“Bisogna seguire il denaro”


Uno dei più grandi processi di mafia in Germania si è appena concluso a Costanza. In un’intervista, il Procuratore Generale Joachim Speiermann spiega i retroscena del processo e perché la frase “Mafia? Non ci interessa” è stata ripetuta spesso.

Dott. Speiermann, lei ha recentemente concluso uno dei più grandi processi contro la mafia in Germania e – per dirla senza mezzi termini – quasi nessuno se n’è accorto. Come la fa sentire questo?

Naturalmente questo è dovuto anche al fatto che stiamo vivendo al tempo del Coronavirus. Ecco spiegato perché gli ultimi giorni del processo non sono stati così frequentati. In generale, dopo 100 giorni di procedimento, l’interesse diminuisce notevolmente.

Il presidente del tribunale ha parlato di un “processo mafioso che non era un processo mafioso” e ha anche detto che non gli interessava se qualcuno degli imputati potesse appartenere alla mafia perché secondo la legge tedesca non è rilevante. Questo significa che la giustizia tedesca è cieca nei confronti della questione mafiosa?

Non voglio dirlo in modo così diretto, ma sono stato anch’io un po’ sorpreso da questa affermazione. Il procedimento è iniziato grazie all’arrivo di un’informazione della “Drug Enforcement Administration”, l’agenzia americana antidroga, rivolta agli inquirenti italiani. Siamo stati informati dei fatti perché alcune persone coinvolte vivevano nel nostro distretto. Nel corso delle indagini, abbiamo ottenuto prove evidenti che questo procedimento aveva dei legami mafiosi. Ciò è stato poi confermato durante il processo anche dalle dichiarazioni dei testimoni. Certo, in Germania non possiamo determinare in dettaglio chi è un mafioso e chi no, ma un così grande traffico di sostante stupefacenti è possibile comprenderlo a fondo solo se si indagano anche le persone coinvolte. E mi ha deluso in una certa misura il fatto che questo non sia successo – non si può lavorare solo su una base puramente orientata al reato. A maggior ragione per la sentenza fa la differenza se sullo sfondo c’è un gruppo mafioso o meno. Questo il tribunale avrebbe dovuto metterlo in chiaro. Rivelatrice fu la frase pronunciata dal Presidente all’investigatore capo:  “Per favore, rimanga in superficie”, disse il giudice. Sembrava che il non volesse fargli fare un rapporto dettagliato.

Inoltre, durante il lungo dibattimento è stata purtroppo ripetuta più volte la frase “la mafia, non ci interessa”.

 Come se lo spiega?

Questa è in genere la tendenza dei tribunali. È più facile rimanere in superficie. È più semplice condannare solo chi confessa e solo quando ciò diventa difficile si va in profondità. Questo processo non è stato facile sin d’all’inizio, con circa 20 avvocati che attaccavano da tutte le parti. Mi sarebbe piaciuto vedere evidenziate le relazioni con l’Italia. Tuttavia, il tribunale ha preferito giudicare solo le operazioni di droga effettuate in Germania e non i reati commessi all’estero, come una rapina di una gioielleria che era prevista a Verona, impedita appunto per via delle indagini.

Purtroppo, nessun poliziotto italiano è stato convocato e sentito come testimone, nonostante anche in Italia le indagini fossero in corso.

Lei ha detto che le persone dietro questi traffici di droga in Italia provenivano dall’ambiente della mafia. Fa differenza per lei sapere di avere davanti a sé in tribunale persone con tali contatti?

Certo, per la sentenza c’è una differenza fondamentale. Che si tratti di un singolo delinquente, di atti spontanei o di criminalità organizzata. Se poi ci sono riferimenti alla ‘ndrangheta calabrese o a Cosa Nostra siciliana, allora questo è un punto cruciale.

E lei come la vive personalmente? Loro non sono delle persone per bene e sappiamo che le organizzazioni mafiose hanno sulla coscienza molti giudici e procuratori che hanno fatto il loro lavoro.

Quando  il gruppo in Germania era in difficoltà con le vendite e i guadagni, abbiamo ascoltato una conversazione telefonica durante il processo dove si diceva che avrebbero chiesto il parere della Cupola di Palermo, la centrale organizzativa di Cosa Nostra.

Ma non ha mai pensato a persone come Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, assassinati a causa della loro lotta alla mafia?

No, questo no. Sicuramente sono consapevole di questi avvenimenti e ne sono impressionato. So quanto gli italiani rispettino questi colleghi. Chiunque lavori contro la mafia in Italia lavora in condizioni molto diverse da quelle che abbiamo qui, anche attualmente, dicono i colleghi italiani.

Come ha vissuto l’esperienza con la polizia tedesca? A volte si sente dire che non vogliano agire contro la mafia.

Al contrario, il team qui è stato probabilmente la chiave del successo. Avevamo un ottimo agente di polizia, un commissario capo che era il referente per la criminalità organizzata italiana presso la Landeskriminalamt (l’Ufficio della Polizia Criminale Locale)) e che aveva contatti incredibilmente buoni in Italia. Lo abbiamo portato a bordo e ha stabilito un contatto diretto con gli investigatori a Palermo. In questo modo sono entrato in contatto con il procuratore responsabile. È stato allora che ci siamo incontrati e abbiamo avuto modo di conoscerci. Solo così la procedura ha potuto funzionare bene. Abbiamo poi concordato uno scambio diretto di informazioni tra le forze di polizia in una fase iniziale. Questo ci ha risparmiato l’ingombrante percorso attraverso l’Interpol o il canale della polizia. L’utilizzo si è poi naturalmente svolto correttamente nell’ambito dell’assistenza giudiziaria. C’erano due procedure, le cosiddette procedure a specchio: la mia in Germania e quella del mio collega in Italia. I rispettivi risultati sono stati scambiati tempestivamente e c’è sempre stato un coordinamento.

Questo modo di procedere porta con sé anche problemi?

Questa procedura può già servire da modello. Tuttavia, richiede persone giuste e motivate da parte della polizia. Se ci sono obiezioni fin dall’inizio, allora non funziona. Qui abbiamo una sede della polizia relativamente piccola, quella di Rottweil, che però ha già portato avanti con successo alcuni procedimenti relativamente grandi. Non credo che ci siano stati procedimenti simili, almeno non qui nel Baden-Württemberg. Fondamentalmente, tali procedure dovrebbero essere localizzate presso la LKA. Al termine delle indagini, l’allora capo della sede centrale della polizia di Rottweil ha presentato il lavoro della sua squadra al Bundeskriminalamt (l’Ufficio Federale della Polizia Criminale) in una conferenza. Erano sorpresi, e il messaggio pervenuto era che al BKA non sarebbero stati in grado di farlo. Ma la stessa BKA non è mai stata coinvolta e neanche la LKA, ad eccezione di questo unico ufficiale di polizia. Le indagini si sono poi estese all’area di Stoccarda e Münster. In quest’ultimo caso il procedimento ha funzionato anche molto bene. A Münster abbiamo già avuto alcune condanne definitive. Il procedimento a Stoccarda, invece, è stato ripreso qualche tempo fa. Per quanto ne so, finora non sono state mosse accuse.

Ho letto che sono stati confiscati sei milioni di euro.

In Germania affrontiamo i procedimenti in modo diverso rispetto all’Italia. Naturalmente cerchiamo anche qui in Germania di confiscare i beni. Abbiamo fatto richieste di informazioni bancarie e tutto il resto, ma purtroppo non siamo stati in grado di identificare e confiscare tanti beni. Questo è anche un vantaggio di una procedura speculare tedesco-italiana: gli italiani hanno poi sequestrato provvisoriamente sei appartamenti e proprietà a titolo di sequestro preventivo.

Che cosa significa sequestro preventivo?

Se l’accusato non è in grado di spiegare la provenienza del capitale investito o la provenienza è dubbia, non comprensibile, allora in Italia i beni possono essere sequestrati. Se qualcuno paga pochissime tasse e possiede però dei beni, gli italiani sono relativamente veloci con il sequestro preventivo. L’imputato deve poi dimostrarne la vera origine. Se non può farlo, i beni possono essere confiscati. È stato così anche in questo caso. L’idea di fondo di questo procedimento è che il capitale possa poi essere utilizzato per altri reati.

E questo non è possibile secondo la legge tedesca?

Sì, questa idea sta cominciando a prendere piede anche nel diritto tedesco. Anche qui in questo caso, – anche se il procedimento viene archiviato o se qualcuno viene assolto – i beni sequestrati possono essere confiscati se si è convinti che non sono stati acquisiti legalmente. Ai sensi dell’articolo 76a del Codice penale tedesco, ciò è ora possibile. Si tratta di una questione di valutazione delle prove, e noi ora abbiamo lo strumento per farlo.

Quale lezione ha tratto da questo procedimento?

Il lato positivo per me e per la squadra, per la polizia, è che ho imparato che l’azione congiunta funziona anche al di là delle frontiere se sono coinvolte le persone giuste e se le persone sono motivate. Questa è stata la cosa gratificante. La lunga durata del procedimento logora; ci sono stati più di 100 giorni di procedimento, e la questione se in termini di costi ciò sia giustificato è oggetto di dibattito. In conclusione, però, devo dire che degli undici imputati, sono stati tutti condannati; questo mi rende felice. L’ammontare della pena è a discrezione del tribunale; non mi ha pienamente convinto. Ma è stato un successo.

In Germania siamo ben posizionati per affrontare il problema della criminalità organizzata transnazionale?

In primo luogo, abbiamo bisogno di agenti di polizia motivati e di procuratori motivati. Questa è la cosa più importante. Se si incomincia un procedimento con riserve, non si va molto lontano. A volte bisogna essere un po’ coraggiosi, provare nuovi approcci, e poi la cosa funziona. Non ho una visione d’insieme precisa del numero di procedimenti ma rimango pensieroso quando vedo l’esiguo numero di procedimenti che vengono condotti in questo settore in Germania. Soprattutto perché si dice sempre che in Germania ci sono diverse centinaia di mafiosi. E nel nostro caso non abbiamo nemmeno stabilito che si trattavano di mafiosi.

Come ha motivato i suoi agenti di polizia? La procura può contribuire a questo?

Certo. Ma abbiamo anche avuto due o tre casi importanti in passato. Siamo stati fortunati ad avere ufficiali davvero motivati a Rottweil.

Come ha vissuto gli imputati nel processo? Come uomini in abito nero e occhiali da sole come nei film di mafia?

No! Sono stati più rispettosi con me che con gli avvocati della difesa. Uno degli imputati era un po’ egocentrico, ma erano imputati normali, come li si vede sempre.

Crede che questa procedura verrà notata dall’altra parte? Si dice che tra il pubblico ci fosse un mafioso condannato.

Fino a che punto ci sia interesse, non lo posso giudicare, non lo so. Ma sono sicuro che saranno interessati all’esito del processo.

Si può presumere che questo processo faccia parte di quello, che viene dichiarato “War on Drugs”. Ma questa guerra alla droga non mi sembra molto efficace, stiamo assistendo a un’inondazione di cocaina in Europa.

Non penso alla liberalizzazione, semplicemente per motivi di salute. Si può vedere, soprattutto tra i giovani, quali conseguenze può avere anche la droga leggera come la marijuana. In alcuni casi, questa droga causa terribili psicosi. Ma ammetto che attualmente c’è sul mercato molta droga, questa è una lotta contro i mulini a vento.

Come si potrebbe rendere questa lotta più efficace?

Bisogna seguire la strada che stanno percorrendo gli italiani, bisogna seguire la strada del denaro. Questo non accade abbastanza in Germania. Nel 2017 alcune leggi sono state modificate, resta da vedere se saranno effettivamente attuate. Gli strumenti ci sono, ma dobbiamo anche usarli. E questo comporta un sacco di lavoro. C’è bisogno di procuratori motivati e ci vuole molto tempo. E anche noi della procura siamo misurati in base alle statistiche. Una procedura così di criminalità organizzata (CO) richiede molto tempo e personale. Nel mio processo, per esempio, solo il processo principale ha comportato 100 incontri con due persone del mio dipartimento. Purtroppo, non abbiamo avuto personale aggiuntivo per il procedimento. Secondo il sistema di calcolo del fabbisogno di personale (Pebb§y), tale procedura ci viene addebitata con 2000 minuti – ciò è ovviamente un valore medio! Molte procedure semplici come il furto in un negozio porta più personale e questo spiega forse anche le poche procedure nei confronti della criminalità organizzata.

E ora è finito tutto?

Abbiamo presentato ricorso contro le ultime due sentenze e siamo in attesa delle motivazioni scritte. La Camera ha ora circa 6 mesi di tempo per redigere le motivazioni del verdetto. Lo esamineremo poi in termini di diritto di appello per vedere se ci sono errori nella sentenza o nella valutazione delle prove.

Ci sono stati contatti tra lei e gli imputati in seguito?

In parte ho anche ricevuto un feedback positivo là dove non me lo sarei mai aspettato. Un imputato calabrese mi ha salutato personalmente. Mi ha ringraziato per la correttezza e mi ha detto che se dovessi fare una vacanza in Calabria, potrei andare a trovare la famiglia. Che naturalmente ho rifiutato. Gli imputati sono stati davvero più rispettosi che gli avvocati della difesa. Gli avvocati della difesa sono stati il problema maggiore del processo, è stata una delle loro strategie logorare il tribunale che è in parte riuscita.

Se si parla di avvocati difensori, c’era un avvocato difensore la cui prima frase nel processo poteva essere intesa fondamentalmente come una minaccia per i testimoni. Per riassumere, ha detto: “Chi tiene la bocca chiusa vivrà fino a 100 anni”.

Naturalmente questo può essere inteso in questo modo, nel caso di questo avvocato, non so se ha capito veramente quello che diceva. Forse voleva solo mettersi in mostra. Che fosse davvero una minaccia, devo lasciarlo in sospeso. Ma il fatto è che all’inizio c’era un silenzio di ferro.

Ha avuto la sensazione di avere abbastanza conoscenza della criminalità organizzata italiana?

Devo dire onestamente che ho imparato molto in questo processo. È stato il mio primo grande caso di narcotraffico legato alla mafia. No, ero relativamente nuovo al tema e ne sono stato coinvolto solo quando ho preso contatti in Italia e l’indagine riguardava l’argomento mafia.

Vede la necessità d’azione, ad esempio in termini politici? I procuratori devono essere formati?

Sì, soprattutto per l’aspetto transnazionale del lavoro. Siamo ora agli inizi con la procura europea e c’è Eurojust come organo europeo di coordinamento delle indagini. Ma un’adeguata formazione e conferenze sull’argomento sarebbero certamente utili, dove verrebbero inviati giovani colleghi. La procedura JIT (Justice Investigation Team) con squadre investigative in due o più paesi europei è uno strumento importante. Nel nostro ufficio ci sono stati anche due procedimenti di questo tipo. L’assistenza legale è a volte molto, molto formale e richiede molto tempo, il che scoraggia molti colleghi, i quali dicono: “Oh, l’assistenza legale è difficile”. Questo è il motivo principale per la paura verso i paesi stranieri tra i colleghi. Il JIT semplifica tutto questo.

Ho notato nei colloqui con i procuratori italiani che loro sanno molto di più sulle strutture criminali. Perché è così?

Fondamentalmente, in Germania è molto più facile arrestare un delinquente con 5 chili di droga che andare in profondità e identificare le strutture. Le indagini strutturali richiedono tempo e noi siamo giudicati in base al numero di casi. Per questo motivo in Germania sono troppo pochi gli sviluppi di questo tipo.

Quante volte si è dovuto recare in Italia per questa indagine?

Sono stato in Sicilia tre volte. L’ospitalità dei colleghi è stata un arricchimento personale. Considerando inoltre come lavorano i poliziotti italiani, in quali condizioni e per quanto poco denaro, i nostri poliziotti tedeschi lo hanno potuto constatare e vedere in confronto quanto bene stanno qui. Inoltre, impariamo l’uno dall’altro: gli investigatori italiani, ad esempio, guardano molto più da vicino i profitti del commercio criminale di quanto non facciamo noi in Germania. Nel nostro procedimento sono stati sequestrati sei milioni di euro, la maggior parte dei quali in Italia.

Qual è il fascino speciale delle indagini nel settore della droga e della mafia?

Si ha un contatto molto diretto con la polizia, il che salda insieme. Ed è emozionante, e si può vedere cosa succede grazie alle misure di sorveglianza delle telecomunicazioni. Questo è molto, molto interessante.

Ha ancora contatti con l’Italia?

Ora vado in pensione; quattro poliziotti volevano venire per la mia festa di addio. Ma a causa del Corona non è stato possibile. Sono ancora in contatto con loro e se una volta andrò in Sicilia, farò sicuramente visita ai colleghi.

Guarda ancora i film di mafia?

(ride) Raramente. Non guardo neanche  “Tatort” una serie poliziesca molto conosciuta in Germania. Questo ha poco a che fare con la realtà.

SULLA PERSONA

Il Dr. Joachim Speiermann è nato a Rendsburg (Schleswig-Holstein) e sposato, è entrato nella magistratura nel 1986 ed è stato giudice in diversi tribunali fino al 2002: il Tribunale locale, la Grande Camera Penale e alla corte dei periti laici di Costanza e Singen. Dal 1993 al 1996 è stato giudice aggiunto all’Università di Costanza. Nel 2002 è entrato a far parte della Procura di Costanza, prima come capo di un dipartimento generale e dal 2014 come vicecapo delle autorità e capo del dipartimento criminalità organizzata e narcotici.

Quest’articolo è stato pubblicato in una versione più breve su Cicero Online – Magazin für politische Kultur.
La foto mostra Il PM Joachim Speiermann (sulla destra) e i poliziotti Wolfgang Rahm, LKA Stuttgart e Thomas Flaig e Thomas Hechinger, Polizeidirektion Rottweil, a Palermo.