Il narcotraffico e attori criminali sudamericani


Lucia Capuzzi, giornalista dell’Avvenire e grande esperta di Sud America, è intervenuta con un’interessante contributo in occasione della quarta edizione di “Contromafie” ad inizio febbraio 2018: il tema era incentrato sul narcotraffico e sui cartelli della droga messicani. L’intervento ci invita ad allargare lo sguardo anche ad altri attori criminali, che sono però in connessione con quelli europei e che con loro collaborano. E’ importante qui ricordare che l’ˋndrangheta è stata definita nell’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia egemone nel campo della cocaina e vicina ai narcotrafficanti sudamericani, con cui da tempo ha instaurato rapporti privilegiati e dove ha creato delle cellule strategiche per gestire al meglio il mercato degli stupefacenti.

L’America Latina è un continente solo formalmente in pace ma che in realtà nasconde tassi così alti di violenza pari quasi a una vera e propria epidemia: nel continente vive il 9% della popolazione mondiale ma è il territorio dove si concentrano , secondo le statistiche ufficiali, il 33% degli omicidi mondiali. Il 2017 ha battuto il record di violenza di sempre: in Messico si sono, registrati più di 25.000 omicidi, con una media di 80 uccisioni al giorno.

E’ questo il contesto in cui le organizzazioni criminali si muovono, sfruttando per i loro traffici illeciti il più grande mercato sommerso del continente, quello del narcotraffico. In Sud America si trovano infatti tre degli stati più importanti al mondo per produzione di cocaina: la Colombia, il Perù e la Bolivia. Inoltre, soprattutto in Messico, si producono oggi ingenti quantità di cannabis ed eroina, quest’ultima principale responsabile dell’attuale emergenza droga negli USA. I cartelli della droga messicani stanno sempre di più monopolizzando il mercato degli stupefacenti verso il Nord con gli Stati Uniti e stanno diventando attori importanti anche verso il Sud, gestendo i rapporti con i trafficanti colombiani; inoltre, i cartelli messicani hanno ampliato il proprio business verso l’Europa, il cui mercato è gestito principalmente dall’ˋndrangheta e da Cosa Nostra, con cui hanno instaurato rapporti di fiducia. I gruppi messicani sono entrati in contatto anche con Al Qaeda e Hezbollah attraverso lo smercio verso l’Africa e con le triadi cinesi per quanto riguarda la metanfetamina.

Il narcotraffico è l’attività principale dei cartelli messicani. Sul territorio i narcotrafficanti si muovono grazie a gruppi paramilitari che sono diventati il braccio violento dei cartelli; la droga viene poi esportata e consumata per la maggior parte in Europa e negli Stati Uniti, dove la domanda di stupefacenti non accenna a diminuire. I profitti derivanti dalla vendita di stupefacenti non servono più solo a corrompere e primeggiare, ma anche per accedere e sfruttare altri mercati, diversificando così i loro business. Uno tra quelli più redditizi al momento per l’America Latina è lo sfruttamento delle risorse naturali, in cui le organizzazioni criminali possono infiltrarsi. Non è un caso se in questo continente si conta il più grande numero di ambientalisti uccisi al mondo: occuparsi di questi temi e avvicinarsi a quest’ambito significa spesso opporsi ad interessi criminali milionari (secondo i dati riportati dall’ONG Global Witness sono 197 gli ambientalisti uccisi in Sudamerica solo nel 2017).

Perché quindi è importante porre lo sguardo anche sul narcotraffico in America Latina? La continua collaborazione con le mafie europee alimenta un circolo vizioso che permette ai gruppi criminali di sopravvivere e guadagnare grazie alla vendita di prodotti illegali. Con un enorme costo, per esempio, per la società civile messicana, che negli ultimi 10 anni si è trovata ad affrontare il triste fenomeno dei desaparecidos (35000 persone scomparse negli ultimi 10 anni in Messico). Il sequestro e la detenzione arbitraria di giovani da parte di gruppi criminali è un dramma che sta colpendo molte famiglie messicane; queste si ritrovano spesso inascoltate da parte delle istituzioni che avviano una vera e propria criminalizzazione della vittima al momento della denuncia da parte dei famigliari. L’identikit dei giovani scomparsi è sempre lo stesso: giovani uomini e donne, tra i 18 e i 32 anni. Le famiglie si sono quindi organizzate in associazioni per riuscire a ritrovare autonomamente i propri familiari e per chiedere in maniera corale una risposta da parte delle istituzioni: questo è ciò che fa l’associazione Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México (link), membro della rete internazionale di Libera, ALAS composta da diversi organizzazioni della società civile che si occupano di promuovere l’antimafia sociale lungo tutto il Centro e Sud America.

La relazione finale della Commissione parlamentare antimafia italiana


Il 21 febbraio 2018 è stata presentata al Senato italiano la relazione finale della commissione parlamentare Antimafia presieduta dall’onorevole Rosy Bindi che racchiude il lavoro svolto durante la legislatura 2013-2018. La commissione Antimafia, istituita per la prima volta nel 1962, ha una funzione d’inchiesta, indagine e informazione sul fenomeno mafioso ed è composta da deputati e senatori della Repubblica italiana. Il documento è molto importante al fine di capire la recente evoluzione delle mafie e racchiude il lavoro fatto fino ad ora, lasciando il testimone a chi sarà eletto alla commissione con la prossima legislatura. L’approfondimento appena pubblicato non si è limitato a studiare il fenomeno all’interno dei soli confini italiani, ma l’internalizzazione delle mafie ha portato la commissione a spostarsi e a confrontarsi con la sua evoluzione in Europa e non solo.

L’evoluzione delle mafie italiane

Il punto di partenza che apre la relazione e che è di fondamentale importanza per comprendere le mafie italiane oggi è la straordinaria capacità di adattamento delle mafie stesse alla società in cui oggi tutti noi viviamo. Se nel corso degli ultimi anni da un lato la lotta alla criminalità organizzata è cresciuta sempre di più grazie anche a un mirato lavoro dei giudici e a una crescente consapevolezza della società civile, questo di contro ha visto le mafie cercare e sfruttare opportunità di business laddove prima non c’erano e sempre di più in territori non tradizionali. Un secondo aspetto importante da notare è come il consenso silenzioso che prima arrivava dal basso ora è sempre di più un consenso d’élite: gli interlocutori delle criminalità organizzate sono spesso professionisti dell’economia e della politica, attori esterni all’associazione mafiosa i quali operano nella cosiddetta zona grigia; è evidente, quindi, il ricorso sempre più sporadico alla violenza perpetrata, prediligendo il metodo corruttivo. La mafia è sempre più imprenditrice, infiltrandosi nell’economia legale al fine di reinvestire e ripulire il profitto accumulato grazie a traffici illeciti.

L’internazionalizzazione della ‘ndrangheta

Il raggio d’azione mafioso arriva a toccare diversi stati europei, Germania compresa. Anche la relazione della commissione antimafia cita il paese come territorio d’infiltrazione mafiosa, in particolar modo da parte dell’ˋndrangheta. L’allarmante presenza di ˋndranghetisti in Germania è emersa ancora più chiaramente grazie all’importante operazione Stige di inizio gennaio 2018 (per i dettagli dell’azione qui il nostro articolo di approfondimento). L’operazione ha infatti identificato un’importante cosca crotonese e le sue ramificazioni in varie regioni italiane, in Germania e Svizzera. La flessibilità e l’adattamento dellˋndrangheta nei territori oltreconfine è favorita dalle legislazioni, meno severe e attente al fenomeno mafioso degli altri paesi europei: l’assenza di norme come quella italiana del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e delle misure legate alla prevenzione patrimoniale rende molto difficile sequestrare beni all’estero. Di questo le cosche ne sono consapevoli e ne approfittano comprando alberghi, ristoranti e strutture di altro genere, aprendo attività senza temere di vedere i propri beni sequestrati in Germania, Svizzera, Malta, Spagna e Francia. Inoltre, dai documenti emerge come l’ˋndrangheta sia attiva anche oltreoceano e America Latina: le cosche di Vibo Valentia e di Reggio Calabria continuano ad essere egemoni nel mercato della cocaina, mantenendo rapporti privilegiati con i cartelli del narcotraffico del Centro e Sud America.

Strumenti di contrasto comuni

La commissione ha auspicato, più volte, una maggiore cooperazione da parte delle istituzioni europee nella lotta contro la mafia, oltre a sollecitare i partner europei a un maggior impegno all’interno dei propri confini nazionali. Nondimeno è importante ricordare che la lotta alla criminalità organizzata non può essere lasciata al singolo stato, considerando anche i numeri delle mafie, che costano alle entrate fiscali dell’Unione Europea circa 670 miliardi. Diverse le misure che la commissione suggerisce in tal senso, ma di fondamentale importanza rimane un allineamento legislativo anche dal punto di vista penale. I risultati raggiunti in questi anni di lavoro hanno visto il 12 ottobre 2017 adottare formalmente a livello europeo il regolamento che istituisce la Procura europea. Sono venti gli Stati membri che vi partecipano, inclusa l’Italia. La procura europea avrà il compito di indagare e perseguire i reati che toccano gli interessi finanziari dell’Unione Europea, comprese le condotte di corruzione passiva o attiva e di appropriazione indebita legati a questi interessi finanziari. La proposta di disciplinare i provvedimenti di congelamento e confisca dei beni è stata approvata invece il 12 gennaio 2018, dando inizio ai negoziati inter-istituzionali per la stesura della legge. Da ultimo è importante ricordare i protocolli d’intesa da parte della Direzione Nazionale Antimafia italiana con cinquanta paesi che hanno lo scopo di semplificare e velocizzare la collaborazione sul tema.

Movimento antimafia

Un importante accenno viene fatto al sempre più crescente movimento antimafia, che in Italia si declina in progetti nelle scuole, in formazione degli insegnanti e in nuovi corsi di laurea nelle università. Recentemente è nato anche il primo dottorato di ricerca proprio sulla criminalità organizzata. Nel frattempo anche il movimento antimafia si è internazionalizzato, con tanti avamposti europei sparsi tra i paesi che, simili a quello di Mafia? Nein, danke! divulgano una crescente sensibilizzazione anti-mafiosa: da Berlino, a Bruxelles, Parigi, Marsiglia, Londra e Madrid. In questo Libera, l’associazione italiana antimafia per eccellenza è diventata un punto di riferimento per la sensibilizzazione e il lavoro su questa tematica; sono infatti 1600 le associazioni che con essa cooperano. Oltre a questi movimenti che nascono dalla società civile, viene citato anche l’esempio di Avviso pubblico, un movimento antimafia all’interno dell’amministrazione pubblica, dove confluiscono enti pubblici e Regioni che fanno della promozione dei valori della legalità e della formazione civile contro le mafie il loro scopo. Viene infine citato l’esempio della sempre più crescente sensibilità al tema nel campo dell’arte, del cinema e all’interno di blog creati ad hoc. Sono tre le motivazioni principali che la commissione individua per descrivere la crescente consapevolezza sull’argomento: la legittimazione da parte del pontificato di Francesco I, lo sviluppo del movimento antimafia anche nelle regioni del Nord d’Italia e la trasformazione di questa lotta come un dovere civile.

L’uccisione di Jan Kuciak: un nuovo attacco alla libertà di stampa


Nell’ultimo periodo di campagna elettorale, in Italia si è preferito continuare a parlare di tutto fuorché del problema della criminalità organizzata sia nel territorio che all’estero. Eppure, come ha osservato il Procuratore Gratteri, anche dopo la strage di Duisburg dell’agosto 2007, la mafia calabrese ha continuato pressoché indisturbata con i suoi affari, spesso in una zona grigia tra legalità e illegalità.

Lo dimostra il retroscena del recente attacco durissimo alla libertà di stampa, che segue di pochi mesi l’uccisione di Daphne Caruana Galizia: domenica 25 febbraio il giornalista slovacco di ventisette anni Jan Kuciak e la fidanzata Martina Kusnirova sono stati trovati morti nella loro abitazione a Velka Makva (65 km da Bratislava). Come la giornalista maltese, Kuciak si era occupato dei Panama Papers.

In Slovacchia un evento del genere ha suscitato un notevole trauma, in particolare tra la società civile, perché nessun giornalista d’inchiesta finora era stato ucciso nel Paese. Fin dai giorni successivi al suo assassinio, la testata online Aktuality.sk presso cui lavorava pareva non avere dubbi sui legami tra l’uccisione del collega e la mafia: a tutt’oggi campeggia la scritta “ndrangheta” sulla home del sito internet e il titolo “mafia italiana in Slovacchia”.

Le indagini di Kuciak negli ultimi tempi miravano a fare luce sui rapporti tra la ‘ndrangheta, la politica slovacca e il mondo imprenditoriale: già un anno fa la tensione era avvertibile da più lati, sia per le minacce che il giornalista ha ricevuto da parte dell’imprenditore Marian Kocner – denunciate, ma senza alcun esito – sia per la richiesta di dimissioni che centinaia di manifestanti fecero al ministro degli Interni Robert Kalinak, considerato vicino al costruttore del Five Star Residence Ladislav Basternak. Sulla vicenda di questi appartamenti di lusso probabilmente finalizzati alla frode fiscale, Kuciak ha pubblicato un articolo non subito ma solo il 9 febbraio. Nonostante ciò, il suo lavoro d’inchiesta non si è mai fermato: il giornalista, infatti, è stato ucciso poco prima della pubblicazione di questo articolo, in cui era arrivato a completare la rete dei collegamenti tra la politica e gli attori delle truffe a danno dei fondi europei. Del resto, una delle attività tipiche della ‘ndrangheta all’estero è proprio il riciclaggio di denaro in attività a prima vista legali.

In particolare nell’Est Europa la mafia calabrese si è insediata nel tessuto economico a partire dalla caduta del Muro di Berlino, approfittando delle nuove possibilità di investimento: in Slovacchia intorno agli affari in campo agricolo ruotano le famiglie delle ‘ndrine emigrate da Bova Marina e da Africo Nuovo. L’ultimo articolo di Kuciak costituisce uno dei pochi tentativi di approfondimento di questo fatto e riguarda in parte l’utilizzo di fondi UE dei settori dell’agricoltura e del fotovoltaico: le suddette famiglie si sono appropriate di più di otto milioni di euro slovacchi solo nel 2015-16, sei milioni per le energie alternative e due miliardi UE per lo sviluppo rurale (2014-2020).

La politica slovacca è entrata in una vera e propria crisi a seguito di queste uccisioni e dell’emergere di una fitta rete di corruzione all’interno del partito al governo (Smer-SD). Non ultimo, la consigliera del premier in carica Fico, Maria Troskova, nel 2011 con la GIA Management è entrata in affari con Antonino Vadalà, imprenditore in ambito fotovoltaico di cui Kuciak nel suo ultimo articolo ha individuato i rapporti con la ‘ndrangheta. La ex modella si è dimessa a seguito dell’uccisione del giovane giornalista, allo stesso modo di Viliam Jasan, segretario del Consiglio di sicurezza. Quest’ultimo era stato titolare della Prodest – agenzia di sicurezza privata – nel 2016 proprio con il cugino di Vadalà Pietro Catroppa e fu lui a introdurre la Troskova in politica (era la sua assistente parlamentare) tramite una conoscenza in comune mai rivelata ma oggi piuttosto chiara. La crisi politica della Slovacchia non si è placata dopo le dimissioni di Troskova, di Jasan e del ministro della Cultura Marek Madaric: l’opposizione chiede anche le dimissioni di Kalinak e del presidente della polizia Tibor Gaspar.

Vadalà è stato arrestato insieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa, ai quali sono stati aggiunti altri quattro uomini noti come Sebastiano V., Diego R., Antonio R. e Pietro C. Tutti sono stati rilasciati dopo 48 ore, una volta scaduti i termini di custodia cautelare, dal momento che non sono state raggiunte prove sufficienti per confermare l’arresto.

L’uccisione di Jan Kruciak e della sua compagna pone in evidenza, oltre al problema in sé della ‘ndrangheta in Europa, la necessità di ulteriori strategie che dovrebbero essere intraprese a livello europeo. Il parlamentare europeo Sven Giegolg sostiene che una FBI europea potrebbe essere un passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata e alle altre forme di violazione dei diritti. Dal Parlamento europeo è stata inviata una delegazione a Bratislava, mentre una immediata reazione è venuta dalla società civile, che venerdì 2 marzo ha manifestato silenziosamente (circa 25000 i partecipanti) per le strade della città; al corteo sono intervenuti alcuni giornalisti e il Presidente della Repubblica Andrej Kiska, il quale nei giorni scorsi si è dimostrato a favore di elezioni anticipate nel caso in cui non vengano raggiunti accordi per un rimpasto di governo. Il premier Robert Fico ha minimizzato le forti critiche di coloro che sono scesi in piazza governo slovacco riconducendole a un presunto interesse del partito di opposizione a scardinare ulteriormente la credibilità del suo governo: possiamo dire che al momento il governo slovacco non sembra avere intenzione di rispondere all’appello di Kiska di reagire alla crisi di fiducia che si è aperta.

21 marzo 2018, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie a Foggia


Dal 1996 Libera – l’associazione fondata da Don Luigi Ciotti per sensibilizzare la società civile sui temi della criminalità organizzata e della corruzione – organizza una giornata dedicata a ricordare le vittime della mafia e a stringersi attorno ai loro familiari: di anno in anno questo movimento della società civile ha acquisito sempre maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni, fino al DDL n.1894 dello scorso anno che gli ha dato pieno valore dichiarando il 21 marzo “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Il primo giorno di primavera, le associazioni, le scuole e le parrocchie sfilano in corteo in una città italiana e leggono i nomi di coloro che sono morti in quanto obiettivo prescelto oppure perché si trovavano nel posto sbagliato o somigliavano fatalmente alla persona che si voleva uccidere. Si ritiene importante celebrare non solo le vittime illustri, quelle a cui sono intitolate vie, piazze e scuole, ma anche le persone che sono state dimenticate o addirittura mai considerate come meritevoli di menzione.

Tra le storie troppo poco raccontate c’è quella di una piccola vittima che il 12 novembre 2000 si trovava nel posto sbagliato: Valentina, di due anni, nipote di Fausto Terracciano. Lo zio non era il bersaglio diretto del clan camorristico dei Veneruso, fu scelto perché congiunto del vero obiettivo, il suo fratellastro Domenico Arlistico; la morte della bambina fu controproducente non solo perché portò all’arresto di coloro che ne furono responsabili, ma anche perché fatti del genere sono considerati gravi persino nel codice d’onore camorristico. Anche il giovane Filippo Ceravolo il 25 ottobre 2012 si è trovato fatalmente nei pressi di un agguato di cui non era bersaglio ed è stato ucciso dalla ‘ndrangheta al posto di Domenico Tassone, colui che gli aveva dato un passaggio (parente del boss Bruno Emanuele). Alla tragicità di questa sua fine c’è da aggiungere che il caso è stato archiviato dal DDA di Catanzaro e che i responsabili ad oggi non sono ancora stati puniti.

Quest’anno la città scelta per il 21 marzo non a caso è Foggia, dopo un 2017 in cui la “Società Foggiana” – cartello criminale di stampo mafioso operante nelle città di Foggia, San Severo e Cerignola – è più volte saltata alle cronache per la brutalità con cui opera. Dopo gli anni ’70-primi anni ’80 si è iniziato a sottovalutare le sue attività, a ritenere comunemente che nella provincia la mafia non fosse un problema, contribuendo così ad accrescere nella mafia foggiana la convinzione di avere un potere illimitato.

Si è arrivati in questo modo all’assalto del servizio di vigilanza l’NP Serviceal Villaggio Artigiani di Foggia nel giugno 2014, che tenne in ostaggio la città, fino all’assassinio dei due contadini testimoni di un omicidio di mafia Luigi e Aurelio Luciani nell’agosto 2017, anche loro “colpevoli” di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La Commissione parlamentare antimafia presieduta da Rosy Bindi in questa legislatura 2013-2018 ha quindi dovuto affrontare il tema della mafia pugliese dopo oltre trent’anni in cui era rimasto nell’ombra. Nella relazione finale di questo 7 febbraio – un capitolo corposo viene riservato, infatti, alla provincia di Foggia – è emerso che la mafia foggiana, sebbene frammentata come quella barese, ha delle peculiarità che la distinguono dalle altre mafie del territorio pugliese: è stato confermato, infatti, quanto la sua vicinanza alle coste dell’Albania, per esempio, nel tempo l’abbia specializzata nel controllo del traffico di stupefacenti; inoltre per questa forma di criminalità sono di estrema importanza le alleanze con i gruppi del territorio così come quelle con la camorra e la ‘ndrangheta.

Il 21 marzo, contemporaneamente alla manifestazione nella città prescelta, le associazioni attive sul territorio si riuniranno nelle altre città italiane e all’estero. Mafia? Nein, danke! è tra queste e da Berlino parteciperà a questa iniziativa, organizzando un momento di riflessione e di discussione con la proiezione di film che ricordino una vittima innocente della mafia.

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, di seguito il link della relazione conclusiva della Commissione parlare antimafia 2013-2018

21 marzo: commemorazione delle vittime innocenti della mafia


Quando abbiamo deciso di proiettare il film “Fortapasc” per il nostro evento di quest’anno in occasione della Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno Antimafia, non potevamo ancora intuire che il tema sarebbe diventato così tristemente attuale. “Fortapasc”, infatti, racconta la storia di Giancarlo Siani, un giovane giornalista che indagava sulla Camorra a Napoli negli anni ‘80: egli ricercava in particolar modo i coinvolgimenti tra politica e criminalità organizzata collegati alla ricostruzione della regione distrutta a seguito del terremoto. Era un giornalista scomodo, pieno di vita e sveglio. Le sue ricerche però compromettevano gli interessi economici dei clan coinvolti nel caso. Il 25 settembre 1985 chiamò un conoscente che dirigeva l’Osservatorio sulla Camorra e gli comunicò che aveva qualcosa da riferirgli, ma che sarebbe stato opportuno non farlo per telefono. Poche ore dopo, in quella stessa giornata, Siani fu ucciso, a soli 26 anni. Sia i suoi assassini sia i mandanti dell’omicidio vennero in seguito condannati.

Adesso ci ritroviamo nella stessa circostanza di piangere l’uccisione di un giovane giornalista, Jan Kuciak, e della sua compagna, continuando a ricordare Daphne Caruana Galizia, uccisa a Malta nell’esplosione di un’autobomba. Entrambi giornalisti, entrambi indagavano sui rapporti tra Stato e mafia.

Proprio per questo al termine del film discuteremo sui rapporti tra giornalismo e mafia.

 

Il ruolo della società civile nella lotta alla mafia: ‘Contromafie’ come laboratorio di idee


Mafia? Nein, Danke! e.V era tra le file della delegazione Libera in Europa alla quarta edizione di Contromafie, intitolata “Contromafiecorruzione”; l’iniziativa si è svolta a Roma dal 2 al 4 febbraio 2018 e ha riunito i rappresentanti dei gruppi territoriali del movimento antimafia, provenienti da tutta Italia insieme alla delegazione europea e latino americana, con l’obiettivo di discutere di legalità, lotta alla mafia e alla corruzione. Il titolo, intenzionalmente, ha voluto sottolineare il legame sempre più stretto tra il fenomeno mafioso e quello corruttivo, definito come una mano che strozza con i guanti bianchi. Filo conduttore della tre giorni è stato proprio il ruolo attivo o propositivo della società civile, parallelamente al lavoro indispensabile delle istituzioni. A testimonianza di questo rinnovato impegno della società civile, al termine dei lavori, sono state presentate proposte concrete e sostenibili per combattere in campi diversi il sistema mafioso e corruttivo.

In particolare, il seminario dedicato alle organizzazioni criminali attraverso una prospettiva internazionale si è rivelato particolarmente interessante per il lavoro dell’associazione; tra i relatori, infatti, anche Claudio Clemente, dal 2013 direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia. L’UIF è l’autorità istituita presso la Banca d’Italia allo scopo di contrastare il riciclaggio di denaro ed il finanziamento del terrorismo: essa acquisisce e analizza flussi finanziari ritenuti sospetti di riciclaggio, trasmessi da intermediari operanti del settore. Perché è così importante capire la connessione tra il denaro e le mafie? Perché, come diceva Falcone, bisogna seguire le tracce di denaro per intercettare la criminalità organizzata. Infatti, chi ha ingenti somme di denaro generato da attività illecite, le ricollocherà nell’economia legale per poterle effettivamente ripulire. Interessante notare come dal 2007 a oggi tali segnalazioni all’autorità sono passate da 12.000 a oltre 100.000, di cui, nel 2016, circa 14.000 sono collegate in vario modo alla criminalità organizzata. A questo si aggiunge il crescente accento transnazionale del fenomeno; la mafia italiana è diventata, infatti, un’esportatrice netta di proventi illeciti all’estero, distribuiti in tutto il mondo, soprattutto in America del Nord e alcune zone dell’America del Sud. In Europa, i proventi illeciti sono distribuiti in gran parte degli stati, e in maniera rilevante in Svizzera, Malta e Germania. Perché in Germania? La criminalità organizzata sceglie lo stato dove esportare capitali illeciti sulla base di una valutazione dei rischi; in questo caso, il costo collegato al rischio è relativamente basso. L’UIF tedesca, e il sistema di contrasto che ruota intorno ad essa, ha una scarsa capacità di intercettare questi capitali e di aggredirli; ne consegue un vuoto di cui le mafie hanno approfittato. Il riciclaggio dev’essere quindi affrontato in una azione corale; tale collaborazione tra i gli enti statali che si occupano della materia è resa difficoltosa dai diversi sistemi normativi di riferimento ma si sta lavorano per favorire una maggiore collaborazione in questo senso.

La rete ALAS

Il tema delle relazioni e dell’impegno civile è stato centrale invece dell’incontro, svoltosi lunedì mattina, con alcuni rappresentanti della rete ALAS – America Latina Alternativa Social. La rete raggruppa più di 50 associazioni provenienti da 11 paesi dell’America del Centro/Sud. A Roma erano presenti alcuni esponenti dal Brasile, Colombia, Messico e Argentina, i quali sono testimoni di impegno civile all’interno delle loro comunità, da alcuni anni in rete tra loro. Toccante l’intervento di Yolanda Morán Isais, fondatrice di Fundem (Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México), madre di un giovane scomparso, la quale, assieme alle altre 605 famiglie che compongono l’associazione, raccontano la guerra interna tra narcotrafficanti e istituzioni che lo stato non riconosce e gestisce con l’esercito e la conseguenza più evidente di questo, la scomparsa di migliaia di giovani. Ufficialmente dal 2006 al 2017 i cosiddetti desaparecidos sono 33.000, ma solo una famiglia su 6 denuncia la scomparsa di un famigliare, per paura e per la criminalizzazione delle vittime da parte delle autorità messicane. Per questo le madri e le famiglie negli anni si sono unite e specializzate per la ricerca dei famigliari e per incalzare il governo ad agire. Uno degli obiettivi ultimi di questo movimento è anche quello di dotare la normativa messicana di una legge sull’uso sociale dei beni confiscati, anche a favore delle stesse famiglie di desaparecidos, che sacrificano tutto nel tentativo di trovare i propri figli e che spesso si ritrovano senza lavoro e casa. Attraverso le testimonianze delle associazioni presenti, è emerso come la collaborazione e il confronto all’interno della rete ALAS/Libera sia fondamentale per creare una rete sociale sempre più ampia ed un punto scambio di buone pratiche contro le mafie e fenomeni corruttivi che hanno una dimensione sempre più internazionale.

Per chi volesse approfondire quanto emerso dalla tre giorni, al seguente link trova i documenti riassuntivi, divisi in quattro aree tematiche.

La mente dietro l’operazione Stige


“Beato il paese che non ha nessun eroe… No.

Beato il paese che non ha bisogno di eroi.”

(Bertolt Brecht)

Il politologo Herfried Münkler ha definito qualche anno fa la società europea “post-eroica“. Negli stati democratici costituzionali che si trovano in uno stato di pace nel proprio territorio, c’è sempre meno bisogno di persone che si impegnano a tal punto da rischiare la propria vita. La situazione è però differente in Italia, dove la figura dell’eroe, è più importante che mai. Stiamo parlando dei magistrati, impegnati nella lotta contro le mafie nelle regioni italiane. Uno di questi è Nicola Gratteri. Ma non è forse fuorviante il concetto di eroe in questo caso? Non succede già troppo spesso che si celebri un sacrificio insensato riconducendolo all’eroismo?

Cerchiamo di definire questo concetto nel modo più neutrale possibile. Un eroe si caratterizza per (1) azioni notevoli, coraggiose e risolute, (2) in un ambiente sfavorevole, (3) orientato verso un concetto pubblico di verità che ne dimostri un atteggiamento integro; (4) a questo si aggiunge il fatto che lo status di eroe non è definito dal suo successo o dal suo fallimento (come nel teatro greco, in cui gli eroi sono i protagonisti sia di tragedie che di commedie). Nicola Gratteri soddisfa questi criteri?

1- Azioni

La mente dietro l’operazione “Stige”, che nel gennaio 2018 ha portato a 169 arresti e alla confisca di beni per un valore di 50 milioni di Euro (alcuni arresti sono stati effettuati anche in Germania) è proprio Nicola Gratteri. Per il lavoro di Mafia? Nein, danke! Gratteri è una figura molto importante, perché è stato uno dei primi a porre l’attenzione su quanto l’´ndrangheta sia diventata un sistema economico e di relazioni attivo a livello globale, che ormai opera in tutti i continenti. Proprio lui ha rivelato come l’80% della cocaina che si muove in Europa è gestita dall’´ndrangheta. Lui ha analizzato le reazioni che hanno seguito il bagno di sangue a Duisburg undici anni fa, scoprendo che questa era stata considerata, a posteriori, da parte dell’´ndrangheta, un errore. Da lì in poi, le faide si sarebbero dovute risolvere a San Luca. Recentemente Gratteri si è occupato con preoccupazione delle crescenti infiltrazioni da parte della mafia nelle istituzioni statali. Attraverso i soldi della cocaina gli ‘ndranghetisti non si sono fatti problemi ad arrivare a occupare posizioni decisive nell’amministrazione pubblica o quantomeno influenzarne pesantemente il processo decisionale.

2 – Ambiente ostile

Dopo essere entrato in magistratura, il 59enne calabrese ha cominciato a lavorare in Calabria, occupandosi fin da subito della lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Per il suo lavoro, da quasi trent’anni Gratteri vive sotto scorta; questo non significa soltanto che riceve protezione durante le apparizioni pubbliche. La scorta della polizia nei casi di pubblici ministeri che si occupano di mafia implica, in Italia, una sorveglianza continua 24 ore su 24. Gratteri ha una famiglia, ama il cibo italiano e adora la sua terra. Tuttavia è difficile immaginare quale prezzo stia pagando per il suo lavoro. La sfera privata, che è tutelata come diritto inalienabile dell’uomo, è sacrificata per uno scopo più alto. E’ purtroppo necessario aggiungere anche questo: è sopravvissuto già a due attentati da parte della criminalità organizzata. La lista dei pubblici ministeri attaccati frontalmente dalla Mafia e che hanno pagato con la vita il loro impegno si può leggere come una triste testimonianza di tale destino. Gratteri, tuttavia, non sembra essere intimidito da questa cosa. Alla domanda se non è troppo chiedere di correre il rischio di essere uccisi per inseguire la propria missione, la sua risposta arriva concisa e diretta: «Tutto nella vita ha il suo prezzo».

E intanto le indagini continuano a Catanzaro, una cittadina a sud, sulla punta calabrese. Gratteri e il suo team, lontani dalle grandi città, lavorano sui prossimi passi contro la criminalità organizzata calabrese, così come all’estero, dove arriva la mano lunga dell’Ndrangheta.

3 – Ambito pubblico e atteggiamento

La personalità di Gratteri è caratterizzata da uno stile calmo, riflessivo e sincero. Durante una intervista, il magistrato sottolinea come sia necessaria tanta ricerca e una raccolta di fatti obbiettivi e incontrastabili per individuare le realtà mafiose. I toni aspri e forti non lo possono quindi aiutare a lavorare al meglio per raggiungere quest’obiettivo. Le sue apparizioni pubbliche e televisive sono caratterizzate da commenti brevi e laconici. In Italia, l’opinione pubblica ripone enorme fiducia in questi magistrati, che sono ammirati e considerati alla stregua di moderni eroi; la frustrazione in cui vivono da decenni i cittadini italiani quando si parla di corruzione e mafia, ha portato i magistrati a guadagnarsi uno status quasi mitico e una tale notorietà che è imparagonabile alla realtà tedesca. Questo naturalmente ha anche i suoi lati negativi; le aspettative e le idealizzazioni possono condurre spesso a delusione. Non bisogna, infatti, dimenticare che i protagonisti di queste mitizzazioni sono sempre condizionati dal contesto in cui si muovono: nella realtà concreta, il lavoro di Gratteri dipende da molti altri fattori, oltre che dalla sua volontà.

Non sono soltanto le indagini della procura, però, ad impegnare la vita di Gratteri. Diventato autore di numerosi libri divulgativi sul tema mafioso, il magistrato vede come uno dei suoi tanti compiti quello di sgretolare il fascino negativo ed impedire il reclutamento da parte delle mafie di giovani leve; tutto questo attraverso un enorme lavoro di sensibilizzazione pubblica. Egli vede come un dovere della sua professione, quello di agire come una sorta di ambasciatore antimafia e di far comprendere quanto siano nocive le strutture mafiose a contatto soprattutto con i giovani calabresi. Gratteri partecipa ed è il protagonista di incontri nelle scuole, dove spiega la realtà mafiosa agli studenti e mostra come all’interno dell’’ndrangheta la possibilità di guadano economico non sia reale e che la redistribuzione della ricchezza non sia per nulla equa. Anche senza argomentare il discorso da un punto di vista strettamente morale, egli cerca di convincere i giovani a non lasciarsi affascinare dalle realtà mafiose che promettono loro falsi guadagni. Facendo l’esempio dello spacciatore di droga, Gratteri sottolinea come razionalmente non ne valga la pena. E in una regione come la Calabria, una delle più povere d’ Europa, questo è un argomento cruciale.

Attraverso il suo operato, Gratteri stava già agendo come possibile Ministro della Giustizia, salvo poi comprendere che qualcosa ne aveva impedito la nomina. Rimangono comunque invariate le sue richieste come magistrato alla politica italiana: l’accelerazione dei processi penali attraverso la digitalizzazione, per evitare di rinviare le sentenze fino alla scadenza dei termini di prescrizione; una maggiore coerenza e collaborazione nel procedimento penale tra gli organismi istituzionali. Gratteri critica inoltre pubblicamente figure come il ministro degli Interni italiano Marco Minniti, dal quale avrebbe voluto sentire una dichiarazione chiara a seguito dell’Operazione Stige avvenuta a inizio gennaio. Il magistrato segue in maniera costante anche come viene percepita e combattuta la mafia all’estero. Egli rimprovera la Germania di non aver ancora riconosciuto fino a che punto la mafia italiana, e in particolare l’ˋndrangheta, sia riuscita a coltivare il proprio capitale sociale anche oltreconfine. Inoltre, egli critica – assieme ad altri esperti di mafia – come il procedimento penale in Germania non ammetta una piena inversione dell’onere della prova. Gratteri e il suo team ha inoltre scoperto numerose reti legate alla mafia calabrese che arrivano fino in Canada, un paese che generalmente non è associato alla criminalità organizzata italiana.

4 – il successo non è determinante per lo status di eroe

Gratteri è senza dubbio un eroe e se questo termine ha ancora un senso, allora dev’essere usato per persone come lui che, nonostante le avversità in cui si muovono, si sono impegnate sempre e fino in fondo nella lotta contro la mafia. Tutti noi speriamo che Gratteri non finisca tra le fila di quei tragici eroi che, alla fine, falliscono nel loro lavoro e in quello che si erano prefissati; ma al contrario, che sia la società stessa a non averne più bisogno. Perché purtroppo la figura di un eroe è necessaria solo in un contesto drammatico e dove c’è bisogno di un appiglio a cui aggrapparsi. La sua vicenda non va però dimenticata: alla fine non si tratta solo di lui e di quello che fa, ma si tratta di quello che facciamo e di quello che siamo tutti noi.

“Un paese fatto da cittadini con coraggio civile non ha bisogno di eroi.”

(Franca Magnani, giornalista)

Il fascino degli strumenti di pagamento virtuali


Quando parliamo di riciclaggio, non possiamo non tener conto della recente e straordinaria diffusione della criptovaluta virtuale[1] e le sue implicazioni. La domanda che sorge spontanea è: questo strumento danneggia la lotta al riciclaggio di denaro e alla criminalità organizzata? I bitcoin [2]non sono né emessi né garantiti da una banca centrale come avviene nel caso del denaro tradizionale: proprio questa struttura decentralizzata e le transazioni preudoanonime della criptovaluta la rendono attrattiva, quindi, non solo per fruitori legittimi ma anche per gruppi criminali. Il ‘denaro virtuale’ ha un valore concordato tra le parti, sulla base della legge della domanda e dell’offerta, ed è scambiato direttamente tra un utente e l’altro. Il venir meno del bisogno di intermediari, primi tra tutti le banche tradizionali, ha posto il problema di chi oggi ha il compito di segnalare alle autorità competenti le attività o transazioni sospette. Sia diversi istituti internazionali che si occupano di misure antiriciclaggio, sia le autorità europee parlano della necessità di una strategia di prevenzione per contrastarne l’abuso. A tale proposito, sono state proposte una serie di modifiche della quarta Direttiva europea antiriciclaggio, pubblicata nel maggio 2015 e avente come quadro di riferimento il rafforzamento della lotta contro il finanziamento del terrorismo. Tra le modifiche proposte dalla Commissione europea c’è quella di far rientrare nel campo d’applicazione della direttiva antiriciclaggio almeno le piattaforme di scambio di valute virtuali (gli organismi di exchange) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale (custodian wallet provider).

Lo scopo è quello di identificare, perseguire, ma soprattutto prevenire reati finanziari che implicano l’uso di criptovalute virtuali. La sfida in questo senso è implementare una pratica normativa che rimanga favorevole all’innovazione, nel rispetto dei diritti fondamenti dei singoli – compresa la protezione dei dati e le libertà economiche -, che non si riveli quindi una regolamentazione restrittiva tout court. A tale proposito, secondo le raccomandazioni stilate ad inizio 2017 al termine del progetto di ricerca BITCRIME, finanziato dal Ministero tedesco dell’educazione e della ricerca (BMBF), l’integrazione di criptovalute virtuali nel metodo classico di prevenzione del riciclaggio di denaro è considerato inadeguato, oltre che impattare negativamente sugli utenti legittimi. È auspicabile pertanto una regolamentazione obbligatoria ad hoc, ad esempio basata su liste nere delle transizioni, finalizzata a prevenire lo scambio di criptovalute della lista nera in valute reali o beni e servizi reali. Tale regolamentazione deve essere uniforme a livello europeo ma dovrebbe puntare fin da subito ad una più ampia e condivisa cooperazione internazionale; questo per due motivi: il primo, per evitare strategie di elusione, il secondo per ovviare ad effetti di spostamento dal mercato europeo. Sempre tra gli obiettivi a breve termine, rimane quello di uniformare la punibilità dei reati connessi alla criminalità informatica.

Sebbene i flussi finanziari complessivi in criptovaluta risultino ancora modesti rispetto a quelli globali, l’evoluzione di questa tecnologia (cosiddetta del blockchain) sta aprendo scenari inediti, offrendo sia nuove opportunità che rischi. Le criptovalute permettono di pagare da qualsiasi parte del globo in tempi ridotti, in modo sicuro e senza lo scambio di informazioni sensibili, oltre al fatto che per aprire un conto in criptovaluta, il cosiddetto ‘wallet’ bastano pochi minuti. La necessità di capirne la natura tecnica e limitarne, quindi, le implicazioni criminali non deve essere percepita come contrario all’utilizzo di criptovalute virtuali in sè (lo stesso discorso vale per l’utilizzo del web, in questo caso del dark web, che ha influenzato pesantemente il mondo criminale ma non per questo si nega la natura rivoluzionaria di internet), anche se c’è il rischio di  ostacolare lo sviluppo di questo strumento in nome della lotta all’uso criminale della criptovaluta. La nascita e diffusione del bitcoin, infatti, rappresenta una sfida al sistema bancario tradizionale, in particolare critica alla base la politica monetaria attuata dalle Banche Centrali, e mette al centro l’intera community degli utilizzatori.

Come sottolineato da più voci, il futuro della criptomoneta virtuale (NB: non la sua esistenza) varierà a seconda dello sviluppo legislativo in materia da parte degli stati e degli organi internazionali/sovranazionali. Per ora ogni paese inquadra la criptovaluta virtuale nel proprio ordinamento in modo differente (si veda il caso della Cina e della Corea del Sud che hanno dichiarato di volerne limitare pesantemente l’utilizzo) e le norme in materia sono in continua evoluzione. In particolare, le misure adottate e quelle che verranno proposte per prevenire e contrastare il rischio concreto di usi illeciti (compravendita di materiale illecito, cybercrime ed evasione fiscale), money dirtying e riciclaggio mediante criptovalute impatteranno sul futuro della criptovaluta stessa. Quello che è certo è che, mentre sulla materia aleggia ancora una forte incertezza giuridica e molti sono ancora gli ostacoli nello scambio informativo tra le forze dell’ordine e investigatori tra i diversi paesi, la criminalità organizzata si sta servendo delle più moderne tecnologie informatiche.

[1] Attualmente le criptovalute virtuali in circolazione sono più di 500; le principali dopo il Bitcoin, sono Litecoin, Ethereum, Ripple, Dash Digital Cash e Monero.

[2] Esempio di criptovaluta virtuale più conosciuta; dominio apparso per la prima volta nel 2008; solo nel 2017 ha registrato una crescita del 1000 per cento.

Operazione Stige: il filo conduttore tra Germania e Italia


“Questa, per numero di arresti, è la più grande operazione contro la criminalità organizzata degli ultimi 23 anni”. Ecco com’è stata definita l’Operazione Stige da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, il quale ha emesso il mandato di arresto per i membri del clan Farao-Marincola il 9 gennaio. Ma se le indagini sono partite dal sud Italia, le ramificazioni delle attività criminali del clan hanno superato da tempo confini geografici gettando luce, ancora una volta, sull’espansione dell’´ndrangheta sempre più a nord. I numeri e i luoghi coinvolti lo dimostrano: 169 gli arresti, due i paesi coinvolti, Italia e Germania, otto regioni italiane interessate (Calabria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Toscana, Campania) e due Länder tedeschi (Hessen und Baden-Württemberg). Cinquanta i milioni di euro di beni sequestrati preventivamente.

Per riuscire in questa maxi-operazione gli sforzi sono stati congiunti, dimostrando quanto la collaborazione e un comune scopo possano dare i loro frutti: l’inchiesta, infatti, è stata coordinata dalla Procura di Catanzaro, con la collaborazione dei carabinieri del ROS e del comando provinciale catanzarese assieme alla polizia federale tedesca che ha effettuato gli arresti in Germania. L’operazione è stata facilitata dall’agenzia Eurojust, organismo europeo istituito nel 2002 con lo scopo di rafforzare la cooperazione giudiziaria e investigativa tra gli stati per contrastare la criminalità transnazionale all’interno dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la Germania, sono undici gli uomini arrestati durante l’operazione, dieci dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il dato interessante che troviamo leggendo diverse fonti e quotidiani italiani (in Germania i nomi e i dati completi degli arrestati non sono stati resi pubblici)  è il fatto che le persone arrestate e che operavano in Germania non provengono tutte dalle provincie crotonesi, ma alcuni di loro sono residenti e persino nate nelle regioni centrali tedesche, nello specifico da Bald Wildungen, Rotemburg e Kassel; tra i fermati anche un uomo nato a Monaco di Baviera e tutt’oggi domiciliato in Germania (vedi figura 1). Grazie all’ottima conoscenza del territorio e la rete stabile di contatti, gli uomini legati alla cosca Farao-Marincola agivano fino a quel momento indisturbati, intimidendo e imponendo a ristoranti e pizzerie, gestite in gran parte da calabresi, i “loro” prodotti, quelli decisi appunto dal clan. L’’ndrangheta, quindi, di fatto non è diventata anche europea? Che fosse anche un problema tedesco, questo lo si sapeva già da tempo. Nella figura 2 vediamo, invece, i luoghi dove secondo l’ordinanza del tribunale di Catanzaro gli uomini della cosca avevano negozi e ristoranti sotto la loro diretta influenza. Nello specifico, le città interessate sono Eiterhagen, Malsfeld, Borken, Spangenberg, Melsungen, Fritzlar, Felsberg, Hessisch Lichtenau, Frielendorf, Kassel e Bad Zwesten.

L’operazione Stige deve il suo nome al fiume dell’oltretomba descritto dai classici greco e latini, che, nelle tradizioni successive, s’identifica con corsi d’acqua fangosi e paludosi che accompagnerebbe l’ingresso nell’oltretomba; un’immagine che si presta benissimo all’´ndrangheta oggi. Sebbene gli arresti d’inizio gennaio abbiano lanciato un segnale importante anche in Germania, non hanno però sconfitto l’ndrangheta in toto, anzi. Come il clan Farao-Marincola ha agito indisturbato fino a quel momento, così tanti altri gruppi attivi in Germania hanno potuto trovare spazio di azione, studiando e infiltrando l’economia legale sempre più a nord fino ad arrivare nel cuore della Germania. Come Gratteri ha spesso ripetuto la Germania è uno dei territori più fertili per la criminalità organizzata. La ricchezza tedesca crea un’importante base per i traffici illeciti delle cosche mafiose e la mancanza di una chiara ed efficace legislazione contro questa realtà, va a creare un buco che le cosche non fanno fatica a sfruttare. L’adozione di misure e azioni comuni è quindi sempre più necessaria, quando si tratta di criminalità transazionale. Una tale operazione è, come ha detto Gratteri “da portare nelle scuole di magistratura per spiegare come si fa un’indagine per 416bis”.

I risultati dell’interrogazione parlamentare sulla mafia in Baviera


I risultati dell’interrogazione parlamentare presentata a fine 2017 da Katharina Schulze, capo gruppo dei Verdi al parlamento bavarese sulla presenza della mafia nella regione, sono stati definiti in un comunicato stampa “allarmanti”. La regione, infatti, è descritta non solo come “area di riposo e di ritiro” per i soggetti legati alle mafie italiane, ma da tempo è luogo di investimento del capitale economico e sociale. Dopo la Renania Settentrionale-Vestfalia, la Baviera, infatti, è il secondo Land tedesco per popolazione e per importanza economica. Al centro del fenomeno mafioso non solo il capoluogo, Monaco di Baviera, ma anche Augusta e Norimberga, così come l’alta baviera dove si registra la presenza di membri dell’´ndrangheta. In generale, le attività principali rimangono quelle tradizionali come il traffico di droga e il conseguente riciclaggio di denaro, ma nel corso degli anni i gruppi attivi nella zona hanno dimostrato un’ottima capacità di adattamento alle nuove realtà economiche, giuridiche e tecnologiche. Lo scopo è quello di massimizzare i profitti e ridurre al minimo il rischio di essere scoperti, anche in Germania. Accanto al lavoro delle forze di polizia bavarese, dal 1994 l’Ufficio statale bavarese per la protezione della Costituzione (Bayerisches Landesamt für Verfassungsschutz) è giuridicamente responsabile di osservare/raccogliere dati sulla criminalità organizzata nella regione.

Secondo i dati disponibili (NB: i dati riportati nella richiesta scritta dei Verdi si riferiscono al lasso temporale che va dal 2007 al 2016), in Baviera vivono 136 soggetti legati a gruppi criminali italiani, tutti residenti in Germania. 80 di questi sono collegati all’´ndrangheta calabrese, particolarmente attiva nella regione e presente almeno dagli anni ‘70. Dal 2014 al 2016 è aumentato del 10% il numero dei membri legati all’ ´ndrangheta (sarebbe interessante capire  se questo trend negli ultimi due anni è rimasto costante o ha subito variazioni). Per quanto riguarda le strutture delle ‘ndrine in Germania, l’interrogazione scritta riporta come siano un riflesso delle strutture nel territorio di origine. Lo stesso vale per la metodologia di lavoro, regole e rituali.  Per quanto riguarda la Camorra si registra la loro presenza in Baviera a partire dagli anni ’70; oggi vanta strutture radicate che fungono da basi operative per attività criminali di vario genere, in particolare la contraffazione di articoli. Ad oggi si registrano 30 camorristi, organizzati in circa 6 gruppi.  Cosa Nostra risulta, invece, subordinata a Camorra e ‘ndrangheta per numero di affiliati e indagini della polizia a loro carico (circa 20 persone, numero che è rimasto invariato negli ultimi anni). La stessa cosa vale per la Sacra Corona Unita, che ha sfruttato la Baviera principalmente come area di ritiro. Attualmente sono 6 le persone segnalate e questo numero è sostanzialmente rimasto invariato da anni. Ad eccezione di quest’ultima, le 3 organizzazioni sopracitate sono attive nel settore gastronomico, dove in parte investono i loro introiti. Un ulteriore dato interessante che si evince dal documento è il fatto che i gruppi italiani lavorano occasionalmente a contatto anche con altri gruppi provenienti dall’estero (in particolare gruppi russo o eurasiatici), così come i Rocker o gruppi simili.

Purtroppo mancano a livello regionale dati attendibili sul patrimonio immobiliare, acquistati con gli utili delle attività criminali o sotto il diretto controllo economico, né si legge una stima del fatturato annuo totale delle mafie italiane. Nonostante questo, c’è la consapevolezza della minaccia economica rappresentata dalle mafie italiane in Baviera e c’è una confermata e crescente attenzione sul tema da parte delle autorità; quello su cui invece non si pone sufficiente attenzione sono i casi di corruzione o di influenza sulla politica, i media, la pubblica amministrazione o la magistratura. È auspicabile che anche questo aspetto venga considerato prioritario, compresa la raccolta di segnalazioni in questo ambito. Per concludere, l’interrogazione parlamentare ha toccato il tema della cooperazione tra le forze dell’ordine tedesche e italiane, la quale è risultata di tipo temporaneo e si concentra su casi concreti e circoscritti. Non esiste quindi nella regione una squadra investigativa congiunta italo-tedesca permanente. L’interesse del gruppo espresso al termine della procedura è quello di continuare ad approfondire il tema e proseguire la raccolta di informazioni aggiornate con interrogazioni parlamentari sulla presenza della mafia albanese, turca e russa in Baviera. Rainer Nachtigall, portavoce di un sindacato della polizia bavarese (DPolG) sottolinea come ci sia bisogno non solo di pattuglie sul campo ma di più specialisti sulla tematica, in primis presso gli uffici della polizia criminale federale.