Nuova sede per il BND: almeno il servizio di intelligence esterna tedesco ha trovato casa a Berlino (ma non economica)


I lavori strutturali sono conclusi ed i primi 400 agenti del dipartimento “Terrorismo Internazionale e Crimine Organizzato” sono pronti a trasferirsi nella nuova sede della BND, il servizio di intelligence esterna della Germania, nel centro di Berlino, Chauseestrasse. A breve è previsto il trasferimento di altri dipendenti: si parla di 4000 agenti nei nuovi uffici. La precedente sede si trovava a Pullach, nei pressi di Monaco. Secondo i desideri del governo bavarese, 1000 agenti rimarranno li. Anche la sede provvisoria a Berlino di Lichtenfelde rimarrà attiva, sebbene con capacità ridotta.

Il BND opera come servizio informazioni federale, raccogliendo informazioni sensibili per la sicurezza del paese. Tra i temi caldi si annoverano il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti, il riciclaggio ed informazioni militari. Il BND agisce sotto il controllo di un cancelliere – ruolo ricoperto da Bruno Kahl dal 2016.

Il nuovo edificio, enorme, rispetta altissimi standard di sicurezza. Il trasferimento a Berlino arriva finalmente dopo anni di attesa ed una spesa che si aggira al miliardo di euro. Con il suoi 260.000 metri quadrati, la nuova sede è uno dei complessi abitativi più grandi della capitale.

La mossa sembra essere motivata da considerazioni di coordinamento più efficace, sopratutto in vista dei pericoli del terrorismo – e della criminalità organizzata. Come riporta il Tagesspiegel,  le dichiarazioni del portavoce del BND sono laconiche: “La priorità più alta per noi è che si resti pienamente operativi”*. Il trasferimento a Berlino faciliterà il coordinamento con il governo e con le istituzioni per affrontare prontamente le nuove minacce alla sicurezza nazionale.

Tra Panama, Paradise e Malta Papers: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia poteva essere evitato con uno sguardo; quello ai flussi di denaro.


C’è del marcio a Malta (e quindi in Europa?).

L’omicidio della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia apre un vaso di Pandora ; l’isola di Malta paragonata ad “Uno Stato mafioso” nelle parole del figlio della giornalista assassinata e ricordate anche dall’europarlamentare tedesco Fabio De Masi . Al rito funebre, celebratosi il 3 novembre, non sono state invitate le istituzioni dell’isola; in particolare il primo ministro Joseph Muscat, già accusato dalla giornalista per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers, e la presidente della Repubblica di Malta Marie Louise Coleiro Preca non hanno potuto presenziare alla celebrazione pubblica. Unico rappresentante delle istituzioni il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Segnale molto chiaro da parte della famiglia di Caruana Galizia: una condanna totale nei confronti del governo maltese ed una richiesta di aiuto all’Europa, che ha visto l’assassinio di una giornalista nel proprio territorio, a poche miglia dalle coste italiane.

Daphne Caruana Galizia era scomoda, soprattutto là dove i flussi di denaro girano indisturbati, in un’oasi fiscale che proprio sul silenzio basa le sue ricchezze criminali. Denominata da Politico “donna Wikileaks” ed inserita da quest’ultimo tra le 28 personalità che “stavano agitando l’Europa”, Caruana Galizia era diventata particolarmente conosciuta grazie alle sue inchieste indipendenti, pubblicate nel suo blog, Running Commentary. Nel corso della sua ultima indagine, denominata “Malta Files”, aveva definito l’isola “base pirata per l’evasione fiscale in UE”. Tra le varie inchieste, la reporter si stava anche occupando anche dei Panama Papers, delle mafie italiane a Malta e di casi di corruzione nella politica dell’Isola. Alla radice dei fatti quindi interessi, corruzione, mafie. L’omicidio per mezzo di un’autobomba ricorda fin troppo bene altre storie, altre morti, avvenute a poche miglia da Malta una ventina di anni fa. L’ombra della mafia si allunga sul caso, ma potrebbe non essere l’unica colpevole. Forse una, tra le tante.

Difficile sintetizzare in poche righe le innumerevoli piste possibili dietro il brutale omicidio, considerando il numero di inchieste scomode condotte da Caruana Galizia negli ultimi anni e degli intrecci corruttivi dell’isola e sull’isola. Si potrebbe però partire dalle sue ultime parole, scritte qualche minuto prima di uscire da casa per salire velocemente proprio in quella sua auto imbottita di tritolo. Nel suo blog, aveva denunciato le minacce arrivate per conto di un familiare di un ex calciatore della nazionale maltese, Darren Debono, attualmente in arresto. Caruana Galizia stava indagando infatti su una presunta associazione a delinquere, della quale Debono avrebbe fatto parte, finalizzata al contrabbando di petrolio libico attraverso navi maltesi e al riciclaggio internazionale. Implicati nell’inchiesta risultano Darren e Gordon Debono, nelle vesti di mediatori maltesi, insieme a personaggi della mafia catanese, tra cui Nicola Orazio Romeo della cosca dei Santapaolo-Ercolano, e l’amministratore delegato della società genovese Maxcom Bunker spa, Stefano Cevasco, ritenuto la “mente” dell’associazione a delinquere. Arrestato anche Mousa Ben Khalifa, evaso dal carcere con la caduta del regime di Gheddafi, dove era detenuto per narcotraffico. Il business sarebbe stato particolarmente redditizio: le navi maltesi “Portoria” e “Sea Master” avrebbero contrabbandato nei porti siciliani il gasolio estratto da zone in Libia al momento sotto il controllo dell’Isis.

La questione si intreccia con i numerosi altri casi di mafia, corruzione e tesori offshore che hanno interessato Malta. Ritrovarne le tracce non appare come un compito arduo: un’inchiesta del 2017 del giornale italiano l’Espresso ha tratteggiato i contorni di un paese che si profila sempre di più come una miniera d’oro per le mafie e l’evasione fiscale. Complice la posizione geografica, a poche miglia dalla Sicilia, ed un governo poco attivo nel contrasto ai flussi di denaro internazionale di dubbia provenienza: “Malta è un Paese dell’Ue, al momento presidente di turno del Consiglio europeo, dove circola l’euro e nessuno controlla chi arriva dall’Italia…qualcuno alla Valletta deve aver chiuso più di un occhio sull’origine dei soldi che negli ultimi anni sono approdati sull’isola”, così il rapporto dell’Espresso.

Daphne Caruana Galizia non ha avuto paura di fare luce anche sui coinvolgimenti della politica nei loschi affari intorno all’isola maltese. Un caso su tutti è quello che riguarda David Gonzi, il figlio dell’ex primo ministro di Malta Lawrence Gonzi, indagato dalla procura di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta Gambling – intreccio tutto italo-maltese. Il suo nome risulta nei documenti di numerose società fittizie che hanno la sede legale a Malta e appartenenti a famiglie ‘ndranghetiste. Gonzi è stato assolto in primo grado per insufficienza di prove. Nonostante ciò, secondo le carte dell’inchiesta,  l’intero capitale sociale delle imprese era detenuto proprio da Gonzi, che peraltro vanta numerose esperienze pregresse nel settore del gioco d’azzardo. Inoltre, secondo le carte dell’indagine preliminare, lo si ritiene come un “[s]oggetto che non è difficile ritenere al centro di triangolazioni affaristico criminali su scala internazionale”. La sua partecipazione quindi – consapevole o meno – a numerose società successivamente appurate come di proprietà ‘ndranghetista, quale la UNIQ Group, rappresenta un indizio importante rispetto alla pervasività delle mafie italiane nel tessuto economico maltese e sull’influenza che hanno avuto e stanno avendo su esponenti di primo grado della politica locale. A tale proposito, Daphne Caruana Galizia denunciava il pagamento di tangenti a personalità del governo maltese per mantenere il silenzio sugli affari sporchi dell’isola.

La presidente della Commissione parlamentare antimafia italiana Rosy Bindi ha riferito che Malta è in effetti nell’ordine del giorno della commissione da molto tempo; la presidente ricorda, infatti, come l’isola sia già stata segnalata più volte come un crocevia di fondamentale interesse per le mafie italiane, che nel silenzio si occupano di traffici di droga, gioco d’azzardo, contrabbando di petrolio e immigrazione illegale; tutti business dalle grandi rendite.

Ma torniamo alla politica locale. Anche il premier maltese attualmente in carica Joseph Muscat è stato oggetto di inchieste da parte della giornalista assassinata. In particolare, lo scorso giugno sono state chieste le elezioni anticipate sull’isola maltese per via dello scandalo che ha travolto il primo ministro dopo la pubblicazione dei Panama Papers: nonostante la sua immagine fosse stata compromessa dalla vicenda, Muscat ha vinto nuovamente alle urne con il 55% delle preferenze. A questo si aggiunge il fatto che la giornalista fu la prima a riportare la presenza dell’allora ministro dell’Energia e della Salute Konrad Mizzi e del capo dello staff del premier, Keith Schembri, nei leaks. Ancora, proprio nei Panama Papers, ripresi da Caruana Galizia, risultava coinvolta anche la moglie del premier, Michelle. Sul proprio blog, Galizia aveva infatti svelato che la Egrant Inc., società registrata a Panama, apparteneva proprio a quest’ultima. La società avrebbe poi ricevuto ingenti somme di denaro, tra cui un bonifico da più di un milione di dollari, dall’Azerbaijan, in un traffico dai contorni tutt’altro che chiari. Interessante il fatto che il governo maltese avesse firmato nel frattempo numerosi accordi proprio con gli azeri in campo energetico.  Lo scandalo e la curiosa coincidenza sono stati riportati con dovizia di particolari da Galizia nel suo blog, Running Commentary. La reazione del premier non si è fatta attendere: le accuse sono infatti state prontamente e veementemente respinte da Muscat, che non sembra però aver subito alcun notevole danno d’immagine nell’isola, considerata la sua pronta ri-elezione.

Ci si domanda come uno scandalo simile, nonostante la sua gravità, possa essere passato in secondo piano al momento del voto. Anti-europeista di formazione, all’entrata dell’isola nell’UE, Muscat è riuscito ad attrarre numerosi investimenti stranieri, facendo crescere il Pil nazionale di quasi il 6% all’anno. Anche la disoccupazione, storica piaga del paese, è diminuita del 4%. Si vocifera però che la provenienza degli investimenti, in grande quantità nel settore del gioco d’azzardo, venga da oligarchi russi e cinesi, fortemente interessati ad un passaporto europeo, e da organizzazioni criminali, quali le mafie italiane. Sembra che dall’UE Muscat abbia ottenuto grandi vantaggi, sfruttandone le potenzialità economiche e di potere. L’Unione, d’altro canto, non sembra provare lo stesso entusiasmo nei confronti di Malta: durante il discorso di Muscat nelle vesti di presidente di turno nel Consiglio dell’Unione Europea erano presenti solo 30 deputati su 751, un record negativo che probabilmente prescinde dalle capacità oratorie del premier maltese. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, l’assenza dei deputati è un segnale chiaro contro le politiche del maltese che, proprio in quei giorni, si era impegnato affinché le investigazioni sui Panama Papers venissero interrotte.

Ma non c’è pace per gli affari criminali di Malta. È di pochi giorni la notizia di un ennesimo leak, stavolta denominato Paradise Papers, che coinvolge direttamente il piccolo stato mediterraneo. Azeri, russi e persino Bono degli U2 hanno utilizzato Malta come paradiso fiscale per grandi investimenti. Niente di illegale, si dice. Ma comunque un segno che, nella cornice appena descritta e con la morte di una giornalista investigativa avvenuta poche settimane fa, non può passare sotto silenzio.

Mafie, corruzione, evasione fiscale. Mille piste possono aver portato all’assassinio di Daphne Caruana Galizia. C’è chi sostiene che il modus operandi sia chiaramente quello di “un’esecuzione mafiosa”, a maggior ragione per il materiale utilizzato, il Semtex, non rintracciabile a Malta, piuttosto in Italia . Ma la pista dei narcos è solo una in un puzzle di intrecci corruttivi, che riguardano personaggi potenti, equilibri delicati, ingenti somme di denaro. Si dice che le mafie riciclino i soldi sporchi ma non sparino più. Chiunque sia stato il colpevole effettivo di questa orribile vicenda, questo assassinio prova che dove esistono denari sporchi, esistono motivi per uccidere. Il monito è rivolto a tutti quei paesi, tra cui la Germania, che permettono, con un certo lassismo fiscale, che certi flussi inquinino la propria economia, le proprie banche. Sperare che il crimine organizzato si fermi all’economia non è solo ingenuo, ma anche ugualmente colpevole.

Rimarremo vigili su questa storia. A questo punto, le parole del figlio della giornalista brutalmente assassinata, sono le più eloquenti: Voi, non dovete essere qui a chiedere a noi cosa è successo: andate nei palazzi del Governo, andate dove c’è il potere, mia madre avrebbe fatto questo, è lì che ci sono le risposte su chi ha ordinato il suo assassinio”.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo rende più difficile scrivere di mafia


Nel 2008, la casa editrice Droemer Verlag di Monaco ha pubblicato un libro dell’autrice Petra Reski, diventato poi Bestseller: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Nel libro la scrittrice parla di un oste ancora attivo in Germania, il quale avrebbe numerosi collegamenti con la mafia. Gli atti degli investigatori sia italiani che tedeschi mostrano un quadro dettagliato degli ambienti mafiosi di alto livello vicini a questo uomo. Il gestore della trattoria si è difeso legalmente per anni allo scopo di dimostrare la propria estraneità a tali ambienti. Anche lo staff del film che aveva segnalato il caso è stato denunciato dall’uomo.

Quello che può apparire come una situazione assurda, ha come concausa l’incertezza della legge tedesca. La legislazione, infatti, non riconosce la sola appartenenza ad una associazione di stampo mafioso come proprietà criminale (in Italia invece il solo fatto di essere membro è reato). Allo stesso tempo, tacciare una persona come mafiosa comporta una denuncia di diffamazione dietro l’altra; lo dimostra l’oste che ha citato in giudizio Petra Reski per violazione del diritto della persona.

L’editore, d’altro canto, ha denunciato davanti alla Corte dei diritti dell’uomo la sentenza in quanto lesiva della libertà di stampa e della libertà di opinione. La Corte ha ora respinto questa obiezione.

La giornalista Petra Reski durante la sua ricerca si era basata su documenti interni che la Corte di giustizia europea non ha ritenuto sufficienti (opinione discutibile se si pensa come ulteriori ricerche in materia avrebbero destato l’attenzione degli interessati). Secondo la Corte, un giornalista può astenersi da ulteriori ricerche qualora si basasse su fonti ufficiali. Ma questo non può avvenire nel caso del ristoratore in esame, in quanto la legge tedesca non riconosce il reato di associazione mafiosa.

Prima della pubblicazione del libro, l’autrice avrebbe dovuto ottenere un parere dal ristoratore su tale affermazione, afferma la corte. Questo è un ulteriore esempio della mancanza di protezione per i giornalisti che toccano queste tematiche. Ci si auspicava invece che la Corte di giustizia suggerisse che anche alla luce di ulteriori ricerche, la conclusione dell’autrice sarebbe stata la stessa. E sarebbe stato importante farlo. I giudici probabilmente non sono consapevoli che così facendo hanno posto ulteriori ostacoli nel denunciare l’affiliazione di soggetti alla mafia in Germania. Il diritto in questo caso è stato utilizzato a servizio della mafia.

Una morte evitabile


La presenza della criminalità organizzata non è mai stata un tratto distintivo della cittadina di Hechingen, ai piedi delle Alpi sveve nel Baden-Württemberg. Recentemente però, due sparatorie e un procedimento legale hanno turbato l’atmosfera idilliaca che vi regnava. Il processo ha svelato come il traffico di droga sia gestito in grande stile dagli italiani, ma anche come essi, di tanto in tanto, agiscano in maniera approssimativa. Questo modo “dilettantistico” di gestire gli affari è risultato fatale per un giovane che non aveva nulla a che fare con la criminalità organizzata. A causa di un debito di 5000 euro per l’acquisto di 1kg di marijuana, il ragazzo è stato ucciso il 1° dicembre 2016 con dei colpi di pistola provenienti da un’automobile in corsa.

È consuetudine associare la mafia italiana al traffico di cocaina ma essa si occupa anche del commercio di marijuana, sebbene non in grandi quantità. I principali motivi di questa scelta sono due: in primis, gli utili derivanti dallo spaccio di marijuana sono molto più bassi rispetto a quelli che si ottengono con la vendita della cocaina. Secondo, il rischio di essere scoperti è decisamente più alto a causa della minore affidabilità dei consumatori di cannabis. Tuttavia, per confermare il coinvolgimento della mafia nel caso di Hechingen, sarebbe necessario indagare in Italia; che gli imputati abbiano un passato all’interno della criminalità organizzata è, però, assolutamente irrilevante per il processo in Germania e le indagini non sono state approfondite. Fino a poco tempo fa, infatti, l’appartenenza ad un’associazione di stampo mafioso non era perseguibile penalmente e ad oggi, anche dopo una modifica della legge, questo capo di imputazione viene attribuito solo in casi specifici. In Italia, al contrario, è un presupposto molto importante per la condanna e talvolta costituisce un’aggravante, motivo per cui l’appartenenza o meno ad una associazione di stampo mafioso gioca un ruolo decisivo nel processo di Hechingen.

Nell’ambito dell’operazione “Prato Verde”, la Procura di Catania ha individuato una rete criminale dedita al traffico di droga operante soprattutto in Sicilia, dove intratteneva contatti con la mafia. Uno dei membri, arrestato in Italia, è stato rilasciato dalla autorità in Germania, dove abitava, per ragioni squisitamente burocratiche. La decisione di trasferirsi in Germania si è rivelata più che azzeccata: infatti, il mandato d’arresto disposto nei suoi confronti dalla procura di Catania non è stato riconosciuto dalle autorità tedesche per più di due anni. Il procuratore catanese, a dir poco adirato, ha dichiarato che, nonostante abbia collaborato spesso con Procure della Germania, non gli era mai capitata una cosa del genere. Gli inquirenti hanno lavorato per mesi alle operazioni di intercettazione, i cui risultati non sono stati presi seriamente dalle autorità tedesche. Queste ultime, infatti, erano confuse dal fatto che nelle intercettazioni si parlasse di “due pneumatici e mezzo”; un termine che, ignorando il contesto in cui avvenivano le conversazioni, non ha nessun senso ma che nella realtà si riferiva alla fornitura di droga. Questa negligenza ha comportato non solo l’agire indisturbato del soggetto nella sua nuova patria, bensì il consolidamento della sua consapevolezza che le stesse autorità che lo avevano rilasciato dopo il suo arresto, non avrebbero preso provvedimenti nei suoi confronti.

La parola “Catania” ha un ruolo centrale anche nel processo di Hechingen: è proprio così che l’uomo era salvato nella rubrica di due suoi giovani clienti. Ora “Catania” è in prigione e, insieme a lui, i due ragazzi. Sembrerebbe essere proprio lui ad aver venduto a questi “aspiranti” spacciatori il kg di marijuana che non è stato pagato dall’acquirente. Ed è quindi nei suoi confronti che i ragazzi avevano maturato il debito di 5000 euro. Debito, che “Catania” voleva venisse saldato al più presto.

Le autorità del Land tedesco di Baden-Württemberg, che al tempo non avevano riconosciuto il mandato d’arresto nei suoi confronti, dovrebbero porsi qualche domanda. Se il soggetto in questione fosse stato arrestato, non avrebbe potuto vendere marijuana ai due giovani spacciatori, che non avrebbero contratto alcun debito nei suoi confronti. Di conseguenza, il 23enne ucciso nella sparatoria di Hechingen, in auto insieme al cliente che non aveva pagato la droga, sarebbe ancora vivo. Ma il mandato d’arresto disposto dalle autorità italiane non è stato legittimato.

Blitz antimafia: 37 arresti tra Roma e Colonia


Dal maggio 2015 la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, con l’appoggio delle Procure di Karlsruhe e Colonia (due città della Germania occidentale), teneva sotto controllo le attività di Salvatore R., reggente del Clan di Gela, ramo di Cosa Nostra. L’intervento delle autorità locali competenti ha permesso di riscontrare, nel mese di gennaio 2016, l’operatività di una cellula criminale gestita dal boss, intenta a riattivare una rete di traffico di stupefacenti sull’asse Germania-Italia. Il nucleo esecutivo era composto da Ivano M., luogotenente del boss in Germania, e Paolo R., deputato all’organizzazione e alla gestione dei traffici. I due, a questo proposito, avevano tentato di stringere rapporti con Antonio Strangio, ora latitante ed ex-gestore del locale dove nel 2007 ebbe luogo la nota “strage di Duisburg”.

A seguito di indagini più approfondite, è emerso che Salvatore R. sarebbe entrato in possesso, proprio in Germania, di 3 kg di cocaina destinata alla vendita; coinvolti in questo affare anche Angelo e Calogero M., padre e figlio esponenti della Stidda, storicamente presente nelle città di Mannheim e Pforzheim, nel land tedesco di Baden-Württemberg, e Michele Laveneziana, pugliese domiciliato a Pforzheim. Nell’agosto 2015 la Polizia Tedesca ha effettuato una perquisizione nei confronti di quest’ultimo, rinvenendo due pistole semiautomatiche e un fucile a canne mozze.

Nei primi giorni di ottobre di quest’anno le DDA di Roma e Caltanissetta hanno disposto un’operazione antimafia denominata “Druso” – “Extrafines”, coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, proprio nei confronti del clan gelese. Le attività investigative hanno portato alla luce il grande interesse del boss di espandere la commercializzazione di prodotti ittici (settore dominato dalla famiglia Rinzivillo, grazie ad alleanze strette con mafiosi operanti nel settore su diverse province) all’estero e in particolare nel mercato tedesco. La cellula criminale si occupava anche di verificare la possibilità per il boss di infiltrarsi anche nell’economia legale tedesca. È noto che la rete di affari del clan di Gela sia caratterizzata da natura binaria: una parte imprenditoriale legata al territorio e una dedicata all’attività criminale, i cui proventi illeciti vengono riciclati nel settore alimentare e edilizio.

Dalle investigazioni parallele delle Direzioni Distrettuali Antimafia che hanno disposto l’operazione, è emerso anche come Rinzivillo avesse riunito attorno a sé un gran numero di uomini fidati, tra cui un pubblico ufficiale, Marco L., che manteneva per lui i contatti con il luogotenente M. e non di rado si prestava ad atti intimidatori ai danni della famiglia Berti di Roma, a cui il clan Rinzivillo ha estorto 180.000 euro. Assieme a lui sono stati arrestati il collega Cristiano P. e Giandomenico D’A., avvocato romano che, oltre ad informare Rinzivillo circa le indagini in corso, non esitava a sfruttare i “metodi mafiosi” del clan a suo favore.

Gli sforzi congiunti delle Autorità Giudiziarie italiane e delle Procure di Karlsruhe e Colonia, nonché l’intervento di circa 600 agenti delle Forze di Polizia, hanno portato all’arresto di 37 persone, di cui due a Sürth, un quartiere a sud di Colonia. Salvatore R. che, dalla scarcerazione nel 2013, gestiva il clan con il supporto dei fratelli Antonio e Crocifisso, detenuti in Italia a regime di “carcere duro”, è stato arrestato per intestazione fittizia di società, estorsione e traffico di droga tra Germania e Italia. Inoltre, la DDA di Caltanissetta ha ottenuto il sequestro di beni per un valore di 11 milioni di euro.

La caccia ai patrimoni dei mafiosi, ma non solo


Il via libera definitivo alla riforma del Codice Antimafia è stato raggiunto alla Camera il 27 settembre con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti; il codice, approvato dalla Camera nel 2015, era stato modificato dal Senato nel luglio 2017 dopo un iter piuttosto travagliato. Numerosi gli obiettivi della riforma, che apportano modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (d.lgs. 159/2011) e all’ordinamento penale.

Gli interventi spaziano dalle modifiche al sistema delle misure di prevenzione personali – astrattamente è introdotta la possibilità di colpire anche fenomeni di corruzione seriale e patrimoniale con misure di prevenzione in materia di reati contro la pubblica amministrazione, misure più tempestive alla riforma della disciplina dell’amministrazione, gestione e destinazione dei beni. Si legge un miglioramento dell’efficienza dell’ Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita dalla legge n.50/2010 e oggi sotto la vigilanza del Ministero dell’Interno. Tra le misure a sostegno alle aziende sequestrate, nasce invece un fondo di 10 milioni di euro per aiutare, quando è possibile, la prosecuzione delle attività ed evitarne così il fallimento.

Quella che però era una delle novità più contestate dalla riforma e per questo oggetto di un ordine del giorno della maggioranza, è proprio l’estensione del sequestro dei beni, già previsto per i mafiosi, anche ai corrotti ‘seriali’. Da tempo, infatti, in Italia si discute la possibilità di utilizzare gli stessi strumenti per la lotta alla mafia contro la corruzione dilagante (un esempio concreto: l’utilizzo di agenti sotto copertura), che ha però visto opinioni autorevoli discordanti.

Un’alternativa proposta da alcuni era stata quella di creare una fattispecie di reato di associazione con finalità di corruzione. Il governo ora dovrà, in sede di prima applicazione della riforma, valutare eventuali modifiche sull’equiparazione tra corrotti e mafiosi per quanto riguarda le misure di prevenzione, affinché la tutela della legalità vada di pari passo con le garanzie dei diritti dei cittadini e delle imprese.

Nuovo pool antimafia nei Paesi Bassi: un passo avanti nel contrasto delle mafie all’estero


La vita dei mafiosi nei Paesi Bassi diventa lentamente sempre meno facile. Questo è almeno l’obiettivo delle autorità italiane ed olandesi, le quali hanno stipulato un accordo che vede la nascita di una nuova squadra speciale di polizia dedicata alla criminalità organizzata italiana. Il passo ricopre una certa importanza, soprattutto considerando la pervasività del fenomeno mafioso nel nord Europa ed in particolare in Germania ed in Olanda.

Pochi esempi bastano a segnalare quanto il paese dei tulipani sia stato infiltrato dalla ‘ndrangheta e non solo: si pensi all’arresto del boss ‘ndranghetista Francesco Nirta, protagonista della strage di Duisburg del 2007, avvenuto in un appartamento di lusso a Nieuwegein, nei pressi di Utrecht; il boss, che faceva parte dei dieci latitanti italiani più pericolosi, è stato trovato nell’appartamento con 40 chili di cocaina e migliaia di euro in contanti, nascosti nell’appartamento e nella sua auto. Si pensi ancora al coinvolgimento delle mafie nel mercato dei fiori olandesi di Aalsmeer: l’ndranghetista Vincenzo Crupi del paese calabrese di Siderno, arrestato a Roma nel 2016, aveva infatti iniziato un business di successo nella vendita di fiori come copertura per un traffico di droga internazionale e attività di riciclaggio nel paese. L’azienda, attiva in Olanda per oltre vent’anni, buy nfl jerseys black and white quiz by team “>ha destato ben pochi sospetti sulle sue reali attività.“Non avevano Ferrari o orologi di lusso. Guardandoli non si notava nulla di strano. Sembravano persone ordinarie, ma non lo erano”, queste le dichiarazioni della polizia olandese al momento dell’arresto. Il profilo basso è caratteristica fondamentale delle attività mafiose italiane all’estero, almeno negli ultimi decenni; attirare l’attenzione non conviene per gli affari.

Ancora, il ristorante Rocco’s Pizza all’Aia: quest’ultimo è stato gestito dall’ndranghetista Rocco Gasperoni, arrestato solo nel maggio 2016 dopo anni di indisturbate attività illecite in Olanda e dopo numerosi solleciti da parte delle autorità italiane, che lo conoscevano già dal 1997 come narcotrafficante. Le accuse nei suoi confronti sono traffico di droga, nello specifico importata tra jeans americani venduti poi nel suo negozio di abbigliamento, sempre all’Aia. In attesa del processo in Italia, Gasperoni è riuscito ad aprire ancora un ristorante, proprio il Rocco’s Pizza. Dopo la condanna, e’ rimasto in Olanda per altri nove lunghi anni in attesa dell’arresto della polizia olandese, su sollecito costante dall’Italia.

L’unità speciale antimafia è la risposta olandese alle numerose critiche ed esortazioni da parte delle autorità italiane che lamentavano la mancanza di strumenti efficaci per contrastare la criminalità organizzata italiana nei Paesi Bassi. La permanenza di mafiosi e delle loro attività illecite in Olanda, per periodi prolungati, sono un chiaro segno dell’assoluta necessità di agire su questo fronte. Numerosi sono gli interessi ed i business illegali delle mafie nei pressi di Amsterdam: la posizione geografica risulta infatti centrale nel traffico di stupefacenti, grazie alla vicinanza con i porti di Rotterdam e di Amburgo, centri prediletti per il narcotraffico dal Sud America.

In attesa di una procura europea anti criminalità che permetta anche alle forze dell’ordine di “diventare globali come le mafie”, il passo olandese è sicuramente significativo. La mossa viene accolta positivamente anche dalla polizia olandese. “Sappiamo quanto sono pericolose queste persone. Vogliamo avere un’idea più chiara della dimensione delle loro operazioni qui. Abbiamo parlato con un pentito e aveva informazioni molto interessanti per noi” ha dichiarato il capo della polizia investigativa Wilbert Paulissen al giornale olandese AD.

Con un’unità dedicata al contrasto alle mafie, si aspettano novità importanti sul fronte olandese.

Emergenza mafia pugliese: ancora attiva, ancora omicida


Agosto 2017 – Luigi Luciani va a lavorare nei campi del Foggiano con il fratello Aurelio; poco dopo vengono uccisi dalla mafia pugliese di cui si sente e si scrive poco, quasi fosse una mafia di serie B. I due fratelli avevano l’unica colpa di aver assistito involontariamente poco prima ad un altro duplice delitto, quello del presunto boss di Manfredonia e di suo cognato. Ennesimo caso di cronaca nera in una terra in cui il problema è stato spesso considerato secondario: l’emergenza mafia, nell’immaginario comune e nelle politiche di contrasto, riguarda la Sicilia, la Calabria e la Campania. Nella realtà, la situazione pugliese è molto più grave di quello che appare. Il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di 300 omicidi in 30 anni, la maggior parte dei quali rimasti impuniti.

Ancora, nella Relazione della Direzione Nazionale Antimafia (anno 2017) si legge che, nonostante la Sacra Corona Unita abbia subito numerose modifiche strutturali anche in risposta alle iniziative di contrasto di polizia e magistratura, essa non ha cessato di esistere ma anzi ha continuato a curare le proprie attività criminali,n primis il traffico di armi e droga.

In seguito al duplice omicidio di Foggia, il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha annunciato l’arrivo di ben 192 rinforzi alle forze dell’ordine pugliesi, promettendo un duro contrasto alla mala locale. In realtà, l’arrivo delle nuove leve non è avvenuto come previsto: grandi ritardi ed un organico ridotto rispetto alle promesse ministeriali hanno caratterizzato la risposta statale all’emergenza pugliese. I rinforzi, che hanno riguardato tutte le forze dell’ordine, sono inoltre stati previsti per un periodo di tempo provvisorio. Alla luce della situazione, il Comando Generale dei Carabinieri di Foggia ha ritenuto opportuno procedere ad una ristrutturazione permanente dell’organizzazione dei nuclei di polizia ed investigazione locali. La sistemazione delle forze dell’ordine in seguito a tali provvedimenti risponde maggiormente ai bisogni del territorio, con il fine di accrescere dunque il potenziale di controllo delle forze dell’ordine sulla regione.

La criminalità pugliese, per nulla sgominata, è una realtà complessa ed è composta da un insieme di organizzazioni criminali, identificata e collocata in un unico organismo criminale denominato Sacra Corona Unita, la quale risale alla fine degli anni settanta (Relazione 2014). Recentemente, nel suo rapporto semestrale sulle mafie, la Direzione investigativa antimafia ha individuato ben 13 famiglie operanti sul territorio pugliese: “Tali gruppi, ciascuno dominante in un’area circoscritta – in genere coincidente con un rione o un quartiere – in assenza di un capo e di regole comuni, tenderebbero ad accaparrarsi, anche con azioni di forza, il mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti e quello estorsivo”.

In Germania, non vi sono numeri precisi sulla presenza della criminalità organizzata pugliese. Nella risposta all’interrogazione parlamentare (Kleine Anfrage) dei Verdi condotta a luglio di quest’anno, il governo tedesco si è dichiarato a conoscenza di attività di traffico di stupefacenti e di contraffazione da parte della mala pugliese. Negli ultimi dieci anni, sono state condotte almeno sei investigazioni a carico di membri della Sacra Corona Unita in terra tedesca.

Cosa il governo non sa sulle mafie in Germania (e dovrebbe sapere)


Il 24 luglio 2017, il partito dei Verdi (die Grüne) ha posto una richiesta ufficiale al Governo federale: il documento conteneva una serie di incalzanti domande sul tema “mafia italiana in Germania”. L’obiettivo era quello di fare il punto di una situazione, quella della criminalità organizzata in terra tedesca, troppo spesso ignorata e sulla quale le informazioni sono scarse, lacunose e spesso frammentarie.

Per le risposte date dal governo, rimandiamo ad un articolo di Mafia? Nein Danke! pubblicato lo scorso mese (Link). Quello che però risulta particolarmente interessante non si limita a quanto il governo conosca, piuttosto a quello che ignora. Infatti, una costante preoccupante delle risposte governative è stata proprio la mancanza di risposte precise ad una serie di domande mirate sul tema. La ragione era spesso la mancanza di dati sufficienti a riguardo. Ciò segnala problemi strutturali seri, sia a livello di inchiesta e raccolta di dati organici ma soprattutto a livello di fondi spesi nel contrasto alle mafie. Nel corso dell’articolo, verranno sottolineate tutte le domande alle quali il governo non ha dato risposta. Ed i motivi per i quali, invece, dovrebbe essere in grado di farlo.

Alla domanda sui fatturati annuali della criminalità organizzata in Germania e sullo sviluppo negli ultimi dieci anni di tali gruppi, la risposta non dà alcun dato; questi ultimi non vengono infatti raccolti dalle autorità. Lo stesso viene detto sui patrimoni immobiliari dei mafiosi in Germania: parametro mancante. Nonostante la conoscenza del governo circa la presenza appurata,  e radicata, di membri della Camorra, di Cosa Nostra, della mafia pugliese e dell’ndrangheta sul suolo tedesco, e si è altrettanto a conoscenza delle loro attività illegali, quali traffico di stupefacenti, riciclaggio, truffe, contrabbando di merci falsificate e crimini violenti, il governo stesso e le sue autorità di controllo non hanno raccolto informazioni nè sui possibili proventi delle mafie dal traffico di droga – proventi che possono facilmente raggiungere cifre elevatissime – , nè hanno istituito un registro dettagliato sulle confische a tali gruppi criminali. I dati sulle confische sono solo aggregati e, per di più, mostrano cifre esigue rispetto alle ragionevoli stime che possono essere fatte considerando i guadagni reali delle mafie.

Il governo non ha registrato ad oggi infiltrazioni significative della criminalità organizzata sul mercato legale. Quest’ultimo include il campo della ristorazione/gastronomia, il settore dell’edilizia, dei servizi e del turismo. Secondo le risposte all’interrogazione parlamentare dei Verdi, si è a conoscenza di pochi casi isolati di investimenti nella gastronomia e di altrettante eccezioni per quanto riguarda la Camorra ed il settore dell’edilizia. Il governo sostiene di stare attualmente valutando i documenti riguardanti Panama Papers; al momento non si può né escludere né confermare la presenza di informazioni che interessano le criminalità organizzate italiane in Germania. Non ci sono informazioni su eventuali infiltrazioni negli appalti pubblici né di casi di corruzione perpetrati dalle mafie. Ma se si ha prova di cosiddetti “casi isolati”, non è forse legittimo dubitare rispetto alla reale dimensione di questi reati? Lo stesso discorso vale anche per i collegamenti tra le mafie italiane e gli altri gruppi di criminalità organizzata, quali i Rocker o le mafie russe. Anche in questi casi, il governo parla di casi isolati.

Le mancate risposte, più di quelle date, all’interrogazione parlamentare dei Verdi dovrebbero costituire la notizia del documento pubblicato dal governo lo scorso luglio. Il quadro che risulta infatti dalle informazioni governative è frammentario e poco incoraggiante. Preoccupa l’esiguo numero di poliziotti impegnati specificatamente nel contrasto della criminalità di stampo mafioso e adeguatamente formati. Esiste una task force italo-tedesca per il contrasto alla criminalità organizzata, ma il suo personale dedicato varia secondo la necessità. Nella criminalità organizzata, sono rari i “casi isolati”: l’esperienza italiana insegna piuttosto il contrario. I cosiddetti casi eccezionali dovrebbero piuttosto far aumentare l’attenzione delle forze dell’ordine in quanto probabili segni di una struttura nascente o persino in evoluzione. La cooperazione transnazionale è fondamentale per un contrasto efficace alle mafie e non solo in un’ottica emergenziale, ma piuttosto permanente e mirata.

Alla fine dei giochi, al centro sta sempre la priorità politica e le risorse che si decidono di investire per contrastare efficacemente le mafie. Importante diventa distinguere correttamente cosa effettivamente non succeda e cosa invece non si sa ancora: cosa sta dietro i “parametri mancanti” e le informazioni frammentarie a disposizione del governo? Confrontando sommariamente le attività delle mafie sconosciute al governo in Germania e ciò che invece risulta comprovato in Italia, soprattutto in un territorio simile a quello tedesco come il Nord Italia, si comprende come la criminalità organizzata abbia forti interessi nell’economia legale e negli appalti pubblici. Alla luce delle nuove elezioni, ancor più importante risulta questo appello all’azione – che le mafie non si nascondano più dietro un “parametro mancante” o “caso isolato”, quanto piuttosto si investighi con serietà le strutture, ben più insidiose di reati semplici. Ecco gli strumenti necessari al più presto: banche dati che interessano l’intero paese e costantemente aggiornate, fondi alla sicurezza interna specificatamente dediti al contrasto alle mafie, maggiore formazione delle forze di polizia, cooperazione sempre più strutturata e duratura tra le forze di polizia italiana e quelle tedesca. Senza dimenticare il compito della società civile: informarsi ed attivarsi.

Summer school sulla mafia: gli sviluppi e le sfide della ricerca sociale


Cinque giorni a tempo pieno tra i banchi del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università di Milano, dedicati interamente a parlare di: ‘La mafia, oggi’. Un’esperienza formativa preziosa, un’occasione per incontrare ricercatori di fama internazionale, magistrati impegnati in prima fila, giornalisti sempre sul pezzo quando si parla di legalità. Un serbatoio di idee e spunti di riflessione che portiamo a Berlino e su cui siamo invitati a ragionare alla luce di quanto detto durante la settimana. Per farlo partiamo dalle parole di Pietro Grasso, presidente del senato della Repubblica, a conclusione dei lavori della Summer School: “Per combattere la mafia occorre una politica che la conosca e che si dia gli strumenti per combatterla. Il futuro della mafia dipende in maniera consistente dall’efficacia dell’azione politica”. Un’affermazione che interessa l’intero panorama europeo. Quali sono allora alcuni dei fattori che influenzano l’efficacia del policy maker, al di là dei confini geografici e scelte di politica interna?

In primis, la qualità e la completezza dei dati raccolti: dati lacunosi o frammentari sono un problema a livello di policy. Facciamo un esempio pratico: recentemente, il ministro degli interni italiano Minniti ha parlato dell’ipotesi dell’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata per dare alloggio alle persone sgomberate da edifici occupati, in particolare a migranti. Ma questi beni dove sono sul territorio italiano e in che condizioni di agibilità si trovano? I dati censiti dall’agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (www.benisequestraticonfiscati.it) sono completi ed aggiornati? Non proprio. Le politiche pubbliche sulla criminalità organizzata soffrono nel reperire dati aggiornati e attendibili per valutare al meglio e di conseguenza agire in maniera efficace.

Alle lacune delle banche dati in casi come questi, si aggiunge l’enorme numero oscuro sulla criminalità la cui valutazione è una delle maggiori sfide metodologiche per la criminologia e non solo. E se anche i dati ci sono, e sono tendenzialmente attendibili, come nel caso del tasso di omicidi in un determinato territorio (dati facilmente reperibili sul sito del ministero degli interni nel caso dell’Italia) arrivare a conclusioni affrettate solamente attraverso il dato e senza concetti teorici a monte non è forse fuorviante? Prendiamo il caso del bel Paese oggi, dove il numero di omicidi si è normalizzato rispetto agli anni ’90: la mafia è forse scomparsa per questo o la vera ragione è un’altra? Un’analisi critica e meticolosa del dato risulta quindi imprescindibile. Tra i trend auspicabili per il futuro, durante la Summer School è emersa l’importanza del calcolo sempre più accurato dell’ illicit financial flow, quindi del flusso di denaro illecito, e di indicatori di impatto della criminalità in termini di costi per la collettività, superando così il semplice conteggio dei reati avvenuti ma considerando il danno da essi causato. Se si va in questa direzione, la cassetta degli attrezzi sarà sempre più problematica ma maggiormente consapevole per una migliore conoscenza del fenomeno e della sua rappresentazione, che impatta a sua volta sulle politiche di contrasto.

E sulla rappresentazione del fenomeno gioca un ruolo importante il ricercatore sociale, in un ambitoquello della criminalità organizzata, che ha acquistato rilevanza per le scienze sociali solamente recentemente. Come sottolineato da più voci, il tema in passato è stato affrontato con cautela, pregiudizio, talvolta con resistenza da parte del mondo accademico, almeno fino ai primi anni ’90. Nuovi temi di ricerca empirica e teorica – i quali vanno a braccetto, in una sorta di pendolarismo tra teoria e ricerca – possono contribuire in maniera preziosa alla crescita di conoscenza sul fenomeno, fruibile poi in tutta Europa. Contrariamente al ritardo dell’accademia nell’occuparsi seriamente di questi temi in passato, si auspicano oggi programmi di ricerca di ampio respiro, multidisciplinari, che mettano in campo più competenze metodologiche. E come sottolinea il dott. Varese, professore di Criminologia a Oxford intervenuto a Milano, è più facile paradossalmente studiare la mafia dove c’è n’è poca, in modo da avere studiosi il più indipendenti possibili da pressioni esterne.

Per concludere, se vogliamo una politica che conosca il fenomeno e che abbia gli strumenti per combatterla, non possiamo perdere di vista la qualità e l’esaustività del dato e del sapere accademico, messi in relazione con altri campi del sapere.