Il ricordo delle vittime innocenti delle mafie non si ferma: il 21 marzo sui social


Ogni 21 marzo in Italia si svolge la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Quest’anno, purtroppo, l’emergenza sanitaria venutasi a creare a causa del Coronavirus (Covid-19) ha fatto sì che la commemorazione ufficiale venisse posticipata ad ottobre. Nonostante ciò, il ricordo delle vittime delle mafie non si è fermato, e la campagna per il 21 marzo lanciata da Libera sui social media ha riscosso una grandissima partecipazione da parte di singoli e associazioni attive su tutto il territorio. Noi di mafianeindanke abbiamo aderito e ognuno di noi ha voluto ricordare una vittima di mafia con una foto e dedicandogli un fiore.

Non ci siamo fermati qui. Abbiamo voluto approfondire e ricostruire le storie delle vittime che abbiamo scelto, in modo tale da mantenerne vivo il ricordo. Qui di seguito potete trovare le storie di Annalise Borth, Ciro Rossetti, Silvia Ruotolo e Luigi Fanelli.

Prima, però, vogliamo raccontarvi la storia di come è nata un’iniziativa importante come quella del 21 marzo.

Era il 23 maggio 1993 e si teneva la prima commemorazione in ricordo delle vittime della strage di Capaci. Una donna, Carmela, si avvicinò in lacrime a Don Ciotti e gli disse ‘’Sono la mamma di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai? È morto come gli altri’’. Fino a quel momento Antonio e i suoi colleghi Vito Schifani e Rocco Dicillo venivano frettolosamente liquidati come ‘’i ragazzi della scorta’’.  L’iniziativa ha origine dal dolore di una madre che difende il diritto di suo figlio ad essere ricordato con il suo nome.

 La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce con l’idea di dare a tutte le vittime innocenti lo stesso diritto ad essere ricordate.

Le Storie

Annalise Borth

Ferentino, 26 settembre 1970

Annalise Borth era una ragazza tedesca di 18 anni, sposata con Gianni Aricò e incinta di un bambino. Originaria di Amburgo, aveva avuto un’adolescenza travagliata e ancora giovanissima era fuggita in Italia. ‘’Muki’’, come veniva soprannominata, faceva parte degli ‘’anarchici della Baracca’’, attivisti politici di fede anarchica attivi nell’area di Reggio Calabria, che prendevano il nome da un casolare abbandonato diventato loro base operativa. Erano gli anni della Strage di Piazza Fontana a Milano e della rivolta di Reggio, la protesta contro lo spostamento del capoluogo di regione a Catanzaro.

La sera del 26 settembre 1970, Annalise e Gianni Aricò si trovavano a bordo di una Mini Morris insieme ad altri tre compagni: Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Angelo Calise, tutti di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Si stavano recando a Roma, dove era prevista una manifestazione per contestare l’arrivo del presidente americano Nixon. I giovani erano diretti nella capitale per consegnare un dossier con delle informazioni scottanti all’avvocato Edoardo Di Giovanni. Avevano raccolto dei documenti che provavano la convergenza di interessi tra ‘ndrangheta e gruppi neofascisti, in particolare riguardo alla rivolta di Reggio e alla strage sul treno Freccia del Sud avvenuta a Gioia Tauro.

All’altezza di Ferentino la loro automobile si scontrò con un autotreno dedito al trasporto di conserve di pomodoro, In un’incidente dalla dubbia dinamica. I ragazzi morirono tutti. Annalise fu l’ultima ad andarsene, dopo 21 giorni di lotta per la vita in ospedale.

I documenti che portavano a bordo dell’auto sparirono. I conducenti del tir, rimasti illesi, erano dipendenti di un’azienda riconducibile al ‘’principe nero’’ Junio Valerio Borghese.

Solamente più di 20 anni dopo, nel 1993, si ottenne maggiore chiarezza sugli avvenimenti della rivolta di Reggio e sull’attentato dinamitardo che fece deragliare il treno Freccia del Sud provocando 6 vittime e 54 feriti. Le dichiarazioni di alcuni pentiti rivelarono che fu la ‘ndrangheta a procurare l’esplosivo utilizzato dai gruppi neofascisti per far deragliare il treno. Uno dei collaboratori di giustizia confessò anche la collusione tra criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra in occasione della rivolta di Reggio.

Gli anarchici della Baracca, invece, non ottennero mai giustizia.

Ciro Rossetti

Napoli, 11 ottobre 1980

Ciro era un giovane operaio di 31 anni. Quell’11 ottobre del 1980 si trovava con sua moglie e i suoi due figli a casa di sua madre, per vedere la partita di qualificazione ai mondiali Italia – Lussemburgo.

D’un tratto cominciò a sentire degli spari. Ciro pensò che fossero dei fuochi d’artificio per festeggiare la partita e si precipitò alla finestra.

Invece non c’era niente da celebrare; era in atto una delle tante guerre tra clan camorristici per il controllo del contrabbando di sigarette. Sulla strada sfrecciava un’auto dalla quale un uomo sparò quattro colpi. Uno di quei proiettili vaganti uccise Ciro.

Ciro che nulla aveva a che fare con la malavita.

Ciro che da quella finestra avrebbe voluto solo gioire per la sua nazionale.

Silvia Ruotolo

Napoli, 11 giugno 1997

Silvia Ruotolo amava la sua città, Napoli, amava il suo quartiere, il Vomero, amava la sua famiglia. Era una donna gioiosa, dal sorriso inconfondibile, sempre pronta ad aiutare il prossimo.

Dopo aver terminato gli studi magistrali incontrò Lorenzo Clemente, col quale decise di sposarsi. Era il 1987 quando restò incinta della sua prima figlia, Alessandra. Silvia diventò mamma, una mamma premurosa. Cinque anni dopo aveva di nuovo il pancione: c’era bisogno di una casa più grande, mentre il suo cuore lo era già, pronto ad accogliere il piccolo Francesco.

Si trasferì in una casa più spaziosa, al 9° piano di Salita Arenella 13/A, da cui poteva ammirare ancor meglio la sua città. Era una mamma presente e gioiosa, che seguiva molto i suoi bambini.

A 39 anni, l’11 giugno del 1997, Silvia teneva Francesco per mano. Era andata a prenderlo all’asilo, per poi percorrere Salita Arenella verso casa. Francesco aveva 5 anni. Ad attenderli sul balcone c’era Alessandra, che di anni ne aveva 10.

Improvvisamente due uomini scesero dalla loro auto e iniziarono a sparare all’impazzata. Silvia venne colpita a morte alla testa da uno dei 40 proiettili. L’obiettivo però non era lei, bensì due affiliati del Clan Cimmino, Salvatore R., ucciso anche lui, e Luigi F., ferito insieme ad uno studente universitario, Riccardo Valle.

L’ultimo tassello della vicenda giudiziaria arrivò solo nel 2011: la Corte d’ Assise d’ Appello confermò la condanna al carcere a vita a Mario C., l’ultimo degli imputati per il quale il procedimento era ancora aperto mentre divennero definitive le altre quattro condanne, compreso l’ergastolo al boss del Vomero Giovanni A., il mandante della spedizione di morte sfociata nel tragico omicidio.

Luigi Fanelli  

Bari, 26 settembre 1997

Luigi Fanelli era un ragazzo onesto e solare che aspirava alla carriera militare, infatti era recluta della Caserma Briscese di Bari. Aveva solo 19 anni quando in un giorno di permesso uscì di casa alle 21 avvertendo i suoi genitori che sarebbe rientrato tardi. Raggiunse i suoi amici in piazza e in seguito si recò insieme al suo amico Luca al ‘Ridemus’, un’enoteca di Bari. Lì incontrò Fausta B., con cui aveva avuto una relazione. I due litigarono e l’ex fidanzata si allontanò dal locale. Luigi rimase al Ridemus, dove si intrattenne con alcuni ragazzi, fra cui Paolo M. e Francesco S., ex fidanzato di Fausta.

Francesco e i suoi amici sostennero di averlo visto andare via a bordo di uno scooter Zip nero, insieme ad una persona a loro sconosciuta. Da quel momento nessuno ebbe più notizie di Luigi Fanelli.

Luigi non si allontanò dal ‘Ridemus’ di sua spontanea volontà.  La Procura di Bari ipotizzò che Fausta fosse adirata in seguito al litigio con Luigi. Telefonò dunque a due ragazzi, presumibilmente appartenenti al clan Di Cosola, chiedendo loro di impartire una lezione al giovane. I due si recarono al ‘Ridemus’ e convinsero Luigi ad allontanarsi con loro. Il suo corpo non venne più ritrovato.

Nell’ottobre del 2015, Paolo M., decise di collaborare con la giustizia. Il nipote del boss Antonio Di C. ammise di aver ucciso Luigi Fanelli con un colpo di pistola. Masciopinto non pagherà per questo delitto, perché per questo caso era stato già processato e assolto in via definitiva.

Maria Vittoria Barbieri, Ludovica Bölting, Dusan Desnica, Federica Menzinger  © mafianeindanke, pubblicato in data 29 marzo 2020

Il 21 marzo si dà un volto alle vittime di mafia


Uno dei termini più stupidi – se ci è concesso – nella discussione sulla mafia è “crimine senza vittime”. Si dice sempre che la criminalità organizzata spesso rientra in questa categoria, poiché il riciclaggio di denaro sporco, ad esempio, non produce vittime. Questo punto di vista viene meno se, ad esempio, gli affitti aumentano a causa delle massicce attività di riciclaggio di denaro sporco nel settore immobiliare, in quanto ciò produce sicuramente delle vittime! Ed è anche di fatto scorretto. Dal 1996 l’organizzazione antimafia italiana Libera, con la quale collaboriamo spesso, organizza ogni 21 marzo una giornata di commemorazione delle vittime innocenti delle mafie.

I parenti delle vittime di mafia si incontrano lì. Molti di loro raccontano le storie dei loro parenti o tengono in mano delle immagini. È spesso sconvolgente il motivo per cui i clan in Italia uccidono persone innocenti. Ricordiamo, ad esempio, un incontro con i parenti di un piccolo concessionario di macchine che è stato assassinato perché non aveva un certo olio per macchine in magazzino. Molte vittime sono persone uccise perché scambiate per altre o colpite di rimbalzo durante le sparatorie.

Nel frattempo, l’iniziativa del 21 marzo è stata riconosciuta ufficialmente dal Parlamento italiano che nel 2017 ha decretato la giornata nazionale di commemorazione in ricordo delle vittime delle mafie. In innumerevoli città si svolgono manifestazioni per commemorare una lista di oltre mille nomi (https://vivi.libera.it/it-ricerca_nomi) di vittime innocenti della mafia. Quest’anno l’evento nazionale era previsto a Palermo, ma non avverrà. A causa del Coronavirus, tutti gli eventi sono stati vietati sul territorio italiano. La cerimonia di commemorazione è stata rinviata a ottobre. Questo riguarda anche noi di Mafianeindanke: i voli già prenotati saranno cancellati, così come è stato rinviato anche l’incontro della rete antimafia europea CHANCE che doveva avvenire in accompagnamento alla commemorazione.

Mafianeindanke ha svolto per anni ricerche sulle vittime innocenti della mafia in Germania, finora con pochi risultati: abbiamo identificato un giovane, Thomas H., ucciso a colpi di pistola a Lommatzsch in Sassonia il 20.9.2005 da suo zio Giuseppe A., un mafioso. L’uccisone è stata preceduta da dispute riguardanti l’eredità di una casa. Giuseppe A. si è costituito alla polizia il giorno dopo il delitto ed è stato arrestato. Circa sei mesi dopo è stato rilasciato e l’anno successivo ha cancellato la propria registrazione in Germania sostenendo di tornare in Italia. Che Giuseppe A. fosse un mafioso è risaputo, dato che lui stesso aveva testimoniato ciò in processi in Italia anni prima. Oggi non si sa nulla riguardo alla sua posizione.

Un altro caso è stato portato alla nostra attenzione: la moglie di un ristoratore è scomparsa da un giorno all’altro e i parenti sono convinti che sia stata uccisa.

Se siete a conoscenza di casi simili, aiutateci a migliorare le nostre statistiche sugli omicidi di mafia in Germania e contattateci via info@mafianeindanke.de o telefonicamente allo 00 49 157 31 79 78 21

Sandro Mattioli (tradotto dal tedesco) © mafianeindanke, pubblicato in data 11 marzo 2020

Mafie: un problema europeo


Perché parlare di mafie al Parlamento Europeo? È con questa domanda che si è aperta la conferenza “Mafie: un problema europeo” lo scorso 5 febbraio a Bruxelles. Una domanda trasversale e provocatoria, a cui hanno provato a rispondere gli ospiti dell’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, la quale ha ricordato come, ancora troppo spesso, le mafie vengano percepite come un fenomeno solamente italiano, così come qualche tempo fa il problema veniva circoscritto soltanto come una questione del Sud Italia. L’autrice del libro “Le mafie sulle macerie del muro di Berlino” afferma come le organizzazioni criminali di stampo mafioso si insediano dove riescono a creare relazioni col territorio, anche e soprattutto in Europa dove dimostrano di riuscire a creare i legami giusti, infiltrandosi nell’economia e nelle istituzioni. Le mafie penetrano il tessuto economico europeo non attraverso la violenza, ciò alzerebbe il livello d’attenzione delle istituzioni europee, bensì grazie al denaro. Passano quindi inosservate, per loro è più semplice corrompere piuttosto che utilizzare la violenza. Il denaro, inoltre, permette loro di essere visti nei paesi in cui lo riciclano come dei benefattori. Ma questo denaro è sporco, in quanto deriva da attività criminali e traffici di sostanze stupefacenti. Viene quindi immesso nei mercati legali ed altera di fatto la libera concorrenza, danneggia le imprese pulite e inquina il sistema democratico. Per questo motivo, secondo l’On. Pignedoli, è fondamentale portare avanti un’opera di sensibilizzazione sul piano europeo, per arrivare ad una legislazione antimafia comunitaria. Così come a Palermo nel 2000 si è giunti ad una definizione di criminalità organizzata, ora è importante arrivare a produrre una definizione di criminalità organizzata di tipo mafioso, con le sue specificità. C’è poi la necessità di implementare la normativa sul sequestro dei patrimoni, in particolare quello preventivo, e di permettere alle forze investigative dei paesi europei di collaborare in maniera efficace.

Come accennato in precedenza, il gruppo di esperti chiamati a descrivere l’avanzata delle mafie in Europa era vasto ed eterogeneo: Federico Varese, professore di criminologia all’Università di Oxford, Alfonso Bonafede (in videoconferenza), Ministro della Giustizia, Filippo Spiezia, vicepresidente di Eurojust, Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg, Antonio Nicaso, professore alla Queen’s University of Kingston, Canada, Nicola Morra, Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Monika Hohlmeier, Europarlamentare e Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT) e Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento Europeo.

Federico Varese

In questo articolo ci concentreremo soprattutto sul fenomeno mafioso come un fenomeno europeo, e quindi analizzeremo quei fattori che hanno portato all’espansione della mafia in Europa e non solo – abbiamo inoltre elaborato due approfondimenti specifici: uno su Filippo Spiezia ed Eurojust e un altro su Uwe Mühlhoff e l’operazione Pollino. A questo proposito il Prof. Varese, autore del libro “Mafie in Movimento”, cerca di spiegare come si muovono le mafie al di fuori del loro territorio di origine, portando avanti la tesi secondo la quale “quello che avviene nei mercati illegali ha una sua corrispondenza nei mercati legali”. Se proviamo a fare ordine rispetto alle attività condotte dalla criminalità organizzata, si potranno ricavare le seguenti considerazioni: ci sono gruppi criminali che producono merci – cocaina, eroina, merci contraffatte – gli individui che producono queste merci sono diversi da quelli che poi conducono il traffico vero e proprio, e anche i loro guadagni sono estremamente diversi. Un chilogrammo di cocaina può costare qualche migliaio di dollari in Colombia, ma quando arriva nei porti europei può arrivare a costare anche 50.000 dollari. Ci sono quindi gruppi criminali che portano avanti le attività di traffico e spostamento di merci. Chi conduce queste attività avrà a sua volta un profilo diverso rispetto a chi si dedica, non solo alla produzione e al commercio, ma anche al vero e proprio governo del territorio. Il governo consiste nell’esercitare il potere sugli altri, nel permettere ad altri di produrre, commerciare ed esistere. La funzione di governo è propria delle mafie tradizionali, che svolgono questa funzione nei territori di origine: “si pensi ad esempio a organizzazioni come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra, mafia russa, Triadi cinesi ad Hong Kong, Yakuza, la mafia italo-americana. Queste organizzazioni effettuano tutte un’opera di governance sui mercati e sui territori di origine”. Ma cosa succede quando si spostano al di fuori dei territori tradizionali? “In alcuni casi governano, ma non è sempre facile”.  In altri casi fanno compravendita di merci illegali. Bisogna dunque distinguere tra il tentativo di commerciare e quello di governare. Anche se, chiaramente, un’attività può spingere verso l’altra. Una volta che si commercia potrebbero crearsi le condizioni per governare il territorio.

Quali sono dunque i meccanismi di trapianto fuori dai territori tradizionali? Come fanno le mafie a replicare la loro capacità di governo? Lo studio di questo fenomeno, spiega Varese, si è concentrato sugli esponenti mafiosi che si spostavano dai territori di origine. Si è notato che i territori di conquista sono spesso piccoli, non sono dunque direttamente le grandi capitali. Si prenda ad esempio Bardonecchia in Piemonte, primo comune sciolto per infiltrazioni al di fuori dei territori tradizionali (1995), dove la ‘ndrangheta è riuscita a trapiantarsi in maniera efficace. Il fattore cruciale è poi la presenza nei nuovi territori di mercati mal regolati. La mafia, producendo una domanda di governo illegale, entra in questi mercati legali e li governa. Spesso lo fa a favore degli imprenditori che già operano in quei mercati, riducendo la competizione, in modo che l’imprenditore già presente benefici di questo servizio. È impossibile capire le mafie se non si comprende che c’è sempre qualcuno al di fuori che ne trae vantaggio e beneficio.  Quindi, sostiene Varese, “La capacità di regolare i mercati mal-regolati dalle istituzioni ufficiali genera una domanda di mafia che può produrre un trapianto.

Sabrina Pignedoli

Uno studio quantitativo di Paolo Campana (2013) mostra come le mafie italiane in Europa investano in imprese legali (UK, Germania, Francia e Austria), siano presenti nel commercio della droga (Spagna, Portogallo, Olanda e Belgio) e traffichino in merci contraffatte (est-Europa). È un contributo importante in quanto ci mostra che “le mafie nei vari paesi fanno cose diverse rispetto ai territori tradizionali e fanno cose diverse nei vari paesi in cui sono presenti”.

Infine, non solo ci sono mafie italiane che si spostano all’estero, ma ci sono casi in Europa di mafie autoctone, che spesso non vengono riconosciute dalle autorità locali. Si pensi ad esempio a Paul Massey di Salford, per la morte del quale si tennero dei funerali degni di quelli dei Casamonica a Roma. Massey, boss locale, si candidò a suo tempo alle elezioni comunali. Non prese molti voti, ma ottenne un risultato migliore rispetto ad alcuni partiti tradizionali inglesi. Anche nel Regno Unito, dunque, vi è un consenso sociale basato sulla violenza. Bisogna effettuare uno sforzo duplice: da una parte capire dove vanno le mafie italiane e dall’altro riuscire a riconoscere le mafie autoctone, che spesso presentano caratteristiche simili alle mafie tradizionali italiane.

Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sottolineato come “la criminalità, capace di agire su scala globale, richiede una risposta repressiva e preventiva da parte delle istituzioni” per questo la cooperazione giudiziaria penale e di polizia deve essere una priorità dell’Unione Europea, così come fu intuito inizialmente da Giovanni Falcone “che fu tra i primi a comprendere la necessità di condurre uno sforzo comune a livello internazionale contro le mafie”. Quell’intuizione è alla base della Convenzione di Palermo di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale. Il Ministro Bonafede sottolinea inoltre come la cooperazione di polizia sia un punto cardine per arginare l’avanzata delle organizzazioni mafiose, permettendo un più efficace scambio di informazioni e di dati tra i vari paesi. “Sempre sulla scorta della lezione di Giovanni Falcone”, conclude il Ministro, “occorre investire sugli strumenti di aggressione e confisca dei patrimoni illeciti delle organizzazioni criminali, ovunque essi siano”.

Antonio Nicaso

Un altro intervento proveniente dal mondo dell’Accademia è quello di Antonio Nicaso, che ricorda una differenza essenziale: “La criminalità mafiosa è diversa dalla criminalità organizzata. È più strutturata, più complessa, più articolata e non solo perché riesce a coniugare tradizione e innovazione, ma anche perché non potrebbe sopravvivere senza l’apporto significativo di quel capitale sociale, fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico. Le modalità operative delle mafie coinvolgono professionisti, imprenditori, dirigenti del settore pubblico e privato che facilitano, in vario modo, l’ingresso delle cellule mafiose nell’economia legale”. Quello delle mafie è un genoma che muta e si evolve nel tempo, come dimostra la propensione ad operare, soprattutto nei territori di espansione e colonizzazione, senza necessariamente ricorrere a condotte di natura violenta. La ‘ndrangheta si conferma come l’organizzazione criminale più potente e pericolosa, con articolazioni consolidate non solo in Calabria ma anche nel centro e nel Nord Italia, oltre che in diversi paesi europei ed extraeuropei. La forza è confermata dai numeri, soprattutto quelli relativi ai sequestri di beni: “su un totale di quasi 60 miliardi, quasi 13, pari al 21%, sono riconducibili alla ‘ndrangheta che continua ad essere anche quella meno esposta alle defezioni”. Il Prof. Nicaso sottolinea come la ‘ndrangheta possa contare su un fatturato di decine di miliardi di euro l’anno che investe nel settore dell’edilizia, dell’accoglienza, della sanità, dei servizi sociali, dell’energia alternativa e del gioco d’azzardo. “Manca purtroppo consapevolezza della pericolosità e della pervasività di questa organizzazione criminale di tipo mafioso. E manca anche la volontà politica a combattere fenomeni che per troppo tempo sono stati visti soprattutto all’estero come opportunità, piuttosto che come pericolo”. I soldi sporchi delle mafie sono diventati ossigeno dell’economia legale con una facilità impressionante “favoriti dalla mancanza di consapevolezza rispetto a un fenomeno che ancora oggi viene considerato esclusivamente come qualcosa riconducibile all’Italia, ma anche grazie al totale disinteresse di una classe politica che non ha mai individuato come priorità, né in Italia né all’estero, la lotta alle mafie e ai capitali mafiosi”. In ambito legislativo, secondo Nicaso, “ci si è bloccati con l’idea improbabile dell’armonizzazione delle leggi. Trovare una definizione comune è impresa ardua non soltanto a livello legislativo, ma anche a livello accademico”.

Cosa fare dunque? Il riconoscimento delle misure cautelari e patrimoniali per far fronte alle differenti legislazioni dei paesi in cui opera la ‘ndrangheta potrebbe essere un punto di partenza. La cooperazione internazionale, come auspicata recentemente dall’Interpol con il progetto I-CAN, potrebbe favorire e intensificare la cattura dei latitanti e lo scambio multilaterale di informazioni con relativa condivisione dei database. Bisognerebbe investire sullo studio dei cosiddetti “dati freddi” relativi a indagini già chiuse con l’obiettivo di individuare per tempo i segni premonitori e anticipare i rischi legati alla minaccia della ‘ndrangheta, attraverso l’uso di software di analisi predittiva e di business intelligence. Questo consentirebbe alle forze di polizia di arrivare prima e non quando un territorio è stato già infiltrato dalle cosche attraverso una colonizzazione che replica all’estero il modello strutturale radicato in Calabria. Un altro aspetto fondamentale è l’aggressione ai patrimoni criminali. I boss tollerano il carcere ma non sopportano gli accertamenti patrimoniali. L’impoverimento dei clan è l’unica strategia vincente nella lotta alla criminalità mafiosa. Infine, a una ‘ndrangheta globale bisogna rispondere con una lotta globale.

Purtroppo, finora, le mafie si sono globalizzate, ma l’azione di contrasto non riesce a fare altrettanto. L’Europa, oggi più che mai, non può permettersi l’esistenza di santuari come quelli che nel Medioevo garantivano l’impunità a chi cercava di sfuggire ai rigori della legge. L’Europa deve comprendere l’importanza della lotta alle mafie e alla corruzione. Un cambio di passo a livello europeo che potrebbe rappresentare un monito per tanti paesi. Non è possibile sacrificare altre vite umane, altri servitori dello Stato. “La lotta alle mafie passa dall’acquisizione di consapevolezza” conclude Nicaso, “l’essere consapevole significa avere cognizione, avere coscienza delle proprie responsabilità e agire con responsabilità significa comprendere che la lotta alle mafie non spetti solo alle forze dell’ordine e alla magistratura. Ma a tutti. Nessuno escluso. Il tempo delle parole è passato e le discolpe sono inutili”.

Nicola Morra

Il Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Nicola Morra, ha ricordato come oramai le vittime della guerra contro la criminalità organizzata non sono più soltanto cittadini italiani, ma riguardano tutta Europa, come dimostrano gli omicidi dei due giornalisti investigativi Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak. Ma non solo: ci sono paesi dei 27 stati membri – come Cipro, Malta e altri – che beneficiano dei capitali criminali che vengono riciclati nelle loro economie. Le mafie, attualmente la ‘ndrangheta, hanno la capacità di gestire capitali immensi, capitali che vengono volutamente sottratti alla tracciabilità evitando di passare attraverso i circuiti bancari e finanziari. Questi capitali alimentano l’economia in nero, e l’evasione fiscale. Si deve fare tanto a livello normativo, ma, aggiunge Morra “non possiamo pensare che la guerra si vinca solo attraverso un intervento ex-post repressivo, e questo spiega il motivo per cui è importante che si moltiplichino i momenti di dibattito pubblico su questi temi”. Il potere economico non si auto-perimetra, ma ricerca invece una sinergia con il potere politico, culturale e mediatico, per realizzare una capacità di manipolazione del mercato e delle coscienze dei cittadini, i quali vengono risospinti ad una condizione di sudditanza. Le organizzazioni mafiose conoscono tutto, perché conoscenza è potere. “Il primo intervento è da farsi in istruzione e cultura. Bisogna correggere prima la mentalità, che replica schemi e chiavi interpretative anche in terre lontane”.

Monika Hohlmeier

Monika Hohlmeier, Presidente della Commissione Controllo Bilanci (CONT), chiude la conferenza con delle riflessioni molto importanti: in ambito internazionale si tende molto di più a parlare di terrorismo piuttosto che di criminalità organizzata, questo perché è un problema difficile e complesso da comprendere, soprattutto per coloro i quali non provengono dai territori di origine delle mafie, molti non comprendono che la criminalità organizzata si sta diffondendo in tutta Europa perché non tutti riescono a percepirla. Le autorità europee sono inoltre poco attrezzate per affrontarle. “La Commissione che presiedo” continua Hohlmeier, “ha lo scopo di favorire le misure che possano mitigare e bloccare le attività criminali”. In ambito europeo, la criminalità organizzata accede ai famosi fondi europei, partecipa, di fatto, a meccanismi decisionali che avvengono all’interno dell’Unione: “la criminalità organizzata è riuscita a utilizzare i fondi agricoli europei a scapito della popolazione locale”. I sistemi di controllo di difesa dell’Unione hanno parecchie lacune, mentre i criminali sono molto rapidi e agiscono subito: “noi stiamo sempre ad inseguire, ma bisogna riuscire a stare al loro passo”.

Simone Laviola © mafianeindanke, 11 marzo 2020

Teatro come strumento di memoria nelle scuole. Laboratorio e spettacolo teatrale per la Giornata in ricordo delle vittime innocenti delle mafie


Anche quest’anno Mafianeindanke celebrerà la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Questa volta saranno gli studenti i veri protagonisti della ricorrenza. 

Il 20 marzo, infatti, grazie alla collaborazione tra Mafianeindanke, l’Ambasciata Italiana a Berlino, la IGS ”Leonardo da Vinci” di Wolfsburg e il liceo Albert Einstein di Berlino, verrà proposto, nell’aula magna di quest’ultimo, uno spettacolo su Rita Atria, messo in scena da alcuni alunni della scuola Leonardo Da Vinci di Wolfsburg, sotto la guida del Professor Massimiliano Bresciani. La storia di Rita Atria verrà ripercorsa attraverso un dialogo, tra madre (Giovanna Cannova) e figlia, accompagnato da musica dal vivo e la proiezione di testi (in tedesco) e di immagini simbolo di quegli anni.

Una delle classi che assisterà alla pièce sarà anche coinvolta in un laboratorio propedeutico allo spettacolo.

Una delle classi che parteciperà alla visione della pièce sarà anche coinvolta in un laboratorio propedeutico allo spettacolo. Il laboratorio, guidato da Marta Tirabassi (trainer teatrale e coordinatrice del progetto), Dusan Desnica (volontario di MND) e Luigino Giustozzi (coordinatore dell’associazione) consisterà nell’utilizzo di esercizi e pratiche teatrali e pedagogiche, volte a stimolare i ragazzi ad osservare e ragionare, in maniera libera e partecipata, sul lavoro di squadra e sulla nostra responsabilità individuale e collettiva rispetto a logiche e culture mafiose. 

Attraverso l’esperienza diretta resa possibile dai giochi, i ragazzi potranno osservare ed analizzare le dinamiche che caratterizzano l’atteggiamento criminale, e realizzare quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione per combatterlo quotidianamente, e riuscire ad osservare il proprio comportamento quotidiano, quello della propria famiglia, e del quartiere per approfondire e continuare il percorso in autonomia.

L’incontro del 20 Marzo, fortemente voluto da S.E. l’Ambasciatore Luigi Mattiolo, sarà interamente in italiano e prevede uno spazio di riflessione per potersi esprimere “a caldo” su quanto visto in scena, cercando di guidare la conversazione anche sui temi e sul lavoro sperimentato nell’incontro precedente.

Marta Tirabassi © mafianeindanke, 11 marzo 2020

Unione Europea: Le competenze per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco saranno concentrate presso l’Autorità bancaria europea – con scarse conseguenze giuridiche


Il regolamento (UE) 2019/2175 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2019 ha trasferito le competenze delle autorità nazionali di vigilanza su assicurazioni, valori mobiliari e mercati in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo all’Autorità bancaria europea (ABE), precedentemente responsabile solo per le banche.

A tal fine, il Regolamento (UE) 1093/2010 è stato modificato. Il legislatore si augura che ciò migliori la vigilanza utilizzando le competenze e le risorse dell’ABE per ottimizzare l’attuazione delle disposizioni della direttiva UE sul riciclaggio di denaro. Tuttavia, il regolamento modificato non comporta per l’ABE poteri di intervento qualitativamente nuovi. In parole povere, ciò significa che la vigilanza su banche, assicurazioni, imprese d’investimento e altri fornitori di servizi finanziari sul riciclaggio di denaro rimarrà ai sensi della legge in gran parte inalterata presso le autorità di vigilanza degli Stati membri dell’UE. Innumerevoli scandali di riciclaggio di denaro nel settore finanziario degli Stati membri dell’UE, che spesso hanno carattere transfrontaliero, evidenziano tuttavia che queste autorità di vigilanza nazionali hanno in molti casi svolto in modo inadeguato i loro compiti e che la cooperazione transfrontaliera tra le istituzioni di vigilanza nazionali nell’UE non funziona.

Il ruolo dell’ABE nella vigilanza finanziaria europea

L’ABE è stata istituita il 1° gennaio 2011 sulla base del Regolamento (UE) n. 1093/2010. In risposta alla crisi dei mercati finanziari, il suo compito è quello di garantire una regolamentazione e una vigilanza efficaci del settore bancario europeo e contribuire così alla stabilità finanziaria nell’UE. Ciò include la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo, in quanto questi meccanismi di prevenzione sono un elemento importante per l’integrità e la reputazione degli attori finanziari e per la stabilità del mercato finanziario europeo.

L’ABE fa parte del Sistema europeo delle autorità di vigilanza finanziaria (“SEVIF “). Esso è stato creato nel 2008. Il SEVIF è concepito per garantire un’applicazione armonizzata e adeguata delle norme applicabili al settore finanziario in tutti gli Stati membri. Lo scopo è di preservare la stabilità finanziaria, costruire la fiducia nel sistema finanziario nel suo complesso e una sufficiente protezione dei consumatori. Oltre all’ABE, il SEVIF comprende:

– il Comitato europeo per il rischio sistemico (European Systemic Risk Board “ESRB”).

– l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali (European Insurance and Occupational Pensions Authority “EIOPA”).

– il Comitato congiunto delle autorità di vigilanza europee.

– le autorità nazionali di vigilanza degli Stati membri.

ABE, EIOPA ed ESMA sono le tre autorità di vigilanza europee (AEV). Il compito principale delle AEV, oltre a fornire consulenza alla Commissione europea, è quello di stabilire un unico insieme di regole per la vigilanza finanziaria nel mercato unico europeo. Ciò include l’elaborazione di standard tecnici di regolamentazione e di attuazione che vengono poi adottati dalla Commissione come atti delegati o di esecuzione. Pubblicano anche linee guida e formulano raccomandazioni. Per quanto riguarda la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco, queste misure saranno ora attuate dall’ABE a sportello unico.

Le linee guida e le raccomandazioni non sono giuridicamente vincolanti. Tuttavia, se le autorità nazionali di vigilanza non desiderano seguirle, devono comunicarne il motivo entro un certo periodo di tempo.

Le AEV hanno il potere di richiedere alle autorità nazionali di vigilanza di intervenire in caso di crisi. Tuttavia, non hanno poteri di intervento diretto nelle istituzioni e nelle imprese degli Stati membri, né diritti di controllo propri. Il controllo continuo delle istituzioni e i necessari diritti di controllo, nonché l’esecuzione e le misure sanzionatorie, continueranno quindi ad essere di competenza delle autorità di vigilanza nazionali, in Germania la Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht (BaFin).

I problemi strutturali
delle autorità europee di vigilanza finanziaria rimangono immutati

Dal 1° gennaio 2020 l’ABE svolge ora il ruolo di guida, coordinamento e vigilanza a livello dell’Unione nella prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo e adotta diverse misure per compensare la mancata piena armonizzazione degli obblighi di diligenza previsti dalla direttiva sul riciclaggio di denaro. Ciò non ne fa tuttavia un’autorità di vigilanza nel campo della lotta al riciclaggio di denaro. La direttiva UE sul riciclaggio di denaro, che è stata aggiornata più volte, regola solo i requisiti minimi. Il contenuto normativo delle leggi di attuazione negli Stati membri non è quindi identico e si differenzia l’uno dall’altro. Ove possibile in questo contesto problematico, l’ABE dovrebbe utilizzare il suo nuovo ruolo soprattutto per garantire una maggiore armonizzazione degli approcci nazionali alla lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo e per assicurare una prassi di attuazione uniforme.

Nel suo “Factsheet on the EBA’s new role” del 5. febbraio 2020, l’ABE annuncia le misure che intende adottare a tal fine. Queste includeranno:

– Sviluppare una strategia a livello europeo per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco attraverso norme tecniche di regolamentazione e di attuazione, linee guida e raccomandazioni.

– l’attuazione di questa strategia e della legislazione UE che ne è alla base, tra l’altro introducendo una procedura di domande e risposte.

– Raccogliere, valutare e diffondere informazioni sui rischi di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo in tutta l’UE e sviluppare un approccio comune per mitigare tali rischi.

– l’istituzione di un comitato interno permanente per la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo.

– la creazione di una banca dati contenente, tra l’altro, informazioni sulle carenze delle singole istituzioni nella prevenzione del riciclaggio e le misure adottate dalle autorità competenti per porre rimedio a tali carenze.

– facilitare la cooperazione con le autorità di paesi terzi per garantire che le violazioni da parte di istituzioni che operano a livello transfrontaliero siano affrontate in modo completo e tempestivo.

Ci si può aspettare ben poco da questo pacchetto di competenze. Il cosiddetto Consiglio delle autorità di vigilanza è il più importante organo decisionale dell’autorità. Le autorità di vigilanza degli Stati membri sono membri votanti di questo organo. Essi svolgono un ruolo chiave nel determinare il contenuto del lavoro dell’ABE. Come dimostra chiaramente la dura critica del Parlamento europeo al Consiglio delle autorità di vigilanza per aver impedito che lo scandalo della Danske Bank venisse trattato dal Consiglio delle autorità di vigilanza l’anno scorso, nessuna autorità di vigilanza nazionale di uno Stato membro X attaccherà un suo collega supervisore di uno Stato membro Y, indipendentemente dalla gravità delle violazioni da parte della rispettiva autorità di vigilanza.

Di riforme del regime antiriciclaggio a livello UE degne di questo nome si potrebbe parlare solo se la Commissione europea, il Consiglio e il Parlamento europeo potessero raggiungere un accordo per creare una struttura di vigilanza indipendente e autonoma a livello UE, con propri diritti di intervento e di controllo negli Stati membri, con risorse umane e materiali adeguate. Tuttavia, nonostante gli inni all’importanza della lotta contro il riciclaggio di denaro sporco nel mercato interno dell’UE, questo trasferimento di competenze nazionali non viene sostenuto da nessuno Stato membro – nemmeno dal governo federale tedesco.

Michael Findeisen (tradotto dal tedesco) © mafianeindanke, 11 marzo 2020

Europol e Interpol annunciano nuove e più efficaci azioni contro la ‘ndrangheta


Europol e Interpol hanno recentemente annunciato la volontà di dedicarsi con più forza alla lotta alla ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta ha le sue radici in Calabria ma, già da molto tempo, opera nei mercati legali e illegali in tutto il mondo. Durante un incontro organizzato da Europol tra esponenti di paesi europei ed extra-europei a dicembre per scambiarsi opinioni e idee sulla lotta alla criminalità organizzata erano presenti anche esponenti di Eurojust ed Interpol, le due istituzioni che coordinano il lavoro degli enti giuridici e delle forze di polizia a livello europeo e mondiale. Di fatto questo coordinamento è essenziale per sconfiggere un’organizzazione come la ‘ndrangheta che agisce oltre i confini dei singoli paesi.

La ‘ndrangheta è, ad oggi, l’organizzazione criminale di stampo mafioso più grande al mondo, che è attiva in quattro continenti e in 32 paesi, tra questi 17 sono paesi membri dell’Unione Europea. Europol stima che il fatturato della ‘ndrangheta si aggiri sui 44 miliardi di euro all’anno, il 62% del quale – 27 miliardi – proviene dal traffico di sostanze stupefacenti, innanzitutto di cocaina, la quale viene acquistata direttamente dai produttori in Sud America. Rob Wainwright, direttori di Europol, ha annunciato che verranno intraprese azione più drastiche contro le mafie italiane nel quadro di operazioni internazionali congiunte. Mentre, per quanto riguarda l’azione di Interpol, a gennaio di quest’anno il segretario generale di Interpol, il tedesco Jürgen Stock, ha presentato il progetto I-CAN – Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta.

Naturalmente mafianeindanke apprezza azioni di contrasto più vigorose contro le mafie, ma le esperienze italiane insegnano che la lotta alla criminalità organizzata può essere di successo solo e soltanto quando viene percepita non solo come compito esclusivo delle forze di polizia. Questo significa dunque coinvolgere la società civile in tutte le sue forme. Gli studi accademici sul tema così come gli approfondimenti giornalistici devono essere maggiormente promossi, sostenuti e divulgati senza restrizioni legali. Inoltre, le associazioni non-profit devono essere prese in maggiore considerazione. È necessario che il tema della criminalità organizzata e dell’educazione alla legalità entri a far parte dei programmi scolastici, così come nei corsi di approfondimento delle autorità, delle forze di polizia e delle procure generali.

Sandro Mattioli (tradotto dal tedesco) © mafianeindanke, pubblicato in data 11 marzo 2020

L’Unione Europea – un paradiso per il riciclaggio di denaro sporco


La quinta direttiva UE sul riciclaggio dei capitali (direttiva (UE) 2018/843 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018, che modifica la direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminali e di finanziamento del terrorismo e che modifica le direttive 2009/138/CE e 2013/36/UE) doveva essere attuata dagli Stati membri entro il 10 gennaio 2020. La Spagna, il Portogallo, i Paesi Bassi, la Romania, l’Ungheria, la Slovacchia, la Slovenia e Cipro non hanno recepito affatto questa direttiva entro il termine previsto; altri Paesi dell’UE l’hanno recepita solo parzialmente. L’Italia, la Germania, la Finlandia, la Lettonia e la Bulgaria sono gli unici paesi dell’Unione Europea ad aver recepito pienamente questa direttiva secondo le indicazioni della Commissione Europea. La legge di attuazione tedesca è entrata in vigore il 1° gennaio 2020. Tuttavia, occorre esaminare separatamente la questione e cioè se le leggi di recepimento di questi cinque paesi siano conformi, nella sostanza e nella loro interezza, al contenuto della direttiva.

Il mancato rispetto dei termini di recepimento da parte degli Stati membri inadempienti dimostra già la scarsa importanza che gli organi esecutivi e legislativi dei singoli Stati membri dell’UE attribuiscono a un’efficace prevenzione del riciclaggio di denaro sporco e a un quadro giuridico armonizzato per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco in tutti i settori economici dell’Unione Europea, nonostante tutte le assicurazioni e i discorsi di “soap box”.

La stessa Commissione europea è in parte responsabile di questa situazione desolata, avendo già fallito nelle quattro precedenti direttive sulla prevenzione del riciclaggio di denaro sporco a sanzionare in modo coerente il mancato rispetto dei termini di recepimento o l’attuazione materialmente inadeguata delle leggi nazionali di recepimento. La Commissione avrebbe gli strumenti per farlo avviando una procedura d’infrazione. La Commissione può avviare una procedura formale di infrazione se un paese dell’UE non notifica le misure di recepimento completo di una direttiva o non pone rimedio a una presunta violazione del diritto comunitario. La procedura consiste in diverse fasi – in una certa fase del procedimento, coinvolge la Corte di giustizia europea – previste dai trattati UE, ciascuna delle quali si conclude con una decisione formale. Nei casi in cui la Commissione rinvia la questione alla Corte di giustizia europea per la seconda volta, può proporre l’imposizione di sanzioni pecuniarie molto severe sotto forma di una somma forfettaria e/o di un importo giornaliero da pagare.

Attualmente sono ancora in corso 17 procedure d’infrazione a causa dell’insufficiente attuazione della quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro da parte dei singoli Stati membri. La presente direttiva avrebbe dovuto essere attuata già nel 2017. La Commissione europea non è in grado di condurre questi procedimenti in modo indipendente a causa della situazione desolata del personale nelle unità operative della Commissione responsabili della prevenzione del riciclaggio di denaro sporco. Ha “esternalizzato” gli esami relativi al procedimento al Consiglio d’Europa; i procedimenti pendenti per sospette violazioni della terza direttiva sul riciclaggio sono stati completamente interrotti a causa di questa situazione del personale. Di conseguenza, la Commissione europea si sta trasformando in una tigre di carta nella lotta contro il riciclaggio di denaro sporco, che gli Stati membri non devono temere.

È evidente che la lettera della legge di recepimento e la sua conformità ai requisiti della rispettiva direttiva da sola non dice nulla sull’efficacia delle rispettive misure antiriciclaggio nei singoli Stati membri dell’UE e sul modo in cui le leggi di recepimento sono effettivamente vissute nei singoli Stati dell’UE. Esiste un profondo divario tra la rivendicazione formulata nella direttiva o nella legge di attuazione individuale e la realtà giuridica dei singoli Stati dell’UE. Vi sono prove sufficienti di deficit di attuazione negli Stati membri, Danimarca, Paesi Baltici, Paesi Bassi, Malta e Cipro. Anche la Germania è un eloquente esempio negativo. Sebbene la Germania sia uno di paesi modello nell’attuazione formale delle direttive UE sul riciclaggio di denaro sporco, l’effettiva attuazione nel sistema federale è una farsa, non da ultimo a causa della mancanza di personale nelle autorità statali responsabili del settore non finanziario e della mancanza di volontà politica da parte dei governi statali. In alcuni casi, anni dopo l’entrata in vigore delle disposizioni di legge, i Länder non hanno fatto alcun tentativo di avviare l’attuazione nei singoli settori di vigilanza. Ad esempio, le norme sulla vigilanza dei notai in materia di legge sul riciclaggio di denaro sporco sono state negate dai presidenti dei tribunali regionali degli Stati federali.

Viceversa, ciò non significa che il quadro giuridico armonizzato per la prevenzione del riciclaggio di denaro nell’Unione europea previsto dalla direttiva sia irrilevante. Al contrario. Un quadro normativo e di vigilanza frammentato nel campo della prevenzione del riciclaggio di denaro sporco è un veleno per una vigilanza efficace in situazioni transfrontaliere. I casi di riciclaggio di denaro sporco rilevanti come il caso della Danske Bank, con un volume di 200 miliardi di euro, hanno di solito un background transfrontaliero. Senza un quadro giuridico armonizzato non può esserci uno scambio regolare di informazioni e un coordinamento efficace delle autorità competenti nell’Unione europea. Inoltre, al fine di preservare l’integrità del mercato interno dell’UE, è necessaria un’azione armonizzata e concertata delle istituzioni di vigilanza degli Stati membri dell’UE nei confronti dei paesi terzi ad alto rischio di riciclaggio.

Cosa fare

Questi problemi continueranno in futuro quando si tratterà di regolamentare la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco, a meno che la Commissione Europea non decida finalmente un percorso normativo alternativo. La sesta direttiva UE sul riciclaggio di denaro del 12.11.2018, che deve essere attuata dagli Stati membri dell’UE entro il 3. 12.2020, è stata ancora adottata secondo il vecchio modello di armonizzazione, ovvero la creazione di standard minimi sotto forma di direttiva e la loro implementazione mediante atti nazionali di attuazione. Il diritto comunitario non impedisce alla Commissione di scegliere la via della piena armonizzazione adottando in futuro un regolamento comunitario. In accordo con il Consiglio e il Parlamento europeo, la Commissione sta adottando sempre più spesso questo approccio alla regolamentazione dei mercati finanziari. Non vi è alcuna buona ragione per cui questo non debba essere fatto allo stesso modo per la prevenzione del riciclaggio di denaro sporco. Le procedure legislative potrebbero quindi essere notevolmente accelerate per poter reagire immediatamente ai rischi individuati. Una volta adottato il regolamento, anche il contenuto del regolamento diventerebbe immediatamente giuridicamente vincolante; non sarebbero più necessarie leggi di attuazione frammentarie negli Stati membri.

  Michael Findeisen (tradotto dal tedesco) © mafianeindanke, 5 marzo 2020

La guerra fra clan montenegrini non si arresta. Il caso di Igor K. scuote l’opinione pubblica tedesca


La guerra fra clan montenegrini torna ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica in Germania. Il 7 febbraio scorso è stato trasferito alla Medizinische Hochschule di Hannover (MHH) il criminale montenegrino Igor K., 35 anni, gravemente ferito in seguito ad un attentato ai suoi danni avvenuto nei pressi di Podgorica (MNE) alla fine di gennaio. L’attacco è avvenuto nel quadro dello scontro tra Škaljarski e Kavački clan, che avevamo già approfondito lo scorso maggio in seguito alla violenta uccisione di due membri dello Škaljarski clan a Forst (Brandeburgo).  La notizia del ricovero di Igor K. in Germania è uscita sui media con qualche giorno di ritardo e ha immediatamente suscitato un susseguirsi di polemiche.

La ricostruzione dei fatti

Il 28 gennaio, Igor K., è investito da una raffica di proiettili mentre si trova nella propria automobile. Viene trasportato d’urgenza all’ospedale dove è ricoverato con sette ferite da arma da fuoco. Per ottenere cure migliori viene poi trasferito ad Hannover, dove la sua presenza mobilita le forze dell’ordine – si parla di un numero cospicuo, addirittura attorno ai 250 poliziotti – volte a garantire giorno e notte la sicurezza del paziente, ma anche del personale ospedaliero e dei pazienti della MHH.

La stretta sorveglianza a cui è stato sottoposto il criminale montenegrino ha allertato l’opinione pubblica tedesca. L’associazione dei contribuenti (Steuerzahlerbund) ha protestato per il dispiegamento delle forze di sicurezza in gran numero, sostenendo di non voler farsi carico di questa spesa, da addebitare invece al paziente privato e alla sua famiglia. La polizia di Hannover ha dichiarato che tali precauzioni e misure di sicurezza sono da considerarsi necessarie per questo tipo di casistiche. Il Ministro degli interni della Bassa Sassonia Boris Pistorius (SPD) ha chiarito che l’arrivo di Igor K. non era stato né voluto né richiesto da nessuno, ma che ci si è trovati con un paziente in gravi condizioni da curare e queste cure andavano quindi garantite nella sicurezza di tutti. Anche dal ministero della Scienza e della Cultura della Bassa Sassonia hanno fatto sapere che il paziente è arrivato alla clinica come caso urgente e che i medici dell’MHH non potevano rifiutare di prestare soccorso. Dirk Toepffer della CDU, come riportato dal quotidiano BILD, sostiene che il ricovero di Igor K. sia stato un gesto irresponsabile e pericoloso, che ha provocato un danno economico per i contribuenti oltre che per l’immagine e la credibilità del paese.  Al coro si sono uniti anche esponenti degli altri partiti politici. Tra gli altri, Marco Genthe della FPD sottolinea come bisognasse fare attenzione che con la sua permanenza alla Medizinische Hochschule di Hannover non si verificasse un caso di riciclaggio di denaro sporco. 

I costi per le cure – attorno ai 90.000 euro – sono stati sostenuti da Igor K., ma ci si è chiesto da dove provenisse questa cifra così elevata e se derivasse dai traffici illeciti. Il 35 enne montenegrino, infatti, era già noto alle forze dell’ordine nel paese d’origine. Nel 2017, in seguito ad un’operazione di polizia che lo ha visto coinvolto, erano stati sequestrati telefoni cellulari, coltelli, un machete, due auto e 182.450 euro in contanti. Si ritiene che Igor K. fosse dedito al traffico di droga e all’usura.

Alla luce dei risvolti e del polverone mediatico venutosi a creare, la città di Hannover, in comune accordo con il ministero di Pistorius, ha deciso di allontanare il criminale montenegrino, perché ‘’il soggiorno del paziente all’MHH rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico’’.  Igor K. ha dunque ricevuto un ordine di espulsione ed è stato costretto a spostarsi nuovamente. Trasportato in elicottero in Turchia, continuerà le sue cure ad Istanbul.

Il contesto di riferimento

Igor K. è ritenuto un membro dello Škaljarski clan e l’attentato alla sua vita va ricondotto allo scontro che questo gruppo criminale sta portando avanti da alcuni anni con il Kavački clan per il controllo del remunerativo traffico di droga. Škaljarski e Kavački clan erano originariamente riuniti in un unico gruppo criminale della città di Kotor. L’arresto nel 2014 del potente narcotrafficante Darko Šarić ha però lasciato nell’underground criminale montenegrino un importante spazio da riempire, ed è qui che sono iniziate le tensioni interne al gruppo di Kotor. Darko Šarić aveva dato vita ad un gruppo criminale di serbo-montenegrini molto sofisticato e flessibile. Faceva affidamento su importanti connessioni con le istituzioni e le forze di polizia della regione, ed era considerato un partner efficiente ed affidabile da parte dei cartelli sudamericani nel traffico di cocaina in Europa. I proventi del narcotraffico erano poi riciclati dal narcoboss in varie attività lecite all’interno della regione balcanica, ad esempio tramite l’acquisto di bar, ristoranti e appezzamenti di terreno, l’erogazione di prestiti e la stipulazione di contratti fittizi. Il suo arresto e la fine del suo dominio criminale hanno lasciato aperto uno spazio appetibile per i criminali della regione, disposti a tutto pur di affermarsi nel traffico degli stupefacenti.

Il fattore scatenante è stato la sparizione nel 2014 in un appartamento a Valencia di 200Kg di cocaina appartenenti al gruppo criminale di Kotor. Questo episodio da il via ad una faida interna sanguinosa, che ad oggi ha portato alla morte di più di 40 persone. Lo scontro fra Škaljarski e Kavački clan ha finito per coinvolgere anche altri gruppi criminali attivi in Serbia e Montenegro, che si sono divisi tra le fazioni in lotta. Secondo il portale di giornalismo investigativo KRIK, lo Škaljarski clan sarebbe sostenuto dal criminale serbo Luka Bojović, leader del rinnovato clan di Zemun e al momento incarcerato in Spagna. A tenere le redini del gruppo criminale è ora il suo stretto collaboratore Filip Korać, a lungo nome ignoto ai più, ma che di recente ha ricevuto un’enorme visibilità dopo che il Presidente della Serbia Aleksandar Vučić si è espresso pubblicamente definendo Korać una persona estremamente pericolosa e una vera e propria minaccia per la popolazione serba. Dall’altra parte, però, il Kavački clan può contare in Serbia sull’appoggio di figure criminali legate agli Janjičari, gruppo ultras del Partizan Belgrado, guidato da Aleksandar Stanković, anche noto con lo pseudonimo di Sale ‘Mutavi’ (il muto), fino alla sua uccisione avvenuta nel 2016. Il gruppo di ‘Sale Mutavi’ dispone di importanti coperture da parte delle forze di polizia e delle istituzioni del paese. Lo stesso figlio del Presidente serbo Vučić è in rapporti di amicizia con alcuni appartenenti al gruppo degli Janjičari, ed è stato fotografato in più di un’occasione in loro compagnia.  

Dopo gli episodi di violenza avvenuti sul territorio serbo nell’ottica di questa guerra tra clan, il governo ha sostenuto con fermezza la necessità di contrastare il fenomeno criminale in Serbia. Nonostante ciò, l’azione intrapresa da istituzioni e forze dell’ordine ad alcuni osservatori è sembrata finora a senso unico, cioè diretta esclusivamente contro la fazione vicina allo Škaljarski clan.

Lo scontro tra questi gruppi criminali sta raggiungendo dimensioni estese, con omicidi eseguiti anche in altri paesi europei. Lo Škaljarski clan, al momento, sta avendo la peggio. Alcuni membri di questo gruppo gruppo si sono spostati all’estero, ma vengono raggiunti anche qui dai loro avversari. Ad impressionare è il fatto che questo conflitto sia oramai condotto al di fuori di ogni schema. L’obiettivo finale è l’annientamento dell’avversario. Ad essere colpite sono le famiglie dei criminali, i loro collaboratori – come ad esempio gli avvocati – e gli attacchi vengono sempre più spesso condotti anche in presenza di mogli, figli e cittadini indifesi. Ci sono infatti anche casi di vittime innocenti, colpite accidentalmente dai criminali perché sedute al tavolo accanto a quello dell’obiettivo da eliminare. I gruppi rivali sono particolarmente violenti e brutali, come dimostra proprio l’attacco a Igor K.; in questa guerra senza frontiere i clan fanno ricorso a differenti metodi criminali, come ad esempio il ricorso ad esplosivi e autobombe, ma anche ad altre forme di intimidazione e ritorsione.

Le statistiche mostrano poi, che nella maggior parte dei casi gli esecutori materiali riescono a farla franca. Lo scorso novembre, ad un evento organizzato da mafianeindanke a Berlino sui temi della corruzione e criminalità organizzata, la giornalista serba di KRIK Bojana Jovanović ci ha presentato il loro database relativo agli omicidi di tipo criminale e mafioso sui territori di Serbia e Montenegro dal 2012 ad oggi. Su 163 omicidi solamente 13 (circa l’8%) sono stati risolti, mentre in 97 casi (quasi il 60%) gli esecutori materiali sono sconosciuti.

I recenti sviluppi dello scontro criminale

Lo scorso maggio avevamo pubblicato un primo approfondimento sulle dinamiche di questo scontro, alla luce degli avvenimenti di Forst (Brandeburgo), dove due membri dello Škaljarski clan, Darko M., e Nikola J., erano stati uccisi in un appartamento della cittadina tedesca, mentre altri due criminali dello stesso gruppo erano rimasti feriti nell’agguato.

Gli sviluppi recenti indicano che lo scontro si è violentemente riacceso.

Il 19 gennaio scorso in un ristorante ad Atene viene ucciso Igor Dedović, uno dei leader dello Škaljarski clan. Insieme a lui viene eliminato anche Stevan Stamatović, suo stretto collaboratore. I due sono stati uccisi in presenza di mogli, figli e numerosi ospiti del locale. A questo punto il clan sembra restare senza guida perché Jovan Vukotić, boss del gruppo criminale, si trova in prigione in Serbia. Successivamente, l’8 febbraio, il criminale montenegrino viene estradato in Montenegro, dove deve affrontare l’accusa di tentato omicidio. Vukotić è indagato anche in Grecia per il traffico di 135kg di cocaina.

Il 28 gennaio avviene l’attacco a Igor K., il quale – secondo il quotidiano serbo Blic – ha stretti rapporti con Milić Minja Šaković, importante membro dello Škaljarski clan a sua volta legato a Stevan Stamatović.

Una decina di giorni dopo l’assalto a Igor K. vengono arrestati all’Hotel Crowne Plaza di Belgrado quattro uomini vicini allo stesso clan, tre cittadini del Montenegro e un cittadino bosniaco, che secondo i tabloid serbi si presuppone stessero organizzando pesanti azioni di tipo criminale.

L’episodio di violenza più recente, però, mostra una direzione diversa. Ad essere ucciso il 13 febbraio scorso ad Herceg Novi (MNE) è Šćepan Roganović, figura vicina al Kavački clan e terzo membro della famiglia Roganović ad essere eliminato nella faida, dopo che l’ultimo sulla lista era stato suo cugino Vladimir, ucciso davanti ad un ristorante in pieno centro a Vienna nel dicembre 2018.

La situazione rimane tesa. Le autorità della regione non stanno ottenendo risultati particolarmente efficaci nella lotta alla criminalità organizzata. La necessità di garantire ai cittadini maggiore protezione e sicurezza presuppone che le forze di polizia e le istituzioni dei paesi interessati siano più decise nella lotta al fenomeno criminale e soprattutto che recidano tutti i collegamenti e le forme di connivenza con i gruppi criminali in guerra.

Il Montenegro sulla rotta dei traffici criminali

Il Montenegro è uno snodo importante lungo le rotte dei traffici illeciti diretti verso l’Unione Europea. I clan montenegrini, infatti, possono fare affidamento su una posizione geografica privilegiata. Il Montenegro è uno stato costiero e i suoi porti – in particolare quello di Bar – hanno sempre giocato un ruolo chiave. Già negli anni ’90, durante i conflitti in ex-Jugoslavia, i gruppi criminali montenegrini sono stati protagonisti nel contrabbando di sigarette diretto verso l’Italia. Per questo traffico hanno potuto fare affidamento sulla collaborazione con i rappresentanti delle istituzioni e delle forze di polizia del Montenegro, oltre che con importanti organizzazioni criminali italiane – Camorra e Sacra Corona Unita – e colossi dell’industria del tabacco. Ad essere coinvolti erano anche importanti figure politiche, come l’attuale Presidente del Montenegro Milo Đukanović, per attuare quello che è stato un vero e proprio contrabbando di Stato. I rapporti tra istituzioni, criminalità organizzata e forze di sicurezza si sono consolidate anche nel dopoguerra e hanno agevolato l’inserimento dei criminali montenegrini nei traffici di sostanze stupefacenti. Il Montenegro è situato lungo la rotta balcanica, passaggio chiave nel traffico di oppiacei in arrivo dal Medio Oriente (Afghanistan) e diretto verso i paesi europei. Ma, attualmente, il paese è uno snodo fondamentale soprattutto nel traffico di cocaina in arrivo dal Sudamerica. Come sottolineato da un recente report di ‘’The Global Initiative Against Organised Crime’’, i porti montenegrini svolgono un ruolo importante in questi traffici, grazie alle buone infrastrutture, alle coperture garantite dalle forze di polizia e all’ampia manodopera a disposizione dei gruppi criminali.

A preoccupare, infine, è la situazione interna in Montenegro. Il paese è permeato da un sistema clientelare e corruttivo, consolidatosi in più di 20 anni di dominio politico di Đukanović. Non il massimo per un paese che come requisito fondamentale per l’ingresso in UE deve impegnarsi a combattere criminalità organizzata e corruzione. Le istituzioni del paese hanno di recente preso questo impegno pubblicamente.

Secondo alcuni osservatori, i capi di imputazione nei confronti dei criminali in lotta sono più severi e duri rispetto a quelli presenti ad esempio in Serbia, a dimostrazione di un impegno all’apparenza maggiore su questo fronte. Non c’è dunque che attendere gli sviluppi della faccenda, senza dimenticare che l’unica via per contrastare il fenomeno criminale è data dall’impegno di tutte le forze del paese, senza scendere a compromessi e legittimare la presenza di questi gruppi criminali. Questa è l’unica direzione in cui deve essere portata avanti la lotta, con il fine ultimo di garantire la sicurezza e l’incolumità dei cittadini.

Dusan Desnica © mafianeindanke, 27 febbraio 2020

Filippo Spiezia: ‘’La Commissione Europea vuole tagliare il bilancio operativo di Eurojust. È inaccettabile e contrario ai valori dell’UE’’


Il vicepresidente di Eurojust interviene alla conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, organizzata al Parlamento Europeo. Bruxelles, 5 febbraio 2020.

Il 5 febbraio si è tenuta a Bruxelles presso il Parlamento Europeo la conferenza ‘’Mafias: a European Problem’’, promossa dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli e che ha visto tra i relatori il vicepresidente di Eurojust Filippo Spiezia. Il suo intervento ha consegnato ai presenti alcuni spunti di riflessione importanti che vale la pena ripercorrere.

In apertura, Filippo Spiezia ha ricordato l’operazione investigativa Pollino, anche nota come ‘’European ‘ndrangheta Connection’’, che ha portato nel 2018 all’arresto di 90 persone e ha prodotto una delle più efficaci risposte sul piano giudiziario portate avanti a livello europeo contro organizzazioni mafiose. In particolare, ha elogiato l’operato del collega tedesco Uwe Mühlhoff, procuratore di Duisburg presente anch’egli alla conferenza in veste di relatore. Spiezia parla di un importante percorso professionale portato avanti insieme a Mühlhoff, di cui loda l’impegno e il coraggio, e grazie al quale si è concretizzato in un’asse operativo tra Italia e Germania di fondamentale importanza.

Il vicepresidente di Eurojust ha presentato in anteprima alcuni dati che sono il frutto del lavoro dell’agenzia per l’anno 2019, sottolineando l’importanza di farlo in una sede come quella del Parlamento Europeo, dove può rivolgersi direttamente al potere politico per fornire delle valutazioni ed indicare alcuni possibili percorsi da intraprendere. Spiezia, infatti, sostiene che sia necessario trovare nuove soluzioni per contrastare le mafie in Europa nel contesto di una rinnovata strategia. Nella sua analisi un valido punto di partenza rimane ‘’la nuova strategia dell’UE per il nuovo millennio contro il crimine organizzato’’ del maggio 2000 (C:2000:124:TOC), che presenta una straordinaria attualità ed efficacia, oltre ad alcuni punti programmatici importanti che non sono ancora stati attuati. Bisogna quindi ripartire da questo documento, che conteneva importanti capisaldi per il contrasto del crimine organizzato, e valutare le necessarie integrazioni.

Ma che cosa intendiamo, quando parliamo di criminalità organizzata e mafia? Al momento, specifica Spiezia, non abbiamo una definizione giuridicamente condivisa di cosa sia la criminalità organizzata, né abbiamo una definizione internazionalmente valida sul piano giuridico del concetto di mafie. È vero, la Convenzione di Palermo del 2000, art.2(a) definisce il gruppo criminale organizzato: ‘’gruppo strutturato, esistente per un periodo di tempo, composto da tre o più persone che agiscono di concerto al fine di commettere uno o più reati […] al fine di ottenere […] un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale’’. Ma questo è un concetto più frutto di dottrina che di definizione giuridica. L’associazione di tipo mafioso, invece, è un reato previsto dal legislatore italiano tramite la legge Rognoni-La Torre (art.416-bis del Codice penale) del 1982, e risponde ad una precisa connotazione.

‘’Il dato che ci riguarda è che non esiste una perfetta equivalenza tra criminalità organizzata e criminalità mafiosa. La mafia è una forma di criminalità organizzata, ma non tutta la criminalità organizzata è mafia’’, dichiara Spiezia.

Sul piano pratico, la maggiore differenza è data dalla stabilità del progetto criminale: le mafie sono caratterizzate dalla loro vocazione ad esercitare una forma di antistato all’interno dei territori e delle comunità sociali, per effetto della forza di intimidazione (che è parametro normativo del 416-bis). Sta qui la radice del problema: la vocazione delle organizzazioni mafiose a portare avanti un progetto criminale stabile nel tempo. Questo ha fatto sì che le organizzazioni mafiose conoscessero una loro evoluzione, a partire dai territori di origine per arrivare poi in altre regioni d’Italia e all’estero.

Spiezia passa dunque ad analizzare i dati Eurojust, e sottolinea come l’azione dell’agenzia sia aumentata nel corso degli ultimi anni. Tra il 2018 e il 2019, in particolare, Eurojust ha aumentato la sua operatività del 17%, fornendo supporto in ben 8000 indagini per fatti di criminalità transnazionale (2019).

Osservando i dati giudiziari dell’organismo, però, si nota come il crimine organizzato di tipo mafioso non sia considerato nelle aree prioritarie di azione dell’Unione Europea. È indubbiamente presente nei dati giudiziari di Eurojust ma non è formalmente classificato tra le aree prioritarie perché non rientra nei parametri di classificazione considerati nei documenti ufficiali dell’Unione. Paradossalmente, dunque, il fenomeno mafioso non è considerato una priorità. Per quale motivo?

Innanzitutto, c’è un problema di inquadramento per quanto riguarda la presenza delle organizzazioni di tipo mafioso al di fuori dei territori di origine. La Corte di cassazione italiana fornisce due inquadramenti differenti, apparentemente in contrasto. Il primo orientamento richiede la ‘’prova che quell’organizzazione abbia avuto la capacità di esercitare il controllo mafioso sul nuovo territorio di sviluppo. L’altro orientamento sostiene che non sia necessario provare la proiezione dell’intimidazione mafiosa sul nuovo territorio se c’è l’evidente collegamento con la madrepatria’’. Per dirimere il conflitto interpretativo, il 17 luglio del 2019, il Presidente della Cassazione di si è espresso in merito, sostenendo che il problema riguardasse unicamente la ‘’prova del metodo mafioso’’. Per le mafie di nuova creazione, che si costituiscono al di fuori dei centri originari di appartenenza, occorre che la nuova cellula sia in grado di manifestarsi ed esprimersi come cellula mafiosa, quindi va trovata sul territorio la proiezione della mafia. Al contrario, per gli aggregati che sono la manifestazione di cellule già esistenti in madrepatria non c’è bisogno di andare a provare che sul territorio di arrivo c’è una nuova cellula mafiosa.

Si veda ad esempio l’operazione Pollino: per i mafiosi che si recano a Duisburg – o più in generale per affari in Germania e in Olanda – non c’è la necessità di provare che si è formata una nuova cellula mafiosa. Basta sapere che il soggetto mafioso attivo a Duisburg è appartenente ad un’organizzazione criminale di stampo mafioso – la ‘ndrangheta – che è già provato sia esistente in Calabria.

C’è, poi, un problema di emersione del fenomeno a livello europeo. Ciò, secondo Spiezia, dipende innanzitutto dall’approccio delle mafie operanti all’estero. Queste sono sempre più silenti, orientate agli affari e all’acquisizione dei mercati. Spesso non riproducono all’estero quelle forme di intimidazione e violenza che utilizzano nel contesto di origine. Portano, invece, ‘’un volto più spendibile’’. Quindi è difficile percepirle, a meno che non ci sia un contrasto con altri gruppi criminali attivi sul territorio che portano a situazioni in cui – si veda il caso di Duisburg – le mafie mostrano nuovamente il loro volto violento, perché c’è nuovamente in gioco il controllo e l’egemonia sul territorio.

L’emersione del fenomeno, poi, è bloccata anche dalle mancanze e disomogeneità del quadro legale a livello europeo. Oggi viene utilizzato uno schema normativo – la decisione quadro del 2008 relativa alla lotta alla criminalità organizzata (DQ 2008/841/GAI) – che è totalmente inadeguato. Non bisogna avere una fattispecie di mafia in ambito europeo, ma è necessario avere una normativa che rifletta il modello di business di queste organizzazioni criminali, che rispecchi quello che fanno oggi i gruppi criminali organizzati in ambito europeo. È fondamentale considerare il loro carattere transnazionale. Oggi, sottolinea energicamente il magistrato, è necessaria una normativa rilevante a livello europeo che consideri questa transnazionalità e che, su questa base, consenta di aggravare il trattamento sanzionatorio. È un vuoto normativo che va colmato, così come quello che riguarda i collaboratori di giustizia. Il vicedirettore di Eurojust sottolinea come spesso si ricorra a soluzioni creative perché non ci sono gli strumenti adeguati a svolgere il proprio lavoro efficacemente. C’è poi senz’altro bisogno di un organismo di gestione – in chiave europea e centralizzata – dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. Secondo i dati dell’UE solamente l’1% dei proventi è sottratto al crimine organizzato. Se vogliamo vincere la lotta alle mafie questa è una tendenza che va invertita.

La riflessione più accalorata e sentita, però, riguarda le condizioni di lavoro di Eurojust. Il prezioso lavoro dell’agenzia europea di coordinamento giudiziario è in pericolo a causa di importanti tagli di bilancio.

Spiezia, a tal proposito, lancia un vero e proprio appello alle istituzioni europee: ‘’si faccia attenzione a depotenziare la capacità operativa dell’organismo di coordinamento contro le organizzazioni mafiose (Eurojust n.d.r.). Noi stiamo combattendo il problema del multifinancial framework. Sapete che cos’è? Sono i tetti del bilancio che vengono stabiliti per determinare le allocazioni del bilancio per gli anni successivi. Noi abbiamo un bilancio operativo di Eurojust che per quest’anno è di 41 milioni di euro. La proposta della Commissione Europea per gli anni a venire è di 33 milioni di euro. Questo significa che, secondo le previsioni della Commissione Europea, noi possiamo chiudere le porte. Questo si chiama effetto ‘shutdown’, che io non posso accettare come magistrato e come rappresentante delle istituzioni. Il fatto che i rappresentanti della Commissione – che per la prima volta siedono al collegio di Eurojust – sostengano questa proposta non è rispettoso dei valori su cui è fondata l’istituzione europea’’.

Il magistrato italiano riafferma dunque il bisogno di rafforzare il coordinamento giudiziario a livello europeo e l’operatività di Eurojust. Critica la talvolta anomala scelta da parte delle istituzioni europee nell’allocazione delle risorse. Fa l’esempio di altre agenzie di law-enforcement che vengono rafforzate in maniera forse spropositata, come Frontex, che verrà potenziata tramite l’assunzione di 10000 persone nei prossimi anni, con lo scopo di creare una guardia costiera operativa e non solo più di supporto agli Stati membri. Sottolinea poi l’inevitabile complessità della macchina burocratica europea, dove c’è un problema rispetto alla coerente trasmissione di informazioni. Per quel che riguarda Eurojust, Spiezia ricorda che quando il commissario UE alla Giustizia ha scoperto della difficile situazione economica e finanziaria dell’agenzia non sapeva di cosa si stesse parlando, perché a conoscenza dei fatti era invece un’altra sezione dell’UE (DG HOME). L’UE deve dunque rivedere le proprie priorità, eliminando le disfunzioni e potenziando le azioni. Non basta distribuire le competenze, bisogna anche affiancarvi un adeguato supporto e risorse sufficienti.

Quindi – tramite l’introduzione di nuovi strumenti, il rafforzamento delle strutture operative e la revisione del quadro normativo – la lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso va inclusa tra le priorità dell’UE alla luce di una nuova strategia.

In chiusura della conferenza, Spiezia esprime l’augurio che le autorità politiche presenti colgano le esigenze e le istanze presentate dai relatori per farsi poi promotori di un’iniziativa che raccolga consenso e porti ad una proposta di direttiva per una nuova normativa europea sulla criminalità organizzata.

Dusan Desnica © mafianeindanke, 20 febbraio 2020

Uwe Mühlhoff, Procuratore di Duisburg: “La ‘ndrangheta in Germania e in Europa non lavora da sola: collabora con tutti i gruppi criminali”


Durante una conferenza al Parlamento Europeo lo scorso 5 febbraio 2020, organizzata dall’Europarlamentare del Movimento 5 Stelle Sabrina Pignedoli, il Procuratore di Duisburg Uwe Mühlhoff ha presentato i risultati dell’azione investigativa Pollino, che ha portato il 5 dicembre 2018 all’arresto di 90 soggetti in tutta Europa e in Sud America. L’operazione, conosciuta anche con il nome di “European ‘ndrangheta Connection” è il risultato di una collaborazione investigativa tra Italia, Germania e Paesi Bassi, formalmente uniti nel cosiddetto JIT (Joint Investigation Team).  

Il JIT Pollino iniziò a prendere forma già nel 2014 quando le autorità olandesi si resero conto di uno strano movimento di cittadini italiani di origini calabresi che si stavano raggruppando al confine tra Germania e Paesi Bassi aprendo bar e caffè. Così le autorità olandesi cominciarono a cercare collaborazione, prima in Germania e subito dopo in Italia. Il JIT venne formalmente istituito il 18 ottobre 2016, grazie al supporto fondamentale di Eurojust. La collaborazione risultò fin da subito fruttuosa, perché alcune delle famiglie attive sul territorio olandese e tedesco erano le stesse: le ormai famose famiglie di San Luca, cuore pulsante della ‘ndrangheta in Calabria.

Prima della creazione del JIT era impossibile portare avanti indagini trans-nazionali in modo produttivo, poiché non c’era nessun tipo di collaborazione tra le forze di polizia dei vari paesi europei. Ecco dove il JIT ha cambiato le cose: ha permesso a tutti i protagonisti in campo di ricevere le giuste informazioni e il giusto supporto, non senza difficoltà. Il procuratore Mühlhoff ricorda un fatto chiave: dopo la formazione del JIT arrivarono presso la procura di Duisburg due rogatorie da parte della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria. Ebbene queste rogatorie erano, in un primo momento, incomprensibili per gli investigatori tedeschi che mancavano di conoscenze pregresse e formazione: “c’erano così tanti nomi” dice il procuratore, “e tutti ci sembravano uguali: tutti questi Giorgi, Pelle, e le così tante allusioni a casi passati che non conoscevamo, non avevamo le informazioni di background e all’inizio ci siamo chiesti: ma di cosa stanno parlando?”. Il procuratore fa notare come il DNA di un imputato che fu trovato sulla scena del delitto della “Strage di Duisburg” coincideva con quello di un sospettato nell’indagine Pollino: è quindi chiaro che ci siano collegamenti rilevanti tra la mattanza di Ferragosto del 2007 e la più recente operazione. Il procuratore Mühlhoff ci tiene a specificare che “le famiglie coinvolte nella Strage di Duisburg sono ancora attive e presenti in quelle zone” curioso è il fatto che, a soli cinquanta metri dal Tribunale Locale di Duisburg, ci sia un bar gestito proprio da una di quelle famiglie, in cui tutti i giudici prendono regolarmente il caffè.

Un problema che viene sottolineato dal procuratore Mühlhoff è la mancanza di personale per quanto riguarda le inchieste sulla criminalità organizzata in Germania, in particolare di stampo mafioso: l’attenzione della polizia è molto alta, per esempio, contro il terrorismo, ma le squadre d’azione che si occupano di mafia sono molto poche. Nel caso specifico della procura di Duisburg ci sono dai 10 ai 15 agenti che lavorano nel gruppo che contrasta la criminalità organizzata, ma si occupano contemporaneamente anche di Bikers, Gang e Clan Arabi. In questo senso è stato fondamentale l’apporto della BKA, la polizia federale tedesca, che si è resa disponibile a lavorare sul caso.

La Procura di Duisburg ha aperto l’indagine nell’agosto del 2016 dispiegando inoltre agenti sotto copertura e SWAT, con un sistema speciale di intercettazioni, controllo delle auto e indagini finanziarie. “All’inizio pensavamo che la ‘ndrangheta lavorasse da sola” spiega Mühlhoff, “invece non è così: collabora con tutti i gruppi criminali – Turchi, Albanesi, Marocchini – i 58 imputati nell’indagine tedesca provengono da un totale di dieci differenti nazioni. Lavorano insieme: cooperano dovunque ci sia da guadagnare”. E le attività criminali non si limitavano solo al traffico di droga, ma anche al supporto di membri delle famiglie criminali e al riciclaggio di denaro sporco attraverso il settore della ristorazione

Una parte importante dell’indagine è stato il controllo di 195 numeri di telefono che hanno prodotto migliaia di pagine di intercettazioni, oltre che la decodifica di alcuni telefoni Blackberry ed EncroChat (applicazione di messaggistica istantanea che utilizza particolari protocolli di sicurezza). La polizia tedesca ha avuto anche la possibilità di sorvegliare delle auto ma – come denunciato da mafianeindanke quasi un anno fa – è stata scoperta dagli imputati, anche grazie all’avvento delle nuove tecnologie: le auto di ultima generazione di Mercedes, BMW e Volkswagen inviano una notifica al telefono del proprietario nel momento in cui l’auto viene aperta, e le compagnie automobilistiche si sono rivelate restie a collaborare con la giustizia. La sorveglianza però si fermava qui, perché in Germania è praticamente impossibile ricevere l’autorizzazione a condurre intercettazioni ambientali all’interno di case private e uffici. Il dispiegamento di forze ha permesso comunque di avere agenti sotto copertura all’interno di gruppi turchi che facevano affari con la ‘ndrangheta e riuscendo anche a pedinare un imputato fino in Sud America dove stava chiudendo una partita di cocaina che sarebbe stata poi trasportata in Europa attraverso i porti di Gioia Tauro in Italia e quelli di Amsterdam, Rotterdam e Anversa nel Nord dell’Europa. Ma non solo i porti sono sotto il controllo dei clan: la loro influenza arriva anche agli aeroporti. È questo il caso di una partita di 25 kg di cocaina trasportati da Bogotà a Miami e da Miami all’aeroporto di Amsterdam attraverso un carico di rose. “La cosa importante in questo caso” continua Mühlhoff, “è che non sempre i clan di ‘ndrangheta hanno il controllo diretto sui porti e sugli aeroporti, ma entrano grazie ad altri gruppi criminali”.

Il procuratore fa notare, inoltre, come l’azione degli organi di giustizia sia sempre troppo lenta nei confronti dei clan: “appena arrestavamo un membro importante del clan, nel giro di qualche settimana c’era già qualcuno a sostituirlo, continuando le attività criminali”. Un altro dei problemi che la polizia tedesca riscontra è il fatto di non poter seguire i movimenti delle auto attraverso il numero di targa: in Germania è illegale entrare in possesso di questi dati. Un’altra questione posta dal procuratore di Duisburg è la mancanza di un database nazionale: essendo la Germania una Repubblica Federale, ogni Land ha le proprie regole e soprattutto la legge sulla protezione dei dati è molto restrittiva e non permette di conservare dei dati sensibili per più di sei mesi.

Sul lato operativo le difficoltà erano molteplici: può sembrare banale ma la traduzione dei documenti è uno di questi. Dall’Italia arrivavano ordinanze di custodia cautelare di oltre mille pagine in cui si descrivevano minuziosamente tutte le prove, questo ha significato uno stanziamento di oltre 1.25 milioni di euro da parte della Procura di Duisburg solo per le traduzioni. “È più importante avere un buon traduttore piuttosto che dieci investigatori” fa notare Mühlhoff che sottolinea inoltre come lo scambio di documenti tra le varie procure sia ancora troppo complesso e lento. Un’ulteriore riflessione fatta dal procuratore si concentra sulla questione delle diverse leggi che ogni paese ha adottato: ognuno fa quel che può con quello che ha, è quindi stato fondamentale il lavoro di mediazione da parte di Eurojust. Mühlhoff inoltre ricorda come in Italia, i procuratori che si occupano di queste cose, sono molto spesso minacciati e costretti alla scorta e ad una vita di privazioni: “mi sento fortunato a non averne bisogno” dice il procuratore. In Italia, per quanto riguarda la confisca dei beni, c’è l’inversione dell’onere della prova, in Germania invece sono ancora gli investigatori che devono provare che i beni derivino da attività criminali.

Un altro caso curioso testimoniato da Mühlhoff è stata la confisca di 3,5 tonnellate di cocaina ad Anversa: seguendo un imputato in Guyana la procura di Duisburg era riuscita a rintracciare un carico di cocaina diretto ad Anversa, fatto presente il caso alla polizia belga si è riusciti a confiscare la droga all’interno di un’imbarcazione. Le autorità di polizia, per cercare di incastrare chi aveva comprato quel carico di cocaina, hanno inviato la nave al porto di Anversa con della polvere bianca simile alla cocaina, ma la polizia belga non era sul posto quando il gruppo criminale è andato a ritirare la droga, perché? Perché era sabato, e non c’erano squadre disponibili nel weekend.

Un altro elemento importante per la buona riuscita dell’operazione Pollino è stata la possibilità, da parte della Procura di Duisburg, di poter interrogare un collaboratore di giustizia italiano che aveva informazioni sulla Germania. Ecco quindi che Mühlhoff conclude tracciando le linee guida per il futuro: “serve perseveranza, motivazione e la capacità di imparare e adattarsi ad ogni situazione: abbiamo imparato tanto da questa indagine e continueremo a farlo. Indagini trans-nazionali possono aiutare qualora ci siano dei deficit nazionali” continua, “le mafie come la ‘ndrangheta non lavorano da sole, sono un world wide web di organizzazioni criminali. Il puzzle può essere risolto solo lavorando insieme, magari non avremo tutti quanti i pezzi ma insieme possiamo avere abbastanza informazioni per capire. Nel futuro avremo bisogno di molta più collaborazione europea, non di meno”.

Simone Laviola © mafianeindanke, 20 febbraio 2020