportando ad esempio della droga.

Il libro, attraverso la storia di Maria, racconta la mentalità della mafia. Il padre, ad esempio, vuole evitare che i suoi figli conoscano altre culture, e di conseguenza altri modi di pensare: quindi costringe la famiglia a trasferirsi in Calabria, dove può avere la certezza che i bambini non abbandonino la mentalità mafiosa; un altro episodio rilevante è quando Maria e la sorella più grande, rispettivamente di 12 e 16 anni, non vengono mandate a scuola in Germania, ma piuttosto in una fabbrica, dove vengono costrette a lavorare sulla catena di montaggio. Maria non ha mai potuto imparare il tedesco.

Adesso Maria G., con il supporto di giornalisti e della polizia, ha deciso di uscire allo scoperto.  “Sanno dove sono” dice – un passo straordinariamente coraggioso, che altri due pentiti di ‘ndrangheta hanno pagato con la vita.

Sono anche molto interessanti i capitoli in cui la vita di Maria si intreccia con altre storie di mafia in Germania: ad esempio, il caso di Mario L. e Günther Oettinger (Stoccarda), la mafia dell’edilizia nella regione della Renania Settentrionale-Vestfalia, la mafia al Bodensee, la compravendita di voti e brogli elettorali a Fellbach – e molte altre.

Un capitolo extra descrive la frustrazione degli investigatori, un tema che ricorre nel corso dell’intero libro: ancora e ancora le forze dell’ordine si scontrano con l’assenza di leggi anti-mafia in Germania. Qui i mafiosi potrebbero fondare un’associazione, con tanto di sede ufficiale e tessere associative – non sarebbe penalmente rilevante. Il secondo ostacolo più esasperante nella battaglia antimafia è il cosiddetto “onere della prova”: in Germania, gli investigatori non hanno il permesso di chiedere l’origine dei proventi di, ad esempio, un pizzaiolo, con reddito mensile ufficiale di 1000 euro, che ha ciononostante acquistato numerosi immobili.

Il libro si conclude con la descrizione dei 52 clan di ‘ndrangheta residenti in Germania e ne elenca anche le rispettive attività.   

Gli autori hanno dovuto complessivamente studiare migliaia di pagine di atti giudiziari e hanno condotto numerose interviste sia in Germania che in Italia. Di conseguenza, il libro risulta particolarmente degno di nota sopratutto per coloro che si interessano al lavoro investigativo della polizia, oltre che alla mafia in Germania.

Oltre al libro, vi è anche un documentario (RTL Extra) e altri rapporti del centro di ricerca “Correctiv” apparsi anche su „Stern“ e sul quotidiano „Stuttgarter Zeitung“.

La più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’EU: il rapporto Europol 2017


È stato pubblicato recentemente l’ultimo rapporto dell’Europol sulla criminalità organizzata e terrorismo (European Union Serious and Organised Crime Threat Assessment – SOCTA 2017), che analizza in dettaglio gli ultimi sviluppi sulle minacce e sulle evoluzioni del crimine in Europa.

L’Europol, anche noto come l’Ufficio Europeo di Polizia, è stato istituito nel 1999 con sede a L’Aia ed è l’agenzia di contrasto al crimine dell’Unione Europea. Il suo mandato include sostenere le operazioni sul campo delle forze dell’ordine, fungere da centro di scambio di conoscenza e competenze sul contrasto alle attività criminali, e favorire lo scambio di informazioni tra gli Stati membri. L’obiettivo finale è quello di coordinare l’Unione Europea nel suo contrasto alla criminalità per favorirne la sicurezza e la cooperazione.

Per la stesura del presente rapporto, l’Europol ha condotto la più grande raccolta di dati sulla criminalità organizzata mai effettuata nell’Unione Europea. I risultati del rapporto non sono confortanti: Europol individua più di 5000 gruppi di criminalità organizzata attivi in Europa nel 2017 e sotto investigazione dalle autorità. L’ultimo rapporto a riguardo – pubblicato nel 2013 – ne contava 3.600. L’aumento nel numero dei gruppi di criminalità organizzata segnalati dal rapporto non è però necessariamente da intendere come un aumento del dato reale, quanto piuttosto come un miglioramento del lavoro di intelligence e di coordinamento dell’Europol. Molti gruppi individuati sono inoltre gruppi di dimensioni piuttosto ridotte, soprattutto nell’ambiente del crimine informatico. Secondo il report, i partecipanti a tali gruppi sono di almeno 180 nazionalità diverse, di cui il 60% provenienti dall’Unione Europea, e la maggior parte dei clan operanti a livello internazionale conta membri di più di una nazionalità.

Il rapporto si concentra in particolare su cinque macro-aree, che si sono rivelate centrali nel crimine organizzato degli ultimi anni: i crimini informatici (cyber-crime); la produzione, il traffico e lo spaccio di droga; il traffico di migranti (migrants smuggling); la tratta di persone a scopo di sfruttamento (trafficking in human beings); i reati contro il patrimonio da parte della criminalità organizzata.

Molti clan della criminalità organizzata mostrano grandi capacità di adattamento ai cambiamenti della società, modificando il loro modus operandi in funzione del maggior profitto possibile. Molte attività criminose nell’ambito del cybercrime richiedono delle competenze tecniche ad alto livello, evidenziando come i criminali si stiano specializzando sempre di più. La tecnologia viene sfruttata dai gruppi di criminalità organizzata per rubare dati sensibili, diffondere e vendere materiale pedopornografico e attaccare interi networks attraverso malware e ransomware, che portano a grandi guadagni per il gruppo criminale. Tali guadagni, richiesti come riscatto per il network in Bitcoin, possono essere utilizzati per portare avanti operazioni criminali anche di altra natura. Il rapporto evidenzia infatti come il 45% dei gruppi criminali siano impegnati in più di una attività illegale: in linguaggio tecnico, vengono definiti come “poly-criminal groups”. Questi sono in particolare modo quelli che si occupano di vendita e traffico di beni illegali, dalla droga, a beni contraffatti fino al materiale pedopornografico.                                                                                                                                                                                 Più di un terzo dei gruppi criminali attivi nell’UE sono impegnati nella produzione, traffico o spaccio di droghe. Il mercato della droga rimane particolarmente redditizio, portando nelle casse dei criminali più di 24 miliardi di euro all’anno. Il rapporto ha anche evidenziato come il traffico di migranti (smuggling) e la tratta (trafficking) siano diventati dei business altrettanto remunerativi quanto il traffico di droghe: la crisi dei migranti degli ultimi anni ha fornito ai clan un’opportunità di lucrare sulla vita di persone a rischio, sia potenziali migranti nei loro paesi di origine che immigrati ancora irregolari, e quindi particolarmente vulnerabili.

L’Europol ha evidenziato come vi siano tre mezzi utilizzati dalle criminalità organizzate per facilitare la maggior parte delle loro attività illegali: il riciclaggio di denaro, la produzione e l’utilizzo di documenti falsi ed il traffico online di servizi e/o beni illegali. Questi tre elementi portano a facilitare notevolmente la commissione di crimini e sono presenti nella maggior parte delle attività illegali dei clan.

In particolare, secondo il rapporto, i gruppi di criminalità organizzata più pericolosi risultano essere quelli che hanno la capacità di riciclare i loro profitti, portandoli quindi nell’economia legale. Ciò garantisce loro vantaggi significativi, facilitando i loro business illeciti e garantendone la continuità e l’espansione. Si ritiene infatti che il riciclaggio di denaro sporco possa permettere anche ai gruppi terroristici di finanziare le loro attività. Proprio in Germania le mafie si sono contraddistinte soprattutto per attività di riciclaggio, attraverso l’apertura di ristoranti, casinò, e altri tipi di attività commerciali, proprio per introdurre il loro denaro sporco nei circuiti dell’economia legale. Il quadro legislativo tedesco risulta infatti carente, come si evince dalle parole del procuratore Roberto Scarpinato in un’intervista al quotidiano italiano La Repubblica In Germania, ad esempio, esistono gravi limiti in materia di intercettazioni. E regole probatorie che rendono difficili le indagini sul riciclaggio e la confisca. Se un magistrato tedesco trova un mafioso con una valigia piena di denaro, e questi dichiara di averlo vinto al gioco, è l’accusa a doverne dimostrare l’origine illecita. Mentre in Italia è il mafioso a dover giustificare quei quattrini”.

Il rapporto Europol evidenzia anche il connubio sempre più pericoloso tra terrorismo e criminalità organizzata. In particolare, si legge che “le investigazioni riguardanti gli attacchi terroristici a Parigi e Bruxelles, rispettivamente del novembre 2015 e marzo 2016, hanno rivelato il coinvolgimento di alcuni degli aggressori in una serie di crimini in collaborazione con clan della malavita organizzata, tra cui il traffico di droga, così come contatti personali con gruppi criminali attivi nel traffico delle armi e nella produzione di documenti falsi”.

Sulla base delle analisi e della raccolta dati effettuate, le conclusioni del rapporto invitano quindi a concentrarsi proprio sulle cinque macro-aree di criminalità (cybercrime, il traffico di droga, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti ed i reati contro il patrimonio) e sui tre mezzi trasversali (il riciclaggio, la falsificazione di documenti ed il traffico/vendita di beni e servizi illegali) come delle priorità nell’attuale lotta contro la criminalità organizzata.

Per leggere l’intero rapporto, si visiti la pagina dell’Europol al seguente link: https://www.europol.europa.eu/publications-documents