La caccia ai patrimoni dei mafiosi, ma non solo


Il via libera definitivo alla riforma del Codice Antimafia è stato raggiunto alla Camera il 27 settembre con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti; il codice, approvato dalla Camera nel 2015, era stato modificato dal Senato nel luglio 2017 dopo un iter piuttosto travagliato. Numerosi gli obiettivi della riforma, che apportano modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione (d.lgs. 159/2011) e all’ordinamento penale.

Gli interventi spaziano dalle modifiche al sistema delle misure di prevenzione personali – astrattamente è introdotta la possibilità di colpire anche fenomeni di corruzione seriale e patrimoniale con misure di prevenzione in materia di reati contro la pubblica amministrazione, misure più tempestive alla riforma della disciplina dell’amministrazione, gestione e destinazione dei beni. Si legge un miglioramento dell’efficienza dell’ Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita dalla legge n.50/2010 e oggi sotto la vigilanza del Ministero dell’Interno. Tra le misure a sostegno alle aziende sequestrate, nasce invece un fondo di 10 milioni di euro per aiutare, quando è possibile, la prosecuzione delle attività ed evitarne così il fallimento.

Quella che però era una delle novità più contestate dalla riforma e per questo oggetto di un ordine del giorno della maggioranza, è proprio l’estensione del sequestro dei beni, già previsto per i mafiosi, anche ai corrotti ‘seriali’. Da tempo, infatti, in Italia si discute la possibilità di utilizzare gli stessi strumenti per la lotta alla mafia contro la corruzione dilagante (un esempio concreto: l’utilizzo di agenti sotto copertura), che ha però visto opinioni autorevoli discordanti.

Un’alternativa proposta da alcuni era stata quella di creare una fattispecie di reato di associazione con finalità di corruzione. Il governo ora dovrà, in sede di prima applicazione della riforma, valutare eventuali modifiche sull’equiparazione tra corrotti e mafiosi per quanto riguarda le misure di prevenzione, affinché la tutela della legalità vada di pari passo con le garanzie dei diritti dei cittadini e delle imprese.

Nuovo pool antimafia nei Paesi Bassi: un passo avanti nel contrasto delle mafie all’estero


La vita dei mafiosi nei Paesi Bassi diventa lentamente sempre meno facile. Questo è almeno l’obiettivo delle autorità italiane ed olandesi, le quali hanno stipulato un accordo che vede la nascita di una nuova squadra speciale di polizia dedicata alla criminalità organizzata italiana. Il passo ricopre una certa importanza, soprattutto considerando la pervasività del fenomeno mafioso nel nord Europa ed in particolare in Germania ed in Olanda.

Pochi esempi bastano a segnalare quanto il paese dei tulipani sia stato infiltrato dalla ‘ndrangheta e non solo: si pensi all’arresto del boss ‘ndranghetista Francesco Nirta, protagonista della strage di Duisburg del 2007, avvenuto in un appartamento di lusso a Nieuwegein, nei pressi di Utrecht; il boss, che faceva parte dei dieci latitanti italiani più pericolosi, è stato trovato nell’appartamento con 40 chili di cocaina e migliaia di euro in contanti, nascosti nell’appartamento e nella sua auto. Si pensi ancora al coinvolgimento delle mafie nel mercato dei fiori olandesi di Aalsmeer: l’ndranghetista Vincenzo Crupi del paese calabrese di Siderno, arrestato a Roma nel 2016, aveva infatti iniziato un business di successo nella vendita di fiori come copertura per un traffico di droga internazionale e attività di riciclaggio nel paese. L’azienda, attiva in Olanda per oltre vent’anni, buy nfl jerseys black and white quiz by team “>ha destato ben pochi sospetti sulle sue reali attività.“Non avevano Ferrari o orologi di lusso. Guardandoli non si notava nulla di strano. Sembravano persone ordinarie, ma non lo erano”, queste le dichiarazioni della polizia olandese al momento dell’arresto. Il profilo basso è caratteristica fondamentale delle attività mafiose italiane all’estero, almeno negli ultimi decenni; attirare l’attenzione non conviene per gli affari.

Ancora, il ristorante Rocco’s Pizza all’Aia: quest’ultimo è stato gestito dall’ndranghetista Rocco Gasperoni, arrestato solo nel maggio 2016 dopo anni di indisturbate attività illecite in Olanda e dopo numerosi solleciti da parte delle autorità italiane, che lo conoscevano già dal 1997 come narcotrafficante. Le accuse nei suoi confronti sono traffico di droga, nello specifico importata tra jeans americani venduti poi nel suo negozio di abbigliamento, sempre all’Aia. In attesa del processo in Italia, Gasperoni è riuscito ad aprire ancora un ristorante, proprio il Rocco’s Pizza. Dopo la condanna, e’ rimasto in Olanda per altri nove lunghi anni in attesa dell’arresto della polizia olandese, su sollecito costante dall’Italia.

L’unità speciale antimafia è la risposta olandese alle numerose critiche ed esortazioni da parte delle autorità italiane che lamentavano la mancanza di strumenti efficaci per contrastare la criminalità organizzata italiana nei Paesi Bassi. La permanenza di mafiosi e delle loro attività illecite in Olanda, per periodi prolungati, sono un chiaro segno dell’assoluta necessità di agire su questo fronte. Numerosi sono gli interessi ed i business illegali delle mafie nei pressi di Amsterdam: la posizione geografica risulta infatti centrale nel traffico di stupefacenti, grazie alla vicinanza con i porti di Rotterdam e di Amburgo, centri prediletti per il narcotraffico dal Sud America.

In attesa di una procura europea anti criminalità che permetta anche alle forze dell’ordine di “diventare globali come le mafie”, il passo olandese è sicuramente significativo. La mossa viene accolta positivamente anche dalla polizia olandese. “Sappiamo quanto sono pericolose queste persone. Vogliamo avere un’idea più chiara della dimensione delle loro operazioni qui. Abbiamo parlato con un pentito e aveva informazioni molto interessanti per noi” ha dichiarato il capo della polizia investigativa Wilbert Paulissen al giornale olandese AD.

Con un’unità dedicata al contrasto alle mafie, si aspettano novità importanti sul fronte olandese.

Emergenza mafia pugliese: ancora attiva, ancora omicida


Agosto 2017 – Luigi Luciani va a lavorare nei campi del Foggiano con il fratello Aurelio; poco dopo vengono uccisi dalla mafia pugliese di cui si sente e si scrive poco, quasi fosse una mafia di serie B. I due fratelli avevano l’unica colpa di aver assistito involontariamente poco prima ad un altro duplice delitto, quello del presunto boss di Manfredonia e di suo cognato. Ennesimo caso di cronaca nera in una terra in cui il problema è stato spesso considerato secondario: l’emergenza mafia, nell’immaginario comune e nelle politiche di contrasto, riguarda la Sicilia, la Calabria e la Campania. Nella realtà, la situazione pugliese è molto più grave di quello che appare. Il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parla di 300 omicidi in 30 anni, la maggior parte dei quali rimasti impuniti.

Ancora, nella Relazione della Direzione Nazionale Antimafia (anno 2017) si legge che, nonostante la Sacra Corona Unita abbia subito numerose modifiche strutturali anche in risposta alle iniziative di contrasto di polizia e magistratura, essa non ha cessato di esistere ma anzi ha continuato a curare le proprie attività criminali,n primis il traffico di armi e droga.

In seguito al duplice omicidio di Foggia, il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha annunciato l’arrivo di ben 192 rinforzi alle forze dell’ordine pugliesi, promettendo un duro contrasto alla mala locale. In realtà, l’arrivo delle nuove leve non è avvenuto come previsto: grandi ritardi ed un organico ridotto rispetto alle promesse ministeriali hanno caratterizzato la risposta statale all’emergenza pugliese. I rinforzi, che hanno riguardato tutte le forze dell’ordine, sono inoltre stati previsti per un periodo di tempo provvisorio. Alla luce della situazione, il Comando Generale dei Carabinieri di Foggia ha ritenuto opportuno procedere ad una ristrutturazione permanente dell’organizzazione dei nuclei di polizia ed investigazione locali. La sistemazione delle forze dell’ordine in seguito a tali provvedimenti risponde maggiormente ai bisogni del territorio, con il fine di accrescere dunque il potenziale di controllo delle forze dell’ordine sulla regione.

La criminalità pugliese, per nulla sgominata, è una realtà complessa ed è composta da un insieme di organizzazioni criminali, identificata e collocata in un unico organismo criminale denominato Sacra Corona Unita, la quale risale alla fine degli anni settanta (Relazione 2014). Recentemente, nel suo rapporto semestrale sulle mafie, la Direzione investigativa antimafia ha individuato ben 13 famiglie operanti sul territorio pugliese: “Tali gruppi, ciascuno dominante in un’area circoscritta – in genere coincidente con un rione o un quartiere – in assenza di un capo e di regole comuni, tenderebbero ad accaparrarsi, anche con azioni di forza, il mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti e quello estorsivo”.

In Germania, non vi sono numeri precisi sulla presenza della criminalità organizzata pugliese. Nella risposta all’interrogazione parlamentare (Kleine Anfrage) dei Verdi condotta a luglio di quest’anno, il governo tedesco si è dichiarato a conoscenza di attività di traffico di stupefacenti e di contraffazione da parte della mala pugliese. Negli ultimi dieci anni, sono state condotte almeno sei investigazioni a carico di membri della Sacra Corona Unita in terra tedesca.

Cosa il governo non sa sulle mafie in Germania (e dovrebbe sapere)


Il 24 luglio 2017, il partito dei Verdi (die Grüne) ha posto una richiesta ufficiale al Governo federale: il documento conteneva una serie di incalzanti domande sul tema “mafia italiana in Germania”. L’obiettivo era quello di fare il punto di una situazione, quella della criminalità organizzata in terra tedesca, troppo spesso ignorata e sulla quale le informazioni sono scarse, lacunose e spesso frammentarie.

Per le risposte date dal governo, rimandiamo ad un articolo di Mafia? Nein Danke! pubblicato lo scorso mese (Link). Quello che però risulta particolarmente interessante non si limita a quanto il governo conosca, piuttosto a quello che ignora. Infatti, una costante preoccupante delle risposte governative è stata proprio la mancanza di risposte precise ad una serie di domande mirate sul tema. La ragione era spesso la mancanza di dati sufficienti a riguardo. Ciò segnala problemi strutturali seri, sia a livello di inchiesta e raccolta di dati organici ma soprattutto a livello di fondi spesi nel contrasto alle mafie. Nel corso dell’articolo, verranno sottolineate tutte le domande alle quali il governo non ha dato risposta. Ed i motivi per i quali, invece, dovrebbe essere in grado di farlo.

Alla domanda sui fatturati annuali della criminalità organizzata in Germania e sullo sviluppo negli ultimi dieci anni di tali gruppi, la risposta non dà alcun dato; questi ultimi non vengono infatti raccolti dalle autorità. Lo stesso viene detto sui patrimoni immobiliari dei mafiosi in Germania: parametro mancante. Nonostante la conoscenza del governo circa la presenza appurata,  e radicata, di membri della Camorra, di Cosa Nostra, della mafia pugliese e dell’ndrangheta sul suolo tedesco, e si è altrettanto a conoscenza delle loro attività illegali, quali traffico di stupefacenti, riciclaggio, truffe, contrabbando di merci falsificate e crimini violenti, il governo stesso e le sue autorità di controllo non hanno raccolto informazioni nè sui possibili proventi delle mafie dal traffico di droga – proventi che possono facilmente raggiungere cifre elevatissime – , nè hanno istituito un registro dettagliato sulle confische a tali gruppi criminali. I dati sulle confische sono solo aggregati e, per di più, mostrano cifre esigue rispetto alle ragionevoli stime che possono essere fatte considerando i guadagni reali delle mafie.

Il governo non ha registrato ad oggi infiltrazioni significative della criminalità organizzata sul mercato legale. Quest’ultimo include il campo della ristorazione/gastronomia, il settore dell’edilizia, dei servizi e del turismo. Secondo le risposte all’interrogazione parlamentare dei Verdi, si è a conoscenza di pochi casi isolati di investimenti nella gastronomia e di altrettante eccezioni per quanto riguarda la Camorra ed il settore dell’edilizia. Il governo sostiene di stare attualmente valutando i documenti riguardanti Panama Papers; al momento non si può né escludere né confermare la presenza di informazioni che interessano le criminalità organizzate italiane in Germania. Non ci sono informazioni su eventuali infiltrazioni negli appalti pubblici né di casi di corruzione perpetrati dalle mafie. Ma se si ha prova di cosiddetti “casi isolati”, non è forse legittimo dubitare rispetto alla reale dimensione di questi reati? Lo stesso discorso vale anche per i collegamenti tra le mafie italiane e gli altri gruppi di criminalità organizzata, quali i Rocker o le mafie russe. Anche in questi casi, il governo parla di casi isolati.

Le mancate risposte, più di quelle date, all’interrogazione parlamentare dei Verdi dovrebbero costituire la notizia del documento pubblicato dal governo lo scorso luglio. Il quadro che risulta infatti dalle informazioni governative è frammentario e poco incoraggiante. Preoccupa l’esiguo numero di poliziotti impegnati specificatamente nel contrasto della criminalità di stampo mafioso e adeguatamente formati. Esiste una task force italo-tedesca per il contrasto alla criminalità organizzata, ma il suo personale dedicato varia secondo la necessità. Nella criminalità organizzata, sono rari i “casi isolati”: l’esperienza italiana insegna piuttosto il contrario. I cosiddetti casi eccezionali dovrebbero piuttosto far aumentare l’attenzione delle forze dell’ordine in quanto probabili segni di una struttura nascente o persino in evoluzione. La cooperazione transnazionale è fondamentale per un contrasto efficace alle mafie e non solo in un’ottica emergenziale, ma piuttosto permanente e mirata.

Alla fine dei giochi, al centro sta sempre la priorità politica e le risorse che si decidono di investire per contrastare efficacemente le mafie. Importante diventa distinguere correttamente cosa effettivamente non succeda e cosa invece non si sa ancora: cosa sta dietro i “parametri mancanti” e le informazioni frammentarie a disposizione del governo? Confrontando sommariamente le attività delle mafie sconosciute al governo in Germania e ciò che invece risulta comprovato in Italia, soprattutto in un territorio simile a quello tedesco come il Nord Italia, si comprende come la criminalità organizzata abbia forti interessi nell’economia legale e negli appalti pubblici. Alla luce delle nuove elezioni, ancor più importante risulta questo appello all’azione – che le mafie non si nascondano più dietro un “parametro mancante” o “caso isolato”, quanto piuttosto si investighi con serietà le strutture, ben più insidiose di reati semplici. Ecco gli strumenti necessari al più presto: banche dati che interessano l’intero paese e costantemente aggiornate, fondi alla sicurezza interna specificatamente dediti al contrasto alle mafie, maggiore formazione delle forze di polizia, cooperazione sempre più strutturata e duratura tra le forze di polizia italiana e quelle tedesca. Senza dimenticare il compito della società civile: informarsi ed attivarsi.

Summer school sulla mafia: gli sviluppi e le sfide della ricerca sociale


Cinque giorni a tempo pieno tra i banchi del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università di Milano, dedicati interamente a parlare di: ‘La mafia, oggi’. Un’esperienza formativa preziosa, un’occasione per incontrare ricercatori di fama internazionale, magistrati impegnati in prima fila, giornalisti sempre sul pezzo quando si parla di legalità. Un serbatoio di idee e spunti di riflessione che portiamo a Berlino e su cui siamo invitati a ragionare alla luce di quanto detto durante la settimana. Per farlo partiamo dalle parole di Pietro Grasso, presidente del senato della Repubblica, a conclusione dei lavori della Summer School: “Per combattere la mafia occorre una politica che la conosca e che si dia gli strumenti per combatterla. Il futuro della mafia dipende in maniera consistente dall’efficacia dell’azione politica”. Un’affermazione che interessa l’intero panorama europeo. Quali sono allora alcuni dei fattori che influenzano l’efficacia del policy maker, al di là dei confini geografici e scelte di politica interna?

In primis, la qualità e la completezza dei dati raccolti: dati lacunosi o frammentari sono un problema a livello di policy. Facciamo un esempio pratico: recentemente, il ministro degli interni italiano Minniti ha parlato dell’ipotesi dell’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata per dare alloggio alle persone sgomberate da edifici occupati, in particolare a migranti. Ma questi beni dove sono sul territorio italiano e in che condizioni di agibilità si trovano? I dati censiti dall’agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (www.benisequestraticonfiscati.it) sono completi ed aggiornati? Non proprio. Le politiche pubbliche sulla criminalità organizzata soffrono nel reperire dati aggiornati e attendibili per valutare al meglio e di conseguenza agire in maniera efficace.

Alle lacune delle banche dati in casi come questi, si aggiunge l’enorme numero oscuro sulla criminalità la cui valutazione è una delle maggiori sfide metodologiche per la criminologia e non solo. E se anche i dati ci sono, e sono tendenzialmente attendibili, come nel caso del tasso di omicidi in un determinato territorio (dati facilmente reperibili sul sito del ministero degli interni nel caso dell’Italia) arrivare a conclusioni affrettate solamente attraverso il dato e senza concetti teorici a monte non è forse fuorviante? Prendiamo il caso del bel Paese oggi, dove il numero di omicidi si è normalizzato rispetto agli anni ’90: la mafia è forse scomparsa per questo o la vera ragione è un’altra? Un’analisi critica e meticolosa del dato risulta quindi imprescindibile. Tra i trend auspicabili per il futuro, durante la Summer School è emersa l’importanza del calcolo sempre più accurato dell’ illicit financial flow, quindi del flusso di denaro illecito, e di indicatori di impatto della criminalità in termini di costi per la collettività, superando così il semplice conteggio dei reati avvenuti ma considerando il danno da essi causato. Se si va in questa direzione, la cassetta degli attrezzi sarà sempre più problematica ma maggiormente consapevole per una migliore conoscenza del fenomeno e della sua rappresentazione, che impatta a sua volta sulle politiche di contrasto.

E sulla rappresentazione del fenomeno gioca un ruolo importante il ricercatore sociale, in un ambitoquello della criminalità organizzata, che ha acquistato rilevanza per le scienze sociali solamente recentemente. Come sottolineato da più voci, il tema in passato è stato affrontato con cautela, pregiudizio, talvolta con resistenza da parte del mondo accademico, almeno fino ai primi anni ’90. Nuovi temi di ricerca empirica e teorica – i quali vanno a braccetto, in una sorta di pendolarismo tra teoria e ricerca – possono contribuire in maniera preziosa alla crescita di conoscenza sul fenomeno, fruibile poi in tutta Europa. Contrariamente al ritardo dell’accademia nell’occuparsi seriamente di questi temi in passato, si auspicano oggi programmi di ricerca di ampio respiro, multidisciplinari, che mettano in campo più competenze metodologiche. E come sottolinea il dott. Varese, professore di Criminologia a Oxford intervenuto a Milano, è più facile paradossalmente studiare la mafia dove c’è n’è poca, in modo da avere studiosi il più indipendenti possibili da pressioni esterne.

Per concludere, se vogliamo una politica che conosca il fenomeno e che abbia gli strumenti per combatterla, non possiamo perdere di vista la qualità e l’esaustività del dato e del sapere accademico, messi in relazione con altri campi del sapere.

Una richiesta parlamentare dei Verdi mostra quanto poco il governo tedesco sappia della mafia in Germania – ed i numeri che ha sono allarmanti


Rispetto al 2007, anno della strage di Duisburg per mano ‘ndranghetista, il numero di mafiosi in Germania si è quadruplicato. Questa la risposta del governo tedesco ad una richiesta ufficiale della frazione parlamentare dei Verdi (die Grüne) inviata il 24 luglio 2017. Alla base delle domande poste al governo, la volontà di comprendere e ottenere dati su un fenomeno criminale che, fuori dai brevi riflettori di Duisburg, agisce nel silenzio, nel riciclaggio, nei traffici illegali. L’attenzione del pubblico tedesco al momento si concentra sul terrorismo e sui rifugiati – e le mafie ne approfittano, trovando spazi di azione che passano inosservati. La risposta del governo alle domande dei Verdi riportano dati di assoluta importanza: numeri ufficiali, raccolti dal BKA nel 2008, parlavano della presenza di 136 mafiosi in Germania; il numero odierno riportato dal governo è adesso quattro volte tanto; si parla infatti di almeno 562 membri di organizzazioni mafiose in terra tedesca. È anche importante ricordare che questo numero comprende solo i criminali noti alle autorità: la cifra reale potrebbe quindi essere molto maggiore. È un numero oscuro.

Il governo informa anche sullo sviluppo delle organizzazioni criminali singolarmente: una crescita del 520 percento appartiene a Cosa Nostra, che conta ad oggi in Germania almeno 124 membri. La ‘ndrangheta calabrese, la mafia più pericolosa degli ultimi tempi e la maggiormente radicata in Germania, ha visto invece un aumento dei propri membri in terra tedesca del 455 percento: la stima è di almeno 333, divisi in 51 gruppi sparsi per il territorio. Queste le mafie più presenti. Contro la ‘ndrangheta sono stati istituiti 65 procedimenti in Germania, nei seguenti Bundesländer: Baden-Wuerttemberg, Nordreno-Vestfalia, Baviera, Amburgo, Essen, Bassa Sassonia e Saarland.

I numeri tedeschi della Camorra e della Sacra Corona Unita, la mafia pugliese, si attestano invece su 87 membri per la prima, divisi in 31 gruppi, e solo 18 per la seconda. Meno preoccupanti numericamente, ma non per questo da sottovalutare, considerando i collegamenti tra le mafie (come si nota anche dall’Operazione Meltemi, si legga di più qui) e dal fatto che queste cifre riportano solo stime al ribasso. Il documento governativo riporta anche 18 indagini che hanno riguardato la Camorra nei Bundesländer del Baden-Württemberg, Nordreno-Vestfalia, Baviera, Berlino, Amburgo, Essen, Bassa Sassonia e SchleswigHolstein.

Se questi dati destano preoccupazione, ancor peggio forse sono i numeri del contrasto alla criminalità organizzata. Secondo il rapporto del governo, solo 102 inchieste negli ultimi dieci anni sono partite in Germania. Troppo poche, rispetto ai numeri. La referente dei Verdi Irene Mihalic commenta così allo Spiegel: “L’esiguo numero di procedimenti contro la mafia italiana può essere un segno del fatto che soprattutto nel settore della polizia criminale non ci sono abbastanza investigatori nell’ambito della criminalità organizzata. Sarebbe un caso di cattiva amministrazione, che abbiamo deciso di affrontare”. 

Inoltre, nonostante l’evidente crescita del fenomeno mafioso, sembrano essere solo i numeri della criminalità ad aumentare e non quelli del loro contrasto: solo 5,85 milioni di Euro sono stati confiscati alle mafie in Germania negli ultimi dieci anni, sebbene i loro profitti siano certamente più alti. Stime credibili su questi ultimi non sarebbero possibili, secondo il governo: mancano le informazioni. Ma questa cifra corrisponde sicuramente ad una minuscola frazione dei profitti che ottengono le organizzazioni criminali italiane in Germania. I dati mostrano quanto sia drammatico il fallimento della politica tedesca nella lotta contro la mafia e la criminalità organizzata.

Informazioni mancanti sono un leitmotiv della risposta del governo tedesco alle incalzanti domande dei Verdi. Quello che si sa, pero, non è rassicurante. La comprensione della gravità del problema si spera porti ad accogliere le richieste di rinforzo alla polizia in ambito della criminalità organizzata, così come che le riforme legislative entrate in vigore questo luglio – sull’associazione a delinquere e l’alleggerimento dell’onere della prova – possano mostrare la loro efficacia in un contrasto più severo a un problema che, in Germania,

Come il diritto penale d‘impresa potrebbe aiutare nel contrasto alle mafie


In generale, si tendono ad associare le risorse finanziarie delle mafie con il pizzo. Ma le attività economiche della criminalità organizzata di tipo mafioso vanno molto oltre le estorsioni. I mafiosi entrano nel mercato libero come attori indipendenti (mafia imprenditoriale) o esercitano la loro influenza su imprese “normali”. Il consorzio italiano Confesercenti ha descritto la mafia come l’impresa più grande d’Italia. Anche se può sembrare un’affermazione semplicistica, in quanto pare che la mafia agisca come un’entità monolitica, illustra l’enorme potere, il puro potere di acquisto che è permesso ad un’organizzazione criminale in una società capitalistica. La mafia può infatti ,attraverso i suoi meccanismi criminali, ottenere dei vantaggi economici in un mercato concorrenziale per le imprese, in determinate circostanze. Il vantaggio imprenditoriale, ottenuto attraverso la costruzione di cartelli e collusioni con le mafie, va dunque naturalmente a svantaggio e a costo del consumatore. La stessa mafia ha d’altro canto ottenuto come azionista non solo le possibilità di influenzare l’economia, ma anche di ottenere profitti. Il metodo maggiormente diffuso è qui quello di interferire nell’aggiudicazione degli appalti pubblici. I fenomeni appena descritti sono presenti ormai da anni soprattutto nel Nord Italia. Ma sempre più anche in Germania il collegamento tra l’economia legale e la mafia si sta stabilendo, in quanto i contatti personali sono qui altrettanto forti quanto l’economia.

Fino a qui, cattive notizie. È possibile allora almeno sul lato delle imprese sanzionare le infiltrazioni delle mafie, quando è già così complesso riuscire a ottenere la cattura di mafiosi e dei loro infiltrati? Qui in Germania si presenta ora una situazione particolare: non c’è ancora il diritto penale d’impresa. Perché possono essere considerati solo individui e non imprese come “corporate agents” responsabili penalmente quando fanno affari con la mafia? E inoltre, c’è ancora speranza che nel futuro questa situazione verrà risolta?

Il diritto penale in Germania è per tradizione guidato dal principio per il quale solo le azioni di individui razionali possono essere punite. Entità collettive non sono quindi punibili; societas delinquere non potest. Secondo questa argomentazione le imprese come persone giuridiche non possono decidersi per o contro un commercio legale, in quanto la rappresentazione pubblica di un gruppo è il risultato di un’aggregazione di diverse volontà e non è caratterizzata da decisioni visibili individualmente. La particolarità qui sta nel fatto che la Germania appare come un caso speciale a livello internazionale sul tema. Ciò è apparso chiaramente negli ultimi tempi nello scandalo del Dieselgate, quando la Volkswagen ha dovuto pagare grandi somme di compensazione in seguito alle accuse negli Stati Uniti, mentre la possibilità dei consumatori tedeschi di portarla a giudizio è stata notevolmente più laboriosa. Più di tutto deve stupire che le imprese nel mercato da un lato possono godere dei benefici propri di attori razionali (libertà contrattuali, entrata in Borsa, ecc.), d’altro canto non devono esercitare i loro doveri nella stessa misura nei casi di fallimento.

Accuse contro le imprese in Germania possono essere perseguite, secondo l’articolo 30 dell’OWiG, al massimo come illeciti amministrativi. Questo porta con se due svantaggi decisivi. In primo luogo, gli investigatori possono procedere secondo un “principio di opportunità” invece che di uno di legalità, in quanto non si tratta di diritto penale. Ciò significa che le autorità di controllo decidono a propria discrezione se perseguire o meno un sospetto. La conseguenza è che l’utilizzo delle misure a disposizione è molto eterogeneo. D’altra parte, il principio di legalità è caratteristica del diritto penale. Ciò ha anche elementi positivi, ma che riguardano solo la domanda del se una procedura già avviata debba interrompersi e non si occupano dell’avvio stesso di quest’ultima su un grave sospetto. Gli oneri amministrativi, che portano alla cessazione del procedimento, sono poi particolarmente alti. In secondo luogo, le sanzioni amministrative per le imprese sono limitate ad un massimo di 10 milioni di euro. Ciò che sembra essere molto è in realtà per non poche imprese “il male minore”, ed in confronto al loro fatturato è una somma di poco conto. Si possono comminare ammende contro le imprese come persone giuridiche, ma solo quando si prova un reato o illecito amministrativo del personale dirigente. Questa giurisdizione ha ormai quasi mezzo secolo. Da allora il mercato si è trasformato con ulteriori aperture e collegamenti globali. L’idea che un unico capo d’azienda sia attivo su ogni singola transazione e procedura non e’ più al passo con i tempi.

Adesso in Germania questa carenza dovrebbe essere sopperita e orientata agli standard europei. Ma adesso è comunque poco chiaro quale regolamento si voglia richiedere. La federazione tedesca dei giuristi d’impresa preferisce un regolamento che si basi su un trattamento favorevole in cambio di informazioni. In questo modo singoli lavoratori verrebbero nel futuro invogliati a scoprire pratiche illegali interne all’azienda, senza però dover incorrere in violazioni di privacy/fedeltà. Inoltre l’incentivo positivo per l’autodenuncia delle imprese con ammende “favorevoli”, fino ad arrivare ad una sorta di “libertà della sanzione”, dovrebbe portare ad una volontaria attività imprenditoriale “pulita”. Questa proposta richiederebbe solo una modifica del regolamento amministrativo e offrirebbe solo una prospettiva per un proseguimento futuro senza l’istituzione di un diritto penale d’impresa.

Di più ampio respiro è la proposta di legge del parlamento del Nordreno-Vestfalia. Essa prevede la creazione di un diritto penale d’impresa indipendente. Allora sarebbe possibile condannare le imprese della cosiddetta “irresponsabilità organizzata”. La condanna può avvenire anche se il fatto non è attribuibile a persone specifiche, ma se “l’associazione è organizzata in modo tale da essere carente nel fatto che un comportamento delinquente venga tollerato, favorito o addirittura provocato”. (Jahn, Matthias; Pietsch, Franziska. Der NRW-Entwurf für ein Verbandsstrafgesetzbuch, S. 1). Questi regolamenti hanno in comune il fatto che non abbiano l’obiettivo di portare imprese al fallimento, quanto piuttosto di dare incentivi validi per migliorare la “compliance” e l’onestà delle aziende.

Un altro strumento, supportato da tempo anche da Mafia? Nein, Danke! e.V., è il registro di trasparenza. Recentemente, il 24 giugno 2017, è stato istituito in risposta alle linee guida dell‘Unione Europea contro il riciclaggio, che richiede una lista pubblica dei proprietari effettivi (beneficial owners) dietro le persone giuridiche. Tuttavia il registro non è poi così pubblico – chi ci vuole accedere deve dimostrare un legittimo interesse – e l‘obbligo di registrazione è contrassegnato da una serie di deroghe – in tutto non cosí trasparente (per maggiori informazioni, rimandiamo al seguente articolo: clicca qui). 

A ciò il governo federale ha aggiunto nel maggio 2017 un “registro di concorrenza”, che comprende una lista di aziende macchiatesi di reati. Lo scopo del registro sarebbe quello di escludere aziende “criminose” dall’aggiudicazione di appalti, ma a livello pratico la soglia per l’entrata in questo speciale registro è tanto elevata da rischiare di far fallire l’obiettivo iniziale della prevenzione di reati imprenditoriali (per maggiori informazioni, si legga il seguente articolo: qui).

Nella sua piena efficacia questi due strumenti dovrebbero prevenire che le imprese penalmente opache possano trovare spazio nell’economia tedesca. Inoltre, avrebbero un effetto deterrente e le società avrebbero un’altra ragione per preoccuparsi della legalità dei loro business.

In definitiva, la compliance anticorruzione e antiriciclaggio dovrebbe essere coordinata, se non a livello globale, almeno a livello europeo – come promesso dalla direttiva UE. Sia gli imprenditori che gli avvocati hanno bisogno di chiarimenti. La situazione è complicata. Il reato può svolgersi per le società operanti a livello internazionale all’estero, ma le conseguenze di quest’ultimo possono solo aver effetto in Germania e viceversa. È solo con uno sforzo comune che i crimini economici dovranno essere affrontati. Le direttive UE sono un passo importante nel processo di cooperazione.

Ma tornando alla mafia: rimane la speranza che le proposte qui menzionate per la creazione di un diritto penale d’impresa, nel caso in cui diventassero legge, possano rendere più difficili le possibilità della mafia di influenzare e investire nel mercato. Se le imprese dovessero temere di venire sanzionate pesantemente per affari poco trasparenti e la creazione di cartelli, allora nel futuro saranno in grado di istituire migliori meccanismi di controllo e standard etici. Questo il calcolo: migliore la trasparenza e la compliance delle aziende, maggiore l’immunità verso influenze mafiose. Rimane problematico il fatto che le investigazioni sulla criminalità organizzata e quella sulla criminalità economica riguardano numerosi e diversi ambiti, nonostante esistano nel concreto sostanziali sovrapposizioni. Investigazioni congiunte potrebbero aiutare a contrastare il lato economico della mafia. Per il momento è necessario attendere fino a che punto, dopo le elezioni, la coalizione vincente ascolti le richieste per l’istituzione di un diritto penale d’impresa. Anche se non dovesse colpire la mafia in maniera diretta, ci sono ragioni per cauto ottimismo, che questo strumento possa almeno metterle i bastoni tra le ruote.

Cambiamenti legislativi in Germania: il contrasto alle mafie diventerà più efficace?


In occasione della conferenza organizzata da Mafia? Nein, Danke!, “Sicurezza e Libertà: come affrontare la criminalità organizzata in Europa?” del 12 luglio 2017, il Ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maiziére, ha annunciato due importanti cambiamenti legislativi di aiuto al contrasto alle mafie: un alleggerimento dell’onere della prova (Beweislasterleichterung) e una nuova formulazione dell’articolo 129 del codice penale, che disciplina l’associazione a delinquere.

Tra gli addetti ai lavori, l’assetto legislativo tedesco per quanto riguarda il contrasto alla criminalità organizzata è stato spesso, e a ragione, oggetto di critiche. In particolar modo in confronto alla severa legislazione italiana sull’argomento, figlia di una storia difficile da dimenticare, la Germania è rimasta focalizzata su altre priorità, con gravi conseguenze sugli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine, e non solo, per contrastare la criminalità organizzata, ormai presente e radicata anche in territorio tedesco.

Tra le molte necessarie, in particolare due misure sono state al centro delle richieste della società civile impegnata contro le mafie, delle forze dell’ordine, dell’Europa e degli esperti: l’inversione dell’onere della prova, già presente in Italia,  ed una nuova formulazione dell’associazione a delinquere, considerata obsoleta e di poca utilità nel contrastare la criminalità organizzata. Con i cambiamenti legislativi recenti, in vigore dal 1 luglio, il governo tedesco sembra aver ascoltato, almeno parzialmente, queste richieste. L’inversione dell’onere della prova, che implica il dovere da parte dell’imputato di provare l’origine lecita dei suoi beni (e non il contrario), non ha ancora raggiunto la Germania nel pieno della sua efficacia, ma si è almeno ottenuto un alleggerimento della suddetta nell’ambito della confisca dei beni: il nuovo regolamento prevede infatti che i beni di origine poco chiara possano essere confiscati se il giudice ritiene che tali beni siano frutto di reati commessi. La differenza cruciale rispetto all’assetto precedente sta nel fatto che i reati non debbano essere necessariamente individuati in maniera specifica, sebbene il giudice debba essere convinto “oltre ogni ragionevole dubbio” dell’origine criminale dei beni (per maggiori informazioni, si legga qui). Inoltre, secondo l’attuale riforma, la confisca e’ adesso possibile in seguito a tutti i reati penali che determinano l’acquisizione di un bene. Questa importante modifica legislativa risponde anche alla direttiva dell’Unione Europea 2014/42 (consultabile qui). La differenza rispetto alla legislazione italiana, che prevede una vera e propria inversione dell’onere della prova, sta nel fatto che, secondo la nuova riforma tedesca, il compito di provare l’origine criminale dei beni resta al giudice, sebbene quest’ultimo abbia oggi uno spazio più ampio in cui muoversi.

Altra importante modifica è stata apportata all’articolo 129 del codice penale sull’associazione a delinquere. In Italia, l’associazione a delinquere è disciplinata dall’art. 416 con un ulteriore 416bis che regola quella di stampo mafioso. In Germania non si è ancora arrivati a tanto. Il nuovo articolo dimostra comunque passi avanti. Una delle conquiste principali della nuova formulazione è innanzitutto la definizione di “associazione criminale” che viene per la prima volta legalmente espressa con caratteristiche peculiari, come ad esempio la durata del sodalizio ed i ruoli dei membri. Se infatti con la precedente formulazione del 129 StGb, l’azione penale aveva come priorità i reati commessi, adesso si è aperta la strada alla considerazione della struttura criminale come perseguibile in se. Questa importante modifica risponde, come la precedente sulla confisca, a richieste europee, in particolare alla Decisione quadro 2008/841/GAI relativa alla lotta contro la criminalità organizzata. Per via della precedente formulazione dell’articolo, raramente utilizzato, si sono anche create notevoli difficoltà pratiche nella lotta alle mafie, portando a situazioni paradossali: nel corso dell’operazione “Santa” a Singen (2010), l’arresto degli ‘ndranghetisti coinvolti è stato possibile solo in ritardo e sulla base di un mandato di cattura europeo richiesto dall’Italia, non essendo l’associazione a delinquere con le caratteristiche della ‘ndrangheta punibile in Germania.

Si vedrà se nel futuro queste modifiche potranno rendere il contrasto alle mafie più efficace. Piccoli ed importanti passi nella giusta direzione sono stati fatti, ma ci sarebbe ancora molto da fare. In attesa di una vera e propria inversione dell’onere della prova e di misure più severe che colpiscano le mafie nelle loro attività più lucrative (es. riciclaggio), valuteremo l’efficacia delle nuove norme.

Dimenticare un problema non vuol dire risolverlo. Nando Dalla Chiesa parla di mafie a Berlino.


Studioso, consigliere comunale, scrittore, membro della commissione nazionale antimafia, sociologo, professore universitario, parlamentare, presidente onorario di Libera. Questi sono alcuni degli incarichi e delle posizioni assunte negli ultimi trent’anni dal professor Nando Dalla Chiesa, esperto di criminalità organizzata, che è stato in visita a Berlino per un ciclo di lezioni a tema alla Humboldt Universität all’inizio di luglio 2017.

Alla luce delle sue esperienze, il professor Dalla Chiesa ha delineato il problema della questione mafiosa da vari punti di vista, sottolineando anche l’urgenza di parlarne di più ed in profondità in terra tedesca. La ‘ndrangheta si è ormai espansa anche qua, sostiene Dalla Chiesa, e con meccanismi simili a quelli utilizzati per lo stabilimento in Nord Italia. A determinare l’espansione ci sono numerosi motivi interni ai clan, tanti quanti le caratteristiche del territorio potenzialmente prescelto come nuova base strategica ed infine le diverse strategie di espansione delle ‘ndrine. Tra i fattori di rischio più preoccupanti, i seguenti spiccano, anche per riferimento alla Germania, che si qualifica come meta ideale per l’espansione dei clan: in primo luogo, la rimozione del problema, tipica della Sicilia del secolo scorso e del Nord Italia degli ultimi 30-40 anni, quindi sostenere che la mafia non esista o che non riguardi il proprio territorio. L’ignoranza, simile meccanismo, si basa invece sulla scarsa conoscenza del fenomeno, e porta a immaginare la mafia in modi molto diversi da quelli reali: si immagina dunque che sia lontana dal proprio ambiente, inavvicinabile, stereotipata. Secondo Dalla Chiesa, questo meccanismo funzionerebbe come una autoassoluzione del singolo, che in grazia di ciò non si sente dunque ne’ responsabile, ne’ chiamato a riflettere o ad agire. Paesi con alti livelli di corruzione sono particolarmente penetrabili da sistemi mafiosi, anche se persino negli ambienti all’apparenza più resistenti possono infiltrarsi strutture illecite. La mancanza di una legislazione repressiva contro questi fenomeni unita ad una forte legislazione delle libertà pubbliche (come ad esempio il divieto in Germania di nominare gli indagati dei processi) risultano anche condizioni facilitanti per garantire una vita relativamente serena a mafiosi. Ultimo, ma non per importanza, fattore di rischio è lo spirito pubblico, che riguarda il modo in cui la democrazia viene vissuta in un determinato territorio, e può di conseguenza essere un argine o viceversa un lasciapassare per le mafie.

La ricca e progressista regione italiana dell’Emilia Romagna rimane un esempio di come anche un territorio con un forte spirito pubblico, di associazionismo, legalità e storia di resistenza partigiana – da sempre considerati “anticorpi” contro l’infiltrazione mafiosa – possa cedere ai meccanismi mafiosi e cadere nelle mani dei clan. Ad oggi, in Emilia Romagna si sta svolgendo il processo di mafia Aemilia, con più di 200 imputati. L’economia e la politica della regione sono state a tutti gli effetti infiltrate, nonostante i suoi “anticorpi naturali” che, in realtà, hanno nascosto la presenza di fattori di rischio che hanno poi reso possibile l’attecchimento delle mafie e del loro metodo. Il parallelismo con la Germania viene da se’, e attenzione, ammonisce Dalla Chiesa: le mafie non si spostano solo per riciclare, bensì ove vanno esse pongono le radici per esportare il proprio sistema e metodo.

Cosa si può fare dunque per ridurre i rischi e contrastare le mafie in territori non tradizionali? I cambiamenti legislativi sono una priorità ma altrettanto fondamentale resta la conoscenza del fenomeno. Nel corso delle sue lezioni, il Prof. Dalla Chiesa espone anche i modelli educativi alla legalità sperimentati nelle scuole italiane come attività di contrasto alla criminalità organizzata. Attraverso gli esempi dati da educatori, ma non solo, come Danilo Dolci, Don Andrea Milani, Saveria Antiochia e tanti altri, Dalla Chiesa ha ricordato come l’educazione alla legalità insegna che la legge debba essere uno strumento in mano ai deboli. Essa è educazione alla libertà, alla giustizia, alla cittadinanza. Il processo di affermazione e difesa della legalità può essere collettivo, in sintonia con chi detiene il potere e alimentato dalla partecipazioni di soggetti civili quali le associazioni. Esso può però anche diventare processo di rottura con un potere ed una cultura che normalizzano il reato e lo rendono accettabile; in questi casi, come nei casi in cui è il potere stesso ad essere illegale, la legge (legalità) va difesa anche contro chi ne abusa. Ne risulta una legalità che diventa devianza (nel momento in cui è controcorrente rispetto alla cultura dominante) e di conseguenza un’educazione alla legalità che diventa educazione al conflitto. Il professore ha poi sottolineato l’importanza di partire dall’educazione di bambini e giovani, perché sono loro che, portando le lezioni apprese in famiglia, sono anche portatori della forza del cambiamento. Dalle scuole all’università: Nando Dalla Chiesa ha fondato il corso di Sociologia della Criminalità Organizzata all’Università degli Studi di Milano per evitare il fenomeno del “dilettantismo”. E poi corsi di giornalismo, spettacoli teatrali, laboratori artistici: emerge chiaramente la necessità di creare un’intera cultura che sia “antimafia”.

E in Germania? La sua raccomandazione è: non italianizzare l’esperienza di contrasto alle mafie, ma trarre tutta la forza e i supporto dall’esperienza italiana. Le mafie vanno conosciute, studiate ed analizzate per avere gli strumenti, non solo legislativi ma anche civili, per contrastarle. Altrimenti, rimane alto il rischio che la profezia di un ‘ndranghetista si avvicini alla realtà: “il mondo è diviso a metà: la Calabria e quello che lo diventerà”.

Relazione DNA dall’1 luglio 2015 al 30 giugno 2016: La ‘ndrangheta unitaria con le mani sull’Europa


La ‘ndrangheta ha una struttura unitaria ed una cupola decisionale. Questo uno dei risultati esposti dall’ultima relazione annuale del Procuratore Nazionale e dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNA) italiani, pubblicata nell’aprile 2017 in relazione alle attività svolte dal luglio 2015 al giugno 2016. Il risultato presenta profili assolutamente innovativi e centrali nella lotta alla criminalità organizzata di stampo ‘ndranghetista, soprattutto alla luce della convinzione, per anni mantenuta, di essere di fronte ad un fenomeno criminale tendenzialmente orizzontale. Ad aver assodato il concetto di “’ndrangheta unitaria” è stato il processo Infinito della Procura di Milano, conclusosi con sentenza definitiva di condanna per 92 imputati.

La relazione DNA riporta anche ulteriori importanti novità riguardo la struttura, le attività e lo status della ‘ndrangheta ed altre organizzazioni criminali di stampo mafioso in Italia ed in territori non tradizionali. Di rilievo centrale risulta la scoperta nel corso del processo Crimine dell’esistenza di una Cupola decisionale, la cui esistenza è tenuta nascosta anche ad esponenti di alto rango dell’organizzazione, composta da ‘ndranghetisti scelti, esponenti di rilievo delle Istituzioni e professionisti legati a Servizi Segreti ed organizzazioni massoniche. Di tale entità decisionale, denominata “Santa”, sarebbe a conoscenza solo un numero limitatissimo di ‘ndranghetisti. Il rapporto fornisce anche i nomi degli arrestati, accusati di aver fatto parte della Cupola: spiccano i nomi di esponenti delle istituzioni, quali Francesco Chirico, alto funzionario regionale e per anni in servizio al Comune di Reggio Calabria, e di due politici, Antonio Caridi, Senatore della Repubblica (*incarico ad oggi annullato dal Tribunale del Riesame) e di Alberto Sarra, assessore regionale della regione Calabria. Secondo le conclusioni tratte dalla Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta si sarebbe dunque stabilita in “in tutti settori nevralgici della politica, dell’amministrazione pubblica e dell’economia” ed in questo modo avrebbe creato delle occasioni notevoli per arricchirsi non solo attraverso i classici traffici illegali, ma anche e soprattutto intercettando flussi di soldi pubblici a livello comunale, regionale, statale ed europeo. Da ciò, l’importanza di concentrare gli sforzi investigativi sui rapporti tra mafie e imprenditoria e di concentrarsi sul contrasto patrimoniale, sforzi che l’Italia ha già cominciato a mettere in atto. Nell’ultimo anno si registra infatti un notevole incremento dell’analisi dei dati sulle operazioni sospette rispetto agli anni precedenti.

Le mafie in Germania

Che le mafie, soprattutto la ‘ndrangheta, abbiano raggiunto ormai da molti anni il Nord Europa e la Germania è cosa nota per gli addetti ai lavori. Tuttavia, il bisogno di diffondere l’informazione rimane una priorità. La relazione DNA ne sottolinea l’attualità, riportando come intere aree di Olanda, Belgio e Germania presentino delle vere e proprie “locali” di ‘ndrangheta, stabilitesi permanentemente nel territorio. Queste ultime sembrano essere direttamente collegate alle locali calabresi, mantenendo con esse un rapporto di stretto coordinamento, pur con alcuni spazi di relativa autonomia. In ogni caso, degna di nota è la riproduzione fedele delle strutture calabresi anche in territori non tradizionali, anche all’estero. Le attività delle “locali” in Germania sono varie: il riciclaggio di proventi illeciti, facilitato dalla meno severa legislazione tedesca; inoltre, la vicinanza a centri nevralgici per lo spaccio di stupefacenti, come il porto di Amburgo, di Rotterdam o Anversa, risultano condizioni facilitanti per il trasporto logistico delle droghe. In tal senso, sia la ‘ndrangheta che la camorra si sono ormai rese protagoniste nella gestione del traffico di eroina e cocaina, mantenendo rapporti anche con gruppi criminali sudamericani e marocchini o con intermediari bulgari, albanesi e serbomontenegrini (soprattutto la camorra). Meritevoli di attenzione sono anche i rapporti fra organizzazioni camorristiche e cosche ‘ndranghetiste, che appaiono collaborare nella gestione di tali traffici (collegamenti tra i camorristi Contini e la cosca ndranghetista Crupi, referenti per il traffico di stupefacenti in Olanda, si legga ad esempio qui).

La vicinanza ai porti di Amburgo e Rotterdam facilita anche un altro traffico illegale in mano alle cosche, quello della merce contraffatta. La contraffazione è un reato che porta ad importanti danni per l’economia locale e che ad oggi risulta essere altamente sviluppato nella sua attuazione. I gruppi mafiosi con vocazione imprenditoriale hanno infatti trasformato questo mercato illegale in un business proficuo e professionale, sfruttando le possibilità offerte dalla globalizzazione per sfuggire ai controlli. Un esempio è dato dalla dispersione geografica delle varie fasi di fabbricazione delle merci (con anche sub-forniture), che rendono difficile l’identificazione dei committenti effettivi. La DNA auspica un coordinamento internazionale più efficace nella repressione della criminalità transnazionale, indicando anche il modello di contrasto italiano come best practice in tal senso.

Operazioni antimafia in Germania e Svizzera

Nel periodo tra luglio 2015 e giugno 2016 sono state condotte numerose operazioni di successo contro clan stabilitisi tra la Germania e la Svizzera. Nel corso dell’operazione Helvetia, è stata accertata l’esistenza di una Locale a Frauenfeld, nel cantone svizzero al confine con la Germania, e ne è stata provata la connessione con il Crimine di Polsi (Calabria) attraverso l’intermediario Giuseppe Antonio Primerano. Per questa operazione sono stati arrestati in Italia Antonio Nesci e Raffaele Albanese, condannati dal Tribunale di Reggio Calabria rispettivamente alla pena di anni 14 e 12 di reclusione; altri 16 indagati attendono l’estradizione e si trovano attualmente in Svizzera.

L’operazione Rheinbrücke, svolta dai carabinieri di Reggio Calabria e dalla DIA in collaborazione con il BKA ha portato ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 10 soggetti, appartenenti alla ‘ndrangheta, componenti delle cosche denominate “Locale di Rielasingen” (Germania) e della “Locale di Fabrizia” (VV, Calabria). Per maggiori informazioni su queste operazioni, si rimandi ai seguenti articoli: http://mafianeindanke.de/tra-la-germania-e-litalia-annullata-la-custodia-cautelare-per-l-ndranghetista-domenico-nesci/ (ITA) http://mafianeindanke.de/svizzera-condannato-il-capo-di-una-cellula-criminale-nel-cantone-del-thurgau/ (ITA). 

La cooperazione internazionale

Il numero delle richieste di cooperazione internazionale per delitti di criminalità organizzata e, oggi, anche in materia di terrorismo, è in costante crescita; o per una maggiore consapevolezza degli inquirenti circa i benefici degli strumenti internazionali della legislazione europea o per un maggiore bisogno dato dai cambiamenti della criminalità organizzata. Un mix dei due fattori è in realtà la risposta più probabile.

Affinché tale cooperazione possa però essere al massimo efficace, la DNA suggerisce di istituire indagini parallele per una migliore acquisizione delle prove. Sarebbe un metodo per sopperire alle carenze legislative internazionali. Ciò che accade nelle indagini antimafia attualmente è infatti spesso un’indagine nazionale su singoli reati nel paese interessato da tale condotta criminosa (es. traffico di stupefacenti in Olanda – riciclaggio in Germania – etc.), non esistendo il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso a livello internazionale. La conseguenza naturale di un tale modus operandi è dunque di non arrivare ad un quadro globale e logico rispetto a strutture complesse quali quelle dei clan. Si perde il significato unitario del fenomeno mafioso. Uno scambio immediato di informazioni sulle indagini che riguardano clan mafiosi a livello internazionale sarebbe quindi una soluzione auspicabile per un coordinamento più efficace, in attesa di miglioramenti legislativi.

Link finale al rapporto DNA (solo ita): http://www.avvisopubblico.it/home/wp-content/uploads/2017/06/RELAZIONE-DNA-1.7.2015-30.6.2016.pdf