III Formazione di Libera Contro le Mafie in Europa a Gent, in Belgio: confisca e corruzione i temi affrontati


Dopo Parigi e Berlino, la rete di associazioni che collaborano con Libera a livello europeo – in questa occasione composta da 20 attivisti provenienti da Belgio, Svizzera, Germania, Francia e Regno Unito – si è riunita per la terza volta a Gent ad inizio dicembre. Una tre giorni in cui abbiamo discusso del progetto Libera Idee in Europa e dell’Agenda per il 2018; durante il momento di formazione collettivo hanno partecipato anche Alberto Perduca, procuratore della Repubblica, che ha parlato dello strumento della confisca e Alberto Vannucci, professore ordinario presso Il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa, esperto di organizzazioni criminali e corruzione politico-amministrativa.

Tra gli strumenti “antimafia” più efficaci, infatti, citiamo la conoscenza teorica del fenomeno corruttivo – per sua natura, l’oggetto che vogliamo imparare a conoscere e combattere è invisibile (a maggior ragione quando è efficace) – e l’aggressione ai patrimoni illeciti attraverso lo strumento dapprima del sequestro e successivamente della confisca. Entrambi sono elementi chiave nel contrasto alla criminalità organizzata; la consapevolezza a riguardo è cresciuta negli anni anche a livello europeo, come dimostrano numerosi strumenti legislativi, in primis la Direttiva europea 2014/42, relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi del reato nell’Unione Europea. Guardando alle diverse tipologie di confisca che sono state inserite nella direttiva però, un grosso punto di domanda rimane per quanto riguarda l’utilizzo della confisca di prevenzione – bai passata in alcuni casi una buona cooperazione transfrontaliera – e il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Anti-Mafia Talks

A conclusione del weekend all’insegna dell’antimafia, abbiamo partecipato ad una giornata pubblica intitolata “Anti-Maffia Talks” (circa 350 partecipanti), promossa dal Centro d’arte Vooruit, Libera Internazionale e Antico Sapore, con la partecipazione di don Luigi Ciotti, intervistato dalla giornalista belga Ine Roox. A seguire lo spettacolo “Mafia Liquida”, realizzato dalla troupe di Cinemovel (link): lavagna luminosa, proiettore digitale e musica, sono stati gli strumenti utilizzati per tradurre in immagini storie quotidiane di sopraffazione mafiosa. Salvatore di Rosa e Mario Portanova, giornalisti d’inchiesta rispettivamente da Belgio e Italia e Giulia Baruzzo di Libera Internazionale hanno chiuso la tre giorni parlando dell’incessante diffusione delle mafie oltre i confini dell’Italia. Auspicare una Europa sempre più impegnata contro la criminalità organizzata – nel nostro piccolo promuovere una progettualità comune dell’antimafia sociale a livello europeo – risulta quindi sempre più attuale e necessario.

 

Daphne Caruana Galizia: l`inchiesta va avanti; 3 sospettati, ma ancora poca chiarezza


Il premier maltese Joseph Muscat ha annunciato lo stato di fermo a danno di tre soggetti, sospettati di aver avuto un ruolo attivo nel brutale attentato che ha portato alla morte della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia. I tre sarebbero giá noti alle forze dell’ordine dell´isola. Le accuse li identificherebbero come gli esecutori materiali : i mandanti, infatti, restano purtroppo ad oggi ignoti. In data 4 dicembre, il governo maltese aveva comunicato l´arresto di dieci sospettati – tra questi anche i 3 in stato di fermo. Si tratterebbe dei fratelli George ed Alfred Degiorgio e di Vincent Muscat, tutti poco piú che cinquantenni con precedenti penali per reati comuni. L`accusa nei loro confronti é di omicidio ed uso criminale di esplosivi. Trattandosi di cosiddetti “delinquenti comuni”, la reporter non si era mai occupata di loro nei suoi pezzi. É dunque da escludere un omicidio di vendetta. Durante l´ udienza, svoltasi il 5 dicembre, i tre si sono dichiarati non colpevoli.

La notizia dovrebbe però essere accolta con cautela, soprattutto per la mancanza di progressi sul lato dei mandanti dell´omicidio. Non dimentichiamo, infatti, il contesto in cui si sono svolte le indagini fino ad oggi, cosí come il contesto in cui si muoveva Caruana Galizia. A causa del suo lavoro investigativo, costante e senza timori reverenziali nell´accusare di reati gravi alti ranghi della politica, della criminalitá organizzata o della finanza internazionale, la giornalista aveva attorno a se´ un cerchio di nemici molto potenti. Tra questi, anche il premier maltese Muscat. Come esposto nelle istanze depositate dalla famiglia della vittima alla Corte Costituzionale maltesele indagini sono apparse subitoviziate dalla partecipazione di soggetti che non possono essere considerati imparziali, in quanto giá nel mirino delle inchieste di Caruana Galizia.. Le anomalie denunciate dai parenti della giornalista si osservano giá nei primi minuti dopo lo scoppio dell´autobomba; tra le prime persone ad arrivare sul luogo del delitto troviamoil magistrato Consuelo Scerri Herrera, vecchia conoscenza di Caruana Galizia: era stata proprio lei, infatti, a denunciare la reporter per calunnia e diffamazione nel 2011, in seguito a numerosi articoli pubblicati sul blog della giornalista maltese. Il magistrato è stato dichiarato incompatibile solo in un momento successivo – nonostante la sua posizione ambigua, già evidenziata all´inizio delle indagini.

Ma il caso di Herrera non é l´unico a destare i sospetti della famiglia di Caruana Galizia. Le indagini sono attualmente condotte dal vice commissario Silvio Valletta, marito di  Justyne Caruana (nessun legame di parentela con la giornalista), a sua volta nominata ministro dell´isola di Gozo dal premier Muscat. Entrambi sono finiti nel mirino delle indagini di Caruana Galizia nel suo blog. Valletta ha anche ricoperto il ruolo di rappresentante della polizia presso il consiglio d’ amministrazione dell´Unitá di Analisi dell´Intelligence Finanziaria – un ente preposto a verificare la presenza di illeciti finanziari a Malta. Caruana Galizia non aveva mai nascosto le sue critiche nei confronti del lavoro svolto esattamente da questo organismo,; le indagini in ambito finanziario della reporter infatti, avevano più volte messo in luce le numerose falle nel sistema di verifica finanziaria maltese.

Già il 22 novembre scorso la famiglia aveva presentato istanza di rimozionedel vice commissario dall’incarico davanti alla corte costituzionale maltese: “Il suo coinvolgimento porta non solo a seri dubbi sull’indipendenza e l’imparzialità della stessa indagine, ma mina l’indipendenza e l’imparzialità che richiede un’indagine per omicidio”.

Nel mese di novembre, sette deputati del Parlamento Europeo hanno visitato l´isola per accertarsi sullo stato delle indagini. La loro reazione é stata di “seria preoccupazione”, preoccupazione che sarà accuratamente riportata in una relazione che verrà consegnata alla Commissione Europea. Secondo quanto dichiarato dall`eurodeputato Sven Giegoold, si pensa anche ad utlizzare lo strumento sancito dall´ articolo 7 del Trattato UE, vale a dire la contestazione formale da parte del Parlamento Europeo di una violazione grave dello stato di diritto. Si attendono aggiornamenti da Malta e da Bruxelles: la veritá sulla morte della reporter pare ancora lontana.

Le iniziative antimafia in Germania


A seguire, l´abstract dell´articolo accademico pubblicato da un nostro membro, Giulia Norberti, sulle principali iniziative antimafia presenti in Germania. Il lavoro si basa su informazioni raccolte negli ultimi mesi, coinvolgendo scuole, universitá, associazioni e non solo sull´intero territorio tedesco. Questo articolo é ad oggi l`unico a fornire una panoramica sui movimenti e sulle iniziative principali che si occupano di antimafia in Germania. Nonostante le molteplici iniziative presenti sul territorio, reperirne informazioni ha presentato delle difficoltá, dato il carattere spontaneo della maggior parte di esse. Non possiamo che augurarci che continuino a nascere e crescere tante altre attivitá dal basso che si occupino del tema e ci auguriamo che Giulia Norberti continui a mapparle.

Vi invitiamo inoltre a segnalarci eventuali altre iniziative mancanti, in modo da poterle inserire nel nostro giovane database, mantenere aggiornata la mappatura ed incoraggiare il networking.

L´articolo completo é al momento disponibile solo in lingua inglese e vi si puó accedere tramite il link in fondo alla pagina.

Abstract

Le ricerche degli ultimi anni suggeriscono che l’espansione delle mafie italiane in territorio tedesco stia avvenendo nell’indifferenza generale. Stato e autorità locali, così come società civile e media, non stanno dedicando sufficiente attenzione alla tematica. L’obiettivo di questo articolo è invece di identificare e mappare le numerose organizzazioni e i tanti eventi che sono stati organizzati negli ultimi anni, nel tentativo di analizzare la dimensione e le dinamiche del movimento antimafia in Germania. I risultati raccolti suggeriscono che, contrariamente al previsto, esistono molte persone e gruppi attivi in questo settore, anche se non sempre raggiungono un visibile impatto.

Link all´articolo completo: https://riviste.unimi.it/index.php/cross/article/view/9277/pdf

 

Flash news – 8,4 kili di cocaina trovati in un´automobile a Passau: alla guida, un italiano


Durante uno dei controlli giornalieri della polizia autostradale di Passau, nei pressi di Monaco di Baviera, é stato rinvenuto dagli agenti un ingente carico di cocaina in un´automobile diretta in Austria. Alla guida del mezzo, un italiano di 63 anni, le quali generalità non sono state rese note dalle forze dell`ordine. L´evento risale agli inizi di novembre.

La vettura si trovava nei pressi del parcheggio di Haammerbach dell´autostrada A3. L´uomo alla guida del mezzo di trova attualmente in arresto. Le indagini sono adesso in corso da parte della polizia di dogana (Zoll) di Monaco, dal gruppo investigativo antidroga dell´LKA Bavarese (GER) e dalla procura di Passau.

Riciclaggio in Ticino – la ´ndrangheta dietro il caso di Bellinzona


1995. Un´italiana apre un conto in Svizzera, presso la Banca UBS, e vi deposita un milione e mezzo di franchi. Una cifra ingente, che peró non sembra destare sospetti agli impiegati bancari. Nessuna domanda, nessun controllo particolare. Qualche anno dopo, il denaro viene trasferito a Dubai, poi alle Bahamas. Anche in questo caso, le operazioni passano sotto silenzio.

La storia, interessante giá nel suo preambolo in quanto mostra ancora una volta la facilitá nell’accedere a oasi fiscali, deve peró essere arricchita di un paio di dettagli. Antonella D., la donna intestataria del conto bancario, non era altro che la moglie di un ´ndranghetista (attualmente in carcere a Milano). I soldi, quel milione e mezzo di franchi depositato nel conto svizzero nel 1995, erano i proventi del traffico di droga gestito dalla cella ´ndranghetista Libri-De Stefano-Tegano di Reggio Calabria.

Ad essere implicati in questo losco affare sono adesso Antonella D., l´intestataria del conto, Franco L., denominato il ´banchiere´ della ´ndrangheta, ed Oliver C., amministratore svizzero del conto bancario ed ex membro del consiglio comunale di Chiasso per la FDP (Gemeinderat). Secondo le indagini, quest´ultimo sarebbe stato coinvolto dai due nella gestione degli affari, in qualitá di intermediario. Sarebbe stato lui, infatti, a trasferire il denaro a Dubai, così come ad aiutare nel riciclaggio della somma, acquistando ad esempio due costose assicurazioni sulla vita presso la Basler Versicherung e coinvolgendo la banca nella transazione. Gli ´ndranghetisti avrebbero anche investito denaro nell´acquisto di un albergo a Sanremo, in un casinó e nel moderno edificio di Via G. Motta vicino alla stazione ferroviaria di Chiasso. Le accuse verso Oliver C. sono di supporto ad un´organizzazione criminale, riciclaggio e falsificazione di documenti. Per ben 27 volte, tra il luglio del 2012 e l´aprile del 2014, l´ex membro del consiglio comunale avrebbe condotto operazioni per gli ´ndranghetisti: avrebbe , infatti, falsificato nominativi sui conti bancari, oltre che trasferito ingenti somme di denaro a Dubai o alle Bahamas e sottoscritto le assicurazioni sulla vita per il clan.

La scoperta delle irregolaritá nella banca svizzera e del coinvolgimento della ´ndrangheta é arrivata tramite un´inchiesta partita a Milano nel 2014, per la quale sono state arrestate 59 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sgominato il clan basato nel capoluogo lombardo, gli inquirenti italiani hanno seguito il flusso finanziario dei loro affari, che ha portato proprio alla banca svizzera UBS, svelando gli illeciti commessi nel corso degli anni ai fini di riciclaggio.

Il processo, avviato a Bellinzona il 4 Dicembre, presenta svolte interessanti. Da un lato si tratta della presenza, ormai appurata, della mafia nel Canton Ticino. Dall’altra, a finire sotto i riflettori giudiziari vi é anche l´efficacia dei controlli dei flussi finanziari sospetti e, di conseguenza, l´idoneitá delle leggi applicabili. In Svizzera, la presenza della ´ndrangheta non é una novitá. É infatti del marzo 2016 la notizia dell´arresto di 13 persone a Frauenfeld proprio per appartenenza alla mafia italiana. I 13 sono stati successivamente estradati in Italia. La cellula della ´ndrangheta calabrese sarebbe stata attiva nel Canton Turgovia per ben 40 anni. Nel caso della societá di Frauenfeld, il processo si é svolto in Italia e dunque sotto legislazione italiana, a differenza del processo attuale. Per questo, ci si domanda fino a che punto il reato di associazione a delinquere svizzero possa essere idoneo per affrontare il caso ticinese. In attesa di novitá dal lavoro dei giudici, non si puó che riflettere sull´arretratezza del quadro legislativo europeo di fronte alla criminalitá organizzata che, al contrario dei legislatori, non ha difficoltá a sfruttare le possibilitá della globalizzazione per i suoi affari.

Le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella tifoseria bianconera


La sentenza dell’inchiesta Alto Piemonte che vede tra i condannati Rocco Dominello e il padre Saverio, esponenti della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, riaccende il nostro interesse sul tema “Calcio e Mafia”. Il procedimento penale pendente dinanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino, sebbene non abbia coinvolto nessun tesserato del club bianconero, ha però innescato un effetto domino che ha investito il presidente Agnelli, più volte ascoltato davanti alla Commissione Antimafia. Il guaio per il vertice della società juventina è che gli atti dell’inchiesta siano finiti fin da subito in mano alla procura federale della FIGC, la quale ha avviato un processo sportivo nei suoi confronti e in quelli dei suoi più stretti collaboratori.

Dopo l’interruzione del 26 maggio 2017 a causa dell’impegno imminente che attendeva la squadra a Cardiff, la sezione disciplinare del tribunale federale nazionale si è riunita nuovamente il 15 settembre. Nel frattempo Andrea Agnelli ha ottenuto la carica di presidente dell’ECA (European Club Association), ambito ruolo dirigenziale che tutt’ora ricopre. Le accuse nei suoi confronti sono quelle di aver intrattenuto rapporti con la tifoseria organizzata per l’acquisto e la successiva vendita di tagliandi a prezzo maggiorato, contribuendo alla realizzazione di guadagni illeciti da parte di organizzazioni malavitose. In particolare, è palese la violazione dell’art.1bis comma 1 (principi di lealtà e correttezza) e dell’art.12 commi 1,2,3 e 9 (prevenzione di fatti violenti) del Codice di Giustizia Sportiva, motivo per cui la Procura ha inizialmente richiesto trenta mesi di inibizione, unitamente al pagamento di 50.000 euro di ammenda.

Alcune violazioni sono state in parte ammesse dagli imputati nel corso del processo sportivo, i quali hanno dichiarato di aver violato il decreto Pisanu vendendo più di 4 biglietti a ogni acquirente e motivando il fatto con “ragioni di carattere pubblico”. Secondo l’accusa si tratterebbe, dunque, di un accordo tacitamente concesso dalla dirigenza per cercare di “accontentare” la tifoseria organizzata e arginare eventi spiacevoli, al fine di mantenere la pace in curva. L’insorgere di atti violenti, infatti, comporterebbe il pagamento di sanzioni particolarmente onerose per la società, che a quanto pare si è adoperata, più o meno legalmente, per evitare questo inconveniente.

Il presidente Agnelli invece ha negato fermamente il suo coinvolgimento in queste pratiche poco ortodosse e anzi ha riversato la responsabilità sul collega Calvo, all’epoca dei fatti direttore commerciale della Juventus. La millantata estraneità del dirigente viene respinta dal Tribunale sportivo per diversi motivi, tra cui il lungo periodo in esame (5 stagioni sportive) e l’ingente numero di tagliandi venduti i in maniera impropria. Quello che invece non è stato confermato è il presunto rapporto tra Andrea Agnelli e Rocco Dominello; a questo proposito, la difesa ha sottolineato con decisione che il presidente non poteva essere a conoscenza del ruolo malavitoso del soggetto, reso pubblico soltanto dopo la loro “sporadica” frequentazione, che si è poi immediatamente interrotta.

Alla luce di ciò, il TFN ha accolto solo parzialmente le richieste della Procura e ha disposto che Andrea Agnelli, Stefano Merulla, Francesco Calvo paghino un’ammenda di 20.000 euro e scontino 12 mesi di inibizione; Alessandro d’Angelo dovrà invece scontare 15 mesi di inibizione per non essersi opposto all’introduzione di materiale pericoloso e offensivo in occasione del derby della Mole. La società Juventus FC pagherà un’ammenda di 300.000 euro a titolo di responsabilità diretta, ma non dovrà disputare alcuna gara a porte chiuse, come inizialmente richiesto dalla Procura.

Tuttavia, a prescindere dalla comprovata inconsapevolezza del dirigente, le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva sud della Juventus non sono state affatto smentite. Secondo il Tribunale di Torino, nelle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna dei Dominello, si legge che la ‘ndrangheta si è “di fatto imposta nel tifo organizzato, esercitando un vero e proprio controllo dei gruppi che supportano la Juventus”, ottenendo quindi una grossa fetta degli introiti derivanti dalla rivendita a prezzo maggiorato dei biglietti. Si noti, infatti, che il bagarinaggio in Italia è attualmente punito alla stregua di un illecito amministrativo e in questo potremmo individuare uno dei motivi che ha suscitato l’interesse della ‘ndrangheta per questo affare poco rischioso.

Con l’accusa di tentato omicidio e di bagarinaggio a seguito dell’infiltrazione nei gruppi ultras juventini, Saverio Dominello è stato condannato a 12 anni di carcere, mentre il figlio a 7 anni. Fabio Germani, il presidente dell’associazione ItaliaBianconera, arrestato nel 2016 e ritenuto l’anello di congiunzione tra Dominello e la Juventus, è stato invece assolto; il suo legale ha precisato che il rapporto di amicizia che intercorreva tra i due non avrebbe implicato il supporto all’attività dell’‘ndrangheta.

Per il giudice Marson, però, risulta improbabile che la Juventus non fosse a conoscenza della gestione “poco trasparente” dei biglietti destinati agli ultrà. Un campanello d’allarme avrebbe potuto essere l’episodio risalente al 2014, in cui un tifoso svizzero presentò un reclamo dopo aver pagato 620 euro per un biglietto facente parte della dotazione di tagliandi di Rocco Dominello che ne vale 140.

A rendere ancor meno trasparente la questione della relazione tra criminalità organizzata e mondo calcistico, ci pensa l’inchiesta sui “biglietti omaggio” che il Napoli avrebbe concesso ai fratelli Esposito, tre imprenditori di Posillipo noti alle autorità per aver intrattenuto rapporti con la Camorra. In questi mesi, il procuratore federale Pecoraro ha ascoltato numerosi tesserati e giocatori, e a inizio novembre ha chiuso il cerchio con l’audizione del presidente del club partenopeo, Aurelio de Laurentiis. A quanto pare, l’indagine è stata archiviata perché il fatto non sussiste, ma un secondo filone di inchiesta suggerisce che, diversamente dal caso juventino, ad essere implicati questa volta siano i giocatori e le violazioni si siano consumate all’insaputa del presidente de Laurentiis.

Aggiornamento dall’Europa: approvato definitivamente il regolamento istitutivo della Procura Europea


Dopo il necessario via libera da parte del Parlamento europeo (lo scorso 5 ottobre), i 20 Stati membri che partecipano alla cooperazione rafforzata hanno firmato il regolamento che istituisce la Procura Europea; tra i firmatari anche il ministro della giustizia tedesco e quello italiano. L’ufficio, con sede a Lussemburgo, sarà composto da magistrati che avranno il compito di indagare, perseguire e portare a giudizio gli autori di reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea; nello specifico, i reati perseguibili sono quelli di frode relativi ai fondi dell’UE di entità superiore ai 10 000 euro, corruzione o frodi transfrontaliere in materia di IVA superiori a 10 milioni di euro (per la competenza dell’EPPO si rinvia alla direttiva UE 2017/1371 sulla protezione degli interessi finanziari dell’Unione, la direttiva PIF).

Per quanto riguarda la struttura, l’organismo sarà strutturato su due livelli, quello centrale e quello nazionale. Il livello decentrato sarà composto da procuratori europei distaccanti negli stati partecipanti. Quest’ultimi potranno continuare a fare i pubblici ministeri nazionali, ricoprendo pertanto una duplice veste, a condizione che mantengano l’autonomia dalle autorità giudiziarie nazionali qualora esercitino le loro funzioni per conto della Procura europea. Il livello centrale sarà invece costituito dal procuratore capo europeo, 20 procuratori europei (uno per ogni stato membro) e da apposito personale tecnico e investigativo. La procura europea dovrebbe quindi garantire una maggiore efficacia e omogeneità dell’azione penale; inoltre, si auspica il recupero, almeno parziale, delle somme oggetto di frode. Da notare il fatto che la Procura Europea non procederà agli arresti ma resterà prerogativa delle forze di polizia nazionali. In ogni caso, prima di vedere all’opera l’intera macchina organizzativa dovremo aspettare alcuni anni: la procura potrebbe diventare operativa tra il 2020 e il 2021. Nel frattempo gli stati membri non partecipanti – con cui è innegabile una relazione complessa – potranno aderire in qualsiasi momento, anche in una fase successiva.

Per quanto riguarda invece la lotta alla mafia, quello che si evince dalla lettura del regolamento è che per ora la partecipazione ad un’organizzazione criminale verrà perseguita limitatamente al caso in cui l’attività dell’organizzazione sia incentrata sulla commissione dei reati elencati nella direttiva PIF. Il fronte della lotta al crimine organizzato risulta pertanto ancora al minimo delle sue potenzialità. L’augurio è che le proposte di allargamento della competenza della Procura europea, già avanzate da alcuni paesi in previsione dell’adozione da parte della Commissione europea di una comunicazione “in prospettiva 2025”, non si limitino ai reati di terrorismo ma proprio alla lotta a 360 gradi della criminalità organizzata transfrontaliera.

Come ricordato dal procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato durante la conferenza “Bribery, fraud, cheating – how to explain and to avoid organizational wrongdoing” tenutasi ad Hannover in ottobre, la mafia oggi è un paradigma internazionale. Essa offre i propri servizi a sempre più cittadini comuni (droghe, gioco d’azzardo, prostituzione, prodotti contraffatti) e imprenditori (smaltimento illegale dei rifiuti, fornitura sottocosto di manodopera, prestito di capitali). La violenza continua ad essere praticata si nei territori di origine ma i soldi vengono investiti nei paesi del centro Europa, dove investono in proprio o si inseriscono in aziende già radicate sul territorio. Il risultato sono gruppi criminali altamente specializzati che si fondano sempre meno sugli individui e sempre di più sui capitali e sull’organizzazione stessa, in una logica di mercato che non ha confini. Il procuratore di Palermo ha sottolineato più volte l’urgenza di creare almeno le premesse per costruire un diritto penale europeo delle organizzazioni criminali; a questo si aggiunge la figura del procuratore europeo con pieno potere investigativo sul tema.

In un momento storico in cui non sembra ci sia troppo interesse in Europa nel colmare questo gap culturale generale, e quando si parla di mafia se ne parla come se fosse quella di un tempo, sfugge così il nuovo paradigma interpretativo delle mafie di oggi. La creazione della neo Procura europea sembra essere (vogliamo credere sia) un punto di partenza verso una reale cooperazione europea in materia e verso obbiettivi più ambiziosi. Ci auguriamo che l’attività e il know-how prezioso della Direzione Nazionale Antimafia italiana possa essere valorizzato da questo quadro europeo in evoluzione, all’apertura di una partita decisiva per la nostra democrazia e per il futuro dell’Europa.

Quando vale la pena essere criminali? Osservazioni teoriche sulla mafia e i suoi costi


Nella Gran Bretagna del dopoguerra, sfinita dal secondo conflitto mondiale, venne stipulato un patto informale degno di nota: la convenzione sul disarmo della polizia. Tradizionalmente, i “Bobbies”, come vengono affettuosamente chiamati i poliziotti inglesi, non hanno nessuna arma da fuoco con sé, ma solo il manganello. Questo disarmo fu possibile grazie ad un accordo verbale che le autorità conclusero con i criminali, in cui questi ultimi accettarono a loro volta di non utilizzare armi da fuoco: questo fu l’unico modo di arrivare a una tale conclusione, in quanto allora, né la polizia, né i fuorilegge avevano il potere di imporre l’abbandono delle armi alla controparte. In parole povere: una durevole e reciproca fiducia è stata raggiunta grazie al rispetto delle regole da ambo le parti. I criminali che avessero infranto questa legge, sarebbero stati malvisti non solo dalla popolazione, bensì da tutti gli altri fuorilegge. Il disarmo prometteva un guadagno relativamente alto per entrambi gli attori in gioco, in quanto teneva sotto controllo la possibilità che si verificasse una sparatoria. Cosa ci insegna, dunque, questa storia che a prima vista sembra così semplice?

Questo articolo si propone di mettere in luce l’importanza di una coordinazione sociale, che può essere generata attraverso il senso di comunità e il cambiamento sociale. Verrà dimostrato come la mafia, attraverso i suoi metodi, tenti di minare questa fiducia e metta in pericolo anche la fiducia nella democrazia. Di questo rapporto tra la criminalità organizzata e la funzionalità della democrazia viene di frequente accennato negli articoli e alle conferenze di Mafia? Nein, Danke!. A partire dalle riflessioni di autori come Paul Collier, Robert Putnam e John Nash, tenteremo di rappresentare questa relazione intuitiva in un sistema modello.

Nel suo lavoro principale „Making Democracy Work“, Putnam attribuisce le differenze regionali della Repubblica Italiana a ciò che lui chiama „il capitale sociale“. Per questo articolo non è tanto centrale il fatto che l’Italia sia stata scelta come case study, quanto che il concetto del capitale sociale, analizzato in questo studio, sia traslabile in diversi contesti. Cosa si intende con ciò? Il capitale sociale rappresenta per il filosofo la fiducia reciproca nella validità legale e l’osservanza di regole e valori condivisi, ma allo stesso tempo la possibilità di rimandare a relazioni interpersonali e credere alla stabilità delle stesse.

È difficile spiegare il motivo per cui uno stato assistenziale venga sostenuto anche da coloro i quali hanno in media una qualità della vita soddisfacente e per i quali, da un punto di vista economico, la ridistribuzione della ricchezza significhi più costi che benefici. Deve esserci un meccanismo efficace che motivi i cittadini a contribuire in un sistema comune, anche a discapito del proprio singolo calcolo di costi e benefici; in breve si tratta di mostrare solidarietà. Inoltre, la presenza di un sistema organizzativo come lo Stato, offre un’altra possibilità: la cooperazione. Numerosi beni astratti, tra cui anche la fiducia (o il disarmo della polizia), si ottengono con la collaborazione fattiva tra due parti. Ci si fida del fatto che lo Stato, nonostante la sua grandezza, possa creare questi legami ai quali si collegano i concetti di fiducia e giustizia. In questo caso, senza dubbio, ci troviamo davanti a una costruzione sociale, ma sappiamo che le mafie riescono ad insediarsi, con un’efficacia estrema e senza pressapochismi, in ambiti caratterizzati da una governance molto debole e, quando non riescono a infiltrarsi, si oppongono in maniera ostile allo stato stesso.

Per riuscire a collaborare, c’è sempre bisogno di un certo numero, vale a dire di una massa critica, che sia interessato a questo consenso. Il consenso premia i comportamenti conformi, e applica delle sanzioni qualora l’ordine sociale e civile venga violato. Dunque, come appare la struttura costi-benefici di coloro i quali si contrappongono all’ordine sociale e di coloro che reagiscono ai fuorilegge? Una situazione complessa di decisioni aggregate, soprattutto sotto una mancanza parziale di trasparenza, offre sempre l’incentivo di abbandonare questo ordine, o di fare la propria parte in modo insufficiente, come nel caso dei cosiddetti freeloaders. Un esempio molto semplice: il servizio della metropolitana è garantito anche se io non ho il biglietto, in quanto il costo sociale per un ticket non acquistato è marginale. È chiaro che se tutti viaggiassero senza biglietto, però, la rete metropolitana ad un certo punto collasserebbe. E questo è il motivo per cui i biglietti vengono controllati. I controllori percepiscono uno stipendio e, comportando un costo, vengono assunti in numero limitato, ma il numero ottimale di controllori che dovrebbero essere assunti è dato dal numero di persone che contravvengono alle regole. Allontaniamoci dunque dallo schema in cui tutti comprano il biglietto e non vi è la necessità di effettuare controlli, per avvicinarci a quello in cui i controllori vengono assunti in base al numero di persone che viaggiano senza biglietto. Ognuno, nella misura in cui agisce razionalmente, calcolerà il rischio di essere trovato senza biglietto e avrà calcolato il suo beneficio di conseguenza, al netto dei costi risparmiati. Anche in questo caso, sicuramente, in base al numero dei controlli, i fuorilegge adotterebbero una strategia e si tratterebbe di una situazione in cui vi è un equilibrio tra “cattivi” ed “eroi” (coloro che si attengono alle regole).

Nella realtà dei fatti, però, è andata diversamente: il prezzo dei titoli di viaggio è aumentato per tutti, perché alcuni non li acquistavano e perché i controllori devono essere pagati. Prendiamo come esempio una società normale, dove i costi non vengono intesi solo in una dimensione economica. Voi stessi potreste essere intesi come costo della perdita di fiducia. Ad ogni modo i costi della cooperazione aumenteranno proporzionalmente a tutti coloro i quali decidono di non partecipare a questi costi comuni. Gli organi preposti al controllo e alla disposizione delle sanzioni hanno un costo sempre maggiore e alcune opzioni verranno a mancare in quanto non efficaci e non coordinabili. Ma chi preferisce che questo servizio statale non venga più offerto?

Nella terminologia di Collier, i “super-cattivi” (Collier, 2016) sono coloro che traggono beneficio da situazioni precarie e puniscono persino coloro i quali vogliono punire “i cattivi”. Il terrorista è l’esempio perfetto, il cui scopo è quello di minare la sicurezza di un’intera società tramite minacce, piuttosto che quello di provocare danni al singolo (vedi terrorismo come strategia di comunicazione). Questo soggetto non ha nessun interesse ad ottenere un equilibrio ottimale: la persona che viaggia senza biglietto vuole che la rete di trasporti continui a funzionare in modo da poterla sfruttare, mentre il terrorista vuole che l’infrastruttura crolli per ottenere visibilità.

I metodi che la mafia predilige, tra cui nepotismo, corruzione, evasione fiscale, estorsioni, sono pericolosi non solo perché causano ingenti danni economici, ma soprattutto perché fanno vacillare le credenze degli “eroi”, ovvero coloro che si attengono alle regole. L’aspettativa di un sistema economico e di tassazione corretti, del monopolio statale della violenza, legittimato democraticamente. Attenersi a questa metodologia criminale non è vantaggioso solo per la mafia, bensì, in alcune circostanze, anche per la popolazione che mira egoisticamente a raggiungere uno stato di benessere molto ambito. Il lavoro nero è relativamente vantaggioso se si nota che gli introiti non vengono dichiarati. Non si tratta di minimizzare la mafia, quanto di renderci conto che il nostro comportamento sociale, che si contrappone al rifiuto della mafia, rappresenta una coordinazione. In entrambi i casi, però, la pratica coordinativa viene indebolita.

Un’ulteriore aspetto è la vendetta: gli atti di ritorsione della mafia sono decisamente inefficienti, in quanto comportano costi sociali molto rilevanti. L’azione vendicativa che implica una reazione, termina in un circolo vizioso in cui la brutalità nel farsi giustizia da sé aumenta esponenzialmente. Organizzazioni parastatali come la mafia, che lavorano secondo un proprio sistema di giustizia ed agiscono in un sistema basato sulla logica dell’occhio per occhio, sono molto instabili perché non offrono via d’uscita dalla spirale della criminalità. Il sistema di giustizia ufficiale al contrario, riconosce non solo l’aspetto della compensazione (che si rifà al principio dell’occhio per occhio), ma anche quello della riabilitazione e della legalità che ristabilizzano le aspettative della comunità.

La buona notizia, che però assume anche aspetti negativi, è che, quando si tratta di mafia, abbiamo a che fare solamente, nella terminologia di Collier con “cattivi” e non con “supercattivi”. Ciò significa che, da un lato, nel contrastarli, riusciamo a tenerli a bada, ma dall’altro essi hanno un grande interesse nel mantenere la stabilità dell’instabilità del loro stato subottimale. In questo caso si parla di un rischio prolungato (forse costante), ma allo stesso tempo calcolabile (la Camorra potrebbe rappresentare un’eccezione, in quanto le sanguinose faide in cui è coinvolta rischiano di turbare l’equilibro locale).

Ciò che è sconcertante riguardo alla mafia, è il fatto che si identifichi in termini come “onore” e “impegno”, creando di conseguenza una struttura sociale di fiducia, che però si contrappone alla struttura democratica. La struttura mafiosa rimane, infatti, molto legata all’interesse del singolo. La rete interpersonale creata della mafia ricorre in grande misura al capitale sociale nella sua forma caricaturale, a scapito di molti e a beneficio di pochissimi.

Addiopizzo vince il Friedenspreis di Brema, l’impegno dell’associazione nella lotta alle estorsioni viene riconosciuto anche in Germania


Addiopizzo è un’associazione antimafia che ha origine a Palermo, attiva soprattutto sul fronte della lotta alle estorsioni mafiose – vale a dire, il cosiddetto “pizzo”.

L’associazione nasce nel 2004, quasi per caso: alcuni ragazzi vogliono aprire un’attività indipendente, ma si scontrano immediatamente con la possibilità di finire presto o tardi nel mirino del racket. I giovani si rendono conto di quanto ci sia bisogno di una realtà che, a monte, affianchi i negozianti che quotidianamente devono affrontare le richieste di estorsione da parte della mafia, e li supporti nel processo di denuncia. Forti di questa constatazione, simbolicamente, passano la notte del 29 luglio ad attaccare adesivi dal contenuto quantomeno rivoluzionario sul territorio cittadino: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. A Palermo, il mattino dopo, si respira un’aria diversa: la città si sveglia con un servizio del telegiornale regionale sull’azione degli “attacchini”, e le reazioni, positive e negative, non si fanno attendere molto.

Qualche tempo dopo, uno striscione allo stadio recante la scritta “Uniti contro il pizzo” attira l’attenzione di un imprenditore, trovatosi solo dopo aver denunciato le estorsioni alle forze dell’ordine. L’uomo decide dunque di contattare i ragazzi, dimostrando come non tutti i commercianti si siano arresi al pagamento del pizzo. L’anno successivo, l’associazione pubblica un manifesto in cui viene promosso ed incentivato il “consumo critico”, concetto per il quale i consumatori si impegnano a investire in un’economia scevra dalla componente estorsiva, acquistando prodotti e servizi da imprese che hanno deciso di non pagare il pizzo. Circa 3500 persone aderiscono all’iniziativa e creano i presupposti affinché, nel 2006, il gruppo esca dall’anonimato e inizi a organizzare iniziative, promuovendo la campagna ufficiale “Uniti contro il pizzo, cambia i consumi”.

L’associazione si fa portavoce dei commercianti e, annualmente, oltre ad organizzare la commemorazione della morte di Libero Grassi, imprenditore simbolo della lotta contro il pizzo, assassinato nel 1991 dalla mafia, celebra la festa del consumo critico Addiopizzo, in cui è possibile conoscere tutti coloro che aderiscono al manifesto. Le nuove imprese che aderiscono al network sono li costantemente aggiornate, cosi come sulla mappa pizzo-free della città di Palermo. Ad oggi, i negozi aderenti alla rete Addiopizzo sono 1043, mentre quasi 13500 sono i consumatori che li sostengono. Inoltre, Addiopizzo ha avviato un percorso di sensibilizzazione all’interno delle scuole sul tema “pizzo”, realizzato anche grazie al contributo di istituzioni attive nell’antiracket, e negli ultimi anni ha ampliato il suo raggio d’azione, impegnandosi anche sul fronte di supporto alle vittime di estorsione: agli utenti viene fornito un breve vademecum per tutelarsi e informarsi sulle legislazioni antiracket e antiusura.

Parallelamente all’azione preventiva, Addiopizzo si impegna attivamente accanto ai commercianti che denunciano il racket mafioso, costituendosi parte civile ai processi: In questa fase, gli operatori economici e l’associazione stessa sono affiancati da un’equipe di quattro avvocati che forniscono assistenza legale. Dal punto di vista istituzionale, invece, l’attività di lobbying dell’associazione si è tradotta nell’appoggio di alcuni uomini politici e nella presa di posizione di enti come Confindustria, contro imprese che non hanno rispettato lo statuto di Addiopizzo. La lotta alla mafia deve essere efficace sul fronte politico, come su quello civile e l’attivismo dell’associazione palermitana ha reso possibile qualcosa che qualche tempo fa era impensabile: portare avanti o aprire un esercizio pubblico senza temere le richieste di estorsione della mafia. Lo scetticismo iniziale nei confronti di Addiopizzo ha lasciato spazio al dato di fatto che l’invincibilità della mafia sia stata minata, fatto confermato anche dalle parole del pentito Di Maio, che ha dichiarato che “la mafia è più prudente con chi fa parte di Addiopizzo”.

La proficua e instancabile attività dell’associazione è stata notata anche fuori dai confini nazionali; la fondazione die Schwelle, con sede a Brema, ha assegnato il Friedenpreis 2017, ovvero il “premio della pace”, proprio ai ragazzi del Comitato Addiopizzo, per aver perseguito con il loro operato ideali di giustizia e di pace. Dopo il ritiro del premio, due rappresentanti dell’associazione sono stati ospiti a Berlino, da Mafia? Nein, Danke!, per raccontare a soci e sostenitori una realtà che presenta delle similitudini con l’associazione berlinese, ma che è nata in un territorio in cui il fenomeno delle estorsioni è diffuso in maniera capillare.

Il tema del racket, infatti, è familiare anche a Mafia? Nein, Danke!, sorta a Berlino a seguito di un tentativo di estorsione a danno di alcuni ristoratori, che decisero di unirsi per denunciare il fatto alla polizia. Il gruppo creatosi ha dato vita all’associazione, registrata ufficialmente nel 2009. Sebbene la realtà di Mafia? Nein, Danke! non si occupi principalmente di combattere il fenomeno estorsivo, rappresenta ancora una volta l’unione della società civile nel movimento antimafia e, in qualche modo, il riadattamento di Addiopizzo in un contesto completamente diverso, dove la popolazione deve innanzitutto ammettere la presenza della mafia.

Uno degli obiettivi di questo incontro è quello di sensibilizzare la comunità tedesca, che sembra essere ignara del fatto che la Germania, e anche la stessa Berlino, sia gremita di associazioni a stampo mafioso, siano esse italiane o straniere, e a dimostrare l’importanza di sviluppare un sentimento di Zivilcourage (coraggio civile) nella lotta alla mafia, che può fare la differenza. Il contributo vincente di Addiopizzo in Italia deve essere d’esempio e incentivare la creazione di realtà simili anche all’estero, soprattutto ora, che il tema dell’espansione della mafia è all’ordine del giorno.

Perquisizioni in Turingia e a Berlino dopo il presunto assalto mafioso a Erfurt


La sera dell’11 ottobre, un gruppo formato da circa 20 uomini ha turbato la quiete del centro storico di Erfurt, facendo irruzione in un ristorante sulla Michaelisstraße. Il padrone dell’attività è stato ferito durante l’accaduto, e insieme a lui i due figli. La polizia sta indagando per individuare il motivo dell’aggressione ma alcune delle vittime si sono rifiutate di testimoniare e questo, insieme al dubbio che si tratti di un attacco pianificato ai danni del proprietario armeno del locale, riconduce il fatto alla criminalità organizzata. In particolare si pensa ai gruppi mafiosi russo-armeni, da tempo radicati in Turingia e nella città di Erfurt, le cui rivalità interne sono già note alle forze dell’ordine.

A seguito di questo attacco, la polizia tedesca ha disposto una serie di perquisizioni nelle città di Erfurt, Berlino e Zwickau, in cui sono state rinvenute diverse armi da fuoco, manganelli, spray lacrimogeni, taser, nonché 29.000 euro in contanti e 50g di cocaina. Sono stati arrestati 6 uomini, tra cui un membro dell’organizzazione criminale Hells Angels, e due soggetti con un precedente per aver importato cristalli di metanfetamina dalla Repubblica Ceca a Erfurt, dove sono stati successivamente venduti.