La commissione europea presenta un nuovo piano d’azione contro il riciclaggio di denaro


Il 7 maggio 2020 la commissione europea sotto la guida del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis ha presentato un nuovo piano d’azione da parte dell’Unione europea per prevenire il riciclaggio di denaro ed il finanziamento del terrorismo. Questo piano d’azione elenca misure, le quali nei prossimi dodici mesi la commissione vuole intraprendere per armonizzare, imporre, controllare e coordinare meglio i regolamenti europei contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. L’obiettivo di questo piano è di chiudere presenti nascondigli nel regime di antiriciclaggio di denaro e di eliminarne i punti deboli delle direttive europee. Gli scandali di riciclaggio degli ultimi anni hanno dimostrato che soprattutto il settore bancario nell’ Unione europea è ancora gravemente incline ai riciclaggi di denaro oltre i confini e che il sistema di supervisione e la sua l’implementazione dimostra esistenti lacune rilevanti. Solo nel caso della Danske Bank, nel cui sono coinvolti alcune banche europee incluso la Deutsche Bank, sono stati riciclati fondi che ammontano a miliardi di euro.
Il piano d’azione consiste di sei elementi:
• L’implementazione più efficace dei regolamenti europei nei paesi membri: un monitoring tramite la commissione europea (incluso l’avviamento di procedure di infrazione)
• Un unico sistema regolatorio: un’armonizzazione più forte dei regolamenti di riciclaggio di denaro per evitare discrepanze nazionali (sostituzione delle direttive sul riciclaggio di capitale con decreti europei)
• Una supervisione sovranazionale, o tramite l’Autorità Bancaria europea o tramite una nuova istituzione a livello europeo
• Un nuovo meccanismo di coordinazione e supporto per nazionali uffici di denuncio (Financial Intelligence Units FIU) nell’ Unione Europea
• L’ imposizione di disposizioni giuridiche penalmente rilevanti a livello europeo: Per uno scambio di informazioni adeguato è di importanza fondamentale la cooperazione giudiziaria e di polizia sulla base degli strumenti europei e dei concordi istituzionali. Il settore privato deve sostenere la lotta contro il riciclaggio di denaro e contro il finanziamento di terrorismo secondo le indicazioni della direttiva europea di antiriciclaggio di denaro. La commissione si propone di pubblicare delle linee guida sul ruolo delle cooperazioni pubbliche – private per chiarire e migliorare lo scambio di dati.
• Il ruolo globale dell’UE: L`attiva partecipazione ed accelerazione di misure globali per prevenire il riciclaggio di denaro, innanzitutto tramite la FATF – la Financial Action Task Force on Money Laundering.
La maggiore parte degli elementi del piano d’azione come la futura cooperazione delle FIUs sono ancora estremamente vaghi e non è chiaro quali misure concrete la Commissione va ad intraprendere. Tuttavia, il piano d’azione comprende già adesso due passi concreti, i quali la Commissione va a presentare come intenzioni di controllo al Consiglio Europeo e al Parlamento Europeo.

1. La sostituzione della direttiva per prevenire il riciclaggio di denaro dell’UE, la quale è stata riveduta già cinque volte con un decreto europeo. Questo è un passo nella direzione giusta. Un decreto dell’UE è immediatamente effettivo e vincolante, mentre le direttive europee devono essere convalidate in un secondo passo attraverso leggi nazionali nei paesi membri, prima di diventare giuridicamente vincolanti per gli istituti e le aziende. Del resto, una direttiva definisce solo uno standard minimo per gli obblighi contenuti. I fatti dimostrano che le direttive vengono adottate molto diversamente nei paesi membri. Dunque, la Commissione si aspetta dal decreto europeo una più ampia armonizzazione nella sua attuazione. Non si faccia però troppe illusioni che si potrebbe pareggiare l’esistente divario di controllo con un singolo decreto. Le esperienze con la regolamentazione europea dei mercati finanziari dimostrano che anche decreti europei vengono “vissuti” diversamente nei paesi membri e che istituzioni di vigilanza nazionali osservano meno o più frequentemente il loro adempimento. Solo una potente istituzione di vigilanza europea è in grado tramite delle prove di mettere in vigore un’attuazione armonizzata “in loco”. Comunque, un vantaggio hanno i decreti europei in ogni caso: gli atti giuridici possono entrare in vigore più velocemente grazie ad un procedimento a fase unico. Così si può anche reagire più velocemente a livello europeo di fronte a nuovi rischi e porte d’accesso per il riciclaggio di denaro nel sistema finanziario.

2. La proposta politicamente più importante del piano d’azione mira alla creazione della Autorità di vigilanza europea con poteri diretti nei confronti delle istituzioni responsabili nei paesi membri ossia in più dei diritti di controllo effettuati o autonomamente o insieme alle autorità nazionali presso gli istituti e aziende obbligati. Innanzitutto, nei casi di riciclaggio di fondi oltre i confini la nuova autorità di vigilanza avrebbe una importante funzione di coordinamento ed armonizzazione. Al momento solo gli stati membri sono responsabili a livello nazionale per il controllo dell’adempimento delle direttive europee, con la conseguenza di ottenere delle disparità nella supervisione a quanto riguarda la regolarità e la qualità. Nel piano d’azione la Commissione ha già proposto due strumenti per collocare questa autorità: una vigilanza europea o tramite l’Autorità Bancaria europea (ABE) o la creazione di un nuovo ente pubblico europeo. Questi concetti della Commissione sono già conosciuti da tempo. La maggior parte dei paesi membri si sono mostrati reticenti perché non vogliono concedere poteri di controllo al livello dell’Unione Europea. È apprezzabile che la Germania (tramite la BaFin -la Autorità Federale di Supervisione Finanziaria) si sia dichiarata a favore della creazione di una nuova istituzione di vigilanza e contraria alla proposta ABE. L’Autorità bancaria europea ABE con sede a Parigi `chiaramente non è adeguata a questa nuova missione. Finora la ABE è soprattutto un’istituzione normativa, non un controllore. La ABE crea accanto le disposizioni di legge europee regole supplementari per le banche ed altri obbligati come le assicurazioni, le imprese di investimento, le imprese commerciali e le libere professioni. Legare insieme competenze normative ed esecutive in un’entità singola contraddice il principio della separazione dei poteri. Del resto, la ABE non si è certo coperta di gloria durante l’investigazione – finora mancante – dello scandalo della Danske Bank. La ABE va composta di rappresentanti delle varie autorità di vigilanza degli stati membri. Per via di uno spirito di squadra pericoloso quest’ autorità europea non è riuscita di mettere alcuna pressione sulle singole autorità di vigilanza nazionali, le quali hanno fallito clamorosamente davanti questo scandalo, ed esonerarne dei responsabili.

Bisogna dunque pretendere che le competenze di vigilanza della nuova autorità siano ad ampio spettro e che disponga di diritti di intervenire nei confronti degli istituti ed imprese obbligati. D’altronde ogni nuova competenza di sorveglianza crea solo un valore aggiunto se quest’ autorità è sufficientemente dotata di personale adeguatamente qualificato per essere capace di avvalersene nella presente sorveglianza.

Nel ricordo di Giovanni Falcone


Il 23 maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne ucciso nella Strage di Capaci insieme a sua moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Circa 500kg di tritolo posizionati sul tratto di Autostrada A29 allo svincolo tra Isola delle Femmine e Capaci furono fatti esplodere al momento del passaggio della macchina del giudice e della sua scorta.  

Il terribile attentato fu diretto ad eliminare uno dei migliori servitori dello Stato, colui che aveva colpito duramente la mafia nel quadro del maxiprocesso di Palermo, e continuava a rappresentare un pericolo per via della sua capacità investigativa all’avanguardia e l’infaticabile determinazione nel contrasto del fenomeno mafioso.

In sede giudiziaria vennero accertate le responsabilità di Cosa Nostra con le condanne dei vertici e degli esecutori materiali dell’organizzazione criminale. Tuttavia, a 28 anni da quella strage rimangono ancora dei punti irrisolti. A portare all’eliminazione di Giovanni Falcone prima e di Paolo Borsellino poi fu difatti una convergenza di interessi di più ampia portata. Il professor Nando dalla Chiesa la chiamò una strage a due tempi, in quanto c’era un filo che collegava la strage di Capaci del 23 maggio 1992 e la strage di via d’Amelio del 19 luglio dello stesso anno.

I giudici erano sicuramente nel mirino di Cosa Nostra da tempo, visto il loro impegno investigativo nel pool antimafia che portò al maxiprocesso istituito nel 1986 e da loro fortemente voluto. In quell’occasione, anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si fu in grado di appurare la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, che Falcone aveva già intuito durante il processo a Rosario Spatola. Falcone stesso, nel libro-intervista Cose di Cosa Nostra realizzato da Marcelle Padovani, affermò che Buscetta era riuscito a dare loro una chiave di lettura fondamentale dell’organizzazione criminale. Il maxiprocesso si concluse in primo grado il 16 dicembre 1987 con un elenco interminabile di condanne: in totale furono 346 – tra cui 19 ergastoli – e 2665 anni di carcere complessivi. L’impianto accusatorio resse anche in secondo grado seppur con qualche alleggerimento.

La storia volle che quando il processo arrivò in Cassazione, Giovanni Falcone si trovasse al ministero di Grazia e di Giustizia nelle vesti di Direttore degli affari Penali, con compito di coordinamento a livello nazionale della lotta al crimine organizzato. Falcone sollecitò l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli affinché venisse introdotto il criterio di rotazione delle sezioni della Corte di Cassazione per togliere spazio alle contaminazioni. La scelta dei giudici per il Maxiprocesso si fece a sorteggio, per evitare che ad occuparsene fosse come sempre il presidente della prima sezione Corrado Carnevale, anche noto come ‘’l’Ammazza-sentenze’’ e che nella sua carriera aveva disposto l’annullamento di numerose sentenze di mafia provocando la scarcerazione dei criminali mafiosi.

Il processo si concluse dunque il 20 gennaio del 1992 con una sentenza senza precedenti che confermò definitivamente le condanne e addirittura rimosse le attenuazioni sancite in appello.

La vendetta di Cosa Nostra non si sarebbe fatta attendere, ma a preoccupare la mafia e i mondi con cui questa intrecciava relazioni era anche e soprattutto ciò che Falcone prima e Borsellino poi avrebbero ancora potuto fare.

L’eredità di Falcone

Il giudice Falcone, nel suo periodo di permanenza al ministero di Grazia e Giustizia a partire dagli inizi del 1991 promosse la creazione di strutture che oggi risultano fondamentali nel contrasto della criminalità organizzata di stampo mafioso in Italia e che sono invidiate a livello internazionale. Fatto tesoro dell’esperienza del pool antimafia di Palermo ideato da Rocco Chinnici e poi messo in pratica da Antonino Caponnetto con lo scopo di centralizzare le indagini sulla mafia, Falcone ripropose l’idea di un centro di coordinamento delle indagini e scambio di informazioni sul fenomeno mafioso a livello nazionale.

Nacque così la Direzione Nazionale Antimafia (DNA), con il fine di coordinare in modo orizzontale le indagini e semplificare la comunicazione tra le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA). A questi organi venne affiancata la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), composta da forze dell’ordine e vero e proprio polo operativo preposto ad attività di investigazione giudiziaria.

La visione di Falcone andava oltre ai confini nazionali. Era convinto infatti che la lotta alla mafia andasse portata avanti con la cooperazione a livello globale. Fu promotore di una conferenza internazionale con lo scopo di costruire le fondamenta per un approccio di tipo multilaterale nella lotta alla criminalità organizzata. C’era bisogno di una legislazione adeguata al fenomeno che si andava a combattere e che ormai colpiva le istituzioni e società in tutte le parti del mondo. L’idea di Falcone andò poi a concretizzarsi con la conferenza mondiale di Napoli del 1994 e la successiva adozione della Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata transnazionale nel 2000.   

A livello nazionale, però, le iniziative di Falcone come direttore degli Affari Penali vennero criticate anche all’interno della magistratura stessa, in quanto si temeva un eccessivo accentramento di poteri che in realtà venne smentito alla prova dei fatti. Fu introdotta la figura del Procuratore Nazionale Antimafia e ben presto Giovanni Falcone divenne il candidato ideale. Questa prospettiva infastidì molti, ma soprattutto la mafia e gli ambienti economici e istituzionali con cui essa intesseva rapporti. Ci si sarebbe ritrovati di fronte il magistrato più competente in tema di lotta alla mafia, e questa volta in veste di Superprocuratore in grado di agire non più solo dagli uffici di Palermo, bensì su scala nazionale. Questo spaventò non poco Cosa Nostra, così come li spaventò il fatto che dopo la Strage di Capaci potesse essere Paolo Borsellino, ‘’gemello’’ di Falcone, a ricoprire quella carica. E’ qui che va inquadrata quella convergenza di interessi che portò all’eliminazione dei due giudici nella cosiddetta ‘’strage a due tempi’’.

Durante il periodo al ministero, poi, Falcone aveva concepito una serie di strumenti di contrasto alla mafia che comprendevano oltre alla Superprocura anche una nuova norma sui collaboratori di giustizia, l’istituzione del carcere duro per i boss mafiosi – tra cui le strutture di Pianosa e dell’Asinara – e l’obbligo per banche e istituti finanziari di segnalare le operazioni sospette riguardanti il riciclaggio di denaro sporco.

Spesso si sente parlare del ‘’Metodo Falcone’’, per sottolineare le sue capacità d’indagine. Si ricorda infatti la sua intuizione secondo cui la chiave fosse seguire le tracce lasciate dal denaro (‘’Follow the money’’). Bisognava dunque seguire i flussi finanziari per comprendere le strategie di espansione economica della mafia in Italia e oltre confine, tramite le indagini giudiziarie e le investigazioni preventive. Falcone fu innovativo perché non rimase ancorato ai codici ma comprese la necessità di sviluppare anche un altro tipo di competenze.  

Ma il suo pensiero non si fermò qui. Per comprendere la mafia non è sufficiente seguire il denaro. Il magistrato palermitano fu anche colui che sottolineò che la mafia fosse un fenomeno di potere. La mafia si inserisce in un sistema sociale e fa affidamento su alleanze più o meno consapevoli. Controlla il territorio attraverso l’uso della violenza e compie attività illecite, alimentando questo sistema e rinforzandosi con il denaro che fa circolare nell’economia.

C’era chi sosteneva già negli anni ’80 che la mafia fosse oramai nei circuiti dell’alta finanza in centri internazionali come Londra, Zurigo e Francoforte – e Falcone rispondeva che la testa fosse a Palermo. Perché la mafia si evolve pur rimanendo sé stessa.

Fu Falcone poi a introdurre l’idea del concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato era profondamente convinto che senza la connivenza di tutta una serie di figure professionali e senza l’aiuto dei cosiddetti ‘’piccoli e grandi cantori’’, la mafia non riuscirebbe a realizzare i propri obiettivi. Questo concetto fu espresso anche dal Professor Nando dalla Chiesa, che sostenne già nel 1987 nel libro scritto con Pino Arlacchi La palude e la città che ‘’la forza della mafia sta fuori dalla mafia’’. Si sottolineò dunque la necessità di concentrarsi sugli aiuti esterni alla mafia, perché sono quelli che le permettono di essere vincente.

Per contrastare il fenomeno mafioso bisogna studiarlo attentamente, e Falcone capì che bisognava imparare a pensare e ragionare come loro, entrare nelle loro logiche d’azione e analizzarne i comportamenti.

Le critiche e le difficoltà

Mentre oggi è riconosciuto e ricordato come uno dei più alti simboli della lotta alla mafia, durante la sua vita Giovanni Falcone fu soggetto ad attacchi di ogni genere. C’era una parte della società, della stampa e anche della magistratura che lo criticava duramente. Tra i vari epiteti che gli vennero affibbiati c’era quello di ‘’giudice sceriffo’’; venne poi a seconda dell’occasione accusato di essere amico di questo o quel partito politico; e in seguito al fallito attentato dell’Addaura ai suoi danni si sostenne addirittura che lo avesse organizzato da solo per ottenere visibilità.

A colpirlo indirettamente fu anche la polemica nata dall’articolo di Leonardo Sciascia sui ‘’professionisti dell’Antimafia’’ dell’87, che aveva come obiettivo esplicito Paolo Borsellino e la sua nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala per merito invece che per il classico criterio di anzianità di servizio. Si polemizzava sul fatto che ‘’nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso’’. I denigratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non potevano sperare in occasione migliore e si sentirono ancora più legittimati nei propri attacchi ai giudici.

In quel clima di invidie, calunnie e screditamenti finì per essere colpita anche la carriera professionale di Giovanni Falcone. Quando Antonino Caponnetto si ritirò per motivi di salute, Falcone fu visto con il naturale successore a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, ma a lui il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) preferì Antonino Meli (14 voti per Meli, 10 per Falcone e 5 astenuti), collega più anziano ma senza la benché minima esperienza in processi di mafia. La conseguenza fu il progressivo smantellamento del pool antimafia.

Come ricordano la sua amica e collega Alessandra Camassa e il collega ai tempi del pool antimafia Leonardo Guarnotta nel documentario Uomini Soli del 2012, ogni volta che Falcone si candidò per un posto a cui aspirava – e per cui ovviamente era il miglior candidato possibile – venne sempre bocciato. Gli si poteva riconoscere quello che aveva dimostrato di saper fare nella lotta alla mafia e invece non fu mai promosso. Subito dopo la bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione gli venne preferito Domenico Sica come Alto Commissario per la lotta alla mafia e nel 1990 non ottenne il posto di consigliere al CSM. Falcone decise quindi di andare a Roma al ministero di Giustizia per fare ciò che non sentiva di riuscire più a fare a Palermo.

Le loro idee camminano sulle nostre gambe

Ad una conferenza in occasione del trentennale del maxiprocesso di Palermo, l’ex magistrato Leonardo Guarnotta sostenne che ciò che ci hanno lasciato Falcone e Borsellino è ‘’un patrimonio ricco di insegnamenti, gesti e parole, di comportamenti, di memoria’’. La testimonianza del loro sacrificio e del loro impegno ci infonde coraggio. Le loro vite sono state caratterizzate da importanti vittorie e da brucianti sconfitte ma loro non si sono arresi alle difficoltà e si sono sempre fatti promotori di cambiamento. Sono stati i più alti servitori dello Stato e l’hanno fatto per amore della legalità.

Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia va studiata, compresa e infine contrastata. C’è bisogno di rigore professionale. Non si può affrontare veri professionisti del crimine con i dilettanti. Le persone migliori e più competenti devono ricoprire i posti di responsabilità, altrimenti questa lotta non la si vincerà mai.

I loro insegnamenti riguardano tutti noi. L’eredità che ci hanno lasciato è nostro patrimonio culturale.

“Bisogna seguire il denaro”


Uno dei più grandi processi di mafia in Germania si è appena concluso a Costanza. In un’intervista, il Procuratore Generale Joachim Speiermann spiega i retroscena del processo e perché la frase “Mafia? Non ci interessa” è stata ripetuta spesso.

Dott. Speiermann, lei ha recentemente concluso uno dei più grandi processi contro la mafia in Germania e – per dirla senza mezzi termini – quasi nessuno se n’è accorto. Come la fa sentire questo?

Naturalmente questo è dovuto anche al fatto che stiamo vivendo al tempo del Coronavirus. Ecco spiegato perché gli ultimi giorni del processo non sono stati così frequentati. In generale, dopo 100 giorni di procedimento, l’interesse diminuisce notevolmente.

Il presidente del tribunale ha parlato di un “processo mafioso che non era un processo mafioso” e ha anche detto che non gli interessava se qualcuno degli imputati potesse appartenere alla mafia perché secondo la legge tedesca non è rilevante. Questo significa che la giustizia tedesca è cieca nei confronti della questione mafiosa?

Non voglio dirlo in modo così diretto, ma sono stato anch’io un po’ sorpreso da questa affermazione. Il procedimento è iniziato grazie all’arrivo di un’informazione della “Drug Enforcement Administration”, l’agenzia americana antidroga, rivolta agli inquirenti italiani. Siamo stati informati dei fatti perché alcune persone coinvolte vivevano nel nostro distretto. Nel corso delle indagini, abbiamo ottenuto prove evidenti che questo procedimento aveva dei legami mafiosi. Ciò è stato poi confermato durante il processo anche dalle dichiarazioni dei testimoni. Certo, in Germania non possiamo determinare in dettaglio chi è un mafioso e chi no, ma un così grande traffico di sostante stupefacenti è possibile comprenderlo a fondo solo se si indagano anche le persone coinvolte. E mi ha deluso in una certa misura il fatto che questo non sia successo – non si può lavorare solo su una base puramente orientata al reato. A maggior ragione per la sentenza fa la differenza se sullo sfondo c’è un gruppo mafioso o meno. Questo il tribunale avrebbe dovuto metterlo in chiaro. Rivelatrice fu la frase pronunciata dal Presidente all’investigatore capo:  “Per favore, rimanga in superficie”, disse il giudice. Sembrava che il non volesse fargli fare un rapporto dettagliato.

Inoltre, durante il lungo dibattimento è stata purtroppo ripetuta più volte la frase “la mafia, non ci interessa”.

 Come se lo spiega?

Questa è in genere la tendenza dei tribunali. È più facile rimanere in superficie. È più semplice condannare solo chi confessa e solo quando ciò diventa difficile si va in profondità. Questo processo non è stato facile sin d’all’inizio, con circa 20 avvocati che attaccavano da tutte le parti. Mi sarebbe piaciuto vedere evidenziate le relazioni con l’Italia. Tuttavia, il tribunale ha preferito giudicare solo le operazioni di droga effettuate in Germania e non i reati commessi all’estero, come una rapina di una gioielleria che era prevista a Verona, impedita appunto per via delle indagini.

Purtroppo, nessun poliziotto italiano è stato convocato e sentito come testimone, nonostante anche in Italia le indagini fossero in corso.

Lei ha detto che le persone dietro questi traffici di droga in Italia provenivano dall’ambiente della mafia. Fa differenza per lei sapere di avere davanti a sé in tribunale persone con tali contatti?

Certo, per la sentenza c’è una differenza fondamentale. Che si tratti di un singolo delinquente, di atti spontanei o di criminalità organizzata. Se poi ci sono riferimenti alla ‘ndrangheta calabrese o a Cosa Nostra siciliana, allora questo è un punto cruciale.

E lei come la vive personalmente? Loro non sono delle persone per bene e sappiamo che le organizzazioni mafiose hanno sulla coscienza molti giudici e procuratori che hanno fatto il loro lavoro.

Quando  il gruppo in Germania era in difficoltà con le vendite e i guadagni, abbiamo ascoltato una conversazione telefonica durante il processo dove si diceva che avrebbero chiesto il parere della Cupola di Palermo, la centrale organizzativa di Cosa Nostra.

Ma non ha mai pensato a persone come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, assassinati a causa della loro lotta alla mafia?

No, questo no. Sicuramente sono consapevole di questi avvenimenti e ne sono impressionato. So quanto gli italiani rispettino questi colleghi. Chiunque lavori contro la mafia in Italia lavora in condizioni molto diverse da quelle che abbiamo qui, anche attualmente, dicono i colleghi italiani.

Come ha vissuto l’esperienza con la polizia tedesca? A volte si sente dire che non vogliano agire contro la mafia.

Al contrario, il team qui è stato probabilmente la chiave del successo. Avevamo un ottimo agente di polizia, un commissario capo che era il referente per la criminalità organizzata italiana presso la Landeskriminalamt (l’Ufficio della Polizia Criminale Locale)) e che aveva contatti incredibilmente buoni in Italia. Lo abbiamo portato a bordo e ha stabilito un contatto diretto con gli investigatori a Palermo. In questo modo sono entrato in contatto con il procuratore responsabile. È stato allora che ci siamo incontrati e abbiamo avuto modo di conoscerci. Solo così la procedura ha potuto funzionare bene. Abbiamo poi concordato uno scambio diretto di informazioni tra le forze di polizia in una fase iniziale. Questo ci ha risparmiato l’ingombrante percorso attraverso l’Interpol o il canale della polizia. L’utilizzo si è poi naturalmente svolto correttamente nell’ambito dell’assistenza giudiziaria. C’erano due procedure, le cosiddette procedure a specchio: la mia in Germania e quella del mio collega in Italia. I rispettivi risultati sono stati scambiati tempestivamente e c’è sempre stato un coordinamento.

Questo modo di procedere porta con sé anche problemi?

Questa procedura può già servire da modello. Tuttavia, richiede persone giuste e motivate da parte della polizia. Se ci sono obiezioni fin dall’inizio, allora non funziona. Qui abbiamo una sede della polizia relativamente piccola, quella di Rottweil, che però ha già portato avanti con successo alcuni procedimenti relativamente grandi. Non credo che ci siano stati procedimenti simili, almeno non qui nel Baden-Württemberg. Fondamentalmente, tali procedure dovrebbero essere localizzate presso la LKA. Al termine delle indagini, l’allora capo della sede centrale della polizia di Rottweil ha presentato il lavoro della sua squadra al Bundeskriminalamt (l’Ufficio Federale della Polizia Criminale) in una conferenza. Erano sorpresi, e il messaggio pervenuto era che al BKA non sarebbero stati in grado di farlo. Ma la stessa BKA non è mai stata coinvolta e neanche la LKA, ad eccezione di questo unico ufficiale di polizia. Le indagini si sono poi estese all’area di Stoccarda e Münster. In quest’ultimo caso il procedimento ha funzionato anche molto bene. A Münster abbiamo già avuto alcune condanne definitive. Il procedimento a Stoccarda, invece, è stato ripreso qualche tempo fa. Per quanto ne so, finora non sono state mosse accuse.

Ho letto che sono stati confiscati sei milioni di euro.

In Germania affrontiamo i procedimenti in modo diverso rispetto all’Italia. Naturalmente cerchiamo anche qui in Germania di confiscare i beni. Abbiamo fatto richieste di informazioni bancarie e tutto il resto, ma purtroppo non siamo stati in grado di identificare e confiscare tanti beni. Questo è anche un vantaggio di una procedura speculare tedesco-italiana: gli italiani hanno poi sequestrato provvisoriamente sei appartamenti e proprietà a titolo di sequestro preventivo.

Che cosa significa sequestro preventivo?

Se l’accusato non è in grado di spiegare la provenienza del capitale investito o la provenienza è dubbia, non comprensibile, allora in Italia i beni possono essere sequestrati. Se qualcuno paga pochissime tasse e possiede però dei beni, gli italiani sono relativamente veloci con il sequestro preventivo. L’imputato deve poi dimostrarne la vera origine. Se non può farlo, i beni possono essere confiscati. È stato così anche in questo caso. L’idea di fondo di questo procedimento è che il capitale possa poi essere utilizzato per altri reati.

E questo non è possibile secondo la legge tedesca?

Sì, questa idea sta cominciando a prendere piede anche nel diritto tedesco. Anche qui in questo caso, – anche se il procedimento viene archiviato o se qualcuno viene assolto – i beni sequestrati possono essere confiscati se si è convinti che non sono stati acquisiti legalmente. Ai sensi dell’articolo 76a del Codice penale tedesco, ciò è ora possibile. Si tratta di una questione di valutazione delle prove, e noi ora abbiamo lo strumento per farlo.

Quale lezione ha tratto da questo procedimento?

Il lato positivo per me e per la squadra, per la polizia, è che ho imparato che l’azione congiunta funziona anche al di là delle frontiere se sono coinvolte le persone giuste e se le persone sono motivate. Questa è stata la cosa gratificante. La lunga durata del procedimento logora; ci sono stati più di 100 giorni di procedimento, e la questione se in termini di costi ciò sia giustificato è oggetto di dibattito. In conclusione, però, devo dire che degli undici imputati, sono stati tutti condannati; questo mi rende felice. L’ammontare della pena è a discrezione del tribunale; non mi ha pienamente convinto. Ma è stato un successo.

In Germania siamo ben posizionati per affrontare il problema della criminalità organizzata transnazionale?

In primo luogo, abbiamo bisogno di agenti di polizia motivati e di procuratori motivati. Questa è la cosa più importante. Se si incomincia un procedimento con riserve, non si va molto lontano. A volte bisogna essere un po’ coraggiosi, provare nuovi approcci, e poi la cosa funziona. Non ho una visione d’insieme precisa del numero di procedimenti ma rimango pensieroso quando vedo l’esiguo numero di procedimenti che vengono condotti in questo settore in Germania. Soprattutto perché si dice sempre che in Germania ci sono diverse centinaia di mafiosi. E nel nostro caso non abbiamo nemmeno stabilito che si trattavano di mafiosi.

Come ha motivato i suoi agenti di polizia? La procura può contribuire a questo?

Certo. Ma abbiamo anche avuto due o tre casi importanti in passato. Siamo stati fortunati ad avere ufficiali davvero motivati a Rottweil.

Come ha vissuto gli imputati nel processo? Come uomini in abito nero e occhiali da sole come nei film di mafia?

No! Sono stati più rispettosi con me che con gli avvocati della difesa. Uno degli imputati era un po’ egocentrico, ma erano imputati normali, come li si vede sempre.

Crede che questa procedura verrà notata dall’altra parte? Si dice che tra il pubblico ci fosse un mafioso condannato.

Fino a che punto ci sia interesse, non lo posso giudicare, non lo so. Ma sono sicuro che saranno interessati all’esito del processo.

Si può presumere che questo processo faccia parte di quello, che viene dichiarato “War on Drugs”. Ma questa guerra alla droga non mi sembra molto efficace, stiamo assistendo a un’inondazione di cocaina in Europa.

Non penso alla liberalizzazione, semplicemente per motivi di salute. Si può vedere, soprattutto tra i giovani, quali conseguenze può avere anche la droga leggera come la marijuana. In alcuni casi, questa droga causa terribili psicosi. Ma ammetto che attualmente c’è sul mercato molta droga, questa è una lotta contro i mulini a vento.

Come si potrebbe rendere questa lotta più efficace?

Bisogna seguire la strada che stanno percorrendo gli italiani, bisogna seguire la strada del denaro. Questo non accade abbastanza in Germania. Nel 2017 alcune leggi sono state modificate, resta da vedere se saranno effettivamente attuate. Gli strumenti ci sono, ma dobbiamo anche usarli. E questo comporta un sacco di lavoro. C’è bisogno di procuratori motivati e ci vuole molto tempo. E anche noi della procura siamo misurati in base alle statistiche. Una procedura così di criminalità organizzata (CO) richiede molto tempo e personale. Nel mio processo, per esempio, solo il processo principale ha comportato 100 incontri con due persone del mio dipartimento. Purtroppo, non abbiamo avuto personale aggiuntivo per il procedimento. Secondo il sistema di calcolo del fabbisogno di personale (Pebb§y), tale procedura ci viene addebitata con 2000 minuti – ciò è ovviamente un valore medio! Molte procedure semplici come il furto in un negozio porta più personale e questo spiega forse anche le poche procedure nei confronti della criminalità organizzata.

E ora è finito tutto?

Abbiamo presentato ricorso contro le ultime due sentenze e siamo in attesa delle motivazioni scritte. La Camera ha ora circa 6 mesi di tempo per redigere le motivazioni del verdetto. Lo esamineremo poi in termini di diritto di appello per vedere se ci sono errori nella sentenza o nella valutazione delle prove.

Ci sono stati contatti tra lei e gli imputati in seguito?

In parte ho anche ricevuto un feedback positivo là dove non me lo sarei mai aspettato. Un imputato calabrese mi ha salutato personalmente. Mi ha ringraziato per la correttezza e mi ha detto che se dovessi fare una vacanza in Calabria, potrei andare a trovare la famiglia. Che naturalmente ho rifiutato. Gli imputati sono stati davvero più rispettosi che gli avvocati della difesa. Gli avvocati della difesa sono stati il problema maggiore del processo, è stata una delle loro strategie logorare il tribunale che è in parte riuscita.

Se si parla di avvocati difensori, c’era un avvocato difensore la cui prima frase nel processo poteva essere intesa fondamentalmente come una minaccia per i testimoni. Per riassumere, ha detto: “Chi tiene la bocca chiusa vivrà fino a 100 anni”.

Naturalmente questo può essere inteso in questo modo, nel caso di questo avvocato, non so se ha capito veramente quello che diceva. Forse voleva solo mettersi in mostra. Che fosse davvero una minaccia, devo lasciarlo in sospeso. Ma il fatto è che all’inizio c’era un silenzio di ferro.

Ha avuto la sensazione di avere abbastanza conoscenza della criminalità organizzata italiana?

Devo dire onestamente che ho imparato molto in questo processo. È stato il mio primo grande caso di narcotraffico legato alla mafia. No, ero relativamente nuovo al tema e ne sono stato coinvolto solo quando ho preso contatti in Italia e l’indagine riguardava l’argomento mafia.

Vede la necessità d’azione, ad esempio in termini politici? I procuratori devono essere formati?

Sì, soprattutto per l’aspetto transnazionale del lavoro. Siamo ora agli inizi con la procura europea e c’è Eurojust come organo europeo di coordinamento delle indagini. Ma un’adeguata formazione e conferenze sull’argomento sarebbero certamente utili, dove verrebbero inviati giovani colleghi. La procedura JIT (Justice Investigation Team) con squadre investigative in due o più paesi europei è uno strumento importante. Nel nostro ufficio ci sono stati anche due procedimenti di questo tipo. L’assistenza legale è a volte molto, molto formale e richiede molto tempo, il che scoraggia molti colleghi, i quali dicono: “Oh, l’assistenza legale è difficile”. Questo è il motivo principale per la paura verso i paesi stranieri tra i colleghi. Il JIT semplifica tutto questo.

Ho notato nei colloqui con i procuratori italiani che loro sanno molto di più sulle strutture criminali. Perché è così?

Fondamentalmente, in Germania è molto più facile arrestare un delinquente con 5 chili di droga che andare in profondità e identificare le strutture. Le indagini strutturali richiedono tempo e noi siamo giudicati in base al numero di casi. Per questo motivo in Germania sono troppo pochi gli sviluppi di questo tipo.

Quante volte si è dovuto recare in Italia per questa indagine?

Sono stato in Sicilia tre volte. L’ospitalità dei colleghi è stata un arricchimento personale. Considerando inoltre come lavorano i poliziotti italiani, in quali condizioni e per quanto poco denaro, i nostri poliziotti tedeschi lo hanno potuto constatare e vedere in confronto quanto bene stanno qui. Inoltre, impariamo l’uno dall’altro: gli investigatori italiani, ad esempio, guardano molto più da vicino i profitti del commercio criminale di quanto non facciamo noi in Germania. Nel nostro procedimento sono stati sequestrati sei milioni di euro, la maggior parte dei quali in Italia.

Qual è il fascino speciale delle indagini nel settore della droga e della mafia?

Si ha un contatto molto diretto con la polizia, il che salda insieme. Ed è emozionante, e si può vedere cosa succede grazie alle misure di sorveglianza delle telecomunicazioni. Questo è molto, molto interessante.

Ha ancora contatti con l’Italia?

Ora vado in pensione; quattro poliziotti volevano venire per la mia festa di addio. Ma a causa del Corona non è stato possibile. Sono ancora in contatto con loro e se una volta andrò in Sicilia, farò sicuramente visita ai colleghi.

Guarda ancora i film di mafia?

(ride) Raramente. Non guardo neanche  “Tatort” una serie poliziesca molto conosciuta in Germania. Questo ha poco a che fare con la realtà.

SULLA PERSONA

Il Dr. Joachim Speiermann è nato a Rendsburg (Schleswig-Holstein) e sposato, è entrato nella magistratura nel 1986 ed è stato giudice in diversi tribunali fino al 2002: il Tribunale locale, la Grande Camera Penale e alla corte dei periti laici di Costanza e Singen. Dal 1993 al 1996 è stato giudice aggiunto all’Università di Costanza. Nel 2002 è entrato a far parte della Procura di Costanza, prima come capo di un dipartimento generale e dal 2014 come vicecapo delle autorità e capo del dipartimento criminalità organizzata e narcotici.

Quest’articolo è stato pubblicato in una versione più breve su Cicero Online – Magazin für politische Kultur.
La foto mostra Il PM Joachim Speiermann (sulla destra) e i poliziotti Wolfgang Rahm, LKA Stuttgart e Thomas Flaig e Thomas Hechinger, Polizeidirektion Rottweil, a Palermo.

Perché la ‘ndrangheta è un problema anche per la Germania


Nel numero 31 del 1977 la rivista Der Spiegel si faceva beffa dell’Italia mettendo in copertina un piatto di spaghetti “conditi” con una pistola. Quasi 45 anni dopo il problema della criminalità organizzata è diventato globale ma molti tedeschi fanno ancora finta di non vedere. Ecco come la ‘ndrangheta ha conquistato la Germania.

“E tu ricordati una cosa. Il mondo si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà”.

In queste parole, tratte da un’intercettazione tra due affiliati di ‘ndrangheta, traspare la volontà di conquista dell’associazione di stampo mafioso attualmente più attiva e pericolosa in Europa. Una conquista lenta ma inesorabile, iniziata nel lontano secondo dopoguerra sfruttando gli strumenti legali di scambio di manodopera tra la Repubblica Federale Tedesca e l’Italia. La ‘ndrangheta ha di fatto avviato una conquista a “macchia di leopardo”, dettata in un primo momento dai flussi migratori e, solo in seguito, richiamata da interessi economici. L’espansione mafiosa in Germania ha pertanto una lunga storia che affonda le proprie radici nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Nonostante questo, però, l’attenzione dell’opinione pubblica e gli studi sul fenomeno sono molto più recenti. Le organizzazioni mafiose italiane all’estero tendono a muoversi con cautela, facendo il meno rumore possibile e restando lontane dagli occhi indiscreti del pubblico. Questo “mimetismo” rende alquanto complesso il lavoro di chi studia il fenomeno e ancora più difficile è sensibilizzare la società civile riguardo la presenza di un’organizzazione che viene da molti ritenuta inesistente e che di fatto è invisibile ai più, perché lavora nel buio e nel silenzio, sfruttando l’impreparazione dei paesi in cui si inserisce.

La caduta del muro: nuove opportunità per i mafiosi

Ad aprire un altro capitolo fondamentale nella storia dell’espansione delle organizzazioni mafiose italiane fu la caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. Questo evento, con la conseguente riunificazione della Germania Est alla Germania Ovest, aprì una nuova frontiera e dei nuovi spazi alla conquista per le mafie italiane in Europa. Le mafie ebbero un ruolo fondamentale nell’avvio di attività imprenditoriali nell’Est del paese, essenzialmente per un motivo: erano in possesso di molto denaro liquido ottenuto grazie ai traffici di sostanze stupefacenti e alle attività avviate nell’Ovest della Germania. In questo quadro di espansione è possibile notare una prima grande differenza rispetto al primo flusso che ha portato i mafiosi nelle regioni occidentali della Germania: l’associazione calabrese aveva già una base logistica nel paese, aveva attivato la sua egemonia sul traffico di stupefacenti grazie ad una fitta rete di avamposti ed era pronta ad investire il proprio denaro in un territorio ancora vergine. L’espansione casuale che aveva caratterizzato la prima parte della conquista mafiosa viene sostituita da una più oculata strategia di conquista.

Strutture e gerarchie: i dettami della “madrepatria”

“La ‘ndrangheta esiste, ed ha determinate caratteristiche, non perché i suoi appartenenti rispettano determinate regole, ma perché quei soggetti si riconoscono in un sistema mafioso, in cui il termine ‘ndrangheta diviene un brand criminale conosciuto nel mondo, in cui non sei libero di fare quello che vuoi: se non ti comporti da ‘ndranghetista c’è qualcuno che ti richiama all’ordine”.

Così il procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo durante una conferenza antimafia organizzata da mafianeindanke nel 2017 in collaborazione con l’ambasciata d’Italia a Berlino. Se Cosa nostra – associazione di stampo mafioso proveniente dalla Sicilia – all’estero tende a plasmarsi in base al territorio in cui si trova e a separarsi dalla regione d’origine, la ‘ndrangheta fa esattamente l’opposto: le famiglie all’estero sono e rimangono sempre parte integrante della famiglia in Calabria. Tutti gli spostamenti, gli investimenti e le azioni che vengono svolte nel paese estero vengono concordate con la madrepatria e da questa dipendono, come d’altronde dimostra la faida di San Luca che, generatasi in Calabria, vede la scia di sangue protrarsi anche in Germania con la “Strage di Duisburg”. Sono quindi due i principali obiettivi della ‘ndrangheta in Germania: il primo riguarda il traffico internazionale di stupefacenti lungo la “rotta atlantica”, che parte dai paesi del Sud America per poi arrivare in Europa attraverso i porti di Rotterdam, Anversa, Amsterdam e Amburgo; il secondo è il riciclaggio del denaro sporco attraverso investimenti principalmente nel settore della ristorazione, della distribuzione di alimentari e dell’edilizia. Il Pubblico Ministero Lombardo spiega:

“Ci sono alcune famiglie che hanno un peso criminale enormemente superiore a tutte le altre. Sono quelle di più alto rango le famiglie che decidono le strategie: non per questo possono banalmente essere considerate il vertice della ‘ndrangheta. Cioè la struttura criminale non dipende solo da loro, anche se è fortemente influenzata da esse” continua Lombardo: “la struttura verticale di tipo verticistico potrebbe far pensare che oggi la ‘ndrangheta ha una cellula di comando, un capo, che ne determina l’esistenza. Non è banalmente così. La ‘ndrangheta è dotata di una filiera di comando molto sofisticata. I mandamenti principali, quelli storici, da cui dipendono anche le articolazioni estere, sono tre: Ionico, quello di San Luca, la “mamma”; Tirrenico, quello di Palmi, Gioia Tauro e Rosarno; Centro, quello della città di Reggio Calabria. Immaginate queste tre zone della Calabria: è da qui che partono gli ordini che devono essere eseguiti dalle articolazioni di ‘ndrangheta nel mondo. Quindi, per quelle che sono le attuali conoscenze, il livello mandamentale è quello propriamente operativo”.

La Germania come terreno fertile

La ‘ndrangheta è nota più delle altre organizzazioni mafiose per la sua sete di conquista, che la porta prima nelle regioni del Nord Italia e poi in Germania. Utilizza gli stessi meccanismi di penetrazione e la stessa mentalità, non snaturando la propria indole di organizzazione familiare che si regge sui legami di sangue anche al di fuori della Calabria.

“Il problema vero ruota attorno alla conoscenza del fenomeno, il concetto di criminalità organizzata: dovremmo parlare di un linguaggio comune, soprattutto a livello europeo, ma così non è. Il fenomeno criminale di tipo mafioso nel sistema italiano è estremamente evoluto e complicato da spiegare, è un sistema che, purtroppo, ha affinato le sue strategie attraverso passaggi difficili e significativi legati a stragi, omicidi, attacchi di tipo militare che lo Stato italiano ha subito per molto tempo” spiega il PM Lombardo.

In Germania, come noto, non esiste il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. La ‘ndrangheta ha sfruttato le debolezze della legislazione tedesca, muovendosi indisturbata nel tessuto sociale ed economico tedesco. Se qualcosa non cambierà alla svelta, l’organizzazione calabrese potrà trarne grande beneficio ed espandersi ulteriormente. Inquietano anche le mancanze relative al sequestro e la confisca dei beni: se un mafioso riesce a convivere con la prospettiva del carcere o della latitanza, colpire la sua ricchezza e il suo potere significa renderlo inerme e questo indubbiamente lo spaventa.

Da Stige al JIT Pollino: prospettive per il futuro

“Bisogna dire con chiarezza che le mafie sono tali non solo quando commettono delitti eclatanti, quando acquisiscono la gestione ed il controllo di attività economiche; le mafie non sono solo quelle che realizzano profitti o vantaggi ingiusti. Oggi è mafioso ogni comportamento che interferisce in profondità sulla vita di ognuno di noi. La mafia del Terzo millennio è questa e non si riconosce sempre ad occhio nudo. Non tutto è mafia, ma quello che è mafia oggi noi, tutti insieme, in Italia ed all’estero, dobbiamo essere in grado di capirlo subito, senza fare inutili giri di parole”.

L’opinione di Lombardo apre a nuove considerazioni: l’attività investigativa antimafia in Europa e in Germania sta facendo degli importanti passi avanti. Vanno ricordate soprattutto l’Operazione Stige di fine 2016 che ha portato all’arresto di un gran numero di persone tra Italia e Germania e l’Operazione Pollino che ha visto per la prima volta la creazione di un “Joint Investigation Team”, una squadra investigativa comune tra le forze di polizia di Italia, Germania e Paesi Bassi (di cui via abbiamo raccontato qui). C’è inoltre l’esempio positivo di Berlino che sta cominciando a utilizzare lo strumento di sequestro dei beni nei confronti della Clan-Kriminalität (qui il nostro approfondimento).

Riconoscere le mafie, soprattutto per un tedesco, è molto difficile. È un fenomeno che è ancora circondato da un’aura di mistero dettata dal mito del “Padrino” e dal folklore. Questo fenomeno va studiato a fondo e conosciuto in Germania così come in tutta Europa: solo in questo modo riusciremo a contrastare con efficacia la criminalità organizzata.

“Volevo semplicemente capire cosa fosse la mafia”. Una conversazione con il criminologo ed esperto di diritto penale Prof. Dr. Frank Neubacher M.A.


Le università e gli istituti sono vuoti, la cronaca si occupa quasi esclusivamente di un unico argomento: il COVID-19. Il fatto che attualmente gli incontri personali siano possibili solo in misura limitata non impedisce però a un rinomato professore dell’Università di Colonia di parlare con gli studenti. Non è la prima volta che il Prof. Dr. Frank Neubacher M.A. incontra ostacoli durante la ricerca sulla criminalità organizzata. Il titolare della Cattedra di Criminologia e Diritto Penale e direttore dell’Istituto di Criminologia risponde per iscritto alle domande poste da mafianeindanke e ci regala retroscena importanti, che dimostrano la difficoltà di fare ricerca sulla mafia in Germania.

mafianeindanke: Nel suo saggio “Mafia und Kriminologie in Deutschland” (Mafia e criminologia in Germania) pubblicato nel 2014 Lei scrive: “Non ho mai capito perché la criminologia tedesca – a differenza di altri paesi – ha sempre ostinatamente taciuto sul tema della mafia e come mai rimetta la narrativa di questo fenomeno a reticenti funzionari di polizia e a loquaci giornalisti”. La sua opinione è cambiata?

Prof. Dr. Frank Neubacher: La mia opinione è rimasta sempre la stessa, poiché la situazione non è mutata. Il mio saggio voleva essere una sorta di campanello d’allarme, ma nessuno reagì. Da studioso è importante esercitare un’autocritica alla ricerca stessa se emergono delle zone d’ombra. Senza una presa di posizione da parte del mondo accademico manca senza dubbio una voce importante all’interno della discussione pubblica.

MND: La ricerca di informazioni sulla criminalità organizzata e specialmente sulla mafia in Germania avviene con successo? Le autorità e in particolare il Bundeskriminalamt (Ufficio Federale della Polizia Criminale) sono disponibili quando si tratta di rilasciare informazioni per una ricerca accademica?

F.N: Le pubblicazioni rilasciate dalle autorità sono le solite, tra cui il report annuale sulla criminalità organizzata della BKA. In questo documento, di circa 70 pagine, vengono raccolti i principali dati sui procedimenti presi in esame dall’ufficio di polizia. Le informazioni sui gruppi criminali italiani costituiscono solo una piccola parte di questo documento. Inoltre, vengono riportati solo casi conosciuti, ma proprio quando si parla di mafia è importante conoscere ciò che non si trova alla luce del sole, ciò che agli occhi delle autorità rimane nascosto.
Le informazioni che la polizia elabora per il pubblico- come i report annuali – vengono rilasciati volentieri; tanto che sono liberamente accessibili su internet. Al di là di questo esempio però, l’ufficio di polizia federale è molto restio, specialmente quando si parla di mafia o, come viene definita nel gergo istituzionale, “grave criminalità organizzata”, a rilasciare informazioni più approfondite. In questi casi non scoprono le loro carte. Proprio per questo motivo è difficile giudicare in che modo la polizia sia schierata nella lotta al crimine. Forse questo è uno dei motivi che spiega la loro riservatezza.

MND: Lei ha mai avuto un’esperienza negativa, o meglio, ha mai dovuto interrompere la sua attività di ricerca per la mancata ricezione di informazioni richieste?

F.N: In seguito ad una fuga di notizie, nel 2008, ad un anno dalla Strage di Duisburg, la stampa tedesca pubblicò un articolo nel quale veniva resa nota una relazione segreta, prodotta dall’ufficio di polizia federale. In seguito a ciò, richiesi al Presidente della BKA la possibilità di poter prendere visione di quei documenti per fini accademici. Rinnovai questa richiesta a più riprese, ma invano. Nonostante alcune parti della relazione fossero già di dominio pubblico, l’Ufficio di Polizia Federale persisteva nel mantenere in riserbo l’intero documento. A mio avviso questo comportamento precluse una buona opportunità di collaborazione con la ricerca accademica.

MND: Reputa necessario richiedere sussidi statali per incentivare la ricerca accademica, specialmente per quanto riguarda il tema mafia in Germania?

F.N: Generalmente, i sussidi statali per sostenere la ricerca sono una cosa buona, quando quest’ultima è libera di scegliere come suddividere i fondi e non è vincolata sul tema da approfondire. Un sistema del genere esiste già tramite la “Deutsche Forschungsgemeinschaft” (Comunità dei Ricercatori Tedesca). Quando si parla di mafia penso che il problema non siano i soldi, ma – come si dice tra noi ricercatori – “l’accesso al campo”. Come faccio a trovare un modo che mi porti direttamente a confrontarmi col fenomeno? È possibile un’osservazione partecipante? Direi di no, dato che i problemi pratici ed etici sono visibili a tutti! Inoltre, come riesco a trovare un interlocutore disposto a rilasciare un’intervista, o un soggetto che è stato sottoposto a interrogatorio riguardo, per esempio, la pratica del racket? Come faccio a conoscere i motivi per i quali alcuni partecipano o meno? Quanto sono affidabili queste informazioni? Potrei mettere in pericolo qualcuno?

MND: In quanto criminologo, come mai ha ritenuto importante la questione della mafia in Germania e ha poi deciso di affrontarla?

F.N: La strage avvenuta a Duisburg nel 2007 è stata una cesura, un’interruzione; dopodiché, la domanda che ci si deve porre è perché non ci si occupi di questo tema. Che il mio interesse nascesse già negli anni ’90 è dovuto in primo luogo al fatto che mi sono sempre sentito legato all’Italia e volevo solo capire cosa fosse la mafia. Prima che Internet cambiasse le nostre vite (non in peggio!), portavo con me tutti i libri che riuscivo a raccogliere dall’Italia. Poi capii che il mio lavoro consisteva nel riportare in Germania ciò di cui si discuteva in Italia. Nel 2006, per esempio, ebbi l’occasione di scrivere una recensione del libro “Gomorra” di Roberto Saviano per una rivista scientifica tedesca, quando la versione tradotta in tedesco ancora non esisteva. Il significato e la forza di quest’opera mi furono chiari fin da subito.

MND: Pensa che le persone siano per loro natura più inclini alle influenze mafiose?

F.N: Questa è una domanda difficile alla quale vorrei rispondere brevemente, poiché va ben al di là della mia competenza scientifica.
Fondamentalmente, l’essere umano è capace di gesti tanto nobili quanto spregevoli. Però sì, alcuni sono più vulnerabili di altri perché vogliono percorrere la strada più comoda, meno scoscesa: non mettono in discussione nulla, si accontentano di seguire le “autorità” e di ricevere assistenza da quest’ultime. In fin dei conti, la corruzione inizia dalle piccole cose. Possiamo notarlo nel nostro stesso comportamento, quando accettiamo di venir meno ai nostri principi per un piccolo vantaggio. L’aspetto peggiore è che ci convinciamo che sia la cosa giusta da fare.

MND: Ha mai avuto a che fare con un mafioso?

F.N: Non che io sappia! Nel 2003 ho viaggiato in Sicilia ed è lì che ho avuto modo di incontrare la mafia per la prima volta, specialmente a Palermo. Ricordo come alla radio locale la mattina nei bar si ascoltavano notizie di sparatorie, arresti, indagini. Allo stesso tempo, però, mi era chiaro quanto la situazione fosse migliorata rispetto ai decenni precedenti. Inoltre, il movimento dell’antimafia aveva sicuramente acquisito maggiore visibilità. Vi è poi da aggiungere che in molte situazioni ero solo un turista, talmente rapito dalla bellezza dell’isola e dal fascino dei suoi abitanti che non riuscivo a pensare alla mafia.

MND: Nelle sue lezioni tratta spesso di mafia e criminalità organizzata. Che feedback riceve dagli studenti? Mostrano interesse o lo percepiscono come un problema “estraneo”?

F.N: Gli studenti pongono tante domande a riguardo, sono molto curiosi e questo è un bene, perché la curiosità è l’inizio di ogni scienza. Tuttavia, rispetto ad altre materie in cui discutono con entusiasmo, quando si tratta di mafia si astengono dall’esprimere troppe opinioni personali. La mia impressione è che essi ritengano che la loro “conoscenza” derivi principalmente da film sulla mafia che non rispecchiano la realtà attuale.

MND: L’impegno universitario può far richiamare l’attenzione sulla mafia e il suo modus operandi. Quanto è importante che nelle università si sensibilizzino i ragazzi su questo tema? Partendo dall’esempio dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (CROSS) nato all’Università Statale di Milano dal Prof. Nando dalla Chiesa, ritiene che anche nelle università tedesche sia necessario costituirne uno?

F.N: Credo che le università siano fondamentali su tanti fronti. Sono fermamente convinto che siano di estrema importanza per la formazione e lo sviluppo della personalità degli studenti, come avrete notato, ho consapevolmente evitato di parlare di un mero compito di formazione. All’università si può e si dovrebbe poter discutere di tutto e quindi anche – ma non solo – di mafia. Un osservatorio è un’idea allettante. Perché no? Sarebbe un contesto perfetto per svolgervi il lavoro di sensibilizzazione di cui si è parlato prima. Si potrebbe allestire una biblioteca e far interagire attori diversi, giornalisti, scienziati, forze dell’ordine.

MND: Si è mai sentito o si sente solo nella ricerca in merito alla mafia in Germania?

F.N: Per favore, non mi sopravvalutate. Non sono totalmente solo e mi occupo per lo più secondariamente di criminalità organizzata. Il mio principale campo di attività è la ricerca sul sistema penitenziario. Ma come si dice? – “Nel paese dei ciechi, un guercio è re”.

MND: Quanto il lavoro accademico influenza gli sviluppi politici attuali?

F.N: Il tema mafia non ha alcuna influenza, perché il corrispondente lavoro accademico non esiste. In generale l’influenza della criminologia sulla politica è debole, se non quasi inesistente. È un’illusione credere che la politica faccia quello che la scienza consiglia, presupponendo che la scienza sia anche unanime. Nell’attuale crisi in merito al Corona, la scienza viene ascoltata di più. Questo è incoraggiante e spero che ciò appartenga a quelle cose che rimarranno anche nel periodo post Corona.

MND: In una scala da 1 (“per niente preparato”) a 10 (“del tutto preparato”), quanto preparato giudicherebbe Lei il sistema giuridico tedesco rispetto alla mafia? La Germania è terreno fertile per i mafiosi?

F.N: Non si è mai troppo prudenti – quindi 7. Dai rapporti del Bundeskriminalamt sulla situazione si deduce che sono rari i casi in cui la criminalità organizzata ha influenzato – o provato a influenzare – la polizia, la pubblica amministrazione o la giustizia. Un tema molto importante, non solo con riferimento alla mafia, sono le norme antiriciclaggio. Ma vale anche qui: le leggi non sono tutto, devono soprattutto essere applicate, e a tal fine, sul piano della trasposizione, c’è bisogno di un numero sufficiente di esperti qualificati.

MND: Se avesse a disposizione qualsiasi materiale e non ci fossero impedimenti di nessun tipo, da quale libro, elaborato, commentario, comincerebbe a lavorare?

F.N: In realtà scriverei volentieri un libro sulla mafia. Dovrebbe però essere uno scritto in grado di soddisfare i criteri scientifici e allo stesso tempo essere interessante e ben leggibile per un vasto pubblico. Circa 10 anni fa ci ero quasi riuscito, poi però ho interrotto il mio lavoro. Non mi sentivo a mio agio con un lavoro del genere, perché, pur avendo presente tutta la letteratura, non avevo un mio accesso empirico, come ad esempio attraverso dati specifici, materiali di interviste o atti giuridici. Chissà – forse un giorno.

MND: Quale buon scritto accademico sulla Mafia in Germania consiglierebbe ai nostri lettori? Avrebbe dei consigli di lettura per un primo approccio alla tematica mafia in Germania?

F.N: Questa domanda mi imbarazza, perché avrei qualche libro sull’Italia da nominare mentre per la Germania non me ne viene in mente alcuno. Potrebbe essere un buon tema per una vostra tesi?

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Perché sostenerci ora

La nostra associazione sta attraversando un momento complicato a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Le classiche attività aggregative e gli eventi in programma sono stati posticipati o cancellati, e ci ritroviamo ora a dover ripensare a nuovi metodi per portare avanti il nostro lavoro. Abbiamo deciso di concentrarci sulle attività che ci permettono di essere incisivi anche da remoto.
Stiamo innanzitutto ristrutturando il nostro sito web. Presto sarà online in forma rinnovata. Inoltre, garantiamo settimanalmente informazione di qualità tramite il nostro ‘’The Weekly Focus’’ e mensilmente tramite la nostra Newsletter. Stiamo preparando un podcast sui temi della criminalità organizzata e abbiamo intenzione di offrire alcuni Webinar di approfondimento a chi ci segue e sostiene.

Mafianeindanke fonda le sue attività principali sul lavoro dei volontari europei. I ragazzi di quest’anno sono giunti al termine del loro servizio di volontariato finanziato dal progetto Erasmus +. Impossibilitati a rientrare a casa in Italia per via delle nuove misure introdotte dai governi nazionali, continueranno la loro attività all’interno dell’associazione pur senza la garanzia di una borsa Erasmus che li sostenga.
Data la difficile situazione vorremmo garantire loro un sostegno ancorché minimo per permettere il proseguimento delle attività dell’associazione. Anche perché, vista la situazione attuale, al momento non abbiamo la certezza di poter accogliere nuovi volontari nel breve periodo.

Dicono di noi

Saviano – La Repubblica: ‘’L’azione di contrasto alle mafie è affidata prevalentemente all’associazionismo, con movimenti come Mafia? Nein danke!, che sopperiscono anche a un’informazione sul crimine organizzato che in Germania è molto carente per via di rigide leggi sulla tutela dei diritti della personalità e di un codice della stampa che spesso si trasforma in censura.’’

Il nostro lavoro

Mafianeindanke è l’unica associazione tedesca che si concentra apertamente sui problemi causati dalla criminalità organizzata sul territorio tedesco e si impegna attivamente per una società libera dal fenomeno criminale. Dal 2007 sensibilizziamo i politici, le imprese e la società civile sulla crescente presenza della mafia e della criminalità organizzata in Germania.
Organizziamo eventi di sensibilizzazione e formazione per istituzioni, esperti del settore e cittadini. Partecipiamo a progetti di ricerca e facciamo parte di reti di cooperazione a livello europeo, come la rete CHANCE (Civil Hub agAinst OrgaNized Crime in Europe).
Partecipiamo a progetti di prevenzione della criminalità e promuoviamo a livello europeo le pratiche virtuose nella lotta alla cultura di stampo mafioso.
Informiamo i cittadini sui fatti più attuali relativi al crimine organizzato e mettiamo in rete attivisti, giornalisti e accademici con forze dell’ordine, giudici, rappresentanti delle istituzioni e politici.
L’associazione nasce a Berlino ma cerchiamo di essere presenti là dove le mafie sono più attive e stiamo creando gruppi locali in tutta la Germania.

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Il tribunale regionale di Berlino utilizza un nuovo strumento contro la criminalità organizzata


il 7 aprile 2020 il tribunale regionale di Berlino ha ordinato la confisca di due beni nel quartiere di Neukölln avvalendosi di un nuovo strumento giuridico. L’articolo 76a del Codice penale tedesco consente la confisca di beni sequestrati in seguito a determinati reati – anche se il procedimento penale ha dovuto essere interrotto. Mafianeindanke accoglie con favore questa sentenza e chiede alla magistratura di utilizzare questo strumento più spesso e in tutti i settori della criminalità finanziaria.

I due appezzamenti di terreno di Neukölln interessati sono stati provvisoriamente confiscati nel 2018. Secondo il Tribunale regionale, i criminali hanno finanziato queste proprietà con i proventi di crimini non specificati.

Con la decisione del 7 aprile, il Tribunale regionale si è avvalso del nuovo strumento di confisca autonoma ai sensi dell’articolo 76a del Codice penale tedesco, entrato in vigore nel luglio 2017 con la riforma della legge sul sequestro penale.  Questa norma si riferisce ai beni sequestrati in caso di sospetta commissione di uno dei reati elencati all’art. §76a cpv. 4 del Codice penale e consente, tra l’altro, la confisca anche se il procedimento penale ha dovuto essere interrotto. In questo caso, gli imputati sono stati accusati di riciclaggio di denaro, ma non è stato possibile dimostrare con la necessaria certezza un reato presupposto.

• Mafianeindanke accoglie con favore questa sentenza. La lotta contro la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro e altri reati finanziari può avere successo solo se i fondi e i beni vengono confiscati agli autori. In questo modo, la magistratura impedisce ai colpevoli di investire i proventi in ulteriori reati, espandere il loro potere economico e portare in salvo dalle autorità inquirenti i profitti ottenuti illegalmente.

– Tuttavia, Mafianeindanke lamenta che questa decisione sia un caso isolato. Una lotta efficace contro la criminalità organizzata richiede che il nuovo strumento nel settore della criminalità dei colletti bianchi sia utilizzato in tutte le regioni tedesche. A tal fine sono necessarie unità organizzative ben attrezzate presso gli uffici del pubblico ministero che si occupano esclusivamente della confisca dei beni.

– Inoltre, Mafianeindanke critica la comunicazione di alcuni media, che riducono questo strumento specificamente alla criminalità dei clan di origine araba. L’importante, invece, è utilizzare finalmente la confisca dei beni ottenuti illegalmente in ogni ambito della criminalità finanziaria. Anche e soprattutto contro la criminalità dei colletti bianchi. Da quando è entrata in vigore la nuova norma, i principali studi legali tedeschi, tra i cui clienti figurano anche colletti bianchi in abito gessato, hanno attaccato la confisca indipendente in blog e pubblicazioni specializzate e l’hanno definita incostituzionale. Questo dibattito influenza anche il lavoro di coloro che applicano la legge nel settore giudiziario. Gli avvocati denunciano una violazione del diritto di proprietà ai sensi dell’articolo 14 della Costituzione tedesca. Tuttavia, non sono gli studi legali commerciali e i loro clienti a decidere sull’incostituzionalità di una norma, ma la Corte costituzionale federale, che finora non ha avuto motivo di prendere una tale decisione. I beni che, secondo la giustizia, possono provenire solo da fonti illegali, ovviamente non sono protetti dalla Legge fondamentale.

Informazioni per la
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Contatto:

Sandro Mattioli, giornalista e Presidente di mafianeindanke

+49-157 31 79 78 21

www.mafianeindanke.de

Mafianeindanke è un’associazione registrata senza scopo di lucro in cui attivisti volontari lavorano contro la penetrazione della criminalità organizzata nella nostra economia e nella società, lavorando così per una società aperta, democratica e con eque opportunità per tutti.

Misure contro il riciclaggio di denaro: le banche svizzere si girano dall’altra parte


Come le loro controparti in Unione Europea, anche le banche svizzere sono molto spesso coinvolte in eventi di riciclaggio di denaro sporco. Ecco qualche esempio recente. Nel febbraio 2019 un tribunale parigino ha condannato la maggiore banca svizzera, la UBS, a pagare una multa record di 3,7 miliardi di euro nonché 800 milioni di risarcimento per riciclaggio di denaro e frode fiscale a favore di clienti francesi. Tuttavia, questi avvenimenti hanno nella maggior parte dei casi un contesto internazionale, che non si limita quindi alla sola Svizzera, e sono in relazione diretta con la corruzione. Nello scandalo del fondo statale della Malaysia 1MDB erano coinvolte tra l’altro la UBS, la banca privata BSI, la Falcon Private Bank e la banca privata Coutts. Da questo fondo sono stati dirottati 7,5 miliardi di dollari. Inoltre, le banche svizzere erano coinvolte nei casi di corruzione della multinazionale energetica Petrobras e del consorzio edilizio Odebrecht, ambedue aziende brasiliane. Anche qui si parla di fondi corrotti, ossia dirottati, che ammontano a miliardi. La Credit Suisse, la seconda banca più grande della Svizzera, ha fatto scalpore perché coinvolta nel caso di corruzione attorno alla FIFA.

Cosa rende il mercato finanziario svizzero così vulnerabile al riciclaggio di denaro?

Il motivo di questa vulnerabilità si trova nello specifico modello di affari delle banche svizzere, le quali si affermano nel mondo della concorrenza internazionale come crocevia dell’amministrazione dei patrimoni privati. Ci sono vari motivi per cui i clienti in tutto il mondo scelgono la Svizzera come paese d’investimento. Sicuramente influisce il segreto bancario svizzero, anche se esso è diventato più permeabile. La Svizzera, infatti, ha dovuto accettare lo scambio di informazioni fiscali secondo gli standard della OCSE.

Il private banking per i clienti benestanti e il wealth management, che riguarda la gestione di patrimoni privati, sono sempre un asset importante del mercato finanziario della Svizzera. Si parla nello specifico della complessiva tutela finanziaria di persone private e dei loro patrimoni. In Svizzera, banche ed amministratori dei beni gestiscono in totale 3,7 biliardi di franchi svizzeri. Il 62 % di loro non sono domiciliati all’estero. Il mercato finanziario svizzero occupa tra 1/4 e 1/3 del mercato globale. L’ amministrazione dei patrimoni è dunque uno dei servizi di esportazione più importanti della Svizzera. I patrimoni privati che vengono gestiti oltre confine sono aumentati di 300 miliardi di franchi svizzeri dal 2013 al 2018.

L’amministrazione dei beni privati ha una vasta infrastruttura di personale. Fanno parte di questo network non solo le banche svizzere ma anche fiduciari ed avvocati. Viene da sé osservare che questi servizi finanziari attraggano anche i criminali. I fondi che vengono generati illegalmente vengono fatti girare più volte tra prestanomi e società offshore. Nella fase finale del riciclaggio, cioè la fase degli investimenti, questi fondi vengono poi immessi verso prodotti finanziari e nell’economia reale.

In questo modo il wealth management è una porta d’accesso per la criminalità finanziaria e per l’economia sommersa.

Il modello di affari dell’amministrazione dei beni privati è cambiato nel secondo decennio di questo secolo.

Una delle attività principali della maggior parte delle banche svizzere era stata fino ad ora la tutela di clienti stranieri.. I principali beneficiari erano i clienti statunitensi ed europei, soprattutto tedeschi, che si servivano di succursali e società affiliate come tramite. I patrimoni di questi clienti spesso consistevano in fondi neri. In Germania, tra l’altro, il ministro delle finanze del Nordreno-Vestfalia, comprò i cosiddetti Steuersünder Cd’s, dei CD che contenevano i dati rubati riguardanti i clienti delle banche che operavano evasione fiscale. Ottenuti questi dati, vennero avviati molti procedimenti di frode fiscale contro clienti in Germania e contro le banche svizzere. Quindi, i clienti con fondi illeciti nei conti bancari in Svizzera ritennero opportuno auto-denunciarsi per ottenere un’attenuazione delle pene.

In aggiunta, la Svizzera perse in una controversia fiscale con gli Stati Uniti scoppiata nel 2008. Ne conseguì che, all’inizio del 2009, l’autorità fiscale statunitense IRS annunciò un programma di condono. Gli evasori fiscali americani, per legalizzare i loro fondi ed evitare di essere perseguiti penalmente, dovettero nominare banche e consulenti che li avevano aiutati ad incanalare il loro denaro verso le autorità fiscali. I dipendenti delle banche svizzere negli Stati Uniti vennero arrestati e condannati al carcere. Il “modello d’affari” delle banche svizzere fallì. Di conseguenza, gli affari con clienti americani ed europei oltre i confini dovettero essere limitati drasticamente. Davanti agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la Svizzera si atteggiò a peccatore pentito che avrebbe seguito in futuro una “strategia di soldi puliti” (“Weißgeldstrategie”) per riottenere la riputazione persa. La Svizzera dunque avrebbe accettato solo investimenti di cui le origini legali fossero state controllate dalle banche e considerando la legge fiscale nazionale alla quale i clienti devono attenersi per assicurare l’assenza di pericolo.

Una strategia di soldi puliti è un’altra cosa

In realtà, le banche svizzere non abbandonarono interamente il vecchio modello di affari, bensì lo modificarono. Rafforzarono invece le loro attenzioni ai super ricchi nei mercati emergenti, che sono di solito controllati da autorità dei mercati finanziari, enti fiscali ed autorità inquirenti più lassiste. Nei mercati dell’Asia e del Sudamerica, molti fondi di clienti dubbi sono stati ricevuti da gestori finanziari delle banche svizzere in loco. In questo modo, i soldi ricevuti dalle banche svizzere e quindi riciclati non dovevano più essere trasferiti sui conti bancari e depositi svizzeri, ma potevano essere immessi in paesi terzi.

Gli “High Performer” tra i consulenti incassavano dei bonus enormi in questo nuovo settore di affari immensamente proficuo. Inoltre, all’avvio delle relazioni d’affari, sui nuovi clienti e sui loro valori patrimoniali non veniva effettuato quasi alcun controllo da parte dei consigli di amministrazione delle banche svizzere e dei loro ‘’compliance officers’’ dei servizi interni antiriciclaggio. Mentre i requisiti interni rispetto all’assistenza verso i clienti dovevano eseguiti dagli impiegati bancari sempre più attentamente, ed il numero dei sospetti segnalati dalle banche svizzere – com’è successo pure presso le banche UE – è aumentato notevolmente, le punte di diamante nel ramo della consulenza avevano invece campo libero per reclutare nuovi clienti. Infatti, vi erano ben pochi casi sospetti segnalati alle istituzioni statali per questo tipo di clientela. In seguito, l’autorità fiscale svizzera FINMA ha definito requisiti più severi nei confronti della “know your customer policy” – soprattutto nel caso della banca privata Julius Bär.

Usare due pesi e due misure non è però soltanto un fenomeno svizzero. Simili deficit si sono notati anche presso delle banche dell’UE. Quale banca orientata al profitto segnala a cuor leggero alle autorità fiscali i suoi clienti migliori che generano ricavi elevati? Anche se con questo modo di agire si corre il rischio che una volta fatta chiarezza la banca si trovi di fronte enormi problemi di reputazione e debba aspettarsi dei rischi operativi nel bilancio. In questa prospettiva il divorzio dal “buon cliente” sarà più l’eccezione che la regola.

Un ampio “Whistleblowing System” deve fiancheggiare la segnalazione dei sospetti

Secondo l’opinione di mafianeindanke, una strategia efficace contro il riciclaggio di denaro deve partire dal ripensamento dell’attuale approccio che è diventato standard in Europa e a livello globale.

Naturalmente è sensato che le autorità di vigilanza continuino ad esigere il rigoroso rispetto dell’obbligo di segnalazione dei sospetti e degli obblighi di assistenza alla clientela da parte delle banche e di altri soggetti obbligati. Tuttavia, i meccanismi di esaminazione delle autorità fiscali – anche se il numero delle prove in loco aumentasse notevolmente – non rilevano pienamente i casi gravi di riciclaggio di denaro. Le banche possono correre il rischio di non rispettare la legge sul riciclaggio di denaro perché nella maggior parte dei casi sfuggono ai controlli delle autorità di vigilanza e investigazione.

Una maggiore quantità di controlli potrebbe essere ottenuta affiancando all’esistente meccanismo della segnalazione di sospetti un funzionante sistema di Whistleblower, ovvero di informatori. I Whistleblower sono persone che rivelano o denunciano violazioni della legge o altri comportamenti scorretti. Ci sono delle aree sociali ed economiche in cui gli informatori sono indispensabili. Per esempio, nell’ambito del riciclaggio di denaro e della corruzione. La creazione di “sistemi di whistleblower” fa parte degli obblighi delle autorità di vigilanza nella legge tedesca sul riciclaggio di denaro. In pratica, però, questi obblighi hanno solamente un carattere simbolico se formulati in termini generici.  Finora questi sistemi non sono operativi. Non proteggono efficacemente l’informatore quando lui si rivolge all’esterno. Non c’è quindi da stupirsi che molti dipendenti di banche e di altre aziende che vogliono denunciare irregolarità preferiscano rimanere anonimi o addirittura tenere per sé le loro conoscenze.

In Svizzera la situazione è ancora più insoddisfacente. Finora il Consiglio federale (Bundesrat) ha respinto qualsiasi iniziativa di regolamentazione giuridica in questo settore.  Gli informatori quindi rischiano di essere licenziati, ed essere soggetti non solo ad una condanna sociale ma anche ad un’azione penale nei loro confronti.

Nell’ottobre 2019 l’Unione Europea ha emesso una direttiva per proteggere le persone che nel loro ambito professionale segnalano le violazioni delle vigenti leggi europee. La legislazione tedesca deve implementare questa direttiva entro due anni. La società civile dovrebbe interessarsi alla questione fin da subito.

Mafianeindanke lo farà senz’altro.

Il Parlamento svizzero impedisce l’adeguamento della legge sul riciclaggio di denaro agli standard internazionali


Il 2 marzo di quest’anno il Consiglio nazionale svizzero ha impedito che venissero introdotte nuove norme contro il riciclaggio di denaro, proposte dal Governo svizzero (Consiglio Federale) già il 1° giugno 2018. Finora i media internazionali non hanno prestato molta attenzione a questo voto.

Le modifiche sulla legge antiriciclaggio dovrebbero, tra l’altro, includere un’estensione degli obblighi di dovuta diligenza per avvocati, notai e altre professioni di consulenza come fiduciari o consulenti fiscali. Attualmente, solo le banche e i fornitori di servizi finanziari sono destinatari della legge antiriciclaggio. Questo include già eccezionalmente gli avvocati, nella misura in cui forniscano servizi finanziari in singoli casi.

In futuro la legge dovrebbe valere anche per le attività di mera consulenza, come quelle offerte alle società all’estero, alle società di comodo esistenti in Svizzera, ai trust o ai servizi come la costituzione, la gestione o l’amministrazione di questi veicoli. Un tale ampliamento della cerchia delle persone obbligate nel regime antiriciclaggio è in linea con lo standard attuale del Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale contro il riciclaggio di denaro (GAFI) istituito dai Paesi del G7, di cui la Svizzera fa parte. La petizione del GAFI è già stata attuata negli Stati Europei con la quarta direttiva UE sul riciclaggio di denaro del 5 giugno 2015. Gli scandali scoperti dalle reti di ricerca internazionali, che dimostrano l’uso di società di comodo offshore a scopo di riciclaggio di denaro sporco, compresa l’evasione fiscale (“Panama Papers”), avevano portato a questa estensione degli standard. In qualità di membro del GAFI, la Svizzera si è impegnata ad attuare questo standard nel diritto nazionale.

La decisione è stata presa in seno al Consiglio nazionale con 107 voti favorevoli e 89 contrari. Ad eccezione di un numeroso gruppo di dissidenti, a votare contro una legge più severa sul riciclaggio di denaro sono state le fazioni di destra dell’SVP (Partito Popolare Svizzero), del PLR liberale e del CVP (Partito Popolare Cristiano Democratico). I sostenitori di un’alleanza tra il SP (Partito socialdemocratico), i Verdi e i Verdi liberali non hanno potuto prevalere.

Nella fase successiva, il Consiglio degli Stati dei Cantoni (la cosiddetta Piccola Camera del Parlamento) deciderà sul progetto di legge. Se quest’ultimo non vorrá riaprire il dibattito, cosa che è attualmente prevedibile, il disegno di legge è del tutto affondato.

Nel corso del dibattito, i socialdemocratici svizzeri e i verdi hanno sottolineato che le rivelazioni sui Panama Papers dimostrano chiaramente quanto sia necessario agire in Svizzera per colmare questa lacuna giuridica. I documenti valutati hanno rivelato che gli avvocati svizzeri e altri consulenti sono stati coinvolti su larga scala nella creazione di società di domicilio problematiche (società di comodo) a Panama. E infatti si sono potute identificare migliaia di società di domicilio, acquistate e create da avvocati svizzeri, e banche private grazie alla mediazione dello studio legale Mossack Fonseca di Panama. È stata spesso individuata una combinazione di società prestanome nidificate in paesi offshore, gestite da amministratori fittizi che ricevono istruzioni da avvocati e fiduciari in Svizzera (e in altre piazze finanziarie). Gli avvocati e i fiduciari svizzeri sono quindi la cerniera logistica tra i paesi offshore e la Svizzera, il paese d’investimento.

Le “Luanda Leaks”, anch’esse scoperte nel gennaio 2020 da un consorzio internazionale di giornalisti investigativi, mostrano una rete che ha funzionato in modo simile. Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente angolano, aveva costruito una rete di 400 aziende in 41 paesi per appropriarsi sistematicamente di fondi pubblici del valore di miliardi. Banche internazionali, avvocati e altre società di consulenza hanno fornito supporto e chiudendo gli occhi di fronte a questa dinamica. Isabel dos Santos e l’intero clan familiare hanno potuto arricchirsi senza scrupoli per anni a spese dello Stato e della popolazione. Gli intermediari svizzeri hanno contribuito a far sì che una parte di questo denaro finisse in Svizzera.

Le argomentazioni degli oppositori dell’iniziativa legislativa rappresentano un rilancio del dibattito nell’Unione Europea

L’influenza degli avvocati e dei consulenti nel Parlamento svizzero è particolarmente forte.

In questo caso la Svizzera non si differenzia in modo significativo dal sistema parlamentare tedesco. Il blocco degli oppositori dell’iniziativa, sotto la guida della lobby degli avvocati, ha sottolineato il notevole lavoro aggiuntivo necessario per chiarire il tipo di cliente e gli eventuali beneficiari effettivi, e ha messo in guardia soprattutto dall’ “erosione del privilegio avvocato-cliente” e dalla funzione dell’avvocato nell’amministrazione della giustizia. La maggioranza parlamentare si è così avvalsa dell’argomentazione, già mortale in Europa e soprattutto nella discussione tedesca sugli obblighi dell’avvocato in materia di riciclaggio, secondo cui la legge in discussione alimenterebbe un clima di sfiducia tra avvocato e cliente. Alla fine, secondo loro, porterebbe a uno “stato totalitario”. I membri del gruppo parlamentare dell’UDC a Zugo non si sono risparmiati di sostenere il loro rifiuto facendo ricorso a parallelismi storici. Hanno citato dal libro dello storico berlinese Jörg Baberowski “Terra bruciata – Il regno della violenza di Stalin”: “Sotto Stalin, i membri del Comitato centrale hanno cominciato a bollare gli altri membri del partito come traditori contro il loro buon senso, in modo da non essere sospettati loro stessi’’.

La portavoce dell’UDC, Barbara Steinemann, in seno al Consiglio federale, è stata chiara sull’obiettivo finale del “no”: la Svizzera deve mantenere a tutti i costi la competitività della sua piazza finanziaria. È proprio questo che temono. Senza la rete di avvocati e fiduciari legati alle banche svizzere, lo specifico sistema bancario svizzero con le sue linee di prodotti leader a livello mondiale nel private banking e nella gestione patrimoniale sarebbe meno attraente per la clientela. Anche per i criminali nelle file dei mandatari e dei clienti.

L’atteggiamento del governo svizzero

Il punto più caratteristico del dibattito è che il ministro delle Finanze Ueli Maurer, che era responsabile dell’iniziativa legislativa, non si è discostato del tutto dalla posizione dei contrari. È un membro di spicco dell’SVP e si allontana dalla posizione dei suoi compagni di partito solamente su questioni tattiche. Fin dall’inizio ha sottolineato che la mancata attuazione degli standard del GAFI avrebbe causato a livello mondiale un problema di reputazione per l’intera piazza finanziaria svizzera. La Svizzera entrerebbe senza alcuna necessità in un confronto aperto con gli organismi internazionali. Il GAFI verifica regolarmente se le leggi dei suoi Stati membri sono conformi alle sue raccomandazioni. La prossima revisione della Svizzera è prevista per il 2021. Le argomentazioni di Maurer sono state attivamente sostenute dalla lobby svizzera delle banche e delle assicurazioni, che si è espressa anch’essa a favore dell’adozione dell’iniziativa legislativa.

Invano, il ministro delle Finanze ha affermato che “la zuppa non viene mangiata così calda come viene cucinata”. Dopotutto, il fattore decisivo è l’effettiva attuazione di una norma giuridica e non il modo in cui essa viene collocata nella vetrina di una legge federale o di una gazzetta ufficiale. Egli ha sottolineato che il privilegio avvocato-cliente sarà preservato anche con la revisione della legge, aggiungendo che gli avvocati sono obbligati a fare rapporto solo se questo non vìola il segreto professionale. E questo offre in Svizzera una solida fortezza che impedisce l’insorgere di obblighi di notifica.

La Germania si distingue positivamente dalla prassi giuridica svizzera?

La Germania in questo dibattito non può certo permettersi di puntare il dito contro la Svizzera peccatrice. Sebbene alla fine del 2019 il governo federale abbia provveduto (nell’ambito dell’attuazione della quinta direttiva sul riciclaggio di denaro) a garantire per legge che gli avvocati e altri liberi professionisti, come i notai, adempiano all’obbligo di segnalare i sospetti, finora queste le reazioni annuali di sospetto delle professioni libere non superano la singola cifra.

Inoltre, l’annuncio del governo federale non ha portato a risultati significativi nella riduzione del riciclaggio di denaro e nel controllo dell’attuazione di questa legge. Come in Svizzera, i liberi professionisti non sono ancora obbligati a notificare quando i fatti si riferiscono a informazioni ricevute nel corso di una consulenza legale o di una rappresentanza legale. Ciò dovrebbe valere solo se la parte obbligata sa che la parte contraente ha fatto ricorso alla consulenza legale o alla rappresentanza legale a scopo di riciclaggio di denaro, finanziamento del terrorismo o altro reato. La lobby tedesca degli avvocati può convivere senza problemi con questa disposizione, in quanto offre sufficiente flessibilità sul lato soggettivo della prova certa.

Covid-19 e Mafia: come due virus si rafforzano a vicenda


Le frontiere chiuse e le strade vuote rendono più difficile il contrabbando di merci e il traffico di droga – ma davvero il virus ha indebolito il crimine organizzato? Secondo un articolo del Tagesschau, l’Associazione degli Investigatori Tedeschi ipotizza che controlli più intensivi dati dal COVID-19 avranno un effetto positivo sulla lotta alla criminalità organizzata, d’altro canto la Commissione Antimafia del Parlamento Italiano non ne è così certa. La Commissione, organo permanente del Parlamento, attraverso il suo portavoce ha recentemente dichiarato all’ONG “Global Initiative Against Transnational Organized Crime” (GI-TOC) che: “La mafia è come il Coronavirus – ti prenderà ovunque tu sia”. Che cosa ci aspetta dunque?

L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando ha pochi precedenti nella storia e rischia di essere un’opportunità di conquista per il crimine organizzato in tutto il mondo. Dall’Italia arrivano i primi segnali da parte della Polizia di Stato che mette in guardia le forze locali nei confronti di possibili infiltrazioni delle mafie all’interno del tessuto economico di un paese indebolito e fragile: “L’impatto dell’attuale crisi sanitaria potrebbe esporre maggiormente imprenditori e commercianti delle varie categorie ai tentativi di reclutamento economico e di finanziamento illecito” così dichiara il Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina in un’intervista a La Repubblica. La disponibilità delle cosche di denaro liquido da una parte e la sempre maggiore difficoltà degli imprenditori e dei commercianti dall’altra porteranno a numerosi casi di usura e di acquisizione di aziende in crisi, in modo diretto o indiretto. Per non parlare poi del rischio concreto di corruzione nei confronti dei funzionari pubblici che saranno chiamati ad amministrare ingenti quantità di denaro derivanti da finanziamenti statali ed europei. In Italia è cosa nota: occorre prestare particolare attenzione agli appalti pubblici, presi d’assalto dalle mire delle mafie.

Tuttavia, non si può negare che una crisi di questa portata colpisca i mafiosi tanto quanto noi. Come sottolinea il professor Federico Varese: “Non dobbiamo pensare ai mafiosi come a dei supereroi, vivono nel nostro stesso mondo, e se la nostra vita è in pericolo, lo è anche la loro”. La criminalità organizzata, tuttavia, ha già dimostrato una resilienza invidiabile in passato, ad esempio durante la crisi finanziaria del 2008. “Accettano di perdere un po’ dei loro affari e aspettano tempi migliori”, ha così dichiarato il generale Giuseppe Governale, capo della Direzione Investigativa Antimafia all’Agenzia di Stampa Tedesca (DPA) a fine marzo. Un vecchio proverbio siciliano descrive perfettamente la situazione attuale: “Calati junco, ca passa la china” (Piegati giunco finché non è passata la piena).

L’esperto di mafia e autore di fama internazionale Roberto Saviano ha fatto un ulteriore passo e ha sottolineato che le organizzazioni criminali possono sfruttare qualsiasi forma di crisi per il proprio profitto. In un articolo su La Repubblica, Saviano descrive il motivo per cui la pandemia potrebbe giovare alla mafia: “Se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile”. Secondo Francesco Messina, le infrastrutture sanitarie, il settore agroalimentare e le piccole e medie imprese del turismo e della ristorazione sono particolarmente a rischio di infiltrazione.

Le autorità italiane hanno osservato il commercio illegale di maschere protettive che vengono esportate in Turchia, Russia, Kazakistan o India per poi essere reimportante in Italia – con l’aumento dei prezzi dei dispositivi di protezione, questo tipo di business sta diventando estremamente redditizio. A Roma e a Milano la Polizia ha sequestrato alcune mascherine contraffatte. La mancanza di beni sta aprendo nuovi mercati e campi d’azione soprattutto laddove la criminalità organizzata si è infiltrata nel sistema sanitario nazionale, come già avviene sia nel Nord che nel Sud Italia, Lombardia compresa.

La crisi attuale offre ampie possibilità di attività fraudolente, e non solo in Italia: L’Interpol segnala duemila siti web in tutto il mondo dove vengono venduti prodotti dubbi, come ad esempio un miracoloso “Spray contro il Corona”. Nel frattempo, Europol mette in guardia contro l’aumento del Cyber-crime a livello mondiale: circolano infatti e-mail non sicure in cui i criminali si spacciano per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per diffondere virus e per accedere ai dati personali. La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) riferisce inoltre che in Svizzera l’emergenza viene sfruttata da falsi medici, usurai e criminali informatici, cosicché le autorità inquirenti hanno intensificato i loro sforzi. Nelle favelas di Rio, invece, la criminalità organizzata si presenta come uno Stato migliore che garantisce sicurezza e ordine durante la crisi, acquisendo così una nuova legittimità sociale. I modi e i mezzi per trarre profitto dalla situazione sembrano infiniti. Anche Nicola Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro, ha espresso alla DPA la sua preoccupazione per le interruzioni dei procedimenti contro la mafia; le udienze non si stanno svolgendo.

Ma al di là della crisi sanitaria, l’attività quotidiana della mafia è ancora in corso: nei porti del Sud Italia si è registrato un aumento del traffico di merci. La circolazione delle stesse è ancora possibile e i controlli alle frontiere stanno diventando meno severi. Sul quotidiano tedesco “Neues Deutschland”, Wolf H. Wagner scrive che attualmente entrano nel Paese più droghe del solito attraverso le rotte sudamericane e africane. Né il consumo di droghe diminuisce solo perché siamo rinchiusi nelle nostre quattro mura: la noia e la solitudine possono aumentare il desiderio di consumare sostanze illegali, anche per contrastare malattie mentali come la depressione. Il procuratore antimafia Federico Cafiero de Raho ha confermato al quotidiano La Repubblica: “Chiuse le piazze di spaccio, la droga viene consegnata a domicilio”.

Ciò che queste analisi mostrano, è che l’attività della criminalità organizzata non si ferma e, come il virus, può diffondersi facilmente; così facendo può ottenere il controllo di interi pezzi dell’economia e della politica. Anche se l’ordine sociale cambia e l’eccezione diventa la nuova norma, la criminalità si adatta per massimizzare i propri profitti.

© mafianeindanke, 2 Aprile 2020